Robert Kennedy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robert-kennedy/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Mar 2020 18:47:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Robert Kennedy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robert-kennedy/ 32 32 La scoperta di Cosa Nostra https://minimaetmoralia.it/libri/la-scoperta-cosa-nostra/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-scoperta-cosa-nostra/#comments Thu, 19 Mar 2020 07:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42685 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«La mafia in Sicilia si occupa anche del mercato dei fiori». A dirlo fu il giudice Cesare Terranova, l’uomo che aveva arrestato il “corleonese zero”, Luciano Liggio, antenato di Riina e Provenzano. Terranova, dopo due mandati parlamentari, deluso dalla politica, tornò in magistratura nel giugno del 1979, in tempo per essere ucciso tre mesi dopo a Palermo.

Così potete giurare che pure la composizione floreale regalata dal prete del paese a Kay Corleone (Diane Keaton), sotto gli occhi di Michael Corleone (Al Pacino), nella scena del matrimonio del Padrino parte III, girato nel 1990 a Forza D’Agrò, in provincia di Messina, sarebbe stata meritevole di sequestro. Anche quel “mazzolin di fiori” utilizzato sul set profumava certo di racket e polvere da sparo.

L'articolo La scoperta di Cosa Nostra proviene da Minima et Moralia.

]]>
GettyImages-150044220 (1)

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«La mafia in Sicilia si occupa anche del mercato dei fiori». A dirlo fu il giudice Cesare Terranova, l’uomo che aveva arrestato il “corleonese zero”, Luciano Liggio, antenato di Riina e Provenzano. Terranova, dopo due mandati parlamentari, deluso dalla politica, tornò in magistratura nel giugno del 1979, in tempo per essere ucciso tre mesi dopo a Palermo.

Così potete giurare che pure la composizione floreale regalata dal prete del paese a Kay Corleone (Diane Keaton), sotto gli occhi di Michael Corleone (Al Pacino), nella scena del matrimonio del Padrino parte III, girato nel 1990 a Forza D’Agrò, in provincia di Messina, sarebbe stata meritevole di sequestro. Anche quel “mazzolin di fiori” utilizzato sul set profumava certo di racket e polvere da sparo.

Cosa nostra siculo-americana è stata sempre connessa con ogni possibile business, innocenti fioriture comprese. Soprattutto con quello del cinema. Dagli anni del Proibizionismo non ha mai smesso di nutrirlo, fornendo sceneggiature, personaggi, azione. Regalandoci, nel frattempo, la prima anticipazione della imminente globalizzazione del mondo. Chi, nel novecentesco “secolo americano”, ha collegato meglio delle cinque famiglie d’onore newyorkesi (Genovese, Gambino, Bonanno, Colombo, Lucchese) i grattacieli di Manhattan, gli algoritmi della Silicon Valley, i piani strategici della Seconda Guerra Mondiale (vedi la partecipazione allo sbarco alleato in Sicilia) con le più sperdute mulattiere siciliane e le fontane per muli dei paesini descritti nel Gattopardo?

0238120_La scoperta di cosa nostra_Esec@01.inddLa mafia è stata un ponte tra Sicilia e America. Ma ignoravamo che anche per l’antimafia è stato così. C’era un ponte invisibile, una continuità storica tra le due sponde, anche per chi i boss ha combattuto. A rivelarcelo è il giornalista Gabriele Santoro, l’autore di La scoperta di Cosa nostra. La svolta di Valachi, i Kennedy e il primo pool antimafia (Chiarelettere). Solo che, mentre per le gesta di Cosa nostra i media, il cinema, l’editoria mondiale ci hanno fornito montagne di storie, tanto da farne leggenda, per scoprire la continuità tra Antimafia italiana e quella a stelle e strisce dobbiamo tornare alle origini. E finalmente ci spiegheremo, tra l’altro, perché dopo la strage di Capaci del ’92 venne eretta nella scuola dell’Fbi a Quantico, Virginia, una statua del giudice Giovanni Falcone.

Eccolo il perché: prima del giudice-simbolo e delle moderne guerre antimafia condotte da lui in Sicilia, in America c’erano già solidi precedenti. E così Falcone è diventato, agli occhi dell’Fbi, anche una icona americana che innovandola aveva perpetuato quella tradizione.

Questi precedenti, per gli agenti dell’intelligence americana avevano aperto la pista al suo lavoro e oggi, inequivocabilmente, ci dicono anche quanto tempo si è perduto. La mafia come “nemico interno” delle democrazie. Il termine lo conierà Robert Kennedy, fratello del presidente degli Stati Uniti, JFK, ucciso a Dallas il 22 novembre 1963.

Bob Kennedy verrà assassinato a sua volta il 6 giugno 1968, quando era destinato a succedere al fratello alla Casa Bianca. Venne fermato, ma ebbe comunque il tempo di fondare nel ’61 il primo pool antimafia della storia, in anticipo sull’idea di un “lavoro antimafia collettivo” promossa per primo in Italia dal consigliere istruttore siciliano Rocco Chinnici e poi attuata dal pool palermitano guidato da Antonino Caponnetto, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il team che istruì il maxiprocesso del 1986 decretando la condanna definitiva dell’Onorata società davanti al mondo.

«Nemico interno»: con questa etichetta Bob Kennedy, all’inizio dei Sessanta, tira fuori la mafia dall’ombra, e spiega all’America (contro le resistenze dello storico capo del Fbi, John Edgar Hoover) che non sarà più l’Urss il nemico pubblico numero uno, ma una impresa criminale che, quanto a fatturati, aveva già superato la General Motors. E lo farà (altra analogia con l’Italia) con un uso inedito dei media, curando le dirette televisive delle sedute della Commissione d’inchiesta McClellan (viste da milioni di americani), inventando il programma di Protezione testimoni (da allora lo sentiremo citato in ogni film d’azione), esponendo il primo pentito della storia di Cosa nostra (Joe Valachi), e infine, invocando il reato associativo mafioso. Dopo Kennedy verrà varata, nel 1970, la contestazione penale di racketeering (traffici illeciti), prototipo del 416-bis, approvato in Italia nel 1982.

L’autore ha viaggiato, scavato archivi, intervistato i sopravvissuti dell’entourage dei Kennedy, consultato e collegato montagne di carte. Così, chi vuole trovare le origini della Mano Nera non dovrà più limitarsi al vecchio volume del 1970 sulla “cantata” di Joe Valachi, The Valachi Papers, curato in Italia da Fruttero e Lucentini e scritto dal cronista del New York Times Peter Maas. Oppure rivedere la pellicola targata De Laurentiis, I segreti di Cosa nostra, nella quale Charles Bronson impersona il collaboratore di giustizia, affiancato da Walter Chiari e Amedeo Nazzari (film che la Paramount si rifiutò di distribuire per le minacce ricevute, poi accolto dalla Columbia, solo dopo la mediazione di certo Jimmy detto Blue Eyes).

Il lettore scoprirà che don Vito Genovese, latitante, nel 1937 venne nominato commendatore da Mussolini e che nel 1963 l’assalto di fotografi e cronisti fu tale da rischiare di mandare in vacca la prima deposizione di Valachi: la mafia era già showbiz. I giornali italiani, nelle prime corrispondenze, chiamarono curiosamente la mafia “Casa nostra”, anziché Cosa nostra. Un caso di specie di “lapsus freudiano”, forse.

L'articolo La scoperta di Cosa Nostra proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/la-scoperta-cosa-nostra/feed/ 1
Al confine del southern gothic: Sparklehorse, tra rock e letteratura https://minimaetmoralia.it/libri/southern-gothic-sparklehorse-rock-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/libri/southern-gothic-sparklehorse-rock-letteratura/#respond Tue, 18 Dec 2018 06:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38994 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Liborio Conca Rock Lit, uscito per Jimenez.

Il mio regno per un cavallo

Un passo indietro, come si dice. E dunque è il pieno dell’estate 1995 quando nei negozi di dischi, ancora per qualche mese gli Unici Posti Dov’era Possibile Poterli Comprare, fa la sua comparsa un disco dalla copertina,  be’, piuttosto sinistra. Lo sfondo è un cielo azzurro sormontato da una grossa nuvola; in primo piano, invece, si staglia una maschera da clown appesa a un filo, con gli occhi accesi ma privi di pupille, il naso monco e una bocca deformata in quello che sembra il sorriso di un pazzoide. Non siamo dalle parti orrorifiche di Pennywise, il pagliaccio che dal 1986 tormenta gli incubi di chi ha letto It, il capolavoro di Stephen King. Se proprio vogliamo confrontarli, il clown sulla copertina di Vivadixiesubmarinetransmissionplot è un fratello minore, minimal, diversamente inquietante. Pennywise è l’Orrore, l’Incubo, la figura che compare sulla copertina del debutto degli Sparklehorse è la Sorpresa, il Grottesco. È il pagliaccio che scatta a molla dalla scatola, non quello che terrorizza i ragazzini di Derry lassù nel Maine, rappresentando l’incarnazione del male.

L'articolo Al confine del southern gothic: Sparklehorse, tra rock e letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>
1sparklehorse

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Liborio Conca Rock Lit, uscito per Jimenez.

