Rivista Studio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rivista-studio/ un blog di approfondimento culturale Thu, 05 Dec 2013 21:38:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rivista Studio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rivista-studio/ 32 32 I blog letterari e i soldi, un post piuttosto autoreferenziale https://minimaetmoralia.it/interventi/i-blog-letterari-e-i-soldi-un-post-piuttosto-autoreferenziale/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-blog-letterari-e-i-soldi-un-post-piuttosto-autoreferenziale/#comments Sat, 23 Nov 2013 20:11:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16582 di Christian Raimo Oggi sono andato a Milano a parlare di quello che state leggendo, ossia di minimaetmoralia. Ero stato invitato in un panel che comprendeva eFFe, autore di un libro molto efficace sui bookblog, Marco Liberatore di Doppiozero, Stefano Salis del Sole 24ore e Alessandro De Felice di Rivista Studio. Tutte persone – e […]

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di Christian Raimo

Oggi sono andato a Milano a parlare di quello che state leggendo, ossia di minimaetmoralia. Ero stato invitato in un panel che comprendeva eFFe, autore di un libro molto efficace sui bookblog, Marco Liberatore di Doppiozero, Stefano Salis del Sole 24ore e Alessandro De Felice di Rivista Studio. Tutte persone – e progetti – che stimo molto.

Ho preso questi appunti disordinati:

1) Dopo una breve introduzione di eFFe, si è andati a parare abbastanza subito sulla questione sostenibilità, ossia si è parlato di soldi.

2) La sensazione che avevo è che i blog letterari e i blog in generale hanno oggi raggiunto un peso nel dibattito culturale per cui parlare di soldi è sempre più pertinente. Questa sensazione mi si è palesata in maniera palmare quando ho visto la pubblicità che ho messo come immagine di apertuna a questo post.

3) La questione dei soldi si può declinare in tanti modi, per esempio si può parlare di valore, ossia di reputazione, fiducia e sostenibilità. Esempi: se metto della pubblicità su un sito come minimaetmoralia, ho la stessa autorevolezza? Se metto delle pubblicità di minimum fax? Se metto le pubblicità di altre case editrici? Se metto la pubblicità di una pizzeria? Se metto la pubblicità della Nike?
Comprereste un libro con della pubblicità in copertina o dentro?

4) Alessandro De Felice, publisher di Rivista Studio sosteneva che il problema del rapporto tra media culturali e pubblicità/aziende è una questione datata, superata. I media culturali, diceva, che parlano di letteratura o fanno critica culturale in Italia sono arretrati; accadrà, dovrebbe accadere, diceva, quello che accade virtuosamente per esempio nel mondo della moda, o quello che accade tra Prada e il mondo dell’arte.

5) Io sostenevo invece che la questione del rapporto tra critica culturale e aziende, tra media culturali e pubblicità, non è per niente datata. E poi sostenevo bene o male la seguente tesi: che i blog letterari hanno avuto e hanno una funzione di supplenza rispetto al vuoto di trasmissione del sapere che si è creato in Italia con la crisi delle università e della ricerca in generale. Su questo si era abbastanza d’accordo. Ma io sostenevo che, se siamo abbastanza d’accordo, bisognerebbe impegnarsi in delle battaglie politiche per finanziare meglio e con soldi pubblici le università. Che questa dovrebbe essere una priorità per chi fa del lavoro culturale. Che in questo modo troveremmo lettori, fruitori, il pubblico che potrebbe nel lungo periodo sostenere riviste, editoria e quant’altro.

6) Io sostenevo anche che c’è una parte del lavoro culturale che facciamo che è gratuito perché è militanza, ed è per me fondamentale. Che questa parte del nostro tempo che, da intellettuali, spendiamo per formarci, formare, confrontarci, discutere, lottare, è di fatto lavoro, ma è di fatto anche militanza, ed è il modo in cui fa politica un intellettuale in genere.

