Robert MacFarlane Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robert-macfarlane/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Nov 2020 10:10:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Robert MacFarlane Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robert-macfarlane/ 32 32 Underland, il viaggio nel tempo profondo di Robert Macfarlane https://minimaetmoralia.it/recensioni/underland-viaggio-nel-tempo-profondo-robert-macfarlane/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/underland-viaggio-nel-tempo-profondo-robert-macfarlane/#respond Fri, 20 Nov 2020 07:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44645 Che cosa sappiamo dei segreti che il mondo custodisce sotto ai nostri piedi? I viaggi affascinanti di esplorazione del sottosuolo dello scrittore Robert Macfarlane, nato a Oxford, classe 1976, critico letterario e docente all’Emmanuel College di Cambridge, sono animati da questa domanda.

Underland, un viaggio nel tempo profondo (Einaudi, 417 pagine, 22 euro traduzione di Duccio Sacchi), insignito del National Outdoor Book Award e inserito tra i migliori libri dell’anno dalle principali testate internazionali, è cominciato a nascere nel 2010. Macfarlane si è soffermato su quattro eventi, che in sequenza da quell’anno ci hanno ricordato la connessione ineludibile tra ciò che è sopra e sotto la superficie terrestre: il terremoto di Haiti, il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull e la vicenda dei trentatré minatori cileni intrappolati nella miniera di oro e rame di San José nel deserto di Atacama.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Che cosa sappiamo dei segreti che il mondo custodisce sotto ai nostri piedi? I viaggi affascinanti di esplorazione del sottosuolo dello scrittore Robert Macfarlane, nato a Oxford, classe 1976, critico letterario e docente all’Emmanuel College di Cambridge, sono animati da questa domanda.

Underland, un viaggio nel tempo profondo (Einaudi, 417 pagine, 22 euro traduzione di Duccio Sacchi), insignito del National Outdoor Book Award e inserito tra i migliori libri dell’anno dalle principali testate internazionali, è cominciato a nascere nel 2010. Macfarlane si è soffermato su quattro eventi, che in sequenza da quell’anno ci hanno ricordato la connessione ineludibile tra ciò che è sopra e sotto la superficie terrestre: il terremoto di Haiti, il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull e la vicenda dei trentatré minatori cileni intrappolati nella miniera di oro e rame di San José nel deserto di Atacama.

Dalle catacombe a Parigi, all’altopiano del Carso spingendosi fino alle remote Isole Lofoten, Macfarlane con una grande capacità descrittiva indaga questo legame e le implicazioni ambientali cruciali della nostra epoca: «In tutte le culture e nella storia della nostra specie, il regno dell’oscurità e della profondità, che giace sotto di noi, appena percepito ma enormemente potente, ricorrono tre funzioni: proteggere le cose preziose (i corpi delle persone amate, sostanze preziose, esistenze fragili), produrre le cose pregiate (informazioni, ricchezza, visioni) ed eliminare le cose nocive (scorie, traumi, segreti)».

L’autore ribalta la visione culturale che limita gli spazi sotterranei all’idea di paura. Nelle sue pagine il sottosuolo è un luogo di protezione e svelamento: «Le associazioni culturali dominanti del sottosuolo evocano l’orrore e il disgusto. È una sorpresa, anzi un paradosso, pensarlo come un luogo di rivelazione e protezione, anche se questo è ciò che ho cercato di fare nel libro. Nel mondo di sotto riponiamo da sempre ciò che temiamo e desideriamo perdere e ciò che amiamo e desideriamo salvare».

I viaggi di Macfarlane sono ricchi di incontri, talvolta nascono proprio da suggestioni. Nel 2014 Luciano Comoy, poi trovato in Italia, gli scrisse e lo colpì con una lettera sulla storia del Carso. «Aveva letto il mio libro Le antiche vie (Einaudi) e mi ha invitato – spiega il britannico –. Nel 2014 mi descrisse una regione calcarea di doline e voragini in cui politica, storia, mitologia e geologia si combinavano in modo complesso tra loro; un paesaggio di un milione di grotte, dove le battaglie erano state combattute all’interno delle montagne e dove un “fiume senza stelle” scorreva a mille piedi sotto la superficie».

Il sogno del fiume Timavo è uno dei capitoli più avvincenti, ma di che cosa si tratta? «Il miraggio è di mapparne e percorrerne l’intera lunghezza, comprese le molte miglia sotto la superficie del Carso, prima di sfociare nell’Adriatico – sottolinea Macfarlane che si è avventurato lì –. Si tratta di un sogno impossibile. Questa è una delle ragioni potenti di Underland: il fascino pericoloso dell’impossibilità di esplorare completamente il mondo sotterraneo».

Underland trasmette al lettore sensazioni di profondo stupore come davanti all’arte rupestre riemersa nelle Isole Lofoten: «Ho provato soggezione, sollievo, stanchezza. Il viaggio invernale per raggiungere questa vasta grotta marina sulla costa artica disabitata dell’arcipelago delle Lofoten è stato così duro e inaspettatamente pericoloso, che ho pianto, dopo aver varcato la soglia della grotta e ammirato i Danzatori rossi, dipinti lì sulle sue pareti probabilmente duemila anni fa».

