Replacements Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/replacements/ un blog di approfondimento culturale Sat, 30 Aug 2014 16:55:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Replacements Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/replacements/ 32 32 Uncool Britannia – Apologia del britpop, 20 anni dopo https://minimaetmoralia.it/musica/uncool-britannia-apologia-del-britpop-20-anni-dopo/ https://minimaetmoralia.it/musica/uncool-britannia-apologia-del-britpop-20-anni-dopo/#comments Sat, 30 Aug 2014 16:55:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23045 di Carlo Bordone

All these talk of getting old, it’s getting me down my love..”

“Twentyfive, I don’t recall a time I felt this alive…” 

Fonti riservate e accessibili a pochissimi (wikipedia) mi informano che ad agosto ricorrono i ventennali di alcuni album importanti. Vado a elencare: Dummy dei Portishead, Sleeps with Angel di Neil Young, Grace di Jeff Buckley buonanima e Definitely Maybe degli Oasis. I primi tre, mi sono detto, sarebbero materiale eccellente per il post di un blog serio e rispettabile, con una prospettiva storico-critica di un certo livello. Inevitabile, quindi, che scegliessi il quarto. La parte più buzzurra e terra-terra di me (la migliore, probabilmente anche l’unica) avverte fortissima l’esigenza di salire in piedi sul banco, mettersi una mano sul cuore e salutare non solo i cialtroni di Manchester, ma tutto il resto di quella baracconata assurda che si chiamava “britpop”.

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Brit-pop

(Fonte immagine)

di Carlo Bordone

All these talk of getting old, it’s getting me down my love..”

“Twentyfive, I don’t recall a time I felt this alive…” 

Fonti riservate e accessibili a pochissimi (wikipedia) mi informano che ad agosto ricorrono i ventennali di alcuni album importanti. Vado a elencare: Dummy dei Portishead, Sleeps with Angel di Neil Young, Grace di Jeff Buckley buonanima e Definitely Maybe degli Oasis. I primi tre, mi sono detto, sarebbero materiale eccellente per il post di un blog serio e rispettabile, con una prospettiva storico-critica di un certo livello. Inevitabile, quindi, che scegliessi il quarto. La parte più buzzurra e terra-terra di me (la migliore, probabilmente anche l’unica) avverte fortissima l’esigenza di salire in piedi sul banco, mettersi una mano sul cuore e salutare non solo i cialtroni di Manchester, ma tutto il resto di quella baracconata assurda che si chiamava “britpop”.

Qualche tempo fa, chiacchierando con un amico di musica, scivolammo casualmente sull’argomento. Difficile rendere l’espressione di profondo, totale disgusto con cui l’amico dai gusti immacolati sillabò quelle due parole: “britpop”. O la sua occhiata di feroce compatimento. “A te piaceva il britpop, vero?”. Il tono era quello di chi avrebbe detto “a te piacevano i khmer rossi, vero?”. Ecco, ripensando a quello scambio di battute (io in realtà non dissi niente: chinai il capo e piansi), ho deciso che sì, maledizione, avrei scritto qualcosa sul britpop. Per chiedermi subito dopo: “ma perché?”.

Scrivere qualcosa sul britpop. E cosa vuoi scrivere? Tra l’altro arrivo tardi, come sempre. Le celebrazioni le hanno già esaurite tutte in occasione del ventennale di Parklife, che fa anche più figo. Avessi avuto un blog qualche mese fa ci avrei fatto un post pure io (avevo in canna anche il titolo sbarazzino che fa tanto blogger: “Moriremo blairiani o bluriani?”), invece devo accontentarmi di Definitely Maybe. Ovviamente dovrei parlarne male, degli Oasis e del britpop (a parte i Blur, si capisce, forse i Pulp e sicuramente gli Auteurs), perché la regola è questa. Scimmiottare il classico articolo da “Guardian”, il giornale intelligente che piace alle persone intelligenti, e dare fondo a tutti i luoghi comuni (tutti veri, peraltro, ma va be’, non è questo il punto) che la critica musicale e cultural-salottiera adopera quando parla dell’argomento. Fare dell’ironia e dell’auto-ironia sogghignando con la mani davanti alla bocca (“ma quanto eravamo giovani e stupidi, quando compravamo i dischi dei Cast o dei Dodgy, hi hi hi?”). È così facile, in fondo.