Il mio regno per un cavallo

Un passo indietro, come si dice. E dunque è il pieno dell’estate 1995 quando nei negozi di dischi, ancora per qualche mese gli Unici Posti Dov’era Possibile Poterli Comprare, fa la sua comparsa un disco dalla copertina,  be’, piuttosto sinistra. Lo sfondo è un cielo azzurro sormontato da una grossa nuvola; in primo piano, invece, si staglia una maschera da clown appesa a un filo, con gli occhi accesi ma privi di pupille, il naso monco e una bocca deformata in quello che sembra il sorriso di un pazzoide. Non siamo dalle parti orrorifiche di Pennywise, il pagliaccio che dal 1986 tormenta gli incubi di chi ha letto It, il capolavoro di Stephen King. Se proprio vogliamo confrontarli, il clown sulla copertina di Vivadixiesubmarinetransmissionplot è un fratello minore, minimal, diversamente inquietante. Pennywise è l’Orrore, l’Incubo, la figura che compare sulla copertina del debutto degli Sparklehorse è la Sorpresa, il Grottesco. È il pagliaccio che scatta a molla dalla scatola, non quello che terrorizza i ragazzini di Derry lassù nel Maine, rappresentando l’incarnazione del male.

Se la copertina promette bene, l’interno è molto meglio. È una meraviglia. I primissimi versi sono un’eco shakespeariana, parafrasando il passaggio più celebre del Riccardo III, e non poteva essere altrimenti essendoci un cavallo di mezzo. A horse, a horse, my Kingdom for a horse. Lì nel Riccardo III il re d’Inghilterra, l’ultimo sovrano inglese che morirà in guerra, è rimasto ormai solo, disarcionato sul campo di battaglia, e implora un animale che possa portarlo lontano dalla morte, offrendo in cambio la sua corona. Nella Homecoming Queen degli Sparklehorse il re diventa una regina e il cavallo è ancora un simbolo di salvezza; in questo caso, il regno da scambiare con un cavallo è l’inesorabile trascorrere del tempo. Datemi un cavallo, sussurra la disfatta sovrana di Homecoming Queen, datemi un cavallo che possa galoppare lungo campi magnetici contro l’incombere del tempo (e prima del decadimento, un ultimo lampo di giovinezza, rappresentato da una scatola di stelle filanti, l’ultima, prima che anche le stelle siano consumate, corrotte[1]).

La ricchezza delle immagini usate da Mark Linkous non si ferma al primo pezzo e si ripete lungo tutto l’arco dell’album, giocando continuamente su un filo di stranezze equivoche, proprio come il clown sulla copertina. In Weird Sisters, una ballata dall’incedere tardo-grunge, ci sono una «brutta luna che sta sorgendo», visioni da incubo di una ragazza con i capelli in fiamme, lupi e una pioggia frammista a denti. Il titolo è ancora shakespeariano; il riferimento è alle streghe che compaiono nel Macbeth, portando nella tragedia, sin dal principio, una carica soprannaturale e di sortilegio[2]. Più avanti, un uomo si risveglia in un fosso, con le mani di metallo, circondato dagli spiriti; e ancora una giovane vedova, la più bella in città, dal sorriso troppo doloroso per essere guardato. Un bagaglio di personaggi e sovrapposizioni metaforiche che oscillano in una dimensione ancestrale e dark, essendo tuttavia inseriti in contesti reali, che parlano di sentimenti concreti, di speranze disilluse, o di sogni da poter ancora rincorrere.

Quello a cui Mark Linkous si richiama è un immaginario preciso, intessuto nella terra dove è nato e cresciuto, e nei romanzi e nei racconti della migliore tradizione degli stati meridionali. È il filone che la critica americana ha definito Southern Gothic, e se avessimo tra le mani un ipotetico albero genealogico di questo genere alle radici troveremo un uomo e una donna, William Faulkner e Flannery O’Connor, i due giganteschi scrittori che hanno raccontato il primo Novecento americano a partire dal Sud della nazione[3]. Ora, e questo ragionamento vale per tutte le classificazioni, l’ideale è di non intendere il discorso sul Southern Gothic in maniera rigida[4], perché, come è evidente, esistono differenze tanto all’interno dell’opera di un singolo scrittore quanto tra autori diversi, vissuti per di più a distanza di tempo l’uno dall’altro.

Una linea comune, però, è visibile e rintracciabile, e non si limita all’area geografica – che è pure parecchio estesa, andando dalla Georgia di Flannery O’Connor alla Virginia e al Mississippi di Faulkner, e più avanti al Tennessee di Cormac McCharty fino all’Alabama di Harper Lee[5] – ma risiede, in ordine sparso: nella spietatezza che pervade le storie di questi scrittori, nell’ambientazione, oscura e incombente di minacce, e in una natura spesso ostile (si pensi all’inondazione del fiume Mississippi raccontata da Faulkner nella prima parte di Le palme selvagge o alla vegetazione fitta e selvaggia descritta da Cormac McCharty in Suttree). Una natura recalcitrante, che mal si sottomette all’uomo, rappresentando assieme minaccia e libertà. Sul piano metafisico, infine, nelle storie Southern Gothic aleggia una massiccia presenza di mistero, che può assumere le sembianze “laiche” di un destino ineluttabile, oppure, non raramente, di echi religiosi, distorti da una ragguardevole dose di follia e di fanatismo, tracimante nella superstizione[6].

Per andare ulteriormente al cuore della faccenda, ecco come vedeva la questione Flannery O’Connor, che affrontò l’argomento nel saggio breve Aspetti del grottesco nella narrativa del Sud.

In queste opere grottesche, constatiamo che lo scrittore ha dato vita a un’esperienza che non siamo abituati a osservare ogni giorno, o che l’uomo ordinario non potrà mai vivere nella sua vita ordinaria. Constatiamo che le connessioni che ci aspetteremmo nel realismo di stampo comune sono state ignorate, che ci sono strani salti e lacune che chiunque fosse stato impegnato a descrivere usi e costumi non avrebbe certamente tralasciato. […] Un simile scrittore può produrre un grande naturalismo tragico perché, grazie alla sua responsabilità nei confronti delle cose che vede, è in grado di trascendere i limiti ristretti della sua visione. […] Non è necessario sottolineare che questa narrativa non può che risultare selvaggia, che quasi per necessità sarà violenta e comica, per via delle discrepanze che cerca di ricomporre[7].

In definitiva, suggerisce O’Connor, quella del grottesco meridionale è una poetica fondata su visioni strane e su elementi realistici che superano la loro essenza per evocare una dimensione trascendente, e dunque metafisica. Storie che possono terminare in vampate di salvezza o tragedia, conservando lungo il loro cammino aspetti surreali/grotteschi che sconfinano in un territorio oscuro, malmesso[8].

Mark Linkous, dal canto suo, non scriveva romanzi, ma le canzoni degli Sparklehorse sono intrise esattamente di questi elementi. Non a caso, in un pezzo apparso sul Telegraph negli anni Novanta, il critico inglese Neil McCormick scrisse che Linkous sembrava «essere uscito dalle pagine spazzate dal vento di un romanzo di Cormac McCarthy», o di immaginarlo persino come un «Faulkner con la Rickenbacker[9]». Se Linkous doveva fare musica, non poteva che creare quella musica, abbandonando le suggestioni metropolitane che aveva inseguito da ragazzo. Semplicemente, a volte, fuggire non serve.

Proprio così. Del resto, al di là dei testi, persino il nome dell’album d’esordio ha a che fare con questo immaginario grottesco e misterioso. Quando gli chiesero perché la scelta era caduta su un nome se non altro poco pratico come vivadixiesubmarinetransmissionplot, Linkous dovette raccontare un sogno davvero bislacco. Nel sogno c’era il generale Robert Edward Lee – originario proprio della Virginia, fu uno dei più importanti capi militari degli Stati Confederati del Sud durante la Guerra di Secessione – che possedeva un rozzo sottomarino. Dentro questo sottomarino c’era una band “oldschool” che suonava la sua musica, resa distorta dall’acqua, e Mark lì dentro, nel sottomarino del generale Grant, ad ascoltare.

Lungo gli Appalachi

«In questo tour ho accumulato una pila di libri alta più di un metro. Quando inizio a scrivere una canzone, spesso la prima frase del testo è tratta da un libro», spiegò Linkous in un’intervista al Washington Post[10]. Il tour in questione era quello di dreamt for light years in the belly of a mountain, uscito nel 2006, a cinque anni di distanza dal precedente, forse l’album più pop degli Sparklehorse[11]. Nel 1997, invece, a un magazine inglese chiamato Bucketful of Brains – tanto per restare in tema di immagini strane – Mark aveva buttato lì alcuni dei suoi libri preferiti, e c’è ben poco di sorprendente nello scoprire che sono tutti riconducibili alla narrativa del Sud.

Ci sono Cormac McCharty, di cui Linkous cita Suttree e Child of God, e due autori di racconti, Pinckney Benedict e Breece D’J Pancake. Benedict, inedito in Italia, originario della Virginia Occidentale, è uno scrittore di storie sulla scia di Flannery O’Connor. In particolare, Mark amava il romanzo Dogs of God. Dopo la morte di Linkous, il bassista Colin Greenwood rilasciò a nome dei Radiohead una dichiarazione in sua memoria: gli Sparklehorse avevano aperto i concerti dei Radiohead durante il tour di ok computer [12], e tra le altre cose Greenwood ricorda come Mark, con «una voce dolce da gentiluomo del Sud», gli aveva fatto scoprire la «musica di Daniel Johnston[13] e le opere dello scrittore virginiano Pinckney Benedict».

