Roberto Alajmo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-alajmo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 05 May 2020 14:25:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Roberto Alajmo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-alajmo/ 32 32 “L’estate del ’78”, il romanzo di una vita: intervista a Roberto Alajmo https://minimaetmoralia.it/libri/lestate-del-78-romanzo-vita-intervista-roberto-alajmo/ https://minimaetmoralia.it/libri/lestate-del-78-romanzo-vita-intervista-roberto-alajmo/#comments Mon, 18 Nov 2019 13:59:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41666 di Eugenio Giannetta

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Un incontro tra un figlio e una madre. Un saluto, un addio senza saperlo. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine». Una frase da L'estate del '78 (Sellerio). Come sia nato il libro che racconta questa storia, invece, è oggetto di un'intervista all'autore, Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, in occasione dell'ultima edizione del Premio Lattes Grinzane, dov'era tra i cinque finalisti (il premio è andato ad Alessandro Perissinotto, con Il silenzio della collina, uscito per Mondadori, ndr), con questa motivazione della giuria: «Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità. Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del "privato dolore e del pubblico silenzio" di una donna moderna non convenzionale, che "voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano".

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Un incontro tra un figlio e una madre. Un saluto, un addio senza saperlo. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine». Una frase da L’estate del ’78 (Sellerio). Come sia nato il libro che racconta questa storia, invece, è oggetto di un’intervista all’autore, Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, in occasione dell’ultima edizione del Premio Lattes Grinzane, dov’era tra i cinque finalisti (il premio è andato ad Alessandro Perissinotto, con Il silenzio della collina, uscito per Mondadori, ndr), con questa motivazione della giuria: «Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità. Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del “privato dolore e del pubblico silenzio” di una donna moderna non convenzionale, che “voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano”.

Il 1978 come anno di cesura familiare con la morte della madre, nella distanza dal figlio imposta dal “pudore di un anelito di affetto”. Il ’78 anche come cesura collettiva, con Roberto Alajmo che obbliga il lettore a ritornare alla tragedia nazionale della strage di via Fani e della morte di Aldo Moro, un lavoro di memoria recuperabile di un’Italia che si separava dalla sua costruita e irreale innocenza».

Alajmo lo fa coraggiosamente (o incoscientemente?), aprendo una porta che spesso gli scrittori lasciano socchiusa, con un piccolo spioncino poco illuminato da cui guardare. Alajmo mostra le foto dell’infanzia, ingiallite, lasciate a lungo in un cassetto, poi sullo sfondo passano gli esami di maturità, crocevia simbolico di un’età adulta che in quel momento si carica sulle spalle un dolore a lungo rimasto privato, per poi un giorno esplodere, con una raccomandazione, un invito, una richiesta imperativa di essere ascoltato. E così abbiamo fatto.

L’estate del ’78 si può definire come il romanzo di una vita?

È sicuramente il romanzo di una vita. Sulla parola romanzo, invece, nel tempo ho avuto qualche perplessità, anche perché in classifica andava una volta in saggistica, una volta in narrativa, ma alla fine credo si possa definire a pieno titolo romanzo. Il materiale con cui è impastato è tutto autentico, ed è il montaggio che fa il romanzo. La parte romanzata consiste proprio nel smontare gli eventi, con il suo andare avanti e indietro nel tempo. È un continuo sconfinare tra ragionamento e narrazione, prendo spunto da foto per la narrazione e viceversa, è un libro la cui complessità spero non si colga così tanto nella lettura.

Nel libro lei fa entrare il lettore in uno spazio molto intimo. È una cosa che accade spesso in letteratura, ma in questo caso non ci sono personaggi a fare da filtro. Ho due domande: com’è stato scriverlo e com’è stato dopo.

Mentre lo scrivevo mi ha aiutato tanto l’incoscienza, perché dentro di me non pensavo che sarebbe veramente mai uscito, credevo che a un certo punto sarebbe subentrato il pudore, e che mi avrebbe fatto dire: “Lo sto scrivendo per me”. Inoltre ero convinto che un editore sincero mi avrebbe dato un rifiuto, gentile ma netto. Invece Antonio Sellerio mi ha incoraggiato da subito, dicendo che era un libro che poteva funzionare e interessare.