Nell’oscurità si cela tanta bellezza, che Macfarlane descrive così: «Le visioni nell’ombra. La materia oscura intravista un miglio sotto la terra. La diminuzione della vista e la celebrazione del tatto, del profumo, dell’udito. Lo stupore del ritorno al mondo di luce, colore e movimento in superficie, che è una rinascita».

Macfarlane tradisce la fascinazione per il mutualismo biologico come modello o ispirazione per le relazioni umane, osservando la comunicazione fra le foreste che è un aspetto centrale della narrazione. «Ormai non posso camminare tra gli alberi senza che la mia mente sia attratta verso il basso, verso la vasta rete invisibile di micorriza che unisce ogni albero in foreste intercomunicanti – racconta –. Gli alberi sono socievoli; comunicano tra di loro con segnali chimici sia nell’aria sia sottoterra. Si mantengono in vita grazie a sistemi immunitari condivisi e allo scambio di cibo e medicine mediante connessioni fungine».

Il “tempo profondo”, evocato da Macfarlane, corrisponde alle distese geologiche del passato e del futuro che si estendono dietro e lontano dal presente. Nel considerarle ci rendono umili e schiacciano. Underland sostiene un “tempo profondo etico”. Pensare al tempo profondo può essere un modo non tanto di sottrarci al nostro inquieto presente quanto piuttosto di ripensarlo; contrapponendo alle sue rapide furie, storie più antiche e più lente di costruzione e distruzione. Questa consapevolezza potrebbe contribuire a considerarci parte di una rete di doni, acquisizioni e lasciti che si estende per milioni di anni. Contemplarci in questa dimensione più vasta dovrebbe spingere ad assumere un senso di responsabilità per il presente e per l’eredità che lasceremo come comunità.

La ricchezza del sottosuolo è essenziale per la vita in superficie. L’ispirazione di Underland è legata anche all’impatto epocale dell’industria estrattiva: «Gli esseri umani hanno perforato più di cinquanta milioni di chilometri di pozzi petroliferi. Hanno rimosso le cime di intere creste montuose per raggiungere il carbone che contengono. Hanno scavato miniere in profondità nei massicci e nel mare. La tecnologia ci ha reso immensi agenti geologici, incidendo nel sottosuolo a un costo enorme e incorrendo in conseguenze in gran parte non misurate».

Macfarlane ha letteralmente sfidato la claustrofobia: «È qualcosa di avvincente. Nei viaggi ho ricorso alla forza fisica pura per misurarmi con essa. Il momento più claustrofobico che ho vissuto – molto al di sotto delle strade di Parigi, intrappolato in una morsa di pietra calcarea – non è qualcosa che vorrei ripetere…Soffermandosi su quelle pagine, molti lettori mi hanno scritto che hanno dovuto riporre il libro e uscire per mirare un cielo limpido».

È una paura della nostra epoca? «Sì, mi sembra la fobia dell’Antropocene colpito dalla crisi; il senso del tempo e dello spazio che si stanno esaurendo – asserisce lo scrittore –. La sensazione si è solo intensificata da quando è arrivato il COVID-19. Sulla scia della pandemia e della crisi climatica dobbiamo collaborare per costruire la nostra prossima casa ed evitare quella che EO Wilson chiama L’era della solitudine».

In Underland risuona una domanda: saremo ricordati come dei buoni antenati? «La risposta ora è no. L’Antropocene è il periodo dell’ecologia ferita, delle risorse in esaurimento e della scarsità nella quale annaspa la nostra specie. Si è ridotta la capacità di pensare a lungo termine».

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Di nuovo selvaggi: il fascino estremo dell’essenziale https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/ https://minimaetmoralia.it/cinema/di-nuovo-selvaggi-il-fascino-estremo-dellessenziale/#comments Wed, 05 Nov 2014 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24050 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena del film Into the wild)

“Pensare alla nostra vita nella natura, quotidianamente trovarsi davanti alla materia, entrare in contatto con rocce, alberi, vento sulle gote. La terra solida! Il mondo autentico! Il senso comune! Contatto! Contatto! Chi siamo? Dove siamo?”. Sono parole di Henry David Thoreau, scritte nel 1857, ma potrebbero essere state scritte ora. Se all’epoca di Thoreau il divario tra uomo e natura cominciava a esistere, possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi sia diventato abissale. Perso il famoso contatto con il selvaggio, l’uomo è disorientato, infelice, povero. E allora una capanna nel bosco, un sentiero di montagna, una barca a vela in mezzo all’oceano diventano più che mai luoghi di cura, di fuga, di rinascita. Così come è sempre più diffuso il desiderio di sognare e di vivere, se non in prima persona almeno attraverso la letteratura e il cinema, esperienze estreme nella natura.

Se non è possibile scappare in mezzo al nulla, si può sempre leggere le storie di chilo ha fatto. Anzi, è grazie alla letteratura e al suo potere rivelatorio che questo succede: sono i libri che inventano mondi lontani, disegnano terre di pace, evocano avventure del corpo e dello spirito; sono i libri i responsabili delle scelte di vita estreme che tanto piacciono in questi nostri tempi tecnologici e urbani. Se Chris McCandless, la cui storia (vera) è raccontata nel film Into the wild, ha ispirato migliaia di persone con la sua celebre fuga in Alaska, a sua volta sappiamo che McCandless aveva portato con sé e letto alcuni classici della letteratura.

“Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore”. L’autore di questo brano – sottolineato da McCandless e ritrovato insieme alla sua salma, come Jon Krakauer racconta nel libro Nelle terre estreme (Corbaccio) da cui è tratto il film – è Lev Tolstoj. Fu soprattutto la lettura di Tolstoj, secondo Krakauer, a sedurre il giovane McCandless, oltre naturalmente quella di Henry David Thoreau. Il quale,non a caso, se ne andò per due anni a vivere in una capanna auto-costruita in Massachusetts e poi scrisse Walden o la vita nei boschi, diventando il padre del nature writing americano.

Anche Silvyain Tesson, scrittore e viaggiatore, ha vissuto sei mesi da solo in una capanna in Siberia, e poi ha raccontato la sua impresa in un libro vendutissimo in Francia, Nelle foreste siberiane (Sellerio). Con sarcasmo lieve, lontano dalla mitologia della wilderness americana, Tessonsa di “non essere abbastanza eremita per sopravvivere senza buoni autori”. Così parte con una settantina di titoli, per star sicuro. Del resto, il villaggio più vicino è a 120 chilometri e non ha nessun mezzo di trasporto se non le proprie gambe; gli ospiti sono rari, tra loro pescatori, guardiani della riserva e qualche orso. Eppure il suo viaggio da fermi è assai movimentato: tra la solitudine dei ghiacci Tesson capisce molte cose importanti. La ricerca di sé, il desiderio di spartanità, la pulizia interiore: alla base di tutte queste avventure nella natura selvaggia c’è soprattutto questo.

“Per desiderare una capanna al centro di una radura”, scrive Tesson, ”bisogna prima aver sofferto di indigestione nel cuore delle città moderne. Dopo essere rimasti paralizzati dal grasso del conformismo e invischiati nello strutto delle comodità, si è maturi per il richiamo della foresta”. Thoreau era meno ironico di Tesson, ma il concetto era lo stesso: “Datemi verità, invece che amore, denaro, fama”. Una ricerca di verità che talvolta è quasi religiosa, anche se con la religione istituzionale non ha nulla a che vedere, ma contiene piuttosto – almeno negli esiti letterari migliori – un ritorno ai valori essenziali e una protesta implicita verso la società.

“Quando ti senti parte della natura è come una specie di religione: è accettare che ci sia qualcosa di illimitato, qualcosa di molto più importante del tuo ego”, ha detto Erling Kagge a “Pagina99”, uno dei più famosi esploratori viventi autore di Filosofia per esploratori polari (Add Editore). “E poi la bellezza di fare le spedizioni al Polo è proprio questa: è imparare l’arte di mangiare a piccoli bocconi; sentire di avere tutto ciò di cui si ha bisogno e ricordarsi di cosa è importante nella vita”. Allo stesso modo c’è qualcosa religioso nella storia di Cheryl Strayed, autrice del best seller Wild (Piemme) che, partita da sola per un trekking estremo, ad ogni tappa è costretta a bruciare le pagine del libro che si porta appresso nell’enorme zaino: un vero piccolo, magico rituale.

Avventure estreme, solitarie, che come ha insegnato,una volta per tutte, il giovane McCandless di Into the wild, hanno senso solo se condivise. Questi racconti che siano ambientati al polo sud, nel deserto o in altri luoghi sperduti della terra, sono sempre incredibilmente popolati di esseri umani, quasi sempre uomini, o donne, con esistenze al limite, ma proprio per questo indimenticabili. “I sentieri sono luoghi d’incontro, di conversazione di convivialità… era nelle mie intenzioni scrivere libri densamente popolati, di vivi e di morti”, dice Robert MacFarlane a “Pagina99”.

Robert MacFarlane è l’autore di una trilogia sulla natura composta da Montagne della mente, Luoghi selvaggi e Le antiche vie (Einaudi), e già considerata un classico del nature writing contemporaneo.“Nei miei anni di vagabondaggio ho navigato sotto la luce di Giove attraverso un’antica sea road in Nord Atlantico, circumnavigato una montagna sacra di 7000 mila metri nella Cina occidentale, in inverno, ed esplorato il martoriato deserto palestinese della West Bank. In tutti questi posti ho incontrato persone per le quali camminare e seguire i sentieri è stato fondamentale nella comprensione di sé e del loro posto nel mondo”, continua MacFarlane che ha di recente pubblicato un libro illustrato, Holloway (Faber&Faber), sulle strade incavate del Dorset, ed è impegnato nella scrittura di Underland, un libro che racconta “di mondi sotterranei e perduti che si trovano sotto le nostre campagne e città”.

Presentato con successo lo scorso settembre  al Toronto Film Festival, il film tratto da Wild, sceneggiato da Nick Hornby e dalla stessa Cheryl Strayed, diretto da Jean-Marc Vallée, (Dallas Buyers Club) e interpretato da Reese Witherspoon, esce il 5 dicembre in USA e il prossimo febbraio in Italia. Il film, fedelissimo al libro omonimo, racconta di quando Strayed all’età di 26 anni, nel 1995, sola e senza alcuna preparazione, partiva per il Pacific Crest Trail, il più lungo sentiero di montagna degli Stati Uniti che collega il British Columbia con la California. Incapace di far fronte al dolore della morte – quella della madre, scomparsa giovanissima di cancro– entra in un negozio sportivo e vede per caso una guida della Pacific Crest Trail. Senza soldi, stanca di girare a vuoto, e con un problema di dipendenza dall’eroina, decide di partire. Dei quattromila chilometri del sentiero, Cheryl ne percorrerà “solo” milleseicento, con varie difficoltà tipo temperature polari, animali selvatici, piedi feriti dagli scarponi, fame, sete, mentre lo zaino pesantissimo le spezza la schiena. È una lunga lotta contro il proprio dolore.

