Roan Johnson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roan-johnson/ un blog di approfondimento culturale Mon, 24 Oct 2016 12:52:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Roan Johnson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roan-johnson/ 32 32 Fino a qui tutto bene. Intervista a Roan Johnson https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-roan-johnson/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-roan-johnson/#respond Mon, 24 Oct 2016 12:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32582 Piuma, in concorso all'ultimo Festival di Venezia, è uscito nelle sale il 20 ottobre ed è il terzo lungometraggio di Roan Johnson, dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene. Quest'ultimo ha vinto il premio del pubblico alla nona edizione della Festa del Cinema di Roma.

Io: Ho trovato che Piuma sia il tuo film più maturo, però forse è ovvio che ogni film sia più maturo del precedente.

Roan Johnson: Di solito sì, anche se sarebbe bello fare i film più maturi quando si è vecchi!

Io: In effetti avrebbe un senso. A ogni modo, dal punto di vista contenutistico e di immagini ho visto in Piuma grandi affinità col cinema indie statunitense – non sarò certo il primo che te lo dice. Eppure ho trovato anche una forte italianità. Penso che sia questo uno dei suoi punti di forza, l'essere italiano ma anche internazionale. Un po' come te, no?

Roan Johnson: (Ride) Guarda, per me è sempre molto difficile vedere le mie diverse anime da un punto di vista consapevole, analitico. Cioè, come e quanto si è intrecciato il fatto che mio padre fosse inglese e io sono nato a Londra e ci ho vissuto per un periodo – non all'inizio ma a metà della mia vita – e quanto invece il fatto di essere cresciuto a Pisa, poi c'è mia madre che è materana... quindi il mix culturale è variegato ed è difficile da scindere in te stesso e nelle cose che fai. Non faccio mai operazioni dicendo: “Io voglio fare un film alla maniera di...”

L'articolo Fino a qui tutto bene. Intervista a Roan Johnson proviene da Minima et Moralia.

]]>
piuma

Piuma, in concorso all’ultimo Festival di Venezia, è uscito nelle sale il 20 ottobre ed è il terzo lungometraggio di Roan Johnson, dopo I primi della lista e Fino a qui tutto bene. Quest’ultimo ha vinto il premio del pubblico alla nona edizione della Festa del Cinema di Roma.

Io: Ho trovato che Piuma sia il tuo film più maturo, però forse è ovvio che ogni film sia più maturo del precedente.

Roan Johnson: Di solito sì, anche se sarebbe bello fare i film più maturi quando si è vecchi!

Io: In effetti avrebbe un senso. A ogni modo, dal punto di vista contenutistico e di immagini ho visto in Piuma grandi affinità col cinema indie statunitense – non sarò certo il primo che te lo dice. Eppure ho trovato anche una forte italianità. Penso che sia questo uno dei suoi punti di forza, l’essere italiano ma anche internazionale. Un po’ come te, no?

Roan Johnson: (Ride) Guarda, per me è sempre molto difficile vedere le mie diverse anime da un punto di vista consapevole, analitico. Cioè, come e quanto si è intrecciato il fatto che mio padre fosse inglese e io sono nato a Londra e ci ho vissuto per un periodo – non all’inizio ma a metà della mia vita – e quanto invece il fatto di essere cresciuto a Pisa, poi c’è mia madre che è materana… quindi il mix culturale è variegato ed è difficile da scindere in te stesso e nelle cose che fai. Non faccio mai operazioni dicendo: “Io voglio fare un film alla maniera di…”

Tendenzialmente, il mio modo è di dire: “Ok, io ho questa storia che voglio raccontare, qual è il modo non migliore, ma il più giusto per raccontarla?”

Ti faccio un esempio. A volte ti portano a vedere una location bellissima, molto più bella di un’altra, che però potrebbe essere meno giusta, quindi devi rinunciare a quella bellezza per scegliere la via più giusta. Quando abbiamo iniziato a scrivere Piuma, io avevo due film alle spalle, poi avevo fatto l’esperienza dei delitti del BarLume in TV, perciò arrivavo con una consapevolezza e una sicurezza maggiore rispetto ai mezzi e ai modi con cui uno racconta le storie.  Soprattutto nei Primi della lista, sono stato molto a pensare che era il mio primo film. Mi chiedevo come lo dovessi girare, se dovessi farlo più postmoderno o alla Trainspotting o alla C’eravamo tanto amati, oppure più semplice. Questi ragionamenti continuano ad esserci anche oggi, ma a un certo punto tu hai un modo personale di dire le cose, e segui quello stile. Poi certo, ho delle radici nella commedia all’italiana e mi piacciono molto certe commedie indipendenti americane e inglesi.

