Rizzoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rizzoli/ un blog di approfondimento culturale Tue, 19 Nov 2024 09:39:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rizzoli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rizzoli/ 32 32 La realtà per Walter Siti https://minimaetmoralia.it/libri/la-realta-per-walter-siti/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-realta-per-walter-siti/#respond Wed, 18 Sep 2024 15:33:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54188 di Federico Di Gregorio Nell’ultimo libro di Walter Siti I figli sono finiti si rivelano due storie speculari: la prima ha come protagonista Augusto, professore di francese alle soglie della pensione, che si trova a fronteggiare una pandemia con gli annessi di un mondo didattico sfigurato nella sua quotidianità, e la perdita del compagno Vincenzo, […]

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di Federico Di Gregorio

Nell’ultimo libro di Walter Siti I figli sono finiti si rivelano due storie speculari: la prima ha come protagonista Augusto, professore di francese alle soglie della pensione, che si trova a fronteggiare una pandemia con gli annessi di un mondo didattico sfigurato nella sua quotidianità, e la perdita del compagno Vincenzo, uomo più giovane che muore in circostanze fortuite durante un viaggio di piacere della coppia; l’altra storia ha come protagonista Astore, adolescente che affronta la maggiore età dopo il lutto più prossimo, ancestrale – la madre –, mentre è immedesimato in un mondo astratto che lo ricambia – la rete, il gioco; sistema che la pandemia soggioga fino a farlo diventare realtà sconnessa; così Astore lo rifiuta ed è speculare a un uomo anziano, e appena si blocca rivela sé stesso nella sua inesistenza.

Come spesso accade nella produzione letteraria di Siti, l’amore gira attorno al desiderio e il desiderio gira nei pressi dell’eros. Augusto congela il suo pensiero, il lavoro, la salute, ma non il desiderio, il quale rimane concreto, verace. Astore decide che il sesso non perdona e se lo incontra è un prolungamento del lutto, dei porno disseminati dalla madre nei device personali, e che lui, come in uno scherzo fantasmico di Edipo, andava a cercare con successo e dedizione per il disordine. Piero, il padre di Astore, si ritrova a essere un vedovo di mezza età, un personaggio in evoluzione nella letteratura postmoderna di Siti, bello e ricco, uscito in maniera tragica da un matrimonio sconveniente dentro i binari dell’adulterio. I protagonisti del romanzo I figli sono finiti – che dà l’idea di essere un iper-romanzo quando si passa da una storia all’altra per poi riunirsi nel condominio di Milano in zona Moscova – sono figure borghesi e fragili che non si pongono il problema del futuro, non raccontano bugie a sé stesse, sono ancorate al passato e al presente. La nonna di Astore Ersilia descrive un ruolo generazionale, dei genitori eterni, figli di un tempo responsabile e fruttuoso; Piero invece somiglia ai millennial, anche se per età è al limite, come incompiuto guarda al lavoro con insoddisfazione, e alla famiglia nella strenue speranza che le cose vadano bene – «andrà tutto bene» –, e si risolvano con l’indipendenza di Astore – relegato in una stanza al contrario dove tutti vivono come lui –, si risolvano con il ritorno alla normalità, evento che Lars von Trier in Melancholia aveva risparmiato alla protagonista, facendo schiantare la Terra contro un altro pianeta e così trasformando il personaggio da debole a coraggioso. Astore no, con la pandemia perde una sua nicchia vitale; non si ritrova più forte degli altri, ma viene fuori dal proprio software umano incastrato nella omeostasi da hikikomori, uno smarrimento per il presente: la realtà che entra nel web, prima alleati e dopo la paura che sia contro di te.

Augusto incontra un escort, Astore rifiuta il sesso. Entrambi cercano di stare incupiti dentro la propria narrazione – che per due personaggi di fantasia è un’operazione semplice –, e riescono a fare del desiderio l’unico modo di sopravvivere a sé stessi: Augusto nel suo modo compassato di fottere il desiderio – lasciando che esso invada la propria vita palpabile: gli odori, i sapori, i genitali –, e Astore chiudendo la porta al sentimento veritiero, alla vita comune – Astore costruisce un racconto del suo modo di essere, immagina di avere un cervello ibrido tra macchina e uomo, non sente pulsioni se non la compassione per il vecchio vicino, una compassione ricambiata e più forte dell’intolleranza. Il ragazzo è un libro di fantascienza, mentre Augusto è un romanzo biografico; si sfidano nella capacità di pensare, di inventare una storia senza mentire a sé ma al prossimo. Il romanzo si rompe quando Astore scopre la parola «cuckold», ed è proprio Augusto a fargliela capire, mentre il professore si infila in una relazione a pagamento con un giovane, Titan, più interessato a fare soldi che a tenergli compagnia. Augusto si vanta con gli amici, tra cui Astore; Bruno la prende al solito, ma Astore invece vede la sua vita stravolta: ha una reminiscenza e capisce che la sua formazione da eremita è stata solo menzogna, che gli altri non hanno mai forzato scomode verità però lui ha capito male: la madre non porta colpe, colpe non dissolte nemmeno dalla morte, perché era il padre a volere i suoi tradimenti, un gioco dell’amore consumato e troppo rituale: cuckold, cornuto. «Possibile che una parola mal interpretata possa portare tanta devastazione?» Il percorso ha una trama parallela, quella del mondo che fuori continua a esistere, quindi delle bombe su Kiev, dell’invasione russa, della frivolezza di una Milano compulsiva nella sua accezione commerciale. Piero si rifà una vita completa, e Astore crede di essere un’altra persona, che il romanzo fantascientifico nella sua mente fosse un trabocchetto per gli altri: si era sempre raccontato la verità, solo che la verità era falsa.

Walter Siti ha aperto la sua carriera letteraria di scrittore «tardivo» con Scuola di nudo, romanzo in cui un professore universitario di mezza età ritrova sé stesso nella rottura degli schemi, nell’elaborazione di una personale teoria estetica intorno al corpo maschile, rappresentata da culturisti e forme esagerate, mitologiche; ha scritto Troppi paradisi, recentemente definito come il miglior romanzo del ventennio dal 2000 in avanti; ha incanalato tante forme di umanità in un puzzle, il finanziere, l’assassino, il prete. Nel romanzo I figli sono finiti è visibile una profonda ricerca intorno all’età debole, che si connette con il presente attraverso la ricerca linguistica di un adolescente, il più possibile vicino a un uomo nella terza età e i suoi valori immagazzinati nel tempo, pensieri come fossero bottiglie messe a maturare per goderne nel dolore di una perdita inaspettata. Siti crea un gioco di specchi, in cui forse si riconosce come giovane e come anziano, nello stesso modello, sempre contemporaneo: è il medesimo uomo, innaffiato da epoche opposte nella formazione, esperienze diverse ma non così lontane da sentirsi aliene. Scorre veloce la strada verso casa, che dal punto di vista dell’anziano professore è il ricordo, mentre nel caso del giovane hikikomori debilitato è la perdita di entusiasmo, di impulsività.

Un filo determinate del libro sono i corpi, un argomento – anche questo – di grande attualità letteraria. Augusto vive il dato del corpo lontano dal desiderio – un organismo debole e con il cuore altrui –, «io credo che delle proprie perversioni si debba essere all’altezza, forse è questo che le rimprovera suo figlio» dice a Piero quando lui gli si presenta a casa per parlargli di Astore; ma allo stesso tempo Augusto esiste in un corpo pieno di «devastazioni senili», tante come sono i crolli della propria anima di vedovo, «un ruolo che non gli si addice». Franco, il titano, è la sua scappatoia verso la morte, lo slancio naturale che il suo amico ed ex amante Bruno bolla più volte come inopportuno e illusivo; Augusto, tuttavia, tira dritto e consapevole verso un’inattesa e residuale «felicità». Astore vive il proprio corpo come estraneo, lo aliena in ogni modo: strutturando il sesso in maniera virtuale, affidandosi a bizzarre teorie di ibridazione neurale con le macchine, evitando scientificamente anche gli abbracci, tanto che lo stesso Augusto si accorge di una nemmeno troppo latente «paura» del corpo da parte del ragazzo e lo specifica a Piero. Astore comunica la sua idea in maniera chiara, senza voler offendere nessuno: «l’interazione con l’ambiente m’ha fregato», «sono contro lo sciovinismo della carne», «la rete neurale che ho impiantata nella calotta cranica mi trasmette le vibrazioni che voglio». La parabola dei corpi richiama quello che è stato il grande ispiratore di Siti, Pier Paolo Pasolini. Pasolini sublima il corpo in tutte le invenzioni artistiche, come se la carne umana fosse lo strumento della società oltreché della mente; si possono citare opere meno famose come Orgia, Porcile, Calderón; declinazioni dell’inevitabile distruzione del Sé, quindi della polis. Siti è più placido e attento a non trasformare l’opera in un’esibizione estremista di desideri, rimane sulla realtà per spiegarla con dovere di cronaca, avendo cura di una raffinata ricerca, il microfono che registra i propri personaggi prima di farli interagire. L’unico uomo davvero nudo è Piero, il padre di Astore, che nel corso della storia sembra cambiare fino alle peggiori conseguenze del proprio egoismo, che però non accadranno mai: non a caso, l’ultima focalizzazione è su di lui, «la libertà non esiste se non consideriamo gli altri come esseri liberi», come ognuno dei principali personaggi dell’opera, di cui Piero è l’usciere, l’uomo di mezzo, l’antieroe, la sintesi.