Alla rivista Bucketful of Brains Linkous raccontò che a un certo punto decise di cercare il nome di Benedict sull’elenco telefonico e di chiamarlo. Con sua sorpresa, lo scrittore rispose; Linkous gli disse che aveva letto tutti i suoi libri, e dopo aver chiacchierato un po’ di letteratura gli chiese di fargli qualche nome interessante, perché aveva bisogno di “roba nuova da leggere[14]”. Fu proprio Benedict, in questa telefonata, a suggerirgli Breece D’J Pancake, che divenne uno dei suoi autori preferiti. Linkous non dovette faticare molto per seguire il consiglio di Benedict. Pancake, originario anche lui della Virginia Occidentale, era autore di un’unica raccolta di racconti, The Stories of Breece D’J Pancake[15], uscita postuma nel 1983. Quattro anni prima, nonostante l’attenzione crescente che la critica gli stava riservando, era morto suicida a ventisette anni.

Le storie di Pancake, pura narrativa del Sud, non potevano non piacere al fondatore degli Sparklehorse. La manciata di racconti che ci ha lasciato sono percorsi da paesaggi rurali, animali selvatici, da una malinconia sotterranea che pervade le trame, da miniere che sventrano il territorio, dalla lotta tra l’aspirazione alla salvezza e la ferocia della vita. In un’intervista al giornale inglese Record Collector, Linkous disse che si sentiva «più influenzato da scrittori del Sud come Breece D’J Pancake o Cormac McCarthy che da ogni altro tipo di musica».

Allarghiamo il campo, osservando gli Stati Uniti in una scala 1:450.000. Gli oceani ai lati, e nell’entroterra del vasto continente fiumi, terre sconfinate, deserti. Spine dorsali: a Ovest la Sierra Nevada e le Montagne Rocciose, che si allungano dal Canada fino al New Mexico. A Est, partendo ancora dal Canada fino ad arrivare in Alabama e Georgia, sorge la catena degli Appalachi, la più antica degli Stati Uniti, una lunga distesa punteggiata di segherie fumanti, miniere di carbone, città industriali e ponti in ferro, in un’alternanza di cime brulle, prive di vegetazione, e foreste verdeggianti di querce, betulle e aceri.

Malgrado il suo fascino, la regione degli Appalachi è economicamente una delle aree più depresse degli Stati Uniti, certificata da una speranza di vita più bassa rispetto al resto della nazione. Per oltre un secolo, quest’area ha coperto due terzi della produzione americana di carbone. Nel febbraio del 1968, pochi mesi prima di essere assassinato, Robert Kennedy visitò la regione durante la campagna elettorale. In un celebre discorso dal Kentucky, disse:

Le conseguenze più catastrofiche e durature del carbone derivano dall’estrazione tramite distruzione delle cime montuose. Se gli americani potessero vedere ciò che ho visto io dal cielo e da terra durante i miei numerosi viaggi nei bacini carboniferi del Kentucky e West Virginia, ovvero montagne spianate, comunità devastate, economia distrutta e vite rovinate, nel Paese ci sarebbe una rivoluzione.

Negli anni il contesto non migliorò. Kennedy venne assassinato, e non c’è stata nessuna rivoluzione.

Sia il padre di Mark Linkous, Frederick, che John, il nonno, erano stati impiegati nelle  miniere di carbone, e anche sua madre, Gloria, lavorava in fabbrica[16]. Da quelle parti, come raccontava Mark, esistevano «persone che si muovono raramente, che nascono e muoiono lì[17]». Le vite sono scandite dal lavoro, spesso massacrante, pagato con salari bassi. Persino gli amori sono pervasi da una certa radicalità folle; anche nel campo dei sentimenti, come insegnano i romanzi di Faulkner, infuria una lotta demoniaca. Quando Linkous decise di tornare in Virginia, dopo le avventure a Est (New York) e Ovest (Los Angeles), si stabilì a Richmond. «Ho rinunciato a voler essere una pop star e sono tornato a casa per fare solo musica fantastica, senza curarmi di tutto il resto», dirà nel 1999. La vita da metropoli non era la vita di Mark Linkous: «Mi piacerebbe uscire con degli agricoltori invece che con i musicisti».

D’altro canto, basta leggere le storie di Breece D’J Pancake, e scorrere l’incipit del primo racconto, Trilobiti, per arrivare a questa frase: «Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene davvero». Sulla copertina della prima edizione americana del libro sono ritratte le baracche in legno e lamiere lungo i sentieri che portano alle cime degli Appalachi, le montagne dominanti sull’orizzonte, incombenti sul cielo e velate dalla nebbia. La depressione economica di questa regione e l’antica cultura dei suoi abitanti sono lo strato su cui si innestano le storie di Pancake. I bar scalcinati, le luci fioche che illuminano debolmente le case perse nella campagna, la notte che incombe fitta di stelle.

Ancora sul finire degli anni Settanta, quando sono ambientate queste storie, la contee della zona erano immerse in un liquido amniotico, ancestrale, tanto che se in cielo compariva un’ombra oscura tra le fronde degli alberi si poteva pensare a uno pterodattilo prima che a un aeroplano, come scrive Pancake in un racconto. L’industria mineraria lascia sconquassi fin dentro il corpo. I polmoni sanguinano. La gente è di poche parole, e dai metodi, come dire, spicci[18]. I figli tentano di sottrarsi al destino dei padri e dei nonni.

Attribuendo un significato diverso al concetto di Fuga, se Linkous aveva avuto la musica, Pancake ebbe la letteratura, lo studio che inseguì fino a ottenere una borsa di studio all’Università di Charlottesville, in Virginia, proprio dove il «Faulkner con la Rickenbacker» aveva trascorso l’infanzia. Come Mark, anche Breece, da “gentiluomo del Sud”, aveva una certa predisposizione alla bottiglia; e anche lui fu travolto da due episodi traumatici. Prima la morte del padre e poi quella di un amico fraterno, in un incidente stradale. Tutto questo dolore confluisce nelle sue storie. Ancora dal racconto Trilobiti, le ultime righe:

Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more su per il crinale.

Di rimando, gli Sparklehorse in Rainmaker:

All you’ve got to do is look in the sky and wish
You might see his face in the clouds or relaxing in a spirit ditch[19].

E lo scenario del video di Rainmaker sembra proprio uno spin-off delle storie di Pancake, con i fumi e le nubi che incombono sugli alberi a ridosso delle montagne, l’acqua limacciosa del fiume, i camion pesanti sulle strade sconnesse: su tutto questo, si agitano le maschere care all’immaginario da cartone animato grottesco di Mark Linkous[20].

Conosciamo il finale di questa storia. Pancake si uccise ai piedi di un albero da frutta[21]. Il sei marzo 2010, con quel colpo di pistola a Knoxville, il destino legò Linkous e Breece D’J Pancake anche nella morte. Ma la tristezza della letteratura e delle canzoni del Sud non cresce sul niente, e così, come in una tragedia faulkneriana, il sette marzo 2016, esattamente sei anni e un giorno dopo la morte di Mark, se ne andrà anche Teresa Ann, la vedova di Linkous, per un violento attacco d’asma.

Una delle canzoni più belle degli Sparklehorse inizia con un dolce arpeggio di chitarra.

Sometimes I get so sad
Sometimes you just make me mad[22]

E poi, due volte, nel ritornello:

It’s a sad and beautiful world
It’s a sad and beautiful world

…Dove Mark Linkous aveva preso queste parole, sul mondo triste e bello, da un film di Jim Jarmush del 1986, Down By Law: Roberto (Roberto Benigni) e Zack (Tom Waits), due galeotti, si incontrano in un deposito abbandonato di bevande, nella notte vuota, e iniziano a ripetersi, come in una filastrocca, It’s a sad and beautiful world.

Nell’ultima strofa della canzone, Mark:

Sometimes days go speeding past
Sometimes this one seems like the last[23].

_____________________________

[1] The last box of sparklers. Nelle prime due strofe dell’album Mark Linkous utilizza le due parole che compongono il nome della sua band, SparkleHorse, infilando una citazione da Shakespeare e inventando una metafora incantevole.

[2] Dal Macbeth: The weird sisters, hand in hand, Posters of the sea and land, Thus do go about, about: Thrice to thine and thrice to mine And thrice again, to make up nine. Peace! the charm’s wound up.

[3] Limitarsi a citare pochi libri di William Faulkner (1897-1962) è difficile e irriguardoso. C’è L’urlo e il furore, ovviamente, e Luce d’agosto e Assalonne! Assalonne! e Mentre morivo e Le palme selvagge e i racconti. Vinse il premio Nobel per la Letteratura nel 1949. Lo stesso discorso vale per Flannery O’Connor, considerata una delle più grandi scrittrici americane, sia nella forma breve del racconto che nei romanzi, come La saggezza nel sangue.

[4] O perlomeno questo è il mio modesto suggerimento.

[5] Sia Cormac McCharty che Harper Lee sono considerati autori del sottogenere Southern Gothic; proprio in ragione dell’avvertimento di cui sopra (sul non considerare queste classificazioni a mo’ di un monolite), varie liste possono includere anche Edgar Allan Poe, Tennessee Williams, i primi racconti di Truman Capote (per quanto riguarda A sangue freddo, ad esempio, sia detto a titolo personale, sono parecchio combattuto se considerarlo o meno un libro Southern Gothic).

