Richard Hell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/richard-hell/ un blog di approfondimento culturale Wed, 11 Dec 2024 16:54:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Richard Hell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/richard-hell/ 32 32 Preferisco l’insalata – La musica rock e il Great American Songbook https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/musica-rock-e-il-great-american-songbook/#respond Wed, 10 Jan 2018 13:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35917 di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un'interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell'Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all'ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all'ego di Sinatra, e con esso l'intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all'inglese) e se ne va.

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sinatraelvis

di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un’interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell’Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all’ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all’ego di Sinatra, e con esso l’intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all’inglese) e se ne va.

Il film si chiama La grande truffa del rock’n’roll ed è l’ultimo atto della parabola dei Sex Pistols, l’estremo tentativo del manager Malcolm McLaren di ricavare soldi e scandalo dalla sovversione del music business. Il cantante Johnny Rotten se n’è andato dalla band da un pezzo, nauseato. Quando il film esce, nella primavera del 1980, Sid Vicious, il ragazzo che ha massacrato My Way e il suo pubblico, è già morto da più di un anno.

Nel regolamento di conti iconoclasta del punk, anche la bella canzone di una volta deve essere fatta fuori. I Sex Pistols dicono di odiare i Pink Floyd, figuriamoci Paul Anka.

Dall’altra parte dell’oceano, nel 1977, i Voidoids di Richard Hell registrano una cover altrettanto sgangherata di una canzone di Frank Sinatra: All the Way, pezzo da Oscar del suo film Il jolly è impazzito. Richard Hell è il padre del look punk, il primo a trasformare il nichilismo di strada in un abbigliamento provocatorio, con tanto di scritta “per favore ammazzatemi” sulla maglietta strappata. Sid Vicious affronta My Way con aria di sfida, Richard Hell canta All the Way come un cane bastonato, arrendendosi di fronte a un inarrivabile mondo di veri uomini, soldi e lavoro, buone maniere e grandi sentimenti. Il messaggio è lo stesso: cancelliamo tutte queste bugie e riprendiamoci la musica.

Non è la prima volta che i bambini rock cercano di sbarazzarsi dei loro antenati. Bob Dylan racconta di aver iniziato a scrivere per reagire a (How Much is) That Doggie in the Window? e a tutto un mondo di canzoni onnipresenti che non raccontavano niente di lui e della sua vita. Il rock’n’roll è nato come atto di ribellione a Tin Pan Alley, ai compositori di mestiere e agli interpreti inamidati. Come è possibile che lo stesso Bob Dylan abbia pubblicato negli ultimi tre anni ben dieci facciate di vinile dedicate al repertorio di Frank Sinatra?

Tutti quanti voglion fare i crooner. Le nomination ai Grammy Awards 2018 nella categoria Best Traditional Pop Vocal Album dimostrano quanto oggi il genere sia affollato, mettendo assieme una compagnia tanto eterogenea da essere quasi surreale: accanto a Dylan e al suo torrenziale “Triplicate” troviamo infatti il maestro Tony Bennett, il disco natalizio di Sarah McLachlan, il revival alla vaniglia di Michael Bublé, e perfino un album swing dell’autore dei Griffin, Seth MacFarlane.

Il rapporto tra figli e padri è sempre stato complesso, ambivalente, e se il recupero degli standard può apparire una moda di questi ultimi anni, di certo non è una novità.

Partiamo da Elvis, come è generalmente saggio fare. Elvis è un Prometeo contraddittorio: porta il fuoco del rock’n’roll all’America e contribuisce all’invenzione dei giovani, trasformando in musica pop la ribellione di Marlon Brando e James Dean. Allo stesso tempo è da subito un puro prodotto da showbiz, e lui stesso non ha alcuna intenzione di recidere il legame con la musica per gli adulti. L’idea di bel canto cara a Elvis parte dal gospel e dal country per spingersi fino a Caruso: comprende tutto, senza esitazioni. Nel suo primo album Elvis propone Blue Moon di Rodgers e Hart. Nel terzo, “Loving You” del 1957, incide True Love, scritta l’anno precedente da Cole Porter per le voci di Bing Crosby e Grace Kelly, star del musical Alta società.

Nel cast del film c’è anche Frank Sinatra, ed è simbolico che la prima apparizione televisiva di Elvis al ritorno dal servizio militare in Germania sia in uno special condotto da Ol’ Blue Eyes. È il maggio del 1960: malgrado lo smoking, Elvis si ricorda ancora di essere un’icona sexy mentre canta Stuck on You, ma quando duetta con Sinatra pare già di vederlo a Las Vegas. I due si scambiano le canzoni, Elvis prende Witchcraft, Frank gioca con Love Me Tender, mentre la base swing è tanto accogliente da essere quasi lounge. “Lavoriamo allo stesso modo”, ridacchia Sinatra presentando il duetto, “ma in campi differenti”.