Nel panorama letterario italiano, il romanzo I figli sono finiti è una boccata di ossigeno. Non è l’opera più affascinante di Walter Siti, ma ci fa ritrovare elementi di qualità letteraria smarriti, una prosa perduta nel tempo a favore del marketing spiccio, del narcisismo da influencer con la lingua rapida. Ci sono due squadre ben distinguibili, nella letteratura: la qualità letteraria, che lotta, e il marketing di vario genere, dai mastri del follower ai gusti da spiaggia, alle grandi call in classifica. Siti ci ricorda che un romanzo può essere di qualità e leggibile, di analisi e ironico, laico cioè utile; palesando che esposti nelle librerie troviamo poche opere e nascoste tra i cavalli di sfondamento placido della distruzione del ruolo dell’intellettuale, ormai normalizzato all’irrilevanza.

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Scrivere al bar https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-al-bar/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-al-bar/#respond Tue, 21 Nov 2023 10:07:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52937 [Pubblichiamo, su gentile concessione dell’editore, il testo di Vanni Santoni per il libro Dove si scrive, come si scrive che esce oggi per Rizzoli, a cura di Carlotta Sanzogni, con foto di Pietro Baroni]   – Scrivere al bar: basta dirlo, basta evocare la possibilità di farlo, senza neanche arrivare a spiegare che, sì, scrivi […]

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[Pubblichiamo, su gentile concessione dell’editore, il testo di Vanni Santoni per il libro Dove si scrive, come si scrive che esce oggi per Rizzoli, a cura di Carlotta Sanzogni, con foto di Pietro Baroni]

 

ph. Pietro Baroni

– Scrivere al bar: basta dirlo, basta evocare la possibilità di farlo, senza neanche arrivare a spiegare che, sì, scrivi al bar, per far fiorire discorsi infiniti sul rapporto tra gli scrittori e l’alcol, o tra gli scrittori e il caffè: intere mitologie, tra le quali c’è posto anche per il tè, al quale Ernst Jünger riconosceva una superiorità ontologica rispetto al caffè, assegnandolo alla categoria dei phantastica, ovvero in compagnia degli psichedelici, una scelta farmacologicamente inconsistente – qua si potrebbe aprire l’ulteriore filone del rapporto tra gli scrittori e gli psichedelici, ma difficilmente Huxley, Michaux, Morante o Nin li assumevano al bar (adesso qualcuno evocherà Burgess e il Korova Milkbar, e lo deluderemo spiegandogli che la mescalina nel latte+ è un’invenzione del doppiaggio italiano del film, dato che il Moloko Vellocet è in realtà alle anfetamine, come è del resto logico per una bevanda che deve alimentare l’ultraviolenza) – ma spiegabile nella natura a un tempo più tenue e più profonda della stimolazione da tè, in effetti adatta al lavoro di scrittura, tant’è che quando, al pomeriggio, a volte, colpevolmente, forse addirittura senilmente, scelgo la biblioteca sul bar, ho cura di portarmi una borraccia piena di tè – avviso per chi scambiasse tutto questo per una guida operativa: mai bere il tè dopo le 17:00 o l’effetto non sarà dissimile dal Moloko Vellocet e costringerà l’autore a scrivere tutta la notte, il che può essere anche un bene, a patto che il recupero non prenda più tempo di quello guadagnato, ed eccoci già condotti, chissà forse dalla stimolazione teinica che articola i pensieri come ghirigori senza mai smettere di spingerli avanti, alla questione in realtà centrale, il tempo. Sì, perché è ben facile immaginare che uno scrittore o una scrittrice scelga di scrivere al bar per altri motivi: perché caffeinomane, perché alcolista, per staccare rispetto a cosa c’è a casa propria, fidanzati, coinquilini, figli, consorti, genitori, telefonate, accolli, o ancora per mettersi in mostra, per dimostrare al mondo (e quindi a sé) di star scrivendo, di essere una scrittrice o uno scrittore, oppure, non sia mai, per rimorchiare, avvalendosi di quel residuo d’aura che il libro comunque mantiene, e se lo scrittore non sarà mai più – se mai lo fu – nello stesso rango di appetibilità erotica del musico o dell’attore o dell’artista, star lì da solo a bere con un quadernetto davanti varrà quantomeno da garanzia di esser di fronte a un soggetto sufficientemente disturbato, e si sa che esiste una parte della popolazione per la quale i disturbati sono ineludibilmente attraenti; più complicato è il caso di chi usa il computer, dato che un tizio da solo al bar con un computer difficilmente darà l’impressione di essere Rimbaud scappato da Charleville, sembrando piuttosto un esaurito che si porta il lavoro dall’ufficio, o un malato di mente che non riesce a staccarsi da Internet (tipologia questa di malati di mente che esercita invece un’attrattiva erotica bassa), e in effetti il fatto che nella maggior parte dei casi lo scrittore o la scrittrice utilizzi un computer è testimonianza della sua buona fede rispetto ai sospetti di cui supra, e anzi per la scrittrice l’uso del laptop finisce per essere un gesto difensivo minimo, dato che quando scrive in un bar i disturbatori sono dieci volte quelli dello scrittore, e per lo più non nobili spasimanti attratti dall’aurale barbaglio delle lettere, ma sfigati rompicoglioni di merda che se vedono una donna da sola che per di più osa farsi i fatti suoi si sentono in dovere di infastidirla, come a dire Oh ti abbiamo vista, cosa pensi di fare, ma anche al di là di ciò, tanto la scrittrice quanto lo scrittore prima o poi finiranno per lavorare direttamente su laptop, perché fa risparmiare tempo, e finiranno quindi a portarsi il laptop anche al bar e bona l’è, perché in fondo la questione è sempre una, sempre lei, il tempo, il tempo, il tempo, e anche se lo scrittore sceglierà di scrivere al bar, sarà in fondo per ragioni di tempo, perché (questa parte, sì, volendo è una guida operativa) quando si compie il passo per molti versi tragico ma anche mai rimpianto da nessuno di dedicarsi seriamente alla scrittura, si scoprirà che non si è scelto di farne solo un mestiere ma di farla diventare la propria vita, e non tanto per un grandioso afflato romantico, quanto perché, prosaicamente, scrivere bene, o anche solo provare a scrivere bene, o anche solo sperare di mettere insieme delle frasi che non nascano inutili e già dimenticate, o anche solo sperare di dare un umile, minuscolo apporto alla foresta delle lettere, magari destinato a non esser mai notato ma tale da contribuire a far sì che altrove, in quella foresta, sbocci un’orchidea, o anche solo non fare schifo al cazzo scrivendo banalità immonde, tutto questo richiede un impegno totalizzante, le ore di lettura devono moltiplicarsi, le ore di scrittura pure, la letteratura deve prendersi tutto lo spazio o non saresti serio (certo, esistono scrittori professionisti che non sono seri, ma non ci devono interessare, il loro nome è già polvere… come? anche il nostro? senza dubbio, ma dopo: ci aggrappiamo a quel dopo, no?), resta solo il tempo di leggere, scrivere e guadagnare il denaro necessario a campare nel caso che la scrittura non basti, e ogni passatempo e interesse che non innervi in qualche modo il lavoro di scrittura deve sparire, anche la cosiddetta vita privata deve essere sacrificata, è tutto un enorme sacrificio rituale, e non tanto agli dei della letteratura quanto a quelli del tempo, perché la storia della letteratura qualcosa di chiaro ce lo racconta, e quel qualcosa è che se i suoi dei ti baciano (ma in bocca eh, come Rimbaud, non un bacetto sul capo), potresti anche fare a meno del tempo, ma se non ti baciano, potrai comunque sedere, dopo morto, allo stesso tavolo nel Valhalla di coloro che il bacio l’hanno avuto, se ti sei impegnato abbastanza, e questo “abbastanza” è semplicemente tutto il tuo tempo finché non rendi l’anima gorgogliando, e allora siccome di tempo per uscire non ce ne sarà più, avrai cura di andare a scrivere al bar, così da aver l’impressione di esistere ancora tra gli uomini – sensazione utile per affrontare gli abissi di non-senso in cui ci si ritrova ogni volta, tra l’ingenua gaiezza che ci dà lo spuntare di un’immaginetta da cui intuiamo potrebbe prender forma un libro, e la spossatezza post-partuale, il dubbio di non aver fatto abbastanza e la necessità, già, di cercare un’idea successiva, onde tentar di emendare il pasticcio che si è fatto con l’ultima, che arrivano con la fine della revisione –, e anche un po’ per forzarsi a usarlo, questo benedetto tempo: sei lì, ti sei messo al tuo tavolino preferito, hai ordinato la tua birra o il tuo caffè o il tuo tè o il tuo assenzio, hai aperto il laptop con tutto ciò che comporta, ti sei ricordato pure di caricarlo, e adesso che fai, non scrivi?
– Aspe’, ma una volta non mi avevi detto che ti piacciono i bar perché…
– …da bambino volevo andarci per i videogiochi ma non mi era permesso? È vero.
– Ma scusa, da quando hai potuto uscire da solo, non so, dai dodici anni finché non te ne sei andato dal paese, non hai passato tipo ogni singolo pomeriggio al bar a giocare ai videogiochi, a biliardo, a biliardino, a briscola/ventuno, a Magic, a teresina e a Texas hold’em clandestino?
– Sì.
– E non t’è bastato?
– No.