“Ne è valsa la pena”, dice vent’anni dopo la Strayed. Millesettecento miglia – quasi le stesse percorse da Cheryl Strayed – sono quelle fatte da Robyn Davidson che attraversò a piedi le immense solitudini del deserto australiano, in compagnia di un cane e quattro cammelli. Era il 1977. Ci sono voluti ben 37 anni perché un regista portasse sullo schermo la storiaraccontata nel libro autobiografico Orme (Feltrinelli) che, riletto oggi, non ha perso fascino, ne ha forse acquistato. (Tracks diretto da John Curran e interpretato da Mia Wasikowska, è uscito lo scorso anno nelle sale).

A breve diventerà film anche Revenant, un romanzo dal respiro epico, che narra una delle avventure più famose del West, quella di Hugh Glass. Figura leggendaria, Glass era un trapper ovvero un esploratore e cacciatore di pellicce. Assalito da un grizzly, viene abbandonato dai compagni che gli rubano armi e cavallo; ma Glassnon è morto,è gravemente ferito e, nell’estate del 1823, si rimette in viaggio attraverso i territori selvaggi di Dakota, Montana, Wyoming e Nebraska – tremila miglia di pura wilderness – con solo uno scopo: vendicarsi.

Scritto da Michael Punke nel 2003 e solo oggi in traduzione italiana, Revenant (Einaudi)è un’opera di fiction e, anche se, come se ammette l’autore, “l’era del commercio di pellicce è inestricabilmente intrecciata alla leggenda” – la storia è dalla parte di Hugh Glass e della sua impresa, documentata da varie fonti. La forza epica di un personaggio come Glass – che avrà il volto di Leonardo di Caprio nel film diretto da Alejandro González Iñárritu – ha di nuovo a che fare con la religiosità della natura selvaggia: “E se Glass credeva in un dio, per lui abitava in quell’immensa distesa occidentale. Non una presenza fisica, ma un’idea, qualcosa che andava oltre la comprensione umana, qualcosa di più grande”.

***

Nella lingua inglese “wild” è un aggettivo dai molteplici significati e anche un sostantivo che significa “natura incontaminata, popolata di animali selvaggi”, e può quindi riferirsi tanto al bosco quanto all’oceano o al deserto. The Call of the Wild era il titolo originale del Richiamo della foresta di Jack London: oggi nessuno tradurre “wild” con “foresta”, ma in quel caso era corretto. Oggi basta accendere la tv e sarete sommersi da trasmissioni dedicate all’estremo: c’è Wild-Oltrenatura, la serie condotta da Fiammetta Cicogna arrivata alla decima edizione (su Italia 1); Nanuk-Prove d’avventura, con Caterina Guzzanti e Davide De Michelis (su Rai tre, dal 21 gennaio); solo sul canale tematico NatGeo Wild di Sky c’è Wild Real tv, Sfide selvagge e Destination Wild Italia. Dal 27 ottobre partirà anche Survive the tribe su National Geographic Channel (Sky) dove il biologo Hazen Audel si cimenterà in battute di caccia nella foresta amazzonica e nella costruzione di igloo con gli Inuit. Più wild di così.

E in libreria sono ormai tanti, e spesso anche buoni, i libri che raccontano storie d’immersione nella natura. Se la casa editrice Corbaccio pubblica da sempre storie favolose, come La grande avventura di Stefano Ardito – il racconto fresco di stampa Filippo De Filippi il «grande sconosciuto» della storia dell’esplorazione italiana e del suo straordinario viaggio in Asia nel 1913 – oggi si uniscono anche l’ottima casa editrice Nutrimenti, la collana “Frontiere” di Einaudi (con le edizioni di Robert MacFarlane, Richard Mabey e molti altri) e la neonata serie “Wild”di Fabbri. Esce in questi giorni L’ultima spedizione (Nutrimenti) di Robert F. Scott, il diario del famoso esploratore e della sua avventura al Polo Sud nel 1913, un libro notevole.

La frontiera invisibile (Fabbri, 2014), scritto dallo skyrunner Kilian Jornet, ha un sottotitolo che la dice tutta: “Sull’Himalaya. In inverno. Senza corde. Bisogna correre o morire”. Sempre da Fabbri è uscito di recente Lasciateli giocare con gli orsi (Fabbri, 2014) di Peter B. Hoffmeister, una guida originale per insegnare ai genitori come far vivere i bambini nelle natura selvaggia. Una vicenda non tanto conosciuta in Italia ma dotata di una certa freschezza narrativa benché scritto parecchi anni fa è Indian Creek. 
Un inverno da solo sulle Montagne Rocciose di Pete Fromm (Keller, 2013), la storia di giovane studente svogliato che riceve la proposta di trascorrere sette mesi da solo per proteggere la schiusa di 2 milioni di uova di salmone.

