Roberto Ciccarelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-ciccarelli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 17 Jun 2022 16:44:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Roberto Ciccarelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-ciccarelli/ 32 32 Su “Una vita liberata” di Roberto Ciccarelli https://minimaetmoralia.it/politica/su-una-vita-liberata-di-roberto-ciccarelli/ https://minimaetmoralia.it/politica/su-una-vita-liberata-di-roberto-ciccarelli/#comments Thu, 16 Jun 2022 11:43:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50624 Come pensare la liberazione in un’epoca in cui tutto appare irredimibile? Quando tutti, compresi coloro che sentono lo stato delle cose come un peso insostenibile, hanno preso per buona la vulgata del “there is no alternative” (al capitalismo)? Quando tutti, insomma, sono presi nel gorgo della disperazione, ovvero soggetti all’egemonia culturale di quel sistema di […]

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Come pensare la liberazione in un’epoca in cui tutto appare irredimibile? Quando tutti, compresi coloro che sentono lo stato delle cose come un peso insostenibile, hanno preso per buona la vulgata del “there is no alternative” (al capitalismo)? Quando tutti, insomma, sono presi nel gorgo della disperazione, ovvero soggetti all’egemonia culturale di quel sistema di cui vorrebbero disfarsi? In questi tempi disperati la liberazione non è letteralmente concepibile, se non come un’apocalisse. L’estinzione globale, l’antropocene, la catastrofe climatica, la pandemia, la guerra: tutto cospira verso l’apocalisse. Non c’è alternativa alla fine del mondo. Che poi sarebbe la fine della vita: per arrivare dunque al paradosso per cui la vita, per liberarsi, deve liberarsi di se stessa, deve autosopprimersi. Ecco, Roberto Ciccarelli, nel suo libro “Una vita liberata. Oltre l’apocalisse capitalista”, pubblicato da DeriveApprodi, prova a pensare la liberazione come liberazione della vita e non dalla vita. Come vita che, se concepita nella sua potenza, è già essa stessa liberazione.

Per farlo, Ciccarelli ha bisogno di convocare risorse molteplici: è un libro, deleuzianamente, composto da mille e mille piani, moltissimi temi e campi del sapere diversi (a partire, va da sé, da quelli propriamente filosofici che contraddistinguono le opere di Ciccarelli, radicato nel pensiero dell’immanenza che va da Spinoza a Deleuze e nel materialismo storico). Questi mille piani convergono, appunto, nell’analisi critica di un immaginario fondato sul “già divenuto” (il capitalismo è la dimensione ultima, insuperabile, della storia) e nella prefigurazione di un avvenire che è divenire. Come ha scritto Ubaldo Fadini, si può parlare qui di “critica dell’ideologia”, dove l’ideologia è quella del capitalismo globale che giustifica la propria esistenza immortale e imperitura, quel suo essere, per rammentare Debord, “sole che non tramonta mai sull’impero della passività moderna”, una passività indotta proprio anche con la fantasie e i fantasmi dell’apocalisse.

L’apocalisse è uno dei temi teologici fondanti della cultura cristiana, dove però essa preparava il Regno di Dio. L’apocalisse teologicamente intesa è redenzione. L’apocalisse capitalista, invece, è un apocalisse senza redenzione. Davanti a noi c’è solo la fine del mondo, nessuna rinascita. C’è solo disperazione, dove è egemone l’immaginario del capitalismo globale. Una disperazione che viene letta da Ciccarelli spinozianamente, come una mancata connessione tra una conoscenza delle cause e un agire politico creativo ed efficace. La “catastrofe” pandemica è un esempio evidente: è stata vissuta come un evento insensato, un’invasione di ultracorpi from outer space, una “calata degli Hyksos”, extraumana e non imputabile a nessuno, dove invece è un effetto dell’agribusiness globale, con le sue monocolture animali e le sue deforestazioni. Ma questo aspetto immanente al sistema è stato rimosso, nella narrazione mediatica e nelle coscienze, impotenti a dispiegare un’altra piega degli eventi. Ancora una volta, resta solo la fine del mondo, senza un altro mondo possibile.

Eppure, De Martino aveva chiarito molti anni fa come la “fine del mondo” sia cosa ben diversa dalla “fine di un mondo”. Immaginiamo la fine del mondo quando invece dovremmo essere capaci di concepire la fine di questo mondo e, nel medesimo movimento, immaginarne un altro. Immaginare un possibile. (Un po’ di possibile, scriveva Deleuze, o soffoco!). Il terrore reale che si presenta, universalizzato, nelle fantasie apocalittiche è quello della fine del capitalismo, un capitalismo che produce ricchezza per i dominanti e rinserra gli oppressi in impotenti fantasie identitarie, razziste, nazionaliste, immaginate come opposizioni al sistema e in realtà ad esso conformi e complementari. Il terrore reale che si traveste da fine del mondo è quello per la fine di un mondo che promette incessantemente felicità e produce, invece, infelicità diffusa. E’ il terrore per la fine del “capitalista umano”.

