rete Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rete/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 17:22:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg rete Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rete/ 32 32 Storia della colonna di destra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storia-della-colonna-di-destra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/storia-della-colonna-di-destra/#comments Fri, 08 Apr 2011 08:43:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4139 Questo testo è l’estratto di un intervento presentato a Trento lo scorso 11 novembre in occasione del Simposio Internazionale Pro e contro la trama e pubblicato nel numero 8 di Alfabeta 2.

La Repubblica.it è un animale con due colonne vertebrali.
La prima, quella che scorre leggermente scoliotica sul lato sinistro dello schermo, si propone come logica, consequenziale e gerarchica. Il mondo e l’Italia prendono forma in una spina dorsale di eventi che procede dall’alto verso il basso in un preciso ordine di gravità e di urgenza.

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Questo testo è l’estratto di un intervento presentato a Trento lo scorso 11 novembre in occasione del Simposio Internazionale Pro e contro la trama e pubblicato nel numero 8 di Alfabeta 2.

di Giorgio Vasta

La Repubblica.it è un animale con due colonne vertebrali.
La prima, quella che scorre leggermente scoliotica sul lato sinistro dello schermo, si propone come logica, consequenziale e gerarchica. Il mondo e l’Italia prendono forma in una spina dorsale di eventi che procede dall’alto verso il basso in un preciso ordine di gravità e di urgenza. A destra, più regolare nella grafica – un’infilata a piombo di francobolli che ospitano un’immagine – ma priva all’apparenza di un’organizzazione gerarchica evidente, c’è la seconda colonna vertebrale: lo stupidario, la bizzarria, il fatto senza la notizia, lo svuotamento del contesto, il geroglifico ironico-delirante.
Ogni francobollo fa accedere a un breve filmato o a una sequenza fotografica. A dominare è il sensazionalismo: tra i partecipanti alla maratona di New York c’era anche Edison Pena, uno dei minatori cileni rimasti intrappolati nella cava di San Josè; Baby Rasta si calma solo con il reggae; nel Regno Unito la regina Elisabetta è su facebook; Lory Del Santo ha dichiarato: «Mi piacerebbe diventare la first lady di Berlusconi».
Contro gli stupidari non ho nulla, credo anzi che contengano in sé – se accuratamente decontestualizzati e costretti a un detournement – uno straordinario potenziale eversivo e che possano funzionare come una miniera dalla quale ricavare suggestioni. Solo, mi incuriosisce la complicità tra le due macrocategorie informative presenti sulla home di La Repubblica.it. Soprattutto mi interessa riflettere sul bisogno di erotizzazione del mondo, parzialmente soddisfatto attraverso la sua riduzione a notizia, al quale anche Repubblica.it aderisce. Al difetto di erotismo che connota lo sgranarsi di eventi sulla colonna di sinistra risponde la sessualizzazione – esplicita o cifrata, anarchica e dionisiaca – portata dalla colonna di destra. L’attenzione e il pensiero, costretti a sinistra a una specie di disinfezione erotica, recuperano a destra una dimensione felicemente libertina. È evidente che la fusione, la con-fusione, in atto in Italia tra il politico “disinfettato” – il vecchio modello democristiano che faceva coincidere corpo politico e offertorio – e il politico “erotico” o meglio “pornografico” (un clamoroso ritorno del rimosso) porta ulteriormente avanti questo processo. Ed è altrettanto evidente che in tutto ciò il corpo di Berlusconi è la figura del collasso, il punto di fusione. Berlusconi è la temperatura alla quale l’Italia – il solido amorfo nel quale viviamo, il paese di vetro – fonde.
Queste due colonne vertebrali, che nella grafica della home page di La Repubblica.it si allungano separate e parallele, a un livello sostanziale, al livello cioè della struttura simbolica e politica di questo sito, sono intrecciate, profondamente avvinte, elicoidali: il codice genetico di un’idea di comunicazione e al contempo la descrizione nuda e spietata dell’identità di una parte consistente della sinistra italiana.