La casa editrice EDT pubblica, per la prima volta in Italia, le opere di Roger Deakin, ecologista e documentarista, autore di vari libri tra cui Nel cuore della foresta. Un viaggio attraverso gli alberi e Diario d’acqua, dove si racconta il suo viaggio a nuoto attraversato la Gran Bretagna, con indosso una muta fatta confezionare apposta per le acque più gelate.

Infine il piccolo editore Gingko compie una vera e propria operazione “natura selvaggia” ripubblicando da una parte classici come Disobbedienza civile di Thoreau, Al polo nord di Emilio Salgari o Sud di Ernest Shackleton, e dall’altra titoli nuovi come PolarDream di Helen Thayer, best seller in Usa nel 2002 o Il silenzio dell’acqua di Mirna Fornasier: due viaggi in solitaria tra i ghiacci, compiuti da due donne. Per i ragazzi, e non solo, è appena uscito un libro illustrato da disegni strepitosi, L’incredibile viaggio di Shackleton di William Grill (ISBN Edizioni), il racconto della mitica spedizione dell’Endurance: 28 uomini e 69 cani alla conquista del PoloSud.

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Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/#comments Mon, 24 Feb 2014 11:13:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18811 1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi.

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(La foto è di Paolo Pecere)

1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi. Per realizzare questi itinerari virtuali viene utilizzato un trespolo, su cui sono montate macchine fotografiche. Si tratta di un procedimento analogo a quello che ha portato a realizzare Google Streetview, ma in questo caso gli apparecchi fotografici sono portati da un uomo che cammina.

Il risultato? Siamo ben lontani dalle memorie “più vere del vero” inventate da Dick. Prima che di tradimento, bisogna parlare di pixel e noia. Nelle immagini il paesaggio si accartoccia come una quinta di cartapesta, visibilmente suturato negli spigoli come in un mondo-Frankenstein. L’interattività si limita all’azione del dito, perché di fatto si può seguire solo un percorso. Le immagini di turisti in bermuda che sfarfallano nel quadro ricordano gli sfondi ironici di un vecchio videogioco, e la pena aumenta quando il corpo fluttuante è quello di un Mursi che viene incontro al fotografo dal suo villaggio in Mali: mentre scivola deformato e appiattito sui margini curvi sembra quasi invocare l’irruzione di una quarta dimensione che ci riporti in campo, a fronteggiarlo, noi che invisibili spiamo il simulacro della sua casa. Il ritmo dei click aumenta, mentre il senso di attesa crolla. I testi registrati sono soporiferi, e per ascoltarli bisogna fermare l’immagine. Si rimpiangono il montaggio e la qualità dei documentari BBC e National Geographic.

Eppure, per quanto esteticamente fiacchi, questi esperimenti hanno un futuro. Lo sviluppo di Google Treks non va separato da quello di Gmaps, dalle app per smartphone, e da altre tecnologie come i Google glasses. Il futuro, come in un racconto di Dick, potrebbe essere così: condivideremo ogni istante delle nostre passeggiate, con commenti interattivi in tempo reale. Ogni angolo del mondo sarà potenzialmente filmato e commentato, fino a un punto di saturazione, quando tutta la realtà sarebbe ridotta alle prospettive da cui la guardano i soggetti umani, come a realizzare i sogni di un filosofo idealista. Viaggiare sarebbe sempre rifare un viaggio, ripercorrere una schematica sceneggiatura, aggiungendo nuovi commenti a margine, sempre improvvisati, a ispessire il filtro social su un’esperienza destinata a rimanere sempre più sullo sfondo.

Il risultato sarebbe (sarà) una versione di quella che Eli Pariser ha chiamato la “Bolla del filtro” (2011). Dei paesaggi e luoghi vedremo – e sapremo – solo ciò che un motore di ricerca, sempre più personalizzato sui nostri interessi e le nostre abitudini, ci suggerirà nella sua mappa. Il navigatore virtuale, che finora guida soprattutto l’automobilista, darebbe istruzioni per ogni nostra interazione con l’ambiente. L’ovvio interesse economico di queste tecnologie dipende dalla facilitazione pratica del nostro abitare il mondo, che tutto questo potrebbe offrire, oltre che dai possibili sfruttamenti turistici e commerciali. La moderna parabola culturale del turismo, consistente nel muoversi per ritrovare l’immagine che già conosciamo o per ripetere il gesto che già è stato fatto, troverà la sua apoteosi riflettendosi sull’intera esperienza. Liberi di non muoverci, o di dosare al minimo gli spostamenti, saremo maturi esploratori interiori, e il mondo personalizzato rifletterà le nostre aspirazioni.

Se tutto questo suona in parte sinistro, che si può fare? Certo, sarà sempre possibile un lamento antidiluviano contro tutto questo, una tendenza di nicchia per le galosce, il fango e gli appuntamenti perduti alla fermata del bus (già oggi negli Stati Uniti si organizzano weekend no tech nei boschi per evadere dalla schiavitù dei cellulari). Ma questo sarebbe già un gesto di resa. C’è invece un dettaglio decisivo, logico, che impone di frenare ogni entusiasmo (e alcune paure) sul futuro virtuale: l’esploratore interiore, che Google ci invita a liberare, non esiste. L’esplorazione audio-visiva guidata implica una neutralizzazione di tutte quelle capacità che permettono di orientarsi nell’ambiente e di rivestirlo di senso, e che sono all’origine di ogni rielaborazione successiva, anche artificiale. Senza questa presenza al mondo, senza la mediazione dei complessi sensoriali e dei segni che continuamente attraversiamo, lo stesso soggetto resta una struttura vuota. Lo hanno affermato molti filosofi del passato.