Io: Mi è sembrato che rispetto ai tuoi film precedenti, ti sia permesso di lavorare più sulle immagini e di cercare anche qualche scena a effetto. Mi viene in mente ad esempio la scena in cui i due protagonisti nuotano sulla città. È dipeso dal fatto che il film avesse un budget più alto, oppure ti fidavi maggiormente di te stesso?

Roan Johnson: Be’, qui bisogna fare una distinzione. Fino a qui tutto bene era un film con un budget molto basso, quindi anche se avessi voluto fare certi voli pindarici, semplicemente non avrei potuto farli. In Piuma invece c’è stato un momento in cui ho pensato che l’immagine di loro che nuotano sulla città sarebbe stata bella da inserire, e sono andato avanti. Mi piaceva avere dei momenti un po’ più forti, un po’ più onirici, che si distaccassero dalla realtà. È stata strutturata come un’idea cosciente.

Io: Queste immagini così suggestive, però, al di là della qualità del film, sono quelle che lo spettatore si porta dietro. Alla mia ragazza è scesa la lacrimuccia proprio durante la nuotata sui palazzi.

Roan Johnson: Sì, è vero, anche se la nuotata sui palazzi è uno di quei momenti che divide lo spettatore. Per alcuni era uno scalino troppo forte, perché lì è l’autore che decide di farli volare sulla città. Ad alcuni invece piace tantissimo, ma una minoranza – e questo va detto – lo trova un po’ forzato. Io mi sono sentito di rischiare, perché mi sembrava una cosa sorprendente in quel momento del film. Il protagonista, poco più avanti, dice che la bambina dovrebbe avere un nome magico che la faccia volare sopra questo casino che è il mondo. E in pratica è quello che lo spettatore ha appena visto.

Io: Com’è stato lavorare con due attori così giovani?

Roan Johnson: Più fai i film, più capisci le cose, e io ho capito che devo lavorare con attori molto bravi. Si deve creare una sorta di scambio fra il regista e gli attori. Avrei un po’ paura di lavorare con un personaggio molto bravo, magari un fuoriclasse, ma che ti dice: “No, io la vedo così, ed è così e basta”. Voglio qualcuno che mi chieda: “Allora, come l’hai pensata, come la vogliamo fare?”

Questo tipo di attori così bravi, ma anche così propensi al dialogo, non sono mai facili da trovare, ma è ancora più difficile trovarli se hai bisogno di diciottenni.

A un certo punto avevo perso la speranza. Ero andato da Carlo Degli Esposti e gli avevo detto che forse dovevamo alzare l’età dei protagonisti. L’alternativa era prendere dei ventiquattrenni e fingere che fossero dei diciottenni. Non riuscivo a trovare degli attori così giovani che riuscissero a scandagliare tutto un ventaglio di emozioni che in Piuma vanno dalla scena più ridicola a quella più intensa e drammatica. Questo perché a diciotto anni non si è ancora attori. In Piuma i protagonisti dovevano parlare sempre, avere un ritmo comico. Non è uno di quei film in cui l’attore ha dieci o quindici battute e magari punta più sullo sguardo. Mi servivano degli Attori con la A maiuscola. Forse non è un caso che entrambi i protagonisti avessero già fatto delle esperienze nel cinema, anche se molto addietro. Lei era la bambina di Caos Calmo e lui ha recitato in Pecora nera di Celestini. Inoltre, soprattutto Luigi Fedele, è un grande esperto di cinema. Ha fatto dei corti da regista, e questo gli dà una consapevolezza del mezzo che non trovi da nessun’altra parte.

Io: Invece com’è stato presentare il film al Festival di Venezia?

Roan Johnson: Eh, è stata una bella montagna russa. Ovviamente, è stata una gratificazione enorme essere selezionati in concorso.

Io: Ve lo aspettavate?

