Rio Ferdinand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rio-ferdinand/ un blog di approfondimento culturale Tue, 02 Jul 2013 13:46:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rio Ferdinand Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rio-ferdinand/ 32 32 Anthony Cartwright e il realismo inglese https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-anthony-cartwright-heartland/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-anthony-cartwright-heartland/#comments Tue, 02 Jul 2013 13:46:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14553 (Fonte immagine)

Sulla copertina dell'ultimo romanzo di Anthony Cartwright si vede un bambino che punta una pistola al di fuori del nostro campo visivo, sullo sfondo di un cielo azzurro: il libro si intitola How I Killed Margaret Thatcher ed è stato pubblicato nell'agosto del 2012 da Tindall Street Press, editore anche dei due precedenti lavori dello scrittore di Dudley. In Italia il titolo farà pensare a una linea narrativa che ha vissuto momenti di splendore qualche anno fa (Chi ha ucciso Silvio Berlusconi, 2005; Shooting Silvio, 2006; Ho ammazzato Berlusconi, 2008; eccetera), ma calata nel suo contesto l'immagine è più inquietante che ironica.

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Sulla copertina dell’ultimo romanzo di Anthony Cartwright si vede un bambino che punta una pistola al di fuori del nostro campo visivo, sullo sfondo di un cielo azzurro: il libro si intitola How I Killed Margaret Thatcher ed è stato pubblicato nell’agosto del 2012 da Tindall Street Press, editore anche dei due precedenti lavori dello scrittore di Dudley. In Italia il titolo farà pensare a una linea narrativa che ha vissuto momenti di splendore qualche anno fa (Chi ha ucciso Silvio Berlusconi, 2005; Shooting Silvio, 2006; Ho ammazzato Berlusconi, 2008; eccetera), ma calata nel suo contesto l’immagine è più inquietante che ironica.

Non tanto perché Margaret Thatcher è morta per davvero, su questo ci torniamo; ma soprattutto perché Anthony Cartwright è nato nelle West Midlands, quel territorio nei dintorni di Birmingham che ha subito le conseguenze più dure della cura somministrata dalla Iron Lady al proprio paese. Lo chiamavano Black Country per via delle miniere di carbone, delle fonderie e degli impianti siderurgici che l’hanno reso per anni una delle zone più inquinate al mondo. Poi sono arrivati gli anni Ottanta con la deindustrializzazione, il neoliberismo, gli scioperi del 1984-1985 e la progressiva marginalizzazione operata dalla Storia, quella con la S maiuscola.

Cartwright, classe 1973, aveva già raccontato gli effetti di questa marginalizzazione in Heartland, originariamente pubblicato nel 2009 e tradotto in italiano nel febbraio di quest’anno da 66thand2nd. Come in Underworld di Don De Lillo, riferimento esplicito e probabilmente abusato, motore immobile del romanzo è un evento sportivo:  non la palla da baseball che nell’ottobre del 1951 Bobby Thompson manda sugli spalti, ma la partita di coppa del mondo tra Inghilterra e Argentina disputata a Sapporo, Giappone, il 7 giugno del 2002, e vinta dalla squadra di Eriksonn grazie a un rigore (contestato e battuto male) di David Beckham. Un evento dall’alto valore simbolico per alcuni motivi, primo dei quali la rivalità storica tra le due nazionali, che risale almeno agli anni Sessanta ma che rimanda di nuovo a Margaret Thatcher e alla guerra delle Falkland del 1982. E poi, e qui il riferimento è più sottile perché tutto intra-calcistico, perché noi sappiamo che l’euforia seguita alla vittoria si rivelerà un’illusione: l’Inghilterra verrà eliminata ai quarti di finale dal Brasile (1-2), e da quel momento in poi la golden generation dei vari Beckham, Owen, Nicky Butt, Ashley Cole, Rio Ferdinand eccetera non farà che declinare, ancora durante gli anni di Eriksonn (eliminazione ai quarti contro il Portogallo nei mondiali 2006, 1-3) e soprattutto con la mancata qualificazione agli Europei del 2008.