La Repubblica.it non idealizza i propri utenti. Semmai li fidelizza. Ha dunque scelto di conoscerli, di metterli a fuoco, e si è resa conto che proporre esclusivamente un’informazione regolata su un codice giornalistico di tradizione anglosassone non è funzionale; se accanto a una colonna di sinistra informativa non si prevede anche la presenza del joker, del fool che ghigna e irride, il discorso risulta insufficiente e l’attenzione – ma ancor più la fidelizzazione – declina. La Repubblica.it sa che il suo utente – ma forse più esatto sarebbe parlare di spettatore – desidera informazione ma al contempo ha bisogno di dipendenza, e sa che gli spot emotivi sintetizzati nei francobolli della colonna divertissement – di fatto vere e proprie percezioni del vuoto, legami erotici inconseguenti, inabissamenti scherzosi in un amnios senza forma e senza fine – sono in grado di generare dipendenza. Soprattutto, questi spot-francobolli sono funzionali a una continua strategica interferenza.
Buona parte della trama del presente si fonda su meccanismi che se a una prima analisi possono apparire aberranti si rivelano poi, a uno sguardo più attento, paradossalmente adeguati all’adattamento a un ecosistema mutato. Il nostro corpo, la nostra storia, si muove su uno sfondo organizzato nella forma del brusio. Per muoverci da A a B, fisicamente o psicologicamente, dobbiamo appunto attraversare il cosiddetto “rumore di fondo”. Quando il nostro movimento si confronta con la rete è come se, cronenberghianamente, immergessimo le nostre teste nell’oceano al contempo superficiale e profondissimo dei pixel, nel nido di vespe dal quale si leva un ronzio semiassordante.
Il combattimento continuo con il rumore di fondo – il tentativo di andare avanti verso la propria meta, di restarne consapevoli, di mantenerne in vita la percezione e il senso, seppure transitorio – è la cifra di quello che ci accade. Ma il rumore di fondo è centripeto, esigente, pretende di attrarre tutto a sé, vuole assorbire la figura e trasformarla in materia dello sfondo. Dunque, sapendo di poter contare sulla nostra complicità, ci costringe a un dialogo fitto e reiterato con una moltiplicazione di nodi tanto fosforescenti nel momento in cui ci attraggono quanto evanescenti quando, esaurita la loro funzione, ci ritroviamo dentro una pagina internet senza ricordarci come ci siamo arrivati e senza ricordarci che cosa, in origine, eravamo andati a cercare.
Se la colonna di sinistra di La Repubblica.it, per quella che è la sua natura statutaria, presume di descrivere il mondo, quella di destra corrisponde al modo in cui il mondo ha bisogno di sabotarsi. Di invalidarsi. La distrazione – il procrastinare, il vagare, l’introiezione del nido di vespe che dall’esterno slitta al nostro interno e coincide con il contenuto della nostra testa – serve a dare concretezza a un inconsapevole progetto di dismissione della nostra memoria a breve termine e alla sua sostituzione con un morbidissimo buco nero. Gli spot microemozionali della colonna di destra di La Repubblica.it sono, come detto, percezioni del vuoto; il nostro sguardo si nutre di vuoto, di smaterializzazione: minuti ore e secoli dopo (non sappiamo più dopo che cosa) ci ritroviamo a osservare il monitor e tutto lo spazio intorno semiconsapevoli di essere immersi in un transito di senso.
Ma mentre tutto ciò che è spam è in azione, la colonna di sinistra non smette di funzionare e, anche tramite l’induzione di un senso di colpa, ci domanda attenzione. A quel punto si definisce la nostra naturale schizofrenia. Perché mentre il nostro sguardo – questo fierissimo Ulisse della conoscenza – muove verso sinistra in cerca della notizia, le sirene conficcate nei quadratini alla nostra destra lo irretiscono cantando se non addirittura strepitando per farsi ascoltare; ne discende un tragicomico strabismo divergente nel quale si concentra una piccola apocalisse, la rivelazione della nostra attuale consistenza: la partecipazione – anche nella sua manifestazione preliminare di ricerca di informazione – è una prassi ibridata e contraddittoria. Ed è inesorabilmente consumo.
La Repubblica.it ha compreso che il suo spettatore deve consumare mondo, deve consumare Italia: il suo spettatore è un piccolo cannibale che seduto mite davanti al proprio computer trascorre il tempo rosicchiando Berlusconi, Bossi, Bersani e Ruby Rubacuori, Lele Mora e Rosy Bindi. Ma la dieta ideale prevede anche l’assunzione di nuclei ipercalorici: Franco Califano chiede la legge Bacchelli: «Adesso sono povero»; Kirsten Dunst si arrende: anche per lei ciak in topless.