Il capitalista umano è il precipitato della trasformazione della forza lavoro – intesa come “facoltà delle facoltà, la più singolare e comune”, produttrice dei valori d’uso, intesa come potenza di vita – in capitale, nel contesto della società degli individui frutto della trasformazione antropologica neoliberale (per cui Ciccarelli recupera il concetto gramsciano di “rivoluzione passiva”); e all’analisi della natura politica dell’individualismo conservatore thatcheriano, che coniuga liberismo e conservatorismo, è dedicato uno dei primi capitoli del libro. “A differenza del liberismo inteso come un potere economico che domina gli individui dall’alto, il neoliberalismo forma i soggetti invitandoli a diventare partner del proprio governo e partecipanti di una razionalità fondata sulle loro azioni imprenditoriali e competitive.”

La società neoliberale è dunque, al medesimo tempo, società della prestazione – un modello di società che si è spacciato per liberazione laddove ha prodotto nuovo asservimento: la figura del nuovo servo è quella dell’imprenditore di sé stesso, votato all’autosfruttamento per rispondere alla incessante richiestività della società, che ti chiede sempre di più, che ti chiede di essere all’altezza di standard sempre più elevati, facendoti inevitabilmente scontrare con il fallimento, che è l’incubo prevalente di chi in questa società è nato e cresciuto. (A proposito del fallimento, Ciccarelli cita quella scheggia di luce di Beckett che recita: “Ho sempre provato. Ho sempre fallito. Non importa. Proverò ancora. Fallirò ancora. Fallirò meglio”. Che va inteso nel senso che “il fallimento non esaurisce il possibile. Al contrario la potenza permane perché il possibile non si attua mai del tutto”.)

La questione è: come si esce dall’impotenza? “Non si può divenire attivi da soli”, risponde Ciccarelli, ancora una volta tornando a Spinoza. “L’impotenza si rovescia in potenza attiva quando l’incontro con gli altri rende possibile concepire moltissime idee, estendere in maniera impensata l’agire e trasformare la natura di ciascuno in un divenire altrimenti di tutti”. Si tratta di “praticare la forza che tiene aperto l’orizzonte e impedisce che la vita sia rinchiusa nei rapporti di potere che la rendono servile. Un lavoro simile non può essere individuale. E’ l’esito di una attività cooperativa. Non si dà liberazione senza gli altri. Se sono in molti a rifiutare il dominio, allora esiste una possibilità che la liberazione duri. Se l’insubordinazione si limita ad azioni esemplari o reattive è già sconfitto”.

Si tratta allora di assumere la condizione che l’autore definisce “postuma”, viverla non nel senso di un nichilismo che non ha altra funzione se non quella di conservare “un mondo pietrificato e congelato davanti al terrore dell’impotenza”, ma nel senso di una sperimentazione della vita; non una fine della storia, ma una liberazione della storia dai suoi postumi sperimentando una potenza ulteriore della vita, oltre quella, passiva, che porta a desiderare la fine di tutto. E’ quanto René Char scrisse in un verso folgorante: “la nostra eredità non è preceduta da nessun testamento”. In questo verso Ciccarelli legge “l’intuizione di un’altra politica, quella della liberazione dove i testamenti fatti dai padri non tramandano alcunché ai figli. Una rivoluzione in cui si tratta di “lasciarsi nel tempo dove una rottura avviene in maniera imprevista”. “Viviamo fuori dal tempo tramandato ed ereditiamo quello che i padri e le madri non hanno previsto. Nessun patrimonio è dato per sempre”.

E’, viene da pensare, quel che si agita nelle piazze piene di giovani che reclamano un’altra idea di scuola e di mondo, che contestano l’alternanza scuola lavoro contestando, insieme, ciò che il lavoro è in questa società neoliberale, che lottano per la giustizia climatica. Sono i giovani che desiderano uscire dalle prigioni di sofferenza che i loro corpi possono diventare, e sempre di più sono diventati con l’emergenza pandemica che li ha fatti scontrare ancora di più con l’impasse della vita, col senso di no-future; e per uscirne, provano a reinventarsi un mondo da soli.

*****

Non si renderebbe piena giustizia al libro, però, se non si riportassero direttamente alcuni passaggi, alcune di quelle che Lea Melandri ha definito “frammenti di lucida intuizione”: Su cui meditare, e discutere. E a partire da cui, possibilmente, agire.

“Oggi è più facile riflettere su come moriremo che rispondere alla domanda su cosa può la vita che viviamo. In un orizzonte claustrofobico non sembra esserci resistenza, né creazione.”

“Un mondo può finire perché gli oppressi sono riusciti a tagliare i rapporti che li rendono subalterni a un potere specifico, ma non è detto che siano liberi dalle altre oppressioni. Può finire la dipendenza da un mondo coloniale, ma si può continuare ad essere sottomessi a quello capitalistico, al potere patriarcale o alla violenza sessista. L’opera della liberazione è interminabile e richiede una continua politicizzazione dell’esistenza.”

“Il problema non è più la forza dell’oppressione, ma la mancanza di strumenti per liberarsi. Un mondo non riesce a finire, e quello nuovo non nasce, perché mancano i linguaggi, i concetti e le prassi che danno una forma al movimento dall’uno all’altro La mentalità apocalittica immobilizza l’esistenza e diffonde la convinzione che esso sia il prodotto di una imposizione dall’esterno. In realtà è l’opposto: la difficoltà di superare la crisi è causata dall’ignoranza delle possibilità storiche a disposizione.”

