Richard Ford Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/richard-ford/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Feb 2018 16:09:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Richard Ford Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/richard-ford/ 32 32 La scelta di Richard Ford https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scelta-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-scelta-richard-ford/#respond Tue, 20 Feb 2018 14:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36275 La vita. Forse sarebbe questa la risposta che vi darebbe Richard Ford se gli chiedeste da dove trae l’ispirazione per le sue storie. La vita in tutti i suoi movimenti impercettibili intorno a noi. È da lì che l’autore di Rock Springs, Sportswriter e de Il giorno dell’indipendenza (per cui ha vinto sia il Premio PEN/Faulkner sia il Pulitzer) parte per creare i personaggi e soprattutto i luoghi che fanno da sfondo alle sue storie. Luoghi che, come ricorda Sandro Veronesi sono descritti in maniera così vivida e partecipata da diventare essi stessi personaggi.

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La vita. Forse sarebbe questa la risposta che vi darebbe Richard Ford se gli chiedeste da dove trae l’ispirazione per le sue storie. La vita in tutti i suoi movimenti impercettibili intorno a noi. È da lì che l’autore di Rock Springs, Sportswriter e de Il giorno dell’indipendenza (per cui ha vinto sia il Premio PEN/Faulkner sia il Pulitzer) parte per creare i personaggi e soprattutto i luoghi che fanno da sfondo alle sue storie. Luoghi che, come ricorda Sandro Veronesi sono descritti in maniera così vivida e partecipata da diventare essi stessi personaggi.

È proprio l’autore di Caos Calmo a intervistare Richard Ford nella serata organizzata alla Triennale di Milano da la Lettura, l’inserto settimanale de Il Corriere della Sera, per premiare il libro che una giuria di 300 giornalisti, autori e studiosi di letteratura ha insignito del titolo di miglior libro del 2017. Si tratta di Tra loro (edito da Feltrinelli e tradotto da Fabio Cremonesi), storia autobiografica che racconta le esperienze di un ragazzino bianco che vive nel profondo sud degli Stati Uniti (Jackson, Mississippi).

Siamo alla fine degli anni ’50 del Novecento, in piena segregazione razziale, in un luogo “lontano anni luce da New York, dove nessuno scriveva o leggeva libri e bisognava imparare presto a difendersi perché l’odio era proprietà comune”. Eppure è proprio in questo luogo che il giovane protagonista di Tra loro si innamora delle storie contenute nei libri di William Faulkner e Eudora Welty e decide, dopo la morte di suo padre, di diventare uno scrittore. E lo stesso Richard Ford a raccontarlo ai suoi lettori accorsi alla Triennale: “Volevo fare per i lettori quello che i miei autori preferiti avevano fatto per me. Volevo scrivere libri perché fossero utili, senza pensare al successo o ai critici, ma per farlo avevo bisogno di tempo e di concentrarmi su una sola cosa, senza distrazioni. Il mese prima del nostro matrimonio [l’autore di Tra loro è sposato da cinquant’anni con Kristina Ford, cui dedica tutti le sue opere] ero ancora una volta senza lavoro, dopo aver provato inutilmente a fare qualsiasi cosa non fosse scrivere. Mia moglie mi chiese cosa volevo diventare nella mia vita. Io per la prima volta l’ho dichiarato: penso che farò lo scrittore. Lei mi disse: ok, allora io lavorerò e tu resterai a casa a scrivere. È così è stato”.

Semplice, sentendo parlare questo grande narratore che si appresta a compiere il suo settantaquattresimo compleanno, sembra che ogni scelta nella sua vita sia stata semplice. Anzi rettifico (perché Ford è un amante della parola giusta al posto giusto) non ‘semplice’, ma ‘naturale’, perché semplice non lo è mai.

Ascoltando la voce calda e pacata di Richard Ford che ripercorre le decisioni della sua vita, ci scopriamo a chiudere gli occhi e a entrare nel suo mondo, alla guida di una Buick Roadmaster del 1953 azzurra con il tettuccio bianco, mentre la polvere si solleva ai lati della strada al nostro passaggio e le insegne di legno attaccate ai palazzi bassi cigolano appena, lamentandosi per il caldo. Le ruote bicolori scorrono morbide e sempre più lente, affondando nell’asfalto come se fosse burro d’arachidi. Tra poco si fermeranno all’incrocio e tutto intorno sarà silenzio. È Ford che prende il controllo per ricordarci che scegliere è naturale come respirare, ciò che conta è sapere dove si vuole arrivare.

E se è più facile raccontarlo quando il futuro ci ha dato ragione, permane il dubbio nel pubblico che quell’uomo dalle braccia lunghe e sottili, con i capelli bianchi come neve d’alta quota, sarebbe stato contento anche se avesse fatto il dottore, il contadino o il commesso viaggiatore come suo padre e “sarebbe andata benissimo così”. Ma forse siamo solo prigionieri in una delle sue storie.

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Foglie al vento: un’intervista a Richard Ford https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-richard-ford/#respond Thu, 01 Jun 2017 06:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34510 Pubblichiamo un'intervista uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

New York. Ogni giorno non passa un’ora senza che Richard Ford pensi qualcosa di suo padre, morto il 20 febbraio 1960. O di sua madre, che se n’è andata il 28 dicembre 1981. «Mi mancano. Anche oggi che ho 73 anni e che loro sarebbero ultracentenari. Mi manca il loro controllo su di me, non c’è più nessuno a controllarmi».

Nemmeno sua moglie Kristina, cui dedica ogni libro? Un lieve controllo affettuoso, solidale, non spionistico?

«Stiamo insieme da 54 anni e non ci siamo mai controllati. Ci amiamo. Io voglio fare tutto quel che fa lei e lei vuol fare tutto quel che faccio io. Non siamo gelosi dei successi reciproci. Insomma, siamo molto esigenti e fortunati».

Queste intimità Ford le racconta, anzi le urla, in un affollatissimo bistrot dell’Upper West Side. Tra avventori che celebrano il pomeriggio domenicale e primaverile alzando il volume – magari anche il gomito – e camerieri che arrotano la r di Sancerre e Chardonnay. In lontananza, un neonato radical chic esprime il suo disappunto per la caciara con strilli ancor più potenti. Una situazione abbastanza insensata, ma Ford è il cantore dell’insensatezza, quindi va bene così.

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

New York. Ogni giorno non passa un’ora senza che Richard Ford pensi qualcosa di suo padre, morto il 20 febbraio 1960. O di sua madre, che se n’è andata il 28 dicembre 1981. «Mi mancano. Anche oggi che ho 73 anni e che loro sarebbero ultracentenari. Mi manca il loro controllo su di me, non c’è più nessuno a controllarmi».

Nemmeno sua moglie Kristina, cui dedica ogni libro? Un lieve controllo affettuoso, solidale, non spionistico?

«Stiamo insieme da 54 anni e non ci siamo mai controllati. Ci amiamo. Io voglio fare tutto quel che fa lei e lei vuol fare tutto quel che faccio io. Non siamo gelosi dei successi reciproci. Insomma, siamo molto esigenti e fortunati».

Queste intimità Ford le racconta, anzi le urla, in un affollatissimo bistrot dell’Upper West Side. Tra avventori che celebrano il pomeriggio domenicale e primaverile alzando il volume – magari anche il gomito – e camerieri che arrotano la r di Sancerre e Chardonnay. In lontananza, un neonato radical chic esprime il suo disappunto per la caciara con strilli ancor più potenti. Una situazione abbastanza insensata, ma Ford è il cantore dell’insensatezza, quindi va bene così.

A leggere Tra loro, il suo nuovo piccolo libro di due capitoli, si scopre che, senza la morte prematura – un infarto – di quel padre molto amato, forse non ci sarebbe stato questo memoir, né la quadrilogia di Frank Bascombe, con il Pulitzer e il PEN/Faulkner a Il giorno dell’Indipendenza, né Incendi, né Canada, né i tanti racconti. Il papà commesso viaggiatore per una fabbrica di amido da bucato dal nome più che letterario, Faultless Company (qualcosa tipo Gli Impeccabili), avrebbe avviato il giovane Richard a una vita più pratica e spiccia.

Altri scrittori provengono da famiglie come la sua: non ha attribuito troppo potere a suo padre?

«Lui non sapeva niente dei libri, era preso solo dal suo lavoro. Veniva dalla Depressione, da un’epoca in cui tutti avevano perso il lavoro e sapeva di essere fortunato ad averne uno. E io non ero un bravo studente. Se lui fosse vissuto a lungo avrei subito di più la sua influenza: non sarei andato al college, magari mi sarei arruolato, o mi sarei trovato un lavoro. Sono diventato uno scrittore passando attraverso cose di tutt’altro genere, che mio padre non avrebbe consentito. Che fai? Perdi tempo? Non guadagni? Morire così presto è stata una sfortuna per lui e una fortuna per me. E già questa constatazione è servita per farmi una prima idea su quanto è illogico il mondo. Scrivo sempre di cose che non funzionano, che non si capisce perché succedano. Il piacere e la sfida è trovare le parole che riconcilino queste incongruità».

Il piccolo Richard arrivò tardi. Reduci da infanzie abbastanza disastrose, sua madre Edna e suo padre Parker, detto Carrol, finalmente se la godevano: in giro per gli Stati del Sud con i loro campioncini di amido. Alberghi, ristoranti, una confortevole vita nomade e un grande amore che non si faceva troppe domande e prendeva la vita come veniva. La sua nascita fu accolta con lo stesso amore e la stessa semplicità. Edna diventò stanziale in un appartamento a Jackson, Mississippi, affrontando la vita della moglie del commesso viaggiatore: sola con il figlio tutta la settimana in attesa del festoso ritorno del marito carico di souvenir gastronomici il venerdì sera.

Il titolo Tra loro ricorda (a noi europei) una vecchia canzone di Aznavour, Ed io tra di voi, storia di un terzo incomodo tra due innamorati. Ma il piccolo Richard non era geloso. Anzi, gli piaceva essere laterale a questo amore: «Nessun sentimento di esclusione. A volte mi chiedo se ho cancellato dalla mia memoria qualcosa di orribile, perché non ho ricordi brutti della mia infanzia. E le poche volte che mi sculacciavano capivo perché me le davano: ero stato cattivo o erano terrorizzati che mi succedesse qualcosa».

Lei loda la mancanza di fisime psicologiche di Edna e Carrol, il loro non essere genitori moderni. Eppure questo memoir è anche una storia psicologica, la storia del suo trauma a 16 anni per la morte improvvisa del padre. Raccontata in modo meraviglioso.

«Considerare la morte di mio padre l’evento più importante mia vita è una formula inaccettabile. L’unica formula accettabile è che prima è vissuto e poi è morto. La morte è importante solo in termini di fine di una vita: Walter Benjamin diceva che il narratore attinge la sua autorità dalla morte, ma non mi sembra categorico: non mi bastava concepire la vita di mio padre solo in base alla sua morte. E io non mi considero segnato da questo evento: sono la persona più normale che conosco. Una persona normale che fa un lavoro straordinario».

