Riccardo Scamarcio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/riccardo-scamarcio/ un blog di approfondimento culturale Sun, 20 May 2018 15:38:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Riccardo Scamarcio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/riccardo-scamarcio/ 32 32 Loro 1 e 2: la fascinazione ambigua di un Sorrentino innamorato https://minimaetmoralia.it/cinema/loro-2-paolo-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/loro-2-paolo-sorrentino/#comments Sat, 19 May 2018 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37235 di Chiara BabuinAdriano Ercolani 

(fonte immagine)

Innanzitutto, il titolo: non “Silvio Berlusconi”, non “Il Cavaliere di Arcore”, ma “Loro”. Già da qui si percepisce l’ambizioso piano dell’opera: non limitarsi a raccontare il politico-impreditore più discusso d’Europa (del Mondo?), ma tutto il sistema che si è creato e ha gravitato attorno alla sua figura.

Berlusconi, nel suo essere incarnazione definitiva e vittoriosa dei difetti tradizionali del carattere italiano, è la summa di tutte le ossessioni di Paolo Sorrentino: la solitudine del Potere nella sua decadenza (Il Divo, The Young Pope), la vecchiezza dilaniata tra rassegnata saggezza e puro desiderio di nuova vita da parte di un uomo che ha tutto, unita alla fascinazione per vite scintillanti ma piene di vuoto (Youth, La Grande Bellezza), l’ossessione erotica mai risolta (Le conseguenze dell’amore), il recupero di un’identità immaginaria (This must be the place). “Abbiamo una gamma limitata di cose che che sappiamo fare, quindi facciamo sempre un unico film con delle variazioni sul tema", afferma infatti lo stesso regista.

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di Chiara BabuinAdriano Ercolani 

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Innanzitutto, il titolo: non “Silvio Berlusconi”, non “Il Cavaliere di Arcore”, ma “Loro”. Già da qui si percepisce l’ambizioso piano dell’opera: non limitarsi a raccontare il politico-impreditore più discusso d’Europa (del Mondo?), ma tutto il sistema che si è creato e ha gravitato attorno alla sua figura.

Berlusconi, nel suo essere incarnazione definitiva e vittoriosa dei difetti tradizionali del carattere italiano, è la summa di tutte le ossessioni di Paolo Sorrentino: la solitudine del Potere nella sua decadenza (Il Divo, The Young Pope), la vecchiezza dilaniata tra rassegnata saggezza e puro desiderio di nuova vita da parte di un uomo che ha tutto, unita alla fascinazione per vite scintillanti ma piene di vuoto (Youth, La Grande Bellezza), l’ossessione erotica mai risolta (Le conseguenze dell’amore), il recupero di un’identità immaginaria (This must be the place). “Abbiamo una gamma limitata di cose che sappiamo fare, quindi facciamo sempre un unico film con delle variazioni sul tema”, afferma infatti lo stesso regista.

Se ne Il Divo, Sorrentino ha dato prova di essere in grado di illustrare la complicata cornice che agiva e veniva fatta agire attorno all’enigmatico Andreotti, purtroppo con Loro ha fallito completamente. A nulla è valso dividere il film in due episodi: il primo ha proprio la funzione di mostrare al pubblico tutto il giro di personaggi di dubbia moralità, impossessati dalla sete di potere, fama e soldi che poi è confluita alla “corte” di Berlusconi, qui alla prese nel rattoppare gli squarci del suo matrimonio.

Andreotti rappresentava un Moloch indecifrabile, la Sfinge del Potere dietro la cui apparente austerità monacale si celavano abissi di inferno morale: per questo la trasfigurazione grottesca è stata potente, poiché mostrava ciò che è fuori dalla scena (“osceno”, secondo un’etimologia un po’ fantasiosa ma suggestiva proposta da Carmelo Bene).

In questo senso, Berlusconi non è osceno, è (nell’etimo) pura pornocrazia: lo scandalo, la trasgressione, la volgarità sono stati da lui esibiti a testa alta, le cronache sono state invase da intercettazioni, foto, testimonianze in grado di far arrossire meretrici stagionate.

Non si può eccedere il porno (tornando a CB): o lo si sublima  o si scade in una ridondanza inutile, sorpassata dalla realtà, annichilita dalla cronaca, per di più recente.

E infatti Loro 1 è un’infinita carrellata di corpi femminili, brutalmente sbattuti davanti a una camera che evidentemente non sa come inquadrarli, per l’ennesima volta. Sì, perché una costante nel cinema di Sorrentino, ormai un segreto di Pulcinella, dopo il film-manifesto della sua interiorità, quale è stato La Grande Bellezza, è il problema col Femminino. Ciò è facilmente intuibile da come il regista napoletano inquadra, in tutti i suoi film, il corpo femminile: mai sensuali, tutti allo stesso modo, lontani, algidi, irraggiungibili, ripresi a mezzo busto o a figura intera. Mai un dettaglio, mai in macro.

La camera e le ottiche che ad essa si possono applicare rivelano lo sguardo, l’interesse, l’ossessione, per non parlare delle paure e del disagio di chi ci sta dietro. Sembra psicologia spicciola, in realtà è una verità facilmente comprovabile guardando, ad esempio, la seducente carnalità del cinema di Godard, non a caso grande ammaliatore. Sembra quasi che Sorrentino confessi un terrore atavico della donna, anzi, della Donna. Paura della contaminazione, della profondità, dell’abbraccio osmotico. Infatti, in questo primo episodio dove la figura femminile è quasi onnipresente, non c’è mai profondità: di sguardo, di introspezione psicologica, di sentimenti o pensieri femminili: è una squallida esposizione di carne da monta drogata, senza un vissuto, senza un contesto, senza un reale movente. È la svendita di una giovinezza che non si sa perché ha deciso di essere buona a niente; non si sa, principalmente perché al regista probabilmente non importa saperlo, esattamente come nei film di serie b.

In Sorrentino, la figura femminile o è un’apparizione intoccabile, e quindi da osservare a rispettosa distanza, come la Miss Mondo di Youth, o è oggetto da consumare/compatire (il personaggio di Isabella Ferrari ne La Grande Bellezza o tutte le ragazze di Loro) oppure è un essere non più interessato al sesso, perché innocente o semplicemente distaccato, come sono rispettivamente Stella e Veronica Lario in quest’ultima pellicola (come in precedenza la spogliarellista Ramona interpretata da Sabrina Ferilli nel suo film più premiato era accessibile emotivamente solo attraverso una desessualizzazione).

In ogni caso, in Sorrentino, il femminile non si affronta direttamente. Mai.