Roan Johnson: Assolutamente no. Con Sky eravamo rimasti che saremmo andati al Giffoni, perché volevamo uscire la prima settimana di settembre. Poi c’è stata la possibilità di andare a Venezia, ma pensavamo alle sezioni minori. Quando ci hanno preso, io ero stupefatto. Finché non è arrivata l’e-mail ufficiale di Barbera, io rimanevo cauto e non ci credevo. Era strano essere in concorso con autori come Malick, Larrain, Kusturica, Ozon, eccetera. Ci siamo anche dovuti confrontare col gruppetto di tre o quattro critici che erano scandalizzati da Piuma in concorso, perché si sa, Venezia è così. C’è già di per sé molta diffidenza verso il cinema italiano in generale, figuriamoci con le commedie. È molto raro che una commedia vada in concorso. Noi oltretutto nel cast non avevamo nemmeno Elio Germano, Toni Servillo o Laura Morante, capisci?

Io: Perché secondo te non si riesce a fare a meno di questo snobismo, perlomeno in Italia, perlomeno a Venezia?

Roan Johnson: Il Festival di Venezia secondo me ha un suo microcosmo folle. È proprio una questione psicologica. Ci sarebbe quasi da mandargli uno psicoterapeuta. Lo senti, lo percepisci, è qualcosa di non sano. La cosa pazzesca è che mi aspettavo una reazione tiepida, ma alla proiezione c’era tutta la sala che rideva a crepapelle. Quindi c’è anche una sorta di schizofrenia. Una delle battute più belle l’ha fatta Francesco Bruni. Mi ha detto: “Li hai fatti ridere e non te lo perdoneranno mai”.

Quando ho saputo che i giornalisti ridevano, ho pensato che col pubblico sarebbe stata una passeggiata, infatti è stato bellissimo.

Io: Immagino che sia stata un’esperienza stressante.

Roan Johnson: Eh sì, il Festival di Venezia è grosso, stai proprio sotto i riflettori. Credo sia stato un bell’esercizio per il rapporto che uno ha coi giudizi altrui. Ci sentiamo molto scrutinati quando uno ti dice che il film fa cacare.

Io: Be’, anche perché a un film tendenzialmente ci si lavora per anni.

Roan Johnson: Sì, a Piuma ci abbiamo lavorato per quattro anni e mezzo. Ma non è solo quello. È anche quello, però tu hai tutta una serie di persone che ha lavorato con te e che tu ami e che vorresti proteggere. A cominciare dagli attori, che insieme al regista sono quelli più esposti. E poi in parte stanno giudicando te, quindi ti può ferire. Ma a volte penso ai politici e penso a quanto sono fortunato a fare questo lavoro. I politici prendono solo palate di merda. Ovviamente chi sta al governo ha le palate di merda decuplicate, ma vale anche per gli altri. I registi non sono nulla a confronto.

Io: Però non trovi che questa cosa sia un trend generale? Che grazie ai social, ad esempio, le palate di merda arrivino a tutti e da tutti i fronti?

Roan Johnson: Sì, assolutamente. Io spero sempre di fare dei film autoironici, perché credo ci sia bisogno di più autoironia. Prendere per il culo se stessi è sempre una cosa minoritaria rispetto a prendere per il culo gli altri, invece è lì che si dovrebbe lavorare. Ad esempio in politica l’autocritica non è possibile, perché nessuno se la può permettere. Poi ci sono anche quelli che proprio non ci arrivano di cervello e pensano davvero di essere nel giusto al 100%. Infatti tendo sempre a costruire dei personaggi dov’è impossibile capire in modo definitivo se abbiano torto o ragione. Bisogna porre delle domande senza dare delle risposte, perché le risposte sono più complesse.

Io: Ok, ora vorrei togliermi una curiosità. Mi sembra che in Piuma vi siate soffermati poco sulla fatica fisica dell’essere in gravidanza. Mi sbaglio?

Roan Johnson: Visto che sono un padre, ti dico la mia esperienza. La prima gravidanza di Ottavia è stata non dico una passeggiata ma quasi. Lei, quando siamo andati all’ospedale, la sera che aveva le contrazioni, diceva: “Che bello essere incinta”. La seconda invece è stata più faticosa. Calcola anche che la protagonista di Piuma ha diciotto anni e Ottavia ne aveva trentaquattro. Non è detto che ci sia questa fatica fisica. Poi, ovviamente, il film ha una sua durata, è come un racconto di quaranta pagine, perciò devi rinunciare a qualcosa.

Io: Abbiamo già parlato di come si inserisce Piuma nel tuo percorso da regista. Come si inserisce invece nel tuo percorso di vita? Tu hai due figli, giusto?

Roan Johnson: Fra un mese arriva il secondo.

Io: Si è creato un parallelismo fra la tua paternità e lo sviluppo del film?