Perché su padre e sua madre dormivano in camere separate?

«Nella casa piccola c’era un letto matrimoniale. Poi nella villetta dei sobborghi avevano due stanze. Non ho mai chiesto perché, non mi sembrava strano o inquietante, anche se Kristina e io dormiamo insieme. Forse mio padre russava e comunque era grosso, occupava tanto spazio, e mia madre era piccolina. Ma le visite notturne c’erano, facevano l’amore e io li sentivo, senza che mi facesse un particolare effetto».

Nei vecchi film americani mom & dad hanno sempre i letti separati.

«I famosi twin bed. E i bambini chissà da dove venivano. Puritanesimo. Censura. Correttezza politica. Il filo rosso è questo. Ma c’è n’è un altro di filo rosso, quello della libertà di fare, e quindi di dormire, come ti pare. Anche questo è molto americano».

Lei e Kristina non avete voluto figli. Eppure descrive i sentimenti di un padre con sconsolante attendibilità. Per esempio, in Il giorno dell’Indipendenza, quel miscuglio di fastidio, affetto e compassione provato da Bascombe per il figlio adolescente. Che non si lava, è molliccio, ha una verruca e dice e fa cose senza senso e piene di dolore.

«Ha presente il bambino che prima strillava? Dentro di me, una voce gridava Stai zitto! Ma ho sentito anche la voce interna della madre intimargli la stessa cosa. Senza darmi troppo credito, suppongo di poter percepire quello che pensano gli altri e che gli altri possano fare lo stesso con me. Non ho l’esperienza della paternità, ma ho affinato quella di figlio. Ero un bambino disobbediente, sovversivo, non facevo quel che mi dicevano. Sapevo di esasperarli al punto che talvolta avrebbero preferito non avermi fra i piedi. Non è strano che possa descrivere i loro sentimenti o quelli di altri genitori, perché eravamo molto vicini. E poi c’è sempre un mistero da qualche parte, nel cuore di quello che uno scrittore riesce a raggiungere, a mettere insieme».

Gira voce che Ford sia un narratore per uomini. Un giornalista del NYT lo ha accusato di trattare le donne da sciacquette (nel migliore dei casi). Ma in Comunista, un racconto della raccolta Rock Spings (1987) una donna s’incazza col suo amante cacciatore che ha ferito un’oca e la lascia morente nell’acqua. «Le hai sparato tu. Devi andarla a prendere. Non è questa, la regola?». Rigore pionieristico e nessuna svenevolezza.

Sarà allora per via delle scopate senza problemi di certi personaggi maschili?

«Ma sono solo un paio».

Facciamo un po’ di più. Comunque ci sono sempre delle donne con loro.

«Eh no: per chi lancia queste accuse gli uomini scopano e le donne sono scopate, anche se non mi pare che le cose vadano proprio così. E poi, non si può parlare di uomini o di donne, ma di un uomo o di una donna. Uno scrittore non tratta il mondo in generale, ma i suoi innegabili particolari».

Chi le ha insegnato a cacciare e a pescare?

«Mio padre, e di più il patrigno di mia madre. Tipo pratico, losco, seducente. È un bel mondo. Ci sono regole da imparare, talenti da praticare. Dà piacere. Ed è bello addestrare in cani. Nel Maine io ne ho due. L’uccisione dell’animale è la cosa meno piacevole. Da giovane mi sembrava più che naturale, cibo per la famiglia, ma invecchiando mi diventa sempre meno accettabile».

Quanti abbozzi di romanzi conserva nel freezer, tra le sue prede che frollano?

«Ci sono i miei 50 blocchi di appunti, un paio di romanzi e alcuni racconti. Ci sarebbe il quinto romanzo di Bascombe con il figlio che ha la Sla, ma non mi sento abbastanza energico per scriverlo. Continuo a prendere appunti, il titolo è Be Mine, ma mi succede una cosa strana: non ho mai avuto l’età di adesso e non so come devo muovermi, quali sono le regole»

È la prima età di cui non conosce le regole?

«No, ma per la prima volta sento che le regole potrebbero non essere perentorie. Per tutta la vita ho scritto perché volevo fare lo scrittore e avevo il materiale: queste due cose insieme portavano alla pubblicazione. Ma oggi sono vecchio e ho questo libro che potrei scrivere, e anche bene, ma non mi sento obbligato. E neanche ci sto male. Ho scritto un racconto in gennaio e un altro il mese scorso, escono sulle riviste, sul New Yorker. Forse fra sei mesi mi sentirò diversamente, ma la vita, di suo, va in direzione diversa».

Se c’è meno futuro si è meno coinvolti o in obbligo di mantenersi impegnati?

«Esatto, mi sento molto più obbligato dal presente. Quando scrivi un romanzo metti in gioco tre anni o quattro e alla fine senti che li hai riempiti completamente, sei soddisfatto, ma ora non la sento più così. Penso che sarei in grado di fare un libro di racconti. Ho un certo interesse per l’Irlanda, da dove viene la mia famiglia. Ho cinque storie, e potrei farne altrettante, sugli irlandesi diventati americani nel XX secolo. Sarebbe interessante vedere chi sono, dove sono e quanto è ininfluente la loro origine irlandese. Per esprimere l’irrilevanza di quel che consideriamo rilevantissimo ho scritto la storia di due ragazzi americani che vanno in Canada quando c’è la coscrizione per il Vietnam. Lei poi decide di tornare in Ohio dove suo padre, un immigrato irlandese, ha un bar. Lui invece resta, diventa canadese e molti anni dopo si ammala: sta per morire e la manda a chiamare. Lei attraversa Ohio, Michigan e Canada e riflette. Quello che considerava un episodio chiave della sua giovinezza non conta più niente».

Ma perché gli americani, che sono ossessionati dal potere, dalla solidità, dai grattacieli, dalla conquista, sembrano poi delle foglie al vento?

«Perché siamo foglie al vento: non abbiamo storia né religione di Stato. E abbiamo un governo disperso su un continente troppo grande che non vuole farci dipendere troppo dallo Stato: non è un bene né un male. Bene e male sono termini individuali. I Paesi non sono né buoni né cattivi. Come le istituzioni. E l’umanità. Ma Donald Trump è un idiota perfetto».

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Scrivere non è un’impresa: intervista a Richard Ford https://minimaetmoralia.it/interviste/scrivere-non-e-unimpresa-intervista-a-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/interviste/scrivere-non-e-unimpresa-intervista-a-richard-ford/#comments Wed, 11 Nov 2015 13:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29061 Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

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Richard Ford è un bell’uomo atletico con un paio d’occhi color ghiaccio. Nato a Jackson nel 1944, oggi è considerato uno degli scrittori statunitensi più importanti, il primo a vincere sia il PEN/Faulkner che il Premio Pultizer per la narrativa. Il successo mondiale del suo penultimo libro, Canada, lo ha reso noto ai più ma gli amanti della letteratura americana erano già stati ampiamente conquistati dalle vicissitudini del personaggio principe, quel Frank Bascombe che ci aveva accompagnato per mano in Sportswriter, Il giorno dell’indipendenza e infine ne Lo stato delle cose (tutti editi per Feltrinelli), seguendone la crescita emotiva e le svolte professionali, da giornalista sportivo ad agente immobiliare.

Ormai Frank sembrava destinato all’oblio ma quando Richard Ford ha sentito il desiderio di raccontare le conseguenze meno evidenti dell’uragano Sandy che colpì gli Stati Uniti nel 2012, era certo che nessuno potesse farlo meglio di Frank Bascombe, per via della sua capacità di andare al centro delle cose. Senza lesinare l’ironia. Tutto potrebbe andare molto peggio (traduzione di Vincenzo Mantovani) è una raccolta di quattro racconti strettamente connessi fra loro ma eccellenti anche se presi singolarmente, e ancora una volta Frank è cambiato agli occhi dei lettori.

Ormai è un uomo maturo, un agente immobiliare in pensione che vive ad Haddam con Sally, si impegna nel sociale e comincia a pensare alla fine dei suoi giorni, non senza qualche rimpianto. Vorrebbe poter vivere il tempo che gli resta liberandosi di tutto ciò che reputa superfluo ma non riesce mai a dire di no. Frank è il perfetto americano medio di buon cuore che non si tira mai indietro. E in fondo proprio per questo ci piace.

Mr. Ford, dieci anni fa or sono mise da parte la voce di Frank Bascombe. Perché le devastazioni dell’uragano Sandy lo hanno riportato in auge?

Frank è capace di miscelare tanto l’aspetto serio che quello comico delle cose che gli succedono. Attraverso i suoi occhi, quelli di un uomo del New Jersey, ho sentito che avrei potuto leggere gli effetti meno evidenti dell’uragano Sandy, quelli più subdoli, sfuggiti ai radar dei media. Dieci anni or sono, dopo Lo stato delle cose, ero stufo della voce di Frank ma adesso non potevo proprio farne a meno.

Il titolo inglese, Let me be Frank with you, suona davvero bene. Cosa esprime questo gioco di parole?

Rende letteralmente la volontà di Frank di essere veritiero e sincero. Ma è chiaramente anche un gioco di parole che rimanda al suo senso dell’umorismo e al tempo stesso, un chiaro annuncio al lettore affinché sia pronto al ritorno in pagina di Frank Bascombe. L’unico. Tengo molto a questo titolo eppure non è piaciuto proprio a tutti, soprattutto al mio editore Harper Collins.

Come mai?

Perché sono stupidi.

Durante tutto il libro Frank sembra volersi liberare dalle zavorre emotive e disimpegnarsi. Perché?

Vorrebbe liberarsi delle emozioni che non gli servono e che giudica superflue, saturandolo. Avete presente quella brutta sensazione che proviamo quando siamo in compagnia dei nostri amici e ci rendiamo improvvisamente conto che vorremmo essere altrove? Lui vorrebbe far spazio e se ci riuscisse, come per magia, avrebbe anche più tempo per le cose importanti. Purtroppo non vi riesce.

Frank ha un forte legame con i suoi clienti, li assiste convinto che la casa non sia solo un immobile ma molto di più. È così anche per lei?

La casa di famiglia è un bene specifico, superiore a tanti altri. Tutto ciò che è emblematico nella nostra vita ha prima di tutto un valore specifico ed è proprio questo tratto che mi cattura e mi affascina. Una volta che un bene diventa emblematico il suo valore è ovvio a tutti ma, al contrario, le specificità non sono mai scontate, vanno conquistate prima e tutelate poi. Una casa non è mai soltanto una casa, il suo valore trascende quello del semplice rifugio, dentro vi si annidano i ricordi, le promesse e le speranze.

Davanti alla devastazione di Sandy, Frank ha un punto di vista inconsueto.