Credo che, sempre, nelle cose che scrivi, pensi: “Chi se ne frega?”, ma il dubbio è giusto che ci sia. Scrivendo sentivo una specie di riserva mentale, che mi aiutava a essere spudorato, e poi mano a mano che mi avvicinavo alla fine, si andavano smussando certi angoli, certe aree di riservatezza. E credo che pur essendo un libro spudorato, abbia un suo pudore nella stesura definitiva.

La letteratura permette allo scrittore di poter salire su una sorta di macchina del tempo. Perché scegliendo di raccontare un momento del passato ha scelto proprio quello?

Era inevitabile, per via della ferita emozionale, per la cicatrice che è il movente di ogni scrittore. Dicono che si impari a scrivere per raccontare una storia in particolare, e questa per me rappresentava il motore di tutte le altre. Negli altri libri ci sono andato molto vicino, raccontavo storie di madri, di figli, ma poi evitavo di entrare nel merito, confondevo, creavo confusione, finché un certo file che hai aperto sul desktop del computer si è gonfiato a tal punto che ti chiama e dice: “Sono grande, voglio uscire”. Allora apri quel file e inizi il montaggio, cucendo insieme pensieri raccolti in un arco di tempo vastissimo.

Come ha ricostruito le atmosfere, le sensazioni, i sensi di colpa, i rapporti? Com’è stato ricordare così intensamente, e mettersi in contatto con il passato?

I sensi di colpa li avevo molto bene presenti, e non ho avuto problemi a rievocarli. È come se si fosse cristallizzata nel tempo una certa sciatteria emotiva, una specie di anaffettività strisciante che si prova per i genitori, che passano in un attimo da essere i nostri eroi a essere quelli che ignoriamo. Poi con il tempo si trova una giusta via di mezzo tra i due estremi, si recupera, ma nel mio caso c’è stato un fermo immagine lì, in quell’epoca di sciatteria affettiva, che mi ha portato a un senso di colpa che mi sono trascinato dietro a lungo. Quando è arrivato mio figlio, mi ha ricordato quella sciatteria degli affetti, e forse ho trovato la forza per scrivere questo libro anche proprio per indirizzarlo a lui, e metterlo in guardia da un certo tipo di aridità emotiva.

Che valore ha per lei il ricordo?

È il maggiore rifugio, il deposito, la miniera, il magazzino, il repertorio a cui attingere in continuazione. Il mio grande terrore è perdere memoria e consapevolezza, ovvero provare quel genere di smarrimento di sé che ti può colpire e si può anche prolungare in qualsiasi momento. Forse, quando capita, te ne accorgi un po’ alla volta, e resta a chi hai accanto il dramma, ma prima di perdere te stesso, credo si abbia la percezione di perdere la memoria, e per chi fa questo mestiere credo sia la cosa peggiore che possa capitare. Perdere non solo la memoria, ma anche la capacità di connettere le parole.

Qual è il limite tra storia pubblica e privata?

Il presupposto è che non c’è un limite, o non dovrebbe, poi in realtà si avvicina sempre, come una specie di linea invisibile, che poi è quella che porta alla pubblicazione, e di conseguenza porta a una pettinatura di ogni cosa, altrimenti tutto diventa solo un vomitare la propria esperienza sulla pagina, e di solito, per quanto si possa essere sinceri, non è mai appassionante per chi non è direttamente coinvolto.

Che cos’è per lei la famiglia?

Non ho una particolare propensione alla vita familiare, forse perché la collego a un’infanzia perduta, per cui io sono affezionato a una famiglia ristretta, limitata, ad affetti più selezionati e prescelti: la persona con cui ho scelto di vivere, e mio figlio, il mio legame di sangue; quando si allarga il concetto, il mio interesse verso la famiglia va scemando rapidamente.

Ci sono autori a cui si è ispirato? Mi vengono in mente due nomi: Carrère e Knausgård.

Carrère indubbiamente, per come è capace di cavarsi nelle storie che racconta, senza essere mai molesto; certe volte è quasi presuntuoso nel suo volersi intromettere, ma è talmente bravo che lo accetti, e poi certamente Sciascia. Durante la stesura di questo libro, in particolare, ho letto una serie di testi che riguardavano il rapporto con la madre e con il padre; quello che mi è piaciuto di più è stato Geologia di un padre di Valerio Magrelli (Einaudi), che mi sembra quello che più si avvicina al mio libro, come tonalità complessiva.

Un progetto così personale, è inevitabile tocchi corde intime e profonde. Com’è tornare alla scrittura dopo un libro così? Sta lavorando a qualche nuovo progetto?