Ciò detto, paradossalmente,  l’idea più riuscita (pur nella sua grevità da barzelletta sconcia) del primo episodio è quella della “svolta” (illusoria) ispirata dal tatuaggio sulla natica della escort, durante un coito esaltato dalla cocaina: una scena che (nel suo goffo imitare lo Scorsese di The Wolf of New York) rende bene la miseria infinita dell’immaginario che ha dominato il paese nel ventennio berlusconiano.

Felice, come idea ma non come realizzazione, la trovata di rappresentare Scamarcio come una sorta di Grande Gatsby nei confronti di Berlusconi: lo squallore della sbornia passata dopo l’orgia ha il suo referente letterario prediletto proprio in F.S. Fitzgerald.

Anche le intuizioni fondamentali sono intelligenti: l’idea di raccontare Berlusconi all’inizio lateralmente (l’angoscioso anelito dei suoi lacché) o nella vita privata (la prigione dorata della Villa in Sardegna, l’incomunicabilità con la moglie) o di renderlo una maschera della Commedia dell’Arte, un Pulcinella brianzolo (la passione per la canzone napoletana regala forse le scene più belle del film).

Sorrentino è perfetto nel cogliere il grottesco e molto bravo nel rappresentarlo: sono le dosi ad essere sballate.

Il film offre il paradosso di uno chef stellato che ha sul tavolo tutti ingredienti di primissima qualità, ovvero le interpretazioni notevoli di Servillo (gigione il giusto e a tratti fenomenale), Elena Sofia Ricci (una Veronica Lario credibile nonostante la scelta didascalica di affidare alla sua voce il giudizio storico sulla parabola berlusconiana), Kasia Smutniak (bravissima nel mostrare il volto dolente dell’Ape Regina) e Riccardo Scamarcio (vero protagonista della prima parte, convincente nel rappresentare il Tarantini della situazione)… eppure il piatto non è buono.

Il secondo episodio è incentrato sul Silvio del “fare” e sul suo piano di rimonta politica. Inizialmente, tutto sembra scorrere; poi, all’improvviso la sceneggiatura se ne vola via (proprio come nella parodia di Fellini, all’inizio di FF.SS. di Renzo Arbore, che Sorrentino da buon napoletano probabilmente conosce a memoria).
La partenza faceva ben sperare: l’idea di raccontare la rinascita nel dialogo con Ennio Doris, rappresentato come un doppelganger biondo, glaucopide e grintoso, è efficace.

La telefonata da piazzista alla casalinga è un pezzo da antologia.

La conquista dei sei senatori è raccontata con ritmo e acume psicologico.

Eppure, una di seguito all’altra, a livello di sceneggiatura, non funzionano: l’una è lo spiegone dell’altra, e l’altra è lo spiegone dello spiegone: la summa del didascalismo. Da non confondere con il doveroso spirito documentaristico, di cui Sorrentino aveva dato brillante prova, come già dicevamo, ne Il Divo. Il regista napoletano non è riuscito a bissare il perfetto bilanciamento tra nozioni e narrazione in Loro, sostanzialmente per due motivi.

Il primo è di ordine esistenziale-metodologico: la distanza tra i fatti narrati, seppur poeticamente, e la creazione cinematografica è troppo breve (ne Il Divo erano passati almeno 10 anni); il secondo è l’impossibilità a priori di riuscire a narrare con lucidità fatti di cronaca così recente: Sorrentino è profondamente affascinato dal Berlusconi beffardo, irresistibile, dialetticamente invincibile in quanto perenne menzognero. In poche parole, Sorrentino ne è completamente innamorato. E questo non solo abbatte la distanza critica, ma genera una confusione che è totalmente percepibile in entrambi gli episodi. In più, la confusione aumenta, perché è un “amore volgare”, in quanto razionalmente non lo si può accettare.

Insomma, o si ha la lucidità cronachistica di Rosi, Petri o Germi con cui è possibile parlare di tutto, oppure, se si è un autore come Sorrentino, non ci si può permettere di essere diviso tra il fascino indiscriminato e la moraletta cattolica. Anche per questo, appare evidente che a Sorrentino manca un Zavattini, un Flaiano, un Tonino Guerra, in grado di indirizzare in maniera meno caotica e slegata la sua fame visionaria e il suo innegabile talento.

Ciò detto, è chiaro che il secondo capitolo, incentrato interamente sulla figura di Berlusconi come seduttore e maschera insondabile, benché più articolato, non può essere tanto migliore del primo, poiché a quanto detto poc’anzi si aggiunge la visione già esaminata del regista napoletano sulle donne: se non si riesce a rendere sensuali le inquadrature su corpi attraenti, se si subisce una fascinazione ma la si castra con lo scrupolo morale, come si può raccontare la vita di uno dei più grandi seduttori dei nostri giorni; un uomo che non solo ha genuinamente ammaliato centinaia di donne, ma che ha abbagliato un paese intero?

La grande occasione consisteva proprio nel raccontare da una parte la macchina del Potere politico, dall’altra il Potere umano della seduzione. Che lo si voglia o meno, Berlusconi, come simbolo, è la più grande rappresentazione contemporanea della dinamica faustiana: la potenza maligna di far rovinare le persone, solo con la propria presenza, senza agire; la fascinazione per Lucifero, l’immoralità e i desideri oscuri da premiare.

Purtroppo, Sorrentino, proprio perché per il suo sguardo cinematografico la figura di Berlusconi rappresenta la tentazione suprema, non è il regista più qualificato per farlo.

Se si è troppo vicini a una montagna, non si ha la distanza per coglierne una visione complessiva.

Dal punto di vista del linguaggio cinematografico, Loro non verrà certamente ricordato. Soffre di una regia talmente vetusta, che sembra essere tornati indietro di almeno 15 anni, se non di più. Si potrebbe obiettare a questa affermazione, dicendo che tale scelta è voluta, ma se così fosse, non funziona: già in Youth Sorrentino aveva fatto delle scorribande nel pop, girando un finto videoclip: inguardabile. In Loro sono diverse queste incursioni nella cultura di massa, con evidente intenzione di fare la parodia del linguaggio televisivo consacrato dalle reti di Berlusconi. Purtroppo, anche qui Sorrentino non trova l’equilibrio: da una parte manca completamente lo studio del linguaggio pop (procedura necessaria per dar luogo a qualsiasi intento parodistico: non basta inserire qualche rallenty a caso qua e là), dall’altra c’è l’arroccamento nel suo ruolo d’Autore, da premio Oscar.

Stendiamo poi un velo pietoso sugli effetti speciali orrendi, di cui purtroppo ci aveva già dato tragicamente un assaggio con i fenicotteri in CG ne La Grande Bellezza.