Questo libro è nato con l’idea di descrivere in modo non convenzionale le devastazioni dell’uragano Sandy e nel farlo volevo allontanarmi da tutte le convenzioni sociali che ci impongono un certo stato emotivo socialmente accettato. Emerson credeva che la natura fosse profondamente misteriosa, che la maggior parte delle cose naturali nel mondo non siano affatto ovvie. Così, quando si trova nel bel mezzo delle rovine dell’uragano Sandy, è palese la fragilità delle cose che consideriamo un patrimonio eterno ma soprattutto, Frank si sorprende della bellezza del panorama senza tutte le case in mezzo. Era mia intenzione invitare il lettore ad usare la potenza dell’immaginazione per comprendere davvero il mondo. Del resto chi potrebbe mai pensare che Dio abbia inventato gli uragani solo perché la nostra visuale sul panorama fosse più sgombra? Solo l’immaginazione.

Dopo aver ascoltato una confessione, Frank scoprirà un intollerabile tradimento. Ma la sincerità è sempre un valore?

Senza dubbio è sempre il valore più alto. L’obiettivo è quello di avvicinarsi il più possibile all’altro e la mancanza di sincerità, così come l’ironia o il sarcasmo, sono delle barriere, degli impedimenti emotivi che non fanno altro che separarci.

Anche per il romanziere la sincerità è la via maestra?

Per il romanziere, per l’uomo, per tutti. Perché rivela chi sei. Anche se non sempre sono buone notizie (ride, ndr).

Più volte Frank fa attenzione alle parole che ascolta e pronuncia e ne sottolinea lo svuotamento di significato quotidiano…

Certe parole ci offendono. Alcune parole sono così costantemente presenti nel nostro parlato comune che hanno perso il proprio valore divenendo semplice intercalare. Sarebbe meglio eliminare le parole superflue e tradite creando un’opportunità per l’ingresso di nuove parole.

Dialogando con Livia Manera Sambuy nel libro Non scrivere di me (Feltrinelli, 2015), lei afferma di voler avere il controllo assoluto su ogni singola parola della frase. Cosa significa?

Scrivere non è affatto difficile. Non è certo un gesto naturale ma non è nemmeno un’impresa. Ma quando stai per pubblicare qualcosa, ti rendi inevitabilmente conto che resterà per sempre sulla carta senza possibilità di modificarlo e le persone lo leggeranno nel tempo esattamente così com’è. Prima di consegnare il testo finale, lo leggo e rileggo a voce alta e sento una forte pressione affinché ogni parola vada al suo posto esatto. Proprio questa è la parte più difficile della scrittura.

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Ti proibisco di scrivere di me. Intervista a Livia Manera Sambuy https://minimaetmoralia.it/letteratura/ti-proibisco-di-scrivere-di-me-intervista-a-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ti-proibisco-di-scrivere-di-me-intervista-a-livia-manera-sambuy/#respond Mon, 14 Sep 2015 16:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28441 Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy - ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». "Non scrivere di me" (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, "Di cosa parliamo quando parliamo d’amore" di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

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Come si diventa autorevoli? Cosa significa essere una “firma giornalistica”? Il giornalismo culturale è finito? «Forse sì – afferma Livia Manera Sambuy – ma qualcos’altro sta nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e molta precarietà». “Non scrivere di me” (edito da Feltrinelli) è uno scrigno di tesori, ricco di aneddoti, di vita vissuta, in cui gli scrittori sono resi con vividezza grazie ad una grande quantità di virgolettati che rispecchiano anni di conversazioni e di rapporti più o meno intimi, resi con sincerità, oscillando da Richard Ford a Philip Roth, da Mavis Gallant a Karen Blixen, da James Purdy a David Foster Wallace, passando dalla sincera ammirazione allo sconforto per le attese umane, talvolta, deluse. Livia Manera Sambuy firma di punta del Corriere della Sera, ha scritto sempre di libri e cultura, girovaga per il mondo, scoprendo e segnalando numerosi scrittori e fra questi ha tradotto, poco più che ventenne, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver («la sua brevità è intraducibile in italiano, è letteratura alta con frasi brevi e parole semplici, con un ritmo da pugno nello stomaco») e anni dopo ha firmato due documentari su Philip Roth.

“Non scrivere di me” è un libro da tenere sul comodino. Uno di quelli da leggere e rileggere magari mentre si passa da Canada a La mia africa, uscendo ed entrando dalle pagine di narrativa alla vita reale degli scrittori che amiamo e che rendono più ricca le nostre vite.

Questo libro è anche una tua personale risposta alla crisi dei quotidiani che stiamo attraversando?

«Certamente. Nel 2008 c’è stato un grande cambiamento personale nella mia vita, ho cambiato città trasferendomi a Parigi senza parlare una parola di francese e pochi mesi dopo il mio giornale mi comunicò che il mio tipo di collaborazione sarebbe stata radicalmente diversa. Avevo l’impressione che fosse tutto finito; quel tipo di giornalismo fatto di viaggi e reportage a stretto contatto con gli scrittori e i luoghi che li ispiravano era giunto al capolinea. Ma devo ammettere che questa scossa giunse in un momento in cui sentivo sempre più forte il bisogno di cambiare aria ma non avevo, forse, il coraggio di farlo. Così è nato questo libro, non come una semplice raccolta dei miei articoli ma come un libro in cui sono personalmente immersa.

Del resto nel libro scrivi che intervistando è automatico paragonare il proprio vissuto con il soggetto intervistato. Come nascono le singole interviste, come ti prepari?

«Nel tempo tutto è mutato. I primi tempi ho messo a punto un sistema non ortodosso. Naturalmente leggere i libri a fondo. Preparare le domande incrociando le mie idee con quella dei critici americani e una volta giunti davanti all’intervistato ciò che conta è cercare di metterlo a proprio agio, lasciarlo parlare e pungolarlo con il buon senso per toccare i punti focali. Registro tutto perché credo sia fondamentale partecipare davvero alla conversazione e ciò richiede ovviamente più tempo per scrivere il pezzo definitivo ma ne vale la pena».

Con l’invito dell’editor Alberto Rollo hai messo nel libro il tuo vissuto tanto che ad un certo punto paragoni la letteratura americana ad un altrove in cui rifugiarsi. Cosa significa questo?

«La vita è fatta di tante cose. C’è stato un grande amore e ci sono i miei figli, che adoro, una città che mi andava stretta ovvero Milano e un lavoro che pur amando tanto non mi saziava. Le uniche cose che mi davano grandi emozioni erano la lettura e la possibilità di viaggiare incontrando questi autori. Questo era il mio altrove e lo è anche oggi».

”La letteratura non è niente di più che una questione di vita o di morte”. Ti piacciono queste parole di Mavis Gallant?»

Lei è una donna coraggiosa e ha fatto scelte estreme che ha pagato carissimo con gli ultimi anni passati in indigenza. Ma sono d’accordo, quando gli scrittori sentono che ciò che devono dire è urgente, davvero urgente, devono sacrificare tutto. Devono essere pronti a farlo in nome della letteratura. Poi c’è tutto il resto, l’intrattenimento, alto o basso che sia, fatto bene o fatto male».

La letteratura è una passione che sottomette tutto?

«Assolutamente. La maggior parte degli scrittori fa molta fatica e non si lamenta neanche tanto. Certo è molto dura ma sopravvivono perché hanno la purezza dello spirito ad animarli».

A proposito di David Foster Wallace, “sembrava destinato ad un ristretto nucleo di intellettuali e invece divenne un fenomeno popolare”. Come si diventa scrittori di culto?

«Uno scrittore di culto è uno con una fortissima leadership ma verso una nicchia, invece nel caso di DFW la sua era una nicchia gigantesca ovvero la sua intera generazione. Adesso conquisterà anche la Francia visto che a settembre uscirà, finalmente, con una nuova traduzione».

DFW era davvero contrario alle traduzioni dei suoi libri?

«Sia alle traduzioni che alle interviste. Era convinto che i suoi libri potessero essere tradotti ma sarebbero stati più che altro delle descrizioni. E credo che avesse ragione perché ci sono cose oggettivamente intraducibili ma è pur vero che ci sono traduttori capaci di miracoli, come Maurizia Balmelli e Susanna Basso ma io leggo in lingua e certamente ce ne saranno altri validi. Nelle traduzioni si perdono facilmente il ritmo e le espressioni idiomatiche e specialmente per i libri di DFW è un gran peccato».

Una frase di Roth è il titolo del libro. Ti ha sorpreso la sua decisione di smettere di scrivere?

«No. Imparando a conoscerlo ho scoperto un uomo ossessivo, senza vie di mezzo. Se scrive, scrive e non c’è spazio per nient’altro; ma se non scrive, è la totale anarchia. Lui ha rinunciato a tutto per poter scrivere, si è incatenato per sessant’anni alla scrivania e quando dice che oggi è più felice, so che è sincero».

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Tutto potrebbe andare molto peggio, il nuovo romanzo di Richard Ford https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutto-potrebbe-andare-molto-peggio-il-nuovo-romanzo-di-richard-ford/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutto-potrebbe-andare-molto-peggio-il-nuovo-romanzo-di-richard-ford/#comments Fri, 17 Jul 2015 14:30:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27857 di Marco G. Montanari

Quando si chiude l’ultima pagina e ci si abbandona ai momenti di silenzio che seguono la fine della lettura di un bel libro, si ha come la sensazione che qualcosa sia stato risolto, che il mondo, nel suo caotico e continuo incedere disordinato nel tempo, sia stato liberato da un po’ del suo male. Come se una piccola parte della natura incomprensibile delle cose ci fosse stata rivelata.

Leggendo Richard Ford questa sensazione ci diverrà familiare.

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di Marco G. Montanari

Quando si chiude l’ultima pagina e ci si abbandona ai momenti di silenzio che seguono la fine della lettura di un bel libro, si ha come la sensazione che qualcosa sia stato risolto, che il mondo, nel suo caotico e continuo incedere disordinato nel tempo, sia stato liberato da un po’ del suo male. Come se una piccola parte della natura incomprensibile delle cose ci fosse stata rivelata.

Leggendo Richard Ford questa sensazione ci diverrà familiare.

Nel caso di “Canada”, il penultimo libro dell’autore di Jackson nel Mississipi, pubblicato da Feltrinelli nel 2013, questi momenti sono stati così intensi e importanti che forse possiamo ricordare la temperatura della stanza in cui ci trovavamo a leggere, la tonalità della luce che si rifletteva sugli oggetti nelle mensole e, con una buona dose di approssimazione, il mese, il giorno, o l’ora stessa del momento in cui abbiamo concluso il libro.

Forse qualcosa di molto simile è accaduto anche leggendo “Tutto potrebbe andare molto peggio”, uscito a giugno sempre per Feltrinelli, nella traduzione di Vincenzo Mantovani. Partire prevenuti o ritrovarsi con lo sguardo influenzato da un sottile pregiudizio, dopo un’esperienza totale come “Canada”, è il minimo. Più che naturale quindi se, appena saputo della pubblicazione in America di quello che nel suo titolo originale era “Let me be Frank with you”, abbiamo pensato che non sarebbe stato semplice per l’autore superarsi. Eppure l’abilità di Ford è da sempre quella di stupire i suoi lettori e smentire di conseguenza ogni aspettativa, costruendo una realtà e un intreccio impossibile da glissare.

