rivolte Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rivolte/ un blog di approfondimento culturale Wed, 12 Dec 2012 17:13:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg rivolte Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rivolte/ 32 32 Nelle borse, nelle strade https://minimaetmoralia.it/interventi/nelle-borse-nelle-strade/ https://minimaetmoralia.it/interventi/nelle-borse-nelle-strade/#comments Thu, 11 Aug 2011 16:55:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4972 di Marco Mancassola Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora […]

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di Marco Mancassola

Ho saputo che i disordini erano scoppiati anche a Brixton quando sulla metropolitana hanno annunciato che il treno non avrebbe fermato in quella stazione: era chiusa per “vandalismo”. Nel frattempo i disordini si erano sparsi in varie parti della città e a Tottenham, a pochi passi da dove vivo, si sentiva ancora l’odore di bruciato nell’aria. Le macchine incendiate erano state rimosse in fretta, ma avevano lasciato lunghe sagome annerite sull’asfalto.

“Negli altri paesi le rivolte scoppiano per domandare democrazia o far cadere un governo, qui scoppiano per assaltare i negozi”, afferma un amico anglosassone quando infine lo raggiungo a Brixton. Joe mi accompagna a vedere il negozio di attrezzature elettriche Currys a un centinaio di metri da casa sua. Lo hanno saccheggiato poche ore prima. Non c’è molto da vedere oltre alle solite vetrine infrante, serrande abbassate ormai inutilmente, un mucchio di merce calpestata sulla soglia.

Quella sera le sirene urlanti, elemento già fin troppo tipico nel paesaggio sonoro della capitale, riempiono le strade. Le volpi del boschetto in fondo alla strada, che di solito col buio si avventurano fuori, schizzano via al passaggio di ogni convoglio di polizia. In tivù un notiziario sta facendo il punto sugli avvenimenti globali con un montaggio di immagini in diretta: a un tratto, una piccola epifania. Sullo schermo diviso in due si vede da una parte un edificio in fiamme a Croydon, Londra sud, dall’altra la campanella di chiusura della borsa di New York alla fine dell’ennesima giornata nera. Il caos per le strade e il tonfo finanziario. L’accostamento ha qualcosa di così emblematico da lasciare muta, per qualche secondo, persino la voce del loquace commentatore.

Il rapporto diretto fra speculazioni finanziarie e impoverimento delle fasce deboli, fra politiche economiche e disperazione giovanile, è un argomento lampante e viene usato da più parti, in questi giorni, per abbozzare letture politiche degli avvenimenti inglesi. Mentre i tabloid invocano la tolleranza zero, gridano allo scandalo dei baby-rivoltosi (“Un saccheggiatore di 7 anni!” era il titolo di una recente copertina) e applaudono la polizia quando usa maniere forti, l’opinione pubblicaliberal si interroga sul fallimentare contesto economico-educativo in cui crescono i ragazzi dei quartieri difficili.

Gli amici politicizzati mandano link di analisi rivoluzionarie. In tutta Europa, come in occasione di altre sommosse di strada, varie voci salutano l’avanguardia della sollevazione prossima ventura. Letture a cui sfugge, forse, il carattere scivoloso dei fatti inglesi. La velocità con cui la protesta per l’uccisione da parte della polizia del giovane Mark Duggan si è trasformata in una cronaca di saccheggi, incendi e atti vandalici estranei a ogni ordine simbolico – i negozi colpiti erano a volte di grandi catene, molte altre negozietti a conduzione familiare – parla di un tipo di sommossa che si beffa delle analisi, delle letture, delle sovrastrutture politiche e degli stessi ordini simbolici.

Su Youtube, i video di Grime Report celebrano questa obliquità tra politico e non politico, tra ciò che è possibile militanza e ciò che è la semplice appartenenza a una gang. Grime è il nome del genere musicale, una forma di hip-hop, sviluppato da anni nei ghetti londinesi. I video in questione mostrano montaggi di immagini delle rivolte e dei luoghi devastati con il sottofondo di brani incalzanti. Un nuovo genere a metà tra il videogiornalismo e il videoclip. Sempre su Youtube, ha fatto scalpore il video di un ragazzo ferito durante le sommosse. Sputa sangue sull’asfalto. Alcuni dei saccheggiatori si avvicinano, sembrano volerlo aiutare, mentre altri in realtà si avvicinano da dietro, gli aprono lo zaino e lo derubano con noncuranza. Il video, nella sua banalità, ha qualcosa di disturbante: seppure riferito a un episodio isolato, sembra delineare un orizzonte di singoli all’attacco, senza molta solidarietà reciproca.