Loro 1 e 2 durano in totale 204 minuti, come l’Andrej Rublev di Tarkovskij: quest’ultimo è un inno alla vita e all’Arte, il primo è un un inno allo spreco delle medesime.

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Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/#comments Thu, 24 Jul 2014 10:07:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22376 di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l'elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all'Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d'Agnolo Vallan.

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Manglehorn, di David Gordon Green.

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Nel precdente “Joe” aveva salvato Nicholas Cage dalla caduta libera in cui l’attore stava precipitando restituendolo a un ruolo decente. A un anno di distanza David Gordon Green ci riprova con Al Pacino. Gli mette accanto Holly Hunter, Chris Messina e Harmony Korine (proprio lui, il regista di Spring breakers che molti fece agitare alla Mostra di due anni fa). Manglehorn è la storia di un ex detenuto (Pacino) che cerca di cancellare il passato lavorando come ferramenta in una piccola città. Ovviamente il passato tornerà a cercarlo. David Gordon Green è regista di film robusti e ben piantati sulla terra. 

Pasolini, di Abel Ferrara

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Ed ecco il primo film che solleverà casini alla mostra di quest’anno. Con Willem Defoe nel ruolo di Pasolini, Riccardo Scamarcio in quello di Ninetto Davoli. E poi c’è Maurizio Braucci (il più bravo sceneggiatore italiano, vedi alle voci Gomorra, L’intervallo, Piccola patria, Bellas Mariposas…) arruolato nella banda dell’Esquilino. A preoccupare è però più che altro il pratone della Casilina con la scena possibile delle fellatio seriali di Petrolio. A questo si attaccheranno quelli che vanno al cinema per riempire qualche pagina di cronaca. I filologi duri e puri saranno invece tormentati dal fatto che Defoe recita in inglese. A chi glie l’ha fatto notare, pare che Ferrara abbia risposto anche giustamente: “‘fanculo! Non è un saggio accademico. È un film di Abel Ferrara!”

Near Death Experience, di Gustave Kervern e Michel Houellebecq (interpretato da Michel Houellebecq)

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Questo volto devastato appartiene al Michel Houellebecq di oggi. Che insieme a Gustave Kerven ha dato vita a un film cucito addosso alla poetica (oltre che alla figura) dell’autore di Particelle elementari e Estensione del dominio della lotta. Dopo la il dramma c’è la farsa. Dopo la farsa la tragedia. Ma dopo la tragedia arriva il teatro della peste di Artaud, vale a dire il comico e il disturbante. All’insegna del comico e del disturbante questo NDE (Near Death Experience) in cui lo scrittore francese (o ciò che ne rimane, forse la parte più preziosa) domina la scena vestito da ciclista (come il signor Tirone di Ciprì e Maresco) e cerca di farla finita forse senza successo.

Roy Andersson, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

 

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Non conosciuto dal grande pubblico, secondo alcuni, semplicemente, lo svedese Roy Andersson è tra i cinque registi viventi più grandi del mondo. Al pari di Lynch o Cronenberg. Solo che Andersson è un europeo, e dunque si trova molto più a suo agio a spaziare nei territori che furono di Samuel Beckett e soprattutto (per il cinema) di Luis Buñuel. Ci sono anche i Monty Python e il Jacques Tati di Monsieur Hulot nel suo cinema, solo scaraventati in atmosfere molto meno rassicuranti. Candidabile Leone.

Trois coeurs, di Benoît Jacquot

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Con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chaterine Deneuve, Chiara Mastroianni. In mezzo a tanta sperimentazione, auteurs, aspiranti tali e autori pazzi, un sofisticato melodramma borghese dovrebbe sulla carta andare bene. Storia di tradimenti, coincidenze, palpitazioni all’inseguimento dell’amore negato proprio a chi lo cerca. Per signore di ogni sesso e età.

Nynphomaniac vol.II integrale, di Lars von Trier

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Ecco la Gainsbourg in una posa decisamente diversa rispetto a quella del film di Jaquot. A proposito di registi pazzi, geniali e furbacchioni. Potrete vedere al Lido la seconda parte non censurata di Nynphomaniac. Per la maggior parte del pubblico maschile (rapida indagine tra i miei amici) era più importante (vol. I integrale) capire quanto a fondo si spingeva Stacy Marin nei suoi pompini anziché scandagliare con più dovizia di particolari rispetto alla versione censurata le sevizie inferte alla quasi milf Charlotte nel vol. II. Pare però che proprio in questo II vol. integrale (insieme alle profondità di CG) ci siano perfino inserti con dei Thomas Mann d’annata. A ogni modo per adesso l’ingombro è sempre lui. Lars. Terrorizzato com’è da qualunque mezzo che non sia guidato da egli stesso, raggiungerà il Veneto nel suo camper. Ma come fare a superare le acque? Ha preso il brevetto di volo (elicottero) e nautico proprio per questo. Agli organizzatori della mostra comincia a stare già pesantemente sul capo opposto dell’antipatia. Vale a dire: è simpatico.

Belluscone, una storia siciliana, di Franco Maresco

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Il ritorno di quel genio di Maresco. Con un film pare molto bello. Un film autodichiaratamente postumo, visto che il berlusconismo vive ormai in questa forma. E un film, in cui, una volta ancora (come nel miglior Sciascia) si parla della Sicilia per l’Italia. Non è (vale a dire) un film su Berlusconi, ma sull’Italia analfabeta già berlusconizzata prima ancora che Silvio scendesse in campo, e (sempre berlusconizzata) persino dopo che il suo astro è tramontato. È anche un film da cui dovrebbe capirsi se Forza Italia è stato il partito della Mafia. Tra Maresco e Ciprì a parer mio non c’è partita. È Maresco colui che resterà. Del resto, basta vedere come fa recitare Dell’Utri nella clip di qui sotto per capire che la classe non è acqua. Un sogno: vedere Franco Maresco e Abel Ferrara che bevono insieme un whisky in uno degli orrendi bar del Lido.

Birdman, di Alejandro Gonzàlez Inarritu

Si tratta del filmone con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts che aprirà la Mostra. Inarritu si era fatto molto amare con Amores Perros, aveva raggiunto il successo con 21 grammi, aveva farto storcere la bocca con Biutiful. Birdman è il varco per capire se ha già fatto la fine di Aronofsky o se un compagno che ha volte ha sbagliato.

Fires on the Plain, di Shinya Tsukamoto

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Che gli vuoi dire a Shinya Tsukamoto, il papà di Tetsuo e Tokyo Fist? Niente, perché Tsukamoto è uno dei grandi del cinema mondiale. Qui alle prese con un remake (ma a modo tutto suo) di un classico antimilitarista. Siamo nell’orrenda macelleria del fronte filippino, alla fine della II guerra mondiale, e un soldato senza più bussola né dimora vaga in uno scenario da puro incubo, non così dissimile da ciò che accade ancora oggi nelle parti calde del mondo. Anche qui, sulla carta: possibile Leone. 