Al perfezionamento ultimo di questa dieta politico-alimentare sta provvedendo la metamorfosi in atto rendendo indistinguibili – in termini di forma e contenuto – lo specifico nutrizionale delle due colonne. La soglia che formalmente le separava è quasi del tutto cancellata e imperversa un crossing-over prepotente di strutture e sostanze, un’emulsione che polverizza differenze e gerarchie. Al di là dei nomi propri ci sembra del tutto naturale trovare quanto riguarda Fabrizio Corona nella colonna di sinistra e quanto riguarda Silvio Berlusconi nella colonna di destra (sapendo che già adesso, e da tempo, una biografia contiene in filigrana l’altra).
E qui ritornerebbe quanto detto a proposito di Berlusconi come punto di con-fusione: Berlusconi è la trama elicoidale del nostro presente, la sintesi delle contraddizioni, il luogo della coesistenza degli opposti, non l’attore in scena bensì il teatro intero, la più potente estroflessione del bisogno pubblico – ormai famelico – di un privato “tramato”.
Nel momento in cui il confine formale tra le due colonne si dissolve ci ritroviamo nelle condizioni di Psiche che nel racconto di Apuleio deve confrontarsi con un enorme mucchio di granaglie nel quale sono mescolati semi di miglio frumento orzo papaveri ceci e lenticchie. Ogni grano va distinto dall’altro e i semi vanno radunati in mucchi omogenei. Diversamente da Psiche, costretta suo malgrado a discernere per passare dal caos al cosmo, noi affrontiamo il caos come strutturale e fisiologico; talmente naturale che nessun trauma viene a visitarci: il mucchio delle granaglie – un altro modo nel quale il mondo ci domanda di essere, insieme a lui, rumore di fondo – tutt’altro che generare una sfida ha la capacità di assolverci. Di fronte a un’azione impossibile, un’azione diabolicamente adulta, veniamo confortati nel nostro bisogno di essere eternamente – ed estremisticamente – figli. E del resto, mentre osserviamo il magma di semi – semi che invertono il proprio connotato elettivo e si fanno forma della sterilità – sappiamo che nessuna formica, diversamente da quanto accade a Psiche, verrà in nostro soccorso. Meglio allora restare fermi e aspettare, contemplare questo oceano di pixel vegetali, ma mai e poi mai cominciare.
La home page di La Repubblica.it mi propone un racconto del mondo direttamente connesso all’idea di cambiamento. Fino a quando l’unico strumento in grado di informarci erano i giornali cartacei, il mondo cambiava una sola volta al giorno (quando leggendo i giornali – durante l’hegeliana mattutina preghiera dell’uomo moderno – prendevamo atto dei mutamenti); radio e televisione hanno modificato la frequenza di “approvigionamento” di informazioni permettendoci di ascoltare e guardare notizie con una cadenza ben precisa e regolata (tanto che le rare edizioni straordinarie facevano irruzione come eccezione, dunque come trauma, aritmia, un’accelerazione violenta nell’ordinata tramatura del tempo); l’avvento della rete, nel consentirci una cronaca in diretta del mondo, ci ha indotto a pensare che il mondo sia una cosa in continuo aggiornamento, una ragnatela di eventi dalla quale ricaviamo un’illusione di densità. Il fatto poi che in rete io non debba limitarmi ad aspettare un aggiornamento esterno ma possa intervenire attivamente stimolando una zona sensibile del monitor in grado di mostrarmi, di riflesso, un mutamento, genera quella perfetta allucinazione a partire dalla quale, persuasi di essere in grado di convocare il mondo, riteniamo di riguadagnare un fantasma di soggettività storica.
E dunque: sto sulla home page di La Repubblica.it, clicco su aggiorna, sulla colonna di sinistra compare una notizia che un istante prima non c’era o evolve una notizia già presente e io sento il mondo respirare, ne intercetto il battito cardiaco, mi installo tra sistole e diastole: di fatto vedo il tempo mutare; dunque penso di essere nel divenire che modifica le cose, dentro quella particolarissima eccitazione: la mia soggettività – storica e politica – si incunea nel mondo, dà del tu al mondo e dal mondo è ricambiata.
Se però faccio tre passi indietro e sollevo lo sguardo riconosco di colpo il mondo minerale e immoto, il tempo duro e inscalfibile, indifferente, e mi rendo conto che è solo il vago pulviscolo di pixel che lo circonda – questa cenere bianca elettrica in sospensione che poco a poco si deposita – a darmi la sensazione che esista un movimento.