Il britpop è il cane morto dei generi musicali, piace a tutti prenderne a calci la carcassa. I capi d’accusa sono gli stessi di vent’anni fa, per di più ingigantiti dalla distanza temporale e dal ricambio generazionale: musica revivalista e poco creativa, sotto-cultura laddish e implicitamente – neanche tanto – machista, comportamenti patetici da rockstar fuori tempo massimo, mentalità da hooligan, beota nazionalismo albionico da nostalgici dell’impero. C’è anche chi sostiene che il britpop in realtà non sia mai esistito, come il mostro di Lochness o il Molise. Un’invenzione della stampa e dell’industria musicale inglesi, che all’epoca ne avevano un disperato bisogno. Ecco, sì, questo è incontestabile. Ne avevamo tutti un disperato bisogno.

La prima volta che vidi le facce da culo dei fratelli Gallagher fu sulla copertina di Q (o forse era l’NME, o il Melody Maker). Agosto ’94, appunto. Mi trovavo in Scozia, durante una delle peggiori vacanze della mia vita. L’articolo annunciava l’uscita del disco, definito con il proverbiale understatement dei settimanali inglesi “l’album più importante da Sgt. Pepper’s”, con la citazione dei singoli che non avevo ancora ascoltato e che in UK avevano creato, come dicevano loro, galore. Presi nota mentalmente, sperando che nella radio in cui a quei tempi lavoravo (“lavoravo”…vabbe’) fosse già arrivato il promo. Il resto è storia, come si dice. Già tre anni dopo non ne potevo più, degli Oasis e del britpop. Come tutti. Ma per quei tre anni… beh, io mi sono divertito. Mi piaceva, il britpop. A dirla tutta, quasi quasi ne vorrei un altro.

Perché? Beh, perché oggi come nel ‘94 mi annoio. È tutto fermo. Tanti bei dischi da ascoltare, chiaro. Come sempre, in qualunque epoca storica. Ma nessuna scossa, niente che trasmetta un senso di “qui e adesso”, che poi è il sale della cultura pop. Strange things are NOT happening. Forse da qualche parte, tipo l’hip-hop, qualcosa si muove. Mi permetto di dubitarne, per quel poco che ne so, e comunque non è la mia piastrella. Quello che ci vorrebbe è una bella moda pre-fabbricata vecchio stile, come è stato appunto il britpop (e il glam che ne è stato il vero papà, più che la musica beat dei ’60 a cui spesso si richiamava). Ma non succederà più. Perché quel mondo lì è finito.

Ecco, il punto che mi interessa di più è proprio questo. Il britpop (o quello che era) è stato l’ultima rappresentazione, l’ultima messa in scena (il suo lato “fake” era evidente a tutti, ed era esattamente quello che ci attirava) di una Atlantide ormai perduta. L’ultimo momento in cui ha davvero funzionato la cinghia di trasmissione che teneva in piedi il pop come industria: la catena che univa etichette discografiche-giornali-radio-tv (erano i tempi in cui i “video” erano ancora presi sul serio, e quello del vee-jay era persino considerato un mestiere)-negozi-advertising-moda-locali-festival. E che terminava a imbuto – in modo totalmente unidirezionale, quindi l’antitesi assoluta della realtà post-internet – sui consumatori finali: i mitologici, famigerati, vulnerabilissimi kids.

Era un meccanismo che aveva sempre funzionato alla grande, da Elvis in poi. Il moloch che era riuscito ad assorbire e neutralizzare persino la controcultura dei Sixties e il punk, e che a metà anni 90 filava ancora come un treno ad alta velocità. Gli executive in botta da cocaina dell’industria discografica spulciavano i trionfali dati di vendita e si fregavano le mani. Pensavano che la festa sarebbe durata in eterno. Esattamente quello che pensavano i broker di Wall Street il 29 ottobre del 1929, fino a una certa ora. Poi sono arrivati Napster, l’11 settembre, la crisi globale, i Marion, e insomma ciao.