Roan Johnson: Assolutamente. Io e la mia compagna abbiamo iniziato a scrivere questo film cinque anni fa. Poi il produttore doveva badare ai film di Martone, Amelio, Tornatore, eccetera, quindi mi sono dovuto mettere disciplinatamente in fila. Sky è subentrata mentre stavo girando i Delitti del BarLume. Potrebbe sembrare banale ma è vero che io e Ottavia abbiamo esorcizzato la paura di fare dei figli scrivendo Piuma.

Io: Come e quanto avere dei figli ha cambiato la tua visione delle cose?

Roan Johnson: Molto, perché fare un figlio sposta l’attenzione da te a lui e smetti di essere la persona più importante al mondo. Di colpo c’è qualcuno che è più importante di te. Tu passi dal primo al secondo posto al terzo, perché a quel punto diventa importante anche la mamma. Questa è una cosa che riconforma tutto il tuo approccio col mondo. Inoltre, per la prima volta, ti trovi a dover gestire un rapporto che durerà tutta la vita. Nemmeno l’amore e il matrimonio durano tutta la vita. Il figlio invece è lì, è per sempre legato a te. Credo che oggigiorno si diventi adulti solo avendo dei figli.

Io: Non è stressante ritrovarti con un essere umano che ha bisogno di te ogni dieci secondi?

Roan Johnson: Tantissimo, tantissimo, ma questa cosa dei dieci secondi è più della madre. Per il padre è un po’ diverso. Non è proprio ogni dieci secondi ma comunque è per sempre, e nella società odierna non sono molte le cose che durano per sempre. Forse è per questo che fino a cinquant’anni fa fare dei figli era la cosa più naturale del mondo, mentre oggi non lo è.

Io: Ora parliamo un po’ della situazione del cinema italiano. Domanda scontata ma sempre interessante: che consiglio daresti a un ragazzo che vuole provare a lavorare in quest’ambito?

Roan Johnson: È una domanda difficile. Ci sono due strade maestre, una è quella di frequentare le scuole che abbiamo in Italia, come il Centro Sperimentale. L’altra è girare tanto, il più possibile, anche da soli, con gli amici che fanno gli attori. Per il resto è un mix fra determinazione e fortuna. A volte bisogna andare dai produttori al momento giusto.

Io: Quindi è plausibile che un produttore rifiuti un soggetto che gli è piaciuto perché ha già troppi progetti in sviluppo?

Roan Johnson: Sì, può anche essere vero. Però credo che questo, per il cinema italiano, sia il momento migliore da quando ho iniziato a fare questo lavoro, ovvero da quindici anni a questa parte. Si iniziano a fare i generi, commedie che non siano cinepanettoni, c’è una bella apertura. Credo che anche la Rai, in qualche modo, comincerà a svecchiare un po’ e a cambiare modo di lavorare.

Io: Quindi nei prossimi anni inizieremo a raccogliere i frutti di questo bel momento?

Roan Johnson: Sì, credo proprio di sì.

L'articolo Fino a qui tutto bene. Intervista a Roan Johnson proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-roan-johnson/feed/ 0
Raccontare gli universitari senza reticenze: “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson https://minimaetmoralia.it/cinema/fino-a-qui-tutto-bene-roan-johnson/ https://minimaetmoralia.it/cinema/fino-a-qui-tutto-bene-roan-johnson/#comments Sun, 19 Apr 2015 05:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26198 di Valerio Valentini

«Ma devi per forza chiamarlo ultimo? Non ce la fai proprio a dire quinto? Non senti come suona già molto meno angosciante?».

Seduto al tavolino del bar, subisco in silenzio il rimprovero della mia compagna di università. La discussione, rimasta amabile finché si è mantenuta sul vago («Ma perché ti ostini a prendere il caffè senza zucchero?», «Devi assolutamente vedere l’ultimo video dei The Jackal con Malika Ayane»), s’è avariata d’improvviso, non appena ci siamo ritrovati a contare gli esami rimasti prima della tesi. Quando poi, incautamente, le ho chiesto se avesse deciso cosa fare, alla fine dell’ultimo anno, lei ha tirato indietro la testa, stizzita, s’è calata gli occhiali da sole sul viso. Ed è sbottata.

L'articolo Raccontare gli universitari senza reticenze: “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson proviene da Minima et Moralia.

]]>
02-fino-a-qui-tutto-bene

di Valerio Valentini

«Ma devi per forza chiamarlo ultimo? Non ce la fai proprio a dire quinto? Non senti come suona già molto meno angosciante?».