7) Sostenevo anche, citando Sergio Bologna, che la gente lavora per 3 euro a pezzo e magari fa il cameriere per campare, perché ci tiene a qualcosa di più prezioso del denaro, ossia lo status. In una società priva di riconoscimenti, con una coscienza di classe sfarinata, essere qualcosa – un autore, un critico, uno scrittore, un intellettuale… – ci fa sentire meglio.

8) Stefano Salis sosteneva che il lavoro va sempre pagato e che bisogna rivendicare il diritto a farsi pagare i pezzi. Io ero molto d’accordo, ma con due importanti precisazioni.

9) La prima precisazione è che non posso far finta che non esista una zona grigia di dibattito informale, volontariato, informazione politica, fandom, autopromozione… per cui è un po’ difficile distinguere nettamente tra quello che è lavoro e quello che non lo è.

10) Anche a me ovviamente piacerebbe moltissimo che il lavoro fosse sempre pagato e in modo equo, ma spesso, molto spesso non è così e per ottenere questo occorrerebbe una maggiore sindacalizzazione dei giornalisti culturali. In Italia esiste un ordine dei giornalisti che protegge sostanzialmente i giornalisti già tutelati, e una Federazione nazionale della stampa che si occupa quasi soltanto di questioni deontologiche e non lavoristiche.

11) La seconda precisazione è che la rete mette al lavoro qualunque cosa. Per cui, per fare l’esempio più semplice, anche i commenti che sono in fondo ai post di minimaetmoralia creano valore. La qualità del dibattito di questo sito è data anche da chi lo alimenta non solo nei post. Se per caso un mecenate decidesse di investire 100.000 euro in minimaetmoralia dovrei redistribuire parte di questi soldi anche ai commentatori? Non è una domanda retorica.

12) Quando spiego il marxismo a scuola, faccio sempre il solito esempio: Facebook vale in borsa – mettiamo – 50 miliardi di dollari, Facebook ha – mettiamo – 500 milioni di utenti; allora vuol dire, ragazzi, che ognuno di voi vale 100 dollari. Le vostre chiacchiere, le vostre foto, le vostre emozioni, vengono messe al lavoro, e costituiscono il plusvalore che fa volare Facebook in borsa.

13) La rete sfuma le differenza tra autore e fruitore. Gli utenti di anobii, di ibs, di Amazon, di Goodreads, che fanno le recensioni sono un enorme valore aggiunto. Non a caso Amazon si è comprato Goodreads.

14) La rete sfuma la differenza tra contenuto libero e contenuto pubblicitario. Oggi in rete in Italia si parla molto di native advertising, può essere un modello di sostenibilità che mantiene inalterata l’autorevolezza? Luca Sofri ne parlava in modo scettico qualche giorno fa. Io sono ancora più scettico.

15) Quando su minimaetmoralia mettiamo un incipit del “Commesso” di Malamud è pubblicità o è un contenuto autoriale, tra l’altro straordinario, offerto gratuitamente? Quando su minimaetmoralia, chessò, recensisco in modo molto severo il libro di Julian Barnes Il senso della fine è pubblicità contro Einaudi o pubblicità pro Einaudi? Minimaetmoralia si è conquistata una reputazione sufficiente perché un dibattito acceso come sul libro di Julian Barnes non sia intaccato minimamente dalla iattura di questo genere di perplessità?

16) Qualche anno fa, una decina direi, ero agli esordi sulle pagine musicali del Manifesto. Non ne sapevo un granché di musica, lo posso ammettere oggi, ma per compensare in dieci giorni lavorai tantissimo e scrissi un articolo-fiume sullo stato dell’arte della critica musicale, da Lester Bangs a Mojo fino alla rete. Citavo decine di riviste, recensivo antologie con il meglio della critica musicale, riportavo i dibattiti che esistevano tra i critici. La questione dirimente per molti era: come essere liberi quando sempre più spesso sono le case discografiche che oltre a mandarti decine di dischi, ti ospitano e ti pagano l’albergo se devi fare un’intervista al cantante X o al gruppo Y? Il direttore di Ultrasuoni di allora mi fece i complimenti per il pezzo. E come premio la settimana dopo mi disse se volevo andare a intervistare gli Air a Parigi: completamente spesato dalla Virgin.