“Apocalittica è la scoperta che la liberazione non nasce dai mezzi che servono a opprimere, ma da quelli che i subalterni non riescono a creare. Pur sentendo la necessità di cambiare, restano immobili in attesa della fine del loro mondo. “

“Apocalittica è la condizione che annienta la possibilità di configurare un uso alternativo della vita al punto da rendere impossibile praticare un’altra vita a partire da questa vita. Apocalittica è la vita che non serve a riprodursi quando si è al servizio del lavoro salariato o precario. Apocalittica è la comprensione di se stessi come vite di scarto e senza impiego, sfruttati senza liberazione, oppressi senza riscatto. Apocalittica è la violenza delle morti quotidiane in cui sopravviviamo.”

“La potenza è una relazione tra un’attività e una passività che può portare all’isolamento, all’alienazione e alla separatezza oppure al potenziamento, alla gioia e all’estensione non ancora sperimentata dell’esistenza. L’impotenza è un’articolazione di questa relazione e della causa della rinuncia alla sperimentazione di una convenienza con le potenze degli altri, condizione per attualizzare una potenza in maniera virtuosa.”

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Non elogiate la depressione. Riflessioni a margine della manifestazione No Expo. https://minimaetmoralia.it/politica/non-elogiate-la-depressione-riflessioni-a-margine-della-manifestazione-no-expo/ https://minimaetmoralia.it/politica/non-elogiate-la-depressione-riflessioni-a-margine-della-manifestazione-no-expo/#comments Sun, 03 May 2015 00:29:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26560 di Christian Raimo Dopo aver assistito, con un senso di frustrazione talmente conosciuto da essermici quasi assuefatto, all’esito abbastanza fallimentare della manifestazione No Expo dell’altroieri a Milano, ho cercato le reazioni, anche quelle a caldo, di persone che s’impegnavano a riconoscere questo fallimento e a ragionare sui motivi in termini politici. Il primo articolo che […]

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di Christian Raimo

Dopo aver assistito, con un senso di frustrazione talmente conosciuto da essermici quasi assuefatto, all’esito abbastanza fallimentare della manifestazione No Expo dell’altroieri a Milano, ho cercato le reazioni, anche quelle a caldo, di persone che s’impegnavano a riconoscere questo fallimento e a ragionare sui motivi in termini politici.

Il primo articolo che ho trovato è un pezzo uscito sul Manifesto di Luca Fazio, che è subito molto circolato. S’intitola “I riot che asfaltano il movimento” ed è molto esplicito nel puntualizzare un paio di considerazioni: 1) Questo primo maggio è stato politicamente disastroso, perché la MayDay non ha saputo governare gli scontri, e di fatto ne è uscita vittima (sulla strada prima, mediaticamente appena dopo, e infine politicamente); 2) La piazza era ingovernabile, e probabilmente sarà così anche in futuro se non si fa una profonda autocritica sull’organizzazione della protesta.

“D’ora in poi, come gover­nare la piazza, ammesso che ci siano altre occa­sioni altret­tanto impor­tanti, diven­terà un pro­blema quasi insor­mon­ta­bile. Per­ché la gior­nata di ieri signi­fica che nes­suno a Milano, e anche altrove, ha più l’autorevolezza di poter deci­dere come si deve stare in un corteo.
Que­sto è un pro­blema poli­tico: a poste­riori, è chiaro che non si può accet­tare con leg­ge­rezza la con­vi­venza con chi ha come uno unico obiet­tivo quello di spac­care tutto e basta.”

Anche i pezzi di Leonardo Bianchi e quello di Roberto Ciccarelli (probabilmente i due migliori giornalisti di movimento oggi in Italia), il primo su Vice e il secondo sul Manifesto, erano piuttosto sconsolati.
Nel primo, “Cosa abbiamo visto al corteo No Expo del primo maggio a Milano”, Bianchi dice a un certo punto:

“A livello politico e d’immagine, invece, è tutta un’altra storia. Me ne accorgo immediatamente scorrendo i siti e i social sul cellulare sulla via del ritorno.
Da destra a sinistra, e dal Presidente della Repubblica in giù, la politica si è scagliata all’unisono contro la “violenza teppistica” e i “farabutti col cappuccio,” mentre Alfano—di cui Salvini e il M5S hanno chiesto le dimissioni—ha elogiato l’operato delle forze dell’ordine.
Twitter, invece, trabocca di indignazione per quello che è successo, in moltissimi invocano il pugno duro verso chiunque e qualsiasi cosa, la mamma di Baltimora è ovunque insieme all’intervista al ragazzino che si esalta per la violenza. Le prime analisi a caldo rispolverano i “cattivi maestri” e si chiedono chi abbia armato la mano degli #idiotineri; qualcuno arriva anche a dire che ieri “i fascisti sono tornati a marciare su Milano.” Nella foga si spreca ogni tipo di parallelismo, spesso e volentieri a cazzo di cane.”

