Rob Reiner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rob-reiner/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Jun 2016 14:35:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rob Reiner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rob-reiner/ 32 32 “Tutto è ispirazione”, il documentario su Nora Ephron https://minimaetmoralia.it/cinema/tutto-e-ispirazione-il-documentario-su-nora-ephron/ https://minimaetmoralia.it/cinema/tutto-e-ispirazione-il-documentario-su-nora-ephron/#respond Wed, 01 Jun 2016 14:35:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31150 Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo (fonte immagine).

Nella mia fantasia sessuale segreta non vengo mai amata per il mio cervello, ha raccontato Nora Ephron, parlando di sé, di noi, di quello che ci sembra impossibile dire e che invece lei ha detto sempre, negli articoli, nei libri, nei film, alle cene con gli amici. Perché, come ripeteva sempre la madre sceneggiatrice, “Tutto è ispirazione”, everything is copy, che è anche il titolo del documentario Hbo scritto e girato dal figlio Jacob Bernstein sulla madre Nora (in onda su Sky Arte: se avete amato anche soltanto la scena dell’orgasmo di “Harry ti presento Sally”, o l’Empire State Building illuminato di cuori rossi in “Insonnia d’amore”, non perdetelo).

Tutto è ispirazione: i tradimenti di Carl Bernstein (l’amica di Nora, nonché ex fidanzata di Bernstein, intervistata dal figlio Jacob, dice: “Mi stai chiedendo se Carl telefonava alle mie amiche mentre io ero nell’altra stanza? Non me lo ricordo”), la madre alcolizzata, i gatti dell’ex marito da trasformare in criceti, il complesso del seno piccolo, la torta al limone, il collo che invecchia, il dolore. Tutto (tutto quello che ha voluto) tranne la malattia che l’ha uccisa, e che ha nascosto anche agli amici più stretti: loro stessi lo raccontano in questo documentario addolorati, sconvolti, comprensivi.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo (fonte immagine).

Nella mia fantasia sessuale segreta non vengo mai amata per il mio cervello, ha raccontato Nora Ephron, parlando di sé, di noi, di quello che ci sembra impossibile dire e che invece lei ha detto sempre, negli articoli, nei libri, nei film, alle cene con gli amici. Perché, come ripeteva sempre la madre sceneggiatrice, “Tutto è ispirazione”, everything is copy, che è anche il titolo del documentario Hbo scritto e girato dal figlio Jacob Bernstein sulla madre Nora (in onda su Sky Arte: se avete amato anche soltanto la scena dell’orgasmo di “Harry ti presento Sally”, o l’Empire State Building illuminato di cuori rossi in “Insonnia d’amore”, non perdetelo).

Tutto è ispirazione: i tradimenti di Carl Bernstein (l’amica di Nora, nonché ex fidanzata di Bernstein, intervistata dal figlio Jacob, dice: “Mi stai chiedendo se Carl telefonava alle mie amiche mentre io ero nell’altra stanza? Non me lo ricordo”), la madre alcolizzata, i gatti dell’ex marito da trasformare in criceti, il complesso del seno piccolo, la torta al limone, il collo che invecchia, il dolore. Tutto (tutto quello che ha voluto) tranne la malattia che l’ha uccisa, e che ha nascosto anche agli amici più stretti: loro stessi lo raccontano in questo documentario addolorati, sconvolti, comprensivi.

Mike Nichols, Meryl Streep, le sorelle Ephron, Tom Hanks, Rob Reiner, Robert Gottlieb, il suo editore, che accolse Nora in casa a New York quando fuggì da Washington, con due bambini di cui uno neonato, e divorziò da Carl Bernstein (che dialoga con il figlio, davanti alla telecamera, più di trent’anni dopo, e dice cose molto intime e nette, e sembra davvero che stia succedendo qualcosa di bello fra padre e figlio). Nora Ephron divorziò e scrisse “Affari di cuore”, divenne l’eroina della sua vita, come il gatto che durante il salto modifica la traiettoria.