È molto complicato, so già che i lettori del prossimo libro diranno: bello ma, L’estate del ’78 era diverso. Ma giustamente, quello è un libro irripetibile, che racconta un’esperienza personale e cocente, che spero di non avere più. Ho sempre scritto cose molte diverse tra loro, e il libro che ho finito da qualche mese infatti è di pura fiction, per evitare anche a me stesso il confronto con l’ingombro di questo. È una storia di migrazione, parla di un ragazzo che parte dal Mali, attraversa il deserto, e poi mi concentro in particolare sull’esperienza di vita a Palermo, come se fosse una sorta di Pinocchio contemporaneo.

Cos’è per lei la letteratura?

È un modo frustrante di mettere ordine al mondo, ma il mondo non ha intenzione di farsi mettere in ordine da nessuno, tantomeno dagli scrittori. Eppure è doveroso provarci. Sai che non serve, che il tuo libro uscirà e attraverserà tutte le fasi: libreria, vetrina, banco, scaffale piatto, scaffale di taglio, magazzino e macero, tutto nel giro di un mese. Tuttavia, anche se lo sai, insisti a scrivere faticosamente, e continui, perché è nella nostra natura complicarci l’esistenza, cercando di mettere ordine, anche se sappiamo che è impossibile farlo.

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Roberto Alajmo: abbandono, perdita e liberazione Nell’estate del 78 https://minimaetmoralia.it/libri/alajmo-abbandono-perdita-e-liberazione-estate-del-1978/ https://minimaetmoralia.it/libri/alajmo-abbandono-perdita-e-liberazione-estate-del-1978/#respond Fri, 23 Mar 2018 09:29:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36679 L’estate del 1978 è per Roberto Alajmo quella della maturità, quella delle giornate lunghe passate a Mondello a studiare con gli amici in preparazione degli esami, ma è anche il momento in cui sua madre decide di abbandonarlo, lasciando la casa di famiglia per poi andarsene definitivamente soltanto pochi mesi dopo. L’estate del ’78 (Sellerio) […]

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L’estate del 1978 è per Roberto Alajmo quella della maturità, quella delle giornate lunghe passate a Mondello a studiare con gli amici in preparazione degli esami, ma è anche il momento in cui sua madre decide di abbandonarlo, lasciando la casa di famiglia per poi andarsene definitivamente soltanto pochi mesi dopo.

L’estate del ’78 (Sellerio) segue il movimento di una fine adolescenza e di un doppio sentimento inscindibile che fonde insieme perdita e abbandono, un dolore che Alajmo rivede e rilegge a posteriori ricostruendo la sua vita e mettendo a confronto pezzi di un’intimità famigliare non più ricomponibili, ma almeno affiancabili gli uni agli altri: la malattia del padre, l’ansia della morte, la propria paternità e poi la depressione della madre avvallata da una scriteriata cura farmacologica che si trasforma in dipendenza letale.

Roberto Alajmo mette a nudo quarant’anni di storia privata restituendo al lettore una sorta di comune destino di quando ancora il tempo della storia pubblica penetrava nelle case di una famiglia qualunque con le tensioni politiche e le nuove tendenze culturali, un viaggio nella memoria che mostra in maniera esemplare cosa significò la fine di un discorso pubblico capace di portare il privato, il famigliare ad un piano sempre nuovo, un discorso che oggi pare arenatosi tra ansie e angoscie, tra psicosi e paranoie incapaci di ogni svolgimento ed elaborazione.

Se la polvere del tempo sembra depositarsi sulla memoria prendendo la forma di episodi a tratti solitari a tratti confusi tra i dolci del Natale e gli auguri dei compleanni, così la scrittura di Roberto Alajmo restituisce una narrazione in cui il passato si affianca al presente, la paura per il destino di Arturo – figlio di Roberto – si scontra con il ricordo di un se stesso adolescente impaurito e solo, gli amici sempre sullo sfondo, vicini, ma non sufficienti di fronte al dolore di un abbandono materno.

Tuttavia, non manca una giusta dose di leggerezza e di ironia, un fluido che Alajmo sa distribuire tra le sue pagine con sapiente delicatezza, una qualità che sempre è presente nei suoi libri, ma che in questo caso riluce ancora di più per la formidabile tenerezza che è in grado di trasmettere.

