Robert Crumb Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robert-crumb/ un blog di approfondimento culturale Sun, 10 Mar 2019 07:41:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Robert Crumb Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robert-crumb/ 32 32 Venticinque anni senza Bukowski https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/charles-bukowski/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/charles-bukowski/#comments Sun, 10 Mar 2019 06:57:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19230 Il 9 marzo 1994 moriva Charles Bukowski. Lo ricordiamo la prefazione di Christian Raimo a Birra, fagioli, crackers e sigarette, il secondo volume dell'epistolario di Bukowski uscito per minimum fax nel 2001.

Il rapporto di Bukowski con la letteratura è quello di un autoctono. Il suo talento è così esageratamente e fastidiosamente esplosivo, naturale, che il suo percorso si sviluppa per certi versi all’opposto delle usuali parabole biografiche degli scrittori. Bu­kowski non sembra essere “arrivato” alla letteratura, ma essercisi “trovato”. La sua posizione quindi rispetto a tutto quello che è la scena letteraria è la stessa di un figlio ribelle ed ergo rinnegato (quanti ancora storcono il naso quando si parla di Bukowski come di un grande scrittore...), capace di svelarci quali sono le dinamiche famigliari, come funzionano sia i comportamenti di facciata che le beghe interne, sia la “sovrastruttura” della letteratura (editoria, industria culturale, eccetera) che la “struttura” (i meccanismi della narrazione, della poesia, eccetera). Perché è vero che, nonostante (o proprio per mezzo di) questa apparente a-letterarietà di Bukowski, noi nei suoi libri arriviamo a interrogarci (e risponderci) in molti modi su questioni del tipo “che cos’è che trasforma un testo scritto in un testo letterario?” E se è naturale che siano proprio quelle pagine originariamente non destinate alla pubblicazione, come i diari e le lettere degli scrittori, a fornire il campione migliore per analizzare il tessuto del testo, il caso di Bukowski può rivelarsi ancora più esemplare proprio per l’assoluta trasparenza, la sfacciataggine con cui il vecchio Hank sa gettarsi tra le braccia del lettore. La domanda di partenza insomma è questa: un brano di un diario o una lettera privata di uno scrittore è semplicemente una interessante testimonianza scritta (vai al punto 2) o può essere anche letteratura (vai al punto 5)?

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bukowski

Il 9 marzo 1994 moriva Charles Bukowski. Lo ricordiamo la prefazione di Christian Raimo a Birra, fagioli, crackers e sigarette, il secondo volume dell’epistolario di Bukowski uscito per minimum fax nel 2001.

Una lunga lettera d’amore al lettore

È la mia ossessione dare alle cose forma d’Arte, è l’unica religione, l’unica animalesca boccata d’aria che rimane. Purifica la merda, la spiega; ti fa dormire la notte, alla fine.

a Joanna Bull, 1° luglio 1973

punto 1

Il rapporto di Bukowski con la letteratura è quello di un autoctono. Il suo talento è così esageratamente e fastidiosamente esplosivo, naturale, che il suo percorso si sviluppa per certi versi all’opposto delle usuali parabole biografiche degli scrittori. Bu­kowski non sembra essere “arrivato” alla letteratura, ma essercisi “trovato”. La sua posizione quindi rispetto a tutto quello che è la scena letteraria è la stessa di un figlio ribelle ed ergo rinnegato (quanti ancora storcono il naso quando si parla di Bukowski come di un grande scrittore…), capace di svelarci quali sono le dinamiche famigliari, come funzionano sia i comportamenti di facciata che le beghe interne, sia la “sovrastruttura” della letteratura (editoria, industria culturale, eccetera) che la “struttura” (i meccanismi della narrazione, della poesia, eccetera). Perché è vero che, nonostante (o proprio per mezzo di) questa apparente a-letterarietà di Bukowski, noi nei suoi libri arriviamo a interrogarci (e risponderci) in molti modi su questioni del tipo “che cos’è che trasforma un testo scritto in un testo letterario?” E se è naturale che siano proprio quelle pagine originariamente non destinate alla pubblicazione, come i diari e le lettere degli scrittori, a fornire il campione migliore per analizzare il tessuto del testo, il caso di Bukowski può rivelarsi ancora più esemplare proprio per l’assoluta trasparenza, la sfacciataggine con cui il vecchio Hank sa gettarsi tra le braccia del lettore. La domanda di partenza insomma è questa: un brano di un diario o una lettera privata di uno scrittore è semplicemente una interessante testimonianza scritta (vai al punto 2) o può essere anche letteratura (vai al punto 5)?