 

Vanni Santoni, ph. Pietro Baroni

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Discorsi sul metodo – 24: Walter Siti https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-24-walter-siti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-24-walter-siti/#comments Thu, 11 Oct 2018 10:06:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38204 Walter Siti è nato a Modena nel 1947. Il suo ultimo romanzo è Bruciare tutto (Rizzoli 2017). * * * 

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

 Quando lavoro a pieno ritmo, comincio a scrivere verso le dieci del mattino fino all’una, poi riprendo verso le 15,30 fino […]

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waltersiti

Walter Siti è nato a Modena nel 1947. Il suo ultimo romanzo è Bruciare tutto (Rizzoli 2017).

* * *



Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?



Quando lavoro a pieno ritmo, comincio a scrivere verso le dieci del mattino fino all’una, poi riprendo verso le 15,30 fino alle 19 circa. Di solito arrivo a 4-5 mila battute, a meno che non sia una parte molto difficile (per esempio, teorica o strutturalmente decisiva). Importantissimi comunque sono i venti-trenta minuti che passo a letto prima di alzarmi, quando il controllo cosciente è ancora lasco; è allora che la dose giornaliera mi si chiarisce in testa e qualche frase si forma già.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo sempre a casa mia, sdraiato sul letto a pancia sotto. Ho provato qualche volta a scrivere in posti belli e rilassanti, tipo un albergo panoramico o qualche casa di amici ricchi, ma non mi viene bene: mi sento in prestito.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Faccio lunghi lavori preparatori (letture, registrazioni audio, sopralluoghi), riempio quaderni di appunti; poi me li rileggo sottolineandoli con colori diversi a seconda del capitolo dove suppongo che ogni appunto mi sarà utile. Poi, per ogni capitolo, stendo delle sinopie su grandi fogli protocollo, coi numeri di pagina dei quaderni interessati; alla fine di ogni giornata di lavoro biffo sul foglio protocollo gli appunti che mi sono già serviti. Un po’ laborioso ma mi dà la sicurezza di non lasciare indietro niente di importante. Naturalmente quando il libro comincia a marciare coi suoi piedi sono molte le cose che invento scrivendo, smentendo le scalette preparatorie. Su una cosa in genere confermo le previsioni iniziali, ed è la lunghezza del libro: mi è necessario deciderlo subito per sapere il ‘passo’ della scrittura, cioè la sua metrica.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Non riesco ad andare avanti se le pagine precedenti non mi soddisfano, non metto ‘puntelli’ provvisori. Arrivo così a una prima stesura che mi sembra accettabile ai miei occhi (ma non ancora a occhi estranei). Poi ricorreggo e riscrivo un paio di volte prima di farlo leggere all’editore, e da lì comincia il normale lavoro di editing.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo un libro per volta, non ce la farei a mettere la testa su più cose; ho la superstizione di credere che i personaggi di un libro si offenderebbero se li costringessi a dividere la stanza con altri personaggi che non c’entrano niente con loro. Anche se poi, alla fine, tutti i miei libri sembrano capitoli di un mega-libro unico; ma è meglio che io non me ne renda conto mentre li scrivo.

Carta o computer?

Mentre sto a pancia sotto sul letto ovviamente scrivo su un quaderno, già così mi fa male alla schiena; verso le cinque del pomeriggio mi siedo al computer e ricopio il lavoro della giornata, correggendolo un poco.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Solo spegnere il telefono. Qualche volta ascolto musica o guardo un quadro prima di cominciare. Mai musica durante la scrittura, per carità. Altre manie sono troppo imbarazzanti per parlarne in pubblico.

Come hai esordito?

Ho esordito mandando a Einaudi un romanzo manoscritto di seicento pagine a cui avevo lavorato per dodici anni. Dopo un mese Paolo Fossati mi telefonò per dirmi che gli piaceva; dopo circa un altro mese ho saputo che l’avrebbero pubblicato.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Da allora, ho imparato a metterci un po’ meno tempo: sono più consapevole di quel che posso o non posso fare, davanti a quali ostacoli devo fermarmi e girarci intorno. Mi sembra che la mia prima stesura di oggi corrisponda a quella che allora era la terza o la quarta. Scrivo meno su di me e uso più controfigure; la vecchiaia è maestra di sotterfugi.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

All’inizio, certamente Proust (per la struttura) e Dostojevskij (per i dialoghi). Ma anche Flaubert (per lo stile) e Balzac (per la follia). Molto più i classici che i contemporanei. Tra i contemporanei, forse Houellebecq e Easton Ellis. Adesso forse Carrère. Sempre i poeti, da Leopardi a Baudelaire, dalla Dickinson a Pessoa, e Montale e Penna e Saba e Yeats e Sereni e Caproni e Fortini.

“Esisti” online?

Ho un ‘profilo’ Facebook, credo si dica così. Ma mi limito a leggere ogni tanto quel che postano gli amici; non oso scriverci niente perché ho paura di pentirmene già il giorno dopo. Capisco lentamente e non mi piacciono le scritture deperibili.

~

[24 – continua; le precedenti interviste: Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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I vivi e i morti: la ripetizione e il frammento https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-vivi-e-i-morti-la-ripetizione-e-il-frammento/#comments Fri, 06 Apr 2018 08:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36821 I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che […]

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I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che lascerebbero subito dedurre un viaggio agli inferi del misticismo agreste e arso del Sud d’Italia.

Una fuga da quei luoghi dimenticati da Dio, e ancora abitati dall’uomo ricordati sempre e solo attraverso millenarie superstizioni e atroci privazioni, unici veri respiri possibili di un eterno fatto di ferite e terra bruciata.

Andrea Gentile declama una negazione per frammenti, ricostruendo in questo modo lo spazio fuggito tra un’istantanea e un’altra. Nega in sostanza un’origine per poterne non tanto liberarsene, ma per costruirne l’interpretazione muovendo la propria scrittura tra gli esergo di Omero, Béla Tarr e Franz Kafka. Uno sfaldarsi continuo sostenuto da un impianto solido, quello della sparizione, in cui le ombre divengono nel vuoto il cuore di un discorso dettato da accadimenti singolari e al tempo stesso occasionali. La ripetizione e l’accadimento vanno così interpretati come movimenti temporali sì causali, ma in sempre sostanziali e necessari alla storia.

I vivi e i morti non racconta né il vero né il falso e rifuggendo dal gioco banale e usurato della verosimiglianza, accetta la sfida di un discorso scollegato dagli uomini eppure totalmente immerso nei fatti naturali. Una sorta di doppia coscienza attraverso la quale Andrea Gentile matura un movimento ambizioso di racconto che non contempla alcuna visione prospettica, come in un vecchio teatro di carta. Dentro a I vivi e i morti tutto è schiacciato in primo piano, ma al tempo stesso tutto è tridimensionale e vivido, compito dello scrittore scultore è dare la luce al momento giusto.

I vivi e i morti oltre che un romanzo totale è anche infatti una dichiarazione su come il romanzo contemporaneo non possa essere, ma sia costretto ad essere e debba dunque esistere quale oggetto assoluto e realmente materico. Tuttavia si rischia di fraintendere il lavoro letterario di Andrea Gentile se lo si legge con lo sguardo antropologico che l’ambientazione apocalittica di Masserie di Cristo e di Monte Capraro potrebbero indurre. Certamente esiste un retroterra che respira del lavoro e delle intuizioni di Ernesto De Martino e di Roberto Leydi, di Giuseppe Cocchiara e di Alberto Mario Cirese, ma l’azione di letteraria elaborata da Andrea Gentile va rintracciata partendo dal suo penultimo lavoro, Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli) che solo apparentemente pare un’estraneo all’interno di un percorso che vedrebbe un sicuro collegamento tra I vivi e i morti e l’esordio (in verità linguisticamente e concettualmente lontanissimo) L’impero familiare delle tenebre future (Il saggiatore).

Volevo tutto segnava infatti il salto di un autore che attraverso l’accettazione di una contemporaneità incontenibile sa recuperare il passato e i suoi movimenti all’interno di una continua mobilità evitando con cura le facili riduzioni consolatorie e anche lasciando per strada le ambizioni letterarie oggi quasi sempre imitative e mai capaci di un afflato originale.