[6] La tentazione di allargare a tutti i Sud del mondo i tratti quintessenziali appena citati è invitante, ma direi che non è questa,  ehm, la sede opportuna.

[7] Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, minimum fax 2010, traduzione di Ottavio Fatica.

[8] Sul finire di questo capitolo l’ingombrante presenza di Flannery O’Connor in questo immaginario apparirà più chiara.

[9] Chissà se Mark ebbe mai modo di leggere quest’articolo… Non credo possa esistere un apprezzamento più fico di «Faulkner con la Rickenbacker». Ad ogni modo McCormick la sapeva lunga, e già nel 1996 aveva capito come funzionava: il pezzo si intitolava Too good to be famous.

[10] Nello stesso pezzo, l’autore dell’intervista ironizza scrivendo che se le fan di Tom Jones gettavano le mutande al loro beniamino, i fan di Linkous «lanciano letteratura».

[11] Per una di quelle mie note personali. Ci sono canzoni che hanno una presa emozionale più netta di altre, e spiegarne la ragione non è facile perché ci sono in ballo varie eventualità. Può trattarsi di percezioni sonore (suoni che ti riportano all’infanzia), del ricordo di qualcosa di dolce o doloroso, delle parole del testo e di come le parole del testo vengono cantate e del significato che hanno. Shade and Honey, una delle canzoni di dreamt for light years in the belly of a mountain, è tutto questo. I could look in your face / For a thousand years / It’s like a civil war /Of pain and of cheer, canta Linkous. E poi, Possa La Tua Ombra Essere Dolce.

[12] Una traccia della vicinanza tra le due band vive nella splendida cover di Wish You Were Here, cantata dagli Sparklehorse con Thom Yorke.

[13] Diverso da qualsiasi altro cantautore americano, Daniel Johnston nacque come autore di canzoni semplicissime – incise su nastro con il solo suono di un organo – mantenendo questa cifra compositiva per quasi tutta la sua carriera. Una delle eccezioni è l’album fear yourself, prodotto da Mark Linkous. Leggenda vuole che i due si conobbero grazie alle rispettive madri: pare che fossero entrambe dalla parrucchiera, una accanto all’altra, e a un certo punto venne fuori che i due figli maschi erano nella musica. «Dobbiamo farli incontrare». Mi piace immaginare che sia andata proprio così.

[14] Una cosa indubbiamente cool e americana. Se un cantautore di talento come Mark Linkous desidera parlare con uno dei suoi scrittori preferiti, alza la cornetta (nel 1997 andava ancora così, ma ci siamo capiti) e lo chiama. E quello risponde. Nessuno se la tira.

[15] In Italia sono usciti per la prima volta per ISBN, nel 2005, con il titolo Trilobiti, nella traduzione di Ivan Tassi: nel 2016 sono stati ritradotti da minimum fax in una nuova edizione, tradotti da Cristiana Mennella.

[16] Lo racconta lo stesso Mark in un’intevista con Alexander Laurence, uscita su The Portable Infinite.

[17] Sempre nella stessa intervista. Quando si sente parlare – soprattutto a ridosso di elezioni che possono portare alla presidenza USA zotici del Texas o multimiliardari trash – di “America profonda” (o di “pancia dell’America” in una formulazione più popular), tutto lascia pensare che il riferimento sia a zone come questa.

[18] «Mio nonno aveva un mulo che non voleva tirare un carro carico di carbone, così gli diede un pugno sul muso. L’animale cadde morto. Ma era un uomo anche molto generoso (sic)». Intervista a Mark Linkous per The Hook.

[19] “Tutto quello che devi fare guardare i cielo è sperare / Potresti vedere la sua faccia tra le nuvole, o mentre si rilassa in un fossato di spiriti”.

[20] La ricchezza delle canzoni degli Sparklehorse giunse anche alle orecchie di Sua Maestà David Lynch, che lavorò con Mark Linkous e Danger Mouse all’album dark night of the soul. Lynch curò le foto che accompagnarono il disco – un’opera dalla storia discografica tormentata, frutto di un conto aperto tra Danger Mouse e i piani alti della EMI – e prestò addirittura la sua voce in Stars Eyes (I Can’t Catch It). Danger Mouse ha raccontato che durante la collaborazione con Lynch vide Mark felice come mai lo aveva visto.

[21] Una canzone di vivadixiesubmarinetransmissionplot si intitola Tears on Fresh Fruit. We’re just trying to be free / Of our bodies

Our stomachs full of liquor / And our lungs / Full of water.

[22] “A volte mi sento così triste /A volte mi fai arrabbiare”.

[23] “A volte i giorni passano velocemente / A volte questo sembra l’ultimo”.

L'articolo Al confine del southern gothic: Sparklehorse, tra rock e letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/southern-gothic-sparklehorse-rock-letteratura/feed/ 0
La visione di Robert Kennedy, a cinquant’anni dalla sua morte https://minimaetmoralia.it/politica/robert-kennedy-cinquantanni-dalla-sua-morte/ https://minimaetmoralia.it/politica/robert-kennedy-cinquantanni-dalla-sua-morte/#comments Tue, 05 Jun 2018 06:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37371 Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il senatore Robert Francis Kennedy è deceduto all'una e 44 di oggi, 6 giugno 1968, all'età di quarantadue anni». Frank Mankiewicz, suo portavoce dal 1966, annunciò al mondo la conseguenza fatale dell'attentato della notte precedente, quando nel corridoio delle cucine dell'Hotel Ambassador a Los Angeles Sirhan Sirhan, statunitense di origine giordana, sparò al candidato che aveva appena vinto le primarie in California, una tappa decisiva nella lunga corsa verso la Casa Bianca.

L'articolo La visione di Robert Kennedy, a cinquant’anni dalla sua morte proviene da Minima et Moralia.

]]>
1rkennedy

Pubblichiamo un pezzo apparso sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il senatore Robert Francis Kennedy è deceduto all’una e 44 di oggi, 6 giugno 1968, all’età di quarantadue anni». Frank Mankiewicz, suo portavoce dal 1966, annunciò al mondo la conseguenza fatale dell’attentato della notte precedente, quando nel corridoio delle cucine dell’Hotel Ambassador a Los Angeles Sirhan Sirhan, statunitense di origine giordana, sparò al candidato che aveva appena vinto le primarie in California, una tappa decisiva nella lunga corsa verso la Casa Bianca.

L’assassinio del settimo dei nove figli di Joseph e Rose Kennedy assomiglia a una ferita mai rimarginata. È la malinconia di una stagione politica drammaticamente incompiuta per una nuova generazione di americani, come la definì il presidente John F. Kennedy nel discorso d’insediamento a Washington. A cinquant’anni dalla morte le parole di Bobby Kennedy risuonano nelle marce degli studenti negli Stati Uniti contro la violenza e la proliferazione delle armi. Con il suo contributo, ma solo dopo la morte, nel 1968 il Congresso approvò il Gun Control Act, legislazione poi resa evanescente dalle pressioni della tuttora influente National Rifle Association.

Le parole dell’anima politica dei Kennedy danno un volto agli attuali 41 milioni di poveri americani, difendono i diritti delle minoranze e animano la nostalgia per un’idea alta e collettiva del fare politica, che pure non fu esente da incongruenze, errori e ambizioni di potere legate alla famiglia. La lungimiranza di Bob continua a stupire. Il 4 gennaio del 1967 decise di inaugurare a New York una delle prime conferenze nazionali sul rapporto tra economia e inquinamento, denunciando i rischi del degrado ambientale.

La politica era la passione di famiglia: il nonno Fitzgerald sindaco di Boston e parlamentare; il discusso padre Joseph primo presidente della Sec e poi dal 1938 Ambasciatore in Gran Bretagna; infine il fratello John Fitzgerald, il 35° e più giovane presidente degli Stati Uniti. E ancora oggi 35 membri della famiglia svolgono attività politica. Come ricordava il più introverso fra i Kennedy, classe 1925, nell’incipit della raccolta di scritti del 1962 The Pursuit of justice durante l’infanzia «difficilmente c’è stato un pasto in cui la conversazione non fosse dominata da cosa facesse Franklin D. Roosevelt o da quel che stava accadendo nel mondo. La vita pubblica sembrava un’estensione di quella familiare, il servizio nelle istituzioni era il modo per riempire di senso l’esistenza».

L’esperienza determinante per comprendere la natura dell’impegno di Kennedy è il periodo nel quale appena trentacinquenne ricoprì il ruolo di Ministro della giustizia. Dal dicembre del 1960 al 22 novembre del 1963, quando uccisero il fratello a Dallas, articolò una battaglia senza precedenti al crimine organizzato e rivoluzionò il Dipartimento, rendendolo con una squadra di prim’ordine l’avanguardia della Nuova Frontiera. Il Procuratore Generale più rilevante nella storia degli Stati Uniti d’America prefigurò perfino il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, fattispecie penale di cui l’Italia si è dotata solo dopo la morte di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa e resta un unicum nel panorama internazionale.