Per quanto siano rivoluzionari, anche i Beatles sanno trovare posto alla nostalgia per le musiche dei loro ricordi. Alla fine dell’Album Bianco, quasi come un premio per chi ha attraversato indenne Revolution 9, mettono la consolatoria Good Night, con un arrangiamento orchestrale tanto carico e accorato da essere allo stesso tempo omaggio e parodia, e la affidano alla buona volontà della fragile voce di Ringo. L’orchestra di George Martin accompagna il batterista anche in “Sentimental Journey”, primo album solista non sperimentale di uno dei Beatles. Il disco esce nel marzo del 1970, e presenta una selezione di standard scelti tra i brani preferiti della mamma di Ringo, da Night and Day a Bye Bye Blackbird. Malgrado il successo di vendite, l’album viene visto soprattutto come un divertimento privato di una delle pop star più celebri al mondo. “Sentimental Journey” rappresenta invece – già dal titolo – un modello originale che verrà ripetuto all’infinito da altri artisti: il viaggio nella musica della propria infanzia. Un’idea che sfrutteranno mille nomi celebri dalle voci più o meno educate: chi è bravo può mettersi in mostra, chi ha evidenti limiti, come lo stesso Ringo, può contare comunque sulla tenerezza e sulla buona volontà. Non ha di questi problemi uno dei migliori amici dei Beatles, Harry Nilsson, che nel 1973 con “A Little Touch of Schmilsson in the Night” offre un esempio impeccabile di “album di standard inciso da un artista pop/rock”.

Per una pop star registrare un album di classici può essere un espediente per rilanciare la propria carriera, approfittandone magari per guadagnare credibilità. L’hanno fatto Robbie Williams e George Michael, e più di recente Lady Gaga, che per legittimarsi agli occhi di una parte del pubblico è ricorsa a un’imprevedibile alleanza con Tony Bennett. La pratica è però talmente diffusa che sta diventando sinonimo di fondo del barile. Rod Stewart ha ripetuto il trucco per anni, come un prestigiatore che continua a fare a pezzi la propria assistente, prima di ricordarsi di essere stato un autore e interprete per nulla banale.

Come evitare il rischio del furbo esercizio di stile, come nobilitare l’impresa? Alcuni artisti stanno dando un senso nuovo alla riscoperta del passato, anteponendo alla nostalgia la necessità di scrivere una mappa delle proprie influenze, con l’intenzione di conservare e divulgare un patrimonio artistico che ritengono essenziale. Quando nel 1978 Willie Nelson propose “Stardust”, con brani di compositori come Irving Berlin e i fratelli Gershwin, alla Columbia lo presero per pazzo. Quarant’anni dopo, l’approccio di Nelson è la stella polare per altri instancabili esploratori. Nel 2017 abbiamo avuto “Versatile” di Van Morrison e il già citato “Triplicate” di Bob Dylan, opere profondamente coerenti con la storia dei due artisti.

Nel 1995 in molti si stupirono di vedere Bob Dylan ospite dello show per gli ottant’anni di Frank Sinatra, al quale dedicò una commovente Restless Farewell arrangiata per orchestra, ma la sua presenza era già allora perfettamente in linea col suo percorso; del resto lo stesso scalpore l’aveva suscitato negli anni Sessanta la sua collaborazione con Johnny Cash, all’epoca considerato un emblema del country più conservatore.

C’è un abisso tra chi cerca di apparire cool con poco sforzo imitando malamente il Rat Pack e chi fa rivivere il Great American Songbook per capire se stesso e la propria storia. “A volte mi chiedo perché passo le mie notti solitarie a ripensare a una canzone”, diceva il testo di Stardust. La differenza la fa sempre il motivo.

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Buon compleanno, Superzelda! https://minimaetmoralia.it/fumetto/buon-compleanno-superzelda/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/buon-compleanno-superzelda/#comments Mon, 10 Nov 2014 09:45:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24288 Cosa festeggiamo e perché

Superzelda il libro è nato il 10 novembre del 2011. Quel giorno sono arrivate le prime copie in casa editrice e nelle nostre mani e abbiamo festeggiato con qualche bottiglia di vino e le dediche disegnate bellissime di Daniele alla libreria minimum fax di Trastevere. Sono venuti i nostri amici, non abbiamo fatto grandi discorsi (anzi, non abbiamo fatto proprio nessun discorso), abbiamo bevuto e dedicato tutte le copie che erano in libreria. Primo giorno di vita, piccolo sold out tra amici. In una versione sparpagliata e che sembrava mai definitiva Superzelda però esisteva già, esisteva da anni. Esisteva da quando con Daniele, facendo recensioni disegnate per D, ci siamo imbattuti nella storia di Zelda e abbiamo deciso di trasformare la sua vita di un fumetto mettendo per prima cosa un super davanti al nome.

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A Lillian Roxon

 

Cosa festeggiamo e perché

Superzelda il libro è nato il 10 novembre del 2011. Quel giorno sono arrivate le prime copie in casa editrice e nelle nostre mani e abbiamo festeggiato con qualche bottiglia di vino e le dediche disegnate bellissime di Daniele alla libreria minimum fax di Trastevere. Sono venuti i nostri amici, non abbiamo fatto grandi discorsi (anzi, non abbiamo fatto proprio nessun discorso), abbiamo bevuto e dedicato tutte le copie che erano in libreria. Primo giorno di vita, piccolo sold out tra amici. In una versione sparpagliata e che sembrava mai definitiva Superzelda però esisteva già, esisteva da anni. Esisteva da quando con Daniele, facendo recensioni disegnate per D, ci siamo imbattuti nella storia di Zelda e abbiamo deciso di trasformare la sua vita di un fumetto mettendo per prima cosa un super davanti al nome.

