Roberto Vecchioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-vecchioni/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 May 2015 11:09:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Roberto Vecchioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roberto-vecchioni/ 32 32 In morte del console onorario https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-morte-del-console-onorario/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-morte-del-console-onorario/#comments Thu, 28 May 2015 11:09:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27045 Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D'ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l'hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell'archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D’ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l’hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell’archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

È morto a fine febbraio Marco Vancini, console onorario d’Italia a Malindi, in quella strana località arcitaliana, via di fuga per italiani dropout con maglioncino sulle spalle. E “Ways of Escape” è anche una raccolta di reportage di Greene, che in Kenya venne a raccontare la rivolta dei Mau Mau; ma il suo “Console onorario” era poi ambientato in Sudamerica. E non aveva l’aplomb britannico di Caine, Vancini, piuttosto la vitalità da bell’uomo in fuga di Gere. Aveva sessant’anni, il capello argenteo, lo sguardo inquieto, il demone muliebre, quella “virtù dell’infedeltà” che Greene rivendicava per sé stesso.  Il console onorario d’Italia è morto su un modesto fuoristrada lanciato a centocinquanta all’ora in uno strano frontale contro un camion, un mattino. La notizia non ha preso che poche righe sui quotidiani nazionali italiani, mentre in quella strana bolla di expat che è Malindi ha provocato strazi e retropensieri. Gli italiani piangono e discutono il loro console onorario. Piangono e discutono una morte che pare un suicidio, e se suicidio è, va detto, è dei più discreti, suicidio da gran signore pragmatico e silenzioso quale era il Vancini; un incidente è un incidente, come sa chi abbia frequentato (chi non lo ha fatto), in qualche momento, l’ipotesi d’andarsene senza lasciar sensi di colpa, lasciando a chi resta solo la scelta di cosa pensare.

Non aveva cinture di sicurezza né airbag, il Vancini, sullo stradone che da Malindi porta alla capitale Mombasa, in prossimità del bivio per Watamu. E già dal mezzo di trasporto iniziano le stranezze di questa morte consolare; perché il Vancini amava le belle macchine e i mezzi di trasporto non minimalisti: a Milano (era milanese) appariva ai creditori e finanziatori (era mercante, imprenditore) con una Rolls Royce bianco latte. Ma erano altri tempi, anni del grande successo come immobiliarista a Malindi, e con appartamento di rappresentanza in Galleria Vittorio Emanuele. Oppure appariva su una Harley, con la quale batteva personalmente la Macroregione portando ai creditori e finanziatori rotoli di banconote con cui saldava con percentuali del sette per cento cash. Ecco soprattutto perché era stato un tempo eroe kenyota e ultimamente eroe triste il Vancini: da decenni garantiva rendimenti robusti su investimenti esentasse per lombardi affluenti che approfittavano di un posto al sole lontano da Entrate, Equitalia, Imu e Tasi. Ma anche dai prezzi della Sardegna. Un interesse del sette per cento e signorilità a manciate, ville con tetto in makuti, quello conico di paglia che prende fuoco con niente, e tanta servitù, al prezzo di un monolocale in Brianza.

Era arrivato negli anni Settanta a Malindi, il Vancini, impiegato e poi animatore in un hotel a trazione bergamasca. Poi aveva scalato e edificato, aveva costruito i villaggi più immaginifici della cittadina. Aveva acquistato il Kiwulini Resort e poi quello più elegante, il Lawford, un vecchio avamposto inglese, dove ancor oggi al bar ci sono i grandi orologi con lancette ferme sulle cinque, perché gli antichi ufficiali britannici di stanza a Malindi non potevano cominciare a bere prima di quell’ora.

Ma il suo quartier generale era sulla Silver Sand, la spiaggia che in realtà pare più dorata che argentea. Il Coral Key, albergone-villaggio candido per affluenti lombardi che fino a pochi mesi fa arrivavano in regime di soft o full all-inclusive, oggi è sbarrato, i portici bianchi tra Messico e Costa Smeralda costruiti con tanta sabbia e poco cemento, per risparmiare, perdono pezzi di intonaco che cascano nelle piscine blu enormi piene di cloro. Gli houseboy hanno smesso di deporre sui candidi copriletti degli ospiti, sotto le zanzariere, le composizioni tradizionali di benvenuto, fatte di palme e fiori e frutti, segnali di benvenuto arcimboldesco per portatori di euro.