Se in “Canada” ciò che conta sono i confini, sia materiali che spirituali, in “Tutto potrebbe andare molto peggio” è l’uomo stesso, nella commovente e a tratti sconvolgente pienezza della sua essenza, ad essere protagonista. L’uomo e la sua capacità di accettare se stesso e la propria storia. Ford penetra la vita, la sviscera e con la calma apparente che lo contraddistingue porta alla luce il mistero che si cela dietro le cose, anche le più banali, della nostra quotidianità. Una calma apparente, propria dei momenti che precedono una tempesta o l’immobile e sicuro centro di un uragano – che, tra l’altro, è presente nella narrazione.

“Strane fragranze arrivano sulle ali di un’inquieta brezza invernale nella Shore questa mattina, due settimane prima di Natale. Corone di fiori su un mare minaccioso suscitano aspettative negli sprovveduti.”

Sin dall’incipit Frank Bascombe ci appare come un uomo apparentemente normale, piatto e lucido nelle mille situazioni che ha attraversato. Non ha niente in più di un essere umano qualunque, con i suoi dispiaceri, le sue vittorie, l’orgoglio e la violenza, l’amore e la dolcezza. Ci viene mostrato attraverso una serie di istantanee iperreali, cariche della raffinata pulizia di prosa a cui Ford ci ha abituati. La sua bravura, che è quella dei veri narratori, sta nel raccontarci ciò che accade e darne un giudizio, senza però esprimerlo direttamente. Un po’ come sostenere che per svelare il mistero occorre immergersi in esso.

Quattro racconti intrecciati tra loro, scanditi dall’incontro di Frank con alcuni personaggi, che lo obbligheranno a fare i conti con la desolante concretezza della propria realtà, sprofondando in prove emotive difficili da sostenere – come nel racconto dedicato all’ex moglie Ann malata di Parkinson. Il tempo di Frank, dilatato, subisce nello scontro con il passato e il presente, tante scosse di assestamento, quasi fossero le conseguenze di un cataclisma che, nel testo, è Hurricane Sandy, ma che Ford chiama semplicemente “vita”.

In “Tutto potrebbe andare molto peggio” il personaggio – forse il più amato dal suo autore, apparso già in “Sportswriter”, “Il giorno dell’Indipendenza”, “Lo stato delle cose” – è sottoposto ad una kenosis, ad uno “svuotamento” che porta il protagonista ad attraversare tutto, ricordi, persone, oggetti con uno sguardo nuovo. Finalmente obiettivo? Direi definitivo.

“Molto di ciò che leggo e vedo ancora alla tv sembra avere lo scopo, devo dire, di aiutarmi a lasciare il palcoscenico dell’umanità nel modo meno doloroso e più celere possibile, facendo sì che l’ignoto non diventi una causa di fastidio così grande. Anche se spesso l’aspetto più interessante che riguarda le cose è proprio il fatto che finiscono: in quanto la maggior parte sembrano non finire mai abbastanza in fretta.”

Ciò che fa Ford in questa ultima prova è proporci il silenzioso esame di coscienza di un uomo giunto ormai ben oltre la metà della propria esistenza e insegnarci attivamente ad osservarne i fantasmi, le delusioni, i rimorsi, ma anche ciò che c’è stato di bello e che non tornerà più. Gli stessi fantasmi, le stesse delusioni che caratterizzano la nostra esistenza e che tante volte ci sembra così arduo affrontare. La vera catastrofe è il lamento, sembra dirci Ford, e il modo in cui lo dice ci pare autentico e per nulla superbo. Non è un caso poi che Bascombe sia praticamente coetaneo di Ford. E come Roth – l’altro tra i più grandi degli americani – che nel suo “Nemesi” ha voluto esorcizzare la paura della malattia, della sofferenza, della debolezza e della vecchiaia, così anche Richard Ford ha voluto lanciare la sua provocazione sommessa mostrandoci la limpidezza drammatica della vita e invogliandoci ad accettarla, in tutte le sue inesauribili e meravigliose sfaccettature.

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Gallant, Roth, Purdy e gli altri https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/#comments Wed, 22 Apr 2015 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26265 Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

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Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

È sufficiente scorrere l’archivio storico del Corriere della Sera per capire che nella sua carriera ha attraversato l’intero spettro della letteratura angloamericana; tuttavia, tra tanti incontri, ha scelto di rievocarne otto, cosa che appare come una precisa scelta di poetica. Due grandi scrittori poco noti in Italia – Mavis Gallant e James Purdy; due grandi invece celebri – David Foster Wallace e Philip Roth; due autori che ben incarnano un certo spirito pratico degli Stati Uniti, Richard Ford e Paula Fox; due scrittori-giornalisti, sorta di specchi dell’autrice stessa, Joe Mitchell e Judith Thurman. Ma gli specchi, in Non scrivere di me, sono ovunque.

Il primo è proprio Mavis Gallant, che Livia Manera incontra quando si è appena trasferita, da sola, a Parigi, esattamente come fece la scrittrice canadese nel 1950, e con cui stabilisce un’amicizia fatta di confidenza, ironia e riconoscimento; l’ultimo è Philip Roth, leggenda vivente con cui Manera instaura un legame forte, che porterà a due documentari, una conoscenza profonda e una lunga frequentazione – sarà lo stesso Roth a canzonarla amorevolmente con le parole di Groucho Marx “Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia…”samb
Il risultato di questo gioco di specchi è un viaggio all’interno della letteratura come vita, e dunque come sistema di relazioni. Il che, ed è tra le cose di Non scrivere di me che più incanteranno il lettore, genera un ulteriore livello di riflessi: Manera incontra Gallant che le parla di quando stroncò De Beauvoir e incontrò Sartre; Manera incontra Ford che le racconta del suo amico Carver; Manera visita Purdy e vi trova John Uecker, già compagno di Tennessee Williams; Manera incontra Thurman e da lì ci reca a sfiorare Colette, Karen Blixen e Salinger; Mitchell evoca Edmund Wilson e addirittura il nostro Niccolò Tucci, autore oggi dimenticato che arrivò a pubblicare proprio sul New Yorker

Nicole Krauss scrive, in una frase citata dall’autrice, che la letteratura ha il potere di aprire canali di comunicazione altrimenti preclusi, ma è indubbio che anche Livia Manera ha questo potere: si intuisce, tra le righe, una grazia e una capacità di essere amica discreta, sponda e specchio per le scrittrici e gli scrittori che incontra, che finisce per portare molto oltre la cronaca letteraria.

Se, come dice Wallace – forse l’unico, nella sua già parossistica chiusura al mondo, a sfuggire a questa grazia, alla possibilità stessa di un legame, nonostante l’incontro narrato nel libro sia particolarmente toccante  – “una delle ragioni per cui gli scrittori di narrativa diventano tali è che nulla di veramente importante può essere detto in modo diretto”, Non scrivere di me dimostra invece che quando l’incontro e l’intervista non sono più stretta attualità culturale, quando subentrano il coinvolgimento emotivo e una sensibilità del tutto particolare a conferir loro ulteriori filtri, è lì che la figura e il pensiero dell’autore riappaiono sotto una luce nuova.

È possibile che il lettore si avvicini a questo libro per i nomi più celebri, per scoprire qualcosa in più su Roth o Wallace, e splendidi sono in effetti i loro ritratti; ma il vero dono che si ricava dalla lettura di Non scrivere di me è quello della ricostruzione di un piccolo “canone maneriano”, sicuramente diverso da quello di molti lettori italiani, anche appassionati di letteratura americana: e andrà a finire che ci ritroveremo a ricercare negli scaffali di casa quel vecchio Einaudi di James Purdy finito chissà dove; che andremo in libreria per acquistare i BUR dei racconti di Mavis Gallant, o i libri di Joe Mitchell recentemente ripubblicati da Adelphi.

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I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/#comments Mon, 14 Apr 2014 16:19:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19797 Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013.

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

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Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013. (Fonte immagine)

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

Antonio Monda: Frequento gli Stati Uniti dal ‘79, anno in cui mia madre mi regalò un viaggio dopo la maturità. C’era il presidente Carter. Ho passato due mesi: un mese e venticinque giorni in California, che non apprezzai affatto, e gli ultimi cinque giorni a New York, che mi hanno folgorato. Sono arrivato qui in un albergo che non c’è più che ora è diventato il Peninsula, un pomeriggio nei primi di ottobre, il tempo perfetto, al tramonto ma erano già accesi i grattacieli quindi c’era quella combinazione che qui chiamano magic hours, e io rimasi incantato e un tassista che mi portava dall’aeroporto all’albergo capì la mia emozione e mi disse: “Benvenuto nel cuore del mondo”. Poi sono tornato l’anno successivo, già ero studente universitario, con due miei amici, e passammo altri due mesi. Studiavo legge. Io sono laureato in legge, perché io sono figlio di un avvocato. Ho perso mio padre quando avevo quindici anni e l’unica promessa che mi fece fare mia madre era di prendere una laurea possibilmente in quella direzione lì. Mi sono laureato abbastanza mediocremente, 100 su 110, già lavoravo come assistente alla regia nel cinema e mi ricordo che di notte giravo un film come assistente e di giorno andai a laurearmi.

Mentre studiavo ritornai per due mesi, un altro viaggio, non più regalo ma sempre finanziato da mia madre. Dopo due settimane finii tutti i soldi e cominciai a fare dei lavoretti, e questa è stata una caratteristica che mi son portato tanto nella vita, improvvisare lavori. Ho fatto l’imbianchino, per esempio. L’imbianchino è stato il più catastroficamente comico perché mi hanno licenziato dopo tre giorni, non ero capace, però questo mi ha insegnato che in America si possono trovare lavori. Andavo strada per strada, negozio per negozio e chiedevo “Avete un lavoro per me”. E un signore francese che aveva una boutique su Madison Avenue, che non esiste più, disse “Io devo dipingere tutto il mio basement”. Mi ha detto “prendi e fai”. Io ho mentito, ovviamente: mi hanno detto “Sai farlo?”, e io “Certo che lo so fare”. Poi dopo un po’ mi hanno detto “Se ne vada”, mi hanno pagato… Poi ho trovato lavoro in un negozio di scarpe che era due volte più avanti rispetto a questi, io andavo sempre in zone buone, Madison Avenue…

Di chi eri ospite?

La questione dove abitavo è legata a un capitolo importante che ti voglio raccontare. Trovai un lavoro come stock boy – ovvero quel ragazzino che nei negozi di scarpe o in questo tipo di negozi prende la mercanzia dallo scantinato e la porta al superiore di grado che è quello che mette le scarpe al cliente – e io dovevo fare decine di volte al giorno dal piano di sotto al piano di sopra a portare delle scarpe, siccome ero negato anche in questo, nonostante non fosse un lavoro altamente intellettuale, il padrone del negozio, che si chiamava Baku ed era un indiano, quando sentiva che io nelle scale facevo cadere diciotto scatole, diceva, io lo sentivo dal piano di sotto, “povero povero Baku”, di se stesso che aveva assunto questo sciagurato che faceva quel disastro… E lì ho avuto un piccolo glimpse, come si dice qua… Già ero innamorato di New York, ci volevo restare, ma una volta ebbi un glimpse delle star, del glamour, perché in quel negozio entrarono Ingrid Bergman e David Bowie a comprare delle scarpe…

Insieme, spero.