punto 2

Bukowski è l’esatto contrario dello scrittore da scoprire. È lo scrittore scoperto, anzi. La bibliografia dei libri con il suo nome in copertina comprende un centinaio di titoli, il che vuol dire che di quello che ha scritto Bukowski si è pubblicato (e tradotto) tutto. Racconti tirati fuori dal cestino, poesie scritte sulla tovaglietta di un bar, le lettere, i biglietti agli amici, i disegnini fatti al telefono. Bukowski è uno scrittore che è stato raccontato da decine di biografie, testimonianze, interviste. E la ragione sta certo nel fatto che Bukowski è uno scrittore molto amato (il che significa ovviamente molto venduto), ma soprattutto che è uno scrittore che sembra aver completamente eliminato quei confini che separano, per dirla con Eco, autore empirico/narratore/personaggio. Nei suoi romanzi, nei suoi racconti, nelle sue poesie, Bu­kowski parla in maniera esplosiva, attraverso di sé, di ciò che conosce (o che vorrebbe conoscere) meglio: se stesso, il mondo che lui è. Con un unico criterio di valore: un’intensa sincerità. (Di questa asintotica identità tra arte e vita fa, ad esempio, le spese la sua seconda moglie che si ritrova ad avere a che fare con un marito alcolizzato e scontroso, e non con un sobrio letterato che pensava si atteggiasse soltanto a maudit.)

Queste lettere di Bukowski non scoprono insomma nessun aspetto sorprendente della sua personalità, ma servono a rivelarci con ancora meno filtri l’autore empirico/narratore/personaggio che conoscevamo. Chi è, come è fatto Bukowski? È un poeta che assorbe, vive, scandaglia, tutte le contraddizioni che la sua posizione sociale, economica, storica gli presenta (non una posizione privilegiata rispetto ad altre, ma appunto l’unica che conosce, la sua)? (vai al punto 3) oppure è un personaggio odioso, misogino se non misantropo, privo di prospettive esistenziali e ideali, che dilapida il suo talento per ottenere i soldi per andare a puttane e alle corse dei cavalli? (vai al punto 6)?

punto 3

Bukowski è una figura (se non la figura) di margine. Ferocemente critico nei confronti del suo tempo, si è trasformato negli anni in un personaggio centrale della cultura, non solo americana, diventando perfino un eroe del grande schermo in Barfly, film dell’84 il cui protagonista (Chinaski, ispirato a Bukowski) aveva la faccia dell’attore del momento, Mickey Rourke. Questo successo, questo riconoscimento internazionale non ha intaccato però in nessun modo, a dispetto delle accuse di manierismo rivoltegli da molti critici negli ultimi anni, il radicalismo delle sue scelte poetiche, e soprattutto (è questo che ora ci interessa) delle sue posizioni politiche. Se si spulciano i suoi libri, e ancora di più le sue lettere, si vedrà che dal momento in cui ricomincia la sua vita sociale, cioè dalla metà degli anni Sessanta in poi, Bukowski prende continuamente posizione su questo o quel tema sociale, conosce personalità tra le più significative della controcultura contemporanea (dai beat, a Robert Crumb, a Larry Flynt…), ma nulla sembra scalfire neanche minimamente il suo atteggiamento di totale disimpegno: Bukowski è un individualista, arrabbiato con tutti e con nessuno, abbastanza indifferente a quello che accade più lontano dei suoi piedi, vagamente qualunquista. Un atteggiamento, questo, che ha dato adito anche ad appropriazioni indebite da parte della cultura destrorsa, che ne ha ritagliato a suo uso e consumo le pose maschiliste, le provocazioni su Hitler, le simpatie per scrittori in odore di fascismo come Céline o Hamsun.

Una ricezione simile, mi veniva in mente, così distorta, è toccata in Italia a Pasolini, il poeta della contraddizione par excellance. E la figura di Pasolini può tornare utile proprio per capire come collocare quella di Bukowski. Entrambi sono personaggi che vivono una sorta di autoesilio nel proprio paese, che manifestano a ogni respiro il disagio per il moralismo idiota della borghesia che li circonda, e che anche a causa di un elemento biografico di irriducibilità sociale (per Pasolini è l’omosessualità e la pederastia, per Bu­kowski la dipendenza dall’alcol) hanno continuato a dare scandalo. La consapevolezza comune a entrambi è quella di far parte di una società (dell’industria culturale, dello spettacolo, de consommation, secondo la definizione che preferite) che sembra «eliminare inesorabilmente ogni possibilità di negativo in quanto tale, per ripristinare invece il luogo di una resistenza e di una pratica di opposizione, o anche semplicemente di una “critica” all’interno del sistema, come sua semplice inversione».[1] Questa concezione di “sistema totale”, di “pensiero unico” della società contemporanea riduce le scelte di resistenza a gesti anarchici. Quali possono essere allora questi gesti? In che senso l’anarchismo di Bukowski assume le forme dell’anticonformismo (vai al punto 4)? della critica politica (vai al punto 7)? dell’avanguardia letteraria (vai al punto 9)?