Ecco, quindi perché rimpiangere un mondo così? Direi per lo stesso motivo per cui qualcuno rimpiange la Cortina di Ferro. Era tutto più semplice e lineare. Equilibrato. Sapevi dove stare. Che poi, fuor di battuta e paradosso, non è neanche che lo si rimpianga più di tanto. E non è neppure questione di nostalgia. Al massimo ho nostalgia degli Hüsker Dü, non certo degli Ocean Colour Scene. Però, perché negare che per qui cinque minuti it was a gas gas gas? Non facciamo i Veltroni, che una settimana dopo lo scioglimento del PCI sostenevano fieramente di non essere mai stati comunisti. Come tutti quelli che c’erano, io posso dire al britpop “non t’ho visto, t’ho vissuto” (è l’ultima citazione alta che faccio, giuro). E quindi nessuna vergogna, nessun rimorso.

Era bello accendere la radio e sentire tutti le stesse canzoni nello stesso momento – lo so che succede ogni giorno anche oggi, ma non proprio con quel tipo di canzoni: e adesso venitemi a dire che non erano pop songs fantastiche Bitter Sweet Symphony, Common People, Caught By The Fuzz, Wake Up Boo, Good Enough, A Design for Life, Animal Nitrate, Stutter, The Day We Caught The Train, Inbetweener, Kung Fu, e sto apposta evitando di citare pezzi di quelle due band là (facciamo tre coi Radiohead, va’) – così come era divertente giocare il derby tra oasisiani e bluriani (il nostro Beatles vs Stones; ok, forse era più il nostro Slade vs Bay City Rollers, ma ci siamo capiti). O leggere l’NME in tram. O stilare la heavy rotation in radio (e ogni settimana c’era almeno una grande canzone da inserire nella playlist: “togliamo ‘sti Korn che fanno senso e mettiamo i Super Furry Animals, dai!”).

Il sottoscritto a ventisei anni era già troppo fuori quota per vestirsi da cretino con le tute della Umbro, ma per il resto non mi sono negato niente. Ho visto concerti dei Bluetones e dei Menswear, mi sono innamorato della tipa degli Sleeper (assurdamente non ricambiato), ho comprato dischi di gente come 60ft Dolls, Shed Seven, Campag Velocette, Echobelly, Heavy Stereo, Thurman (quello con in copertina una collezione di rossetti su sfondo lillà: no, non mi vergogno di niente). Dio mio, sono persino andato a vedere al cinema il film delle Spice Girls con Roger Moore. Sì, ok, poi c’erano anche i Pavement, il post-rock (madonna che palle, il post-rock…), il lo-fi, gli Stereolab, l’elettronica, il trip-hop, le cose serie. Ma quel cantuccio super-pop era confortevole. In fondo tutto si risolveva in “fashion + singoli che spaccano”, che appunto è il “base x altezza” della cultura pop. Oppure, più significativamente: condivisione e divertimento.

Condivisione e divertimento. Due aspetti della vita che, vent’anni dopo, quella manica di tristi babbei anaffettivi che si chiamano hip**er negano alla radice. Forse neanche ‘sti poveracci coi baffi a manubrio esistono davvero, e non c’è niente di più fuori moda e piccolo-borghese che prendersela con loro, ma è evidente che la loro è una “cultura” basata sull’esclusione e sullo snobismo. Sulla rimasticazione di un passato ricostruito a proprio piacimento e ridotto a ologramma fighetto invece che sulla celebrazione (anche fatua, anche babbiona, anche irreale come era quella del britpop) dell’hic et nunc. Del resto è la stessa gente che oggi è convinta che nel ’96 ci rompessimo i coglioni con i Neutral Milk Hotel invece che – come era giusto e sano – consumare la nostra copia di (What’s The Story) Morning Glory.