Chi vive a Londra conosce la cronaca quotidiana di omicidi, aggressioni, coltellate che hanno per protagonisti gli adolescenti della città. Gli adolescenti girano per i quartieri, sfaccendanti, con le loro scarpe da ginnastica bianchissime, assorbendo le contraddizioni di un’intera metropoli, di un’intera società. Quando l’inquietudine trova la scintilla per diventare disordine, ecco che l’evento prende forma quasi di estremo flash-mob, happening del qui e ora, sfogo febbrile a metà tra la disperazione di chi non ha nulla da perdere e il rito anarchico-liberatorio. Spaccare tutto è appagante. Questi ragazzini “senza coscienza” non fanno ciò che il nostro inconscio di adulti occidentali, di fronte agli scricchiolii macabri del sistema, sempre più spesso sogna di fare?

Croydon brucia, le borse crollano. Criticabili o meno, dotate di rivendicazioni ideali oppure occasioni di saccheggio vigliacco, le sommosse urbane – plurali, con pulsioni diverse, intrecciate tra loro e a volte indistinguibili – sembrano avere un’aria drammaticamente inevitabile. Ken Livingstone, ex sindaco di Londra, dice in tivù che questi ragazzi “non pensano di fare parte di questa società”. In fondo non siamo a casa di Margaret Thatcher? La profetessa del neoliberismo, colei che affermava: “La società non esiste.”

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Nell’Africa del Nord la partita è aperta: intervista a Olivier Roy https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nellafrica-del-nord-la-partita-e-aperta-intervista-a-olivier-roy/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nellafrica-del-nord-la-partita-e-aperta-intervista-a-olivier-roy/#comments Thu, 21 Apr 2011 09:43:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4229 Questa intervista è uscita nel numero di aprile dello Straniero

Per il politologo Olivier Roy, nato nel 1949 a La Rochelle, sulla costa atlantica francese, il primo vero incontro con l’Islam e il “Medio Oriente” è avvenuto a soli diciannove anni, quando – militante di un partito della sinistra extraparlamentare e aspirante studente alla École Normale Supérieure di Parigi – decise di mettere in pratica il persiano imparato da autodidatta, con un viaggio di tre mesi in Afghanistan.

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Questa intervista è uscita nel numero di aprile dello Straniero

Per il politologo Olivier Roy, nato nel 1949 a La Rochelle, sulla costa atlantica francese, il primo vero incontro con l’Islam e il “Medio Oriente” è avvenuto a soli diciannove anni, quando – militante di un partito della sinistra extraparlamentare e aspirante studente alla École Normale Supérieure di Parigi – decise di mettere in pratica il persiano imparato da autodidatta, con un viaggio di tre mesi in Afghanistan. In Afghanistan sarebbe tornato più volte – per esempio nel 1988, come consulente dell’Ufficio delle Nazioni Unite incaricato di coordinare i soccorsi – e al Medio Oriente avrebbe dedicato tutti i suoi studi e le sue attività: già direttore di ricerca all’École des hautes études en sciences sociales (Ehess) e all’Institut d’études politiques (Iep) di Parigi, attualmente coordinatore del programma mediterraneo presso l’Istituto universitario europeo di Fiesole, Olivier Roy è considerato il più autorevole interprete dell’Islam politico e delle sue diverse manifestazioni, oltre che delle relazioni politiche e sociali del cosiddetto grande Medio Oriente. Tra i suoi libri tradotti in italiano ricordiamo Global Muslim. Le radici occidentali del nuovo Islam (Feltrinelli 2003), L’impero assente. L’illusione americana e il dibattito strategico sul terrorismo (Carocci 2004), Islam alla sfida della laicità. Dalla Francia una guida magistrale contro le isterie xenofobe (Marsilio 2008), La santa ignoranza (Feltrinelli 2009). Gli abbiamo chiesto di fare il punto sulle rivolte che hanno investito il Medio Oriente e il nord Africa, e che hanno mandato in frantumi i triti stereotipi sull’eccezionalismo del mondo arabo-musulmano.