Kant, per esempio, insisteva sul carattere vuoto dell’Io, e sul fatto che esso acquista contenuto soltanto attraverso la localizzazione nello spazio fisico, mediante cui ricaviamo tutti i contenuti dell’esperienza, finanche per il flusso interiore dei nostri pensieri. Insomma, l’interiorità non si darebbe se non ci fosse l’interazione tra corpo e ambiente. In un appunto manoscritto Kant scriveva che mentre Dio, secondo tradizione, intuisce in sé i modelli delle cose del mondo, e quindi «conosce il mondo, in quanto conosce se stesso», l’uomo al contrario «conosce se stesso, in quanto conosce altre cose». E questa conoscenza comporta il coinvolgimento di tutti i sensi, trovando proprio nell’esperienza estetica della natura la verifica del rimando reciproco indissolubile tra mente e mondo.

Ma per verificare tutto questo non c’è bisogno di ricorrere alla filosofia. Basta riconsiderare nella loro dimensione autentica i gesti elementari di cui si compongono quelle esperienze, rese cifrate nella trasposizione virtuale, che costituiscono un itinerario circolare capace di abbracciare tutta la nostra vita: la contemplazione del paesaggio, la camminata, l’iscrizione della traccia del ricordo, il racconto.

2. Paesaggio-sentiero-viaggio: riduzione estetica e risposta narrativa

Cominciamo con il paesaggio. Come ha ricordato Paolo D’Angelo «il paesaggio ha sempre a che fare con la percezione di un soggetto, non può costituirsi che nella relazione tra un soggetto che percepisce, sente ed immagina e un oggetto».[2] Pertanto esplorare un paesaggio non può coincidere con il contemplare in sequenza frammenti di un panorama. Il panorama è la riduzione pittorica del paesaggio, concepita per la prima volta in età moderna, che oggi viene riproposta con i mezzi audiovisivi digitali, finendo con l’occultare l’interazione con la natura, cioè proprio la principale condizione necessaria dell’esperienza del paesaggio:«l’immagine soppianta la natura, la sostituisce, si pone al suo posto, ed impedisce un rapporto reale con la cosa rappresentata» (p. 68). Si ha così una situazione paradossale: la cultura dell’immagine contraddice un dato di fatto originario, ma quest’ultimo non sopravvive grazie alla sua semplice verità. C’è bisogno che un altro gesto culturale, bruciando le cataratte nate dall’equivoco tra paesaggio e panorama, riabiliti la dinamicità del nostro guardo.

Le cose stanno in modo analogo con il tema del trekking. Il punto non sta tanto nel fatto che la camminata virtuale elimina l’aspetto motorio. In fondo, anche chi non potesse fisicamente camminare lungo i sentieri del Gran Canyon – per tanti motivi – può far riferimento a qualche esperienza di deambulazione all’aperto, ricordando come questa non sia mai esteticamente appiattita su un collage di quadri. Più volte è stato sottolineato, anche di recente (si pensi a Rebecca Solnit), che il camminare non è soltanto una esplorazione dello spazio, ma un modo di innescare pensieri. Ma ancora una volta questo dato di fatto rischia di venire sfumato o addirittura occultato, se non trova espressione in forme ordinate di pratica o di testimonianza culturale.

Tali sono state, nel secolo scorso, le performance di camminata urbana di tanti gruppi delle avanguardie artistiche, o quelle dei protagonisti della Land art (un profilo di queste vicende è tracciato nel bel libro di Francesco Careri, Walkscapes. Il camminare come pratica estetica, Einaudi 2006). Ma per promuovere la cultura dell’immagine e del viaggio è a portata di mano una forma di espressione meno esclusiva. Tutta la narrativa di viaggio (in letteratura e nel cinema documentario), soprattutto nel secolo scorso, ha tematizzato in modo esplicito sia la dinamicità psicologica e storica del paesaggio, sia la dimensione immaginativa del camminare. Il tema è diventato addirittura insistito, per contrasto, proprio in parallelo con lo sviluppo dell’“iconosfera” virtuale. Non è un caso se uno dei libri che rilanciarono la letteratura di viaggio, In Patagonia (1977) di Bruce Chatwin, praticamente non contiene descrizioni paesaggistiche o architettoniche.