No no, in momenti successivi. David Bowie credo per la moglie, una bellissima donna; Ingrid Bergman invece per sé: io andai tutto emozionato a portarle queste scarpe. Mi hai chiesto dove alloggiavo. Un amico carissimo, che era un collega di mio padre, nello studio legale di mio padre, un importante avvocato di Roma, era proprietario di un palazzo che aveva degli appartamenti vuoti e lui mi fece abitare lì. Ci ho vissuto per due anni. Poi io dal ’79-80 fino al novantaquattro, anno in cui mi trasferisco a vivere a New York, sono venuto quasi ogni anno perché innamorato della città. Nell’ottantacinque conosco quella che è diventata mia moglie, la mamma di tre figli, girando documentari… Ogni volta m’inventavo lavori da fare…

E quanto stavi ogni anno?

Dall’uno ai tre mesi. In questo periodo quella casa non era più nella mia vita perché andavo dove capitava, da amici eccetera, però poi nel novantaquattro, quando ormai ero sposato con le prime due figlie, e mi trasferisco a New York perché non mi piaceva più stare in Italia, perché era un momento difficilissimo, non molto diverso da quello che stiamo vivendo adesso, con gli attentati mafiosi, tangentopoli, anni terribili, io me ne vado anche perché avevo l’opportunità di avere la Green Card.

Come ce l’avevi l’opportunità?

Perché avevo sposato un’americana… Jacquie è giamaicana però ha il passaporto americano, quindi quando ci siamo sposati ho fatto il passaporto americano. Non avevo una lira. Io nel novanta faccio un film che si chiama Dicembre, il film viene presentato a Venezia alla settimana della critica, ottiene delle buone, a volte anche delle ottime recensioni e un pessimo risultato al box office, incassa poche decine di milioni, un disastro, nonostante un buon riconoscimento. Io cerco a quel punto di fare un altro film.

Il tuo sogno a quel punto era di fare cinema?

Era proprio il mio progetto, quello che credevo sarebbe diventata la mia vita. Io sono da sempre stato innamorato della cultura ebraica, tant’è che nell’ottantacinque, ottantasette, è in quell’occasione che conosco Jacquie, faccio un documentario sulla cultura ebraica per Rai Tre. Oltre New York. Viaggio nella cultura ebraica americana. Intervisto tante persone che negli anni mi sono diventate amiche o conoscenti: Philip Roth, che rifiuta l’intervista però lo conosco quella volta, Saul Bellow mi dà l’intervista, Arthur Miller, di tutti questi quello di cui sono diventato forse – amico è un po’ troppo, ma veniva a cena… Li conosco tutti in questa occasione e tra questi intervisto Isaac Singer, forse il più grande di tutti questi, gigante vero, io mi innamoro di un suo racconto che opziono, trovo un produttore, che oggi è diventato presidente di Cinecittà, Roberto Ciccutto, e cerco di convincerlo a fare il film in America. Vengo qui per fare sto film, già con due figlie di un anno, io e Jacquie non avevamo un lavoro, non avevamo una lira, Jacquie si impiega all’Italian Trade Commission, l’Istituto del Commercio Estero, io cerco lavoro all’università, dove mi vedi in questo momento… Vengo a fare un’interview qui alla NY University e mi prendono come Adjunct Assistant, l’ultima ruota del carro…

Sulla base di cosa?

Avevo girato un film, avevo fatto vedere molte pubblicazioni, mi hanno detto: “Li faresti dei corsi?” Questo è come funziona l’America. Ovviamente devi saperti molto presentare, devi far vedere la tua mercanzia: io ho fatto vedere tutte le recensioni, ho detto quanto potevo portare di buono… Bisogna fare lobbying a favore di se stessi. Comunque ci credono e mi danno questa opportunità e io l’ho presa.

Quindi da allora stai qui?

Dal novantaquattro. Che cosa succede? Non avevamo una lira perché il mio primo contratto qui era 600 o 700 dollari al mese, il contratto di Jacquie era meno di 2000, 1600-1700, insomma in due avevamo 2500 ed eravamo in quattro, anzi avevamo pure la donna di servizio di mia madre che era venuta da noi a fare la nanny pagata dall’Italia da lei perché non ce la potevamo permettere, quindi così vivevamo… al che cosa abbiamo fatto?

Oddio, questo miscuglio di borghesia e lastrico…

Sì, totale, ah ah… Allora io mi ricordo della famosa casa di quattordici anni prima: richiamo questo signore il quale si rivela ancora l’amico straordinario che era stato, mi dice “Antonio, io ti do una casa e puoi stare lì fin quando ne hai bisogno”. Dopo due mesi però la casa era molto… la casa era in un posto bellissimo… sessantatré tra Madison e Park, il cuore della città, East Side, però era anche piccolissima: un salotto con un bagnetto e un angolo cucina e noi vivevamo in cinque…

In Italia dove vivevate?

Ai Parioli, da mia madre. Da sposati avevamo una casa in affitto in Via del Boschetto, ma vengo da quel mondo lì, dai Parioli. Succede che gli ultimi mesi prima di trasferirci in America viviamo quasi un anno da mia madre e poi siamo venuti qua. Dopo pochi mesi io non riesco a sopravvivere in queste condizioni, a vivere tutti in una stanza, al che io vado dal mio amico e gli faccio questa proposta, gli dico “Senti mi dai un secondo di appartamento? In cambio io lavoro, ti faccio da super”, che è una via di mezzo tra il portiere e il factotum. Perché lui era proprietario del palazzo ed era andato via. Era un palazzo piccolo di dieci appartamenti più uno studio medico, quindi avevo dieci persone da gestire, anzi nove perché poi mi ha dato due appartamenti. Qual era la cosa buffa? Che io avevo l’appartamento che mi aveva dato all’inizio che avevo trasformato nella zona living, e un altro appartamento due piani più sopra, quindi non collegato, dove andavamo a dormire. Quindi la zona living dove vivevamo di giorno e facevamo le cene…

Visto che siamo arrivati alle prime cene: come avevi conosciuto gli artisti e scrittori che invitavi? A questo punto avevi già una rete?

Te lo racconto, ma ti faccio una piccola chiusura sulla storia dell’appartamento: io questo lavoro da super l’ho fatto per quasi cinque anni, dal ‘94 al ’99, dai trentatré ai trentotto anni. Ho lavato le scale, pulito le caldaie, riscosso gli affitti. La cosa più noiosa era la riscossione degli affitti con tutti quelli che prendono tempo e devi fare a volte il muso duro. E pulire le scale è la parte più umiliante.

Ma era moquette?

C’era la moquette sulle scale. Le caldaie… lì ero terrorizzato di far esplodere mezzo quartiere, allora che cosa facevo: la cameriera di mia madre, diventata babysitter delle nostre figlie, si era innamorata del super della porta accanto – era giovane, è morta molto giovane di un tumore che l’ha stroncata in pochi mesi. Questo qui era il mio sotto-super: io gli davo mance, faceva il super su cose che per me erano impossibili, come la caldaia guasta.

Dalla caldaia guasta come arriviamo al network?

Allora, mi chiedi dei rapporti. In parte me li sono costruiti quando ho fatto i documentari: quello sulla cultura ebraica ma anche un altro sulle minoranze etniche a New York, sempre per Rai Tre. Io intervistavo questa gente, e poi tenevo i rapporti. Per esempio, la prima persona che mi ha accolto con simpatia e della quale sono ancora amico è Gay Talese, un’amicizia dall’80 a oggi. Siccome mi prendevano in simpatia – l’italiano quando è un minimo presentabile e ha un minimo di cultura è considerato immediatamente per default qui dicono charming – lui mi ha molto inserito, mi ha invitato una volta a cena da lui, ho conosciuto Charlie Rose, mi ha presentato Nick Pileggi, quello che ha scritto Goodfellas e Casino, Nick Pileggi e Talese sono cugini. Conosco Scorsese… È tutto così, insomma, se uno si sa presentare, ha delle idee e soprattutto non chiede e dà l’impressione di essere lì non per interesse ma per sincera curiosità e ha qualcosina da dire è molto più facile. Apprezzano molto le persone che hanno delle idee che vogliono essere realizzate, quindi l’ambizione…

Questo network nasce così. Insomma comincio a costruirmi una carriera che nel 2003 diventa una cattedra. Dopo otto anni puoi fare il concorso. Il concorso non è come quello italiano. Prima devi rispettare dei criteri minimi: non fare cazzate, fare tutte le lezioni bene… devi avere un setaccio iniziale in cui hai avuto voti sempre molto buoni nelle evaluation degli studenti. Poi però devi dimostrare di essere qualcosa di più perché l’università ti prende a vita: la tenure è l’unico esempio nella cultura americana di contratto a vita. È una difesa della tua libertà intellettuale. Io ho presentato le pubblicazioni dei miei libri, nel 2003 avevo già cominciato a scrivere i miei articoli… le cose che avevo girato… Poi devi fare una serie di interview, ti interrogano, vengono a vedere in classe come insegni e poi chiedono delle evaluation esterne che sollecitano loro e delle evaluation che puoi sollecitare tu, devi portare delle lettere a garanzia. Io le ho chieste a chi conoscevo: alla Sontag, a Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo e Martin Scorsese.

Nel frattempo cominciavo a fare il lavoro dell’organizzatore culturale, mi sono inventato dei festival…

Quando è iniziato?

Nel novantasei, novantasette. Sono andato con molta faccia tosta, con il biglietto da visita con cancellato Adjunct Professor, al MoMa dicendo che ero un professore e che volevo organizzare delle mostre. E lì ha aiutato molto Gillo Pontecorvo che non solo ha scritto la lettera per me, perché all’epoca era presidente di Cinecittà e lui mi diede carta bianca per organizzare delle mostre sul cinema italiano per valorizzare il cinema italiano. Non avevo un contratto, mi davano dei compensi forfettari ogni volta che c’era una mostra. La mia idea è mettere insieme il passato e il presente, cioè facciamo una retrospettiva, dico per dire, di Visconti, però cerchiamo di vedere chi sono oggi i nuovi Visconti se ci sono. Ne ho fatte decine. La mia strategia da sempre, anche nei libri che faccio, quando faccio i libri con le interviste ai “grandi”, è partire sempre dal più forte. Quando ho fatto il dialogo sulla fede [Tu credi?, Fazi 2006] sono partito da Saul Bellow, per un motivo molto banale: avevo il privilegio di conoscerlo e ho pensato: “Se c’è Saul Bellow gli altri mi diranno tutti sì”. Stavolta con le interviste per il libro appena uscito [Il paradiso dei lettori innamorati, Mondadori 2013] sono partito da Roth.