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Cittadino Mark Zuckerberg https://minimaetmoralia.it/cinema/cittadino-mark-zuckerberg/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cittadino-mark-zuckerberg/#comments Tue, 04 Jan 2011 10:17:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3589 di Nicola Villa

Si è molto parlato del nuovo film di David Fincher (già regista di Seven e Fight Club) che racconta la genesi di Facebook, la piattaforma sociale sul web che ha conquistato, in appena sei anni, 500 milioni di utenti. The social network è un avvincente Quarto potere d’oggi perché racconta senza pudore l’ascesa al successo di un imprenditore e l’affermarsi sociale e economico di un’impresa, con tutto il corollario di battaglie nei tribunali contro gli amici/nemici.

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Si è molto parlato del nuovo film di David Fincher (già regista di Seven e Fight Club) che racconta la genesi di Facebook, la piattaforma sociale sul web che ha conquistato, in appena sei anni, 500 milioni di utenti. The social network è un avvincente Quarto potere d’oggi perché racconta senza pudore l’ascesa al successo di un imprenditore e l’affermarsi sociale e economico di un’impresa, con tutto il corollario di battaglie nei tribunali contro gli amici/nemici. Da questo punto di vista il film vale come esempio del rinnovato self made man capitalista, colui che per emergere riesce a mettere in fila tutti, o, più prosaicamente, il son-of-a-bitch che si fa da solo non esitando a fregare amici e nemici indistintamente. Ma se per il cittadino Kane di Orson Wells l’oggetto del desiderio, l’atto mancato, era Rosebud, lo slittino simulacro dell’infanzia e della felicità perdute, per il cittadino Mark Zuckerberg, il più giovane billionario del mondo, tutto ha inizio con una ragazza che lo molla non perché è un nerd, ma soltanto uno stronzo. Il ferito Zuckerberg si vendica costruendo, la sera stessa della delusione sentimentale-sociale, un sito che raggruppa tutte le foto delle studentesse degli albi di fine anno di Harvard – quelli che vengono chiamati volgarmente i “libri di facce” cioè i facebooks – grazie a un algoritmo geniale prestatogli dal suo compagno di stanza. La vendetta telematica, che si chiamava “facemash”, registra un tale successo di visite che in una sola notte fa andare in crash i server dell’università che ogni anno sforna i genietti informatici. Zuckerberg si rende allora conto di avere per le mani un’intuizione pronta a esplodere e la sviluppa, la evolve, la perfeziona fino a che il social network non diventa una realtà mondiale e un’azienda da milioni di dollari. Il tutto grazie all’apporto di alcuni fratelli maggiori, tra i quali Sean Parker uno degli inventori di Napster, il programma che ha mutato radicalmente, in peggio e in maniera irreversibile, l’industria della musica tramite lo scambio gratuito di file musicali in rete.