Cominciamo provando ad analizzare cause e protagonisti delle rivolte. Il quadro varia da Paese a Paese – ha scritto in un articolo recente -, e per evitare semplificazioni è bene tener conto delle diverse e specifiche antropologie politiche di ciascun Paese. Eppure, le rivolte di Egitto e Tunisia sembrano “presentare stessi attori e rivendicazioni”, e rimandano a un comune criterio distintivo, generazionale, più che ideologico. Ci spiega meglio?
Nella maggior parte dei casi, l’avanguardia del movimento è la stessa: una generazione di giovani, educati, “connessi”, informati di ciò che accade all’estero, mossi dal desiderio e dalla rivendicazione di libertà, oltre che dalla critica alla natura predatoria delle dittature. Alla base dei movimenti, dunque, c’è un elemento generazionale, che a sua volta rimanda a un aspetto demografico: pressoché ovunque nel mondo arabo, stiamo assistendo alla progressiva diminuzione del tasso di natalità. Quella che è scesa per le strade, è la generazione figlia del picco demografico, e nutre aspettative molto alte in termini non solo sociali, ma anche di educazione e politica. I giovani del Cairo o di Tunisi non hanno nessuna intenzione di vivere come i loro padri: i dittatori erano già in carica quando sono nati – si pensi a Gheddafi, Mubarak e in parte allo stesso Ben Ali – e, sotto questo punto di vista, hanno voluto rompere con la tradizionale cultura autoritaria che ha dominato i Paesi in cui vivono. Ciò spiega anche l’assenza di veri e propri leader carismatici delle rivolte, e prima ancora di qualunque culto del leader carismatico. Si tratta di una generazione piuttosto individualistica, che reclama pluralismo, multipartitismo, parlamentarismo, e che non lega le proprie rivendicazioni a vere e proprie ideologie o a un’idea forte dello Stato.

Lei ha criticato la miopia della prospettiva adottata in Europa per interpretare le rivolte del mondo arabo e del nord Africa, modellata sull’esempio della rivoluzione islamica iraniana del 1979. E ha sottolineato, al contrario, come il vero aspetto innovativo sia l’assenza dell’appello all’Islam come collante delle rivendicazioni…
Basterebbe osservare le manifestazioni, per rendersene conto: nessuno slogan islamico, nessuna bandiera religiosa, nessuno che brandisca il Corano. Ciò non vuol dire che i dimostranti siano portatori di una mentalità secolare, perché continuano a essere credenti, ma lo sono in senso personale. Nel mondo arabo, infatti, al contrario di quanto continuano a pensare in molti, la religione si è individualizzata e depoliticizzata. Anche i giovani manifestanti hanno tracciato una chiara distinzione tra le richieste politiche, espresse in uno spazio politico secolarizzato, e la fede individuale. A dimostrarlo, tra le altre cose, i casi di suicidio di protesta, come quelli avvenuti in Tunisia, che rappresentano un disperato atto individuale di protesta politica, molto distante dalla tradizione islamica. In altri termini, non c’è alcun ricorso all’Islam come strumento di mobilitazione, né l’ambizione a creare un modello islamico statale.

Questo sembrerebbe confermare la tesi, da lei avanzata in uno dei suoi libri già venti anni fa e divenuto un “classico”, del fallimento dell’Islam politico come progetto di emancipazione politico-sociale. È così?
In effetti, già venti anni fa sostenevo che il modello della rivoluzione islamica, a causa di contraddizioni interne, non potesse più funzionare, e che le vie di uscita dall’impasse dell’islam politico fossero due: da una parte la via della democratizzazione, dall’altra il salafismo, che preferisco definire neo-fondamentalismo, in altri termini una re-islamizzazione che si declina come progetto sociale e culturale, piuttosto che politico. È interessante notare come questa generazione abbia internalizzato la consapevolezza che la rivoluzione islamica non funziona, agendo di conseguenza. Ciò, ripeto, non significa che non sia composta da individui credenti, ma che non si guarda più alla religione come soluzione adeguata per il rinnovamento del sistema politico o come antidoto efficace alla sua crisi. È significativo che anche all’interno di un movimento come i Fratelli musulmani egiziani sia evidente una spaccatura tra la vecchia leadership, che non riesce a comprendere pienamente le istanze democratiche dei dimostranti, perché priva di una genuina cultura democratica, e i membri più giovani, che invece sono in grado di farlo perché più vicini alla cultura delle piazze.