Nel secondo, “Fiamme, riot e ordine pubblico: gli effetti del colore nero sul NoExpo”, Ciccarelli fa notare:

“Le ragioni dell’opposizione dei NoExpo (cor­ru­zione, inchie­ste, il lavoro gra­tuito pre­vi­sto nel “grande evento”) sono state com­ple­ta­mente oscu­rate. Ne ha appro­fit­tato l’Ad del mega evento Giu­seppe Sala che, forte della pla­tea di per­so­na­lità poli­ti­che schie­rate a difesa dell’Expo, ha soste­nuto: «Vanno rispet­tate le idee di tutti ma è dif­fi­cile capire — ha detto — quali siano le idee di que­sti vio­lenti». «Rimane una festa rovi­nata, è un pec­cato in un momento come que­sto con tutto il Paese rac­colto intorno ad Expo».”

La sconfitta è tale che Napolitano si può permettere di dichiarare con un’alzata di spalle: “Abbiamo visto di peggio” e Renzi di liquidare tutto con un No comment.

Quali sono le ragioni di questa inefficacia? Per me sono rintracciabili in una rappresentazione del conflitto che accoglie anche chi lo pensa in modo consumista e pornografico. In un pezzo su Internazionale di ieri, ho provato a argomentare meglio.

“Il cul de sac in cui i movimenti di protesta globali si sono infilati ormai da anni è quello di essere inconsapevoli produttori di riot porn: una pornografia della devastazione.
I cortei organizzati, spesso male organizzati, spesso involontariamente o addirittura colpevolmente male organizzati, spesso inorganizzabili, ma soprattutto senza una coscienza di come gestire la rappresentazione del conflitto, lasciano spazio ai desideri individuali e solitarissimi: spaccare tutto, farsi una foto con la macchina bruciata o – appena dopo per contrappasso – commentare su Facebook quanto sia idiota quel ragazzo incappucciato o questa ragazza sorridente, o addirittura a invocare manganellate, mamme di Baltimora, interventi à la Diaz. Il clicktivism è l’altra faccia del riot porn.
Il conflitto diventa un consumo come un altro. Ognuno si può scegliere la sua categoria, come su un sito porno. Ed è molto difficile, per chi invece crede alle ragioni di questa protesta e al bisogno di radicalità, provare a uscire dal vicolo cieco.”

Una riflessione di Claudio Riccio uscita su Il Corsaro (“Bertolt Brecht, la parte del torto e l’arte di perdere la ragione”) affonda anche questa sulle responsabilità dell’antagonismo, in definitiva quindi le nostre:

“L’estetica del conflitto mimato, della passione nichilista per il fuoco di chi replica pratiche di lotta sempre uguali, come un disco rotto, senza mai leggere la fase o il contesto, senza mai ragionare sul senso e sul consenso delle proprie azioni, non ha fatto altro che dare fiato alle trombe della propaganda pro expo, chiudere gli spazi di legittimità del conflitto e aprire gli spazi per una repressione che probabilmente non si limiterà ai soli fatti di Milano. […]
Il ribaltamento è totale: noi, precari, disoccupati, noi che abbiamo bisogno di reagire, diventiamo nella retorica renziana “quelli che non vogliono reagire”, “quelli che non vogliono farcela”, mentre gli unici con voglia di riscatto, gli unici in grado di infondere una speranza diventano coloro che varano il jobs act, riducono i diritti e il primo maggio inaugurano l’expo elevando a modello di società quella che è la fiera del lavoro gratuito. […] Più che mettersi in cattedra o davanti a una tastiera e trascorrere il proprio tempo a giudicare soltanto gli episodi, le dinamiche di piazza e la devastazione, può essere utile e necessario esprimere valutazioni politiche chiare e rimboccarsi le maniche ancora di più. Serve un maggior impegno, perché discutere di quanto abbiano sbagliato gli altri, organizzati o singoli, non ci può bastare, servirebbe una seria discussione su cosa abbiamo sbagliato tutti noi che ora abbiamo a che fare con le macerie di Milano. Se rinunci al far parte dei percorsi di lotta e di movimento puoi davvero lamentarti di chi poi li egemonizza o sovradetermina? No, non puoi, o almeno non senza una contestuale riflessione autocritica: il problema non sono solo quelle che vengono definite “presenze sgradite”, ma soprattutto le assenze e i vuoti di chi poteva contribuire ad un esito diverso della mobilitazione, non per forza privo di conflittualità, ma egualmente in grado di estendere il consenso e mettere in difficoltà la macchina propagandistica di Renzi e dell’expo. La rabbia mista a frustrazione di queste ore è quindi figlia anche dei limiti politici di tutte le sinistre del nostro paese e senza un salto di qualità, tanto nella capacità di mobilitazione reale e di organizzazione del conflitto sociale quanto nella proposta politica, il confine tra attivisti politici e commentatori da social network rischia di diventare sempre più labile.”

Non si può evitare di pensare che il fallimento della manifestazione non rappresenti un campione esemplare della crisi della sinistra che è anche e soprattutto una crisi performativa. Una crisi ideale su quale racconto del conflitto provare a tessere, che non sia maniacale, depressivo, consumistico o pornografico.