Seduto al tavolino del bar, subisco in silenzio il rimprovero della mia compagna di università. La discussione, rimasta amabile finché si è mantenuta sul vago («Ma perché ti ostini a prendere il caffè senza zucchero?», «Devi assolutamente vedere l’ultimo video dei The Jackal con Malika Ayane»), s’è avariata d’improvviso, non appena ci siamo ritrovati a contare gli esami rimasti prima della tesi. Quando poi, incautamente, le ho chiesto se avesse deciso cosa fare, alla fine dell’ultimo anno, lei ha tirato indietro la testa, stizzita, s’è calata gli occhiali da sole sul viso. Ed è sbottata.

«Piuttosto, che programmi hai per stasera?»

«Pensavo di andare a cinema, a vedere Fino a qui tutto bene»

«Ecco, tanto per non sciropparsi un altro po’ d’angoscia …»

«È una commedia»

«Sì, ma è una commedia sull’angoscia post-laurea. No grazie»

È un peccato che non sia voluta venire a cinema. Perché, ne sono convinto, Fino a qui tutto bene le sarebbe piaciuto. E non perché, in effetti, non fosse un film sull’angoscia post-laurea. L’angoscia c’è, è il basso continuo cha accompagna il racconto degli ultimi, folli giorni di vita universitaria dei cinque protagonisti; eppure, paradossalmente, quell’angoscia resta sul fondo della vicenda, presenza costante ma ignorata, e le poche volte in cui prorompe in primo piano, viene puntualmente aggirata.

Lo ha spiegato, in fondo, anche il regista del film, Roan Johnson, raccontando la genesi dell’opera. Un paio d’anni fa, l’Università di Pisa commissiona a Johnson e alla sua compagna, Ottavia Madeddu, un documentario sull’ateneo: e i due autori, intervistando gli studenti, restano piacevolmente sorpresi dalla loro voglia di riscatto. C’è la crisi, c’è la consapevolezza che trovare un lavoro dopo la laurea, o dopo il dottorato, sarà difficilissimo, ma non per questo si deve rinunciare, affermano gli intervistati, a coltivare le proprie passioni, a nutrire aspirazioni ambiziose. L’uva migliore si intitolava quel documentario, perché, come uno studente di agraria raccontò davanti alla macchina da presa, il vino più pregiato proviene molto spesso proprio dai vigneti che hanno avuto dei problemi, che hanno sofferto. È lì che nasce l’idea di realizzare Fino a qui tutto bene: che è un racconto sul trauma della fine di quel periodo sospeso durante il quale si è studenti universitari, ma è anche la testimonianza, e per certi versi la celebrazione, del coraggio e della perseveranza di tanti giovani laureandi italiani.

E proprio in questo, nell’osmosi tra l’inquietudine e la speranza, tra l’ebbrezza di un presente prolungato fino all’inverosimile, e l’ansia di doversene staccare, che il film trova il suo equilibrio. I dialoghi sono ben scritti e, nonostante i protagonisti parlino tutti tantissimo, mai pesanti; tra i cinque coinquilini, costretti da Johnson a vivere insieme 24 ore su 24 durante le riprese, l’affiatamento è assoluto, e la loro recitazione è, nel complesso, molto buona; azzeccate le musiche, così come la scenografia casalinga; le suggestive panoramiche sul Lungarno e sui tetti di Pisa riescono persino a non sembrare delle cartoline scontate. Ci sono delle scene, poi, davvero bellissime. Il viaggio in macchina sulle note di Morirò d’incidente stradale dei Gatti Mezzi, mentre fuori dal finestrino scorrono, per l’ultima volta, ombre e colori di un panorama divenuto quotidiano, è un’efficace rappresentazione di ciò che è il distacco, l’abbandono di una condizione esistenziale vissuta per qualche stagione come se dovesse essere per sempre.

La telefonata via Skype in cui Ilaria (Silvia D’Amico) confessa ai suoi genitori di essere incinta fotografa con sottigliezza non comune il corto circuito avvenuto tra due culture che sembrano appartenere a ere geologiche diverse, e che invece sono separate da neppure quarant’anni: quella di semplici, piccolissimi imprenditori di provincia, con un italiano stentato e un attaccamento morboso al lavoro e alla famiglia, e quella di una ragazza scapestrata, appassionata di politiche di rimboschimento, che gode nel mostrare una disinibizione sessuale nella quale, in realtà, finisce per annegare. Tutto ciò rende il film estremamente piacevole. Ma, in alcuni suoi aspetti, anche ambiguo.