Passiamo all’esercizio più difficile: la valutazione degli esiti futuri delle rivolte. Lei ha ricordato che una rivolta non è una rivoluzione, e che è improbabile che il collasso dei vecchi regimi porti automaticamente a compiute democrazie liberali. Eppure, ha notato anche che i giovani scesi in strada non si accontenteranno di semplici riforme cosmetiche, di facciata. Cosa dobbiamo aspettarci, allora?
Gli esiti sono imprevedibili, la partita è ancora aperta. Potremmo assistere all’instaurazione di vere e proprie democrazie, oppure a chiusure conservatrici. Sono abbastanza ottimista per la Tunisia, perché ha una società piuttosto omogenea, composta perlopiù dalla classe media, e non ci sono grandi interessi strategici. In altre parole, non c’è il petrolio, e dunque neanche il rischio, oltre alle interferenze esterne, che i movimenti vengano cooptati con la distribuzione dei proventi del petrolio. Quanto all’Egitto, la società egiziana è molto conservatrice: ci potrebbe essere un’alleanza dei conservatori – la leadership dei Fratelli musulmani, parti del clero, l’esercito, notabili vari, la borghesia, vecchi esponenti del partito di Mubarak – per impedire cambiamenti sostanziali e prevenire un’eccessiva (ai loro occhi) liberalizzazione. Per questo, anche se in Egitto si terranno – come credo – elezioni credibili e regolari, non è escluso che la maggioranza vada ai conservatori. Per il resto, dipende molto dai diversi contesti: la Libia di Gheddafi è in guerra civile, i cui esiti dipenderanno dagli equilibri di potere; in Yemen la variabile principale è costituita dall’atteggiamento che decideranno di assumere le comunità tribali del nord; in Bahrein la questione è complicata dalla divisione settaria tra sciiti e sunniti, con l’aggravante dei sauditi che non auspicano affatto che la maggioranza vada agli sciiti, e per questo sostengono ampiamente la famiglia regnante. In altri Paesi, si cerca di limitare i danni, come in Marocco, dove è il re in persona che sta cercando di venire incontro alle richieste dei manifestanti, che reclamano perlomeno una monarchia costituzionale, con alcune concessioni volte a un sistema politico più democratico. Origini e cause delle rivolte, dunque, sono assimilabili, ma gli esiti variano da contesto a contesto.

Negli Stati Uniti, gli analisi neoconservatori hanno rialzato la testa, sostenendo che i processi di democratizzazione vadano attribuiti all’interventismo armato del presidente Bush in Iraq, nel 2003. Lei ribatte: è falso, e, piuttosto, è vero che è proprio il declino dell’influenza degli Stati Uniti nell’area ad aver creato le condizioni necessarie all’affermazione di genuini processi democratici. Cosa intende?
I neoconservatori avevano ragione soltanto su un punto: la democrazia è compatibile con il mondo arabo. Rimane però del tutto sbagliata l’idea che possa essere imposta attraverso gli interventi militari. Si tratta di un’idea con conseguenze deleterie, senza contare che non può esserci democratizzazione senza legittimità politica, e che, dunque, qualunque movimento “democratico” creato in questo modo verrebbe subito associato all’influenza straniera, perdendo in credibilità. E lo stesso è accaduto con i tentativi dei Paesi occidentali di sostenere la crescita in Medio Oriente di una società civile artificiale, modellata sugli interessi dei suoi promotori – con l’insistenza sulle riforme dell’Islam per esempio. Se si analizza bene la questione, ci si accorge invece che ad aver creato le condizioni per l’affermazione di un genuino movimento democratico nel mondo arabo è stato proprio il basso profilo scelto dall’amministrazione Obama. In questo senso l’ondata di rinnovamento democratico non è avvenuta grazie a Bush, ma proprio perché Bush non c’è più.

