Riccardo Tisci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/riccardo-tisci/ un blog di approfondimento culturale Sun, 04 Aug 2019 06:52:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Riccardo Tisci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/riccardo-tisci/ 32 32 Hai fatto la battuta. Selfcasting e intrattenimento autogestito https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-fatto-la-battuta-selfcasting-e-intrattenimento-autogestito/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-fatto-la-battuta-selfcasting-e-intrattenimento-autogestito/#comments Tue, 20 Oct 2015 05:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28787 Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d'œil rivolto ai miei "amici". Tra le righe: sto partendo, per un po' vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: "Esticazzi". Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell'internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

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Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d’œil rivolto ai miei “amici”. Tra le righe: sto partendo, per un po’ vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: “Esticazzi”. Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell’internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

Inizio a pensare a un’immediata risposta, ma ogni frase o citazione che mi viene in mente risulta, più o meno, scherzosa. Riesco a immaginare solo delle battute. Vorrei essere efficace, vincente, definitivo, ma, se si capisse che sto rosicando da morire, non me lo perdonerei mai. Imbocco il corridoio che porta all’aereo, e decido di fare l’unica cosa che è nelle mie possibilità: niente. Salgo a bordo e, dopo otto ore, realizzo per la prima volta di avere un problema: sono prigioniero della mia parte divertente. 

Resta con me, non cambiare timeline

È successo questo. A un certo punto mi sono trasformato in una macchina online che produce intrattenimento autogestito. Un selfcasting ininterrotto e allegro a forma mista di: bollettino informativo e vita vera, versione illuminata e più spiritosa di quel che sono, o di come mi percepisco. A metà tra una versione rionale dell’Ansa (“Hanno deviato il percorso del 61 barrato, sapevatevelo“) e una maldestra imitazione di quella rubrica del tg che esalta tutto senza criterio (“Disco dell’anno!” “Aspè, ma non l’avevi già detto cinque minuti fa per quell’altro?”), mi ammazzo di selfie e condivido link in funzione dell’unica cosa che davvero mi interessa: non annoiare il mio pubblico, siano i 237 followers che, a fatica, ho raccattato in tre anni o i cento milioni di osservatori del Cerchio, nel futuro distopico immaginato da Dave Eggers. Devo rassicurarli, accontentarli “con le canzoni e le serie tv che piacciono a tutti”, con i riferimenti agli anni ’90, a com’eravamo, a come saremo: tranquilli, parliamo la stessa lingua, cuoricini, Zerocalcare, genio, no genio tu!

Ho organizzato la mia vita online in un palinsesto pieno di battute, battute, battute: conosco le fasce di maggiore ascolto, so quando pubblicare contenuti pesanti (il lunedì mattina; il venerdì pomeriggio è un suicidio) o leggeri (meglio un tweet ogni ora piuttosto che una selva di tweet in un minuto). Più trasversale è la condivisione, più feedback avrò (già, il bellissimo film rumeno che ho visto in anteprima a quel Festival non interessa a nessuno). Se ci fosse un cartello attaccato sulla porta del mio stare in rete, reciterebbe qualcosa del tipo: “Resta con me, non cambiare timeline”. E la via più efficace e rapida per mantenere il mio potere in questa koinè è muovermi con destrezza nella Cornice Scherzosa che qualcuno un giorno creò per poi infilarci dentro ogni pezzo dell’internet.

@SuorCristinaS fa la cover di Like a virgin e @Madonna le scrive “Sisters for life”; la pensionata liveblogga l’elezione del nuovo presidente di questa o quella Repubblica; @shondarhimes prende in giro le proprie fans omofobe; @Femen_France annuncia di aver appena rapito un prete per protesta contro il Papa; la @Cia twitta il fact-checking del film Argo; il calciatore @FinallyMario posta una foto contro il razzismo e viene deferito per razzismo.

Chiunque io sia, ogni giorno, a ogni ora, devo dimostrare di saper stare al mondo, ovvero: essere un bravo umorista, partorire una ventina di ironie differenti a comando, scegliere quando è ora di usare il sarcasmo e quando invece produrre una parodia come si deve. È l’Intenzione Comica, che tutto abbraccia: sta lì, in un angolo, come un docile cagnolino di Pavlov con la salivazione sempre in eccesso, pronta a surfare sul piacere della distrazione, del ludico, e provocarne il contagio; vive di una mancata partecipazione affettiva e di pietà[1], e anzi gode nell’avvilire l’altro, mediante “processi di abbassamento e degradazione”[2]; si fa beffe della non corrispondenza dei codici e delle interferenze comunicative; ha come ambizione ultima il Riso che si nutre di strappi infantili e di hybris; ha la pretesa di poter intervenire sul mondo, di cambiarlo, addirittura, con la sola forza di discorsi comici che si legittimano a vicenda, strutturandosi in calchi e Wtf al cubo. A patto di accettare ciecamente le regole del gioco. Stare dentro la bolla, guai a perdersi i fili degli ipertesti precedenti.

Come nel caso dell’archetipo “
Break The Internet – Kim Kardashian”. Per comprendere appieno il senso di quell’assurda didascalia e delle migliaia di parodie che rotolarono per sempre, come balle di fieno, negli anfratti più desolati del web, non solo bisognava conoscere l’originale, ovvero quel servizio fotografico, ma anche un elenco di cose da prendere nella loro totalità: lo champagne, Kanye West, Riccardo Tisci, Jay-Z, Beyoncé, Kanye+Kim+una moto, James Franco+Seth Rogen+un’altra moto e così via. Tutto o niente, dentro o fuori, ecco la bolla. Possiamo metterci in prima fila (e produrre contenuto, come l’1% della famosa regola), o in ultima (e spiare, come fanno i lurker): ci sarà sempre un elemento scatenante che permette tutto questo, sotto forma di prestiti da altri linguaggi, arraffati, masticati, gettati via.