I suoi collaboratori più stretti hanno sempre sottolineato che Kennedy possedeva una capacità straordinaria organizzativa nel mobilitare e galvanizzare le persone. E sapeva ascoltare. Visse con passione il proprio tempo, interpretandolo, e conosceva il coraggio di cambiare.

Robert, nato dalla parte del privilegio, provò a far capire cosa significasse vivere nella società più ricca della storia senza un minimo di speranza e la radicalità del cambiamento necessario. Nel 1967, dopo un lungo viaggio fra i ghetti dei neri d’America, Kennedy confidò a Mankiewicz i pensieri e le esigenze che l’assillavano e che avrebbero caratterizzato l’agenda, orientata soprattutto alla working-class, degli ottantadue giorni delle primarie presidenziali. Il contrasto alla discriminazione razziale e alla povertà s’intrecciarono in modo inestricabile.

Nei sedici anni di vita pubblica, cominciata nel 1952 con la conduzione della campagna elettorale che consentì al fratello John di conquistare uno scranno al Senato, Bobby Kennedy maturò con costanza e riuscì nell’opera più complessa per un politico: chiedere al proprio paese di guardarsi dentro in un decennio tumultuoso segnato dalle crescenti disuguaglianze, dalle ombre della Guerra Fredda, dalla segregazione razziale e dalla lacerante guerra in Vietnam di cui si assunse la propria parte di responsabilità per gli esiti disastrosi della dottrina della controinsurrezione nel conflitto vietnamita.

«Questa guerra divisiva ha provocato una profonda crisi di fiducia in noi stessi come nazione – affermò il 18 marzo ’68 davanti agli studenti dell’Università del Kansas –. Sono stato coinvolto nelle prime scelte sul Vietnam, decisioni che hanno contribuito a produrre la situazione attuale. Gli errori del passato non perdonano che li si perpetui. La distruzione del Vietnam, il prezzo che paghiamo noi e il mondo non è di alcuna utilità. La guerra deve finire».

Nel 1948 appena laureatosi in giornalismo ad Harvard, Kennedy partì per il Medio Oriente in qualità di inviato del Boston Post. Poi non smise mai di occuparsi degli affari internazionali come nella questione cubana.

Nel giugno de1 1966 Bob compì in Sudafrica, in veste di senatore dello Stato di New York, il viaggio forse più significativo ispirando la lotta di liberazione. L’icona del difficile processo sudafricano di riconciliazione Desmond Tutu ricorda ancora la centralità di quella visita nel cammino verso la libertà. Si immerse senza scorta insieme alla moglie Ethel nella township di Soweto, riverberando con Mandela già in carcere la parola vietata del presidente dell’African National Congress, Albert Lutuli. Kennedy volle incontrarlo nel confino riservatogli dal governo segregazionista e ruppe la solitudine internazionale degli oppressi.

Appena atterrato in Sudafrica, prima di denunciare il durissimo regime di apartheid, riconobbe quello che subivano gli afroamericani di cui conquistò la fiducia. In questo senso è paradigmatico il rapporto con Martin Luther King Jr. Da Ministro della giustizia assecondò l’attività spionistica dell’FBI, preoccupato degli effetti della disobbedienza civile del leader del Movimento per i diritti civili, poi difese sul campo gli attivisti noti come “freedom riders”. King e Kennedy s’incontrarono lunga la strada della lotta alla povertà e dello smantellamento della segregazione razziale, che costituì la battaglia più dura e meritoria dell’amministrazione Kennedy.

Trasfigurato dal dolore e dall’angoscia per il paese, come quando ammazzarono il fratello, fu il primo a mettersi a disposizione della vedova Coretta Scott King. Nella giornata successiva all’uccisione di Martin Luther King Jr. scoppiarono sollevazioni in oltre cento città americane con 46 morti e 2500 feriti sulla strada. L’unico luogo risparmiato dall’onda distruttrice fu Indianapolis, dove intervenne Kennedy, che amava il poeta Eschilo e pronunciò uno dei discorsi più rilevanti del Novecento, quasi una preghiera: «Dedichiamoci a perseguire quello che i greci scrissero tanti anni fa: domare la natura selvaggia dell’uomo e rendere gentile la vita in questo nostro mondo».

L'articolo La visione di Robert Kennedy, a cinquant’anni dalla sua morte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/robert-kennedy-cinquantanni-dalla-sua-morte/feed/ 2
Dal Congresso alle primarie democratiche. Storia di Shirley Chisholm, seconda parte https://minimaetmoralia.it/ritratti/storia-di-shirley-chisholm/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/storia-di-shirley-chisholm/#respond Fri, 18 Nov 2016 13:30:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32847 Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l'ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L'esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Nell'inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell'ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l'educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l'equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l'elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

L'articolo Dal Congresso alle primarie democratiche. Storia di Shirley Chisholm, seconda parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
parks

Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l’ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L’esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Nell’inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell’ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l’educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l’equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l’elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

Chisholm era convinta che negli anni Sessanta le sfide poste nel decennio precedente al segregazionismo avrebbero proseguito a scuotere il paese. Aderì all’atto fondativo del movimento femminista National Organization for Women. Nel 1954 la sentenza della Corte Suprema sul caso Brown versus Board of Education of Topeka, che dichiarava incostituzionale la segregazione scolastica, aveva riacceso la lotta. Il primo febbraio del ’60 quattro giovani afroamericani, violando le leggi del Sud razzista, si sedettero per consumare il pranzo al Woolworth’s Store a Greensboro e rifiutarono di andarsene, prima di essere serviti come il cliente bianco. L’esempio che diede coraggio alla moltitudine degli oppressi nel nome di Emmett Till. Rosa Parks aveva già detto di essere stanca di cedere il posto e guardava lontano fuori dal finestrino.

La nonna di Ella Baker da schiava non aveva accettato di sposare l’uomo scelto dal padrone. La nipote è stata una delle principali protagoniste della battaglia contro la legislazione Jim Crow nel profondo Sud: «Occorreva far comprendere alle persone che avevano un potere da utilizzare nel solo caso in cui avrebbero preso coscienza di quel che stava avvenendo e che i gruppi di azione, la collettività era in grado di controbattere alla violenza», diceva Ella. Milioni di americani ispirati dalla militanza politica degli attivisti per i diritti civili credettero che le iniziative collettive potessero aprire le porte esclusive dei club politici e influenzarne l’agenda. La mobilitazione di massa, combinata alla disobbedienza civile, assumeva un’importanza indissociabile dalla presenza al voto e dalla candidatura dei neri. La lotta per i diritti civili al Nord, specialmente a Brooklyn, era abbastanza diversa dal Sud. La popolazione nera di Brooklyn pativa la segregazione de facto, che incideva dal lavoro al diritto all’abitare, con l’esclusione dalla rappresentanza politica, ma non sperimentava la brutalità dello stato di apartheid, violenza e morte del Sud.

Nel 1964 la disponibilità di un posto presso la Corte Civile di Brooklyn spinse Shirley al grande balzo. L’avvocato Tom Jones, dopo un mandato nell’Assemblea dello Stato di Nyc ad Albany, decise di correre come giudice. Dopo una lunga e fruttuosa gavetta decennale Shirley non diede attenzione a voci ostili o contrarie e si candidò senza riserve per quel seggio lasciato vacante. Shirley autofinanziò, 4mila dollari in totale, una durissima campagna elettorale estiva strada per strada con un messaggio chiave: voglio servire la mia comunità da dove si giostra il comando. Shirley vinse, raccogliendo 18151 voti, con un margine ampio nella corsa a tre contro il candidato liberale e quello repubblicano. Il 1964 fu uno spartiacque per lo Stato di New York e non solo: eletta Chisholm, il reverendo Martin Luther King Jr vinceva il Nobel.

In realtà dietro alla vittoria ad Albany c’è anche un uomo. Andrew Cooper lasciò un segno permanente nel panorama politico locale e nazionale, intentando una causa per la ridefinizione dei confini dei distretti elettorali di Brooklyn. La sua causa come altre (Baker v. Can; Reynolds v. Sims) tra il 1962 e il 1964 affrontarono il nodo della natura geopolitica della rappresentanza congressuale. L’impatto di queste sentenze e la conseguente redistribuzione incrementarono la rilevanza e il potere politico delle aree urbane. A Brooklyn la causa Cooper v. Power produsse la creazione del New York Twelfth Congressional District che nel 1968 elesse Chisholm al Congresso.

Fu stretto il rapporto di Chisholm con il senatore dello Stato di New York, Robert Francis Kennedy. Un prodotto di quella politica è stato ed è la Bedford-Stuyvesant Restoration Corporation, il primo modello di associazione no profit negli Stati Uniti, che a dicembre compirà quarant’anni di attività, per lo sviluppo di una comunità, per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di occupazione in quell’area depressa di Brooklyn.

Shirley continuerà sempre a danzare dentro e fuori dal sistema. L’ampia base elettorale e il consenso costruito nel tempo le consentivano di non subire le ritorsioni, l’esclusione riservata a chi non si allineava al partito. Essere dissidente non comportava alcuna deroga al ruolo legislativo. All’assemblea di Albany presentò cinquanta progetti di legge, otto quelli approvati: un numero sopra la media.