E poi c’era il lato “fun”. Se dovessi condensare l’epoca del brit-pop in un video, sarebbe quello di Rocks dei Primal Scream (i Primal Scream erano britpop? Certo che no, ma non rovinatemi l’argomento retorico). Specchi alle pareti, luci stroboscopiche, culi che si dimenano, qualcuno che suona rock’n’roll. Era il sabato sera dopo una settimana durissima. Una settimana lunga quindici anni. Fuori dai denti: quanti concerti hardcore in un centro sociale, quanti film sui disoccupati di Ken Loach, quanti “I hate myself and I want to die”, quanti 45 giri degli Smiths con delle vecchie in copertina può tollerare un uomo nella sua adolescenza? Prima o poi sbrocchi. Prima o poi hai bisogno di una great escape, di alcohol and cigarettes, di una disco 2000.

Che è proprio quello che successe a me, che arrivavo da un decennio passato ossessivamente a coltivare tutto ciò che era underground e che mi ero perso pure la seconda “summer of love” dell’89 (riguardo alla prima avevo almeno la scusa di non essere ancora nato) dato che non mi drogavo, non ballavo e ascoltavo i Replacements in camera mia con una pila di Rockerilla di fianco. In parte, il britpop era la versione cartoon e per famiglie di quella sotto-cultura nata appunto con i rave, Madchester, ecc. All’epoca ne sembrava il tradimento – di quella, oppure a scelta della new wave o dell’indie-pop stile C-86  – quando invece ne era solo la prosecuzione con altri mezzi. In tutto ciò, è ovvio, c’era un allineamento con lo spirito vacuo del tempo. La metà degli anni 90, per la generazione che aveva allora tra i venti e trent’anni, è stata l’ultima epoca felice della civiltà occidentale. Accadevano cose orrende, c’erano guerre civili e genocidi e si stava preparando alacremente il disastro economico attuale, ma nel nostro piccolo mondo a compartimento stagno uno poteva andare a vedere Prima dell’alba, mettersi su il disco di una band inglese con i capelli scemi e illudersi che, come cantavano i Supergrass, fosse tutto alright e che forse avrebbe persino potuto trovarsi un lavoro. Non era molto, a ripensarci. E non era neanche molto intelligente. Però, almeno in una stagione della vita, è così dolce essere idioti.

E quindi non facciamola tanto lunga, cara vecchia Sally. Anche se sai che è troppo tardi (ma lo era anche allora) non ricordare con rabbia. Se c’è stato ancora un momento in cui potevi mettere fiduciosamente la tua vita nelle mani di una rock’n’roll band, sicura che l’avrebbe buttata via, forse è stato quello.

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Ascolti d’autore: Dana Spiotta https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/#comments Mon, 04 Nov 2013 09:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16198 Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d'autore. (Fonte immagine)

 Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

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danaspiotta

Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d’autore. (Fonte immagine)

Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

Poi hai anche lavorato in un negozio di dischi, giusto?

Sì, ho lavorato al “Cellophane Square”, a Seattle nel 1988! In realtà io ho lavorato presso una filiale in periferia, all’interno di un centro commerciale. È stato un glorioso negozio di dischi! Aveva dischi nuovi ma anche usati, così ho dovuto imparare a comprare dischi. È stato bello, il problema è che rispendevo in musica tutti i soldi che guadagnavo.

Seattle, 1988? Fantastico! Che atmosfera c’era in città pochi mesi prima che esplodessero i Nirvana?

A Seattle quello è stato veramente un periodo entusiasmante! All’epoca i grandi nomi erano Mudhoney e Skin Yard ma c’era la sensazione che qualcosa di bello stava succedendo. In realtà era una piccola scena. Tutti conoscevano tutti e negli anni successivi tutti avrebbero fatto un disco. Ricordo di aver passato un sacco di tempo alla Comet Tavern, allo Squid Row, dove potevi vedere tre band per tre dollari, e in molti locali del centro, per esempio in un posto a Belltown chiamato Vinyl-qualcosa, non ricordo più il nome. Tutti avevano una band, o almeno un fidanzato o una fidanzata che era in una band.

In che modo la musica influenza la tua scrittura?

