ritratti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ritratti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 27 Feb 2019 10:47:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg ritratti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ritratti/ 32 32 Fantasmi e cartoon. Intervista a Emanuele Trevi https://minimaetmoralia.it/interviste/fantasmi-cartoon-intervista-emanuele-trevi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/fantasmi-cartoon-intervista-emanuele-trevi/#comments Wed, 27 Feb 2019 07:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39592 Si sta parlando molto, e a ragione, dell’ultimo libro di Emanuele Trevi, Sogni e favole. Tempo fa su minima&moralia abbiamo ripreso l’intervento di Gianluigi Simonetti apparso sul Sole 24 Ore, ma sarebbero da segnalare anche gli approfondimenti di Demetrio Paolin su Esquire e Paolo Gervasi su Doppiozero. Prima di passare alle mie domande a Emanuele Trevi, mi limito […]

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Si sta parlando molto, e a ragione, dell’ultimo libro di Emanuele Trevi, Sogni e favole. Tempo fa su minima&moralia abbiamo ripreso l’intervento di Gianluigi Simonetti apparso sul Sole 24 Ore, ma sarebbero da segnalare anche gli approfondimenti di Demetrio Paolin su Esquire e Paolo Gervasi su Doppiozero.

Prima di passare alle mie domande a Emanuele Trevi, mi limito a dire che Sogni e favole è un libro molto stratificato, composto soprattutto di ritratti (Arturo Patten, Amelia Rosselli, Metastasio, Cesare Garboli ma anche Roma). Come ha fatto notare Demetrio Paolin nel suo articolo, sulla natura dell’opera è l’editore stesso, Ponte alle Grazie, a confondere un po’ le idee: in copertina c’è scritto “romanzo”, in quarta invece “quasi-romanzo” e ancora “il nuovo libro strano di Emanele Trevi”. Tuttavia, se partiamo dal presupposto che i romanzi non sono solo intreccio o trama ben orchestrata (con tutto il rispetto per chi così li intende) quanto, come si suol dire, creature onnivore, che tutto ruminano e risputano, e ancora luoghi ideali, per spazio e volume, per andare da nessuna parte e dunque dappertutto, pur sempre raccontando –  allora sì, quello di Trevi è un romanzo, e lo è a tutti gli effetti. Molto stratificato, dicevo, ma non per questo particolarmente ostico: Sogni e favole si lascia leggere con estremo piacere, ed è molto facile affezionarcisi.

I temi toccati dal libro sono molti, anche al di là dei ritratti cui accennavo. Non tutti sono stati toccati nel corso della conversazione che segue: prima di procedere, aggiungo che su queste pagine è possibile trovare un approfondimento di Giorgia Antonelli su Gertrude Stein, la quale ebbe proprio con la scrittura di ritratti un rapporto molto in linea, a parer mio, col lavoro di Trevi. E ora, via con l’intervista.

MM: Verso lo scioglimento di Sogni e favole scrivi: “Volevo tentare un ibrido tra il saggio letterario e la seduta spiritica: due nobili arti passate di moda”. Ci sono molte pagine sui fantasmi, nel tuo libro, però la sensazione è che i fantasmi siano i vivi, in particolare l’Emanuele Trevi che racconta. Infatti aggiungi: “La verità è che incombe sempre sul vivo il compito di battere un colpo”. Com’è stato battere questi colpi, com’è stato scrivere questa seduta spiritica?

ET: In quanto figure del ricordo, o dell’immaginazione (non ci vedo una grande differenza!) i personaggi di una scrittura letteraria sono sempre degli spettri da invocare, da convocare. Se ricordi quel passo famoso dell’Odissea che racconta la discesa di Ulisse nell’Ade, c’è una specie di esca, il vivo offre al morto del sangue fresco da bere, e così lo attira momentaneamente nel vecchio cerchio della vita (o se preferisci del linguaggio). A un certo punto del libro, però, dico che anche i vivi vanno evocati, non sono meno sfuggenti e ambigui nel loro manifestarsi. In questo senso, lo spiritismo e la critica letteraria sono due arti davvero gemelle, che procedono dall’assenza a una presenza momentanea, del tutto fittizia ed opinabile. Ovviamente mi riferisco a un certo tipo di critica “all’antica”, per così dire, che è il genere che prediligo: il ritratto dotato di forti componenti narrative. Il ritratto di Walter Benjamin di Hannah Arendt, per fare un esempio tra mille, o quello di Filippo De Pisis di Giovanni Comisso. Quanto a me, se mi chiedi “come è stato”, posso dirti che da sempre il mio metodo consiste in un’applicazione quotidiana, non più di un paio d’ore al giorno. I fantasmi sfibrano. Però magari poi fai un’altra cosa e anche quella collabora al tuo progetto in maniera repentina e sorprendente.