17) Alla fine della discussione Alessandro De Felice mi ha regalato una copia di Rivista Studio. Ero contento. È una rivista che mi leggo quasi tutta, e questo numero è pieno di cose interessanti, una critica dal vivo a Sacro Gra, un reportage dal New York Time Magazine, i videogame con i mafiosi, etc… C’è anche un servizio dedicato a una giovanissima e bellissima artista che lavora a stretto contatto con la moda; Flaminia Veronesi, classe 1986. Mentre lo sfogliavo non capivo se si trattasse di un servizio promozionale o meno. C’è scritto come al solito nei servizi di moda: abito Valentino, chemisier Cristaseya. In una foto di questo servizio poi Flaminia Veronesi è accasciata sul letto e ci dà le spalle, ma stringe tra le mani una copia dei Diari di Virginia Woolf. L’edizione è quella dei Classics di minimum fax. Mi potrei chiedere: ci sta facendo pubblicità gratuita? Oppure: dovrebbe esserci scritto a lato Libro minimum fax? Oppure: è un product placement?

18) Tutti quanti stamattina concordavamo che in questa selva di contraddizioni, un valore imprescindibile è quello della trasparenza, trasparenza delle scelte, trasparenza nel codice etico, trasparenza con il lettore. È questo e soltanto questo che crea un rapporto di fiducia.
Io? In questo post un po’ scombinato sono stato abbastanza trasparente?

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Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica. https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ah-ah-ah-ovverosia-per-uninnovazione-del-linguaggio-comico-usato-nella-politica/#comments Wed, 13 Feb 2013 19:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13035 La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo […]

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La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo (e la gente che lo contesta e poi la controsmentita che in realtà la gente contestava i due tizi prezzolati del Pdl che gli urlavano contro)… Ancora, i fiacchi teatrini di Berlusconi con imitazioni di Bersani acclusa, le fiacche repliche dello tsunami tour di Grillo, la fiacca cosiddetta satira di sinistra con la quale ci siamo sentiti tanto affratellati in questi anni… Potremmo commentare la campagna elettorale adesivi a questa scia deprimente, oppure fare un passo all’indietro di vent’anni.

Riandiamo al 1993. A delle ultime apparizioni Rai di Beppe Grillo, la trovate qui per esempio, nel pezzo in cui se la prende con chi rema contro una possibile rivoluzione tecnologica democratica, contro il capitalismo che ci imprigiona con le macchine a benzina e non ci fa sviluppare quelle elettriche, contro gli airbag che sono una truffa e non servono alla sicurezza (sic)… La sua retorica è già tutta politica, anche se non lo confessa, anzi. Ma a un certo punto Grillo, dopo essersi preso gli ennesimi applausi, si rivolge al pubblico, si stoppa un secondo e dice: “Non sto qui a fare come quello di Quinto potere. Se divento un messia, fatemi un gesto e mi metto subito questo”: estrae dalla tasca un naso rosso e se lo infila.

Nessuno evidentemente gli fece il gesto, verrebbe da commentare. Così, quello che poteva restare un clown, uno zanni che manifesta la verità attraverso il suo corpo umile e buffo, si trasformò un tribuno simil-dannunziano che si fa a nuoto lo Stretto di Messina.
Ma anche questa conclusione è riduttiva: non è solo Grillo a essersi trasformato in un profeta qualunquista. È che da quel video sono passati vent’anni e in questo ventennio che per comodità abbiamo definito berlusconiano, qualcosa di irreversibile è cambiato nella comunicazione politica: l’indifferenziazione tra piano letterario e piano ironico, l’identificazione dell’informazione con la performance, la riduzione della verità alla “versione che ha più successo” (Rorty e i suoi epigoni hanno avuto ragione). Grillo ancora non lo sapeva, Berlusconi (“un imprenditore che ha 4000 miliardi di debiti” come lo apostrofava Grillo) invece sì; e pochi mesi sarebbe apparso a fare il suo famoso discorso del Questo è il paese che amo. Le idee non servivano più, bastava l’attorialità.