Una narrazione che si affianca docilmente ai fatti, dai più banali eppure fondamentali per la costruzione della memoria, ai più tragici che sfumati assumono uno sguardo comune e condiviso: gli abbracci con il padre e con il fratello, il ricordo del sorriso materno e la riproposizione delle sue lettere e infine il mondo allora infinito e oggi esauritosi di una famiglia fatta di zii e zie, cugini e parenti più o meno lontani e che oggi sembra racchiudersi nel nucleo cosmopolita eppure ridotto fatto da Arturo e dalla compagna Annick. Un famiglia piccola che contiene quello che fu il caos del mondo famigliare passato, quasi un individuo fatto di radicali diversità, ma conscio della propria inscindibilità.

Non è però una questione di dimensioni e nemmeno di qualità dell’affetto, Alajmo indugia invece sulla capacità individuale di sapersi affrancare dal narcisismo di un monologo sentimentale che dichiara per sé – fino alla scoperta della vicina venuta al mondo di Arturo – un passato ripetibile e quindi autoreferenziale, la volontà di una morte da stabilire a priori in nome di un tempo che ha già stabilito limiti e norme. Si affaccia così quasi timidamente un terzo movimento quello della liberazione, un movimento che si specchia proprio nella figura del figlio ossia in quella di un esistenza già vissuta eppure ancora del tutto sconosciuta, anzi a tratti irriconoscibile. E sarà proprio l’autonomia apparentemente distaccata di Arturo a restituire a Roberto la cornice di senso dento al quale vide dimenticare se stesso in nome e per colpa di un dolore difficilmente pronunciabile.

Un libro denso, fatto anche delle fotografie famigliari che compaiono come segnalibro all’interno delle pagine, quasi a ribadire veridicità non tanto al narrare, ma al ricordare. Un noir sentimentale, delicato e doloroso in cui i personaggi – perché così sono voluti ed esplicitati dall’autore – rimettono in scena un padre ed una madre, un fratello. E al tempo stesso un narratore che si fa a sua volta figlio, padre e compagno.

Ricordare è dunque inventare, ma anche restituire vita, non al tempo che fu, non al padre o alla madre, ma a se stessi, non conta che si sia autore o lettore della vicenda riportata alla luce. L’estate del ’78 vive così pienamente la declinazione di un libro senza sconti al proprio tempo che senza sente il limite di una narrazione che sa parlare tra storia pubblica e privata non a degli spettatori, ma a dei cittadini, a chi quel tempo lo ha vissuto come a chi lo vive oggi diversamente e ugualmente tra continue e strazianti contraddizioni.

Immagine di Alessio Mumbo Jumbo

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Uno bravo con la polvere https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-alajmo/ https://minimaetmoralia.it/libri/roberto-alajmo/#respond Sun, 02 Jun 2013 08:50:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14527 Questo pezzo è uscito sul Post. (Immagine: Jon Rafman, BNPJ: Delaunay Reading Room.)

di Mario Fillioley

Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia.

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Questo pezzo è uscito sul Post. (Immagine: Jon Rafman, BNPJ: Delaunay Reading Room.)

di Mario Fillioley

Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia.

Intorno a me si stava producendo questo idillio simbiotico tra rappresentazione e rappresentati: mano a mano che aderivamo allo stereotipo, le poltrone si adattavano meglio alla forma del sedere, diventavano sempre più morbide, sempre più comode, fino a quando a un certo punto dentro alle poltrone c’eravamo sprofondati, ci avevano inghiottito, erano diventate una tomba, un divano di Baudelaire. Le battute del film, più dolci che sapide, erano tutto un picco glicemico: rilassavano, rammollivano, inducevano a una sonnolenza satolla, di tipo postprandiale. Io pensavo che quel documentario era brutto, ma brutto assai, e oltre a essere brutto ci stava facendo indigestione, a tutti, e, come a certi pranzi di matrimonio che non finiscono mai, mi è venuta voglia di alzarmi dal tavolo e muovere le gambe. Invece sullo schermo è comparso Roberto Alajmo e allora ho detto aspetta, dove stai andando? proprio ora che stanno servendo l’amaro e ti puoi levare questo sapore dalla bocca? rimettiti seduto. Perché pure lui era seduto.