MM: Parlando di ritratti: mi chiedo se il ritratto letterario, nel presupporre sempre un rapporto con l’immagine (reale o mediata), non rappresenti una possibilità di scrittura particolarmente interessante in un’epoca che veicola, almeno in apparenza, soprattutto immagini. Una sorta di traduzione, che abbia a che fare un po’ con la critica e un po’ col racconto.

ET: Sono d’accordo, si tratta sempre di tradurre un’immagine. Però bisogna considerare che un’immagine agisce immediatamente, mentre le arti narrative si dispiegano nel tempo, quindi il ritratto si crea poco a poco, riga dopo riga, fino all’ultima parola, al termine della visione. Inoltre, quando si parla di scrittura, bisogna sempre ricordarsi che è un’arte speciale, basata in gran parte sulla possibilità che il lettore collabori, completi l’opera. La straordinaria povertà di mezzi che la lingua possiede per rendere conto dell’infinità varietà dei volti umani è un limite che si trasforma in un vantaggio, permette una grande fluidità dell’immaginazione. Volentieri io accompagno delle immagini ai miei testi, perché questo si accorda a un certo gusto documentario e alle possibilità estetiche delle riproduzioni in bianco e nero – in fondo appartengo a una generazione che ha letto Nadja di Breton come il Vangelo! Però sono consapevole di un rischio: se abuso delle immagini, boicotto il meccanismo dell’immaginazione, vanifico il mio sforzo. In questo senso credo che bisogna sempre ricordarsi della lezione di Roland Barthes nella Camera chiara: tra tutte le foto che mostra, manca proprio la più importante (il ritratto della madre) – e questa omissione tiene insieme il libro dal punto di vista poetico.

MM: Nel libro esprimi un’idea molto commovente sull’eredità, sulla trasmissione letteraria (o “telepatia imperfetta”, per citare un’altra tua intervista). Garboli che dona argomenti per libri che non farà in tempo a scrivere, Amelia Rosselli che ti regala il libro sui Pitagorici, e ancora certe intuizioni poetiche che si trasmettono nei secoli, da mente a mente.

ET: Devo dirti che sono sempre stato profondamente influenzato da un romanzo che considero tra i cinque-sei più importanti che ho letto nella vita, Il dono di Humboldt di Saul Bellow. È una storia meravigliosa, rivelatrice. Più in generale, credo che noi riceviamo e a nostra volta trasmettiamo delle eredità tanto più importanti quanto più imperfette. Perché non trasmettiamo solo quello che abbiamo capito (come vorrebbe un’idea astratta e puramente addizionale di “cultura”) ma anche quello che non siamo riusciti a capire.

MM: Amelia Rosselli, “buco nero sociale” la definisci tu, sembra vivere in un romanzo di Philip K. Dick. Ho percepito la sua forza ascoltandola su Youtube: il ritmo che imprime ai versi, le parole lasciate appese in fin di frase e l’impressione improvvisa di trovarsi sospesi sull’abisso del canyon come Wile Coyote – un’immagine cartoonesca che hai usato nel libro per descrivere il momento in cui il poeta “vede” la verità oltre la vita, oltre la finzione.

ET: Mi fai pensare a una cosa che non avevo preventivato scrivendo il libro: Wile Coyote (come tutti gli altri personaggi dei cartoon) precipita in un canyon, o dall’ultimo piano di un grattacielo, ma non si fa nulla. Amelia Rosselli, al contrario, si butta dalla finestra e ovviamente muore. Per sopravvivere, un bambino deve imparare a non essere un cartoon. Eppure, a un livello di verità più profondo e pericoloso, siamo tutti dei cartoon!!! Non ci liberiamo mai dell’irrealtà che ci costituisce. Una grande poetessa come Amelia Rosselli, con tutta la sua unicità, rende manifesta una latenza universale.