La trattativa, di Sabina Guzzanti

latrattativa

Dovrebbe essere lo speculare del film di Maresco. Dove lì c’è poesia, qui ci sono i documenti. Dove lì l’ambiguità e la complessità etica è il punto di forza, qui dovrebbe esserlo il romanzo delle stragi a tesi. Vale a dire il fatto che la trattativa ci fu, e che in quel periodo assurdo e quasi già dimenticato che l’Italia visse agli inizi degli anni Novanta la nascita di Forza Italia non fu casuale né certo dettata dal pericolo rosso. La Mafia, ovvero una parte dello Stato. Del resto, che il covo di Riina fu perquisito per precisa disposizione delle istituzioni molti giorni dopo la cattura del boss (non trovandoci ovviamente nulla) e che l’agenda rossa di Borsellino sia scomparsa sono fatti che dovrebbero continuare a far riflettere. A ogni modo, anche qui: dopo la proiezione si prevede un gran casino.

Olive Kitteridge, la nuova serie HBO

2002 Toronto Film Festival - "Laurel Canyon" Portraits

Era già successo, succederà ancora. Una serie televisiva a un festival del cinema. In questo caso si fanno le cose in grande. La nuova serie HBO con Frances McDormand al centro della scena, tratto da Olive Kitteridge, romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout e ormai libro di culto da qualche anno a questa parte. La serie sarà lanciata negli USA nel 2015, e a Venezia sarà trasmessa integralmente. È una mini-serie, quattro puntate, sulla falsariga della formula (una sola serie) dimostratasi vincente con True Detective. I puristi storceranno il naso (“per quanto sofisticate e complesse, le nuove serie tv non sono cinema!”) Per i maniaci del genere, sarà invece una vera e propria manna.

Giovane e favoloso, di Mario Martone martone-leopardi

Martone racconta Giacopo Leopardi, con Elio Germano nel ruolo del poeta di Recanati. Speriamo sia più del buon film che in teoria dovrebbe essere. Anche perché (letterariamente parlando) dovrà vedersela col Pasolini di Ferrara.

Loin des Hommes, di David Oelhoffen

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Tratto da un celebre racconto di Albert Camus. Ambientato durante la guerra d’Algeria. Con Viggo Mortensen nel ruolo dell’insegnante/protagonista che si ritrova in un’avventura inizialmente più grande del suo ruolo. Un western immerso nel fluido magico del pensiero meridiano.

Alix Delaporte, Le Dernier Coup de Marteau

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Attenzione a Alix Delaporte. Grande talento, arriva il secondo film, una storia di marginalità e sentimenti difficili, con al centro una donna e suo figlio adolescente. La regista aveva dato prova di una grande forza narrativa nel precedente Angèle e Tony. Potrebbe essere questo il film che sfonda porte già abilmente prese a calci l’altra volta. Potrebbe essere, vale a dire, la vera rivelazione di questa Mostra del Cinema. Stiamo a vedere.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

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Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell. Adam Driver il bellone di Girls, nuovo mito erotico delle ragazze aggiornate. Girato tutto a New York. Tratto dal Bambino indaco di Marco Franzoso, rigirato a quanto pare come un guanto in chiave polanskiana. Costanzo gira molto bene. “In memoria di me” era un film bello quanto poco visto. Questa è la prova da cui si capirà se Costanzo è in grado di avere la meglio sul proprio talento (e quindi fare un film maiuscolo) o farsi (come a volte ha rischiato) fagocitare in maniera leziosa dalla propria arte non comune.

Anime nere, di Francesco Munzi

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Attenzione a Francesco Munzi. Il suo potrebbe essere (insieme a quello di Maresco) il più bel film italiano presente al Lido. Munzi aveva esordito benissimo con Saimir. Si era un po’ appannato ne Il resto della notte. Ma qui dovrebbe essere arrivato al suo film capolavoro. Così almeno scommette la redazione de “Lo Straniero”, nella quale c’è qualcuno che il film lo ha già visto e giura: “è un capolavoro”. Storia di ‘ndrangheta, girata in chiave nerissima da puro gotico meridionale. Ad alcuni ricorderebbe Fratelli (The Funeral) di Abel Ferrara. 

L’urlo e il furore, di James Franco

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È molto pericoloso affrontare cinematograficamente William Faulkner. Più pericoloso di lui c’è solo Cervantes, su cui quasi ogni regista si è rotto già le corna. Con Proust e Joyce (volendo escludere l’ultimo John Huston, che però si limitava con saggezza a The Dead, racconto simbolo dei Dubliners) manco saggiamente ci si prova. James Franco, faulknerianamente parlando, si è già fatto parecchio male con Mentre morivo (al contrario il suo Figlio di Dio da Cormac McCarthy non era malaccio) e adesso ci riprova addirittura con L’urlo e il furore, interpretando tra l’altro (udite udite) Benj Compson, il personaggio più difficile, cioè il fratello ritardato della celebre famiglia. Il pericolo è il mestiere di James Franco e questo è un merito a patto che non sia incoscienza o tracotanza. Vedremo. 

Realité, di Quentin Dupieux

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Aaaattenzione a quello che potrebbe, dovrebbe, deve diventare il film culto di questa Mostra! Quentin Dupieux, chi è costui per il grande pubblico? Forse qualcuno lo conosce come Mr. Oizo, lo scatenato musicista elettronico che ideò il pupazzetto giallo fuori di testa (agitava la testa su e giù convulsivamente a ritmo di musica) che finì anche nella pubblicità della Levi’s. I cinefili non dimenticano Wrong Cops, film assurdo del 2013. Il problema è che Dupieux è un pazzo. E anche un genio. E con Realité si scatena raccontando sì Hollywood (come epicentro e metafora del male e dell’assurdo), e però scaraventandosi nella direzione opposta rispetto a quella verso cui puntava il Lynch di Mullholland Drive o il più recente Cronenberg di Maps to the Stars. Non la tragedia allucinata, insomma, ma l’allucinazione dei fratelli Marx e di Hollywood Party, senza dimenticare che Dupieux è nato in francia, dunque gli appartiene anche Tatie, Quneneau e l’Oulipo. Se i cinefili in cattedra e naftalina avessero più coraggio, eleggerebbero Dupieux a eroe continentale.