Nel pezzo di Internazionale notavo come a differenza di altre manifestazioni (14 dicembre 2010 o del 15 ottobre 2011) nessuno stavolta abbia rivendicato gli scontri. In realtà poi ho visto che invece qualcuno non solo li rivendicava, ma ne coglieva i segnali di un paesaggio mondiale a venire. Su Infoaut l’articolo di Luca Fazio del Manifesto viene definito orrendo, e si afferma che c’è stato un cambio di paradigma che molti nell’area dell’antagonismo non hanno ancora avvertito:

“C’è tanto da dire, ragionare e commentare sui fatti di ieri. C’è però innanzi tutto da prendere una posizione chiara sul dove e con chi stare. Sul fatto che è mille volte preferibile trovarsi il giorno dopo a fare i conti con conseguenze ed esiti imprevisti piuttosto che darsi le pacche sulle spalle tra le infinite gradazioni di un ceto politico costantemente impaurito dall’emergere di una qualunque forma di eccedenza non prevista. Atene, Baltimora, Istanbul sono dietro l’angolo. Prendiamone atto e attrezziamoci di conseguenza. C’è invece chi ancora pensa di trovarsi nella stagione dei social forum o peggio, nei trenta gloriosi. Non è (più) così.”

In una nota Facebook, “Expo non è finito. Un orizzonte dopo la rivolta del primo maggio” invece Cristiano Armati critica i toni fallimentaristici, cercando di contestualizzare storicamente quello che accaduto ieri (molte rivolte del passato all’inizio sembravano isolate e impossibili e sono diventate invece fondamenti della storia dei movimenti di liberazione), insistendo che sarebbe un errore pensare di stigmatizzare chi ha spaccato qualche vetrina, perché vorrebbe dire non vedere come la protesta contro Expo è solo cominciata e la repressione che verrà era tutto fuorché disattesa:

“Se è vero come è vero che Expo ha voluto mistificare le reali necessità di un corpo sociale stremato dalla povertà (cioè dalla prima arma che il padronato rivolge contro le classi subalterne per piegarle ai suoi scopi), rinchiudendo le legittime aspirazioni al cambiamento dentro le esigenze di una vetrina scintillante, allora spaccare quella vetrina è stato giusto, sia in termini metaforici che in termini reali. Eppure non è ancora questa la cosa più importante, né il campo in cui è necessario concentrare i propri sforzi. La cosa più importante,infatti, è sottolineare come Expo non è finito. E non è finito non solo perché il tributo preteso dal governo Renzi si estenderà sul Paese per ulteriori sei mesi, ma perché è lo stesso modello che Expo impone ad aver costruito una nuova cornice di “normalità” con la quale confrontarsi e che è necessario spezzare. Basti dire che, annunciando l’organizzazione del prossimo giubileo romano, è  già stata ventilata da parte del governo la possibilità di porre un blocco degli scioperi nel nome di un superiore interesse nazionale…”

Ma se queste sono posizioni molto cristalline, (e su Contropiano per esempio c’è un interessante rassegna di commenti che parte dall’assunto molto condivisibile di non ridurre il dibattito a un “lei è favorevole o contrario?”), buona parte  resto delle analisi all’interno del movimento per forza di cose risente di uno spaesamento, di una difficoltà d’interpretazione che necessita di metabolizzare più lungamente, di analisi a freddo, di evitare non detti mascherati da cautela. Per questo motivo qui quando ho letto sulla bacheca facebook di Franco “Bifo” Berardi la sua reazione a caldo, intitolata “Dalla parte dei teppisti”, ho immaginato, come è accaduto, che – anche grazie alla sua scrittura evocativa – fosse un pezzo destinato a girare, fino a diventare in poche ore il testo di riferimento più condiviso da un’area antagonista più restia a fare autocritica sulla manifestazione.

La visione di Bifo è che è inutile lottare per i diritti o per la democrazia (di cui siamo spossessati da una governance neo-liberista), e occorre ripensare la politica in termini pre-moderni.

“Nel tempo che viene non capirete niente se penserete alla democrazia. Occorre pensare in termini di vita e di morte, e allora si comincia a capire.
Ci stanno ammazzando, capito? Non tutti in una volta. Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia. Un numero crescente di ragazzi si impiccano in camera da letto (60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS). Ci ammazzano di lavoro e ci ammazzano di disoccupazione. E mentre la guerra lambisce i confini d’Europa, focolai si accendono in ogni sua metropoli.”

È molto affascinante la retorica di Bifo, ma secondo me è scorretta e pericolosa per almeno un paio di motivi.

Primo: perché costruisce una scivolosa visione morale, quando fa leva sul senso di immedesimazione – vedi quando scrive “Ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia” o cose del genere. Per quanto possa essere addolorato, indignato, rabbioso e disperato per le morti dei migranti nel Mediterraneo, quel migrante non sono io, che invece mangio decentemente, che ho un passaporto che mi permette di viaggiare etc… E se condivido il senso di esclusione sociale dei migranti, o empatizzo con la loro disperazione, questo non vuol dire che posso pensare di “identificarmi” fino a “sostituirmi” alla loro condizione.
Questa retorica dell’immedesimazione non è in alcun modo utile politicamente: non è necessario identificarsi in chi è spossessato di tutto per battersi a suo favore e a favore dei suoi diritti. Non solo: questa volontà spasmodica di riconoscersi nelle vittime rivela una debolezza dell’identità politica, se non una subalternità psicologica e politica nei confronti delle stesse vittime, che paradossalmente non vengono riconosciute come portatori di una voce autonoma.