Con Daniele siamo cugini (sua mamma e la mia sono sorelle), abbiamo la stessa età, ci conosciamo da quando eravamo bambini, per anni ci siamo persi di vista, ci siamo ritrovati adulti a una cena di compleanno di nostro nonno a cui non c’ero ma c’era Daniele e c’era mio padre e l’indomani mio padre mi ha telefonato per dirmi di andare sul sito di Daniele che adesso faceva fumetti bellissimi (ed era vero). Io scrivevo scritti che a Daniele piacevano moltissimo, Daniele disegnava disegni che a me piacevano moltissimo, a un certo punto abbiamo deciso di collaborare. Abitiamo in città diverse e lavoriamo a distanza, mandandoci email piene di allegati che quando lavoravamo a Superzelda erano fotografie di grammofoni e automobili del 1921 e non del 1922 mi raccomando, suite di alberghi trovate dentro le vecchie cartoline perché nella vita vera non esistono più, pagine di script miei, pagine di storyboard suoi, capitoli interi tutti disegnati che a leggerli la prima volta di fila sono sembrati a entrambi un prodigio, proprio non avevamo capito quante cose eravamo riusciti a metterci dentro. Fare Superzelda insieme (io la storia, lui i disegni, Marilena Rossi, la compagna di Daniele, i bozzetti bellissimi dei vestiti di Zelda, che si vestiva in modo tutto suo, odiava le mode ed era bella anche per questo) per certi versi è stato facilissimo.

Il 10 novembre del 2011 Superzelda era nelle librerie, e se festeggiamo il terzo compleanno (oggi lunedì 10 novembre alle 19.30, io a Roma alla libreria minimum fax in via della Lungaretta 90/e, Daniele e Marilena a Siena alla loro Accademia del fumetto bellissima che è nata nel frattempo in vicolo della Tartuca 3) senza avere festeggiato il primo e il secondo è solo perché ogni anno ce ne dimentichiamo. Quest’anno me ne sono ricordata e adesso sto cercando di mettere in ordine cronologico la vita di Superzelda in questi suoi scintillanti tre anni, le presentazioni fatte, i viaggi mio in America, di Daniele a Parigi, le feste in costume dove scoprivamo che a vestirsi anni venti si diventa di colpo bellissimi, diventano bellissimi anche gli adolescenti dei rave. E poi le recensioni spesso buone e ogni tanto no, e va bene anche così (dice un mio amico più saggio di me: “alla fine ti criticano per cose con cui hai già fatto i conti”), le traduzioni e edizioni che hanno riportato Zelda in giro per il mondo, come le piaceva, sempre in viaggio e mai definitiva, neanche di casa, strada e numero civico. Ma ordine non è una parola che mi piace, e la cronologia che seguirà è sparsa, disordinata o forse ordinata sentimentalmente, come capita certe volte con i ricordi.

locandina Copy

Questi ultimi tre anni, una lista anticronologica e parziale

Il primo articolo su Superzelda hanno chiesto di scriverlo a me. Ero un po’ imbarazzata a doverne scrivere io, e ho chiamato un amico scrittore chiedendogli: e ora che faccio? Lui mi ha detto: se l’hanno chiesto a te è perché ti considerano più scrittrice che giornalista, scrivilo. E così l’ho scritto. Non promuovevo né celebravo nulla, semplicemente raccontavo com’era nato il libro. Una sorta di prequel di quello che sto scrivendo adesso senza che questa volta me l’abbia chiesto nessuno. Devo averci preso gusto.

Dopo questo primo articolo sono uscite moltissime recensioni e interviste, hanno invitato me e Daniele a parlarne in radio (ma mai in televisione), abbiamo fatto più di cinquanta presentazioni in giro per l’Italia, il libro è stato ristampato due volte e in Italia ha venduto quattromila copie (poche per un libro, tante se il libro è a fumetti), ogni tanto continuano a chiamarmi in radio a parlare dei romanzi e racconti di Scott Fitzgerald quando escono in nuove traduzioni e edizioni. E questa cosa mi piace moltissimo, mi piace parlare di Scott e Zelda, li rende più reali.

Nella primavera del 2012 Superzelda è uscito in Spagna e in tutto il Sudamerica. Ogni tanto a googlare si trovano recensioni bellissime su blog messicani o cileni o da qualche parte in Sudamerica. Né io né Zelda siamo mai state in Messico. E nemmeno in Cile.

Nella primavera del 2013 Superzelda è uscito in America e in Canada per un piccolo editore giapponese di Long Island che si chiama One Peace Book. Esattamente era il mese di marzo e io ero a New York a fare ricerche su Truman Capote per il prossimo fumetto. Ho regalato una delle primissime copie di Superzelda a Rick Moody una mattina al MOMA davanti a un quadro di Mark Rothko. Rick Moody lo ha amato e quando gli ho chiesto di presentarlo mi ha detto ok. La presentazione l’abbiamo fatta da Strand che è la mia libreria preferita, in assoluto, non solo di New York. Un pomeriggio sono andata lì e ho chiesto a un commesso: chi si occupa degli eventi? Mi ha dato il nome e il numero di Jessica Strand (“il nome è una coincidenza”, ha detto il commesso). Quello stesso giorno l’ho chiamata e le ho detto così: ho scritto un libro che si chiama Superzelda, Strand è la mia libreria preferita, posso presentarlo lì? Lei, bravissima, mi ha detto: ok, ma presentiamolo a maggio che esce Il grande Gatsby di Baz Luhrmann al cinema qui accanto