L’incontentabilità si trasforma ora nella disperata forma del frammento che riluce quale elemento archeologico di una storia millenaria inutile da raccontare, perché non già nota, ma perché già potente nelle sue possibili rifrazioni. I vivi e i morti agisce allora sulla negazione come strofinamento della realtà percepita, diffida appunto dei sensi per ricercare ostinatamente un senso nonostante l’inquietante e terribile possibilità che proprio al senso, al significato ricercato con così tanta fatica non si appartenga più.

Un romanzo efficace, dentro al quale le intuizioni si fanno subito vivide, un testo in cui la scrittura non si concede mai ad un banale saggismo o peggio ancora ad un superficiale citazionismo di maniera, ma anzi capace di rilanciare sempre con inquieta leggerezza e rapida ironia.

Un romanzo ricchissimo e godibile, teatro di luci e di umbratili presagi che ricordano a tratti l’enigmatico e ridente cinismo di alcune pellicole di Ingmar Bergman. I vivi e i morti agisce sul nulla, sul dimenticato, sull’essere stato, su un passato che è puro scivoloso presente. Un lavoro letterario prezioso ed originale che non contempla facili paragoni, ma prova una volta tanto ad aggiungere la propria voce senza doverla mischiare nel coro.

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Discorsi sul metodo – 21: Mathias Énard https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-21-mathias-enard/#comments Mon, 02 Oct 2017 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35143 Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte […]

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mathias

Mathias Énard è nato a Niort nel 1972. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Bussola (E/O 2016)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Sei ore, dalla mattina presto. Se posso comincio verso le sei e vado avanti fino alle dodici, a volte anche le tredici. Se non ci sono problemi particolari faccio diverse pagine, senza preoccuparmi troppo del numero esatto. Al pomeriggio, poi, le revisiono.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa, e se sono in viaggio mi organizzo una stanza. Devo scrivere comunque e sempre nello stesso luogo: devo creare una stanza specifica dove tengo tutti i materiali e si forma l’impronta del libro. Come detto scrivo sempre al mattino.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Sì, faccio moltissimi schemi, disegni, dossier, prima di cominciare. E ricerca, ovviamente, visto il tipo di romanzi che scrivo. Prima di tutto in realtà ci sono le ricerche, anche se poi, quando scrivi, ci sono momenti in cui ti rendi conto che ti mancano dati che non avevi previsto e allora devi ripartire per raccoglierli. Ma a parte queste evenienze, una volta raccolto tutto ciò che mi occorre per il libro mi immergo in modo totalizzante. In effetti passo diversi mesi senza uscire dalla stanza in cui lavoro.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

In genere ci sono dalle tre alle cinque riletture, e quindi riscritture, della stessa pagina. Come detto scrivo di mattina e il pomeriggio torno a leggere quello che ho scritto, modificandolo. Poi quando ho finito il capitolo torno all’inizio e lo rileggo per intero, effettuando ulteriori modifiche. E poi faccio la stessa cosa, di nuovo, col libro, altre due tre volte.

Scrivi più libri in contemporanea?

Non è mai capitato, si potrebbe, magari lo farò, non vedo ostacoli particolari, ma per ora non mi è mai capitato.

Carta o computer?

Direttamente al computer.photo-1449770133-447716

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Nessuno, se non quella cosa della stanza e l’organizzarmi per avere molte ore libere davanti.

Come hai esordito?

È stato molto difficile, non conoscevo nessuno in ambito editoriale. Avevo vissuto dieci anni tra Siria e Iran e alla fine mi ero sistemato a Barcellona, ma in Francia non avevo contatti di alcun tipo. Quindi non sapevo bene cosa fare o a chi rivolgermi. Ragionandoci su, mi venne in mente la casa editrice Actes Sud, che mi piaceva molto da lettore, e che pubblicava autori arabi contemporanei. Quella che ho scritto, mi sono detto, è comunque una storia araba, quindi magari a loro può interessare. Gli ho scritto e mi hanno detto di inviare, aggiungendo che se non avrei ricevuto risposte dopo tre mesi il libro era da considerarsi rifiutato. Per paura che non venisse neanche letto ho cercato di mettere un nome sulla busta contenente il manoscritto, ho trovato quello che credevo essere il nome di un editor, ma mi sono sbagliato e ho mandato all’ufficio diritti. Un errore che però si è rivelato fortunato: dato che costui non riceveva mai manoscritti, si è incuriosito, lo ha letto e lo ha passato al direttore editoriale. Era iel 2002, il libro è quello che è poi uscito in Francia col titolo La Perfection du tir.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Il metodo in sé non è cambiato molto. È sempre un processo lungo, difficile e faticoso. Quello che è cambiato è lo scrittore: sono molto più tranquillo e sicuro dei miei mezzi, quindi lavoro con meno ansia e con una certa consapevolezza del fatto che prima o poi da tutto quel lavorare uscirà qualcosa di compiuto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Roberto Bolaño: è stato questo quando ho letto I detective selvaggi che mi sono detto: io voglio scrivere, e voglio scrivere così. 
Non che prima non scrivessi: ma erano testi accademici o articoli. Ma mi ero stancato, volevo più libertà. La fiction me la poteva dare e quel romanzo mi ha indicato la direzione.

“Esisti” online?

Sono su Facebook ma giusto per dire due cazzate, niente di importante o che riguardi in modo rilevante il mio lavoro letterario.

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[21 – continua; le precedenti interviste: Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/ https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/#comments Mon, 30 Jan 2017 14:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33456 È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

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È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

Il libro è molto compatto tematicamente, formalmente e stilisticamente: come hai lavorato? Sapevi da subito che tutti quei racconti sarebbero stati destinati a una raccolta unitaria o i primi sono nati in modo più sparso? Come hai stabilito, poi, l’ordine dei racconti nel libro finito?

Avevo un bel po’ di materiale che ancora non aveva trovato un indirizzo preciso, sapevo solo che era buono. Ho cominciato a lavorare da lì, una volta stabilito il filo conduttore degli scrittori immaginari. E poi ti dico una cosa che manderà in estasi gli appassionati di novelle, racconti e short stories. Tra questo materiale c’erano anche un paio di romanzi, che non ho esitato a smembrare. Cioè ti rendi conto? Sono l’unico scrittore al mondo che invece di allungare racconti per ottenere dei romanzi, taglia dei romanzi per fare dei racconti.

Cosa hai provato nel farlo? Ti sei sentito restituito al ruolo di “raccontista” e quindi è stato liberatorio, oppure hai sofferto e mediti di riprenderli in mano un giorno?

Dei romanzi fatti a pezzi non ho nessun rimpianto: funzionano molto meglio i racconti che ne ho tratto. Sai cos’è? Uno scrittore di racconti si pone sempre il problema della noia, sto lucaricciannoiando o no?, mentre le scritture più lunghe, con ampie variazioni narrative, suddivise in corposi capitoli, con digressioni e sottotrame, diciamo che hanno nel loro statuto un certo grado di noia, cioè la noia diventa quasi obbligatoria, e persino funzionale al raggiungimento dello scopo narrativo (se non proprio del risultato estetico). Poi, certo, la scrittura è come il maiale, non si butta via niente. Non è detto che dai brandelli avanzati di quei romanzi non nasca qualche altro racconto.

Nonostante tutti i personaggi dei suoi racconti siano scrittori, I difetti fondamentali finisce per rappresentare molto bene l’Italia di oggi: c’entrerà proprio la famosa storia secondo cui tutti gli italiani sotto sotto scriverebbero?

“Quanto è attuale il romanzo che ho scritto?” sembrano chiedersi costantemente molti di noi. Mentre una domanda fondamentale, rovesciando i termini del discorso, potrebbe essere: “Quanto è inattuale?”. Il potere delle storie, di qualunque storia, non può infatti prescindere da un certo grado di trascendenza e universalità. È valido cioè nella misura in cui disintegra la realtà, più che tentare di ricostruirla con puntigliose ricostruzioni storiche. Un libro di narrativa non può non essere attuale nella misura in cui nessuno di noi scriventi può fuoriuscire dal periodo storico che gli è toccato in sorte. Un altrove storico dal quale scrivere opere fuori dal tempo non esiste, perciò perché preoccuparsi di voler essere contemporanei a tutti i costi?

Del ”problema” dell’editoria italiana con la forma breve mi è capitato di scrivere, anche con le tue opinioni, allora apriamo il discorso: cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che vuole dedicarsi solo ai racconti?

munroL’unica cosa che paga in ambito letterario – e credo in tutto il resto – è la perseveranza, tenendo però ben presente che gli scrittori di racconti non costituiscono una setta. Pochissimi sono gli specialisti puri, così su due piedi mi vengono in mente Poe, Čechov e Munro. C’è poi una seconda categoria spuria di scrittori di racconti che hanno voluto scrivere anche qualche romanzo, e qui penso a Maupassant, Kafka e Buzzati. Infine c’è la categoria (affollata) degli scrittori che hanno saputo eccellere in ambedue i campi, Melville, Verga, Murakami. Direi così: diffido degli scrittori che non hanno saputo scrivere almeno un racconto memorabile.