A quarantacinque anni dal primo progetto di legge sul tema, firmato Chisholm, la categoria professionale dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche nello Stato di New York ha conquistato il Domestic Workers Bill of Rights, che nel contesto giuridico del New York State Human Rights Law mette nero su bianco le tutele invocate da Chisholm. I programmi del suo Seek (Search for Education, Elevation, Knowledge) sono componenti integranti della vita accademica della City University of New York e della State University of Nyc. Sempre vigile sulle materie di propria competenza, la scuola su tutte, si segnalò per un’accesa battaglia contraria al finanziamento statale delle scuole private. Shirley si spese invano per un progetto di legge, che mantiene la propria attualità. Voleva rendere obbligatorio per diventare poliziotti la frequenza accademica di corsi sui diritti e sulle libertà civili per una cultura del rispetto delle minoranze e dei rapporti interrazziali.

38704u-840x1024

Fino alla metà degli anni Sessanta a New York la mappa elettorale per il Congresso privava dell’efficacia il diritto di voto delle minoranze. La sentenza della Corte Suprema, che decretò che i distretti fossero di eguale misura, compatti e contigui senza dividere e disperdere il voto nero, consentì a Chisholm di immaginare la strada verso Washington.

Superate le ruggini, ottenne il sostegno indispensabile del mentore Holder, mancò invece quello di Kennedy, propenso al contendente Thompson. Nel 1968 vedevano a portata di mano un traguardo storico. Furono dieci mesi di campagna elettorale durissima trascorsa a raccontare la storia di una giovane donna figlia di immigrati, emigrata a propria volta, che aveva deciso di sfidare e battere intanto il proprio grande partito. Shirley coniò lo slogan: «Fighting Shirley Chisholm – Unbought and Unbossed». Un manifesto vincente per dire due cose essenziali: il mio voto non è in vendita e più in profondità sono emancipata dalla schiavitù e dal colonialismo; sono una donna forte che non si fa comandare tanto a casa quanto nell’organizzazione politica.

Dopo la vittoria alle primarie Shirley si sentì male. O è incinta o è un cancro, sentenziò il medico alla prima visita. La biopsia scongiurò la malignità del fibroma. Dopo l’intervento riuscito e il decorso post operatorio tornò a casa emaciata, ma decisa a riprendere la strada: «Questa è la combattente Shirley Chisholm. Sono in piedi, in giro, a dispetto dei mormorii della gente».

La questione di genere fu utilizzata dagli avversari, mentre lei non caratterizzò la propria campagna congressuale in chiave femminista. Holder studiò a fondo l’elettorato e un dato deponeva a loro netto favore: per ogni uomo registrato nelle liste del distretto c’erano 2.5 donne, era il tallone d’Achille dei repubblicani. Nel quartiere le famiglie, le case erano guidate soprattutto dalle donne che si registrarono in massa per votare. Erano attive nei club politici, dunque occorreva coinvolgerle, fare rete. Un fattore determinante ignorato dagli avversari. «Le donne sono considerate cittadine di seconda classe come i neri. Una quantità immensa di talenti è sprecata dalla nostra società solo perché quel talento indossa una gonna. Voglio che giunga il tempo nel quale non vedremo più le differenze in base al sesso e al colore della pelle. La discriminazione contro le donne in politica è particolarmente ingiusta, perché non ho visto nessuna organizzazione funzionare senza di loro. Per anni sono rimasta dietro le quinte e ho lavorato per piazzare gli uomini negli uffici politici, scrivendo i loro discorsi e suggerendo come rispondere alle domande».

Il contendente, un afroamericano da Harlem, Farmer, era un leader del movimento per i diritti civili dalla comprovata qualità oratoria, che non tentennò nello scaricare Nixon inviso ai neri di Brooklyn, annunciando il voto per Hubert Humphrey. Farmer ricevette l’endorsement da celebrità quali Nina Simone. Le due candidature erano il segno dei tempi, travolti però in quel cruciale 1968 dalla violenza assassina che fece ripiegare il Paese. La campagna di Farmer, sposato con una donna bianca, si distinse per il maschilismo, ma non era una novità. Le donne erano marginalizzate anche dentro al movimento per i diritti civili. Nella grande marcia dell’agosto 1963 a Washington, Dorothy Height, al vertice del National Council of Negro Women, fu l’unica fra i leader delle maggiori organizzazioni a non parlare dal palco.

Nei dibattiti e confronti diretti Chisholm sbaragliò Farmer tanto quanto nelle urne: 34.885 voti a 13.777. Un trionfo che le diede la ribalta nazionale e le prime pagine dei giornali, ormai era bombardata dalle richieste di interviste. È interessantissimo in questo senso il lavoro di analisi sui media di Erika Falk: Women fot President, Media Bias in Eight Campaigns. Chisholm era spesso etichettata dalla stampa con lo stereotipo della femminista arrabbiata.

Shirley si è sempre presentata in anticipo sulla Storia. All’apertura della novantunesima sessione del Congresso degli Stati Uniti arrivò invece con un po’ di ritardo e infranse una delle tradizioni venerate della casa, prima di procedere al giuramento, entrando con il cappotto e il cappello ancora indosso. I deputati le chiedevano: «Che cosa ne pensa tuo marito dell’elezione?».

Non allestì uno staff personale all black, misurando invece la scelta sulla competenza, l’esperienza e la lealtà. Si distinse subito in una battaglia feroce riguardante l’assegnazione nelle commissioni. La destinarono alla Commissione agricoltura e alla subcommissione Forestale, mentre lei chiedeva quella dedicata a Educazione e lavoro. Affrontò, cosa inedita per un debuttante al Congresso, lo speaker McCormack riuscendo a variare l’indicazione iniziale. Vinse anche questa battaglia con l’insolita approvazione della stampa newyorchese. La spostarono alla Commissione per i Veterani di guerra. «Nel mio quartiere ci sono molti più reduci che alberi», commentò soddisfatta.

chisholm_campaign_poster-816x1024

Lei si sentiva innanzitutto rappresentante di un collegio elettorale urbano afflitto da problemi abitativi, di occupazione ed educazione. E coinvolta dentro a una generale lotta epocale che dava ancora maggiore responsabilità a un membro nero del Congresso. Shirley ad Albany come a Washington è sempre rimasta distante dai salotti della politica, dalle feste. Chisholm toccò il nodo degli interessi lobbistici, che pregiudicavano l’attività legislativa, e dunque la democrazia rappresentativa, deviata dagli affari personali in un’assemblea dominata dalla gerontocrazia: «La maggioranza dei membri della Camera soccombono, cedono il loro potere a una minoranza che comanda lontano da qui e non risponde all’interesse generale».

All’apertura del novantunesimo Congresso la curiosità degli analisti e politici bianchi verteva soprattutto sul comportamento parlamentare degli eletti neri: avrebbero fatto blocco comune e chi avrebbe assunto la leadership? Tutti si attendevano che agissero come una forza unificata. Chisholm sgombrò subito il campo, ricordando la singolarità delle storie, dei background e delle comunità di provenienza, nonché le forti pressioni esercitate su ognuno di loro. Una volta tramontata la stella di Adam Clayton Powell, the boss black congressman, la questione della leadership si apriva e i riflettori puntarono Shirley, che aveva un riconoscimento nazionale per l’eco dell’elezione di una donna nera. Le telecamere cercavano solo lei, alimentando invidie e dissidi. Conscia della difficoltà di cambiare il sistema politico, costruì un ponte con tutto quello che si muoveva fuori da lì.

L’ingresso di Chisholm al Congresso coincise con l’insediamento dell’amministrazione Nixon, che in campagna elettorale aveva acceso la speranza di farla finita con la guerra in Vietnam. Il pacifismo non era in cima alla lista delle istanze della campagna elettorale di Chisholm. Lo divenne dopo l’annuncio presidenziale dell’elaborazione dell’AN ABM System: missili, miliardi di dollari per un complesso e inutile programma di difesa preventiva che comportava la chiusura di programmi scolastici come l’Head Start nel distretto di Columbia. Chisholm votò con nettezza contro ogni singolo provvedimento di finanziamento o rifinanziamento delle spese e missioni militari:

«Il nostro paese ha bisogno di proteggersi quando necessario e il conflitto è inevitabile. Non possiamo dare assegni in bianco alla Difesa, privando settori vitali della società come scuola e sanità. Noi americani crediamo di essere sempre in missione per un mondo più libero, ovunque anche in Vietnam e in America Latina, non è così. Copriamo gli errori, orrori della guerra con la bugia sulla natura della stessa. Fino a quando non sconfiggeremo i nemici nel nostro paese, quali la povertà e il razzismo, qualunque discorso sull’eguaglianza delle opportunità e sulla libertà apparirà ipocrita agli occhi del mondo», disse nel discorso d’insediamento al Congresso.

Il coraggio di Chisholm conquistò la fiducia del movimento studentesco. Fioccarono gli inviti per intervenire ai campus e lei chiese allo staff di fissarne in agenda il maggior numero possibile. Il linguaggio acuto e limpido dei suoi discorsi contro la guerra colpivano corde e sentimenti reattivi. Shirley è stata un punto di riferimento per tutti i movimenti che cercavano una sponda istituzionale.