. Così a maggio ho presentato Superzelda da Strand insieme a Rick Moody. Alla presentazione c’erano Lorenzo Jovanotti e sua moglie Francesca (ai miei occhi anche lei zeldesca), Katherine Dunn, Maira Kalman, mia sorella Alessia, mia nipote Livia che mi ha fatto due domande (“te le eri preparate?” le ha chiesto dopo mia sorella, e lei: “no, ma non ne faceva nessuno e allora c’ho pensato io”) e molte altre persone sconosciute. Quel giorno lì io ero proprio felice. I quindici giorni prima della presentazione una vetrina di Strand è stata interamente occupata da una tabellone grandissimo con la faccia di Zelda disegnata che annunciava la presentazione e due file di copie di Superzelda in bella vista. Il giorno che hanno messo su la vetrina di Zelda, Suzanne Vega è passata di lì per caso, ha fatto una foto e l’ha mandata a Martina Testa, che l’ha subito mandata a me. Quando la foto con la vetrina di Zelda è arrivata era mattina presto, mi ero appena svegliata, anche lì ero proprio felice.

A New York quell’anno dovevo restare due mesi che alla fine sono diventati cinque, una primavera e mezza estate, da marzo a luglio. Ho cambiato casa quattro volte e ogni volta sembrava di cambiare città. La prima casa era a Harlem, dalle finestre si vedeva tutto Central Park. L’ultima era a Soho, al posto dell’ascensore c’era il montacarichi e ogni volta che entravi o uscivi sembrava di essere dentro Flashdance, ti veniva sempre da ballare. Ho regalato Superzelda (perché è una cosa bella regalare il tuo lavoro alle tue persone preferite e perché l’editore americano era così piccolo che non aveva un ufficio stampa e per compensare la cosa mi ha regalato un sacco di copie che non conoscendo nessun giornalista americano non sapevo a chi dare) a Patti Smith, Thurston Moore, Richard Hell, Debbie Harry, Paulina Poriskova, A.M. Homes, Rick Moody, Legs McNeil, Will Hermes, Phoebe Gloeckner, Trina Robbins (che è rimasta molto colpita dal fatto che l’avesse scritto una donna e disegnato un uomo perché a quanto pare nel campo dei fumetti non c’è tanta parità), Dj Spooky (quel giorno mi è scoppiata la bic in borsa e spero che l’inchiostro non sia finito nel libro e da lì nel suo elegante vestito bianco), Camille Paglia, Albert Maysles, Bernardo Bertolucci, Clare Peploe, John Guare, Woody Allen, Jay McInerney (che nella cucina di un’enoteca di Chelsea mi ha chiesto di scrivergli una dedica e mentre la scrivevo ha detto: “sai, Scott e Zelda sono le mie persone preferite”), Bret Easton Ellis, Ethan Hawke, James Franco (che adesso ha un gatto che si chiama Zelda e due copie di Superzelda, una in italiano e una in inglese), la madre di James Franco che l’ha fatto leggere a due registi indipendenti che a un certo punto volevano farci un film e forse in futuro accadrà, stiamo a vedere. L’ho regalato anche ad altri miei preferiti ma adesso non mi ricordo chi. Ero innamorata dell’idea che tutta questa gente che fa cose bellissime leggesse Superzelda.

Quella stessa primavera a New York sono andata al BEA (Book Expo America), che è una gigantesca fiera del libro a Chelsea. Superzelda era nello stand del suo editore spagnolo (l’editore americano è minuscolo e non aveva uno stand) e quel giorno non dovevo fare nessuna presentazione ma c’era Jo Nesbø ed ero andata a sentirlo. Zoppicavo perché mi ero appena rotta un dito del piede e a un certo punto sono andata a sedermi nella poltroncina dello stand di un editore di fumetti di San Francisco. L’editore era un simpatico signore con la barba, ci siamo messi a chiacchierare e quando gli ho parlato di Superzelda mi ha raccontato che il suo migliore amico è il papà di Leonardo DiCaprio. Ho regalato una copia anche a lui e ha detto che l’avrebbe data a Leonardo, che “è un bravissimo ragazzo, per fare Jay Gatsby avrà studiato di certo tutto Fitzgerald, amerà molto il tuo Superzelda“. E ogni volta racconto queste storie che sembrano inventate ma sono tutte quante vere. Nemmeno le cerco, semplicemente capitano.

Dato che la casa editrice americana non aveva un ufficio stampa, in America ho fatto da me. Hanno recensito Superzelda: il Chicago Tribune, il Saturday Evening Post, Vogue, il New York Times (che lo ha solo citato insieme ad altri libri ed è comunque una cosa bella), vari giornali di fumetti, vari giornali non di fumetti ma non mi ricordo più quali, molti blog. È stato anche candidato dall’associazione librai americani come Great Graphic Novels for Teens 2014. Poi siccome promozione e vendite andavano bene, tre mesi dopo l’uscita mi hanno trovato un ufficio stampa che però lavorava solo con le radio. Ogni mattina avevo una diretta telefonica (a volte anche due) con qualche conduttore di qualche programma radio di qualche città d’America. Ogni tanto non capivo esattamente le domande e rispondevo a piacere, come facevo da ragazza a certi esami all’Università, perché è meglio dire qualunque cosa che fare scena muta, e alla fine andava bene comunque. Durante le dirette nessuno dei conduttori diceva mai che ero italiana, e io mi domandavo tutto il tempo: perché qualcuno dovrebbe comprare un libro scritto da una che non parla perfettamente l’inglese? Poi però, dopo tutte quelle dirette radio mattutine, Superzelda ha venduto ancora di più e il mio inglese forse è migliorato. “Tutti in America parlano broken english“, dice un mio amico. Il che è vero.