MM: A proposito di latenze: non sono sicuro che l’Emanuele Trevi che racconta in Sogni e favole sia lo stesso che risponde a queste domande, ma tutto sommato non credo sia poi così importante. Forse, un po’ come per i ritratti di Arturo Patten secondo Russell Banks, il punto non è trovare l’uomo dietro la maschera dello scrittore, tra le pagine del libro, quanto l’interazione tra maschera e volto, il processo di creazione dell’io attraverso la finzione. La verità, se c’è, è nello sguardo, forse il vero Emanuele Trevi è nello sguardo con cui racconta.

Sai, questo è un tema che può dar luogo a discussioni filosofiche infinite. Come facciamo a stabilire qual è il vero Emanuele Trevi, ammesso, come dici tu, che la cosa abbia una qualunque importanza? Non siamo mai veri e nello stesso tempo siamo veri anche quando mentiamo. Da un punto di vista empirico e non filosofico, però, io sono attratto dalle persone che non nascondono il proprio desiderio, non hanno paura di mostrarlo, e in questo modo realizzano l’oracolo delfico, conosci-te-stesso. Quanto allo sguardo, certo, è lì che si manifesta l’identità, in contrasto con le persone che descrive. Se parlo di un aspetto del mio carattere, è per fare emergere meglio qualcosa che mi manca e che invece vedo nell’altro. In teoria potrei cercare una specie di oggettività, ma è come se, in quel caso, il ritratto rimanesse fermo, snervato.

(Fonte foto)

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Scrittori su tela https://minimaetmoralia.it/arte/un-pittore-mancato/ https://minimaetmoralia.it/arte/un-pittore-mancato/#comments Tue, 06 Mar 2012 09:28:45 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6869 Inaugura oggi a «Libri come» la mostra dei ritratti d’artista di Tommaso Pincio, visitabile fino all’11 marzo nello spazio Garage dell’Auditorium di Roma. Di seguito pubblichiamo il testo introduttivo alla mostra, in cui Pincio spiega la passione all'origine nella scelta dei soggetti (i suoi sono tutti ritratti di scrittori) e la necessità di albergare in ogni tela una storia.

di Tommaso Pincio

Balzac, Nabokov, Parise, Pamuk. Quattro scrittori molto lontani tra loro ma con un tratto in comune. Hanno tutti coltivato, in gioventù, la passione per la pittura. Ognuno l’ha coltivata a modo proprio e con diversa intensità, s’intende, ma di ognuno si potrebbe comunque dire la medesima cosa, ossia che per scoprirsi scrittori dovettero diventare pittori mancati. Non si tratta di esempi isolati. La lista potrebbe essere più lunga. Gli altri pittori mancati non sono forse altrettanto famosi e dotati, e tuttavia infoltiscono una particolare genia, quella degli scrittori che si sono formati respirando i dolori pungenti dei colori e delle sostanze spesso velenose con cui vengono mesticati e diluiti.

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Inaugura oggi a «Libri come» la mostra dei ritratti d’artista di Tommaso Pincio, visitabile fino all’11 marzo nello spazio Garage dell’Auditorium di Roma. Di seguito pubblichiamo il testo introduttivo alla mostra, in cui Pincio spiega la passione all’origine nella scelta dei soggetti (i suoi sono tutti ritratti di scrittori) e la necessità di albergare in ogni tela una storia.

di Tommaso Pincio

Balzac, Nabokov, Parise, Pamuk. Quattro scrittori molto lontani tra loro ma con un tratto in comune. Hanno tutti coltivato, in gioventù, la passione per la pittura. Ognuno l’ha coltivata a modo proprio e con diversa intensità, s’intende, ma di ognuno si potrebbe comunque dire la medesima cosa, ossia che per scoprirsi scrittori dovettero diventare pittori mancati. Non si tratta di esempi isolati. La lista potrebbe essere più lunga. Gli altri pittori mancati non sono forse altrettanto famosi e dotati, e tuttavia infoltiscono una particolare genia, quella degli scrittori che si sono formati respirando i dolori pungenti dei colori e delle sostanze spesso velenose con cui vengono mesticati e diluiti.