Intorno a questo evento ruotano diverse storie. Rob, 28 anni, ha alle spalle una vita da calciatore professionista mai veramente iniziata (è stato in seconda squadra al Villa) e lavora part-time come educatore in una scuola di Dudley; Zubair e Adnan, pakistani, il primo diventato avvocato di successo e il secondo scappato di casa adolescente ed evaporato nel nulla (Adnan è un talento dell’informatica, è musulmano, sappiamo che l’11 settembre 2001 era a New York City); le imminenti elezioni per il consiglio comunale vedono contrapposti il laburista Jim, zio di Rob,  e il candidato del British National Party, il partito xenofobo che nel 2009 arriverà fino al Parlamento Europeo; Jasmine ha lasciato Dudley per Londra, dove ha lavorato come insegnante in una scuola nella zona multiculturale dell’East End, ed è appena tornata a casa; Andre, 15 anni, semi-analfabeta, è stato accoltellato da una baby-gang di asiatici nelle zone dei negozi vicino alle case popolari, proprio dove i Labour stanno perdendo presa in favore del BNP; anni prima un tassista di nome Yousuf Khan è stato quasi ucciso dagli abitanti di quelle stesse case popolari, che oggi non vogliono la costruzione di una nuova moschea  a Dudley; nel frattempo si sta disputando la finale del campionato locale, dove il Cinderheath FC (Rob ci gioca da quando ha lasciato il calcio professionistico) contende il titolo alla squadra musulmana.

Tuttavia il termine “romanzo-mondo”, spesso usato per descrivere Heartland, non funziona appieno, così come il paragone con Underworld richiede un distinguo: entrambi sono ammissibili solo stemperando il carattere enciclopedico che il primo presuppone, e mettendo in chiaro che la grandiosità del Great American Novel sta a De Lillo come la sobrietà del realismo sociale inglese sta a Cartwright. Un realismo non piatto, anche se come è stato fatto giustamente notare il romanzo paga un debito nei confronti di certi stilemi («there are plenty of forlorn figures wandering around empty car parks with post-pub ennui», così il Guardian nel 2009). Cartwright ha il dono della chiarezza e quello dell’onestà, che suppliscono in buona parte a un disegno narrativo meno ambizioso di quello che sembrerebbe all’inizio. In fondo stiamo parlando di quello che è successo a un’ex area industriale caduta nel dimenticatoio dopo che la Storia ha preso un nuovo corso, e di come lo spazio lasciato vuoto dalla catastrofe degli anni Ottanta abbia cominciato a brulicare di fantasmi: l’islam, le destre estremiste, la violenza minorile, l’impalcatura di un tessuto sociale che non potendo prendere la scorciatoia della gentrificazione (ciò che è successo invece alle ex aree industriali di Londra, da Shoreditch a Hoxton) non è ancora riuscito a trovare una strada per ricostruire la propria identità.

Nell’ultimo mese nel Regno Unito sono successe due cose importanti, che ci riportano all’immagine con cui abbiamo aperto. La prima è stata la morte di Margaret Thatcher l’8 aprile scorso: ci sono voluti i fiori portati davanti alla sua casa di Belgravia e i cartelli “The bitch is dead” appesi ai cavalcavia di Brixton per chiarire a chi se ne fosse dimenticato quanto quel periodo della storia pesasse ancora sulle spalle degli inglesi, e come la sontuosa (ma non ufficiale) cerimonia funebre a St Paul abbia forse segnato davvero una fine, o l’inizio di una fine. La seconda è l’entrata in vigore il primo aprile delle leggi sullo stato sociale volute dall’amministrazione Cameron, che secondo i Tories dovrebbero portare a una spesa più equa e a combattere le sacche di analfabetismo e di violenza tra i teenager, e che secondo i Labour segnano il punto di non ritorno nel disfacimento di uno dei più solidi sistemi di welfare che il continente europeo abbiano mai conosciuto, portando in qualche modo a compimento proprio il lavoro cominciato da dalla Lady di Ferro trent’anni fa.