È affacciato sulla spiaggia più malinconica d’Italia, il Coral Key, villaggio di lussi crepuscolari; i nostri Caraibi in provincia di Brescia. La spiaggia, popolata dai beach boys, ragazzi che offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, tutto in italiano anzi in dialetto: sanno soprattutto il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Hanno nomi per far ridere italiani dal cuore semplice: si chiamano: “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, e poi ti propongono: un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, luoghi chiamati “Sardegna 2”, per far sentire a casa il turista di Busto Arsizio, perché il turismo non è altro che l’avventura organizzata, il caos addomesticato.

Il caos ha preso d’un tratto la vita del console d’Italia: la crisi, crisi europea ed esogena, la fine di cumenda e padroni e padroncini pronti ad affidare cifre anche importanti all’edificator gentile della costa kenyota. Prendeva in prestito, costruiva, garantiva ritorni ormai da sogno nell’Europa dei tassi a zero; offriva rifugi dalle nebbie padane. L’inizio della scalata era stato balzachiano e rombante: con la moglie aveva costruito, cementificato, urbanizzato, in quella Cinisello sur Mer popolata di tuc tuc (le apette-risciò) e con quel caratteristico microclima di gas di scarico, copertoni bruciati e salsedine oceanica.

Ultimamente aveva una nuova compagna, e una figlia adorante che adorava, il console onorario. Ma la crisi, come si dice, si avvitava: sempre meno turisti, anche per rapimenti e minacce terroristiche in crescita. L’impossibilità di pagare creditori e finanziatori, ansiosi del loro sette per cento netto anche in tempi di magra. Fallimento: fine dunque del console palazzinaro, palazzinaro gentile, anche oggi che finanziatori e creditori pur preoccupati di “rientrare”, non riescono a trovare parole cattive per chi gli ha dato una “sòla” anche milionaria. E tutti presenti al funerale, nella chiesa di Sant’Antonio a Malindi, come si vuole gremita, tra l’ambasciatore d’Italia, questa sì una feluca importante, e il governatore locale, e un’Ave Maria e i canti swahili, e tutti i dipendenti del Coral, e poi un ometto piccolo – narrano le cronache locali – un anziano giriama, la tribù kenyota tra le più antiche, col vestito della festa; era un falegname che molto aveva operato per il Vancini.

Perché fino a pochi mesi fa, il console d’Italia vegliava sulla piccola comunità del Coral, per offrire Africa e mistero calmierati agli italiani, euro e dollari ai locali: robusti guardiani di sera spuntavano a vigilare con grossi bastoni, che la linea d’Ombra dall’Oceano e dal Caos non sconfinasse nel comfort brianzolo. Qui, non solo turisti, ma molti che avevano comprato appartamenti e ville e multiproprietà. Imprenditori e professionisti in cerca di clima caldo e secco per cuori, arterie, reumi; e rendimenti esentasse, fughe da mogli o mariti, risparmi sul riscaldamento o sul tedio. Signore in chemisier e brillanti, gare di beneficenza al meritevole orfanotrofio locale. Partite di bridge, acquisti di pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Nori Corbucci, l’ex deputato Pci Colajanni, Gino Paoli, si aggiravano; un elegante avvocato bresciano sosia di Philip Roth, una ereditiera del tondino con marito self made man rustico, famoso per certi tomi di filosofia orientale letti allo Yachting (la parte più prestigiosa del Coral), per darsi un tono; e domestiche di casati lombardi molto liquidi che venivano molto riverite, dando party separati nei propri alloggi considerati assai più chic di quelli dei padroni.

Su questa piccola umanità il Vancini regnava senza immunità, come da Convenzione di Vienna; silenzioso, elegante, molto diverso antropologicamente dal vicino e amico Briatore, vegliava sui suoi ospiti-esiliati che qui vivevano anche sei mesi al l’anno, coi mali di vivere lasciati all’aeroporto di Mombasa (il piccolo aeroporto di Malindi è chiuso da anni ai voli commerciali, ci atterra solo Berlusconi col suo Gulfstream, sempre più di rado). Un’atmosfera tra Piero Chiara e Amici miei, però africana: per ingannare la noia, zingarate, pettegolezzi, sciarade: industriali che per scherzo minacciano di far rinchiudere l’amico cumenda in carcere per una notte (basta pagare 500 euro alla polizia locale, approfittando di un sistema statuale molto elastico e disintermediatore). E anche i casi più epici locali, Claudio Martelli e Edoardo Agnelli, arrestati e sputtanati per sostanze, qui venivano sbrigati con una alzata di sopracciglio: pare che non avessero capito la fluidità del sistema, coi ragazzi della spiaggia che offrono, e il poliziotto dietro le canne pronto a richiedere l’obolo. Non s’era compresa la filiera, a chilometri zero. Pare si fosse finiti invece nel più increscioso e inopinato “lei non sa chi sono io” e “chiamate la mia ambasciata”.