Nella tradizione anglosassone il racconto è sempre stato rispettato anche perché ha sempre avuto palchi a grande diffusione: penso al New Yorker, a cui ti rifai anche per il titolo di un tuo corso di scrittura breve, all’Atlantic o alla Paris Review, ma anche al fatto che riviste più generaliste, come GQ o addirittura Playboy, ospitavano e ospitano racconti. In Italia sarebbe possibile secondo te avviare un discorso di questo genere?

La scuola può giocare un ruolo fondamentale nell’educazione al racconto, anche se il fatto che sia una modalità un po’ clandestina, da leggere sottobanco, continua a piacermi ancora di più. Però al liceo sperimentale che ho frequentato io, tra le materie opzionali c’era uno splendido corso sul «racconto fantastico», e credo che abbia avuto su di me un influsso importante. Il racconto non è figlio di un Dio minore, e qualche nuova rivista adesso prova a dirlo con forza. Penso a The FLR ad esempio, diretta dal mai domo Alessandro Raveggi, che presenta scrittori italiani con traduzione inglese a fianco, per aprirsi a quei mercati e quegli scenari che sul racconto hanno un’educazione migliore della nostra.

Uno dei racconti più divertenti del libro è ambientato allo Strega, un premio che non smette di stuzzicare l’immaginario dei nostri scrittori, penso a I pappagalli di Filippo Bologna, a un racconto come Vita e opere di Enzo Siciliano di Gregorio Magini, allo stesso romanzo-memoir La polveriera di Stefano Petrocchi… Credo sarebbe troppo facile attribuire ciò al solo fatto che il premio è molto ambito dagli scrittori, ci devono essere anche delle ragioni di costume: sbaglio?morante3_MGTHUMB-INTERNA

Proprio perché I difetti fondamentali non è un libro di satira su certo milieu artistico romano e italiano – Vade retro Satana –, ho dedicato al costume solo “Lo stregato”, anche perché onestamente sarebbe stato impossibile nel caso del Premio Strega disgiungere la narrazione dal suo rituale divinamente mondano e cafone, intellettuale e bestiale, metafisico e viscerale. Più in generale il costume non c’entra per niente, e il set è sempre funzionale allo scrittore in primo piano, che viene come ritagliato con un paio di forbicine letteraria in modo che possa distaccarsi nettamente dallo sfondo. Ecco cos’è (anche) I difetti fondamentali: il tentativo di restituire un poco d’importanza, di preminenza, perfino di autorialità agli autori.

In un racconto come “L’invidioso”, però, inquadri, e con precisione, sia un universale – il rapporto tra scrittori e mercato – sia uno specifico italiano-e-contemporaneo, anzi due, speculari: il complesso dei giallisti di successo nei confronti degli autori “letterari” (che sfocia non di rado in tentativi “alti” che di solito non funzionano) e il complesso – tutto economico – degli autori letterari nei confronti dei giallisti di successo (che pure a volte sfocia in commissari ben scritti ma poco convinti, sovente altrettanto poco funzionanti dei tentativi dei primi)…
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Sì, hai saputo inquadrarlo perfettamente, dentro “L’invidioso” c’è anche una battaglia tra intrattenimento e letteratura, una situazione che si è creata proprio a causa della cultura bestsellerista che ha suddiviso e parcellizzato le storie in generi merceologici ancora prima che letterari: se pensi ai thriller, ai chick-lit o agli young-adult, non ti vengono in mente questioni formali o estetiche, ma solo target di riferimento. A proposito dello scontro odierno tra intrattenimento e letteratura mi viene sempre in mente quell’aforisma di Flaiano (che dentro al libro viene ampiamente celebrato): “Oggi anche il cretino è specializzato”. Nel senso che tutta la grande letteratura è sempre stata anche un intrattenimento formidabile: basta leggere Ionesco ad alta voce per rendersene conto.

Mai statoAdamo_Basettoni tentato di inventarti uno sbirro?

Anche in questo caso siamo morti di specializzazione. La letteratura è sempre stata un thriller (l’incredibile e incalzante interrogatorio poliziesco dell’Edipo Re…), del resto la parola storia significa ricerca, indagine. L’egemonia del giallo è interessante da un punto di vista sociale e, direi, antropologico, per il resto sogno un giallo definitivo (gore-splatter) in cui tutti questi commissari fatti con lo stampino – inflessione dialettale italianizzata per essere comprensibile e fare simpatia, vita privata tormentata e qualche sottoposto mascotte o cagacazzi – si uccidono tra di loro.

Mentre leggevo quel racconto mi sono venute in mente le librerie francesi, che poche righe dopo hai puntualmente citato, dove una delle certezze è che lo spazio nobile e più ampio è sempre dedicato alla literary fiction, mentre le cose più commerciali se ne stanno ben in fondo. Non credi che se, oggi, in Italia, i libri migliori difficilmente finiscono in classifica a meno di vincere o classificarsi nei premi più importanti, c’entri anche un decadimento della struttura di vendita?

C’entra soprattutto il decadimento della struttura di vendita e l’intera filiera editoriale. Lo dico senza tema di smentita. Oggi in Italia ci sono autori interessanti, libri belli, narrazioni meritorie. Penso a Giorgio Falco, Vitaliano Trevisan, Laura Pugno, Francesco Permuniam, Andrea Tarabbia, Rossella Milone… Se questa gente non va in classifica è colpa della filiera. Qualcuno dovrebbe perdere il posto con ignominia. Invece restano tutti al loro posto, di anno in anno.

Mi pare che dai tuoi racconti emerga una descrizione dell’Italia che è efficace proprio perché inattuale, ma che appartiene certamente al nostro secondo Novecento – e lo dico dal punto di vista letterario. Quali sono i tuoi riferimenti in questo senso?vila matas

Facendo un libro che parla di scrittori – cosa che per l’appunto genererà una serie infinita di fraintendimenti – non ho voluto fare l’elogio dei giochi meta-letterari, del citazionismo, di tutto quello che ha reso il postmoderno insopportabile nel giro di un paio di decenni. Insomma mentre scrivevo avevo un’unica preoccupazione, cioè non diventare un altro Enrique Vila-Matas. Non m’interessava scrivere un libro che romanticamente elogiava altri libri. M’interessava parlare di scrittori, sì, ma attingendo alla mia forza creativa primordiale, e a quasi null’altro. Ogni scrittore ha il diritto e il dovere di ricreare il mondo dal principio.

C’è almeno un racconto che ha – almeno – un sapore postmoderno, “L’eccitato”. Lo uso come punto di partenza per una domanda: in quanto raccontista, possibile non ti sia mai venuta voglia di scrivere un racconto alla Barthelme (o alla Barth)? o uno alla Borges (o alla Cortázar)?

Non proprio, e per il motivo che ho appena detto sopra. Io ho avuto dei modelli e perfino dei maestri, ma scrivendo oltre a omaggiarli ho sempre voluto anche ucciderli. È una cosa che bisogna cominciare daccapo ogni volta che si scrive un nuovo libro, omaggiarli e ucciderli, è proprio un doppio movimento, una sorta di numero di M10814equilibrismo. Per questo ti dico che no, non voglio scrivere racconti alla. Alcuni scrittori li ho amati e letti più di altri – Poe, Maupassant, Verga, Buzzati, Carver – ma cerco di scrivere i miei racconti.

Durante un incontro al Pisa Book Festival con altri scrittori toscani hai detto due cose interessanti: che noi autori toscani tendiamo a essere cani sciolti, e che sei uno “scrittore da camera”, intendendo con ciò non solo la tua predilezione per la forma breve ma anche per le ambientazioni in interni. Mi pare che tutto ciò si confermi anche in questo libro, ma dimmi tu.

Dire che la toscana è rimasta il Granducato di Toscana, con tante Città-Stato che si fanno la guerra tra loro, è quasi un’ovvietà: ma negli ultimi tempi ho cominciato a prendere questa nostra inclinazione alla sempiterna belligeranza come un pregio e non più come un difetto. Nel bene e nel male gli scrittori toscani sono più liberi e disgraziati (disgraziati perché liberi) degli scrittori di altre regioni, che a volte mi sembrano proprio rinchiudersi in clan. Per quanto riguarda la mia poetica del “chiuso”, viene ribadita molto chiaramente ne I difetti fondamentali. In un racconto come “L’affittacamere” – la storia di un aspirante scrittore che si ritrova come affittuario Andrew Wylie,  l’agente letterario più importante del pianeta – la casa viene designata come tomba dei ricordi nella quale spesso ci tumuliamo da vivi.
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Un’altra cosa che dicesti era che non ti sentivi per niente uno scrittore pisano, e in effetti Pisa non si vede nei tuoi lavori, sebbene la si possa forse intravvedere in certi rimandi all’ambiente universitario. Anzi a guardar bene, nei Difetti fondamentali di rimandi all’ambiente universitario ce ne sono moltissimi, tanto nel racconto d’apertura, “Il rothiano”, quanto in quello forse più feroce e amaramente divertente, “Il manierista”. Come mai ti è rimasta così tanto addosso l’università?