La presentazione più bella di Superzelda è stata quella a Montgomery, in Alabama. Montgomery è dove è nata Zelda. La casa dov’è nata non esiste più (a un certo punto c’hanno costruito una superstrada e hanno buttato giù la casa), ma nello stesso quartiere c’è un’altra casa dove negli anni venti, neo-mamma e con sua figlia Scottie piccolissima, Zelda è andata a vivere insieme a Scott. Negli anni novanta questa casa è diventata il F. Scott e Zelda Fitzgerald Museum. Il direttore del museo si chiama Willie Thompson, sua moglie si chiama Silvia Giagnoni, è italiana, fa la ricercatrice universitaria lì in Alabama e ha scritto un bel libro su Harper Lee (Oltre la siepe. Alla ricerca di Harper Lee). Harper Lee abita a poche ore da lì in una cittadina minuscola che si chiama Monroeville (dove abitava anche Truman Capote da bambino), nei miei giorni americani le ho regalato una copia di Superzelda. Per ringraziarmi mi ha mandato un’email dicendomi di averlo amato molto.

Ho mandato una copia di Superzelda anche al museo Fitzgerald e il direttore del museo Willie mi ha scritto invitandomi a presentarlo lì da loro il giorno del compleanno di Zelda, il 24 luglio. “Ogni anno facciamo una festa di compleanno qui al museo”, diceva l’email, “quest’anno possiamo dedicarla a Superzelda“. E così un giorno di luglio ho preso un aereo per l’Alabama e sono andata a Montgomery. Abitavo a pochi isolati dal museo, in un bed & breakfast bellissimo che si chiama The Lattice Inn. Ogni giorno, facendo a piedi il tragitto da lì a casa di Scott e Zelda, mi sembrava di camminare sul pianeta Venere o sulla luna. Immaginavo Zelda piccola oppure Zelda grande che andava a spasso lì, con o senza Scott, mi fermavo a guardare case e alberi e strade cercando di memorizzare tutto per avere dei ricordi miei, per certi versi sorpresa dal non averne già. Un giorno ho chiesto a Willie di accompagnarmi in uno dei posti preferiti da Zelda dove andare a camminare, e lui mi ha lasciato al vecchio cimitero, che è un posto bellissimo e Zelda ragazza andava sempre a camminare lì. Il cimitero di Montgomery è gigantesco e pieno di alberi incredibili, e a un certo punto c’è la tomba di Hank Williams e di sua moglie, che con Zelda non c’entrano nulla ma anche loro hanno vissuto lì. Poi sono andata al museo di Hank Williams che è lì vicino e ho scoperto che più che dalla vita vera e dalla moglie le idee per le sue canzoni d’amore gli venivano dai fumetti. Hank Williams leggeva un sacco di fumetti, soprattutto fumetti sentimentali.

Poi sono andata al museo di Rosa Parks, l’attivista nera che nel 1955 si è rifiutata di cedere il suo posto sull’autobus a un bianco, e ha fatto benissimo. Nel museo di Rosa Parks c’è un video che riproduce la scena dell’autobus in scala reale ed è una cosa molto emozionante. Poi tornando a casa c’è stato un uragano che ha scoperchiato diverse case e fradicia di pioggia mi sono rifugiata sotto la tettoia di una casa abbandonata mentre fuori era come nel mago di Oz. E ancora una volta ero su un altro pianeta. La mattina del compleanno di Zelda con Willie siamo andati a un centro commerciale che si chiama Zelda Place ed è su una strada che si chiama Zelda Road. Willie ha comprato una torta con sopra scritto “Happy Birthday Zelda” e mi ha fatto scegliere le candeline (le ho scelte con i brillantini, per amore di tutto quello che luccica). Le candeline le ho spente io (non me l’aspettavo) in una sala piena di gente sconosciuta e giornalisti di Montgomery, e ho festeggiato i centotredici anni che non farò mai.

L’indomani il video di me con una maglietta delle Pussy Riot che spengo le candeline di Zelda a casa sua erano su tutti i tg dell’Alabama, e a ripensarci è una cosa stranissima. Al momento delle dediche si è avvicinata una signora bellissima, che è la direttrice della scuola di danza di Montgomery, e mi ha raccontato che sua mamma era la migliore amica di Scottie e che da bambine giocavano insieme. A un certo punto mi ha detto: “Zelda era proprio come la racconti nel tuo libro, pensa che mia mamma da bambina le piaceva quasi più di sua figlia solo perché ballava meglio”. Dentro il museo c’è una foto di Zelda trentenne con il tutù e un gatto in braccio. Ho chiesto a Willie come si chiamasse il gatto di Zelda e lui mi ha detto: “Zelda non aveva proprio nessun gatto, quando ha fatto quella foto ha visto un gatto in giardino, lo ha acchiappato perché dev’esserle sembrata una bella idea farsi la foto con un gatto”. A Montgomery quasi tutti credono nei fantasmi. Alcuni dicono di avere sentito il fantasma di Zelda. Dicono che lo riconosci perché balla.