Verso la metà del film, Cioni (Paolo Cioni), Vincenzo (Alessio Vassallo) e Andrea (Guglielmo Favilla), attraversano mezza Pisa trasportando uno specchio: uno specchio che un loro amico ha deciso di ricomprarsi per 200 euro, e nel quale loro, camminando, non si guardano mai, finché non si siedono per terra, esausti, nell’attesa dell’acquirente che tarda a farsi vivo: solo a quel punto si fermano ad osservare la propria immagine. «Ma sta minchia di torre – domanda Vincenzo durante il tragitto – perché è storta?». E qui parte la spiegazione di Andrea, che offre, forse, la chiave di lettura dell’intero film. «Il punto non è ragionare su perché la torre di Pisa penda adesso, il punto è ragionare su quando si è storta: mentre la costruivano. Nel millecentoequalcosa avevano costruito i primi due cerchi, ma c’è stato un cedimento perché sotto è paludoso: e invece di dire “fermi, s’è fatta ‘na cazzata, non si può innalzare un campanile a Dio storto, che figura si fa …” hanno deciso di perserverà nella cazzata: uno bravo si fermerebbe, un mediocre pure, ma il folle no, va dritto nello sbaglio, persevera nello sbaglio, così tanto che poi arriva al pezzo inimitabile, al genio».

Il film mette immediatamente in guardia dai rischi di questa retorica un po’ renziana della Genialità («Meucci? A genius»): davanti ai tre studenti, nel riflesso dello specchio appare, in sella a una bicicletta, uno strano individuo, con un costume talmente improbabile che nemmeno il Renato Zero dei tempi migliori. Eppure, è proprio attraverso il ricorso a questa retorica – all’idea, cioè, che perseverando nella cazzata si riesca spesso a raggiungere una qualche realizzazione personale – che il film sembra voler risolvere lo scacco esistenziale in cui i protagonisti si ritrovano impantanati alla fine della loro carriera universitaria.

Sembra volere, ho detto, perché in effetti – com’è giusto e naturale che sia – non ci riesce (e questo, temo, sarebbe piaciuto meno alla mia amica angosciata). Dei cinque coinquilini, nessuno ottiene davvero quello che voleva. Vincenzo, che forse è quello messo meno peggio di tutti, trova inaspettatamente nell’Islanda il suo unico, non esaltante ma lo stesso benedetto, futuro di professore di vulcanologia. Francesca fa di tutto per non ammettere l’inconsistenza delle sue velleità d’attrice: ma in realtà, che a Milano possa trovare «un agente» grazie ai suoi «contatti», non ci crede troppo neppure lei. Andrea resta sospeso tra l’idea di scappare in Nepal, per aiutare un amico nella gestione di una fattoria, e quella di tornare  farsi umiliare dalla sua ragazza, Marta (Isabella Ragonese), attrice emergente che ha da poco conosciuto il successo, grazie a una fiction di quart’ordine: anche Andrea ha coltivato il sogno di una carriera nel mondo del teatro, ma è rimasto annichilito dall’idea che l’unico ruolo che potesse davvero interpretare fosse quello del «fidanzato di una che ce l’ha fatta». Ilaria si rassegna a dover tornare dai suoi e allevare un bambino non esattamente desiderato, a meno che, alla fine, non si lasci convincere dal Cioni. Cioni, appunto, il più intimamente legato al gruppo, quello che sembra soffrire, nonostante la sua apparente leggerezza, il distacco nel modo peggiore: attratto da Ilaria (lo si percepisce fin da quanto, con estrema dolcezza, quasi facendolo sembrare un gesto normale, cerca di proteggerla dal fumo della sigaretta di Francesca) e dai suoi capricci, la inviterà a trasferirsi nel rustico della sua casa di Pisa, e crescere lì il bambino che aspetta. E poi c’è – c’era – il sesto coinquilino, la cui assenza pesa in maniera tragica sulla convivenza degli altri cinque: si è suicidato pochi mesi prima di terminare gli studi, simulando un incidente stradale.

Insomma, un naufragio esistenziale collettivo (con la parziale eccezione, come s’è detto, di Vincenzo), reso meno angoscioso, nella narrazione di Johnson, da un lato dall’amicizia che lega i cinque coinquilini, e dall’altro dalla consapevolezza che gli Indimenticabili Anni Dell’Università sono stati un periodo di vita esaltante.