Ai tempi d’oro, Edoardo Agnelli beveva i suoi gin tonic al bancone del White Elephant, hotel confinante col Coral. Il Vancini si trovava invece in uno dei due bar del suo feudo, quello più discreto, prima di cena, in conversazione con bellezze lombarde o emiliane, mentre i baristi versavano alcolici col tot-measure, eredità britannica, il misurino metallico a clessidra. La cena era annunciata da un jingle che appariva malinconico nel disperato tentativo di essere giovane. Dalle casse sotto i makuti arrivava un riff artigianale: “e siamo tutti qui/ al Coral Key” faceva questa musica incisa da chissà chi, sulle note del più celebre Ymca dei Village People, e il contrasto con la strofa originale “It’s fun to stay at the Ymca”, “è divertente stare al Ymca”, e l’attacco, “Young Man!”, con allusioni ad allegre scorribande in alloggi adolescenziali, sembrava un’esortazione patetica, tra questi maglioncini sulle spalle da Cocoon sull’Oceano, e tante famiglie. A cena, Vancini poi non si vedeva spesso, forse scomparendo per alcune delle sue missioni romantiche; c’era un protocollo preciso, anche, si favoleggiava: la prescelta del momento veniva invitata sul suo aeroplanino, il famoso Cessna bianco monomotore pilotato da un arabo silente; e portata in gita al parco nazionale dello Tsavo, un’ora di volo da Malindi. Mentre l’arabo pilotava, Vancini eseguiva il suo rituale d’amore aeronautico. Per le più fortunate, poi, c’era anche un invito transfrontaliero, mesi dopo, all’appartamento in Galleria, a Milano. Ma la doppietta tra il Kenya e l’Area C era riservata soltanto alle più ambite (e le altre si offendevano molto).

Tutto questo prima che l’appartamento, così come la Rolls Royce e l’aereo, se ne andassero, con la crisi, e con l’arrivo dei debiti insolubili.

Si ricorderanno i decolli e gli atterraggi, del Vancini, un romanticismo aviatorio, con questo monoplano del tutto simile a quello della Mia Africa (la baronessa Blixen visse, amò e intraprese non lontano da qui). Ma senza il tema struggente del film, la musica strappacuore di John Barry. Altre musiche ugualmente struggenti sono state composte proprio al Coral Key: “In Africa”, pezzo di Memo Remigi, grande amico del Vancini che prese le sue difese quando nel 2012 improbabili ambientalisti kenyoti accusarono il non ancora console d’essere “un palazzinaro”, come se si potesse essere qualcosa d’altro a queste latitudini. Remigi, già autore di “Innamorarsi a Milano”, prese pubblicamente le difese dell’amico e ospite. Ma Malindi ha ispirato anche cantautori dei più impegnati: Roberto Vecchioni, che aveva casa da queste parti (poi acquistata da Giovanna Melandri, kenyota riluttante) compose un intero album, Rotary Club Malindi: (“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai”). 

Non solo padroni e padroncini tipo Cgia di Mestre, dunque, alla corte del Vancini, ma anche società civili in trasferta: Pietro Calabrese, scomparso direttore del Messaggero, affezionato dei luoghi, nel suo memoir triste “L’albero della vita” ricordò un capodanno al Coral Key nel bungalow dei Colajanni, presenti Riccardo Manfredi, uno dei proprietari dell’Ultima Spiaggia di Capalbio; e poi Chicco Testa, e Armando Tanzini, scultore e proprietario del White Elephant; tutti insieme all’amico Vancini. E il Coral Key, per qualche strano cortocircuito tropicale, diventava così anche una Capalbio africana: coi gestori dell’Ultima spiaggia a rifugiarsi qui, per mesi, dopo le fatiche maremmane. Tutti insieme, cumenda e intellettuali e ex butteri e ex parlamentari Pci, andavano poi a bere il caffè italiano al Karen Blixen, bar-ristorante con maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici.