Secondo: perché negli ultimi anni – fino al suo libro, Heroes: suicidi e omicidi di massa appena uscito per Verso in Inghilterra prima e per Baldini e Castoldi in Italia – si è molto prodigato a pensare il suicidio e la depressione come una sorta di boicottaggio, di auto-sabotaggio nei confronti di una società turbo-capitalista che – come direbbe Alain Ehrenberg – ti rende impossibile la “fatica di essere te stesso” e – come direbbero Pierre Dardot e Christian Laval in La nuova ragione del mondo – usa la psichiatria come lubrificante sociale.

Certo, se la seduzione dell’Apocalisse è fortissima, il minimo di speranza sindacale è che ci sia qualche Rivelazione, altrimenti l’esaltazione di questo nichilismo oltre che provocatoria, anche sanamente provocatoria, risulta anche un po’ scorretta. Da dove prende per esempio Bifo i dati allarmanti sul suicidio – “più 60% di aumento del tasso di suicidio nei decenni del neoliberismo, secondo i dati dell’OMS”? Probabilmente qui. Ma primo: se si legge il testo non si dice “nel mondo neoliberista”, ma “worldwide”. Secondo: questi incrementi sono forse dovuti anche semplicemente a un diverso modo di segnalare i casi di morte. A guardare qualunque altra statistica, anche le altre dell’OMS, i dati dicono cose diverse. Ci sono degli incrementi in alcuni paesi che hanno delle brusche trasformazioni economiche, ma l’Italia per esempio diminuiscono leggermente (stando a quello che dice l’Istat) e in Grecia – per dire – si riscontra il tasso è il più basso d’Europa. Se volete, qui ci sono un bel po’ di dati.

Ma perché fare le pulci a questo pezzo di Bifo (a cui si vorrebbe dire che se c’è una cosa che forse abbiamo imparato nel ’77 è a trasformare i cortei in feste, e allora non si capisce perché adesso dovremo trasformare le feste in cortei funebri, solo per opporci alla retorica pubblicitaria, funzionalista, efficientista del turbo-capitalismo)? Perché è consolante nella sua visione semplificatoria, e rischia di replicare proprio nei movimenti un meccanismo di autolegittimazione nella deresponsabilizzazione, nel disimpegno. Dicono quelli di Infoaut che tra Baltimora, Instanbul, Atene, la rivoluzione è alle porte…
Viene da replicare con un po’ di realismo che la rivoluzione non è alle porte, e proprio se non si vuole trasformarla in un feticcio, o proprio perché ci si vuole preparare bene, è meglio saperlo.

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Anche i freelance si ammalano https://minimaetmoralia.it/interventi/anche-i-freelance-si-ammalano/ https://minimaetmoralia.it/interventi/anche-i-freelance-si-ammalano/#comments Thu, 24 Jul 2014 15:57:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22466 Riprendiamo questo pezzo dal blog Furia dei cervelli.

di Roberto Ciccarelli

Daniela Fregosi ha rotto il silenzio. Sostenuta da Acta, l'associazione dei freelance, questa consulente e formatrice toscana di 46 anni ha iniziato una protesta a nome delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi colpiti da una grave malattia. Un tumore al seno, ad esempio, quello che l'ha colpita l'anno scorso facendo esplodere la vita insieme al suo lavoro. Dopo una lunga ricerca, raccontata sul blog Afrodite K (tumoreseno.blogspot.it), Daniela ha scoperto di avere diritto ad un'indennità di malattia pari a 13 euro netti al giorno, per 61 giorni, 794,46 euro in totale. Poi più nulla, perchè per lo stato non può durare più di 61 giorni.

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Riprendiamo questo pezzo dal blog Furia dei cervelli.

di Roberto Ciccarelli

Daniela Fregosi ha rotto il silenzio. Sostenuta da Acta, l’associazione dei freelance, questa consulente e formatrice toscana di 46 anni ha iniziato una protesta a nome delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi colpiti da una grave malattia. Un tumore al seno, ad esempio, quello che l’ha colpita l’anno scorso facendo esplodere la vita insieme al suo lavoro. Dopo una lunga ricerca, raccontata sul blog Afrodite K (tumoreseno.blogspot.it), Daniela ha scoperto di avere diritto ad un’indennità di malattia pari a 13 euro netti al giorno, per 61 giorni, 794,46 euro in totale. Poi più nulla, perchè per lo stato non può durare più di 61 giorni.

Un lavoratore dipendente mantiene il suo stipendio e le spese della sua malattia vengono coperte dallo stato. Per un autonomo, invece, il risarcimento è irrisorio, non è prevista alcuna copertura pensionistica. In più dovrebbe versare l’anticipo sui contributi Inps, quelli previsti dalla gestione separata alla quale sono iscritti i freelance.