Ma – ed è questa la domanda che il film spinge a porsi – quanto possono valere, davvero, queste consolazioni? È proprio andato tutto bene, fino a qui? Certo, il divertimento, le sbornie, le feste, il sesso, e anche le assurde, stupende abitudini della vita da universitari fuori sede: la «pasta col nulla», le muffe nel frigo, le liti per il bagno condiviso, per i letti condivisi, per gli amori condivisi. Certo. Ma poi? Chi se ne frega del poi, si dirà, intanto godiamoci questo momento. E però l’idea che cinque o dieci anni della propria vita possano essere meravigliosi soltanto se considerati come un periodo da isolare da tutto il resto e mettere in una teca di vetro, be’, è davvero deprimente.

E in fondo un po’ deprimente, almeno a me, è apparsa anche la prospettiva di vita dei cinque coinquilini: i quali accettano, in definitiva, di arrangiarsi. Decisione anche nobile, senza dubbio, ma spesso tragicamente prossima a quella, assai meno nobile, dell’arrendersi. Nel momento in cui le speranze adolescenziali smobilitano di fronte alla scadenza di quella sorta di esenzione dalla realtà che sono gli anni universitari (le scenografie e i costumi della compagnia teatrale “I poveri illusi” finiranno accatastati in un garage), ecco che quelle stesse speranze si rivelano per quello che sono sempre state: nient’altro che aspirazioni sgangherate, arrangiate più con euforia che non con effettiva coscienza. Nulla di male in questo, ovviamente, se non fosse che proprio in quegli abbozzi di progetti si arriva spesso a riporre l’intera aspettativa di una realizzazione personale.

Da una parte, dunque, le assurde logiche dell’università, che intrappolano gli studenti in un gioco a volte esaltante a volte avvilente, ma quasi sempre allucinogeno («Si passavano gli esami, ogni esame che si passava “tutto bene”, la festicciola, cin cin … ma fuori di qui è una tragedia», realizza Vincenzo, il più lucido dei cinque). Dall’altra parte, i vaghi sogni di un’alternativa: sogni frustrati dalla stessa routine universitaria, nell’attesa dell’illuminazione geniale o, più semplicemente, di un provino o una scritturazione. Nel mezzo, parecchi anni della propri vita passati a fare cose che in realtà – ebbrezze varie a parte – non sono le cose che si sarebbe realmente voluto fare.

L’università è senz’altro un periodo straordinario di formazione e di crescita, sia che poi si diventi un luminare di astrofisica o un critico letterario, sia che si decida di fare l’idraulico o il contadino. Ed è anche un modo per aumentare la cultura generale di un Paese, innalzare il livello del dibattito politico, eccetera. Tutto questo, in teoria. In pratica, bisognerebbe forse chiedersi se davvero l’università debba continuare ad esser considerata come l’inevitabile, obbligata scelta di chiunque voglia approfondire certe sue conoscenze, nell’attesa di capire cosa fare nella vita. L’opinione diffusa è quella secondo cui l’università sia un momento di riflessione e di orientamento, in cui trovare la propria strada; eppure a volte è proprio l’università, questo tempio intoccabile delle magnifiche sorti e progressive, che finisce col depistare, col disorientare, persino con l’inaridire.

Dei cinque protagonisti del film, ad esempio, a me sembra che l’unico per cui frequentare l’università abbia avuto un senso sia proprio Vincenzo. E non perché, banalmente, è l’unico che trova il modo di proseguire con successo la sua carriera accademica: ma perché, invece, è l’unico che desiderava fare ciò per cui ha studiato, l’unico che ha investito tutto in quella sua scelta, l’unico che – e non a caso questo gli verrà rimproverato, quasi fosse una colpa, dai suoi coinquilini – ha accettato fino in fondo i sacrifici e le rinunce che una seria esperienza universitaria impone. Andrea, Francesca, il Cioni e Ilaria avrebbero fatto meglio, mi pare, a fare altro: magari proprio una scuola di recitazione (come effettivamente hanno fatto, tra l’altro, e senza prima sentirsi in dovere di prendersi una laurea, gli stessi attori protagonisti del film). Questo non li avrebbe in alcun modo resi persone inferiori rispetto a Vincenzo: soltanto, persone interessate ad altro più che alla ricerca e allo studio tradizionalmente intesi, e forse persone con tempo ed energie maggiori da investire, seriamente, nei loro progetti.