Io andavo dal MoMa e gli dicevo: “Gillo Pontecorvo mi dà le copie quindi state tranquilli che le copie ce le avete, io voglio curarlo”. E dico: “Io a parlare di Visconti vi porto Micheal Cimino, che è un grande appassionato di Visconti…” A NYU poi dicevo “Io domani c’ho la mostra al Lincoln Center, venite”. È tutto collegato: quando dici network… questo è l’elemento nobile del network. Cosa faccio: io conosco i fratelli Cohen e li ho invitati qui a lezione a parlare con gli studenti e ovviamente gli studenti sono tutti felici, poi li ho invitati a Roma al Festival del Cinema di Roma.

Allora qual è il meccanismo? Prima devi farti conoscere e devi saper conquistare il tuo interlocutore e lo conquisti con la sincerità: ho capito che in America ti perdonano tutto ma non la menzogna, devi essere sincero e devi essere affidabile, tu dici una cosa e la mantieni, la professionalità quindi, e poi costruire con delle idee. Io ho costruito grandi retrospettive. Ho fatto la prima retrospettiva di Fellini al Guggenheim al decennale della sua morte nel 2003; Anna Magnani; molto cinema italiano… Insieme a Richard Peña, che per venticinque anni ha diretto il New York Film Festival, abbiamo fatto la più importante rassegna di cinema italiano che c’è in America, Open Roads New Italian Cinema. Un anno è venuto Scorsese a dare il benvenuto, un anno è venuto Jonathan Demme, un anno Arthur Penn; alle volte degli attori, John Turturro, Marisa Tomei.

Sentendo tutta la storia si vede la tua voglia fortissima di un posto al sole, o forse pure un posto al vento, un posto dove passano tante cose, persone, si possono prendere cose…

Questa è una cosa che ho fortemente voluto, ho voluto cercare un posto dove l’alito vitale mi facesse crescere. Io dico sempre che innanzitutto l’emigrazione è un’esperienza di dolore, non è un’esperienza facile anche quando uno ha successo (metti molte virgolette se no sembra che…). Comunque è un’esperienza dolorosa perché si tronca con un momento della propria vita. Dico però che l’esperienza di ognuno, tanto più se è un emigrante, è simile a quella della pianta. La pianta può e deve muoversi cercando l’acqua o il sole che gli dà la vita, ma guai se perde le radici perché muore subito.

Ho voluto esser qui perché New York è sempre quella che mi ha raccontato quel tassista che mi ha detto “benvenuto nel cuore del mondo”. Io da diciannove anni ci vivo e non c’è un giorno in cui non senta, anche nei momenti di stanchezza, nei momenti di depressione che ovviamente ci sono e anche i momenti di dolore, che non senta di stare al centro di una cosa. E sai perché siamo al centro di una cosa? Perché questo è il paese che ha nel porto la Statua della Libertà, e questa è una cosa che senti, è una città di mare, una città aperta a tutti, una città in cui c’è la religione della libertà e in più siamo in un paese dove nella dichiarazione di indipendenza c’è the pursuit of happiness, che è una follia che ci sia nella dichiarazione di indipendenza la ricerca della felicità…

Io mi sentivo, nella mia amatissima Italia che mi manca – mi sentivo di non poter fiorire. Onestamente pensi che se io fossi andato in una qualunque università mandando i curriculum avrei ottenuto qualcosa? E poi dopo otto anni, regolare concorso, mi hanno esaminato… Mi ricordo quando ho vinto la tenure eravamo due candidati, ce ne era un altro nel dipartimento di animazione, qui abbiamo un grande dipartimento di animazione, hanno vinto l’Oscar insomma. L’altro, che era bravo, non ce l’ha fatta. Mi sono sempre chiesto perché: non aveva lettere così forti, il suo curriculum, non lo so. Però ricordo l’orrore del suo volto quando gli hanno detto “non ce l’hai fatta”, lo sai come funziona qui.

Ma puoi riprovare?

No! Ti licenziano!

Passiamo ai tuoi pranzi della domenica. Quando hai iniziato a invitare a casa? È stata una cosa naturale? Una cosa che nella tua famiglia si è sempre fatta?

Ho iniziato quasi subito, sì sì, è proprio una tradizione familiare. Mio padre, mio zio [Riccardo Misasi, politico DC], mia madre… Quando è morto mio padre, mia madre mi ha incoraggiato a ricevere a casa… un po’ per proteggermi, aveva paura che da ragazzino, che potessi sbandare, è anche normale, una madre giovane che vede i suoi quattro figli adolescenti, non riusciva a controllarci totalmente, quindi diceva “io vi metto a disposizione la casa sia a Roma sia a Maratea”, noi abbiamo una casa a Maratea, al mare, bella grande, dove ci siamo riuniti dal settanta… “Fai quello che vuoi ma fallo da noi, invita invita”. Io facevo sempre queste tavolate da quindici venti persone… A New York, all’inizio l’ho fatta in quella casa, anche quando facevo il super, magari io finivo di lavare, mi vergognavo con i miei ospiti che non sapevano che facevo il super, e ora mi vergogno di essermene vergognato… Però ricevevo, una volta mi ricordo che venne Giovanna Melandri, non so se era ministro ma comunque aveva un ruolo molto importante, e io ero pure ragazzino avevo trentaquattro trentacinque anni ed ero un po’ emozionato e avevo finito di lavare e pensavo “magari arriva e mi trova ancora per le scale che sto così”…

Mi ricordo che mi capitava di ricevere personaggi importanti ma non mi potevo permettere di fare niente e lo facevo lo stesso: magari facevamo i debiti però dovevamo rispettare l’etichetta. Jacquie è bravissima in cucina, fa delle ricerche, ogni domenica sperimenta una cosa nuova, lei ha proprio il culto e la passione e il talento della cucina… Comunque sia in quel periodo che poi quando nel novantanove siamo andati in una casa più nobile, più ricca, più grossa, una bella casa signorile a Central Park West… La tradizione della domenica nasceva quasi solo per gli italiani perché era un modo, vivendo in un’altra città, di fare un po’ l’Italia la domenica… È durato poco perché mi annoiavo e non perché mi annoiano gli italiani, per carità, ma perché poi si finiva a parlare della politica italiana, dello sport… Quindi prima li ho ibridati, cominciando a invitare anche ospiti stranieri, e poi adesso quasi il contrario, cioè la norma sono il novanta percento stranieri e poi c’è qualche amico italiano, tutta questa cosa si è un po’ ingigantita, c’è gente che dice “Sono a NY” e si aspetta di essere chiamato, anche capire chi ci può trovare, che è un po’ ridicolo se ci pensi…

Io ci trovai Dante Ferretti e Wes Anderson… E quando hai affittato questa casa in che situazione economica eravate? Migliorata, immagino.

Sì sì, la mia situazione economica si sblocca nel novantasei perché divento full time Professor, che è il gradino per diventare Tenure, e l’attività curatoriale, Repubblica, i primi libri… Ho trovato una casa molto bella ma che mi posso permettere perché ho l’affitto bloccato, se no dovrei andarmene dopodomani…

Bloccato per quanto tempo?

Adesso per altri due anni però io mi tengo molto buono il mio padrone di casa ah ah perché mo’ non voglio entrare nella cifra ma pago circa la metà di quello che vale, se no non potrei mai permettermelo… Secondo piano, all’italiana. È un affare pazzesco. Però il palazzo non è tenuto come altri palazzi…

Ah, quindi c’è ancora questo elemento quasi da cinema: non dico vendersi di più per quello che si è, ma dico mettersi nella luce giusta…

No no, ma questo per me è fondamentale. Non è uno status symbol, però facendo dell’incontro, dello scambio, una parte centrale di quello che faccio, io devo poter ricevere in un posto dignitoso o addirittura bello, dove poi noi diamo il calore eccetera eccetera. Noi l’abbiamo fatto anche quando il posto non era bello, però… Poi ci piace avere tanta gente quindi ci serve un posto caldo.

Lì a Central Park West le finestre fanno tutto…

Sì sì è sul parco, per di più hai notato che ha i soffitti alti, è calda la casa, sembra un po’ europea. Nel 2006 insieme a Davide Azzolini creiamo il festival di Capri [Le Conversazioni] e questa cosa nasce da casa nostra. Davide, che mi era venuto a trovare due, tre anni prima per fare delle cose che poi abbiamo fatto insieme in America, viene una sera a cena da me e non ricordo bene chi c’era, sicuramente c’era Paul Auster e Richard Ford, ma c’era anche qualche altro scrittore importante, questi due li do per certi, con relative signore… Alla fine si stava tra amici a cena, solo che erano anche famosi e bravi scrittori… Davide mi dice “Senti ma ci hai mai pensato di farle in pubblico ste cose? Fare una cosa di conversazione…” Gli ho detto “Lo faccio a condizione che sia nel più bel posto del mondo”. Allora abbiamo individuato Capri.

Capri è bella, gli scrittori sanno che vengono a fare una cosa di qualità. Quest’anno abbiamo un Nobel, cinque premi Pulitzer.

Volevo chiederti: tu ricevi la domenica, di base, a pranzo. A proposito di Never never never quit: ricevere a pranzo tutte le domeniche è complesso, come si gestisce?

No, innanzitutto un tempo era veramente religiosa ogni domenica, adesso un po’ di meno, un po’ perché è economicamente impegnativo e un po’ perché sai crescendo uno tende a vedere solo le persone che uno vuole vedere, perché c’è stato un momento in cui arrivavano telefonate dall’Italia… Perché poi qual è la mentalità: “Vado lì perché incontro…” E questo noi non lo amiamo più di tanto. Se funziona questa cosa e non è un salotto nel senso peggiore del termine è perché è fatto con piacere… Se vuoi ti dico un po’ di rituali: sono io che vado a fare la spesa sempre, scelgo tutto. C’è una differenza di compiti totale, ovviamente la regina è Jacquie, non solo ai fornelli ma nell’organizzazione della bellezza della casa; però io faccio la manovalanza, io vado a fare la spesa un po’ perché mi diverte, mi distrae…

Quindi sai cucinare?

Mi dà lei la lista e poi io telefono e chiedo “Ma che significa questa… Corn Starch…? Oppure zucchine le vuoi così o così, i pomodori vuoi quelli gialli…?” Io ogni sabato mattina vado alle nove nove e mezza da Fairway oppure Citarella per il pesce o la carne… Settantaquattro West Side e Broadway… Passo un’ora e mezza del sabato mattina, è una cosa che mi piace moltissimo. E poi faccio io la tavola.

Decidi chi si siede e dove?

Questo lo negoziamo io e Jacquie, però la preparo io.

Ma ti rilassa o è perché sei ansioso?

È un rito.

E per combinare gli ospiti come fai?