Quest’anno Superzelda è uscito in Francia. Daniele e Marilena sono andati a Parigi a presentarlo, ed è stato il primo lungo viaggio di Viola, la loro bambina che è nata nel frattempo. L’edizione francese di Superzelda ha un formato appena un po’ più grande delle altre ed è bellissima. Nella prima pagina ci sono Zelda e Scott disegnati piccoli piccoli che ballano. Quasi certamente è una canzone di Cole Porter.  

Perché c’è Lillian Roxon all’inizio

Infine spiego perché ho dedicato questa cosa che ho scritto a Lillian Roxon, che era una brillante e magnifica giornalista rock scomparsa nel 1973 e che con Zelda Fitzgerald non c’entra nulla e però se fossero vissute nella stessa metà di secolo si sarebbero piaciute perché Lillian Roxon amava Janis Joplin che amava Zelda, e perché Zelda avrebbe amato entrambe. L’anno scorso ho tradotto la Rock Encyclopedia di Lillian Roxon e alcuni suoi articoli. Il più bello era un articolo autobiografico (scritto come andrebbero scritti gli articoli autobiografici, senza egocentrismo e con gli occhi alti a raccontare il mondo in soggettiva) in cui faceva una cronistoria della promozione della sua Encyclopedia: le presentazioni fatte, i pochi strani viaggi durante un piccolo tour promozionale, le persone incontrate, le recensioni buone, quelle cattive, le generose e le invidiose, i nomi e i cognomi, la sua vita come sembrava essere cambiata dopo la fortuna del libro e come invece non era cambiata nemmeno di una virgola, i soldi che non li fai mai con un libro a meno che poi non ci facciano un film, e ti ritrovi ad abitare sempre nella stessa casa piccolissima con la testa piena di  buoni titoli e grandiosi progetti di libri futuri e il tempo materiale che manca sempre (e le sarebbe mancato perché è morta di asma pochissimi anni dopo, ed è un vero peccato, avrebbe potuto scrivere libri spettacolari) e tu che nel frattempo devi lavorare ad altro perché scrivere un libro non è mai un lavoro fintanto che qualcuno non ti paga come fosse un lavoro. Roxon ha scritto della vita del suo libro dopo il libro e lo ha fatto benissimo. Mentre traducevo quell’articolo pensavo: ecco, ogni libro meriterebbe da parte del proprio autore un articolo così. A modo mio ho provato a scriverlo. 

Roma, 9 novembre 2014

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Intervista a Richard Hell https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-richard-hell/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-richard-hell/#comments Wed, 23 Oct 2013 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16005 Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

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Richard_Hell_by_David_Shankbone

Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.

“Superati i quarant’anni ti rendi conto di avere vissuto la tua giovinezza”, mi dice spiegandomi le ragioni di questa sua autobiografia. “Sei un adulto, e hai capito cosa sei capace di fare e cosa invece è il caso di smettere. Da ragazzino puoi fare tutti i sogni irrealizzabili che vuoi, puoi provare un sacco di cose per capire qual è quella giusta, quella che ti si addice, perché la giovinezza è proprio questo, una sorta di esplorazione. Poi da adulto inizi a chiederti che forma ha preso la tua vita e com’è che ci sei arrivato a quella forma lì. Io ho passato anni a ragionarci sopra, e poi è arrivato un momento in cui dovevo mettere tutto in fila: le persone amate, i lavori fatti, i sogni di bambino, le esperienze occasionali. Anche solo per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori. Scrivere questo libro era l’unico modo che avevo per farlo”. Poi aggiunge che se ha iniziato a scrivere è “perché non volevo avere un capo, non volevo avere divieti, volevo essere io a decidere della mia vita. E fare lo scrittore è questo: i tuoi pensieri che diventano la tua vocazione”.

A un certo punto della sua autobiografia, parlando di musica e adolescenza, Hell scrive: “Il rock and roll è la sola forma d’arte in cui gli adolescenti non solo sono in grado di eccellere ma sono più o meno gli unici a poterla praticare”. Così è anche il punk, che a detta di molti è stato inventato proprio da Hell quando adolescente eccelleva nell’arte del rock and roll. Gli chiedo conferma, lui fa spallucce dicendomi che sulla questione si esagera sempre e però non smentisce. Cambio argomento per schivare il cliché e parliamo di New York, di com’è cambiata dai Settanta a oggi, di come sia rimasta il posto migliore dove stare “perché tutte le cose più eccitanti accadono qui”.

C’è un momento, durante l’intervista, in cui qualcuno suona al citofono, Hell mi dice che deve assentarsi un attimo e io rimango da sola. Mi guardo intorno, non so bene che fare. Sono seduta su un divano in una piccola stanza piena di libri. Alla mia destra c’è la camera da letto (piena di libri anche questa e occupata quasi interamente dal letto) e il bagno. Davanti ho la scrivania e l’ingresso che è anche la cucina. Scorro le coste dei libri. Jean-Luc Godard, Allen Ginsberg, Lautréamont, Jim Carroll, una foto di Serge Gainsbourg. Gli scaffali sono alti fino al soffitto.