Uno dei romanzi smembrati di cui ti parlavo prima s’intitolava proprio Gli studenti di Lettere, e naturalmente le varie città senza nome e di provincia che compaiono ne I difetti fondamentali per me hanno tutte le sembianze di Pisa. L’università l’ho vissuta come un evento traumatico, come la prosecuzione angosciosa dell’esperienza liceale, di cui salvo il summenzionato corso opzionale sul «racconto fantastico» e poco altro. Questa angoscia della scuola c’entrerà sicuramente con me, con la mia biografia, e perciò non è molto importante, se non forse per il fatto che mostra chiaramente uno dei motivi per cui si scrive: per superare dei traumi, per cercare di capire quello che ci fa stare male.

Nel “Manierista” non c’è Pisa (la città di partenza potrebbe essere quella ma anche un’altra città universitaria di medie dimensioni abbastanza vicina al mare, che so, Urbino, peraltro citata altrove nel libro), ma c’è Roma, una Roma vista e rappresentata con precisione, e che fa capolino anche in altri racconti: sarà mica che ti senti uno scrittore romano?

Nessuno scrittore italiano non può non sentirsi uno scrittore romano o milanese, nel senso che storicamente il flusso migratorio del letterato è sempre stato dalla provincia alla grande città, con tutto quelle che ne è conseguito circa Grandi Speranze & Illusioni Perdute. Nel libro, spazialmente, compaiano tanti set quante sono le esigenze narrative dei singoli racconti, cioè i luoghi sono funzionali alla storia (e mai il contrario), anche molto di maniera, ma in buona sostanza tracciano appunto questo grande, sempiterno movimento: la forza centripeta esercitata dalle uniche due specie di metropoli dello Stivale.

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Cerco editore per non scrivere – Un’intervista a Aldo Busi https://minimaetmoralia.it/editoria/cerco-editore-per-non-scrivere-unintervista-a-aldo-busi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/cerco-editore-per-non-scrivere-unintervista-a-aldo-busi/#comments Tue, 28 Jan 2014 09:28:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17968 Ringraziamo La Lettura del Corriere della Sera per averci consentito di mettere on line quest'intervista di Cristina Taglietti a Aldo Busi uscita domenica 26 gennaio.

Segnaliamo anche con piacere il sito internet Altriabusi, curato da un gruppo di lettori di Aldo Busi allo scopo di divulgarne l'opera.

La casa di Aldo Busi a Montichiari è a ridosso di un vecchio mulino. È un’antica costruzione del Seicento su tre piani. Fuori l’intonaco è color glicine, dentro il rosa e il bianco dei muri incorniciano opere di artisti contemporanei che lo scrittore ha scelto per le copertine dei suoi libri. «Questa casa è tabù, scannatoio sessuale non lo è mai stata neppure vent’anni fa, qui io scrivo… scrivevo… e basta, non ci viene nessuno e nessuno può entrarci, a parte un mio amico d’infanzia che conosco da quando avevamo 8 anni. Bellissimo e selvaggio, nella vita ha fatto marchette, il mantenuto di anziane prostitute, il carcerato, da ex drogato è sieropositivo da un quarto di secolo, ed è sopravvissuto persino a Berlusconi. Proprio ieri è venuto a dirmi che ha un cancro con la leggerezza con cui mi avrebbe comunicato che gli è spuntato il primo prezzemolo nel vaso in terrazza.

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Ringraziamo La Lettura del Corriere della Sera per averci consentito di mettere on line quest’intervista di Cristina Taglietti a Aldo Busi uscita domenica 26 gennaio.

Segnaliamo anche con piacere il sito internet Altriabusi, curato da un gruppo di lettori di Aldo Busi allo scopo di divulgarne l’opera.

La casa di Aldo Busi a Montichiari è a ridosso di un vecchio mulino. È un’antica costruzione del Seicento su tre piani. Fuori l’intonaco è color glicine, dentro il rosa e il bianco dei muri incorniciano opere di artisti contemporanei che lo scrittore ha scelto per le copertine dei suoi libri. «Questa casa è tabù, scannatoio sessuale non lo è mai stata neppure vent’anni fa, qui io scrivo… scrivevo… e basta, non ci viene nessuno e nessuno può entrarci, a parte un mio amico d’infanzia che conosco da quando avevamo 8 anni. Bellissimo e selvaggio, nella vita ha fatto marchette, il mantenuto di anziane prostitute, il carcerato, da ex drogato è sieropositivo da un quarto di secolo, ed è sopravvissuto persino a Berlusconi. Proprio ieri è venuto a dirmi che ha un cancro con la leggerezza con cui mi avrebbe comunicato che gli è spuntato il primo prezzemolo nel vaso in terrazza. Morirò prima io, lo sento, e sono felice per lui, ha talmente più voglia di vivere di me. E poi qui viene il fisioterapista, un signore perbene, discreto, onesto, una sfinge dal mutismo intelligente, mi rimette in sesto, mai letta una riga mia, s’è salvato. Ogni tanto prendo quattro faraone, gli butto in culo un ripieno con 25 elementi che mi porta via tutta la mattina per cucinarlo: amaretto, cacao, marmellata di mele cotogne, pinoli e la mandorla della pesca con quella punta di arsenico che dà un sapore unico, poi vado a distribuirle qui e là. Proprio come l’io narrante de El especialista de Barcelona. Stanotte ho fatto tre vaschette di lasagne, con il sugo di tre ore di cottura, la besciamella con la noce moscata, ne ho data una anche al fisioterapista, per fine settimana gli darò il baccalà alla vicentina. Io ci ho fatto colazione, con le lasagne. Buonissime». 

Sul bordo di alcune tele in cucina e sullo sportello del frigo ci sono foto di persone care, ma un patto cui è stato obbligato se non voleva perderle stabilisce che non ne parlerà mai più in alcun modo. «Infine, è l’unico compromesso della mia vita, ed è recente: fino a dieci anni fa avrei scelto di perderle».

Il 31 dicembre è scaduto il contratto decennale di Busi con la Mondadori, il che significa che da un mese un catalogo di circa 40 libri è sul mercato. Rizzoli ne ha acquisiti otto, tra cui Seminario sulla gioventù che ad aprile compie trent’anni, ma, dice Busi, «l’Adelphi l’ha rimosso, non ne ha mai più parlato, si vede che non ne sono mai stati veramente all’altezza, e all’estero gliel’ho venduto io, non loro. Fare questo contrattino con la Rizzoli è stata una fatica: nove mesi ci sono voluti. C’è un burocratismo, una lentezza esasperante. Io capisco che stare dietro a me non è facile perché ho una capacità di azione-reazione sincronica, non eguagliabile. Devi chiedere subito, con la massima chiarezza, le cose che normalmente si dicono dopo per falso pudore: costi, percentuali, condizione dei pagamenti, promozioni, spese. D’altronde io ho sempre avuto rapporti pessimi con tutti gli editori, anche con Bompiani, Feltrinelli. Lì, con entrambi gli editori, è difficile parlare, non vengono mai al telefono, le segretarie mi dicevano sempre: è fuori. Ma come? Ci sono i cellulari dappertutto, c’è la posta elettronica. Ancora ancora m’avessero detto, guardi, è fuori di testa… Così la traduzione di Alice nel Paese delle meraviglie l’ho tolta a Feltrinelli e data a Rizzoli. Guardi, è così bella che mi spiace per gli inglesi costretti a leggerla in originale. Mi è stato offerto proprio in questi giorni di tradurre I promessi sposi, ho declinato, tanto non avevano i soldi per coprire due anni e mezzo del mio lavoro».

Il rapporto con Segrate è finito in una sorta di indifferenza reciproca: «Un giorno, poco prima della scadenza, quando mi lamentavo che i miei romanzi non si trovavano in libreria, Antonio Riccardi mi disse: insomma, te lo dico fuori dai denti, gli italiani non vogliono i tuoi libri. Mai mi è stato fatto un complimento più grande e meritato. Ancora adesso una definizione per quello che scrivo è, purtroppo per il Paese, “spiazzante”. Avrei ormai diritto al minimo sindacale in omologazione, invece niente».

Ricorda che quando firmò il contratto decennale per i titoli pregressi con Mondadori ricevette un’offerta economica da un altro editore: «Mi dava in 5 anni quello che loro mi davano in 10. Io per correttezza non ho accettato. E mi sono molto pentito, non hanno promosso i miei libri, non hanno fatto nulla. Sono stati puntualissimi nei pagamenti, ma non ho mai trovato un corrispondente intellettuale al mio livello. La verità è che io sono fuori dai loro schemi. Non c’è un progetto culturale, nessuno degli editor attuali partecipa alla dialettica politica e civile sul Paese, ovviamente anche dovuto al fatto che la proprietà è di Berlusconi. D’altronde quando la Mondadori non riesce a far proprio El especialista de Barcelona significa che è proprio morta stamperia».