Ora, in questa campagna elettorale, nessuno si stupisce che il valore delle parole non venga praticamente mai messo a confronto con una dialettica di idee, ma appunto solo con la sua capacità performativa – che siano i sondaggi o lo spread a fare da indici di consenso. Quello che è invece meno visibile è come i candidati abbiano capito di sfruttare una retorica teatrale precisa, quella comica: privandola però della sua capacità di rovesciamento, di paradosso, di polemica. La comunicazione politica di Bersani e Vendola è stata in definitiva messa all’angolo in questi ultimi mesi da tre comici che utilizzano tre repertori diversi: Grillo, Berlusconi e Renzi.

Il primo si rifà ai comedians anni ’80, i figli di Lenny Bruce, George Carlin, Richard Pryor, Bill Hicks (coloro che lo ispirarono per i programmi tipo Te la do io l’America) da cui ha eliminato l’afflato libertario per conservare invece solo la vis accusatoria, una denuncia che spesso di riduce alla ricerca di capri espiatori. Anche per questo riesce a catturare il voto degli under 30, di coloro che sono cresciuti con il sarcasmo liquidatorio dei Griffin o di Beavis & Butthead. Berlusconi invece, lasciato il bramierismo barzellettaro, va riesplorando in repertorio della commedia scollacciata anni ’70. Sa che c’è un sacco di gente, soprattutto nella fascia anagrafica over ’60 che si concede volentieri una risata franca sui froci che sculettano, sulle tettone, sui fascisti buoni, sugli ebrei che se la sono cercata. Anche qui, l’elemento goliardico dell’autosberleffo viene completamente rimosso: la scena della sedia pulita da Santoro come l’uscita al Binario 21 come l’imitazione di Bersani si rivolgono a elettori preventivamente euforici, disposti a essere scorretti e a darsi di gomito. Di fronte a lui però Berlusconi non incarna un Pierino indifendibile – ma con un gesto speculare al naso rosso di Grillo, si trasforma in un Alvaro Vitali che si toglie i calzoncini e si infila il completo Caraceni.

La comicità di Matteo Renzi è forse quella più contemporanea, anche se datata difatto agli anni ’90: il suo modello evidente (lo faceva notare in un bel pezzo recente Francesco D’Isa) è un mix tra Panariello e Pieraccioni. Ossia il toscano cazzone che alla fine liquida le questioni con una battuta da adolescente, uno che finisce ogni frase con una specie di adagio del Benigni innocuo degli ultimi tempi: “Si fa per ridere, eh”. Il bacino di elettori che va a prendere è proprio quello dei suoi coetanei, la “Generazione Bim Bum Bam” delineata da Francesco Aresu.

La cosa incredibile ma deprimente e ovvia è che in un paese così arretrato da un punto di vista retorico, tre comunicatori che emulano gli stilemi degli anni ’70, ’80 e ’90 siano la novità di questa campagna elettorale, ma la cosa ancora più incredibile è che questo tipo di comunicazione metta in difficoltà uno come Bersani, che al massimo rimanda qualche frecciatina lieve lieve, mentre di solito è tutto preso ogni volta nel ribadire che il piano informativo non è quello performativo, strillando contro chi non cita i fatti, chi non manterrà le promesse, chi è demagogico; o ancora peggio nel tirare delle staffilate semplicemente livorose… Ma la sua strategia, su questo profilo, è assurda: è come rimproverare Arlecchino perché fa lo scemo in scena.