Esaurita la lunga stagione ottocentesca della narrazione pittoresca sui paesaggi esotici, mentre ormai la fotografia prometteva un libero accesso a ogni luogo sublime o desolato del pianeta, il travelogue di Chatwin si concentrava sulle strane storie dei personaggi incontrati nel suo viaggio. Si trattava in fondo di un’ennesima permutazione del fascino per il bizzarro e l’altrove, che da secoli dominava l’immaginario occidentale: mentre Marco Polo liquidava le sue caratterizzazioni delle civiltà asiatiche con un singolo aggettivo, continuamente ripetuto («Sono idoli.» – cioè idolatri), e concentrava il suo racconto in pochi rapidi cenni sulle ricchezze e, solo occasionalmente, su alcune curiose usanze o leggende, i grandi libri di viaggio dell’Ottocento abbondano di dettagliate descrizioni su paesaggi, manufatti e cerimonie. Venuta meno l’esigenza documentaria e l’aura delle immagini, un secolo dopo, la curiosità non si ferma più sulla superficie, ma recupera la dimensione storica, biografica e autobiografica. Interessa allora il gesto di uscita dai margini dell’ordinario e di sradicamento, che è tipico degli emigrati che abitano la Patagonia, e li accomuna al viaggiatore. Per ottenere l’effetto straniante non manca la manomissione della verità letterale a fini poetici, la cui pratica occasionale Chatwin condivide con un altro appassionato cacciatore di storie estreme in terre desolate, il suo amico regista Werner Herzog. La narrazione di viaggio è ormai non tanto documento geografico e etnografico, quanto occasione di riflessione – per contrasto – sulle condizioni inavvertite dell’esistenza ordinaria.

Altri scrittori di viaggio, come Kapuscinski e Dalrymple, hanno seguito un percorso diverso, recuperando l’importanza della veridicità, al punto da intrecciare in un’unica trama racconto di viaggio, testimonianza e ricerca storica. Ma tratti comuni di ogni narrazione di viaggio, ormai, sono l’insufficienza dell’immagine e il recupero della dimensione temporale dell’esperienza. Sempre più spesso vengono ripercorse traiettorie del passato (Chatwin sulle tracce di Rober Byron, Kapuscinski di Erodoto, Dalrymple di Marco Polo), per rilevare i mutamenti occorsi nei paesi e nelle persone. Scrittori di viaggio come Paul Theroux rifanno il proprio stesso viaggio, molti anni dopo. Il viaggio a volte si ferma, diventa soggiorno, e l’interpretazione degli incontri fatti si prolunga in ricerca storica (come in alcuni reportage di Terzani, o in Nove vite di Dalrymple).

Svanita l’immagine dell’altrove fuori dal tempo, ogni luogo e ogni civiltà appaiono connessi con la storia del mondo, mentre il viaggiatore e l’uomo incontrato in cammino diventano due poli di una medesima trama biografica. Anche gli antropologi culturali, del resto, non studiano più i sistemi sociali dei “popoli primitivi”, ma i mutamenti reciproci che fenomeni come la decolonizzazione e il turismo producono nell’evoluzione dei gruppi umani(si veda ora la bella sintesi di Marco Aime e Davide Papotti, L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Einaudi 2012). In un certo senso, questo processo ha posto le premesse di quella continuità storico-geografica del mondo, che le mappe di Google rendono visibile come fosse un fatto già compiuto.

Ma non è, tutto questo, un via libera per la camminata virtuale? Che le cose non stiano così lo mostra un libro recente, capace di incarnare tutte queste esperienze e mostrare che cosa soltanto può voler dire, oggi, camminare su un sentiero.

3. Seguire tracce e viaggiare nel tempo: MacFarlane

Le antiche vie (2012; Einaudi 2013) di Robert MacFarlane è il racconto di diverse camminate, soprattutto in luoghi isolati del paese di origine dell’autore, la Gran Bretagna, ma anche della Palestina e del Tibet. L’autore è studioso di letteratura, alpinista, appassionato camminatore, ma prima di tutto un grande scrittore, capace di mostrare come non si possa parlare di paesaggio senza parlare di altro, e senza squadernare le molte dimensioni che scompaiono nell’immagine. Descrivendo i suoi vagabondaggi su sentieri di gesso nei Downs inglesi e isole rocciose a nord della Scozia, vie sabbiose sommerse dalla marea e aridi passaggi nella terra di nessuno che separa la Palestina dai territori occupati di Israele, MacFarlane sceglie le parole con cura, attento alla precisione referenziale ma anche all’etimologia, che circoscrivono la specificità di un luogo. Il libro è pieno di nomi di rocce, volatili, imbarcazioni, luoghi di riparo, in diverse lingue. Per penetrare il linguaggio dei luoghi, MacFarlane si fa accompagnare di volta in volta da amici locali, che come Virgilio soddisfano la sua curiosità e calmano la sua paura in momenti di rischio e smarrimento. La dimensione corporea è costantemente presente, a partire dall’insistenza sulle tante orme, rilevate, seguite o lasciate dietro nel terreno secco o umido. Eppure il radicamento corporeo non è che la condizione di un distacco dal quotidiano che il ritmo ostinato del cammino non tarda ad effettuare.