“Dobbiamo ficcarci in testa che essere fighi è diventato un bisogno primario” – ha detto il ricercatore sociale Andrea Rampini, che per caso ha la stessa età di Zuckerberg – e questo è il nocciolo della questione del successo di Facebook: un’illusione di esclusività, il narcisismo pervasivo, la dipendenza dal gossip, il desiderio di costruirsi un’autorappresentazione fasulla sono insieme strumenti di controllo e obbiettivi su cui ha puntato il network sociale, potenziandoli. Non essendo un film generazionale, The social network è già un documento storico su una rivoluzione sociale accaduta e che sta ancora avvenendo: “Prima la gente viveva in campagna, poi si è trasferita in città e ora la stiamo portando a vivere su internet” dice trionfante Sean Parker, a un certo punto del racconto, descrivendo perfettamente la mutazione antropologica e sociale che ci sta riguardando.
Facebook è una grande illusione che ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, di rapportarci agli altri con la promessa dell’esclusività, della popolarità e dell’essere fighi. In cambio di questi bisogni primari, stiamo barattando – o l’abbiamo già fatto – il nostro tempo prezioso, le nostre intelligenze potenziali e i collegamenti che ne possono nascere. Oltre a essere un mezzo strepitoso di comunicazione e un bacino di conoscenze, internet può essere soprattutto uno strumento per il pensiero critico e un luogo dove autorganizzarsi. Facebook è riuscito a depotenziare queste capacità, diventando l’antidoto e il contrario stesso del web, essendo il principale alleato di tutte le polizie del mondo (Cia in testa) attraverso la violazione della privacy, mettendo le catene, insomma, alla libera circolazione degli individui su internet. Un esempio a riprova, tra gli altri, è la quantità di mash up sulle bacheche di chi ha un profilo facebook: questa pratica consiste semplicemente nel copiare, incollare e condividere immagini, video, canzoni, cioè prodotti di consumo pre-esistenti, per creare una selezione di gusti commerciali, o peggio per circondarsi di una coltre di cultura trash demenziale e pop senza senso e, sempre più, distraente. Ogni volta che qualcuno clicca sul bottone blu “mi piace” è come se votasse per Bush, come se affermasse un desiderio conformistico, per paradosso, travestito da libera scelta e indipendenza. Se Facebook è il nuovo oppio dei popoli, allora Mark Zuckerberg è il più importante corruttore del nostro tempo, capo di un vero e proprio disegno dall’alto per disinnescare un mezzo sulla carta incontrollabile come il www.

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Altre narrazioni (parte terza) https://minimaetmoralia.it/societa/altre-narrazioni-parte-terza/ https://minimaetmoralia.it/societa/altre-narrazioni-parte-terza/#respond Tue, 20 Jul 2010 08:27:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2737 Sarà che il maschio è in crisi. Sarà che ogni tentativo di approccio all’altro sesso è ormai un atto potenzialmente letale per la propria identità sessuale; si passa da un pericolo all’altro con l’unica consapevolezza di non capire bene quale sia il proprio ruolo e a quale tradizione attenersi

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Incontri mancati e retoriche del colpo di fulmine

Sarà che il maschio è in crisi. Sarà che ogni tentativo di approccio all’altro sesso è ormai un atto potenzialmente letale per la propria identità sessuale; si passa da un pericolo all’altro con l’unica consapevolezza di non capire bene quale sia il proprio ruolo e a quale tradizione attenersi. Così si procede per tentativi cercando di scansare il reato di stalking, o quello, forse più grave, di ingenuo sentimentalismo anni ‘90 – un decennio nel quale ai giovani uomini si era raccontata la favola del potere sensuale del proprio lato femminile. Fino al paradosso odierno del metrosexual apertamente gay e del gay dai modi bruschi, quei modi che un tempo gli uomini solevano ostentare come una virtù esclusiva e per questo distintiva.