Questo è un divertimento. Cerco sempre di evitare le cose più scontate… stupire, far trovare la superstar no, deve essere sempre cercare la naturalezza. Ovviamente eviti le idiosincrasie, le rivalità: ci sono amici che tra di loro non si amano, questa è una regola che chiunque riceve sa. Mi è successo un paio di volte non sapendo di mettere delle persone vicine e non è stato piacevole… Oppure se succede lo faccio solo quando abbiamo una grande festa: su ottanta persone ci possono essere pure due che non si amano, insomma.

E hai un numero più o meno ideale di invitati a pranzo?

Dodici. Siamo sempre dodici.

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Il momento d’oro delle librerie indipendenti americane https://minimaetmoralia.it/editoria/librerie-indipendenti-americane/ https://minimaetmoralia.it/editoria/librerie-indipendenti-americane/#comments Thu, 11 Apr 2013 09:16:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13922 Richard Ford, Dave Eggers, Richard Nash, Rick Moody ci danno notizia di cosa succede nel mercato editoriale statunitense, partendo dalla rinascita delle librerie indipendenti. Questo post è anche l'occasione per presentarvi Editorintour, un nuovo spazio in cui Pietro Biancardi di Iperborea e Marco Cassini di minimum fax raccontano i loro incontri con i librai italiani. (Nella foto, un cartello della libreria Green Apple Books di San Francisco.)

Al termine del suo reading, venti minuti intensi in cui ha letto l'incipit dell'ultimo romanzo Canada, qui appena pubblicato in edizione tascabile, Richard Ford si dice disponibile a rispondere alle domande del pubblico, eterogeneo e cospicuo, che stipa l'ampia sala della libreria Book Court, dal 1981 il cuore letterario di Cobble Hill, quartiere residenziale di Brooklyn.

Si crea subito un bosco di braccia tese, ma prima di planarci l'autore fa una pausa, si leva gli occhiali, rivelando lo sguardo acquoso e impenetrabile di un azzurro esaltato dal colore di quello che ha tutta l'aria di essere il suo maglione preferito, e dice: «No no, scusatemi; scusatemi. Prima di darvi la parola, devo dire qualcosa a cui tengo particolarmente; forse la cosa più importante che ho da dirvi stasera. Vi ringrazio di essere venuti qui, non perché siete alla presentazione del mio libro ma perché facendolo avete deciso di sostenere questa libreria. Avete fatto un gesto importante: il lavoro di queste persone, come di quello di decine di posti analoghi in tutto il paese, è fondamentale. Se io posso permettermi di fare lo scrittore da quarant'anni, e se tanti altri miei colleghi possono fare il loro mestiere, è solo perché ci sono librerie indipendenti come Book Court, il cui ruolo è prezioso, imprescindibile per chi ama i libri e per il tessuto culturale di tutta la nazione». E poi indica con un sorriso disponibile l'anziana signora in seconda fila come a liberarla dall'ansia di voler esporre la propria visione del romanzo, e del mondo. E ha inizio il Q&A.

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Richard Ford, Dave Eggers, Richard Nash, Rick Moody ci danno notizia di cosa succede nel mercato editoriale statunitense, partendo dalla rinascita delle librerie indipendenti. Questo post è anche l’occasione per presentarvi Editorintour, un nuovo spazio in cui Pietro Biancardi di Iperborea e Marco Cassini di minimum fax raccontano i loro incontri con i librai italiani. (Nella foto, un cartello della libreria Green Apple Books di San Francisco.)

Al termine del suo reading, venti minuti intensi in cui ha letto l’incipit dell’ultimo romanzo Canada, qui appena pubblicato in edizione tascabile, Richard Ford si dice disponibile a rispondere alle domande del pubblico, eterogeneo e cospicuo, che stipa l’ampia sala della libreria Book Court, dal 1981 il cuore letterario di Cobble Hill, quartiere residenziale di Brooklyn.

Si crea subito un bosco di braccia tese, ma prima di planarci l’autore fa una pausa, si leva gli occhiali, rivelando lo sguardo acquoso e impenetrabile di un azzurro esaltato dal colore di quello che ha tutta l’aria di essere il suo maglione preferito, e dice: «No no, scusatemi; scusatemi. Prima di darvi la parola, devo dire qualcosa a cui tengo particolarmente; forse la cosa più importante che ho da dirvi stasera. Vi ringrazio di essere venuti qui, non perché siete alla presentazione del mio libro ma perché facendolo avete deciso di sostenere questa libreria. Avete fatto un gesto importante: il lavoro di queste persone, come di quello di decine di posti analoghi in tutto il paese, è fondamentale. Se io posso permettermi di fare lo scrittore da quarant’anni, e se tanti altri miei colleghi possono fare il loro mestiere, è solo perché ci sono librerie indipendenti come Book Court, il cui ruolo è prezioso, imprescindibile per chi ama i libri e per il tessuto culturale di tutta la nazione». E poi indica con un sorriso disponibile l’anziana signora in seconda fila come a liberarla dall’ansia di voler esporre la propria visione del romanzo, e del mondo. E ha inizio il Q&A.

Non ho mai sentito una dichiarazione così incisiva e appassionata a supporto delle librerie, né qui a New York né in Italia, dove – è noto – le presentazioni dei libri sono principalmente uno sfoggio di coolness e arguzia se non, peggio, di simpatia. Dello stato di salute delle librerie mi è capitato più volte di parlare nelle tappe precedenti di questo mio ultimo viaggio sulle due coste degli Stati Uniti.

Durante un pranzo al ristorante indiano di fianco alla sede di McSweeney’s, Dave Eggers addentando il suo pollo fritto (accompagnato da riso fritto) mi ha detto che «non solo a San Francisco ma in tutto il paese è un momento molto favorevole per le librerie indipendenti». Appoggio le posate sul piatto, accanto alle mie decisamente più elaborate costine di agnello australiano con brown rice e, convinto di non aver capito bene la sua affermazione, o di non aver colto un tono di ironia nella sua voce, gli chiedo di ripetere. «Sì, davvero: basta vedere l’eterna vitalità di Green Apple, che esiste da quasi mezzo secolo, o fermarsi a osservare quanta gente entra ed esce continuamente da Dog Eared Books, il negozio a due passi dalla nostra scuola Valencia 826, per rendersene conto».

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Paolo Cognetti racconta Richard Yates https://minimaetmoralia.it/letteratura/paolo-cognetti-racconta-richard-yates/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/paolo-cognetti-racconta-richard-yates/#comments Mon, 15 Oct 2012 13:30:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9810 Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Undici solitudini di Richard Yates (segnaliamo anche che oggi dalle 17.15 Paolo Cognetti è ospite di Fahrenheit su Radio3 per presentare Sofia si veste sempre di nero). (Immagine: Edward Hopper.)

Sul tavolo di Richard Yates, sopra le foto di figlie avute da donne diverse, sopra bottiglie e portacenere e pagine scritte e stracciate e riscritte, è stata appesa per anni questa frase: «Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine». Sono parole di Adlai Stevenson, la grande speranza democratica degli anni Cinquanta: candidato due volte alla presidenza e due volte sconfitto da Eisenhower, e infine superato da un concorrente dotato di carisma, gioventù e bellezza, John Fitzgerald Kennedy. La frase che Yates amava, quella su cui meditava scrivendo, è l’uscita di scena di un perdente: uno che avrebbe potuto cambiare le cose, ma non ce l’ha fatta, uno la cui storia non ha avuto nessun lieto fine.

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Pubblichiamo la prefazione di Paolo Cognetti a Undici solitudini di Richard Yates (segnaliamo anche che oggi dalle 17.15 Paolo Cognetti è ospite di Fahrenheit su Radio3 per presentare Sofia si veste sempre di nero). (Immagine: Edward Hopper.)

Sul tavolo di Richard Yates, sopra le foto di figlie avute da donne diverse, sopra bottiglie e portacenere e pagine scritte e stracciate e riscritte, è stata appesa per anni questa frase: «Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine». Sono parole di Adlai Stevenson, la grande speranza democratica degli anni Cinquanta: candidato due volte alla presidenza e due volte sconfitto da Eisenhower, e infine superato da un concorrente dotato di carisma, gioventù e bellezza, John Fitzgerald Kennedy. La frase che Yates amava, quella su cui meditava scrivendo, è l’uscita di scena di un perdente: uno che avrebbe potuto cambiare le cose, ma non ce l’ha fatta, uno la cui storia non ha avuto nessun lieto fine.

Gli anni Cinquanta, l’alba dell’America contemporanea, sono l’epoca in cui questo libro fu composto. Le prime Solitudini comparvero in rivista all’inizio del decennio, ma furono raccolte e pubblicate solo nel 1962, in seguito al buon successo del primo romanzo di Yates, Revolutionary Road. Idealmente, questo è perciò un libro d’esordio: una raccolta di racconti scritti tra i venti e i trent’anni, in cui sono contenuti molti semi che germoglieranno nei romanzi successivi.

New York nel dopoguerra è un’isola brulicante. In città la giovane borghesia si mescola a intellettuali e artisti esuli dall’Europa, e i reduci appena sbarcati trasformano le strade in una festa mobile: notti in bianco, scorribande innaffiate dal whisky e ritmate dal jazz, donne da conquistare. È la stessa città ubriaca descritta vent’anni prima da Fitzgerald, che di Yates è il maestro, nel racconto “May Day”:

C’era stata una guerra combattuta e vinta, e la grande città del popolo conquistatore era addobbata con archi trionfali e vivida di fiori bianchi, rossi e rosa lanciati dalla folla. Nella grande città non c’era mai stato tanto splendore, poiché la guerra vittoriosa aveva portato con sé l’abbondanza, e i mercanti avevano affollato la metropoli insieme alle loro famiglie, venendo dal Sud e dall’Ovest, per godersi i lussosi banchetti e assistere ai festeggiamenti. Un giorno dopo l’altro le fanterie sfilavano nei viali e tutti esultavano, perché i giovani reduci erano puri e coraggiosi, con denti sani e gote rosa, e le giovani donne del paese erano vergini e belle.

Anche Yates è tornato dalla guerra. Ha una lieve forma di tubercolosi e incurabili sogni di gloria. In pochi anni, dopo il ricovero e la dimissione dal sanatorio, percorre tutta la discesa agli inferi del poeta romantico: si sposa, ha una figlia, raccoglie i soldi per ripartire, viaggia tra Parigi e Londra senza vedere Parigi né Londra ma rinchiudendosi nelle camere in affitto a scrivere i suoi racconti, torna a New York squattrinato e deluso e trova lavoro nella pubblicità, nelle riviste, nelle case editrici, comincia a scrivere romanzi e a ricevere rifiuti, subisce le prime crisi depressive e continua a bere sempre di più, viene lasciato dalla moglie e infine festeggia il suo esordio letterario. Meglio di qualsiasi riassunto biografico, quest’epoca è descritta nell’ultimo racconto del libro, “Costruttori”, un ritratto dell’artista da giovane in cui l’aspirante scrittore è fratello di altri eroi autodidatti della letteratura americana, da Arturo Bandini a Martin Eden: un appartamento sudicio, una serie di lavori frustranti e un matrimonio a rotoli, il fondo cercato e toccato in nome della fede nel proprio talento. Tanti altri episodi di quel periodo sono rintracciabili in Undici solitudini: a trentasei anni, il giorno dell’uscita del libro, Yates aveva alle spalle un’intera vita da raccontare.