Ignoro né mi interessa appurare se l’educazione pittorica dia luogo a uno speciale modo di scrivere. Ciò che mi interessa è il percorso, l’esperienza, l’avere vissuto determinate sensazioni. Mi interessa perché è stato anche il mio percorso. Volevo fare il pittore, scoprii di non avere sufficiente talento e mollai tutto senza sapere a cos’altro dedicarmi. Col tempo, come una sorta di parziale risarcimento, è sopraggiunta la scrittura, l’alternativa del descrivere e del raccontare. Evocare con parole non è come rappresentare con segni e colori, nondimeno lo sguardo del pittore mancato è rimasto dentro di me alla maniera in cui gli estinti seguitano ad abitare una casa, la maniera dei fantasmi cioè. Dapprima ho cercato di esorcizzare questa persistenza redigendo un catalogo degli scrittori con uno scheletro simile al mio nell’armadio. Mi bastava sentirmi in compagnia, sapere che c’erano stati altri prima di me e ogni volta che venivo a sapere del passato da pittore di un certo scrittore mi sentivo meno solo. Del resto l’utilità più immediata della letteratura, la ragione per cui non smetteremo mai di leggere e interessarci alle storie di persone che non abbiamo mai conosciuto e spesso mai esistite, è proprio la lenitiva sensazione dello scoprirsi meno soli nelle nostre disavventure. Alla fine però il catalogo non è bastato più. Un giorno sono uscito di casa e ho comprato un cavalletto. L’ho sistemato a un paio di metri dalla scrivania dove passo ore affacciato alla finestra del computer, il monitor. Il cavalletto avrebbe dovuto costituire un’ottima scusa per non restare inchiodato come un paralitico alla sedia anche quando non avevo niente da scrivere. quindi ho iniziato a dipingere ritratti; ritratti di scrittori perlopiù.
Non saprei dire perché abbia scelto di concentrarmi su un genere pittorico tanto banale e scontato. Probabilmente ha pesato la consapevolezza del mio limitato talento. La storia dell’arte è ricca di ritratti riconosciuti come capolavori, ma considerato in sé e per sé il ritratto resta un genere minore, un po’ come il poliziesco o la fantascienza in letteratura. Visitando una pinacoteca capita spesso di imbattersi in una crosta raffigurate il volto di una persona scomparsa secoli addietro. Per quanto possano essere dipinti male, con mestiere appena passabile da un artista dimenticato, questi ritratti non sono mai privi di una loro attrattiva. Li fissiamo con un misto di tenerezza e malinconia, domandoci chi fosse la persona che ci guarda dalla tela e cosa pensasse mentre stava in posa e quale sia stata la sua reazione quando il pittore gli mostrò il ritratto ultimato, se l’abbia trovato di suo gusto e somigliante. È molto probabile che, nel guardarsi dipinta, la persona sia stata sfiorata da un pensiero di questo tenore: Ecco, d’ora in avanti io invecchierò e morirò, ma questo ritratto mi sopravviverà, conservando nel tempo un’immagine di me. C’è infatti rappresentato in ogni ritratto, anche nel più brutto e peggio dipinto e meno somigliante, una forma di congedo, un saluto a metà tra l’addio e la speranza di un arrivederci. Per dirla in termini più chiari, in ogni ritratto c’è un fantasma e siccome non si dà un fantasma senza il racconto di una storia, il ritratto è il genere pittorico più prossimo alla scrittura. Così ho iniziato a ritrarre scrittori, scegliendoli perlopiù tra quelli defunti proprio per esaltare la loro condizione di fantasmi, e li ho ritratti all’interno di una storia perché è nelle storie che in realtà abitano i fantasmi e quando diciamo che una certa casa è infestata quel che di fatto intendiamo è che ha una storia. Ho dipinto ritratto un Jack Kerouac sulla strada, con una ragazza che si allontana verso un’auto in attesa volgendo la testa all’indietro mentre un disco volante attraversa un cielo arancione. Ho ritratto un Philip K. Dick in maglietta, la mano poggiata su una campana di vetro in cui è prigioniera una ragazza dai capelli neri. Ho ritratto un Edgar Alla Poe spiritato, stagliato contro un cielo in tempesta dove una fanciulla nuda, caduta da una mongolfiera, precipita urlando. Nessuna di queste storie richiede un’interpretazione precisa o pretende di rappresentare lo scrittore ritratto. Ma dirò di più, nessuna di queste storie pretende di essere una storia in senso stretto. Raccontare una storia in un quadro è infatti una contraddizione in termini; il massimo cui si può aspirare è una specie di rebus, un’immagine non molto diversa dalle incongrue scene che vediamo disegnate nella Settimana Enigmistica, con la differenza che nel caso della pittura non è prevista alcuna soluzione definitiva. E in fondo è proprio così mi piace pensare al ritratto, come a un rebus, un volto che prende forma nel dipinto ponendoci domande dalla risposta incerta. Come quando il nostro sguardo incrocia casualmente quello di un estraneo e a quello resta incollato per istanti che sembrano eterni, così il ritratto reclama di essere osservato e quasi ci supplica di chiedergli: E tu chi sei e perché ti hanno dipinto così? Narrami, ti prego, la tua storia.