Traggo molta ispirazione dalla musica e dal cinema, così come dagli altri libri. In “Versioni di me” tratto l’argomento musicale perché la musica è strettamente connessa con la memoria. Inoltre il rock’n’roll ha a che fare con la gioventù. E io volevo rappresentare idee giovanili dalla prospettiva di una persona di mezza età.

Puoi dirmi qualcosa in più del tuo modo di vedere connesse musica e memoria?

Mi interessa il modo in cui il cervello analizza i vari aspetti della musica: il ritmo, le ripetizioni, le rime. Tutte cose che aiutano a inscatolare i ricordi. Noi leghiamo delle tracce alle cose che ricordiamo: la musica è una di queste tracce. Una canzone può riportarti alla mente un’intera estate, o una sensazione vividissima. Mi piace il modo in cui la musica elude la nostra logica.

In “Versioni di me” Nik è ossessionato dalla sua falsa biografia e dalle false recensioni dei suoi dischi. Quanto è importante documentare il rock e quanto è importante la critica rock per il rock?

Adoro leggere la critica rock. Amo leggere Rick Moody quando scrive di rock’n’roll. Amo Greil Marcus e Lester Bangs. La famosa intervista di Lou Reed con Lester Bangs ha ispirato alcuni aspetti di Nik. Amo quell’intervista. Così non posso che risponderti che i critici sono molto importanti. Ho imparato tantissime cose leggendo recensioni sulle varie fanzine e su riviste quali NME e Melody Maker. Leggo le recensioni di Pitchfork. E leggo Mojo se qualcuno ce l’ha.

A quali artisti ti sei ispirata per la creazione di Nik?

Il mio patrigno ha molte cose di Nik. E conosco anche altri potenziali Nik. Per quanto riguarda la musica ho preso spunto da tutti quei dischi autoprodotti, registrati in cantina, e da tutti quegli artisti come Jandek (musicista texano che, dal 1978, si è autoprodotto più di cinquanta dischi, ndr.), R. Stevie Moore (centinaia di dischi autoprodotti dal 1968 ad oggi, ndr.) o Robyn Hitchcock. La punk band di Nik nella mia testa suona come i Television, mentre la sua pop band come i Big Star o i Badfinger. Le sperimentazioni soliste di Nik suonano invece come i Suicide. Nella creazione di Nick avevo in mente anche diversi artisti visivi underground come Henry Darger e Achilles Rissoli. Ho pensato anche a Ray Johnson che inscena il proprio suicidio e fa della sua vita la sua arte.

Conosci qualche musicista personalmente?

Conosco alcuni musicisti sconosciuti. Mio marito, per esempio.

Beatles o Rolling Stones?

Beatles. Sono una loro fan ossessiva.

Una canzone dei Beatles?

Dai, no. Impossibile.

Lou Reed o Tom Waits?

Lou.

Una canzone di Lou?

Mi è sempre piaciuta “She’s My Best Friend.”

“Great Jones Street” di Don De Lillo o “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem?

Adoro entrambi i romanzi.

Cosa ti piace di loro?

“Great Jones Street” è brillante e in anticipo sui tempi, divertente e pieno di inventiva. “La fortezza della solitudine” è commovente ed ha delle false note di copertina, quindi ho un debito nei confronti di quel libro.

Vai spesso a sentire musica dal vivo?

A dire il vero, non molto spesso da quando sono diventata madre.

C’è un concerto che ricordi con particolare affetto?

Ho visto Beck e i Flaming Lips a Syracuse quando io e mio marito ci siamo sposati. È stato davvero magico. E quando ero alle superiori, io e mio fratello vedemmo i Replacements a San Bernardino. C’era un autentico casino e fu lì che mi sentii una vera teenager per la prima volta. Poi ricordo tantissimi altri concerti in tutti questi anni, difficile sceglierne uno, ma questi due sono quelli a cui sono più affezionata.

I tuoi cinque album preferiti di tutti i tempi?

Non esiste che ce la faccia a sceglierli. Ma “Pet Sounds” è sicuramente tra i cinque.

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