Nell’agosto del 1969 la National Association For The Repeal of Abortion Laws, organizzazione con base a New York, propose a Chisholm la presidenza. Lei si intestò quella battaglia soprattutto per la tutela della salute delle donne. L’imperativo era sottrarre le donne, spesso giovanissime, alle stanze dove si praticavano e consumavano in totale insicurezza sanitaria gli aborti clandestini. Soprattutto la povertà spingeva nel buio della notte dell’aborto clandestino. Chisholm accettò la presidenza onoraria della Naral e dall’annuncio in televisione, nel settembre del 1969, il suo ufficio a Capitol Hill fu invaso dalle lettere di donne in cerca di aiuto. Provò a tessere sponde e alleanze anche fuori dal partito, scrisse ai membri più influenti della Camera per cambiare la legislazione in materia.

In quell’anno, il 1969, Chisholm trasportò la sua lotta locale per cambiare le dinamiche interne al Partito Democratico su scala nazionale. All’interno del partito fu rilevante il suo endorsement per la rielezione nel 1969 a sindaco di New York di John Lindsay, scaricato dai repubblicani. Dalle primarie democratiche era uscito il candidato più conservatore, Mario Procaccino, inviso a Chisholm. Lindsay, candidato dal New York Liberal Party, dato in netto svantaggio, rialzò così la testa con la possibilità concreta di farcela. Chisholm fece una campagna elettorale nel suo stile con il proprio volto e la voce a fianco di quella di Lindsay che fu eletto.

Chisholm, la novità più interessante del panorama newyorchese, ormai si muoveva fra le linee dei partiti: «Questa esperienza apre una stagione di coalizioni sociali, specie nelle grandi città, che accoglie la richiesta dei cittadini di contare nel processo politico dalla base e non lo delega a cinque o sei boss di partito chiusi dentro a stanze riservate». Lei non aveva alle spalle un’organizzazione partitica e non godeva di finanziamenti cospicui, ma aveva una base elettorale solidissima e pronta ad attivarsi per le sue iniziative.

Chisholm raccontò spesso l’episodio del mancato acquisto di un appartamento a Washington appena eletta. Lei e il marito avevano scelto un’abitazione, ma inspiegabilmente l’agente immobiliare non era disponibile alla trattativa, malgrado in tutta evidenza fosse in vendita. Una settimana dopo la mancata finalizzazione dell’operazione, lo stesso richiamò al telefono Chisholm: «Perché non mi ha detto chi era?» Lei lo liquidò con un linguaggio colorito. Ha sempre rifuggito l’ipocrisia e quel che definiva il “civil rights show”: «Il razzismo è così universale in questo paese, così esteso e radicato che risulta invisibile, normalizzato».

A Shirley chiedevano di ribaltare il senso della sconfitta che aveva affossato la generazione dei suoi genitori, che avvertivano di aver perso la propria opportunità a causa del razzismo. Si trovò a gestire il reflusso, parte della disillusione per le conquiste che con il Movimento per i diritti civili non avevano tuttavia cambiato il cuore bianco dell’America, un miracolo impossibile nelle sue parole. La domanda successiva, alla quale Chisholm non si è sottratta, riguardava gli esiti della frustrazione e della frattura interna allo stesso movimento. Nei quartieri periferici delle grandi città, brulicavano migliaia di giovani pronti a lasciarsi andare, trascinati dai gruppi militanti (The Panthers, The Moslems, The Republic of New Africa su tutti) sempre più forti. Chisholm poteva parlare con loro. Non la consideravano una venduta, a differenza di molti politici neri:

«Qual è il senso di sparare e bruciare i negozi? Sono pragmatica. A loro basta premere un bottone a Washington per spazzarci via e militarizzare ogni angolo del quartiere. Che cosa farete contro la forza repressiva del governo? Siete pronti a offrire un’alternativa a chi soffre, donne e bambini che trascinerete in una battaglia non vincibile? Questa lotta armata non è una rivoluzione. Rideranno di noi fino a quando non saremo in grado di permeare e sferragliare le loro istituzioni». Chisholm vedeva il proprio ruolo istituzionale come catalizzatrice del cambiamento nello spirito di una generazione, che non doveva essere ucciso dalla violenza che aveva colpito la famiglia Kennedy, Martin Luther King Jr. e Malcom X.

Shirley, che aveva patito la povertà, non era stata contagiata dall’entusiasmo per la “guerra” firmata da Lyndon B. Johnson nell’agosto 1964 con il Poverty Bill, noto come The Economic Opportunity Act. All’alba del proprio impegno congressuale ne constatava, come per il movimento per i diritti civili, l’esito modesto aggravato dai passi indietro dell’amministrazione Nixon. Senza lo sradicamento del razzismo nessun contrasto alla povertà può essere credibile, ribatteva Chisholm. Nessuno fra i legislatori voleva che i programmi di aiuto diventassero modi di acquisire coscienza e potere politico da parte degli ultimi. L’Economic Opportunity Act schivava  il tema dell’organizzazione tesa a emanciparsi dalla cultura dell’aiuto.

Preoccupata dalla deriva Nixon, dalla segregazione de facto che rinfocolava il razzismo sudista, Chisholm cominciò a pensare alle elezioni del 1972. Sentiva di rappresentare la domanda crescente di giustizia sociale delle realtà urbane con alle spalle il movimento contro la guerra in Vietnam. Dentro al palazzo era l’interlocutrice principale dei numerosi movimenti giovanili, che intendevano mutare l’agenda setting americana. Le Pantere Nere parlavano solo con Chisholm, che si espose in prima persona per la liberazione di militanti come Joan Bird o nel supporto ad Angela Davis.

Lei teneva insieme la lotta femminista con quella di classe. Portava la sua prospettiva di donna nera, figlia di immigrati della classe operaia. Rosa Parks l’ammirava per la determinazione e la lealtà agli elettori. Parks la chiamava Pepper Pot, e l’esuberante Chisholm nel 1970 aveva ottenuto l’82% dei voti per la riconferma del seggio. Numerose fotografie le ritraggono insieme sorridenti.

Nel luglio del 1971 l’ipotesi della candidatura prese corpo in lunghe discussioni con il marito e il mentore Holder. Lei era consapevole della carenza di fondi, della necessità di uno staff ampio e degli ostacoli posti dal genere e dai pregiudizi razziali. Le donne e i giovani però non avrebbero dovuto disertare le urne. Nel 1971 era fra i legislatori che misero fine alla leva obbligatoria e la promotrice del XXVI emendamento che anticipava a 18 anni l’età minima per il voto.

Nel 1964 ci aveva provato la repubblicana Margaret Chase Smith ad abbattere la barriera che separava le donne dalla Casa Bianca. L’annuncio ufficiale arrivò il 25 gennaio 1972. Dal pulpito della gremita Concord Baptist Church a Bedford-Stuyvesant, Chisholm scandì con la consueta energia parole destinate a entrare nella storia degli Stati Uniti.

Chisholm interpretava una cultura politica scomoda che, senza rinnegare gli elementi della propria identità, invocava il superamento di qualsivoglia barriera sociale, di genere o razza. La sua coalizione era multirazziale, intergenerazionale: non parlava alla Black Nation ma al popolo americano. La sua identità molteplice, translocale, le consentiva di muoversi con disinvoltura sul fronte di sfide sociopolitiche eterogenee. Uscendo dagli schemi del bipartitismo l’effetto era potenzialmente dirompente.

Chisholm, all’apice della propria carriera politica, non coltivava illusioni di vittoria, ma qualcuno avrebbe dovuto smuovere le acque per la prima volta. E lei aveva le carte in regola per portare alla Convention Democratica una voce nuova. Occorreva uscire dal confine della sua Brooklyn per orientarsi nella vastità americana. Chisholm si imponeva anche per l’eleganza e lo stile accurato dell’abbigliamento in linea con la moda del proprio tempo, soddisfacendo l’attenzione mediatica all’estetica. La montatura degli occhiali era un richiamo evidente a Malcom X. Subì una forma unica di sessismo dagli stessi esponenti politici afroamericani infastiditi pure dalla sua discrezione fashion, ereditata dalla madre Ruby, sempre attenta nel vestirsi.

Chisholm non perse mai il proprio stile, anche in un momento particolarmente delicato, dopo l’attentato che paralizzò il candidato Wallace, governatore democratico segregazionista dell’Alabama. Malgrado la profondissima distanza tra i due, lui ha sempre ricordato le visite in ospedale di Chisholm, costretta alla scorta e a subire la macchina del fango nixoniana.

In mezzo a molti volta faccia, le Pantere Nere non la tradirono, compiendo un passo storico verso le istituzioni. D’altra parte lei nel cruciale 1969 si era espressa senza titubanze contro la repressione poliziesca. Le Pantere nere la sostennero soprattutto in California grazie al supporto logistico che avevano a disposizione. Percy Sutton, già avvocato di Malcolm X e presidente del distretto di Manhattan dal 1966 al 1977, il compagno di tante lotte, le fu vicino fino alla conclusione, mentre altri salivano sul carro del vincitore McGovern. Il discorso di Sutton rivolto alla Convention democratica, tenutasi al Miami Beach Center, commosse Chisholm e la platea:

«(…) Tutti gli americani sono indebitati con questa signora esile, che senza risparmiare sforzi ha iniettato nuova linfa a un sistema politico decadente e inerte. La sua candidatura ha assemblato i non rappresentati che in lei hanno visto una speranza per e dalla politica.