Per questo, in fondo, il romanzo di Cartwright è essenzialmente un romanzo di speranze tradite, di attese vane, di grandi potenzialità che evaporano nel vortice del tempo: Beckham e Owen, ma anche la nazionale Ungherese che negli anni Cinquanta batté l’Inghilterra 3-6 a Webley (la chiamavano “aranycsapat”, la squadra d’oro), la speranza giovanile di dare un senso alla vita e quella proletaria di un futuro migliore. C’è in Heartland un nucleo luminoso ma evanescente intorno a cui i personaggi ruotano senza riuscire a penetrarlo, chiuso all’orizzonte da un muro di violenza sorda, oscura. E c’è un’attesa costruita dall’intrecciarsi instancabile di storie umane che Cartwright è bravissimo a intessere con la delicatezza di chi prova un amore profondo nei confronti dei propri personaggi: un senso di tensione continua, dilatata, portata avanti nelle pagine con padronanza e pazienza. Nel mondo vero sappiamo come andrà a finire. Da lettori ci fermiamo sulla soglia di questa sospensione, costretti a constatare che le storie non si chiudono mai, che i frammenti non si ricompongono per forza in un quadro unitario o coerente.

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Joseph Anthony Barton: A Working Class Anti-Hero https://minimaetmoralia.it/sport/joseph-anthony-barton/ https://minimaetmoralia.it/sport/joseph-anthony-barton/#comments Thu, 02 May 2013 09:26:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14167 Questo pezzo è uscito su Vice.

“To be great is to be misunderstood”

Oscar Wilde @Wit_of_Wilde

Ritwittato da Joseph Barton 

Da quando è a Marsiglia, Joey Barton si comporta bene. Ha giocato tre partite in campionato e cinque in Europa League. Un'entrata durissima all'esordio in Ligue 1 contro il Lille e un missile da 25 metri che ha sfiorato il palo. Un gol (direttamente da calcio d'angolo) contro il Borussia M'Gadblach e due assist contro il Brest. In una video-chat per il sito dell'O.M. Un tifoso ha chiesto a Barton se lui può essere per la Francia quello che Cantona è stato per l'Inghilterra. Entrambi, in effetti, hanno dovuto abbandonare il calcio del loro paese per motivi disciplinari, ma il percorso inverso dei due ci dice che il talento di Cantona lo ha portato in un campionato più competitivo e fisico, quello di Barton in un campionato secondario in cui a trent'anni potesse fare la differenza che in Inghilterra ha raramente fatto. Se Cantona era un caso limite di calciatore ribelle, Joey Barton è qualche chilometro più lontano oltre il limite della morale comune. Quello che hanno in comune Cantona e Barton, però, è che tutti e due possono essere inseriti nel filone narrativo dei grandi personaggi in conflitto tra natura e cambiamento. Perseguitati dal passato che torna, potrei dire, scusandomi per la retorica.

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“To be great is to be misunderstood”

Oscar Wilde @Wit_of_Wilde

Ritwittato da Joseph Barton 

Da quando è a Marsiglia, Joey Barton si comporta bene. Ha giocato tre partite in campionato e cinque in Europa League. Un’entrata durissima all’esordio in Ligue 1 contro il Lille e un missile da 25 metri che ha sfiorato il palo. Un gol (direttamente da calcio d’angolo) contro il Borussia M’Gadblach e due assist contro il Brest. In una video-chat per il sito dell’O.M. Un tifoso ha chiesto a Barton se lui può essere per la Francia quello che Cantona è stato per l’Inghilterra. Entrambi, in effetti, hanno dovuto abbandonare il calcio del loro paese per motivi disciplinari, ma il percorso inverso dei due ci dice che il talento di Cantona lo ha portato in un campionato più competitivo e fisico, quello di Barton in un campionato secondario in cui a trent’anni potesse fare la differenza che in Inghilterra ha raramente fatto. Se Cantona era un caso limite di calciatore ribelle, Joey Barton è qualche chilometro più lontano oltre il limite della morale comune. Quello che hanno in comune Cantona e Barton, però, è che tutti e due possono essere inseriti nel filone narrativo dei grandi personaggi in conflitto tra natura e cambiamento. Perseguitati dal passato che torna, potrei dire, scusandomi per la retorica.