punto 4

Bukowski è uno scrittore iconoclasta, ma a differenza di altri scrittori iconoclasti, Bukowski è uno scrittore la cui iconoclastia non risparmia nulla, e quindi neanche la scrittura. («Non voglio fare quello che tratta la scrittura come qualcosa di sacro; di sacro non c’è niente. è più una cosa alla Braccio di Ferro. Ma Braccio di Ferro sapeva quand’era il momento di cambiare aria. E anche Hemingway lo sapeva, almeno finché non si è messo a blaterare di “disciplina”; anche Pound parlava di fare il proprio “mestiere”. sono tutte stronzate, ma io ho avuto più fortuna di loro perché mi sono fatto le fabbriche e i macelli e le panchine dei parchi e so che lavoro e disciplina sono parolacce», lettera a Lafayette Young del 25 ottobre 1970.) D’altra parte però nutre un’immensa gratitudine per chi (come il suo amico editore John Martin) gli ha permesso di vivere senza dover lavorare in fabbrica o all’ufficio postale, ma solo della sua scrittura. Quella di Bu­kowski è, come dire, un’idea un po’ operaia e un po’ romantica del talento, un’idea che gli rende inviso tutto l’inutile chiacchiericcio degli ambienti letterari e lo porta a sviluppare una dedizione formidabile per il suo mestiere.

Se Fernanda Pivano racconta che Bukowski ogni sera saliva nella sua stanza e stava lì, da solo, con infinite scorte di vino o di birra, a battere sulla macchina da scrivere fino a notte fonda, è anche lui stesso che ci testimonia, in queste lettere, la sua passione assoluta, schiacciante. Scrivere gli dà da vivere, in senso letterale (fino alla fine della sua vita una delle prime preoccupazioni è quella di monetizzare il suo talento), e in senso esistenziale: è l’unica cosa che l’ha salvato dal deserto dell’alienazione del lavoro, dell’alcolismo, della depressione, da se stesso. Quella di Bukowski non è certo una posa anticonformista (del resto era sardonico se non sprezzante nei confronti di tutta la fenomenologia della controcultura: droghe, militanza politica, musica folk…), ma una profonda e sincera reazione contro l’ostentazione, il farisaismo degli scrittori affermati («i poeti? be’, io preferisco i pescatori e gli strilloni agli angoli delle strade. non so da dove è venuta alla gente quest’idea che i poeti e la poesia fossero (siano) qualcosa di sacro. credo che le uniche volte in cui la poesia ha qualche valore siano quelle in cui si dimentica della propria sacralità, il che è molto raro», lettera a A.D. Winans del 2 novembre 1977).

punto 5

Jacopo Carrucci detto il Pontormo è un noto pittore del Rinascimento italiano. Artista tormentato, viveva (racconta Vasari) sempre solo in una strana casa. Ci ha lasciato un celebre diario della sua vita negli anni tra il 1554 e 1556. Nel diario ci sono note, quasi tutte brevissime, in cui Pontormo segna quando e come ha mangiato, quanto e come ha cacato, ecc… Questo documento viene citato spesso, quando si vuole indicare quello che è forse il confine estremo del campo della letteratura. Il diario di Pontormo è una specie di esperimento (inconsapevole) di “descrivere la vita” come sarebbe piaciuto a Perec. Charles Bu­kowski assomiglia molto a questo pittore umorale, isolato, geniale. E la sua opera si può leggere in questo senso come un grande esercizio sperimentale: raccontare la vita, la sua dolorosissima vita, mostrarla a noi come a lui si è mostrata. Il suo microcosmo – che ha per limiti una casetta con giardino, un negozio di liquori alla fine della strada, l’ippodromo dove andare a scommettere – diventa il terreno dove la propria capacità di raccontare trova la resistenza di una realtà priva di alcun interesse.