“Everything is Copy” è commovente, divertente e sincero, anche nel far raccontare agli amici i difetti di Nora Ephron: l’ambizione forse eccessiva, la mania del controllo, certe durezze, l’impossibilità di tacere un’opinione. “Come faremo, adesso, senza lei che ci dice quello che dobbiamo fare?”, piangeva Mike Nichols nell’ascensore dell’ospedale. È il ritratto di una comunità di amici, di persone che hanno lavorato insieme per decenni, che si sono amate, hanno litigato, si sono tradite e lasciate e prese in giro, ma non hanno mai smesso di volersi bene e di ammirare il talento. Gli amici invecchiati, che sembrano un film di Nora Ephron, riescono a spiegare come Nora Ephron abbia trasformato l’ambizione in eleganza, e sia stata il punto di riferimento, e anche il terrore, di tutti.

Sapeva sempre dare un consiglio preciso, era interessata sinceramente alle relazioni umane, alle vite delle persone, alle passeggiate nel parco e anche al successo. Doveva arrivare oltre il punto in cui sua madre si era fermata e distrutta. Il successo, l’amore, gli amici, le storie, New York, i figli (gli unici assenti in questo film su Nora Ephron sono il figlio Sam e il marito Nick Pileggi, che ha reso migliore la vita di Nora perché ha accettato che la star fosse lei).

Lei ha raccontato le vite di tutti, compresa la sua, ma il figlio adesso ha raccontato di lei, utilizzando anche tutta l’ispirazione e le parole che lei ha lasciato, ma togliendogliene il controllo. Jacob Bernstein ha riempito gli spazi bianchi con le voci di chi ha amato Nora anche quando diceva, seria: “Posso parlarti un attimo?”, e lì capivi che era finita.

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Il dolore della rimarginazione https://minimaetmoralia.it/libri/ricordami-cosi-bret-anthony-johnston/ https://minimaetmoralia.it/libri/ricordami-cosi-bret-anthony-johnston/#comments Wed, 29 Jul 2015 05:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27935 Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera.

Quello di Bret Anthony Johnston, texano, classe ’71, è – se si esclude il fatto di essere stato skater professionista – il percorso canonico di molti narratori americani dell’immediata contemporaneità: pubblicazione di alcuni racconti su riviste; pubblicazione di una prima raccolta – Corpus Christi, del 2004 – con grande fortuna critica; approdo come insegnante a un master di scrittura creativa (nel suo caso a quello di Harvard, già sotto il magistero di Dennis Lehane) prima ancora di aver scritto il romanzo d’esordio. Romanzo d’esordio dunque piuttosto atteso, che giunge ben dieci anni dopo – negli USA è stato pubblicato nel 2014, mentre da noi esce in questi giorni per Einaudi Stile Libero, nella traduzione di Federica Aceto – nella forma di questo Ricordami così, anch’esso accolto in patria da una salva di elogi. Non delude in effetti le aspettative questo romanzo dedicato al ritorno a casa di un ragazzo dopo un rapimento durato quattro anni, e che appare subito improntato a una programmatica classicità, tanto cinematografica quanto letteraria.

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Questo articolo è uscito sul
Corriere della Sera.

Quello di Bret Anthony Johnston, texano, classe ’71, è – se si esclude il fatto di essere stato skater professionista – il percorso canonico di molti narratori americani dell’immediata contemporaneità: pubblicazione di alcuni racconti su riviste; pubblicazione di una prima raccolta – Corpus Christi, del 2004 – con grande fortuna critica; approdo come insegnante a un master di scrittura creativa (nel suo caso a quello di Harvard, già sotto il magistero di Dennis Lehane) prima ancora di aver scritto il romanzo d’esordio. Romanzo d’esordio dunque piuttosto atteso, che giunge ben dieci anni dopo – negli USA è stato pubblicato nel 2014, mentre da noi esce in questi giorni per Einaudi Stile Libero, nella traduzione di Federica Aceto – nella forma di questo Ricordami così, anch’esso accolto in patria da una salva di elogi. Non delude in effetti le aspettative questo romanzo dedicato al ritorno a casa di un ragazzo dopo un rapimento durato quattro anni, e che appare subito improntato a una programmatica classicità, tanto cinematografica quanto letteraria. 6140895_418845