Good Kill, di Andrew Niccol

EXCLUSIVE: Ethan Hawke and Zoe Kravitz get into Air Force costumes while filming scenes for 'Good Kill'

Il film che farà vergognare gli Stati Uniti di avere Obama come miglior presidente possibile, e l’Accademia di Svezia (con stanza però a Oslo) di avergli conferito il Nobel per la pace. Si parla infatti di droni. Meglio, del pilota di droni Ethan Hawke che ogni mattina si sveglia, va in ufficio (nel deserto del Nevada, cioè proprio nei pressi di una città come Las Vegas), uccide talebani e civili afghani dallo schermo di un videogioco, poi torna a casa da moglie e figli. E, molto umanamente, comincia a impazzire. Ora, Andrew Niccol per chi non lo ricorda ha sceneggiato Truman Show. A distanza di vent’anni il piano se uno ci pensa bene si è completamente ribaltato. Prima sembrava tutto vero ma era in realtà falso. Adesso sembra falso (lo schermo e il joystick di un pilota di droni) ma è tutto tragicamente vero.

Ulrich Seidl, Im Keller

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Ve lo ricordate Canicola? Allora ricordate anche Ulrich Seidl e la sua fama di regista estremo. Che qui (trattasi se non sbaglio di documentario) scopre che la realtà è più folle di ogni immaginazione. Cosa si nasconde, infatti, nei seminterrati dei paesini austriaci? La cosa più tenue che può capitare di vedere è il sadomaso estremo. Oppure un gruppo di vecchietti vestiti alla tirolese che cantano inni nazisti. A dimostrazione che l’Austria è la degna patria odiata da Thomas Bernhard e parodiata da chiunque realizzi che non a caso si trova al centro dell’Europa.

Una menzione infine per The look of silence di Joshua Oppenheimer (bravo, coraggioso e molto discusso documentarista), Italy in a Day di Gabriele Salvatores (interessante esperimento di taglia e cuci da materiale altrui da cui dovrebbe ricavarsi una giornata tipo in Italia) e Io sto con la sposa, film-domumentario-verità su un gruppo di italiani che ha violato le leggi comunitarie per far sì che un gruppo di profughi siriani raggiungesse la Svezia.

Ecco. Magari i film più belli saranno altri, ma questo è ciò che io ricavo in fretta e furia dalla conferenza stampa. Un grazie a Valentina Aversano per la ricerca delle immagini in tempo reale e il montaggio frenetico di questo pezzo fatto in fretta e furia.

Infine: piccolo momento di orgoglio autocelebrativo. Consentitecelo, visto che questo blog è tanto popolare quanto povero in canna e a qualche soddisfazione dobbiamo pure aggrapparci. minima&moralia e Venezia. L’anno scorso uno degli autori di minima&moralia, Giorgio Vasta, aveva scritto uno dei film in concorso, “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Quest’anno, come l’anno scorso, altri due autori di minima&moralia, Nicola Lagioia e Oscar Iarussi, sono tra i selezionatori della Mostra. Alcuni autori di cui minima&moralia ha parlato in tempi non sospetti sono in giuria quest’anno (Alice Rohrwacher e Roberto Minervini), così come è in giuria – e ne siamo contenti – la scrittrice Jhumpa Lahiri. Il bravissimo Maurizio Braucci ha collaborato al film di Abel Ferrara. Anche quest’anno, come l’anno scorso, la nostra amata Tiziana Lo Porto seguirà i film della Mostra, e (probabilmente come l’anno scorso) Christian Raimo ne stroncherà due su tre, ma il terzo gli sembrerà un capolavoro. Come vedete non ci facciamo mancare neanche la (chiamiamola così) dialettica interna. Viva minima&moralia, e viva pure Venezia, che è una delle poche cose italiane che all’estero si filano.

Buona visione a fine agosto.

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Abel Ferrara: la mia partita con Pasolini https://minimaetmoralia.it/cinema/abel-ferrara-pier-paolo-pasolini/ https://minimaetmoralia.it/cinema/abel-ferrara-pier-paolo-pasolini/#comments Mon, 17 Mar 2014 14:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19367 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l'autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».

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pppasolini

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».

La scena, e anche il clima, è abbastanza surreale. E non c’entra niente con le ultime 24 ore di PPP, prima della notte fra l’1 e il 2 novembre 1975 in cui fu ucciso. Dal treno scende Ninetto Davoli in papillon e marsina, con un pacchetto regalo in mano e gli occhi (a 65 anni) ancora ridarelli che amava Pasolini. Dice che gli fa strano, che gli sembra di rivivere Pier Paolo. Lo segue Riccardo Scamarcio in assetto coatto-fricchettone, trascinando cinque valige apparentemente molto pesanti. È una sequenza di Porno-Teo-Kolossal, film incompiuto che il regista voleva realizzare con Eduardo De Filippo nel ruolo di un re magio deciso ad affrontare un lungo e avventurosissimo viaggio per adorare il Messia, in compagnia dal suo schiavetto: all’epoca doveva essere interpretato da Davoli. Oggi Davoli ha la parte di Eduardo, e Scamarcio quella di Davoli. Tanto per capirsi.

Nel suo Pasolini, che pronuncia con la esse doppia, e che cova da più di vent’anni, Ferrara ha inserito tre scene di Porno-Teo-Kolossal e due di Petrolio, l’altra opera incompiuta: «Posso entrare nella sua mente solo attraverso questa sceneggiatura e questo romanzo, non so nulla della sua ossessione sessuale e non so neanche se chiamarla ossessione, o dipendenza, ma quella morte all’idroscalo di Ostia, in un posto sprofondato nel nulla, è il risultato della sua esistenza. Nell’ultima intervista, quella a Furio Colombo, diceva: Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Io non giudico, questo è il mio viaggio, non il suo».

Non giudica, ma di ossessioni e dipendenze se ne intende, Abel Ferrara: «Ti portano in galera o all’idroscalo, a morire schiacciato da una macchina». Se ne intende perché dai sedici ai sessant’anni ha condotto una vita sostanzialmente Sex & Drugs & Rock & Roll (soprattutto le prime due voci, corroborate dall’alcol). E, passando da Ian Dury a Lou Reed, il suo cinema è stato soprattutto una passeggiata nel Wild Side. Da L’angelo della vendetta a King of New York, da Il cattivo tenente a Fratelli a Go Go Tales, sono tutte esplorazioni nei bassifondi della città e della coscienza: sesso, violenza, dipendenze, follia, oscurità. È considerato un regista concentrato sul peccato, la fede, la redenzione, ma lui non è d’accordo. «Non vedo redenzione nei miei film, i miei personaggi non cambiano mai. Io invece sono cambiato: ero un tossico e non lo sono più. Pulito da un anno e mezzo».