Quale allora la contromossa da opporre agli attori, goffi pagliacci o virtuosi che siano? Occorre rovesciare il meccanismo, o svelare il trucco. Avete presente il coup-de-theatre che i repubblicani avevano preparato nell’ultima convention americana: Clint Eastwood che fece un discorso velenosissimo a una sedia vuota? Beh, non ci volle molto a Obama per capire che non era utile smontare Eastwood argomento per argomento. Bastava mettere una foto su twitter che ritraeva una nuca di Obama seduto sulla poltrona presidenziale e il messaggio: “Questo posto è occupato“.
Anche qui la capacità della comunicazione obamiana è quella dei grandi comici: la reattività. In questo bel pezzo Pietro Minto fa una fenomenologia degli heckler, ossia di quello che si alzano e disturbano un comico che fa uno show. Nella carrellata dei video che Minto infila si vede come – se siamo sul piano della performance – reagire fa parte del gico, della competenze del comico. Mettete a confronto queste immagini con quelle di Crozza ieri a Sanremo, e non vi sentirete come imprigionati in un’Italia dove appena si cambia copione non ci sono più i claquer che si assicurano il loro consenso, in un paese abituato a vedere le inchieste civili col Gabibbo e con Capitan Ventosa, che da anni vive l’invadente presenza dell’eco di quelle risate registrate che nessuna sit-com ormai usa più?
Non si potrebbe introdurre nelle sezioni di partito, nelle scuole, un corso accelerato di comicità, almeno da Seinfeld a Louis C.K., per le prossime elezioni che per queste mi sa che comincia a essere tardi?

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Nuove frontiere metrosexual https://minimaetmoralia.it/interviste/nuove-frontiere-metrosexual/ https://minimaetmoralia.it/interviste/nuove-frontiere-metrosexual/#respond Mon, 13 Feb 2012 09:50:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6563 Un’intervista di Michele Masneri a Mark Simpson apparsa su «Rivista Studio».

di Michele Masneri

Era il 1994 e Mark Simpson cambiava il mondo inventando in un articolo sull’Independent il concetto di metrosexual, cioè l’uomo ipernarciso e fighetto, incoronando poi David Beckham icona globale di questa mutazione genetica. Simpson, che scrive su una serie infinita di testate (dal Guardian all’Independent a Vogue), e che GQ Russia ha inserito nelle dieci cose che hanno cambiato la vita degli uomini, insieme a “Freud, Schwarzenegger e la linea Biotherm Homme”, ha da poco mandato in libreria (in realtà solo su kindle) una sua raccolta di articoli, che forse è anche un nuovo manifesto

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Un’intervista di Michele Masneri a Mark Simpson apparsa su «Rivista Studio».

di Michele Masneri

Era il 1994 e Mark Simpson cambiava il mondo inventando in un articolo sull’Independent il concetto di metrosexual, cioè l’uomo ipernarciso e fighetto, incoronando poi David Beckham icona globale di questa mutazione genetica. Simpson, che scrive su una serie infinita di testate (dal Guardian all’Independent a Vogue), e che GQ Russia ha inserito nelle dieci cose che hanno cambiato la vita degli uomini, insieme a “Freud, Schwarzenegger e la linea Biotherm Homme”, ha da poco mandato in libreria (in realtà solo su kindle) una sua raccolta di articoli, che forse è anche un nuovo manifesto. Si intitola “Metrosexy, una storia d’auto-amore del ventunesimo secolo”. Contiene molti neologismi come “sporno”, “hummersexual”, “retrosexual”, “menaissance”. Il metrosexual è dunque ormai archeologia? Interrogare l’autore sembrava doveroso.

Nel suo nuovo libro c’è un nuovo termine, “sporno”. Che significa?
È il momento in cui sport e pornografia vanno a letto insieme, mentre Giorgio Armani scatta fotografie. Quei calendari di giocatori in mutande. Dolce & Gabbana che scutrettolano negli spogliatoi di una squadra italiana di calcio. Beckham e Ronaldo che ci sbattono il pacco in faccia dai manifesti sugli autobus. Questo genere di estetica, insomma. Il nuovo modo di vendere il corpo maschile. Nell’era spornografica, non basta più presentare il corpo maschile come semplicemente attraente, o desiderabile, come nell’era del metrosessualismo. Questo non basta più. Per ottenere la nostra attenzione, il corpo maschile deve prometterci altro, e cioè niente meno che una patinata, oliata ed eccitante orgia sotto la doccia.