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Ritratto 04: Gipi https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-04-gipi/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-04-gipi/#comments Sun, 17 Apr 2011 21:44:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4206 Ritratti è un progetto di Suoni Quotidiani in collaborazione con Audio Doc. Un ritratto dell’Italia unita attraverso i suoi particolari. Suoni quotidiani è un osservatorio sociale sulle normalità che utilizza l’audiodocumentario come strumento di analisi e la trasmissione orale come mezzo di diffusione dei risultati ottenuti. Ritratti è un poema epico che entra nel dibattito […]

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Ritratti è un progetto di Suoni Quotidiani in collaborazione con Audio Doc. Un ritratto dell’Italia unita attraverso i suoi particolari. Suoni quotidiani è un osservatorio sociale sulle normalità che utilizza l’audiodocumentario come strumento di analisi e la trasmissione orale come mezzo di diffusione dei risultati ottenuti. Ritratti è un poema epico che entra nel dibattito sulle celebrazione per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Sarà una galleria di 52 audio documentari monografici e biografici di persone che in Italia ci consumano la propria quotidianità, che verranno pubblicati per un anno a cadenza settimanale sul sito di suoniquotidiani.

Gipi
di Jonathan Zenti


Sul ritratto di Gipi non c’è molto da dire. Andrebbe fatto imparare a memoria nelle scuole al posto de “La Pioggia nel Pineto”. Andrebbe tatuato tutta schiena, parola per parola, sulla pelle di ognuno, e anche tutta faccia e tutta pancia, in modo che lo si possa ripassare ogni volta che ci si guarda allo specchio. Gipi, come Pasolini negli anni ’60, o come Truman Capote negli Stati Uniti o come uno di quei pochi altri intellettuali (o poeti) che ne nascono al massimo uno per generazione (come diceva Alberto Moravia), ha la capacità di vedere attraverso un condotto spazio-temporale iperproiettato verso il futuro. Il fatto che il suo sguardo non sia al centro del dibattito italiano, è un chiaro segno del deterioramento umano e culturale a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni.

Chi gliel’ha fatto fare: a microfono spento Gipi mi ha detto “Io ho la sindrome da personalità dissociata certificata dal reparto di psichiatria dell’ospedale di Lucca: io posso fare quel cazzo che voglio”. Allenare lo sguardo, cercare la profondità, porsi nella condizione di avere torto e usarsi come volano per capire un cambiamento, non è una scelta, è una malattia. È una cosa di cui non si riesce a far finta che non esista, accettando quel non sempre piacevole stigma di essere lo scemo che prova a deviare quando il mondo va in un’altra direzione. Chi ha questa malattia vive all’interno degli effetti che il “corpo” sano produce intorno a sé, e li subisce, li sente addosso, non li vuole. Avere quella malattia, nel caso di Gipi anche non a caso certificata, deve essere una gran bella soddisfazione.

Ritratto 04: Gipi

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