Lui stesso non ha mai nascosto la natura autobiografica delle sue storie. Alcune sono reminiscenze di età passate: gli anni della scuola, dell’esercito, del sanatorio. Altre, che ritraggono il matrimonio e il lavoro negli uffici, costituiscono nitidi presagi dei suoi romanzi successivi. L’unico racconto ambientato in Europa è un omaggio a Fitzgerald, e l’ultimo, composto ormai nel ’61, guarda i precedenti con l’ironia malinconica con cui un uomo maturo, sopravvissuto a tanti naufragi, contemplerebbe le fotografie di un se stesso più illuso e ancora intatto. Nonostante le differenze tutti i racconti possiedono una voce, la stessa voce, e impressionano per come compongono un progetto organico: è lo sguardo sul mondo che rende tante storie diverse un solo libro, e trasforma protagonisti estranei nei personaggi di un unico universo. Il progetto è la declinazione, un racconto dopo l’altro, della parola solitudine.

Come molte storie newyorkesi, quelle di Yates sono storie in movimento. Ogni racconto è un pendolo tra la giovinezza e l’età adulta, la vita coniugale e l’avventura sessuale, la reclusione e la liberazione: è un moto di andata e ritorno tra due stati opposti dell’anima che prende spesso la forma di un pendolarismo geografico tra città e periferia. Anche questo è un segno dei tempi: in quegli anni, mentre a Manhattan compaiono la Beat Generation, il movimento per i diritti civili, la musica del Greenwich Village e i primi germogli dei favolosi anni Sessanta, oltre le sponde dell’Hudson e dell’East River nasce il modello dell’American way of life. Il Connecticut, Long Island, il New Jersey, i sobborghi di New York si popolano di una nuova piccola borghesia, né urbana né rurale: bravi padri di famiglia che ogni sera tornano dai grattacieli di midtown alle villette prefabbricate, mogli annoiate e premurose, abili tanto nell’allevare marmocchi quan­to nel miscelare vermut e gin, vicini ficcanaso, bambini che scorrazzano tra il vialetto d’ingresso, l’altalena e il prato tosato di fresco. Nel cielo di questo paesaggio idilliaco incombe una nuvola scura, la paura della bomba atomica e della minaccia sovietica, spaventapasseri provvidenziale per l’ordine costituito. «Negli anni Cinquanta c’era una voglia di conformismo diffusa in tutto il paese», dirà Yates. «Una specie di cieco, disperato attaccamento alla sicurezza a tutti i costi, esemplificato politicamente dall’amministrazione Eisenhower e dalla caccia alle streghe di McCarthy».

Un’intera generazione di scrittori ha affondato i denti in quel conformismo. Altri, nella stessa epoca, hanno scelto modi più spettacolari: la militanza politica, la ribellione autodistruttiva, le droghe o il sesso come pietre dello scandalo da scagliare in faccia al sistema. Mezzo secolo dopo, oggi che quelle pratiche ci appaiono esotiche e sbiadite quanto le cartoline dei loro happy days, il modo di Yates sembra ancora senza tempo: raccontare il conformismo con la sua stessa voce, e il controcanto della sua figlia più bella e triste che è la solitudine. «Se il mio lavoro ha un tema, sospetto che sia un tema molto semplice», ha detto lo scrittore. «Gli esseri umani sono irreparabilmente soli, e lì c’è la loro tragedia».

Così, con l’alchimia miracolosa dei grandi libri, Undici solitudini ritrae allo stesso tempo un’epoca e una condizione universale dell’essere umano. I personaggi di Yates sono uomini immobili nella massa fluttuante, illuminati dall’occhio di bue della scrittura, colti nel momento in cui la solitudine provoca in loro uno scatto: desiderio, violenza, commozione, o solo un piccolo spostamento vitale dopo il quale, probabilmente, torneranno mansueti a occupare il loro posto. Questo istante di anomala lucidità è il pianto di Myra in “Nessun dolore”, o il disegno di Vinny nel “Dottor Geco”, o il tentativo di linciaggio di John Fallon nel “Mitragliere”.

Eppure, la violenza è uno sfogo più che una ribellione. Non porta con sé conquiste o cambiamenti, non redime i peccati, e serve solo ad andare avanti con un po’ più di vergogna, un po’ meno vanità. Yates non prova compassione per i suoi personaggi, e questo forse è l’ostacolo maggiore per il lettore. I protagonisti di Carver, a cui viene ogni tanto accostato, sono altrettanto miseri e meschini ma raccontati con amore, ed è facile innamorarcene a nostra volta. Yates, invece, è uno che ti tratta male. Di solito comincia presentandoti un personaggio emarginato, vittima di esclusione sociale o affettiva, pieno di speranze e voglia di cambiamento. Ti lascia immedesimare con lui quel tanto che basta, e ti offre anche un nemico su cui riversare la rabbia sua e tua. Subito dopo, quando il racconto sembra avere imboccato il classico sentiero accidentato dell’eroe, il punto di vista comincia a cambiare. Un po’ alla volta il buono non sembra più così buono. I comprimari si rivelano inutili ed egoisti. Il cattivo in compenso comincia a farci pena, perché soffre ancora di più dell’eroe e spesso ne è la vittima. Così, c’è un bambino solo perché rifiutato dai compagni di classe, e una maestra ancora più sola di lui quando, cercando di farlo sentire accettato, non produce altri risultati che attirarsi il suo odio (“Il dottor Geco”). C’è una donna ancora più sola di un marito rinchiuso in clinica, perché deve sopportare il peso morale del suo stesso adulterio (“Nessun dolore”). Ci sono un ufficiale dell’esercito e una maestra troppo pignola, ancora più soli di reclute e alunni a cui somministrano angherie quotidiane (“Jody ha il coltello dalla parte del manico”, “Il regalo della maestra”). C’è il misero mecenate dell’aspirante scrittore, un altro aguzzino triste che riceve il colpo di grazia quando il suo protetto lo abbandona (“Costruttori”). La solitudine dell’antagonista è un colpo al cuore delle nostre certezze di lettori, perché è evidente che quei carnefici pieni di buone intenzioni siamo proprio noi. Alla fine del racconto non sappiamo bene cosa provare. Per usare una parola cara a Yates, ci sentiamo soprattutto disturbati. Abbiamo intuito qualcosa che preferivamo non sapere, ed è qualcosa che parla di noi, perciò non ci resta nient’altro da fare che chiudere il libro e farci i conti, nella vita questa volta, se ne abbiamo il coraggio.

Molti scrittori hanno amato la voce di Yates per lo stesso motivo che ne ha allontanato i lettori: è onesta, spietata, disturbante. Sono loro che l’hanno restituita a noi dopo che era sparita per decenni: Richard Ford, Tobias Wolff, Robert Stone, i “realisti sporchi” che hanno imboccato quella strada a loro volta, ognuno a suo modo. Ann Beattie ha spiegato bene come i personaggi di questi racconti siano moderni in quanto estranei a se stessi: pieni di sogni e fiducia, convinti di fare del loro meglio, salvo rivelarsi per quello che non sapevano di essere, cioè soltanto crudeli, nel momento che conta. Sono uomini e donne che ignorano la propria mediocrità, e la vedono risplendere all’improvviso come una folgorazione. In questo le storie di Yates ricordano quelle di Flannery O’Connor, un’altra scrittrice poco gradita al pubblico, un’altra voce fastidiosa, che rispose alle critiche in questo modo: «Io difendo con le unghie e con i denti il diritto dell’artista di scegliere un aspetto negativo del mondo da ritrarre. Naturalmente ti è consentito guardare nell’oscurità solo se hai un lume che ti permetta di vedere».5 Nel suo caso il lume fu quello cristiano della fede: è la Grazia a incendiare quell’attimo, e non può manifestarsi se non con brutalità, perché la conversione è un atto di violenza. Nel caso di Yates è un lume più fioco, quello dell’ironia, che forse permette di vedere al buio ma non sembra prevedere forme di salvezza. «E dove sono le finestre?», scrive alla fine del libro, come per aiutarci a capire:

Da dove entra la luce? Bernie, vecchio amico, perdonami, ma per questa domanda non ho la risposta. Non sono neppure sicuro che questa particolare casa abbia delle finestre. Forse la luce deve cercar di penetrare come può, attraverso qualche fessura, qualche buco lasciato dall’imperizia del costruttore. Se è così, sta’ sicuro che il primo a esserne umiliato sono proprio io. Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.

Neppure Richard Yates ha trovato luce nella sua esistenza. Dicono che fosse un uomo scontroso, spesso intrattabile, troppo severo con se stesso e con gli altri per non essere rifiutato. Come scrittore ebbe la maledizione di scrivere per primo il suo romanzo di maggior successo. Come uomo, la sua vita fu scandita da matrimoni falliti e trasferimenti continui, e popolata fino alla fine da tre amici immaginari: la scrittura, il fumo e l’alcol, compagni fedeli e traditori che lo avrebbero portato alla morte. Nonostante questo, Yates non era uomo da guardarsi indietro. Niente rimpianti o recriminazioni. «Soffermarsi su ciò che sarebbe potuto essere è nostalgia», disse una volta, «e credo che su questo possano riflettere importanti scrittori. Per me è molto più soddisfacente e proficuo soffermarsi su ciò che è».

Ciò che è, a quindici anni circa dalla sua morte, rappresenta una fortuna per noi. Come lettore io ho un nuovo libro nello scaffale dei grandi racconti americani, tra quelli di Salinger e quelli di Cheever, che nel mio cuore gli sono fratelli. Come scrittore ho scoperto un maestro, e vorrei tanto essere tra gli allievi che lo incontrarono, celebri o sconosciuti o per sempre aspiranti, alle cui prove Yates applicava l’onestà e il rigore che riservava alle proprie, e di cui parlava così:

E dannazione, vorrei che fossero tutti qui adesso, in carne e ossa, così potremmo sederci e bere e litigare e affrontare gli argomenti più selvaggi e violenti della narrativa, e finire a cantare canzoni e raccontare barzellette e fare gli scemi: e poi, quando tutti se ne andranno a casa per riprendersi dalla sbronza e rimettersi al lavoro, mi piacerebbe proprio stringergli la mano e augurargli buona fortuna. Perché la fortuna pura e semplice, dopotutto, è la cosa di cui uno scrittore ha più bisogno. Penso che questo sia il mestiere più duro e solitario al mondo, questa folle, ossessiva faccenda del cercare di essere un bravo scrittore. Nessuno di noi sa mai quanto tempo gli rimane, né come sarà in grado di usare questo tempo, e in ogni caso, anche se lo userà bene, il suo lavoro dovrà sempre affrontare la terribile, inesorabile indifferenza del tempo stesso.

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