Mi sembra di capire che l’Italia abbia un ruolo importante nel fenomeno Sporno.
Ci sarà un motivo se alla base dello sporno c’è l’Italia, i suoi giocatori, i suoi stilisti. Non certo il vostro spirito sportivo, bensì il vostro spirito porno. L’ondata di metrosessualismo che ha invaso il mondo nell’ultimo decennio è stato semplicemente il resto del mondo che scopriva l’Italia e che diventava un po’ più italiano. Il narcisismo maschile e il desiderio di essere desiderato è alla base della metrosessualismo – e in Italia a differenza che nel mondo anglosassone questo non è mai stato veramente represso. L’Italia, culla di Michelangelo, Marcello Mastroianni e Dolce & Gabbana, non ha mai fatto finta che “bellezza” fosse una parola che potesse stare lontana dalla parola “uomo”. Soprattutto nel sud Italia, i giovani maschi hanno spesso un modo di camminare estremamente femminile ma allo stesso tempo molto sicuro, che noi inglesi ci sogniamo. Se ci proviamo, finisce regolarmente in un patetico sculettamento.

Italiani di oggi che conosce? Sergio Marchionne?
Uhm, non lo conosco bene, mi faccia vedere. È sicuro che sia italiano? Sembra il padre di Jeremy Clarkson (conduttore di programmi televisivi sull’auto, nda). Avrà a casa un guardaroba con 365 maglioni informi tutti uguali? Comunque Marchionne mi sembra più retrosexual che hummersexual. In parte perché le macchine Fiat non sono molto popolari in America – troppo piccole e faggy, temo, in un paese di pickup e camion – ma soprattutto perché mi ricorda il mio vecchio professore di chimica.

Hummersexual?
Massì, sono i ragazzi che ultra-enfatizzano la loro mascolinità con accessori talmente “maschili” talmente da chiedersi che cosa abbiano da nascondere. Retrosexual invece sono i pre-metrosexual, diciamo i maschi vintage. Marchionne sembra decisamente pre.

Silvio Berlusconi?
Ah, lui è davvero unico. Non è per niente queer, anche se effettivamente sembra un po’ una drag queen. Ma non rientra in nessuna categoria, lui è troppo speciale, è una categoria a parte, lui è Silviosexual. Il suo vecchio sodale, la nostra rockstar mancata, insomma il nostro ex premier Tony Blair, aveva il suo stesso sorriso da drag. Ma Silvio, a un povero inglese come me, riporta agli insondabili misteri del machismo mditerraneo. Incredibile come qualcuno così camp possa avere un’immagine di sé così butch. Ma forse dovremmo tutti tornare ai tempi originari di Berlusconi, con quei look così bistrati, tinti, tirati. Torniamo ai faraoni e all’antico Egitto.

David Beckham rimane il campione del metrosexual?
Sì, nonostante sia ormai un metrosexual d’annata. In inglese c’è un’espressione, “mutton dressed as lamb” (in italiano sarebbe, più o meno, “di sopra liceo, di sotto museo”). Beckham è esattamente questo. Ma comunque ci sono un sacco di uomini della sua età e anche più grandi che non vogliono perdere il loro status di oggetti sessuali: e continuano a guardare a lui come ispirazione. Certo lui dovrebbe sforzarsi di più, offrendo qualcosa di più hot che non quei mutandoni cascanti H&M che pubblicizza ultimamente.

Chi sono gli eredi?
Potrebbe essere usurpato da giocatori più giovani come Cristiano Ronaldo, che infatti gli ha rubato lo scettro di testimonial dell’underwear Armani. Allo stesso tempo c’è una nuova generazione di neo burini televisivi come Mike “The Situation” Sorrentino, il protagonista di Jersey Shore e il suo mantra di “palestra-abbronzatura-lavanderia”. Al cinema ci sono star come Tom Hardy, con i suoi labbroni alla Marlon Brando, i muscoli rasati e il suo sbandierato passato bi-curioso, che mentre impugna un mitra in “Inception” ti dice “non aver paura di sognare qualcosa di più grosso, Darling!”.