Joey Barton è un grande fan degli Smiths e di Morrissey

Cresciuto nel vivaio del Manchester City (quando ancora non era il patchwork post-moderno dello sceicco Mansour, ma una squadra di medio-bassa classifica risalita da poco dalle categorie inferiori), votato dai tifosi Young player of the year al termine della stagione 2003-2004, la prima da professionista in cui abbia giocato con continuità (28 presenze a 21 anni), alla cena di Natale di quello stesso anno, Joey mostra i primi segni di quel che sarà, andandosene in giro a bruciare con un sigarillo i compagni di squadra meglio vestiti. Quando un giocatore delle riserve reagisce avvicinando un accendino alla sua t-shirt, lui gli infila il sigarillo in un’occhio.

Nel maggio del 2005 mette sotto un pedone alle due del mattino nel centro di Liverpool e a luglio si fa cacciare dalla tournée estiva del City. Appena arrivato a Bangkok, di mattina, nel bar dell’hotel, Joey ubriaco si mette a litigare con un quindicenne tifoso dell’Everton (squadra che anche Joey amava da piccolo, prima di venire rifiutato dal settore giovanile dell’Everton a 14 anni). A quanto pare quello gli aveva dato un calcio negli stinchi e Barton stava passando a un grado superiore di violenza quando si è intromesso il capitano irlandese del City, Richard Dunne, a fare da paciere. E si sa come finisce coi pacieri. Dei testimoni hanno descritto Dunne, con le lacrime agli occhi, prendere a pugni i muri dell’hotel e gridare: “Why is this happening, Joey, why?”

Mentre Joey prende un aereo dalla Thailandia a Manchester da solo, il fratello minore Michael partecipa insieme a un cugino all’omicidio a sfondo razzista di Anthony Walker, aggredito con un’ascia nel parco di Huyton, agglomerato urbano vicino Liverpool da cui viene anche Joey, costruito per dare abitazione agli operai che vivevano in baracche e velocemente degradato dopo la chiusura delle fabbriche di zona. Michael lo chiama da Amsterdam, durante la sua fuga in giro per l’Europa, per chiedergli dei soldi, ma Joey si rifiuta e dopo un paio di telefonate, lancia un appello in tv affinché il fratello si consegni alla polizia. Figlio di un operaio edile, atleta portato per tutti i tipi di sport in età scolare, Joey è cresciuto con la nonna che lo andava a cercare per strada la sera mettendolo in imbarazzo di fronte agli amici: “Se non fosse stato per lei sarei finito a cazzeggiare in qualche angolo, drogandomi o stronzate del genere”

Nei due anni successivi Joey cura i problemi legati all’alcol e alla rabbia in una clinica per sportivi professionisti con problemi (già allora l’allenatore del City, Stuart Pearce, aveva parlato di ultima occasione) e firma un contratto quadriennale. Joey sembra migliorare, si limita a qualche entrata dura e a mostrare il culo ai tifosi dell’Everton. Insomma, quando Steve McClaren lo convoca in nazionale maggiore per la prima (e unica) volta, in occasione di un’amichevole contro la Spagna del febbraio 2007, Joseph Athony Barton è un coatto che ha già mostrato tutti i suoi problemi di carattere, ma che non ha ancora dato esattamente il peggio di sé.