Ciò che Bukowski cerca di realizzare con la scrittura non è trasformare la realtà, ma scavarla, alla ricerca di un sentimento, di un’anima interna. La sua concezione dell’esistenza sembra quel­la di uno spinoziano: è l’idea che esista un principio naturale che informa, e permea, tutte le cose, per cui parlare dei cieli del paradiso è la stessa cosa che parlare di un frigo vuoto. O di un alcolizzato che per dodici ininterrotti anni vive una vita infernale: povero, allo sbando, senza un briciolo di dignità sociale, e finisce in un ospedale che cura i barboni, tocca da vicino la morte, ma si salva, e si mette a scrivere. Charles Bukowski ha raccontato, nelle sue storie, nei romanzi, nelle lettere, infinite volte, come in una serie di variazioni sul tema, questa vita apparentemente senza vita, con quella capacità di credulità che è la sua vera, unica, cifra stilistica.

punto 6

Poco riconoscente con gli amici, intrattabile da ubriaco, un vecchio depravato, uno stronzo che disprezza le donne, uno che vede di buon occhio la pedofilia…, il ritratto di Bukowski che viene fuori dalle parole di molte persone che gli sono state vicine è spesso quello di un uomo (a voler essere buoni) cinico, molesto: nulla di diverso da quanto in effetti ci si aspetti. Più difficile da comprendere allora è l’immediata simpatia, se non la tendenza all’immedesimazione, che è la risposta naturale che Bu­kowski suscita in gran parte dei suoi lettori (vi ricordate il libro di Gino Armuzzi che si intitolava addirittura Sognavo di essere Bu­kowski?). Ciò è possibile soltanto grazie a una sorta di patto tacito a cui Bukowski presta fede, quello di essere assolutamente, incondizionatamente «onesto e diretto» (come avrebbe detto John Martin alla sua morte), di non nascondere le sue diverse facce, di dar mostra anzi delle proprie incoerenze e di farne persino gli elementi costitutivi della sua umanità (e della sua scrittura, quindi).

Eccolo insultare brutalmente l’editore che ancora non gli ha pubblicato le poesie, e nella lettera successiva, una settimana dopo, recitargli un peana di lodi perché ha finalmente ricevuto le copie appena stampate. Eccolo bestemmiare la vita dell’intero universo (a Gregory Maronick il 26 novembre 1971: «Il mondo. Una ragnatela di merda. La sopravvivenza è un osceno filo di sputo») e riuscire a essere innamorato di ogni minuzia (a John Martin il 17 gennaio 1972: «l’amore va bene, il gatto ora mi si sta arrampicando sulla gamba, fa le fusa e affonda le “unghie delle dita”, come le chiama la figlia di Linda… Che sia questa la vita dei letterati? E perché no? Le fiamme della barba del diavolo surriscaldano l’aria pomeridiana. Non datemi per perso. mi raccomando»). Quello che ci sorprende allora in queste lettere è il Bukowski distante da quella specie di mito bukowskiano, che lui stesso ha per certi versi alimentato: è il padre che scrive lettere tenerissime a sua figlia Marina o magari il melomane fissato con la musica romantica (vai al punto 8).

punto 7 

In un articolo del 20 ottobre 2001 sul «manifesto», Sandro Portelli mostrava come l’antiamericanismo o il filoamericanismo non sono che due pseudocategorie. Non esiste un monolitico blocco sociale, culturale, chiamato America, rispetto al quale schierarsi a favore o contro. Ci sono, è ovvio, mille Americhe, diversissime tra loro. Ma per un verso si potrebbe sostenere che Bu­kowski è un esempio di straziante antiamericanismo. E lo è in quanto Bukowski incarna la figura, per dirla con Camus, del­l’“uomo in rivolta”, un uomo che dice costantemente di no, che non trasforma la sua ribellione in processo rivoluzionario, ma mantiene solo costantemente acceso questo suo spirito di radicale opposizione. Bukowski non vuole soltanto incarnare la coscienza critica dell’American way of life o rappresentare la faccia nascosta e corrotta dell’American dream, ma intende invece, come scrive lo pseudo-Henry Miller sulla finta fascetta di Post Office, dar «voce alle paure e ai tormenti di quella vasta minoranza che abita la terra di nessuno fra la brutalità disumana e la disperazione impotente». La terra che Bukowski sceglie di abitare appunto non è l’America, ma una terra di nessuno, fuori dalla società («è questo l’atteggiamento tipico della società – non ti lasciano mai in pace. io sono un solitario. voglio lavorare, bere la mia birra e morire», lettera alle sorelle King, 30 ottobre 1970); e così il suo antiamericanismo (il suo essere a-sociale) è appunto quello di un uomo che vive suo malgrado nel proprio paese (nel proprio mondo), e ama tutto questo con lo stesso disincanto con cui un moderno Sisifo (sempre camusiano) riporta il macigno del suo supplizio sulla cima del monte.