Daniela ha deciso di fare disobbedienza fiscale. Per sostenerla Acta ha lanciato una campagna di crowdfunding «per un’equa tutela della malattia» sul sito buonacausa.org. In poco meno di una settimana, mille persone hanno aderito versando quasi 1500 euro. L’obiettivo è raggiungere 5 mila euro per coprire le more e le eventuali spese legali. A sostegno di questa lotta per estendere il welfare universale agli autonomi c’è una petizione che ha raggiunto 50 mila firme. Ma all’orizzonte non si muove ancora niente. La politica impegnata tra riforme costituzionali e l’idea del centro-destra di abolire l’articolo 18 nella legge delega sul «Jobs Act».

«Con questa raccolta fondi Acta si sta sostituendo allo stato – afferma Daniela – È come il meccanismo delle società di mutuo soccorso dell’Ottocento, ma certo non dovremmo arrivare a questo. L’aliquota della gestione separata che dobbiamo versare è altissima rispetto al nostro reddito. Arrivare al mutualismo diventa una necessità perché quello che paghiamo è fuori dal mondo».

Il welfare degli autonomi potrebbe essere riformabile a costo zero. Ci vogliono poche mosse, semplicissime: ampliare il periodo di tutela oltre gli attuali 61 giorni; coprire tali periodi con i versamenti di contributi pensionistici figurativi; ridefinire l’indennità su valori sostitutivi del reddito usando come parametro il reddito percepito prima della malattia; equiparare la degenza ospedaliera a quella ospedalizzata quando si è sottoposti ad esempio alla chemioterapia. Infine, sospendere il pagamento delle tasse, o la loro rateizzazione, senza dovere pagare le more, nel caso di una grave malattia che impedisce ad una partita Iva di lavorare.

«Tutto questo non costa nulla- sostiene Daniela – Gli iscritti alla gestione separata, una delle poche gestioni Inps in attivo, versano lo 0,72% per l’indennità di malattia. Acta ha dimostrato che lo tato spende meno della metà di questo fondo. Vuol dire che ci sono già oggi i margini economici per dare più servizi a chi si ammala. Dipende solo dalla volontà politica di farle. Non ci sono scuse».

Questa battaglia non è solitaria, ma può essere molto dura. E Daniela lo sa. Equitalia è molto più di uno spettro. «Mi sono informata – continua – Ho capito che il punto di non ritorno non è quando arrivano le cartelle esattoriali con le more e gli interessi aggiuntivi, il famigerato aggio. Se non paghi da lì sei in pericolo perché ti possono anche pignorare verso terzi. Equitalia può andare dai miei fornitori e impedirgli di pagarmi. O può bloccare il conto corrente senza passare dal giudice».

In attesa di un cambiamento, Daniela conferma il suo «no»: «La mia disobbedienza fiscale è un gesto simbolico e vorrei che fosse uno stimolo per il governo». Il pensiero va alle centinaia di persone che l’hanno contattata sul blog: «Se non c’è Acta, una persona normale che non ha questo coraggio cosa può fare? Se non hanno un lavoro, o un parente, vendono la casa o l’attività per curarsi. Si rovinano per vivere. È orribile, non è giusto».

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Expo Pride: lavorare gratis a Milano https://minimaetmoralia.it/lavoro/expo-pride-milano/ https://minimaetmoralia.it/lavoro/expo-pride-milano/#comments Thu, 29 May 2014 16:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21082 Pubblichiamo un articolo di Roberto Ciccarelli apparso su alias/il manifesto ringraziando l'autore e la testata.

di Roberto Ciccarelli

Metti il lavoro gratis di 18.500 mila giovani e studenti volontari, mentre la magistratura indaga su un giro di mazzette milionarie, arresta imprenditori e lobbisti e avrai un grande evento: l'Expo a Milano. Metti i comunicatori che chiedono «consigli» alla rete su come migliorare la kermesse che, nelle intenzioni delle alte sfere dello Stato, dovrebbe rilanciare la ripresa economica. Metti la rete più politica critica e brillante che c'è in Italia e avrai uno squarcio sul futuro del precariato in Italia: il lavoro gratis. Sono questi gli elementi che hanno dato vita il 21 maggio 2014 a quello che in gergo si chiama «epicfail» nella comunicazione, una catastrofe epica. Per la prima volta da quando i sindacati e l'Expo spa hanno siglato l'accordo sul lavoro all'Expo nel luglio 2013 c'è stato un goffo tentativo di Expo 2015 di cimentarsi in una discussione trasparente su un argomento che imbarazza tutti e viene taciuto come  il nefas – il non dicibile – in una tragedia greca.

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Pubblichiamo un articolo di Roberto Ciccarelli apparso su alias/il manifesto ringraziando l’autore e la testata.

di Roberto Ciccarelli

Metti il lavoro gratis di 18.500 mila giovani e studenti volontari, mentre la magistratura indaga su un giro di mazzette milionarie, arresta imprenditori e lobbisti e avrai un grande evento: l’Expo a Milano. Metti i comunicatori che chiedono «consigli» alla rete su come migliorare la kermesse che, nelle intenzioni delle alte sfere dello Stato, dovrebbe rilanciare la ripresa economica. Metti la rete più politica critica e brillante che c’è in Italia e avrai uno squarcio sul futuro del precariato in Italia: il lavoro gratis. Sono questi gli elementi che hanno dato vita il 21 maggio 2014 a quello che in gergo si chiama «epicfail» nella comunicazione, una catastrofe epica. Per la prima volta da quando i sindacati e l’Expo spa hanno siglato l’accordo sul lavoro all’Expo nel luglio 2013 c’è stato un goffo tentativo di Expo 2015 di cimentarsi in una discussione trasparente su un argomento che imbarazza tutti e viene taciuto come  il nefas – il non dicibile – in una tragedia greca.