Barton sputa in direzione dei tifosi dell’Everton

Certo, proprio pochi mesi prima essere convocato, Barton aveva parlato male proprio dei nazionali inglesi (Gerrard, Lampard, Rooney, Rio Ferdinand, Ashley Cole) che all’indomani del mondiale tedesco avevano pubblicato la loro autobiografia (“Ho fatto schifo alla Coppa del Mondo, comprate il mio libro”), ma quella poteva essere presa per schiettezza. Gerrard reagì bene: “Joey è un amico. Siamo cresciuti nella stessa zona di Liverpool. È simile a me: durante le interviste è onesto e gli piace dire quello che pensa. (…) Darà una rinfrescata alle cose e ci farà stare in guardia. Se dai un’occhiata alle nostre performance nell’ultimo paio di tornei penso che una svegliata ci voleva”. Frank Lampard, che il Guardian dice essere sensibile alle critiche, non ha apprezzato quando Barton, riguardo la sua sintonia in campo proprio con Gerrard, ha detto: “Se si giocasse con due palloni l’Inghilterra sarebbe fortissima, ma la verità è che non funzionano insieme”.

In realtà a sbagliare era Gerrard quando parlava di aria fresca. Quello di Barton era un vento caldo che arrivava direttamente dalle fabbriche all’origine della Premier League. “I top player di questi tempi hanno perso il contatto con la realtà. Diciamo che anche se il 90% di loro viene da un retroterra operaio, dopo le 100 partite in Premier League, la macchina e la casa, pensano di essere dei nobili”. Con il suo stile di gioco aggressivo pericoloso per sé e per gli altri, Barton poteva ricordare il senso dell’onore di Roy Keane e le sue dichiarazioni post-sconfitta in cui accusava la paura di farsi male dei suoi compagni: “Hanno dimenticato quella rabbia che gli ha guadagnato i Rolex, le macchine, le ville”.

Barton però supera il punto di non ritorno (quel limite oltre il quale diventa difficile inscrivere le cattive azioni all’interno di un codice più o meno condivisibile) nel maggio del 2007, immediatamente dopo il picco più alto della sua carriera, quando manda all’ospedale con la retina distaccata il suo compagno di squadra ed ex-Lazio Ouasmane Dabo. Il City lo vende al Newcastle (Barton tira anche sul prezzo) e passano solo pochi mesi prima che Barton si lasci prendere la mano in una rissa nel centro di Liverpool (ripreso da una camera di sorveglianza) alle 5.30 del 27 dicembre, accanendosi con una ventina di pugni su un tipo prima a terra, poi di spalle (anche Dabo pare fosse stato aggredito da dietro e la fama che accompagna Barton, oltre che di violento, è di codardo).

Condannato a sei mesi di prigione (più quattro per il caso Dabo finito anch’esso in tribunale) Joey torna in campo nell’ottobre del 2008 contro l’Arsenal. Entra nel secondo tempo, dopo pochi secondi scivola lateralmente (per prendere la palla a onor del vero) su Nasri che poco dopo lo sgambetta.I tifosi dell’Arsenal, che avevano sommerso Barton di fischi al momento dell’ingresso in campo e gridato “Scum! Scum!” (Feccia! Feccia!), applaudono Nasri.

Dopo tutto questo, grazie a tutto questo, Barton pensa davvero di poter diventare un “role model”. “Ci sono ragazzi che guardano gente come Beckham o Owen, che sono professionisti incredibili, senza macchia, e non possono immedesimarsi. (…) Quando parlo degli errori che ho fatto e del modo in cui ho provato a cambiare, io credo che la gente mi rispetti. Spero di poter raggiungere tutte quelle persone che forse prima non erano raggiungibili”.

La lista di errori di Barton è ancora da riempire (ho saltato, appena arrivato al Newcastle, la bella entrata su Etuhu nel derby col Sunderland). Nella stagione 2008-2009 il Newcastle retrocede e lui litiga con l’allenatore e leggenda casalinga Alan Shearer per via di un fallo su Xabi Alonso. In Championship gioca poco per via di un paio di infortuni e appena tornato in Premier (2010-2011) dà un pugno a Pedersen che, inavvertitamente, gli aveva dato una spallata (cioè, dà un pugno sullo sterno a uno che gli sta chiedendo scusa e poi finge di avergli dato solo una spinta). A dicembre mentre discute con Torres si stringe più volte il pacco e con la mano davanti alla bocca esegue il classico gesto del pompino. A febbraio entra male a Diaby, che però è più grosso e dopo averlo preso per il collo lo mette in ginocchio. Il Newcastle non ne può più. Prima di firmare col Queens Park Ranger Barton fa ancora in tempo a litigare con Gervinho (qui la vendetta di Gervinho).