punto 8

Meyerbeer, chi era costui, che viene citato da Bukowski in una lettera a Douglas Blazek nel gennaio ’65 (inserita in Urla dal balcone, il primo volume dell’epistolario)? Il compositore della Dinorah, un’opera comica che racconta la storia improbabile di un’esangue fanciulla bretone impazzita per essere stata abbandonata dal promesso sposo il giorno delle nozze, sposo che in realtà era andato alla ricerca di un tesoro per farla vivere negli agi; i due continuano poi le loro vicende in una serie di equivoci ancora più improbabili, fino a quando lei, nell’ordine, non perde la memoria e rinsavisce. La musica classica è la radiazione di fondo ineliminabile dalla vita di Bukowski, come ci racconta anche il suo biografo Howard Sounes («Il fatto di essere lontano da casa non influì sulle abitudini di Bukowski che continuò a comprare birra al negozio sull’angolo e a starsene seduto in calzoncini e canottiera su una comoda poltrona vicino alla finestra, con la radio sintonizzata su una stazione di musica classica»[2]), e lui stesso si diverte a giocare con classifiche e top-ten che comprendano musicisti di tutti i tempi, come nella lettera a William Corrington del 14 gennaio 1963 (sempre in Urla dal balcone): «Mi piacciono Wagner e Beethoven, Klee e Stravinskij, Rachmaninov e i conigli. Tutto questo è piuttosto banale, me ne rendo conto. Come respirare, del resto. E poi ci sono Darius Milhaud, Verdi, Mussorgskij, Smetana, ≠osta­kovi∑, Schumann, Bach, Massenet, Ernö Dohnányi, Menotti, Gluck, Mahler, Bruckner, Franck, Gounod, Händel, Zoltán Ko­dály. Brahms e ∂ajkovskij».

Eppure non sono tutti qui: nelle sue opere si trovano più di trecento riferimenti che riguardano non meno di cinquanta compositori. Bukowski, da un punto di vista musicale, è una spugna: ascolta tutto, musica classica beninteso (jazz, pop, rock sono pressoché assenti), dal barocco alla musica ottocentesca al romanticismo al Novecento. Ma le sue preferenze vanno sicuramente al romanticismo tedesco: Beethoven, Brahms e Mahler sono gli autori che fanno da colonna sonora a molti dei suoi scritti, e gli unici altri due che inserisce fra i suoi “pilastri” sono Mozart (di cui tra l’altro si ascolta in Barfly il Concerto per Piano n°25 e l’Exultate Jubilate) e Wagner, che è il solo operista che Bukowski pare apprezzare. Ma l’aspetto più interessante di questa ricognizione è che l’eclettismo di Bukowski non riflette soltanto il suo orecchio da profano, come lui stesso ammette nella poesia “classical music and me”, ma anche un’altra sua innegabile caratteristica, la visceralità, che è la forma di conoscenza che egli privilegia in assoluto. Bukowski non sembra conoscere per astrazione ma per contatto, la sua non è un’estetica dello sguardo ma un’estetica del sentire, il che lo porta a elaborare una forma di poetica apparentemente naïf (ciò che fa in genere scambiare la rinuncia al controllo per mancanza di consapevolezza letteraria) e fargli dichiarare: «Tutto ciò che un uomo può fare è scrivere quello che si sente di scrivere. Il che non è affatto facile come sembra; concentrarsi su se stessi richiede sforzi di ogni tipo, ma la sfortuna, la follia, cose del genere, sono d’aiuto. Ma non mi far parlare dal pulpito. Ok. La smetto.» (lettera a Gregory Maronick, 26 novembre 1971).

punto 9

In Teoria dell’avanguardia Peter Burger sottolinea la forza euristica dell’avanguardia: «Le avanguardie», scrive Burger, «rendono riconoscibili determinate categorie generali dell’attività artistica nella loro universalità e di conseguenza nella società borghese gli stadi precedenti dello sviluppo del fenomeno artistico possono venir compresi a partire dalle avanguardie, e non viceversa le avanguardie a partire dagli stadi precedenti dell’arte».[3] Ossia, le avanguardie hanno la capacità di mostrare le dinamiche della tradizione artistica a cui si oppongono. In questo Bukowski è un beat a tutti gli effetti: riconosce il grande valore della tradizione, ma allo stesso tempo se ne fa beffe.

Uno dei compiti dell’avanguardia è proprio quello di essere una continua autocritica della pratica artistica, di mostrare (instancabilmente) il rischioso processo d’istituzionalizzazione a cui va incontro ogni fenomeno artistico. E l’indice di Bukowski non risparmia né i piccoli giochi di potere della scena underground (spietato con i poetucoli quanto con i maestri) e nemmeno se stesso («non sono uno scrittore professionista e se mai lo divento ti prometto che sarai il primo a prendermi a calci nel culo, emorroidi e tutto», lettera a John Martin del 16 novembre 1972). Si scaglia contro quelli che gli vogliono far recitare la parte di Bukowski, contro i suoi stessi ammiratori, e lo fa rinunciando ogni volta al pulpito, a qualsiasi tipo di dichiarazione di poetica che non sia in realtà autocontradditoria, a-logica, sfuggente, come lo può essere soltanto la letteratura stessa. Il suo scopo più evidente è quello di creare un rapporto di immediatezza, di familiarità con il lettore (a cui è delegato senza intermediazioni di sorta ogni giudizio). Per questo non c’è nulla che separi queste lettere dal resto della sua produzione. Tutto ciò che Bukowski ha scritto non è altro che una lunga lettera d’amore al lettore.