I tanti viaggi a piedi di MacFarlane compongono un unico itinerario di senso, che è scandito dalla ricerca su uno scrittore e camminatore del passato, Edward Thomas (1878-1917). Ben prima di diventare un poeta Thomas, intraprendendo lunghi viaggi a piedi, aveva trovato un modo per comprendere la propria esistenza (e una via per combattere una ricorrente depressione). In molti casi MacFarlane ne ripercorre il cammino, leggendone i diari e le poesie, con evidente identificazione affettiva; infine ne segue le tracce manoscritte fino all’ultimo viaggio, sul fronte francese della Grande Guerra, dove il cuore di Thomas di fermerà, colpito dall’onda d’urto di una bomba. Lo sdoppiamento del punto di vista aiuta a mettere in luce che ogni viaggio a piedi, ben presto, diventa un vagabondaggio mentale. Un aspetto del viaggio a piedi che MacFarlane ritrova in numerosi scrittori è il fatto che si tratti di uno «scivolare indietro nel tempo, lontano da questo mondo moderno». Allora il paesaggio, come scrisse il poeta John Masefield, appare «affollato di anime invisibili/che sapevano cosa mi interessava /e desideravano tanto che i vivi capissero i morti». Percorrendo gli antichi sentieri delle isole britanniche MacFarlane intreccia ricordi di scrittori-viaggiatori con quelli di amici vivi, ma anche scomparsi, e ricorda che il viaggio è stato definito una conversazione tra «un fantasma che è e un fantasma che sarà». Il senso profondo del cammino si trova dunque in questo dialogo a più voci tra viaggiatori-scrittori, che hanno calcato quel terreno in diverse epoche: «I sentieri erano immaginati come brecce dove il tempo poteva esistere come mero fenomeno di superficie, suscettibile di morfologie misteriose». Così MacFarlane ritrova una conclusione già raggiunta dal suo alter ego Edward Thomas, che camminando scriveva di riuscire a «annullare il tempo vagando attraverso i secoli».

In questo percorso, come scrive più volte Macfarlane, è il paesaggio che racconta il viandante, e non viceversa. Ripercorrendo le vie battute da suo nonno, nei monti Cairngorm, MacFarlane si fa accompagnare dalle pagine di un’altra narratrice di quei luoghi, Ana Shepherd, che osserva: «Un luogo e una mente possono compenetrarsi fino a modificare entrambi la propria natura. Non so spiegare in che cosa consista questo paesaggio se non raccontandolo». Così, finanche la mappa di un territorio – come nelle sperimentazioni artistiche di Guy Debord – diventa carica di un senso decifrabile solo dal camminatore. Il palestinese Raja, che lo guida nei sentieri nei pressi di Ramallah, porta con sé una cartina tracciata a mano, «costruita attorno a ricordi e punti di riferimento personali […] Era punteggiata di ghirigori, toponimi arabi di scarpate, affioramenti o sbocchi di wadi, e di piccole didascalie inglesi relative a episodi passati: ‘Qui Penny e Raja finirono in mezzo a una sparatoria’; ‘Qui Aziz [suo nipote] raccolse un missile inesploso’; ‘Qui ho trovato l’impronta di un dinosauro’».

Così camminare diventa inseparabile dal praticare una filologia dei segni, che dalle orme passa alle lettere, con la mediazione di testimoni e studiosi. Per Thomas, ricorda MacFarlane, la conoscenza del paesaggio e quella di sé fanno tutt’uno. E proprio la conoscenza di scrittori come Thomas, confessa MacFarlane, ha dato inizio ai suoi pellegrinaggi, come un percorso di formazione: «Più di ogni altro, era stato soprattutto Edward Thomas a spingermi a incamminarmi sui sentieri, e nel corso delle mie esplorazioni mi ero anche inoltrato nella lettura di gran parte dei suoi scritti – la storia naturale, i libri di viaggio, le lettere, il diario di guerra, le poesie – e degli scritti su di lui. Con il passare degli anni e dei chilometri ero arrivato a concepire la scrittura di Thomas come una sorta di mappa onirica: un’opera di cartografia immaginativa, cumulativa ma senza un centro, una carta composita di nostalgia e perdita proiettata sui terreni reali della sua vita, e in particolare sui Downs. Thomas sapeva, in qualche misura, che era proprio questo il compito a cui si era dedicato: una continua esplorazione dei propri paesaggi interiori, raccontati per mezzo del passaggio in determinati luoghi e su determinati sentieri».

Il risultato dei viaggi di MacFarlane, per noi “esploratori virtuali”, è una educazione dello sguardo, che ci riporta in grado di capire che cosa siano stati per l’uomo una mappa, un sentiero, una camminata. Nel suo libro Miti emblemi spie lo storico Carlo Ginzburg ha colto nel gesto di leggere le tracce il primo atto culturale dell’uomo. MacFarlane ritrova questa intuizione (forse a sua insaputa) e ne cerca la sanzione nella storia del linguaggio. Il verbo inglese to learn, risalendo a ritroso la sua storia lessicale, rimanderebbe al protogermanico liznojan, che significa ‘seguire o individuare una traccia’.  Esultando per questa «pista» che collega imparare e camminare, MacFarlane ne trova il rovescio nella storia del verbo to write, che nella forma anglosassone writan significava ‘incidere rune nella pietra’, dunque ‘imprimere una traccia’. Qui la prudenza dello studioso è spazzata via dall’entusiasmo di un grande camminatore-cantore contemporaneo, che non ha dubbi: «Il patto tra scrittura e cammino è tanto antico quanto la letteratura stessa: una passeggiata può facilmente diventare una storia e non c’è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare».

 


[1]Il racconto, tradotto in italiano con il titolo Memoria totale (Tutti i racconti. 1964-1981, Fanucci 2009) è la fonte del libero adattamento cinematografico Total Recall(Atto di forza, 1990) con Arnold Schwarzenegger, e del recente remake con Colin Farrell (2012).

[2] P. D’Angelo, Filosofia del paesaggio, Quodlibet 2011, p. 23.

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