Dal contratto con Rizzoli, Busi ha fatto togliere la clausola di manleva che solleva l’editore dalle conseguenze patrimoniali che potrebbero derivare dai contenuti del libro: «È una cosa che fanno tutti gli editori, ma lo scrittore che la accetta è perché scrittore non è o perché, comunque, non gli si presenterà mai questa possibilità. Non io, perché io devo rispondere all’umanità passata, presente e futura di ogni parola che scrivo e devo avere l’editore che ne risponde con me. Altrimenti vado dal tipografo di Montichiari: allora sì, poveretto, lo sollevo da ogni grana eventuale».

Libertà di dire, libertà di scrivere. Busi la rivendica come strumento fondante dell’essere scrittore e quale scopo della sua vita: «La libertà per uno scrittore è come la pialla per il falegname. Io la intendo anche come libertà da me, dalla mia ideologia, dai miei estri, dalla parte indicibile… ma non per me… di ognuno di noi. Quello che ho scritto di me, nei libri, è, in termini di cattiveria e di diffamazione in senso corrente, infinitamente superiore a quello che chiunque altro può mai sognarsi di dire. Perché io racconto anche le fantasie censurate, la zavorra dei sogni, il logorio della psiche senza oggetto a sé esterno, snido quello che attraversa la mente prima di farsi parola ufficiale. E questo non lo fa nessuno: perché lì c’è l’inferno, e io volevo banalizzarlo superandone i limiti». Ma libertà per Busi è anche poter dire quello che vuole: «È libertà di denunciare e per farlo non devi essere ricattabile. Per non essere ricattabile devi fare di te stesso un esempio civile. Nonostante le calunnie di tanti fanatici, come quelli che scrivono sul web “Busi pedofilo infame”, io sono assolutamente mondo, sono un mondo pressoché immacolato, nessuno può dire niente di me. Non è che ne vada particolarmente fiero perché sull’altro piatto della bilancia c’è il peso, o la leggerezza, e quindi l’inconsistenza sociale, di aver fatto la mia vita da solo perché la strada che ho fatto io è difficilmente praticabile con qualcun altro al fianco o per qualcun altro tout court. Sono un modello insormontabile e questo mi ha creato “solitarietà”, non solitudine. Questa casa sarebbe piena di psicopatici marchettoni di entrambi i generi, cioè di comuni italiani, se io fossi quello che chiunque pensa debba essere uno scrittore: vanesio, narcisista, egotico, uno che vuole sempre avere un pubblico».

Il suo ultimo libro, E baci, l’ha dato alla Società editoriale il Fatto («nessun editore avrebbe avuto il coraggio di pubblicarlo») insieme a Sentire le donne che proprio in questi giorni sta rivedendo e che uscirà a maggio. Ma Busi non cerca un editore, almeno non per i nuovi romanzi, dal momento che conta di non scrivere più (l’aveva annunciato anche prima de El especialista de Barcelona, più di dieci anni fa). Ma non vuole essere paragonato ad altri grandi scrittori che recentemente hanno dato l’addio al libro. «Philip Roth doveva smettere vent’anni fa. Ha scritto certe ciofeche… Fa parlare le bidelle come se fossero uscite da Harvard». Smette di scrivere perché ha scritto abbastanza: «Ho vissuto tutta la vita con questa ossessione, dodici ore al giorno a scrivere e riscrivere, mai contento di me, sono contento di essermene liberato quanto di averla avuta. Tutto il resto è stato un riempitivo. Potevo essere casto, omosessuale, eterosessuale, marzianosessuale, non contava niente. Pur di scrivere mi sono ridotto a vivere: è una grande verità. Altrimenti che racconti? Anche se la scrittura non è la sublimazione di niente. Certo, la mia è stata una vita ratée, mancata. Sul piano esistenziale non ho avuto relazioni, non ho avuto amori, non ho avuto neanche sesso, se ci rifletto, perché è stata una cosa mia, fra me e me. Piacendomi gli uomini, per trovarne uno che appagasse la mia estetica in fatto di virilità, ho dovuto ripiegare su me stesso, e non ho mai smesso di piacermi. Quando mi prendeva capriccio di un’orgia cambiavo mano».

Nessun rimpianto per non aver avuto figli: «È uno dei più certi risultati della mia vita. Ogni tanto ci sono delle matte che mi chiedono lo sperma. E lì vedi il pregiudizio genetico, lombrosiano, criminale. Siccome io rappresento un genio — e lo rappresento perché loro sono delle stupide — partono dal presupposto che da un genio debba nascere un genio, come se poi, tra gli altri accidenti, non si dovesse tener conto anche del loro disgraziato apporto». Però Busi dice di credere un po’ all’ereditarietà. «Mia madre era un genio, analfabeta, ma con una forza primordiale, e mio padre era psichicamente potente, oltre a essere stato un uomo bellissimo. Aveva un fascino maschio d’antan, ma non era un selvatico, anzi, era piuttosto sofisticato nella sua crudeltà mentale, e leggeva parecchi giornali. Avrebbe aspirato a essere un ribelle, però era un vile dentro, come tutti i fascisti diventati democristiani. Qualcosa di furioso, ma molto controllato, da lui è venuto anche a me, ma in me più una forza bruta da domare che da lasciare andare, con la ragione mi sono divertito più intensamente e a lungo».

Lo spiega mentre ci trasferiamo al ristorante Salamensa («assaggiamo questa focaccia con la mortadella, prima, sembra stupendamente antica e irrinunciabile») dove ogni tanto va a presentare i suoi libri («sono venuto anche per E baci e in cambio, a parte un compenso simbolico che è finito tutto al fisco, gli ho imposto di regalare 280 chili di pane alla Caritas, ne abbiamo seicento di stomaci non tanto sazi»). Sul piano dell’educazione Busi riconosce di dovere molto a sua madre. «Sì, perché lei ti diceva no per qualsiasi cosa. Se non avevi guadagnato da mangiare non ti accettava in casa. Da bambino, avrò avuto 7 o 8 anni, mi costringeva ad andare a rubare l’erba per i conigli. C’era una contadina con una frusta lunga, di salice piangente che ti faceva malissimo se ti trovava col sacco in mano. Dai quattro anni mia madre mi dava da ricamare, esattamente come poteva ricamare il Delfino di Francia, una cosa da maschi. Ma io ricamavo per vendere i centri. Pensare a cosa avrebbe fatto lei in certe situazioni mi ha salvato spesso, perché io ho corso tutti i pericoli, ma allora avevo le antenne, sapevo essere temerario e guardingo allo stesso tempo. Adesso le antennine contro la pugnalata alle spalle non le ho più, semmai vado incontro al pericolo perché da vecchio sono molto distratto e non so riconoscerlo, non più perché mi dilettano le situazioni estreme anche in Paesi sudamericani o australiani e gli incontri al buio anche a Lambrate come una volta. Io non ho mai rappresentato un pericolo per nessuno, sono sempre stato amorevole e pacifico erotomane, senza fantasmi cattivi da far sfogare su una vittima ignara o accondiscendente che fosse. Insomma, come amante non sono mai stato un granché, cercavo di ammazzare un po’ di tempo tra un foglio e l’altro».

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Sempre sulla cinquina #2 Gianrico Carofiglio, “Il silenzio dell’onda” https://minimaetmoralia.it/libri/8470/ https://minimaetmoralia.it/libri/8470/#comments Sun, 24 Jun 2012 07:44:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8470 Fa fatica pensare di uno scrittore - che viene considerato uno scrittore tale da poterlo candidare allo Strega e con cui ho rapporti anche amichevoli - che invece sia un non-scrittore, o almeno uno scrittore di non-letteratura. Però poi uno si scontra con il fatto abbastanza incontrovertibile che Il silenzio dell'onda di Gianrico Carofiglio è un libro sostanzialmente brutto, o talmente mal riuscito da essere brutto. Non perché costruito male, o quantomeno non perché costruito così male, ma perché scritto proprio male.

Abbandonato il genere e gli scritti d'occasione (il Contromano Laterza su Bari, il saggio sempre Rizzoli sulla Manomissione delle parole), Carofiglio confeziona un testo superintimista, esiguamente narrativo, che ha l'ambizione di descrivere i grandi cambiamenti dell'anima con molte parole lapidarie e piccoli spostamenti dei corpi, ma che pagina dopo pagina cicca quasi completamente le sue ambizioni letterarie.

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Fa fatica pensare di uno scrittore – che viene considerato uno scrittore tale da poterlo candidare allo Strega e con cui ho rapporti anche amichevoli – che invece sia un non-scrittore, o almeno uno scrittore di non-letteratura. Però poi uno si scontra con il fatto abbastanza incontrovertibile che Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio è un libro sostanzialmente brutto, o talmente mal riuscito da essere brutto. Non perché costruito male, o quantomeno non perché costruito così male, ma perché scritto proprio male.

Abbandonato il genere e gli scritti d’occasione (il Contromano Laterza su Bari, il saggio sempre Rizzoli sulla Manomissione delle parole), Carofiglio confeziona un testo superintimista, esiguamente narrativo, che ha l’ambizione di descrivere i grandi cambiamenti dell’anima con molte parole lapidarie e piccoli spostamenti dei corpi, ma che pagina dopo pagina cicca quasi completamente le sue ambizioni letterarie.