Metrosexual è una parola che ha coniato nel 1994. Che è successo al narcisismo maschile in questi diciassette anni?
Ora che ci penso, Justin Bieber è nato proprio in quell’anno. È il figlio del metrosessualismo. SI vede che a 17 anni il metrosessualismo deve ancora trovare una voce! Tornando a essere seri, il narcisismo maschile è diventato molto più mainstream e accettato, quasi garantito, almeno dai più giovani. È scontato, tanto che la parola stessa potrebbe finire presto dimenticata in un futuro non troppo lontano. Tuttavia ci sono ancora reazioni e choc specialmente negli Usa, a causa della loro appassionante storia libertaria protestante; e della ugualmente appassionante negazione della loro innata gaiezza. Dunque il tema lì funziona ancora molto.

Metrosexy è la malattia senile del metrosexual?
È la normalizzazione del fenomeno, è la sensibilità che i metrosexual hanno iniettato nella società; si è passati da un “tipo”, il metrosexual, a un feeling generale, un modo di guardare e di essere guardati. Del resto osservando le edicole, la tv, o in fila per l’autobus, i giornali, è chiaro che nei ragazzi il desiderio di essere desiderati e di impersonare la bellezza maschile ha preso una forma fisica, sensuale: i loro corpi amorevolmente, faticosamente scolpiti, i loro muscoli rasati e i loro costosi tatuaggi…. Men’s Health oggi è la bibbia del metrosexy. Guardando l’estetica sporno, si vede che oggi tutti i ragazzi aspirano a essere atleti sessuali, avventurieri, pornostar.

C’è una relazione tra hipster e metrosexual?
Nonostante la maggior parte degli hipsters morirebbe piuttosto che ammetterlo, sì. L’hipsterismo è una forma di metrosessualismo. Ma molto middle class, molto esangue e ironica. È palesemente una forma di narcisismo, ma che guarda al corpo e all’essere sexy come cose molto volgari. (Come effettivamente sono, se siamo fortunati!).

Qual è l’arma fine-di-mondo del metrosessualismo, Abercrombie & Fitch o American Apparel o Apple?
Abercrombie & Fitch è stato il detonatore. Apple e i suoi iPhone l’esplosione. Gli iPhone sono il prodotto narcisistico definitivo (li definirei “MePhone”). Le App gratuite da scaricare sono un’ossessione autoriferita. L’iPhone è poi naturalmente anche il mezzo per farsi una foto a torso nudo nello spogliatoio della palestra, da mettere su Facebook o su social network più, diciamo così… particolari. Quindi Facebook e i social network sono forme di metrosessualismo sublimato, almeno per chi li usa come modo di trasformare se stesso in un brand, in una materia prima con un valore commerciale, e questa trasformazione è un altro caposaldo del metrosessualismo.

Nel suo nuovo libro lei scrive che “in un certo senso Obama è il primo presidente americano della storia che è anche la sua first lady”.
Obama è il trionfo del metrosexy. Gli Stati Uniti venivano dagli anni Novanta, dalla doppia presidenza Bush che è stata l’affermazione dell’“hummersexual” (Hummer, Burger King, guerre, shock & awe, mascolinità da ritorno alle origini). Adesso Bush e l’Hummer sono scomparsi dai radar, dopo di loro è scoppiata la menaissance, un rinascimento maschile, l’America si ritrova un presidente ben vestito, poliglotta, che difende elegantemente il mondo libero dopo una seduta di ginnastica nella sua palestra personale. Un uomo il cui look è molto apprezzato, specialmente dai giornalisti maschi. E un presidente che ha vinto le primarie anche perché molto più carino della sua sfidante femmina, per quanto molto più autorevole di lui. Michelle Obama è anche lei molto attraente, certo, ma Obama non ne ha bisogno, lui è anche la sua first lady.

Ci sono candidati repubblicani un po’ metrosexual?
Non direi tra quelli in lizza, anche se Mitt Romney sembra un po’ un manichino in una vetrina di un grande magazzino un po’ vecchiotto. C’è poi Aaron Schock, il deputato repubblicano che si è spogliato per la copertina di Men’s Health l’anno scorso. Lui promette bene. Un giorno finirà a fare il presidente. Lui o Justin Bieber.

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