Le prime atmosfere che vengono alla mente sono infatti quelle del Mystic River di Clint Eastwood (tratto peraltro proprio da un romanzo di Lehane, La morte non dimentica) o dello Stand by me di Rob Reiner (adattamento del racconto The Body di Stephen King). La narrazione si apre con una panoramica tipicamente hollywoodiana sullo Harbor Bridge della città texana di Corpus Christi, e con il più archetipico tra gli eventi che vi si possono inserire: il ritrovamento di un corpo. Poi un secondo inizio, una nuova panoramica sul territorio immediatamente interno e con essa l’evocazione dell’America dei grandi spazi ma solo per andare rapidamente a stringere sull’altra America, quella delle famiglie e delle villette suburbane.

Una ben nota vignetta di Saturday Morning Breakfast Cereal definiva il Texas ‘l’America dell’America’, ed è questo il mondo in cui Johnston, senza mai eccedere nei toni e con pieno controllo di uno stile limpido, che si colloca a metà tra il thriller per il mercato di massa e la literary fiction, reca il lettore: l’America della famiglia Campbell, dei genitori Eric e Laura, segnati fino alla disfunzionalità dalla scomparsa del primogenito; del nonno Cecil, tosto e armato; dell’altro figlio, il quattordicenne Griff, che patisce la compassione dei compagni – è passato da essere il fratello minore del Justin fortissimo sullo skate a essere il fratello minore del Justin scomparso, forse morto –; e anche di Justin medesimo. Perché l’operazione attuata da Johnston ha una struttura opposta rispetto ad altre apparentemente simili: ben presto al lettore viene rivelato che il corpo ritrovato sotto al ponte non è quello del ragazzo scomparso, e Ricordami così assume la sua vera fisionomia: non una storia di trauma e lutto, ma quella di una complessa rimarginazione.

Il romanzo, di fatto, si apre con un lieto fine: Justin viene ritrovato, è in buona salute, torna alla famiglia. Leggendo tra le righe si potrebbe inferire che, essendo la famiglia americana già esplosa e decostruita (e tale esplosione già eccellentemente narrata fin dai tempi di Pastorale Americana di Roth, con buona pace del Franzen di Libertà), Johnston valuta più interessante analizzare, e raccontare – sia pure con un taglio e un registro deliberatamente più bassi – un tentativo di ricostruzione. Il ragazzo perduto è sano e salvo. Comm1e2ae305-87e2-4ed2-b8bb-271d6fe6c31b.1.6ozione, festa, conferenze stampa, ‘un giorno storico per il Texas meridionale’. Ma una famiglia che si era riassestata, sia pure in modo disarmonico, intorno a quel vuoto, è in grado di riaccogliere il figlio già perduto? Justin era stato rapito a undici anni: adesso ne ha quasi sedici. Torna ai suoi familiari più fragile e al tempo stesso più maturo. Più adulto ma anche custode di traumi impossibili da riferire.

Il fratello minore Griffin ha difficoltà a rapportarsi con un fratello che gli si mostra non più ‘maggiore’ nel suo non saper più andare bene sullo skate, ma infinitamente tale – drammaticamente e distortamente saggio – nel modo di leggere il mondo che ha acquisito negli anni di prigionia. Il tempo passato e il male fatto sono irredimibili, e l’amore salva solo quando non gli si chiede di fare miracoli, pare suggerire Johnston, costruendo attraverso la dettagliata analisi dei meccanismi dell’attesa, della colpa e dell’appartenenza familiare, e tramite un lavoro sui personaggi che ha nei dialoghi icastici e fortemente aderenti al contesto il proprio punto di forza, un melodramma di ampio respiro, tanto ben posizionato nella suburbia e nell’aria distorta dal calore del Texas del Golfo da sembrare già pronto per il cinema.

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