Lo intervistavano così, mentre stava un po’ in panciolle su una sdraio, con le ciabatte ai piedi, i pantaloncini corti e una maglietta che sembrava se la fosse messa addosso un attimo prima. Vederlo comparire è stato come bere la citrosidina Brioschi tutto d’un fiato e urlare arrivano i nostri con un rutto. Avendo letto L’arte di annacarsi e Palermo è una cipolla, sentivo che stava per consumarsi la mia vendetta: eh, caro regista, mi dispiace, ora sono fatti tuoi, Roberto Alajmo quando parla dei luoghi comuni sulla Sicilia lo sa di cosa parla, quindi non lo so se a te – che eri in vena di oleografie – ti è convenuto andarlo a sconcicare fino a casa sua mentre si stava riposando. Quelli sono due libri che con i luoghi comuni sulla Sicilia ci fanno i conti.

Fare i conti col posto dove abiti è difficile: ti viene sempre di ritoccare le cifre per andarci a guadagno (oppure per mandare tutto a bancarotta e poi andarci a guadagno). Invece i conti di Roberto Alajmo sono a somma zero: il piacere di leggerlo non sta tanto nel vedere che risultato trova, ma nell’osservarlo mentre fa le operazioni con la matita dietro l’orecchio e la visiera da ragioniere in testa. Un’attività che deve avere a che fare con la narrativa: il lettore di Palermo è una cipolla piglia certe sbandate, si sente malsicuro, inquieto, prima ride, poi si preoccupa, poi si sente preso in giro, poi si fa domande, si chiarisce certe cose e si confonde su altre, la mafia, l’antimafia, il traffico, il caffè (che si deve bere quando è così bollente che brucia le labbra perché altrimenti significa che te l’hanno fatto male e quel bar non è buono) i tic, le idiosincrasie, le riprese dal vero di una città che si mette sempre in posa e non la puoi sorprendere manco se gli fai le foto di nascosto.

E allora valla a sbrogliare la matassa dei luoghi comuni che si raccontano sui siciliani e a cui i siciliani per primi credono. Insomma, Roberto Alajmo non lo puoi infilare dentro a quel documentario senza che lui non te lo faccia saltare dall’interno.

Ispirare simpatia con un malo carattere non deve essere facile. E infatti io penso che Roberto Alajmo sia bravo a fare sembrare una babbìata certe cose che altri non si possono neanche sognare, e che insomma possieda la sprezzatura, quella del Cortegiano.

Se oltre al malo carattere non c’hai  anche  la sprezzatura, è meglio se tenerezza e nostalgia le lasci perdere: un libro come Il primo amore non si scorda mai, anche volendo devi proprio evitare di scriverlo, altrimenti corri il rischio di sembrare Carlo Conti che legge gli sms del pubblico a I migliori anni.

Il primo amore non si scorda mai, anche volendo è più o meno il memoriale intimo di un consumatore bambino. Ogni capitolo fa un po’ storia a sé, però sempre dentro a un telaio: diciamo che è un piolo di quella scala che uno sale senza neanche accorgersene quando passa dall’infanzia all’adolescenza.

Dalla lettura mattutina che faccio di Penultim’ora, il suo blog, sospetto che Roberto Alajmo si sia aiutato con un ripasso: ha un figlio che sta per diventare adolescente, quindi magari quella fase di passaggio ce l’ha sotto agli occhi, e forse per questo è riuscito a scorrerla così bene al microscopio, e a trovare quegli snodi, quegli incroci non segnalati, di cui è impossibile indovinare la destinazione nel momento in cui li si attraversa. Come per esempio un amico tuo che un giorno trova il coraggio di scavalcare un muretto che sembra la siepe dell’Infinito, e che fino al giorno prima nessuno mai si era sentito abbastanza ardito da oltrepassare:

La campagna oltre il muretto non è tanto che faccia paura. Un po’ sì, ma suscita soprattutto curiosità. Si dice che ci abiti una tribù di zingari, o che vadano a spartirsi il bottino dei malviventi, come li chiama il telegiornale. Quando ne parlate tra voi, c’è sempre qualcuno disposto ad aggiungere qualche dettaglio raccapricciante che l’ultima volta non c’era. Ma la verità è che di quella campagna nessuno ne sa niente. Di tanto in tanto vi ripromettete di scavalcare il muro, ma in cima è coperto da cocci di vetro che rappresentano un ottimo motivo per rinviare ogni volta. Però un giorno accade. […] Quello ricompare, scavalcando con semplicità e tornando da voi senza danni apparenti, solo pulendosi le mani sui pantaloni. Gianni Cirafici vi ha appena dato una lezione e non avete diritto a fare domande. Non subito, almeno. C’è un lungo momento durante il quale sperate che lui voglia dire qualcosa spontaneamente, risparmiandovi altre smanie. Ma niente. Nessuno sconto. Vi guarda uno per uno, e poi tutti assieme, senza aprire bocca. 