Ha smesso in Italia, in una comunità dalle parti di Caserta a mezz’ora di macchina da Sarno, la cittadina da cui partì suo nonno Abele, che andò a piedi fino a Napoli per imbarcarsi verso il sogno americano. Da anni Ferrara bazzica l’Italia per cercare le sue radici («A New York non ho trovato niente su mio nonno, è impossibile cercare qualcosa su uno di un secolo fa. E pure per il mio certificato di nascita c’è voluto un anno»), ma anche la libertà creativa che, dice, a Los Angeles è ormai una chimera. Trova i fondi, in Italia e in Europa, e questo, vista la condizione del nostro cinema, ha del miracoloso. Su Pasolini ci ha messo qualcosa anche il ministero dei Beni culturali.

La droga. Salvatore Ruocco da Scampia, uno degli attori di Napoli Napoli Napoli, docufiction sulla città girata nel 2009, gli ha dato l’indirizzo giusto: la comunità Leo Amici a Vallo di Maddaloni. «Salvatore non si è mai fatto, ma queste cose le conosce. Napoli e New York sono le due Disneyland della droga e il risultato è una tonnellata di ragazzi distrutti, la distruzione si è infiltrata nella gente. La differenza è che da voi sanno come aiutarti, mentre in America usano la severità al posto della compassione e i ragazzi muoiono. Io non ero mai stato in comunità e qui, per quattro mesi, persone che non mi conoscevano mi hanno dato amore, comprensione, tutto il sapere di un Paese antico come l’Italia, il Sud d’Italia. Mi hanno dato un posto lontano da dove ero abituato a vivere, fra ragazzini di 14 o 15 anni già intossicati da tutto: droghe classiche e moderne. Una vita fantastica, in comunità. In mezzo alla bellezza, cibo buonissimo con i sapori di quando ero bambino, niente internet. Ho passato il tempo a coltivare dei fottuti pomodori come mio nonno».

Appena entra nell’appartamento che lo ospita dalle parti di piazza Vittorio, diventata ormai la Beverly Hills del cinema italiano, Ferrara si leva le scarpe. Pulito dentro e fuori: «Le strade sono così sporche! Qui laviamo i pavimenti tutti i giorni». Vuole mostrarmi un po’ di girato, Willem Dafoe che interpreta PPP. Sullo schermo del computer campeggia l’immagine del Lama Yeshe, maestro tibetano che, per capire la cultura occidentale, si avventurava con monacale innocenza negli strip club ma anche a Disneyland e nei casinò di Las Vegas. Già, il regista che la critica definisce intriso di cattolicesimo, in realtà è buddista. «Da sei anni. Era buddista la mia fidanzata Shanyn Leigh. Un buddista non può drogarsi. Solo quando ho smesso di farmi ho capito che il buddismo è compassione, amore, essere e vivere per altri. Non preghi Gesù o il tuo maestro, ma lo incarni e lo fai tuo. E non credi più alla grande bugia che una striscia di coca, un bicchiere di vino, tante donne e macchine di lusso sono l’unica cosa che ti cambia la vita. L’aspetto incredibile di Pasolini è che aveva questa lucidità, anche se viveva la sua ossessione per i ragazzini di strada. Lui era in mezzo a tutto. E prima della violenza di strada degli anni Ottanta e Novanta, con i ragazzi che si ammazzano per una catena d’oro, aveva già previsto, o forse anticipato, ogni cosa. Era questo che lo terrorizzava».

Dice che, come con Gesù e con il suo Lama, ha assunto dentro di sé anche Pasolini, perché è un suo maestro: «Quando crescevamo e vedevamo i suoi film ci ha portato nel buio, anzi no, nella luce. Il suo cinema è stato un salto spirituale. Non avevamo mai visto cose simili, eravamo venuti su con i film americani, noi. E poi era veramente come Gesù. Il profeta, il martirio non c’entrano niente. Non c’è una croce sulla sua tomba. Ma ho parlato con cento persone che lo hanno conosciuto e lo piangono ancora, nessuno mi ha detto una cattiveria su di lui. Era attento, compassionevole, chiedeva a tutti come stai? hai mangiato? vuoi un caffè?».

Ferrara ricorda quando ha visto Salò al Paris, un cinema elegante sulla cinquantottesima a Manhattan. «Era un bel pomeriggio di sole, eravamo quindici spettatori, c’era anche la principessa Ruspoli. Avevamo portato del vino e del formaggio. Quando siamo usciti eravamo rimasti solo in sette. E nevicava».

Arrivano le immagini di Dafoe, attuale attore feticcio di Ferrara. È la scena dell’intervista francese su Salò. La somiglianza con l’originale è lancinante. «Will è capace anche di levitare se glielo chiedi». Probabilmente non lo doppierà: «Will vive da sette anni in Italia, è sposato con un’italiana, abbiamo confrontato la sua voce con quella di Pasolini. Identica». Poi c’è un’altra scena entrata nell’iconografia pasoliniana: lui che gioca a pallone con dei ragazzetti di periferia, vestito da signore, mica da calciatore. «Nelle ultime 24 ore non credo proprio che abbia giocato, ma lo faceva sempre. Se era in macchina e vedeva una partita, accostava e scendeva in campo».

Conviene ricostruire queste 24 ore, limate dagli inserti cinematografici e romanzeschi che servono comunque a trovare il senso di una fine, visto che Ferrara non ha girato la scena della morte come l’ha riferita, in versioni peraltro contrastanti, Pino Pelosi, l’unico condannato per l’omicidio. Complotto o no? «Me ne fotto. Questo è un film, non un’indagine. Non me ne frega niente di chi l’ha ammazzato e come. Io mi occupo della tragedia, di quello che abbiamo perduto. Pasolini è morto a 53 anni, avrebbe potuto continuare a dire e a fare tantissimo. Molti suoi contemporanei sono ancora qui». E allora la sua morte viene letta attraverso la scena orgiastica, o eucaristica, del pratone della Casilina di Petrolio. La sceneggiatura, scritta con Maurizio Braucci (collaboratore di Matteo Garrone per Gomorra e Reality), ricostruisce il ritorno da Parigi, dove aveva presentato il suo ultimo film, la mattutina lettura dei giornali, il lavoro su Petrolio, il pranzo con il cugino Nico Naldini e Laura Betti, l’intervista con Furio Colombo, il rapporto con la madre Susanna, la cena con Ninetto e i suoi bambini da Pommidoro, il rimorchio di Pelosi alla stazione Termini… «Insomma, i due mondi di un intellettuale borghese che di giorno viveva con la mamma e scriveva sui giornali e poi di notte se ne andava a cercare quello di cui aveva bisogno. Pasolini era l’ultimo hippy, o forse l’ultimo freak. La libertà individuale incarnata».