Lei ha notato l’ambiguità delle potenze occidentali, che per il momento plaudono al processo di democratizzazione, pur rimanendo ossessionate dalla necessità di mantenere la stabilità e lo status quo strategico. Fino a che punto le rivolte cambieranno gli equilibri di potere nella regione?
Bisogna adottare due metri di giudizio: il breve e il lungo termine. Nel breve termine non credo ci saranno grandi trasformazioni. I movimenti di democratizzazione infatti non sono eterodiretti o rivolti in chiave regionale, ma nazionalisti o meglio ancora patriottici, perché mossi innanzitutto dalla ricerca dell’interesse nazionale. Ritengo invece che nel lungo termine un Paese come l’Iran avrà minore influenza nella regione, perché fin qui, per ottenere consenso, ciò che rimane della rivoluzione islamica iraniana ha giocato la carta della critica dell’alleanza tra i dittatori arabi e l’occidente. Una volta che i dittatori vengono privati del potere, però, viene meno anche il pretesto per criticare la subalternità dei Paesi arabi all’occidente. La marginalizzazione dell’Iran come attore strategico regionale influirà anche sul movimento Hezbollah, che non è democratico, ma settario, che vive dell’alleanza con l’Iran contro il sionismo e che vedrebbe ridimensionato il suo appeal di movimento che si affida anche all’ideologia panislamista e panarabista. I movimenti che si sono imposti nella scena araba, fondano la proprio legittimità su una sorta di nazionalismo arabo locale, e contribuiranno a isolare l’Iran in Medio Oriente.

A proposito di nazionalismo arabo: nelle manifestazioni manca ogni sorta di riferimento al panarabismo, che nella seconda metà del Novecento aveva invece nutrito molte delle forze politiche arabe che cercavano di svincolarsi dal giogo coloniale…
Come progetto politico, il panarabismo è ormai morto. Ecco perché forse sarebbe meglio definire questi movimenti patriottici, piuttosto che nazionalisti in senso stretto. La chiave è tutta interna ai singoli Paesi. Eppure, c’è una sorta di mimetismo politico arabo, e di solidarietà, che produce ancora effetti rilevanti. La tv satellitare al Jazeera ha successo proprio perché in qualche modo gioca un ruolo di aggregatore, di connettore di questo spazio politico comune. Direi che il panarabismo è morto come ideologia, come progetto politico, ma funziona ancora come cultura politica condivisa e di riferimento.

Gli eventi tunisini – ha scritto – hanno rappresentato un punto di svolta decisivo nel mondo arabo, e dovrebbero rappresentarlo anche per le politiche occidentali nella regione. Cede davvero che, da oggi, “la Realpolitik significherà sostenere la democratizzazione del Medio Oriente”?
L’occidente deve aprire gli occhi. Quelle che erano le ragioni per dare sostegno ai dittatori si son rivelate false: le dittature non costituiscono un argine alla crescita dell’islam; piuttosto che un baluardo di stabilità, sono deboli, tanto da poter essere rovesciate da movimenti democratici di piazza; non difendono veramente gli interessi dell’occidente, ma li contraddicono. L’occidente, dunque, ha dimostrato di essere miope sotto molti aspetti: ha sostenuto i dittatori, credendo alla tesi dell’immobilismo delle società arabe, e sulla base dell’assunto che cultura e religione sono la stessa cosa, ha ritenuto che le società islamiche non potessero ambire a dotarsi di meccanismi democratici. L’occidente è rimasto vittima del paradigma dello scontro di civiltà. Nel 1989, con la caduta del Muro di Berlino, si è prestata molta attenzione partecipe ai movimenti democratici dell’Europa dell’est, perché in qualche modo erano percepiti “come noi”. Nel caso dei movimenti arabi democratici, invece, la tendenza è a credere che “no, non possono diventare come noi”, a causa di una supposta “tara islamica”. La cosa sorprendente è che, mentre in Europa aumentano quanti sostengono che l’Islam non è compatibile con il sistema democratico, sull’altra sponda del Mediterraneo si affermano movimenti pienamente democratici: i leader dei partiti populisti, da quello olandese di Geert Wilders alla Lega Nord, si ritrovano del tutto spiazzati. Gli avvenimenti recenti sono la più plateale smentita delle loro tesi.

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