 


[1] Fredric Jameson, L’inconscio politico, Garzanti 1990, pag. 97-98.

[2] Howard Sounes, Bukowski, Guanda, Parma 2000.

[3] Peter Burger, Teoria dell’avanguardia, Bollati Boringhieri, Milano 1990, p. 24.

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L’idolatria del lunedì https://minimaetmoralia.it/fumetto/zerocalcare/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/zerocalcare/#comments Fri, 01 Feb 2013 10:02:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12759 Questo pezzo è uscito su Orwell.

Parlare di Zerocalcare può apparire già superfluo: sembra ormai noto a tutti e non passa giorno in cui qualcuno non ti consigli di comprare i suoi libri, non importa quante volte ripeti  che già li conservi nella medesima nicchia dei grandi. Che poi, io stesso sono uno scopritore tardivo: quando vidi la sua striscia (per ora il prodotto calcariano meno convincente, ma confido che debba solo prendere le misure al formato) sostituire l’onorata Red Meat su Internazionale, pensai, “embe’?”, salvo poi ritrovarmi qualche settimana più

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Parlare di Zerocalcare può apparire già superfluo: sembra ormai noto a tutti, né passa giorno in cui qualcuno non ti consigli di comprare i suoi libri, non importa quante volte ripeti  che già li conservi nella medesima nicchia dei grandi. Che poi, io stesso sono uno scopritore tardivo: quando vidi la sua striscia (per ora il prodotto calcariano meno convincente, ma confido che debba solo prendere le misure al formato) sostituire l’onorata Red Meat su Internazionale, pensai, “embe’?”, salvo poi ritrovarmi qualche settimana più tardi a tormentare chiunque mi capitasse a tiro con La profezia dell’armadillo. Se poi ci aggiungiamo il fatto che a Lucca Comics lo stand del suo editore Bao publishing aveva una bolgia di fan vista di rado per un fumettista, e che proprio mentre La profezia dell’armadillo esplodeva, Zerocalcare era già pronto con Un polpo alla gola, il suo secondo lavoro non meno buono del primo, potremmo pensare che non ci sia più bisogno di parlare di lui.