Ferrara guarda le immagini girate fra i marchettari. Street dogs, li chiama: «Guarda questo: ha una faccia da fottuta movie star. Non erano e non sono omosessuali: ragazzini affamati e liberati, come i soldati romani che saccheggiavano, stupravano le donne e scopavano fra di loro quando di donne non ce n’erano».

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Razzismo soft https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/razzismo-soft/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/razzismo-soft/#comments Mon, 17 Feb 2014 16:13:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18563 Dato che in Italia neanche la Lega ammette di essere razzista diventa sempre un po' spiacevole parlare di come vecchi pregiudizi e stereotipi facciano ancora parte della nostra cultura. Se nessuno è razzista è difficile anche parlare di quella forma soft di razzismo, senza ideali, più simile a una specie di maleducazione sociale che alla violenza che mentalmente colleghiamo al razzismo. Il calcio è una parte importante della mia vita per cui è normale che molte mie riflessioni passino attraverso il calcio, e ultimamente per due casi diversi mi è capitato di chiedermi se si trattasse di razzismo. Ma le persone intorno a me (cioè sui social) hanno mostrato più di una resistenza al riguardo, cosa che mi ha fatto pensare che magari erano casi interessanti.

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gervinho

Dato che in Italia neanche la Lega ammette di essere razzista diventa sempre un po’ spiacevole parlare di come vecchi pregiudizi e stereotipi facciano ancora parte della nostra cultura. Se nessuno è razzista è difficile anche parlare di quella forma soft di razzismo, senza ideali, più simile a una specie di maleducazione sociale che alla violenza che mentalmente colleghiamo al razzismo. Il calcio è una parte importante della mia vita per cui è normale che molte mie riflessioni passino attraverso il calcio, e ultimamente per due casi diversi mi è capitato di chiedermi se si trattasse di razzismo. Ma le persone intorno a me (cioè sui social) hanno mostrato più di una resistenza al riguardo, cosa che mi ha fatto pensare che magari erano casi interessanti.

comics

Chiamare Gervinho “La Freccia Nera” è razzista?

Per il soprannome di Gervinho “La Freccia Nera” la principale obiezione consiste nel fatto che esiste un libro con questo titolo. The Black Arrow è un romanzo di avventure di Robert Louis Stevenson, pubblicato nel 1888 e ambientato nel XV secolo. Adesso, non è importante sapere chi per primo ha pensato di usare il libro di Stevenson per Gervinho, ma credo di poter dire che chiunque esso sia avrà pensato si trattasse persino di un onore per Gervinho, che venisse usato un riferimento “alto” e lontano nel tempo, classico. Personalmente non ho letto il romanzo e di questo mi scuso, ma al giorno d’oggi non è molto difficile farsi un’idea di cosa parla un romanzo che non hai il tempo e la voglia di leggere. Così ho scoperto (dopo una ricerca durata all’incirca tre minuti passando dalla pagina Wikipedia italiana a quella inglese) che “La Freccia Nera” parla dell’omonima banda di fuorilegge buoni in contrasto con il nobile di zona, e della personal vendetta del protagonista Richard Shelton, a cui hanno ucciso il padre. La banda è chiamata così perché usa, in effetti, delle frecce nere per consegnare il proprio messaggio di morte. C’è anche una storia d’amore. Dal libro è stato tratto uno sceneggiato degli anni sessanta e una miniserie con Martina Stella e Riccardo Scamarcio nel 2006 (come i critici più attenti mi hanno fatto saggiamente notare).

freccianera

Magari il soprannome lo può capire davvero solo chi ha letto tutto il libro, o magari c’entra in qualche modo Scamarcio, ma messa così sembrerebbe che niente nel romanzo di Robert Luis Stevenson possa spiegare perché il suo titolo viene usato come soprannome per Gervinho. Il libro non c’entra niente con quel soprannome, se non per il suo titolo; quello che importa non è nel libro ma nel titolo. Se, ad esempio, personaggi e trama fossero stati gli stessi ma i banditi al posto di frecce nere avessero usato frecce rosa, il soprannome di Gervinho sarebbe stato “La Freccia Rosa”?

In realtà non è così difficile capire il senso del soprannome. Gervinho è una “freccia” perché è veloce ed è una freccia “nera” perché, be’, Gervinho è nero. O meglio, la pelle di Gervinho è di quella tonalità che genericamente facciamo rientrare nella definizione di “nera”. C’è una teoria secondo la quale il soprannome derivi dal famoso treno ultrarapido che collega ad esempio Roma e Milano nell’intervallo di tempo necessario a un manager per rispondere alle prime mail del mattino. Anche in questo caso cambierebbe poco, lo slittamento cromatico del Freccia Rossa che diventa “Il Freccia Nera” si spiega con la stessa ragione: perché il colore della pelle di Gervinho è nero.

blackarrow

Non c’è niente di offensivo nella semplice constatazione che Gervinho, nato e cresciuto in Costa d’Avorio, Africa, sia nero. Se, mettiamo, Gervinho avesse sventato una rapina in banca e poi se ne fosse andato per non attirare troppo l’attenzione su di sé, e i testimoni della banca non sapessero chi era veramente quel ragazzo africano che li ha salvati, probabilmente lo descriverebbero a media e polizia come un ragazzo africano con la pelle nera eccetera eccetera (qualcuno mi ha fatto notare questa cosa tirando in ballo il concetto di Master Status). Il punto però è che in questo caso, nel caso di un soprannome, non c’è nessun motivo per specificare il colore della pelle dell’uomo a cui si riferisce. Che nel soprannome non ci sia niente di apparentemente negativo (a chi non piacerebbe essere chiamato “freccia”?) giustifica la gratuità del fatto che il soprannome oltre a dirci che quel giocatore è famoso per essere veloce é anche nero?

I soprannomi sono stupidi, spesso offensivi, e il calcio ha una discreta tradizione di soprannomi che indicano la razza o la provenienza geografica di un giocatore. Nedved era “La Furia Ceca” e Shevchenko “Il Vento dell’Est”. Sempre per restare in ambito milanista, Ruud Gullit, in quanto olandese di origine africana, era “Il Tulipano Nero” (Carlo Pellegatti, storico commentatore milanista, ha una discreta collezione di soprannomi passati e recenti e il colore della pelle sembra ispirarlo spesso, anche ad esempio per “Raggio di Luna” Martin Laursen). Quindi ok, per gli amanti del genere stiamo perdendo tempo, anche se non mi sembra che una tradizione discutibile spieghi interamente le ragioni del caso.