Oppure un viaggio in autobus dal centro alla periferia della città per cercare (senza trovarle) un paio di scarpe della misura giusta a un compagno di giochi gigantesco:

Il viaggio di ritorno verso via Carducci è caratterizzato da una silenziosa malinconia. Arrivati, vi salutate senza commenti. Ognuno di voi sente bruciare la delusione, ma non può ammettere di avere sprecato una giornata. E poi avete visto il famoso quartiere Zen, se non altro. Finirà che la madre di Polifemo le scarpe numero quarantanove le farà fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, ché alla vostra età non si sa mai.

Memorie come queste sono private fino a un certo punto. Così, a fare da intermezzo, Roberto Alajmo ci innesta sopra i repertori (dei giocattoli, dei giornalini e dei cartoni animati, delle robe da mangiare, del calcio e dei calciatori), cioè elenchi ragionati di tutti quei beni che concorsero a formare l’immaginario ludico-consumista della Carosello generation. Da liste di questo genere uno si aspetta sempre l’innesco per l’effetto bei tempi, e invece a scorrere queste ti accorgi che è il contrario: l’asciuttezza con cui sono compilate bilancia il tono epico-ironico degli episodi d’infanzia, e più che gli elenchi sentimentali di Fazio e Saviano vengono in mente gli inventari meticolosi di un ferramenta. Il fatto, poi, che siano suddivise per categoria merceologica sembra un tentativo di tirarne fuori l’oggettività storiografica, farne una sorta di prova testimoniale che chiami in correità il lettore e lo renda definitivamente complice. Infatti il libro è tutto in seconda persona, a volte singolare (tu) e più spesso plurale (voi ).

Roberto Alajmo la seconda persona la usa anche in altri libri. Io una volta ho tradotto un’intervista a Rick Moody (Col pianoforte ero un disastro) in cui il grande scrittore americano sosteneva che la seconda persona è un trucchetto da bottega. Sarà che a me le botteghe piacciono più degli atelier, però mi pare che il tu e il voi qua non siano un espediente, ma una specie di attrezzo gnoseologico: la birillatrice per estrarre il succo del collettivo dal biografismo del ricordo.

Sempre a proposito di botteghe, secondo me Roberto Alajmo le memorie non le tiene in soffitta, ma nel garage.

Quando ho letto 1982 memorie di un giovane vecchio, che è un po’ l’esperimento preparatorio di quest’ultimo libro, non m’è venuto di immaginarmelo come lo scrittore romantico, che in un malinconico giorno di pioggia autunnale sale in un sottotetto e soffia via la polvere da un baule pieno di cimeli, ma come uno di quei tizi che capita di vedere affaccendati dentro a un garage, dove tutto è in ordine sugli scaffali e i soppalchi, e c’è sempre una specie di bancone lungo su cui pulire, avvitare, oliare, esercitare l’arte della manutenzione. Quelli col malo carattere, se si occupano degli oggetti sopravvissuti al passato non è per crogiolarsi nella nostalgia, ma per tenerli in funzione, verificare che siano sempre pronti per l’uso. In garage non è come in soffitta: non si tratta di spolverare il desueto, ma di manutenere l’utilizzabile.

La bravura con la polvere consiste più nell’evitare che si depositi che nel rimuoverla, e infatti il libro, pur parlando di anni lontani, è scritto tutto al presente indicativo: così magari il giorno del 2013 in cui guardi tuo figlio e ti sembra che in una sola notte sia diventato un’altra persona, puoi scendere in garage e tirare giù dal soppalco la giornata del 1968 che ti serve per capire questa, sicuro che niente si sia ossidato e tutti i meccanismi funzionino ancora alla perfezione.