E ancora, sarà colpa della televisione, che dagli anni ‘90 non fa altro che intrufolarsi all’interno di comunità più o meno chiuse e marginali per raccontare a quelli che non ne fanno parte tutto quello che c’è da sapere, tutti i codici comportamentali, il lessico e i ruoli che un tempo erano appannaggio esclusivo degli “affiliati”. Non potevi entrare in cucina e sentire i discorsi poco edificanti dei camerieri sugli avventori se non eri un cameriere. E invece adesso sì. Tutto è cambiato. Sex and the City, per esempio, ha sbattuto in faccia agli uomini verità molto dure da accettare sul mondo femminile. Insomma, oggigiorno si presume di conoscersi bene tra uomini e donne e viviamo immersi in uno stato di enduring war. Come ricorda Franco La Cecla nel suo Modi Bruschi. Antropologia del maschio (Elèuthera, 2010), lo spazio dell’ambiguità, dell’incomprensione reciproca, vera coltura della seduzione e dell’incontro, è andato a farsi benedire.
A furia di dare bastonate al maschio ci sono andate di mezzo un po’ tutte le altre identità sessuali. Prima tra tutte quella femminile – che lamenta tassi di impotenza e debolezze insostenibili senza riconoscere le proprie responsabilità. Solo la mamma continua a non lamentarsi del proprio figliolo. Oh, le mamme italiane: che immane sciagura.

Non è quindi un caso che molti incontri avvengano online.
Ma non è questo di cui si vuole parlare qui. Questa non è l’ennesima tirata sui siti di dating.
In discussione c’è il “nuovo” dispositivo non narrativo piegato alla narrazione. Meglio, un distributore instancabile di storie potenziali, incipit di racconti d’amore (anzi, “amore”, pardon) che possibilmente non verranno mai raccontate. Si tratta del sito di annunci più famoso degli USA, Craigslist – vera e propria piaga d’Egitto dei quotidiani, specie di quelli locali che di annunci campavano. E nello specifico della sua sezione dedicata alle missed connection. Cos’è una missed connection è presto detto: presente quella biondina che vedete tutte le mattine alla fermata del 33 a cui non avete mai avuto il coraggio di presentarvi? Una missed connection è quell’incontro amoroso sfumato a causa della vostra timidezza e/o, se proprio vogliamo esagerare, della confusione del gender.
Come racconta Matteo Bittanti in un suo recente saggio apparso nell’antologia Anni Zero (ISBN, 2009), siti e strumenti di social networking si dividono in due categorie, quelli che presuppongono un’interazione in tempo reale e quelli che prevedono una comunicazione di tipo asincrono. Le missed conncetion non fanno parte né dell’una né dell’altra. Il web 2.0 ci incoraggia ad essere individui sociali, a comunicare ben oltre le normali capacità della maggior parte di noi, a tenere vive relazioni di cui non ci frega niente ma che fanno status o che potrebbero un giorno rivelarsi utili. Ma Missed Connection di Craigslist è diverso. Non incoraggia la comunicazione a due vie, non è la battuta di apertura di un dialogo, quello che i suoi frequentatori cercano non è la risposta di una persona qualsiasi ma di quella persona specifica (speciale); è solo la sua risposta, tra tutte, che interessa. Ogni giorno centinaia di individui di tutte le età e le etnie, di tutti i credi religiosi e i gusti sessuali, pubblicano il loro annuncio nella speranza che la persona incrociata per strada, in metropolitana, in un bar, risponda al loro annuncio. I messaggi sono divisi per categorie: m4w (uomo per donna); w4m (donna per uomo); m4m (uomo per uomo); w4w (donna per donna). Ne riporto uno:

Monday, November 23, 2009 -m4w You were wearing a green dress with white buttons. We made eye contact at least three times on the 6 train this morning. All of a sudden you gave a little smile, and looked down at your lap, as though at some secret joke. You never looked up again and I had to get off at Bleeker. I wish I could have seen inside your beautiful head.

Si brama la conferma che quell’eye contact (l’espressione più usata per esprimere la convinzione del reciproco interesse, la folgorazione del colpo di fulmine, giustificazione dell’annuncio stesso e della speranza che sottende) non solo c’è stato ma che significa “per te” quello che significa “per me”.