Quello che trovo interessante è che il cervello della persona che ha scelto un soprannome per Gervinho basandosi sulla sua caratteristica atletica più evidente, la velocità, sia andata a scovare, tra tutte le possibilità a disposizione, il titolo di un libro del XIX secolo che abbinasse all’idea di velocità anche il fatto che Gervinho è nero. E questa cosa non sarebbe sbagliata solo in un multiverso in cui il razzismo non è mai esistito e non è una cosa con cui abbiamo ancora a che fare. In questo multiverso dire che il razzismo non c’entra niente mi sembra quanto meno ingenuo. Io sono un bianco italiano e posso solo ragionare da bianco italiano, in un contesto, cioè, in cui quella nera è una minoranza.

Ridere guardando la foto di Joseph Minala è razzista?

Poi c’è il caso di Minala. Che presenterei così: qualcuno scatta una foto a un giocatore africano della Primavera della Lazio, il giocatore sembra più anziano rispetto alla sua età ufficiale e l’ambiente teme di trovarsi di fronte a un altro caso di falsificazione dell’identità come è successo in passato con Taribo West o con Eriberto/Luciano (e se vogliamo anche di Recoba). Un’accusa seria alle società che lo hanno tesserato ufficializzando quell’età per un loro interesse e a un sistema cinico pronto a fare letteralmente carte false pur di ottenere dei risultati.

Dettagli fondamentali: la foto in questione è scattata in uno spogliatoio con le pareti piastrellate, è mezza sfocata e non si capisce dove abbiano trovato un apparecchio a così scarsa definizione. Il che giustifica in parte, secondo me, la nostra reazione. Lo squallore che fa da contorno alla foto autorizza ad abbassare qualsiasi tipo di riguardo che avremmo avuto se si fosse trattato, ad es., di un’inquadratura Sky di Minala nello spogliatoio della Lazio prima di una partita di Serie A. E poi la foto ci è stata proposta contestualizzata dall’inizio, almeno io, cioè, non l’ho mai vista senza una didascalia che dicesse: «Cioè, questo ha diciassette anni?». Da subito attaccata alla foto c’era la questione dell’età falsa, anzi era data quasi per scontata.

Ma Joseph Minala non sembra più grande rispetto ai suoi coetanei (tipo Romelu Lukaku da piccolo) che non compaiono nella foto. Anche se guardiamo al suo corpo, non è che sembri proprio quello di un uomo. Joseph Minala sembra più grande perché ha la faccia da vecchio.E, dato che è africano, deve aver falsificato la sua età.

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A me non interessa distinguere tra media e gente comune perché sul piano della riflessione collettiva la questione non cambia, siamo di fronte a una “possibile” notizia diffusa e accolta con una leggerezza significativa. Certo, è grave che giornali e giornalisti abbiano cavalcato l’onda senza pensare ai significati, è meschino schermarsi dietro “l’ironia del web” costruendo titoli in cui le difese ufficiali di una società quotata in borsa è messa sullo stesso piano di una foto con Di Natale in cui “Di Natale vicino a lui sembra un ragazzino”, ma lo stato del giornalismo sportivo in Italia mi interessa meno dello stato degli italiani, o del mio. Perché, va detto, a primo impatto ho riso anch’io. Di fronte a quella foto, presentata in quel modo, ho pensato che fossero tutti stupidi tranne me (e quanti come me stavano ridendo di fronte a quella foto). Perché la comicità stava nel pensiero: «Come hanno fatto a cascarci?».

Se avessimo ragionato avremmo pensato che in effetti c’era gente che vedeva quella faccia tutti i giorni e a cui non sembrava strano pensare che Minala avesse diciassette anni. A quanti professionisti, anzi, dovevano essere così in in malafede da rischiare il lavoro, o peggio, fingendo che Minala non avesse diciassette anni. A quanti delle istituzioni calcistiche avevano visto Minala senza aprire nessuna inchiesta. Poi è arrivata la notizia che Minala in realtà ha quarantadue anni, e a quel punto Minola era già diventato un meme. Di fronte a questo senso dell’ironia molto contemporaneo c’è poco da fare, e anche la semplice osservazione: «Ma a quarantadue anni come fa ad allenarsi ogni giorno e giocare con ragazzi di diciassette?» rischia di cadere nel vuoto. Per via di un paio di casi passati sappiamo che i calciatori africani (e non solo, ma sopratutto africani) possono avere dei documenti falsi. E poi evidentemente non abbiamo idea di come possa invecchiare la faccia o il corpo di un africano, per cui sì, magari un africano a quarant’anni ha il fisico di un atleta europeo di diciassette.

Il “caso Minala” resterà tale, dato che l’unica prova possibile è quel passaporto che con i poteri del calcio e la burocrazia africana (mettendo da parte il fatto che alcuni paesi africani sono meno corrotti dell’Italia) si presuppone sia facile da falsificare. Certo, non ci saranno conseguenze reali per la Lazio, ma anche dopo la smentita ufficiale abbiamo continuato a ridere con le foto di Minala a cavallo del Muro di Berlino. L’aspetto “serio” della vicenda (proprio come la citazione del libro di Stevenson per Gervinho) era una scusa. Anche quei dubbi che ci sembravano così legittimi considerando i casi passati, a guardarli bene non sono così legittimi. Si basavano su una foto sfocata, e sulla faccia di uno sconosciuto che per motivi a noi sconosciuti non corrispondeva alla nostra idea di faccia di un diciassettenne.

Che percentuale dell’ironia contemporanea, sopratutto quando si parla di calcio, si rifà a stereotipi razziali, sessisti o discriminatori in generale? Sopratutto, quanto diventiamo stupidi o insensibili o volutamente superficiali quando ridiamo a questo genere di battute? E quanto tutto questo è dovuto ai pregiudizi nostri e della società in cui viviamo? In questo caso abbiamo pensato una cosa assurda come il fatto che un quarantenne potesse camuffarsi e fare la vita di un diciassettenne, e lo abbiamo pensato perché quel quarantudenne era camerounense e perché la sua faccia sembrava più vecchia.

Adesso l’agente di Joseph Minala, ma anche Lotito (che come molti tifosi ne fa, non a torto, anche una questione di pregiudizio anti-laziale) hanno detto che Joseph Minala può sembrare più vecchio perché ha avuto un’infanzia difficile e «Noi dimentichiamo le difficoltà attraverso cui quelli come lui devono passare». In questo caso non siamo stati solo stupidi nel credere che un calciatore africano avesse falsificato la sua età togliendosi venticinque anni, ma siamo stati anche crudeli nel non pensare che quel calciatore africano fosse una persona con una sua storia magari più tragica che comica.

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