E invece di Zerocalcare è necessario parlare tanto più adesso, perché, con Un polpo alla gola che – uscito da appena un mese e edito da una piccola realtà come Bao – sfonda le 40’000 copie vendute e passa le ultime tre settimane al primo posto della classifica generale di vendite di Amazon, con La profezia dell’armadillo, uscito un anno fa, stabile al 3° posto, si configura come qualcosa che trascende la nicchia degli appassionati di fumetto (o quella degli utilizzatori di social network più avveduti, poiché l’esplosione è stata innescata in primo luogo dai tasti “share” della sua striscia del lunedi), per diventare una questione culturale di rilevanza nazionale: la dimostrazione che il libro a fumetti in Italia può ancora funzionare al punto di fare cifre importanti, e dunque, di conseguenza, che vale la pena investire sul fumetto.
Zerocalcare funziona perché, per quanto sia “fumetto d’autore”, nel senso di opera libera da costrizioni di serie, è anche fumetto popolare. È popolare perché parla di una quotidianità che riguarda tutti, certo, ma soprattutto perché trae la sua linfa dall’immaginario pop più profondo, andando però oltre il citazionismo: quello che fa è raccontarci di come tale immaginario innervi le anime di due generazioni cresciute con Junior TV. Al di là della sua grande sensibilità nell’isolare e catalogare la “casistica” della vita di tutti i giorni, l’invenzione più fortunata di Zerocalcare sono infatti le sue “coscienze”, che si manifestano, a seconda dei casi, ora nella forma di David Gnomo, ora in quella dell’Uomo Tigre, ora di Sirio dei Cavalieri dello Zodiaco o Shu di Ken il guerriero – ma anche di Vandana Shiva o del sergente Hartman di Full Metal Jacket, perché l’autore ha una facilità d’inclusione assoluta, figlia questa più dell’ibridazione dei meme in stile 4chan che del modernismo –, fino all’Armadillo, unica incarnazione che non rimandi ad altri personaggi (se non, nella funzione narrativa, allo Hobbes di Calvin & Hobbes), e alla coscienza di Camille, amica del protagonista la cui morte è il leitmotiv del primo libro, presentata come il mostro lupesco che tormenta il Gatsu di Berserk. Per mezzo di questo dispositivo, Zerocalcare ci ricorda che il seme gettato da tanti anime visti quando erano ancora solo “cartoni animati giapponesi”, e le emittenti locali, trovata una miniera di contenuto a basso costo, ce li sparavano addosso tutti, senza distinzioni tra shojo (per ragazze), shonen (per ragazzini) e seinen (per ragazzi un po’ più grandi), non è andato perduto: la portata mitopoietica di quelle opere viene oggi ripresa dal fumettista romano, il quale fa dei loro eroi qualcosa di non dissimile da apparizioni divine – se per dio si intende, crowleyanamente, un perno simbolico grazie al quale provare a spiegarsi meglio la realtà – e suggerisce che non dobbiamo vergognarci se, in epoca di secolarizzazione estrema, l’iconoclastia è stata sostituita da una forma “sana” di idolatria nostalgica.
Come capita spesso con le opere seconde, ce stanno già quelli che dicono che il primo era mejo (scrivo così perché merita una menzione anche la lingua di Zerocalcare, che riproduce la parlata giovanile nell’unico modo possibile in Italia: tramite il preciso inserimento di elementi dialettali, in modo abbastanza moderato da evitare di finire nell’abisso della pseudocomicità regionale, ma sufficiente a trovare il “polso” del linguaggio dei suoi giovani, e con esso quello di tutti quanti), tuttavia si tratta di un allarme infondato: se è vero che La profezia dell’armadillo era più ricco di fuochi d’artificio, è anche vero che era frutto di un accumulo di materiali più lungo rispetto a Un polpo alla gola; ancor prima di ciò, nel decretare la superiorità dell’opera seconda e dare adito a grandi speranze per la terza, è il fatto che Un polpo alla gola ha ambizioni romanzesche, laddove La profezia dell’armadillo si riduceva in fin dei conti a una serie di sketch collegati dal filo rosso della morte di Camille. Guardiamo poi anche ai disegni, che graphic novel, termine orrendo che piace a quelli che ancora si vergognano a dire “fumetto”, vuol dire pur sempre fumetto, e nei fumetti i disegni sono importanti: i disegni di Zerocalcare sono tuttora in evoluzione – le stesse storie dell’Armadillo esistono in una versione precedente, più grezza, e nel sito personale dell’autore si possono vedere disegni ancora anteriori – e in Un polpo alla gola si iniziano a scorgere le stigmate di una maturità stilistica che potrà darci diverse soddisfazioni; intanto, godiamo a vedere la fortunata sintesi di elementi giapponesi (su tutti, l’espressione del Calcare terrorizzato, ma sono molte le soluzioni grafiche ereditate dal manga), statunitensi (c’è Robert Crumb, ma il tratto ricorda anche Penny Arcade) e italiani (probabilmente il suo ascendente grafico più diretto è Lupo Alberto), e il rinforzarsi di tutta una serie di stilemi. Stilemi non solo grafici: anche nella costruzione delle vicende esiste già una “gamma Zerocalcare”, che tuttavia pare anche in grado di ampliarsi progressivamente, senza cedere al gusto facile del tormentone: per dire, in Un polpo alla gola non c’è traccia di armadilli.

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Vite a fumetti https://minimaetmoralia.it/fumetto/vite-a-fumetti/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/vite-a-fumetti/#respond Tue, 26 Jun 2012 13:46:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8518 Pubblichiamo una recensione di Daniele Manusia sulle graphic novel «Io le pago» di Chester Brown e «Al Capolinea» di Joe Matt (Coconino Press).

Io le pago è il fumetto autobiografico in cui Chester Brown descrive quindici anni di relazioni con le prostitute. Da quel giorno del 1996 in cui la sua ragazza gli confessa di sentirsi attratta da un altro, all’estate del 2010, quando si rende conto che, di fatto, ormai frequenta sempre la stessa donna, anche se continua a pagarla.

Secondo la tradizione del fumetto underground americano (Harvey Peaker, Robert Crumb) Chester Brown pensa e parla molto all'interno delle sue vignette. Discute la sua scelta pubblicamente, con i suoi amici – i fumettisti Seth e Joe Matt insieme ai quali negli anni novanta formava il così detto Toronto Trio – con un’amica e persino con la sua ex ragazza. Non ha sensi di colpa e non vede la cosa come degradante, per sé o per le ragazze. Frequenta escort che ricevono nel loro appartamento-studio o che vengono a domicilio, niente sesso negli autolavaggi, nessuna di loro sembra costretta a farlo. Andare a mignotte significa: bussare alla porta con il dubbio se la persona che la aprirà sarà davvero attraente, pulire casa se è la ragazza a venire da te, chiacchierare con lei, farsi mettere il preservativo se non ci pensa da sola, pagare prima o pagare dopo, darle o meno una mancia.