In metropolitana, venendo verso casa sua, ho letto decine di poesie di Hell. L’unico verso che ho memorizzato è di una poesia che parla di un topo, e a un certo punto dice: He smiled his big smile, sorrise il suo grande sorriso. Mi viene in mente guardandolo, quando ritorna e riprende a parlare, mentre m’aspetto che da un momento all’altro faccia una delle sue strane facce, una di quelle delle foto e dei video, diventate così sue che quando doveva decidere il nome da dare alla sua band, propose di chiamarla The Facial Expressions. Mi viene in mente perché mentre parla quest’uomo ogni tanto s’illumina e sorride.

Sorride quando gli chiedo cosa sta leggendo e lui indica l’edizione inglese della Folie Baudelaire di Roberto Calasso. Sorride quando mi dice che i Libertines sono l’unica band recente che gli piace. E anche l’unica che conosce. (Il cd è in alto alla pila accanto allo stereo). Sorride quando ci mettiamo a parlare di cinema. “È l’arte del Ventesimo secolo”, dice. E aggiunge, “Va’ a sapere qual è quella del Ventunesimo”. Sorride di nuovo subito dopo dicendo: “Rossellini”. Sorride quando mi dice che sì, Bob Dylan gli piace moltissimo, ma che lui non è un fan di nessuno. E Bob Dylan nemmeno l’ha mai visto suonare dal vivo. Sorride alla fine, quando di questa sua vita giovane, di prima dell’84, dell’essere musicista, delle canzoni che scriveva, di tutto questo gli domando cos’è che gli manca. Lì Richard Hell, illuminato, col più sorridente dei sorrisi, mi guarda e dice: “Niente”.

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Da Gatsby a Gatsby: divagazioni intorno a Scott Fitzgerald https://minimaetmoralia.it/cinema/da-gatsby-a-gatsby-divagazioni-intorno-a-scott-fitzgerald/ https://minimaetmoralia.it/cinema/da-gatsby-a-gatsby-divagazioni-intorno-a-scott-fitzgerald/#comments Sun, 30 Jun 2013 07:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14796 Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.

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Questo pezzo è uscito sul numero di giugno del Mucchio.

È interessante come ultimamente ogni discorso su Scott Fitzgerald degeneri in una conversazione sulle vetrine dei negozi. Parli del Grande Gatsby e finisci per sentire qualcuno che cita Miuccia Prada. Sei lì che dici quant’è bello che il romanzo sia tornato in classifica e qualcuno ti chiede se hai visto la mostra di vestiti in un negozio di Soho o il film con Leonardo DiCaprio. Sei in America e quasi finisci per avere nostalgia dell’Italia.

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New York in questi giorni è un trionfo di vetrine a tema Il grande Gatsby. Dalle sobrie ma esplicite di Fogal che espongono un logo-cartello del film di Baz Luhrmann in buona compagnia di merce a tema (nel caso delle calze da donna viene da pensare che anni venti può essere qualsiasi cosa) alle più ambiziose di Tiffany & Co. disegnate da Catherine Martin, costumista e moglie di Baz Luhrmann, che ostentano calici e braccia che si incrociano e fuochi d’artificio e altre baggianate simili, a quelle di Prada diventate improbabili spazi espositivi che ti fanno credere di essere andato al MOMA quando invece sei solo dentro una boutique per ricchi. In questi giorni a New York ci sono turisti che fotografano tutte queste vetrine. Ce ne sono tantissimi. Arrivano in gruppo o in coppia e posano mentre uno di loro a sorte scatta la foto. Poi si danno il cambio così da tornare a casa ognuno con la sua brava foto a tema anni venti. Come quando vai a Disneyland e posi insieme a Topolino. È poco chiaro se siano attratti da Scott Fitzgerald, da Leonardo DiCaprio, da Baz Luhrmann o da Miuccia Prada.

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I trailer del Grande Gatsby di Baz Luhrmann erano bellissimi. A un certo punto si vedeva una zebra che faceva il bagno dentro una piscina nel bel mezzo di una festa, e uno stava lì a non vedere l’ora che uscisse il film per guardare tutto il resto. Uno stava lì a dire, ma che genio Baz Luhrmann che ha tutte queste visioni. Ma che genio Baz Luhrmann che cita il video di Being Boring dei Pet Shop Boys con la zebra in piscina sapendo che è una canzone scritta per Zelda. Ma che genio Baz Luhrmann che fa Il grande Gatsby in 3D. Uno stava lì a pensare, ma che genio questo Baz Luhrmann. Io, per esempio, non avevo dubbi che facesse un gran capolavoro. Poi però ho visto il film.

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Qualche giorno fa ero a New York da Strand Book Store, la libreria all’angolo tra Broadway e la Dodicesima. Ero lì a presentare il mio fumetto su Zelda Fitzgerald insieme a Rick Moody. A un certo punto Moody m’ha chiesto: l’hai visto il film? E io: sì. Lui: E? Io: Hai presente Shrek? Ecco, tutto quello che mi viene da dire del Grande Gatsby di Luhrmann è “Shrek”. Questo film è la versione Shrek del Grande Gatsby di Scott Fitzgerald. Non c’è l’asino che parla ma abbiamo la zebra che nuota in piscina. Intorno alla povera bestia è in corso un party che sembra Ibiza nel 2013. Degli anni venti ci sono i cliché, le cose che t’aspetti, quelle che riesce facilmente a riprodurre qualsiasi casa di moda o grande magazzino. Tutta roba che ultimamente trovi anche all’Oviesse.