L’hashtag su twitter #AskExpo è stato sommerso dai messaggi di centinaia di persone che hanno chiesto spiegazioni su un accordo che, per la prima volta nella storia del diritto del lavoro italiano, legittima il lavoro gratuito del 90% della forza lavoro impiegata direttamente nel «grande evento», mentre solo 835 persone, tra stagisti, apprendisti e contrattisti a termine, verranno «assunte» da 7 o 12 mesi. «Perché #Expo2015 – che doveva creare lavoro – scommette sul volontariato?» scrive @TwashWish. «Un evento pubblico pagato con soldi pubblici, sostenuto al 90% con lavoro gratis, chi guadagna però è privato perchè?» domanda @ufo_inthesky.

Inevitabile è stato l’intreccio tra il lavoro gratuito e gli arresti dell’8 maggio della «cupola degli appalti» composta tra gli altri dal direttore generale di Expo 2015 Spa, Angelo Paris, vari imprenditori e lobbisti provenienti da tangentopoli. «Con tutti i milioni investiti (alcuni magicamente scomparsi) che avete preso, mi venite a chiedere di volontari?». Contro la corruzione, la speculazione e il lavoro gratis prodotti dall’Expo il primo maggio scorso è sfilata la Mayday a Milano. La rete Attitudine NoExpo composta da Euromaydays and The Ned, Macao, Offtopic, La terra trema, San precario, Zam, Lambretta, Boccaccio, Rimake, Rimaflow, promette battaglia per il prossimo anno.

In questa cornice, si inserisce un’altra vergogna tenuta ben nascosta: il taglio di 25 milioni di euro ai fondi per la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione destinati al comune di Milano per Expo2015. La norma è stata inserita proditoriamente nel «piano Lupi» sull’emergenza abitativa con il quale il governo Renzi si vendicherà contro i poveri che occupano le case tagliando luce, acqua e gas.

Dal twitter ufficiale Expo 2015 assicurano che il numero dei volontari è stato ridotto a 10 mila, 7 mila dei quali saranno impegnati fino a 14 giorni. La ragione del ridimensionamento dei numeri  non è stata spiegata, forse si teme che i volontari chiamati a lavorare gratis non rispondano con l’entusiasmo auspicato all’inizio. Il programma prevede un doppio binario: un’«esperienza breve» per chi vuole dedicare all’evento 5 ore e mezza del suo tempo per due settimane. Ci sono poi i volontari di «lungo periodo» che potranno partecipare a progetti di servizio civile e di «Dote Comune Expo» per il semestre di Expo per 5 giorni a settimana. I «volontari per un giorno» sono volontari aziendali. Per 5 ore al giorno si dedicheranno ad Expo. Gli studenti del Progetto scuola faranno da guide ai coetanei nei padiglioni. La selezione verrà gestita dai Centri di servizio per il volontariato (Csv) e dai sindacati che formeranno i volontari selezionati.

Nelle prossime settimane partiranno inoltre le procedure per l’assunzione di altri 340 lavoratori under 29 per i ruoli di supporto e segreteria. e di 195 stagisti con un rimborso da 516 euro mensili. Il 10% di queste assunzioni a termine verranno effettuate tra i lavoratori che si trovano in cassa integrazione straordinaria o in deroga, sono in mobilità o in disoccupazione. Con ogni probabilità, al termine dell’esposizione, torneranno ad essere precari in attesa di una chiamata in occasione di una fiera, un festival o un intrattenimento prodotto dal bacino del lavoro immateriale milanese.

Uno degli aspetti più inquietanti dell’accordo Expo è la creazione di un doppio livello tra precari e volontari: da una parte ci sono i contrattisti a termine, apprendisti e stagisti che otterranno qualifiche di «operatore Grande Evento», «specialista grande Evento» o di «tecnico sistemi di gestione Grande Evento». Dall’altra parte, ci sono le «sentinelle» che lavorano gratis e devono dimostrare di condividere i valori dell’Expo: «nutrire il pianeta» e «assicurare un’alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile». Valori, in effetti, difficili da non condividere. L’Expo 2015 chiede ai volontari l’impegno gratuito del tempo in cambio di una vetrina persona in cui allargare il «network relazionale», sperando in uno stage o di un lavoro.

Per entrambi il destino è unico, quello della «porta girevole»: chi lavora passerà il tempo tra il nero e il sommerso, tra l’inoccupazione e l’apprendistato, tra il precariato e il lavoro gratuito. E viceversa, all’infinito. Con il consenso dei sindacati, quello dell’Expo è solo il primo passo verso la generalizzazione del lavoro sottopagato o gratuito in tutto il paese. Appoggiandosi alle reti del volontariato e del terzo settore si vuole mettere in concorrenza precari e volontari bruciandoli in nome del «sempre meglio che niente». Meglio essere schiavi che disoccupati.

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