C’è poi, come si diceva, l’altro elemento che induce a pensare che fino a qui sia andato tutto bene: l’amicizia. Ora, i cinque coinquilini sono senz’altro un gruppo affiatato e coeso, in cui tutti si confidano e si aiutano l’un l’altro. Apparentemente. A ben vedere, però, proprio al culmine dell’esaltazione, nei giorni che dovrebbero certificare l’affetto che ha legato i vari protagonisti, questo gruppo implode, come mostrano almeno un paio di scene. Francesca accusa Vincenzo di essere egoista perché, non rifiutando la proposta di lavoro da professore associato in Islanda, vorrebbe implicitamente costringerla a seguirlo «su quell’isoletta del menga», uccidendo così i suoi sogni di gloria; Vincenzo si accorge solo ora che il resto del gruppo si è a lungo divertito, alle sue spalle, in allegre relazioni promiscue che hanno coinvolto anche la sua ragazza (sì, proprio quella per cui lui dovrebbe rinunciare alla carriera accademica); Ilaria continua a non accorgersi dell’interesse che il Cioni nutre per lei, spiattellandogli in faccia le sue prodezze sessuali con riccastri attempati e militari arrapati. Tutti finiscono con l’imputarsi reciprocamente, nell’esplosione di tensioni rimaste silenziate per anni, egoismo e immaturità. Nessuno, infine, tra i cinque superstiti, ha saputo accorgersi della disperazione di uno dei membri del gruppo, dei suoi propositi tremendi di morte.

Tutto ciò significa che, in realtà, l’amicizia tra i protagonisti della storia sia stata soltanto una finzione, un’ipocrisia perpetrata per quieto vivere? No, direi proprio di no. Più semplicemente, anche quell’amicizia è stata coltivata in quella situazione esistenziale effimera, e un po’ illusoria, che è la vita universitaria: com’era un gioco perverso quello rappresentato dal dare esami, contare crediti formativi e pagare tasse, così lo era, per molti aspetti, anche l’organizzare feste selvagge, fare viaggi in macchina rigorosamente tutti insiemi e vagheggiare su quanto «sarebbe bello invecchiare insieme» (ovvero le cose di cui quell’amicizia si è nutrita).

I sentimenti nati durante una convivenza esaltante, non necessariamente resistono alla prova della vita al di fuori delle mura dell’appartamento, al di là dei rituali da universitari: «un giorno anche noi saremo pronti a fotterci a vicenda», osserva, più o meno con queste parole, Vincenzo. E anche qui, emerge di nuovo la silenziosa purezza del Cioni. La scena in cui lui raggiunge Ilaria in terrazza, è dolce e straziante al contempo: laddove lei voleva presentarlo ai suoi genitori come padre putativo fittizio e – come dire? – alquanto transeunte del nascituro, onde evitare di rivelare le sue disavventure sessuali («Io gli dico che c’avevo questo ragazzo tanto bravo, disponibile, poi resto miracolosamente incinta, e lui muore»), il Cioni si propone quale padre adottivo reale («Che si fa, sennò? Ci s’arrende?»).

Da questo punto di vista, Fino a qui tutto bene non può affatto essere considerato un film reticente. Le delusioni e i traumi di cui gli anni universitari sono portatori trovano il loro giusto spazio accanto all’estasi che rende incantata la vita da studenti fuori sede. Manca, nel raccontare questa miscela di gioie e dolori, quel certo cinismo, quella corrosività spietata che rendeva superbe le sceneggiature di Age e Scarpelli. La tradizione della commedia all’italiana sembra esser giunta a Johnson attraverso il filtro di quello che è stato un po’ il mentore del regista pisano, Paolo Virzì: da qui la predilezione per un registro più delicato, per un’accanita ricerca di empatia coi personaggi raccontati. E nonostante questa precisa scelta stilistica (rivendicata, del resto, dallo stesso Johnson), o forse proprio in virtù di tale scelta, Fino a qui tutto bene suggerisce l’idea che molta dell’ebbrezza insita nello status di universitario di oggi sia già, in fondo, un anticipo di disperazione. In quanti, dopo tutto, non ci siamo ubriacati, almeno una volta, brindando coi nostri compagni di corso al futuro di merda che ci aspetta?

L'articolo Raccontare gli universitari senza reticenze: “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/fino-a-qui-tutto-bene-roan-johnson/feed/ 4