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Di bello del giorno in cui ho visto Il grande Gatsby di Luhrmann in un cinema di New York c’è la fila di ragazzini vestiti a tema anni venti che aspettava fuori dalla sala impaziente. Adolescenti inaspettati (del Gatsby di Fitzgerald non si può dire che sia un romanzo per ragazzi). Così come inaspettata è la bruttezza del film. Una bruttezza così brutta che quando l’ho visto mi veniva da piangere. Una bruttezza che raggiunge il suo climax (o l’anticlimax se mai climax ci fosse) nelle scene dei party e in quella della morte di Jay Gatsby. Quelle scene lì son talmente brutte che passi il resto del film a pensare: ma sul serio? E nel frattempo ti sforzi di capire cosa abbiano di così sbagliato. E ti sforzi di trovarci dentro qualcosa di bello. E non ce lo trovi semplicemente perché non c’è. E intanto finisce il film e l’unica cosa che ti viene da dire è “Shrek”. Poi però pensi che è grazie al film che Il grande Gatsby di Fitzgerald è tornato in classifica. E allora fai spallucce e dici ok.

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Quest’uso improprio e modaiolo del Grande Gatsby di Fitzgerald è una cosa che qui a New York sta accadendo anche con il punk. Il giorno prima dell’uscita del film nelle sale americane, ha aperto al MET una mostra sul punk (PUNK: Chaos to Couture). Anche qui ci viene proposta Miuccia Prada in forma di vestito esposto come esemplare di moda derivata dal punk. Miuccia Prada ad azzerare la distanza tra Scott Fitzgerald e Richard Hell. Miuccia Prada che è bravissima ma se dobbiamo sinceri di punk non ha mai creato niente. Insieme a Catherine Martin adesso ha fatto i costumi del Gatsby di Luhrmann. E una mostra di abiti anni venti dentro il negozio di Soho che poi andrà dentro il negozio di Tokyo e poi andrà dentro il negozio di Shanghai. E poi chissà chissà.

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A proposito di punk: Zelda e Scott Fitzgerald erano punk. Meglio, erano proto punk. Perché di punk all’epoca non esisteva nemmeno la parola. Zelda e Scott Fitzgerald facevano i rave dentro le camere d’albergo distruggendole e andavano a feste che finivano una settimana dopo. Zelda e Scott cominciavano a bere che erano già ubriachi e facevano il bagno nudi nelle fontane e viaggiavano sui cofani dei taxi e si tuffavano dagli scogli altissimi a rischio di morire. Zelda e Scott erano belli per questo. L’altro giorno raccontavo a un’amica che il party per Il grande Gatsby di Baz Luhrmann con il cast del film e tutta la beautiful people è stato fatto dentro la boutique di Prada a Soho. E la mia amica: certo, se avessero invitato Zelda e Scott sarebbero andati lì ubriachi e avrebbero rubato tutte le borsette. Come darle torto.

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Richard Hell ultimamente lo cito in tutti i pezzi che scrivo. Richard Hell è la prima persona con cui ho fatto amicizia in questi miei recenti mesi newyorkesi. Richard Hell abita in una casa tutta piena di libri. Richard Hell ha scritto la mia canzone punk preferita, Blank Generation. Richard Hell ha scritto un libro bellissimo su di sé e sui suoi anni punk, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp. Il libro si ferma nel 1984. Poi Richard Hell ha smesso di essere musicista ed è diventato scrittore. Mi chiedo cosa ne pensa oggi di questi magneti da frigo con la sua foto che vendono nella boutique del MET come gadget della mostra PUNK: Chaos to Couture.

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Del Grande Gatsby di Fitzgerald da Strand vendono le magliette e da Barnes & Noble vendono le shopper. Con la foto di Zelda in tutù esistono le tazze, le magliette, le pantofole e gli orecchini. A forma di Scott c’hanno fatto i segnalibri e di sue citazioni son piene le cartoline che vendono nelle librerie. Se cerchi frasi di Scott o Zelda su twitter trovi l’opera completa. Ho anche provato a cronometrare i tweet sui Fitzgerald: in media uno ogni venti secondi. Ultimamente esce un romanzo al mese che ne racconta pezzi di vita. E diventano tutti best-seller. E questa cosa è bella e brutta. Bella è l’idea che tutta questa gente conosca Fitzgerald. Però in cuor tuo vorresti che i tuoi scrittori e i libri più amati restassero tuoi e solo tuoi e che venissero scoperti come li hai scoperti tu. Senza che nessuno te ne abbia mai parlato prima, procedendo per tentativi come quando a vent’anni entravi in libreria e pensavi che avresti avuto tutta la vita davanti per leggere.

Quando pensavi che potevi scegliere pure il libro sbagliato perché il tempo per leggere era infinito e invece poi sceglievi Il grande Gatsby che era giustissimo e non volevi leggere che quello. E andavi avanti a leggere tutti i romanzi e i racconti di Fitzgerald e le lettere a Scottie. E scoprivi che Scottie era sua figlia e che Zelda era sua moglie. E poi leggevi tutte le biografie. E scoprivi le vite di Scott e di Zelda. E non ne parlavi con nessuno perché sennò sarebbero diventati meno tuoi. E ora sei qui che scrivi di Baz Luhrmann e di Miuccia Prada quando vorresti scrivere del Grande Gatsby e di Fitzgerald. E pensi che sì, quei tempi lì ti mancano enormemente.

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Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

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