Il legame tra l’Intenzione Comica e il mainstream procede per cannibalismi e pratiche erotiche mal dissimulate. L’una sembra dare il meglio di sé proprio nel corso delle grandi cerimonie, l’altro non può fare a meno dei trending topics per costruire le proprie scalette. Stabilire cause ed effetti è un esercizio sterile, la catena alimentare procede in automatico, con esiti paradossali. Quando una conduttrice rimase a seni nudi durante uno scadente numero di spettacolo su Raiuno, una delle solite testate assatanate di click agì – finalmente – in modo spiazzante. Non pubblicò la gallery dell’intera sequenza dei seni nudi, come prevedibile, ma 37 screenshot di tweet sui seni nudi, opera dei soliti quindici-quarantenni che videro così ripagata la propria devozione al second screen: l’improvvisa eccitazione della curva dell’attenzione dopo “tutti questi venerdì a sorbirmi Cirilli” (gallery cui seguì  un rimpallo virale in ognuno dei prescelti, in un’orgia di retweet, stelline e ciao mamma guarda come mi sono divertito).

Prestito analogo nel caso del “Re dell’internet per una notte” Giancarlo Magalli, che all’improvviso divenne un eroe social, per un motivo elementare: al pari della maggior parte degli esseri umani, anche lui è intrappolato in una vita che lo rende infelice e, come tutti noi, è molto, ma molto meglio di quello che fa o del capo che si ritrova (Michele Guardì, ovvero l’ostacolo alla piena realizzazione del nostro eroe pieno di humour). Percepito come #unodinoi, #magalli (che ama i social: in un’intervista ha dichiarato che ogni tanto organizza cene con gli amici di Facebook; Twitter no, non gli piace) entra nella bolla e si fa volentieri usare per generare infiniti discorsi comici che durano il tempo necessario a voltare hashtag, ovvero adesso, subito.

“Voi ridete senza raccapezzarvi e ridete tutto, cogli occhi, colle labbra, colle mani…”[3]

A prescindere dalla miccia, l’attenzione ama concentrarsi non tanto sull’oggetto della funzione comica, quanto sull’interpretazione onnicomprensiva dell’Io-Scherzo, che ribalta il rapporto causa/effetto mettendo sotto i riflettori la mia simpatia, la mia bravura, la velocità con cui Io riesco a scattare dai blocchi di partenza bruciando gli altri. La proclamazione del nuovo Nobel della Letteratura che-nessuno-conosce è l’occasione ghiottissima per passare nel giro di trenta secondi da una reazione per molti versi opinabile, ma tutto sommato in tema (“Philip Roth is the new Leonardo Di Caprio”) a una reazione che certifica i miei talenti nella ricerca su “Google Immagini” (il famoso Mazzo di Carte Modiano che improvvisamente ci rese tutti uguali e sgomenti di fronte alla Legge del web).

Questa centralità dell’Io-Scherzo da un lato provoca l’accorciamento drammatico del ciclo vitale del divertimento, dall’altro giustifica l’assunto implicito dell’Intenzione Comica: sì, si può ridere di tutto. Specie se ci sono di mezzo un tentato omicidio, una bella ragazza e la televisione.

Nabilla Benattia è la classica bomba sexy, evidentemente necessaria in ogni panorama audiovisivo del mondo. Un giorno, mentre partecipa a un reality francese, pronuncia una frase senza senso (“Allô? Non, mais allô quoi? T’es une fille, t’as pas d’shampooing?”[4]) che la proietta all’istante al primo posto degli argomenti di discussione e di scherno dell’opinione pubblica. L’Allô quoi diventa un tormentone, un libro, un altro reality. Dopo un paio d’anni passati a squattare studi televisivi ma anche serissime analisi sociologiche e filosofiche, una mattina Nabilla viene arrestata con l’accusa di aver preso a coltellate il suo ragazzo Thomas. Forse è troppo, pure per la Francia.

Il caso di cronaca nera scala la gerarchia delle notizie e il cortocircuito tra la rete e i media tradizionali assume i contorni della “spirale infernale”, con in mezzo la politica. Si parte con le gif di Nabilla e Thomas paragonati all’ex primo ministro François Fillon e a Nicolas Sarkozy (quest’ultimo nei panni della vittima), si continua con la parodia dell’affaire in stile Orange is the new Black, e si arriva alla campagna virale #BringBackOurNabilla, ispirata al ben più tragico #BringBackOurGirls, in un amalgama osceno che scatena uno smottamento di proteste e adesso basta.

Ecco. Si può scherzare su tutto, quindi non si può scherzare su niente. Il fiato si rivela cortissimo: non si tratta più di stabilire quanta indignazione sia rimasta nell’aria del tempo (e dunque quanta usarne la prossima volta), o come sopravvivere in un universo in cui bisogna controllare quattro volte una notizia, perché ormai non ci si può fidare di nessuna fonte, ma di trovare la voglia di uscire dall’apnea e porsi una semplice domanda: ok, e dopo tutto questo divertimento?

 

[1] Cfr. L. Joubert, Traité du ris, 1579, citato in P. Santarcangeli, Homo ridens, Olschki, 1989

[2] “Herabsetzung, come dice felicemente la lingua tedesca”: S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Bur, 2010

[3] A. Cantoni, Humour classico e moderno, Barbera Ed., 1989

[4] “Pronto? Ehi, pronto? Sei una ragazza e non hai lo shampoo?”

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Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

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