Comunque la trasmissione di Fabio Fazio in qualche modo con questo libro qualcosa c’entra, perché quel programma lo scrisse Francesco Piccolo, e a tratti Il primo amore non si scorda mai, anche volendo sembra una specie di Momenti di trascurabile felicità , però virato seppia e centrato sull’infanzia. Per esempio in questo punto, il mio preferito, dove le croste alle ginocchia diventano una specie di correlativo oggettivo:

In una prima fase le studi, perché sai, ti hanno insegnato, che le croste non si toccano. Ma non dura. Rimani affascinato da quello spessore che allo stesso tempo ti appartiene e non ti appartiene. Sei tu e non sei tu. Prima o poi la crosta è destinata a cadere e perdersi, come i capelli quando vai dal barbiere o le unghie che ti tagli (quelle che ti mandi no, rimangono a mutare nel tuo stomaco e almeno in percentuale torneranno a essere parte di te) […] Se provi ti accorgi che riesci persino a infilarci sotto un’unghia o quel che rimane dopo la scorpacciata che ne hai fatto. Ma basta: l’unghietta si è insinuata. Lei sa cosa c’è sotto. E per suo tramite pure tu immagini la superficie di pelle nuova che si è formata sotto la crosta di sangue. Basta provare a muovere l’unghia per far muovere anche la crosta, che ormai è matura, pronta a staccarsi da sola. Ti viene voglia di dare una mano al corso della natura. Oltretutto quella crosta alle ginocchia è un fastidioso retaggio da bambini. I grandi mica ce le hanno. E allora fai una cosa che assolutamente la mamma proibisce: fai leva.

Francesco Piccolo non ha l’aria di uno col malo carattere, però la sua scrittura e quella di Roberto Alajmo si somigliano lo stesso. Nella prefazione che scrisse qualche anno fa per la ristampa di un suo vecchio libro (Scrivere è un tic) c’era una riga in cui definiva la sua:

Una lingua saggistico-narrativa che vado esplorando da anni, e che è la ragione per cui scrivo.

Ecco, secondo me anche Roberto Alajmo scrive con quella stessa lingua, e tutti e due scrivono libri meticci, dove c’è sempre l’autore in persona (o un suo alter ego) coinvolto a vario titolo nella narrazione, e ogni volta che ti sembra voglia mettere a fuoco se stesso come personaggio, in realtà ti accorgi che a essere in primo piano è il contesto. Oppure viceversa. Ecco perché non sai mai se stai leggendo un romanzo che sembra un saggio o un saggio che sembra un romanzo. La conferma è che la trama quasi mai è basata su una storia nel senso tradizionale del termine: per esempio, nel caso di Roberto Alajmo, spesso è una storia successa per davvero. Questo l’ho sentito dire a lui, una sera di settembre all’eremo di Avola antica. Lo disse di fretta perché quella sera giocava il Palermo contro l’Inter (e mi sa che lui tifava l’Inter – sempre perché ci vuole un gran malo carattere per tifare l’Inter a Palermo), la presentazione stava andando per le lunghe e lui voleva andarsi a vedere la partita.

Disse che è quasi una cosa immorale inventarsi una storia, e lo è ancora di più in Sicilia, dove sono successe e succedono continuamente cose vere che meritano di essere raccontate più di quelle finte, e che la letteratura serve a riempire quel piccolo interstizio, quella fessura che sempre si forma tra l’accadimento e la sua esposizione per iscritto: ecco, se uno ci pensa bene, questo fatto di mettersi a intuppare i puttusi con la manicola e la quacina è una cosa molto umile da dire, specie per uno che ha un malo carattere. E invece lui oltre a dirlo lo fa. Però non con la manicola e la quacina, ma con la spatola e lo stucco, perché la sua è una lingua spalmata così bene che la fessura non si vede più, nemmeno ci si immagina che sia mai esistita. Oltretutto lo fa da un bel po’ di tempo, e infatti un’altra delle cose che è bravo a fare con sprezzatura è anticipare. Per esempio ha scritto Limonov un anno prima che uscisse Limonov.

Il libro si chiamava Tempo niente ed era la biografia del magistrato Luca Crescente, morto di troppa dedizione al lavoro. Come Limonov e prima di Limonov, oltre a essere la biografia di un personaggio reale, era anche un romanzo su uno scrittore che scriveva una biografia. Va bene, Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov è un vivente, mentre Luca Crescente purtroppo non lo è più, però è anche vero che Limonov è un fango e Luca Crescente invece era il classico bravo picciotto. Forse è per questo che quello di Alajmo un anno fa non è diventato il libro dell’anno e quello di Carrère sì: alla gente i fanghi gli piacciono più dei bravi picciotti. Com’è che invece gli scrittori col malo carattere gli piacciono meno?

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