Per qualche ragione diventa capitano del QPR. In campo alterna alti e bassi (il suo stile di gioco si è evoluto, Barton è diventato più offensivo alternando tackle e palle recuperate con incursioni e lanci ambiziosi – sbagliando molto ma non limitandosi al passaggio orizzontale come, ad esempio, De Jong), col QPR che arriva all’ultima giornata costretto a vincere o pareggiare col City primo in classifica (a sua volta costretto a vincere se non vuole arrivare secondo dietro lo United). Come è andata quella partita lo sappiamo tutti, gli ultimi cinque minuti nei quali il City ribalta il risultato da 2-1 a 3-2 rimarranno nella storia, così come l’espulsione di Barton. Il QPR si salverà solo grazie al pareggio del Bolton e Joey, che si è giustificato dicendo di aver provato a far restare in 10 uomini anche il City, verrà condannato a 12 giornate di squalifica (gomitata a Tevez a palla lontana + ginocchiata  sulle natiche di Aguero dopo che l’arbitro gli ha mostrato il rosso + tentativo di capocciata a Kompany).

La sparo grossa dicendo che Barton è un Lacoonte moderno

Per capire qualcosa di più di Joey Barton basta andare sulla sua pagina Facebook o seguirlo su Twitter dove ha un seguito di 1.8 milioni di persone. Oltre alle foto del figlio (con commenti tipo “CUNT” che ogni tanto toglie ogni tanto no) e agli RT degli account di citazioni di Nietzche, Yeats e Oscar Wilde, Barton dice la sua praticamente su tutti gli argomenti che gli stanno a cuore. Pubblicamente si è dichiarato sempre a favore dei diritti degli omosessuali (sembra che un suo zio gay lo abbia sensibilizzato) e stamattina, ad esempio, si è espresso contro l’offensiva Israeliana nella striscia di Gaza. È anche tipo da gaffe: ad agosto ha detto che odia il diminutivo Joey e che preferirebbe Joe, anche se il suo account ufficiale è proprio @Joey7Barton, e dopo pochi mesi a Marsiglia ha rilasciato un’esilarante intervista con un involontario accento francese.

Chiuderei riprendendo il paragone con Cantona. Alla fine del film-documentario Les rebelles du foot (ovvero: calciatori con coscienza sociale, individui che hanno trovato la propria realizzazione mettendosi al servizio di una causa collettiva) dopo aver parlato di Socrates, morto esattamente un anno e un giorno fa, e della Democracia Corinthiana, dopo aver alzato il pugno come Socrates e recitato la parte del saggio indignato, con i capelli rasati e la barba più sale che pepe, per tutto il resto del film (la mia ragazza che lo guardava con me a un certo punto ha detto: “Perché ci tratta come delle merde?”) un Cantona stranamente rilassato, che gioca con la coppola che ha in testa, riflette: “C’è l’erba cattiva, e c’è l’erba meno cattiva. Di tanto in tanto spunta un fiore primaverile. Così (con le mani disegna uno stelo) come una bella margherita. Ma le erbacce spuntano in continuazione. Bisogna mettere il diserbante eccetera”. Ride. Il suo ragionamento devia: “Allora, quali sono le erbacce e quali quelle altre, quelli che sembrano essere bei fiorellini? C’è una grande quantità di ortica. Si sa, le ortiche pizzicano. Sono brutte e pizzicano pure. E crescono dappertutto”. Cantona sembra chiedersi a quale categoria lui appartenga. Cos’è Cantona, una margherita o un’erbaccia? È più vicino a Socrates o a Barton?

Se il campo da calcio in fondo è un prato, non è normale che ci siano anche le erbacce?

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