Sono passati tre anni da quando ci siamo incontrati al campo volo, e ho pensato spesso a te. Sei scomparsa così in fretta quando ho fatto atterrare il Pallone aerostatico che non ho mai avuto la possibilità di parlare davvero con te. Non conosco nemmeno il tuo nome, ricordo però quello di tuo figlio, Owen. Mi piacerebbe vedere se siamo davvero interessati l’uno all’altra come sembrava da quelle poche battute che abbiamo scambiato. Sei ancora in circolazione? C’è qualche possibilità che legga questa roba? Qualsiasi risposta dovrebbe includere il ruolo che il padre di Owen ha nella tua vita. Sperando senza speranze…

Le storie che racconta, dicevo, sono immerse nel liquido amniotico della potenzialità. Va da sé che le possibilità che qualcuno si faccia vivo sono ridotte al flebile lumicino della speranza. L’altra persona deve anzitutto trovare la bottiglia e leggere il messaggio, provare un sentimento analogo e scegliere di rispondere. Ammesso che non sia già impegnata o abbia inclinazioni sessuali diverse. Non è certo la statistica che gioca a favore degli amanti. Prendersi gioco di loro, però, è peccato mortale. Per quanto la tentazione sia fortissima. “Salve caro esploratore volante fuori tempo massimo, sono il papà di Owen e volevo scambiare due chiacchiere con te…”. Per questo i messaggi hanno un codice di sicurezza molto semplice ed efficace: se sei davvero tu dimmi com’ero vestito o com’eri vestita tu o quali erano i prodotti in sconto al supermercato dove “we made eye contact”. Anche se in forma ultra-seminale, è un amore che non vuole essere preso in giro, sarebbe un affronto intollerabile. Ah, le struggenti evoluzioni amorose delle passeggiate, il sogno romantico dei viaggiatori metropolitani, l’amore che timidamente, ma con la tenacia d’una pianta che cresce tra il marciapiede e il muro sbrecciato, sboccia tra lo sferragliare dei treni, il caldo soffocante del metrò, tra i telefonini surriscaldati dall’uso e dalla maleducazione (ti ho visto, eri al telefono, parlavi con una tua amica, hai fatto un battuta divertente, ho riso, te ne sei accorta, ci siamo guardati e sei diventata rossa…) e il cinismo adolescenziale. Gli sguardi languidi e voraci di un caffè al bancone del bar. La ricerca costante dell’incontro romantico (“”, queste virgolette mettetele un po’ dove volete), non importa se fidanzati, sposati o meno. La speranza viva, ingenua, che nella sua vanità si fa poesia. La retorica del colpo di fulmine elevata a religione. Luogo dei sospiri, giardino delle lamentazioni. E così via… Che questa roba abbia un forte potere narrativo è confermato sia dalla voracità con la quale sfogliamo le margherite della bacheca virtuale sia dai progetti narrativi che ha generato. Ne segnalo due (più una mappa):

Il primo è I Saw You, antologia di minicomics curata da Julia Wertz dove decine di disegnatori, tra cui Jeffrey Brown e Peter Bagge, hanno illustrato vere (o presunte tali) missed connections. Il secondo è interamente disponibile online, si chiama Missed Connection e anche in questo caso lo strumento usato è l’illustrazione. Il progetto è curato dalla newyorkese Sophie Blackall, il cui tratto morbido e romantico riesce a restituire la leggerezza poetica della maggior parte di questi annunci. Tempo fa la Blackall ha realizzato anche un delizioso piccolo film in salsa sundenciana dei suoi lavori, che potete vedere qui. La mappa, invece, è una mappa degli USA che utilizza le moderne tecniche infografiche di rappresentazione di realtà complesse con l’intento di individuare i luoghi abituali dove accadono le missed connection. Non ci sono scoperte clamorose: se sulla costa e nelle grandi città gli incontri avvengono per lo più sui mezzi pubblici e nei bar, nello sconfinato interno del Paese a dominare la geografia serendipica è il centro commerciale. Missed Connection ci offre la possibilità di superare le nostre paure, doppia le nostre insicurezze, riempie di nuove possibilità i vuoti perfetti delle convenzioni sociali, sfoga la nostra frustrazione, non ci rende migliori, ma ci illude di correggere le nostre limitazioni. Offre una nuova splendente possibilità. Ci espone al pubblico ludibrio in forma anonima. Permette di esprimere desideri sessuali camuffandoli col romanticismo di un mondo dove talvolta “scopare” si dice “prendere un caffè”.

Altre narrazioni (parte prima)
Altre narrazioni (parte seconda)

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