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Pubblichiamo una recensione di Daniele Manusia sulle graphic novel «Io le pago» di Chester Brown e «Al Capolinea» di Joe Matt (Coconino Press).

Io le pago è il fumetto autobiografico in cui Chester Brown descrive quindici anni di relazioni con le prostitute. Da quel giorno del 1996 in cui la sua ragazza gli confessa di sentirsi attratta da un altro, all’estate del 2010, quando si rende conto che, di fatto, ormai frequenta sempre la stessa donna, anche se continua a pagarla.

Secondo la tradizione del fumetto underground americano (Harvey Peaker, Robert Crumb) Chester Brown pensa e parla molto all’interno delle sue vignette. Discute la sua scelta pubblicamente, con i suoi amici – i fumettisti Seth e Joe Matt insieme ai quali negli anni novanta formava il così detto Toronto Trio – con un’amica e persino con la sua ex ragazza. Non ha sensi di colpa e non vede la cosa come degradante, per sé o per le ragazze. Frequenta escort che ricevono nel loro appartamento-studio o che vengono a domicilio, niente sesso negli autolavaggi, nessuna di loro sembra costretta a farlo. Andare a mignotte significa: bussare alla porta con il dubbio se la persona che la aprirà sarà davvero attraente, pulire casa se è la ragazza a venire da te, chiacchierare con lei, farsi mettere il preservativo se non ci pensa da sola, pagare prima o pagare dopo, darle o meno una mancia.

Razionalissimo, ci mostra il suo pisello a cannuccia, le tette grandi e piccole di una mezza dozzina di ragazze, le miniature delle loro posizioni a letto. Le figurine umane che Brown disegna somigliano a degli insetti che agitano le ali inchiodati al materasso, e i suoi pensieri sono del tipo: “È carina nella media, ma non è il mio tipo. E questo pompino è proprio mediocre”. Oppure: “È meno giovane di quello che speravo, probabilmente sulla trentina, ma è piuttosto attraente. – vignetta successiva – Bacio senza passione. – vignetta successiva –  Sembra carina, ma ha un accento molto marcato… un po’ difficile comunicare con lei”.

La freddezza nei disegni di Brown e lo sguardo alieno con cui affronta l’argomento sono funzionali alla storia che racconta: la sua è una critica all’amore romantico e idealizzato che condanna gli uomini a una monogamia possessiva che li rende infelici. E bisogna ammettere che la libertà e la serenità con cui alla fine sembra gestire una cosa problematica come il sesso sono decisamente invidiabili.

Quello che invece è impossibile da invidiare (e imitare) è Joe Matt. Al Capolinea è la cronaca di otto anni di masturbazione in cui ha finito col rovinarsi la vita. Sdraiato di pancia sul letto a pochi centimetri dal televisore, con le cuffie alle orecchie, una mano nei pantaloni e l’altra sui videoregistratori, Joe Matt copia le scene più belle dei porno che gli presta un amico su una cassetta vergine (saltando quelle in cui il regista inquadra l’attore maschio). Devo ammettere che l’idea di creare il porno perfetto inizialmente mi ha affascinato, pareva avere senso. Anche Matt, in fondo, sembrava alla ricerca di un suo modello alternativo di felicità. Ma se Brown scendeva comunque a patti con la realtà (donne in carne e ossa), Matt resta solo con le sue nevrosi. Farsi le seghe significa restare chiuso in camera col pavimento pieno di carta igienica appollottolata e, una volta finita la carta, usare vecchie magliette per pulirsi. È un’esperienza impossibile da condividere che, alla ventesima sega, lo lascia esausto, incapace persino di sedersi al tavolo da lavoro e colorare qualche tavola, con uno scatolone pieno di cassette porno (più di sessanta) tutte perfette.

D’Orrico sulle pagine di Sette lo ha stroncato citando Piperno – anzi, un personaggio dell’ultimo romanzo di Piperno: “la grapich novel  puzza di sfiga lontano un chilometro”. Ma credo non abbia colto il punto.  Non c’è niente di onorevole in una confessione sincera, se non lo sforzo stesso della confessione. La vergogna che si ha leggendo Al Capolinea, la repulsione e la pietà che proviamo, fanno di questo fumetto sulle seghe un capolavoro.

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