(…) Questa signora coraggio nel corso della sua campagna ha sferrato un attacco contro tutte le forme apparentemente irremovibili di pregiudizio che causano sofferenza umana. Questa signora determinazione davanti agli sberleffi e agli insulti ha proseguito con risolutezza a domandare  libertà e dignità per tutti gli americani.

(…) Questa signora del candore Stato per Stato, campus per campus, ghetto per ghetto ha aperto una fase nuova. Facendosi carico e condividendo le passioni più profonde degli americani dimenticati dagli altri candidati, ha conquistato l’amore e l’ammirazione di milioni di persone in tutto il mondo».

L'articolo Dal Congresso alle primarie democratiche. Storia di Shirley Chisholm, seconda parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/ritratti/storia-di-shirley-chisholm/feed/ 0
“Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/#respond Tue, 17 Nov 2015 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29117 Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

L'articolo “Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe proviene da Minima et Moralia.

]]>
ashe

Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

Un altro segno del destino: Mattie, la madre, era morta per le conseguenze di un intervento chirurgico malriuscito, quando Arthur aveva 7 anni. A Richmond il padre, ex poliziotto, era il custode di un impianto riservato ai neri con quattro campi da tennis. Fu lì che Arthur cominciò a giocare, in uno sport per bianchi dove i neri avevano trovato uno spazio vittorioso con una donna, Althea Gibson, che vinse a Wimbledon  nel 1957 e 1958. E commentò con ironia: “Esiste una certa differenza tra una stretta di mano con la regina d’Inghilterra e l’essere obbligata a sedersi sul fondo degli autobus in South Carolina, nello spazio riservato ai nigger”.

Lo stesso doveva fare Ashe, in Virginia. Qualche data, per capire quali anni stia attraversando l’America e come possa averli vissuti Ashe. Nel 1955 Rosa Parks si rifiuta di cedere a un bianco il posto sull’autobus. Arrestata e multata di 14 dollari. Scatta la protesta, sempre pacifica, della popolazione nera: per 381 giorni viene boicottata la compagnia di trasporti. La protesta è orchestrata da Martin Luther King, quello di I have a dream, ne avrete sentito parlare. Fu assassinato nel 1968, come Bob Kennedy. Era stato assassinato John Kennedy nel 1963, Malcolm X nel 1965.

Ashe aveva provato col football americano, ma era troppo esile, i compagni lo chiamavano Bones (Ossa). Nel tennis promette bene. Il suo scopritore, Ronald Charity, capisce che i campi di Brooksfield Park a quel ragazzino alto e magro cominciano a stare stretti e lo fa conoscere a Walther Johnson, anzi al dottor Johnson, laureato in medicina. È il 1953. Johnson, che ha aperto una scuola di sport per neri, è anche l’istruttore di Althea Gibson. Fa capire ad Arthur che per un nero sfondare nel tennis è più difficile che per un bianco ed è prodigo di consigli. Uno riguarda i tornei giovanili, dove ci si arbitra da soli. “Chiama a favore dell’avversario anche una palla fuori di dieci centimetri, così non passerai per il solito negro che ruba i punti”. E, di fronte allo sguardo interrogativo dell’allievo, la rassicurazione: “Forse perderai qualche partita in più, ma se sei bravo alla fine lo dimostrerai”.

Lo dimostrerà. Nel ’57 è il primo nero a giocare in un campionato juniores, nel Maryland. Stanco di cozzare contro il segregazionismo della Virginia, pilotato da Johnson si sposta a St. Louis e poi in California, all’Ucla di Los Angeles. A 20 anni è il primo tennista nero nella Nazionale Usa (che vince la Coppa Davis). All’Ucla si laurea in Scienze delle finanza. Entra all’accademia di West Point. Nel ’68, da dilettante (è tenente dell’esercito) vince la prima edizione open dei campionati Usa battendo il professionista Tom Okker. Parallelamente, cresce l’attenzione di Arthur per le questioni sociali. Attenzione che bassa non era mai stata. Già da ragazzino sapeva chi era Jackie Robinson, maglia numero 42, il primo nero a entrare nel 1947 nella Major league di baseball. Sapeva la storia della sua famiglia: “Fu mio padre a farmi capire che l’affrancamento di noi neri non era venuto con la fine della guerra di Secessione, né con le leggi che seguirono. Era in corso. La mia trisavola era stata venduta per una balla di tabacco, mio nonno era stato meno libero di mio padre, che era meno libero di me ma non se ne lamentava”.

Da tennista famoso, ma nero, Ashe non è gradito agli Open di Johannesburg. Bobby Seale, il leader delle Pantere nere, gli suggerisce azioni di protesta clamorose, come quella di non affrontare tennisti sudafricani. Ma Arthur fa di testa sua. Da un lato chiede l’estromissione della federtennis sudafricana dal circuito mondiale, dall’altra continua, per tre anni di fila, ad iscriversi al torneo di Johannesburg. Finché lo accettano. Nel ’73, quando fu sconfitto da Connors in finale. Ma quella trasferta servì ad Ashe per andare più volte nel ghetto di Soweto, a seminare speranze. Ha tante iniziative. L’anno prima, su un campo di Yaoundé, aveva scoperto Yannick Noah, mezzo francese mezzo camerunese, che avrebbe trionfato al Roland Garros nel 1983.

Ashe, chiamato il Principe nero per la sua eleganza e sportività, sapeva di essere diventato un simbolo e ammoniva: “ I neri deificano e i loro atleti e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata. Dobbiamo cambiare questa mentalità”. Lo disse nel ’92, quando già era segnato dalla malattia. Era stato operato al cuore nel ’79 per un infarto: 4 bypass. E una seconda volta nel 1983. Dal 1988 sapeva di aver contratto l’Aids. Fu costretto, per anticipare  lo scoop di Usa Today (a violare la privacy un giornalista nero, suo compagno di tennis a Brooksfield Park) ad annunciare la malattia in una conferenza-stampa, l’8 aprile 1992.  Muore il 6 febbraio 1993.

In quei mesi, l’uomo-simbolo, il capitano di Davis che ha saputo gestire due tipi scomodissimi come Connors e McEnroe, non è stato fermo a compiangersi. Sa di essere (parole sue) nel lungo corridoio della morte, in attesa, ma intanto fonda l’Arthur Ashe Institute for Urban Health, che si prende cura delle persone sprovviste di assicurazione medica. Aveva già scritto la storia dello sport afroamericano, in tre volumi.  Era commentatore televisivo, scriveva per il Washington Post, scrive la storia della sua vita, che completerà sei giorni prima di morire. Si fa arrestare davanti alla Casa Bianca manifestando contro la Cia e a favore dei rifugiati haitiani. Sportivamente, il momento più alto della sua carriera rimane la vittoria del ’75 a Wimbledon: 6/1, 6/1, 5/7, 6/4  a un Jimmy Connors più giovane di 10 anni e dato favorito 4/1 dai bookmakers.

Era il confronto tra due Americhe, non solo tra il bianco Connors, perennemente arrabbiato, scortese, che si vantava di non aver mai letto un libro e il nero laureato Ashe, ammirato per il suo fairplay su tutti i campi. Ma Ashe non lo considerava il giorno più importante della sua vita. Sì invece, a domanda rispose, l’11 febbraio 1990, data della scarcerazione di Nelson Mandela. Che da carcerato, quando gli chiesero il nome di una persona che avrebbe voluto incontrare una volta fuori, rispose: “Arthur Ashe”. Fu un momento di grande emozione per tutti e due, quando si incontrarono.

Così l’ha ricordato Martina Navratilova: “Ha combattuto per la sua vita e per quella degli altri. Un uomo meraviglioso che saputo andare oltre il tennis  la sua razza, la sua nazionalità, la sua religione per cambiare e migliorare il mondo”.  Così Noah: “Arthur mi ha permesso di sognare. Ora non c’è più. Ci mancheranno la sua calma, la sua classe, il suo impegno per i diritti umani e civili”. Ma ora, tra virgolette, voglio riportare alcune frasi di Ashe. “ Fino a che punto ho lanciato le mie crociate contro l’apartheid per liberarmi dal rimorso di non aver partecipato al movimento di Martin Luher King? Mentre il sangue dei miei fratelli neri scorreva nelle strade di Biloxi, Memphis e Birmingham io giocavo a tennis”. “La segregazione mi ha impresso un marchio indelebile che si cancellerà solo con la morte”. “L’ Aids non è stato il peso più assillante della esistenza, la negritudine sì”. “Non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato l’Aids come non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato vincere a Wimbledon. Ho pensato che fosse la volontà di Dio”. “Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato”. “L’autentico eroismo è sobrio, non drammatico. Non è il  bisogno di superare gli altri a qualunque costo  ma il bisogno di servire agli altri a qualunque costo”.

Il campo centrale di Flushing Meadows è intitolato ad Ashe. A Richmond gli hanno dedicato una statua, opera di Paul Di Pasquale. Ashe, in piedi, circondato da bambini, impugna la racchetta con la mano sinistra (ma non era mancino) e nella destra tiene tre libri, come a ribadire che l’istruzione è più importante dello  sport. Non lontano, le statue in memoria di due generali sudisti, Robert Lee e Stonewall Jackson. L’avrebbero mai immaginato suo nonno, suo padre? Chiudo con una frase di Ashe malato: “Vi prego di non considerarmi una vittima. Io sono un messaggero”.

L'articolo “Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/feed/ 0