La struttura del Silenzio dell’onda è quella di una quarantina di microcapitoli, trenta dei quali sono dedicati al tentativo di Roberto, un maresciallo dei carabinieri in malattia, di riprendere possesso della sua vita scombiccherata dopo che – ci viene detto – a un certo punto qualcosa è andato storto. Traumi, buchi neri. Ora lo vediamo spingersi faticosamente per una Roma alienata, ancorato agli psicofarmaci che prende e alle due sedute settimanali dall’analista in uno studio che diventa da subito la scena dove si svolge gran parte della (non) azione. I restanti dieci capitoli sono pagine semidiaristiche di un ragazzino, Giacomo, di cui all’inizio non sappiamo che c’entri con la storia di Roberto, e che, buono e sagace come pochi, è turbato per quello che sta succedendo a scuola sua da una parte, a sé dall’altra: una ragazza è importunata da certi brutti ceffi suoi coetanei, lui un po’ si sta innamorando di questa ragazza. Gli altri personaggi sono appunto lo psicanalista (il Dottore), una paziente del Dottore (Emma), che Roberto conosce per caso (immaginate come… esatto, a lei non parte la macchina e lui l’aiuta) e di cui fatalmente s’invaghisce un po’, e – chiamiamolo così – il Passato. Il Passato, ovvero la lunga oscura storia dolorosa che ha ridotto Roberto e Emma come due reduci, che parlano come se avessero in bocca degli oroscopi.

Se prendiamo questi come elementi, l’intreccio c’è; minimo ma c’è. Tutti gli stereotipi della nostra società depressiva sono rispettati: poliziotti buoni che si sono dovuti comportare male, donne che non volevano ma hanno tradito il marito, ragazzini senza educazione che si ritrovano a filmare le compagne nude… Quello che manca è tutto il resto di cui uno vorrebbe conto quando compra un libro.

Ossia? Dialoghi scritti diversamente da questo, per esempio:

“Non ho molto tempo ma forse per un aperitivo ce la farei. Dovremmo vederci dalle mie parti”.
“Certo. Tu mi dici quali sono le tue parti e io ci vengo”.
“Io sto a via Panisperna. Potremmo vederci a Santa Maria dei Monti, c’è un bar con i tavolini all’aperto… oggi fa quasi caldo, magari possiamo stare fuori”.
Roberto non rispose. Santa Maria dei Monti era a non più di duecento metri da casa sua.
“Ehi, sei ancora lì?”
“No, cioè sì, scusa mi era passata una cosa per la testa – mi capita – e mi sono distratto. Santa Maria va benissimo, conosco il bar. A che ora ci vediamo?”
“Magari sei lontano ed è un problema arrivare fino a Monti, ma io non posso allontanarmi, mi dispiace”.
“Monti non è proprio un problema per me. Facciamo alle otto?”
“Sì, alle otto va bene”, e poi, dopo una breve esitazione: “Scusami…”
“Sì?”
“Ti avverto che sto per fare una figuraccia, ma io non ascolto mai i nomi quando faccio la conoscenza di qualcuno…”
“Neanch’io”.
“…e non ho sentito il tuo. Scusami”.
“Roberto”.
“Roberto. Anche tu, però. Potresti scriverlo il nome vicino al numero di telefono. Così mi avresti risparmiato l’imbarazzo di chiedertelo”
“Hai ragione, colpa mia. Stasera ti declino le mie generalità complete e ti lascio anche una fotocopia del documento, per ogni evenienza”.
Risata.
“Buona idea, così controllo se sei veramente un carabiniere. Allora, a stasera”.
“Alle otto”.

Vorrebbe una Roma diversa da una fotocopia di una cartolina, come quella che viene delineata in una scena-clou in un cui Roberto si fa portare in giro da un autista simpatico da cui si fa raccontare un aneddoto su Vacanze romane, un altro su C’eravamo tanto amati; e diversa dalla Roma nemmeno cartolinizzata ma circoscritta a dieci isolati tra Piazza Fiume e Largo Argentina, dove c’è la libreria dove Roberto va a comprare per la prima volta in vita sua un libro.

Già, c’è anche tutta questo parlare di arte & letteratura tra il carabiniere in congedo Roberto e l’ex-attrice Emma come se stessero addentrandosi dentro un Arcano, mentre tutto quello che li lega finisce inesorabilmente nella previdibilità. (A partire dal cd che si scambiano all’inizio, I’m a bird now di Antony and the Jonhsons, che fa pensare all’inizio a un altro libro – decisamente più bello sull’amore adulto – ossia Covacich, Prima di sparire, dove i protagonisti anche loro all’inizio vanno al concerto di Antony and the Johnson insieme) per passare ai discorsi su Shakespeare, sulle serie tv, messi in pagina in un modo che sembrano appuntati dopo essere stati origliati dai vicini di aperitivo. Allo stesso modo anche Giacomo è l’adolescente che esattamente ti aspetti: un ragazzo “adolescentizzato” secondo canoni di quasi-ovvietà, sensibile e solitario, anche lui con un’idea feticcio della letteratura:

Leggere è probabilmente la cosa che mi piace di più, e se vengo proprio costretto a rispondere alla domanda su cosa vorrei fare da grande, dico che voglio fare lo scrittore. Anzi, a dire le verità, mi piacerebbe farlo anche prima di diventare grande. Il mio modello è Christopher Paolini: lui ha cominciato a scrivere il suo primo romanzo – che ho letto due volte – a quindici anni.

E poi ci sono le onde del Pacifico dove surfare e la California, luoghi dell’anima per Roberto che c’ha passato una gioventù incantata e che vengono rievocati e descritti come un calco di pagine di Don Winslow. Didascaleggiando, istituendo una metafora talmente elementare che quando uno arriva al finale, se lo potrebbe scrivere da sé tanto è atteso.

Insomma, la prevedibilità del Silenzio dell’onda sembra dovuta alla capacità di Carofiglio di creare un soggetto abbastanza funzionante alla tessitura di una trama standard, fictionesca senza supportarla con un’altrettale capacità di invenzione e costruzione dei personaggi, che vivono in una condizione molto contemporanea: quella della vittima. Vittime del destino, vittime di sé, questi protagonisti loro malgrado si trovano sempre dalla parte del bene, agiscono perché costretti dalla situazione, dal proprio carattere, dalla banalità della loro funzione narrativa.

E allora l’impressione che si ha è che questo sbilanciamento, questa “questione morale” intrinseca, che il narratore Carofiglio deve mettere in scena è quella che tocca agli scrittori che hanno anche un ruolo anche politico. (Carofiglio è un magistrato in congedo, ora parlamentare del Pd). Ossia un pudore che costa caro a chi scrive: quello di non poter attraversare il male se non per arrivare a stigmatizzarlo. Per dire: se Roberto è un personaggio che di se stesso dice di avere una doppia personalità, vediamo che però il suo lato oscuro finisce per esprimersi in una scenata fatta allo psicanalista, in una scaltra presa per il culo di un criminale, in un grande peccato di cui si è macchiato ma in fondo non per colpa sua. La domanda è: Roberto poteva essere anche uno stronzo? Poteva avere in sé qualche piccola perversione? Poteva godere dell’essere un bugiardo (ha lavorato per anni come infiltrato) e non trovarla una condizione obbligata e subita? Poteva contenere in sé veramente un’ambiguità? E domande simili ce le si può fare sugli altri personaggi. Emma, il Dottore, Giacomo… È come se non potessero essere altro che così, in fondo buoni, magari imbrigliati nelle loro paure, di crescere, di concedersi una possibilità, ma sostanzialmente buoni. Dall’altra parte ci sono i criminali: gli spacciatori che Roberto arresta e i brutti adolescenti che Giacomo conosce. Il mondo limpido e manicheo. Come, forse giustamente, quello di una persona che fa il magistrato o il politico.

Dopo aver faticato moltissimo a finire un cosiddetto romanzo che si legge in un paio di pomeriggi – non è un complimento -, viene da chiedersi perché il gruppo Rizzoli abbia deciso di candidare questo libro così debole, mentre quest’anno aveva pubblicato libri molto più interessanti tipo Resistere non serve a niente di Walter Siti, La cospirazione delle colombe di Vincenzo Latronico, Più in alto del mare di Francesca Melandri, Ivan il terribile di Alcìde Pierantozzi…
Certo, vero è che già l’anno scorso, con Storia della mia gente, un libro altrettanto debole e ancor più wannabe edificante di un scrittore talentuoso come Edoardo Nesi – che aveva deciso di punto in bianco di mettere da parte la sua qualità letteraria quasi unica in Italia, quella di mimesi nei confronti del mondo della borghesia riccastra, cafona, arrivista, intrallazzona, velleitaria (leggete lo splendido Figli delle stelle e il notevole L’eta dell’oro) per ingaggiare il ruolo dell’intellettuale engagé pontificante – aveva sbaragliato la concorrenza.
Forse la verità è che alle volte sembra che oggi molti lettori non siano interessati a conoscere la natura umana, ma la sua versione ridotta: sociologica, scolastica, da happy hour.

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