Ma la crisi, che è arrivata a Malindi da anni, e che ha ucciso il suo console, aveva già dato dei segnali. Qualche anno fa, in tanti al Karen Blixen già prendevano in affitto la Gazzetta o il Corriere della Sera per mezzora, al costo di cinquanta scellini, invece dei trecentocinquanta necessari per l’acquisto. Piccole economie, piccoli cedimenti, come quelli degli intonaci bianchi del Coral Key che lentamente si sfaldavano e non venivano rinfrescati. Nessuno però avrebbe previsto il fallimento dell’impero vanciniano. Tantomeno la morte violenta. Se scompariva, il Vancini, lo si sarebbe visto planare in volo sul suo Cessna, o ricomparire a Milano in Rolls Royce. In fondo, anche la baronessa Blixen era andata fallita con la sua piantagione di caffè, aveva sbaraccato dal Kenya ed era tornata a casa. Il console onorario d’Italia invece non ha potuto: o non ha voluto.

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Vacanze a Malindi https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/ https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/#comments Thu, 19 Dec 2013 09:45:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17125 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l'Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l’Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

L’italiano in arrivo si ferma a Mombasa – l’aeroporto di Malindi è perfettamente attrezzato ma è attualmente chiuso per beghe burocratiche, viene aperto solo per aerei speciali tra cui il Gulfstream del Cavaliere in arrivo da Linate (LIN), ma di questo si dirà in seguito. A Mombasa l’italiano dormirà, affidandosi a tassisti che nelle albe livide ti portano in giro per una megalopoli anche pericolosetta (ma mai come Nairobi, di cui si dicono violenze inenarrabili) perché gli aerei dall’Italia atterrano spesso nel cuore della notte.

Quindi Malindi: tre ore di macchina, e si è subito immersi in buche e arredo urbano da Esquilino (i romani infatti si abituano subito alle strade e al traffico e anzi non notano molte differenze, ci sono molte bici e risciò pur senza piste ciclabili, mentre i lombardi sbroccano subito) e profumi forti, anzi un profumo predominante che è proprio introvabile in altri luoghi anche africani: note di testa di tubo di scappamento e note di coda di copertone bruciato; in mezzo, mare, e polvere. Dolce, in fondo, e dà dipendenza, pare. Arrivati al proprio resort, in regime di soft all inclusive o full all inclusive (tema che meriterebbe approfondimento a parte) l’italiano si impossessa della sua camera in costruzioni mediamente scrostate, ricchi banchetti, piscine sempre molto clorate, decorazioni con palme e fiori sui letti (in caso di houseboys premurosi e/o ricche mance).

Di fronte c’è l’oceano (e Zanzibar), e la spiaggia, la più maestosa è Silversand, la stripe di Malindi su cui si affacciano gli hotel più famosi e soprattutto il terziario avanzato di Malindi: i beach boys. Ragazzi minorenni che parlano un italiano corretto, e offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, sesso (ma attenzione perché tutto ciò che è piacevole in Kenya è annacquato o illegale, e la joint venture tra gioventù e polizia locale, dietro la frasca, è attivissima); sono specializzati in dialetti, tra cui molto gettonati il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Tra gli italiani, una colonia a parte è infatti quella bresciana, molto cospicua, con forte spirito di corpo, molte signore con villa, che si aggirano in chemisier e gioielli sobri, fanno del bene alle locali attività di beneficenza, tra cui un meritevole orfanotrofio. Giocano molto a carte, comprano il pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Milanese è invece Marco Vancini, patron del Coral Key, grande classico dei resort sulla spiaggia, da poco console onorario d’Italia, figura molto popolare, noto playboy che un tempo scorrazzava per la macroregione in Rolls Royce, e adesso qui trasvola invece le sue prede su un piccolo aereo a elica.

I resort sono poi specie di compound diplomatici non comunicanti con la spiaggia: la notte solerti guardie con bastoni di legno impediscono che esuberanti indigeni entrino nei giardini all’inglese; di giorno il buonsenso impedisce al turista di scendere sulla pur magnifica Silversand: i beach boys ti assalgono quasi subito, infatti; hanno nomi imaginifici come “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, ed è il primo tassello dell’escalation che li porterà, dopo averti seguito per tutto il tempo in spiaggia, a proporti, in ordine decrescente di profittabilità (per loro): un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, al largo del Parco Marino, e grigliata in loco, e tante fotoricordo, in luogo chiamato “Sardegna 2” (sic), con trattamento soft-all inclusive che qui significa «se vuoi vino, lo porti tu».

Braccialetti col tuo nome ricamato, oppure, opzione più economica, semplice scorta sulla spiaggia («ti difendiamo noi, amico», cioè poi dai dalle profferte dei beach boys loro concorrenti) con mostra delle meraviglie ittiche – stelle marine in accoppiamento («matrimonio, amico!»), granchi vari, e «stronzo di mare, amico». Infine, il ricatto morale: a un certo punto disegnano con un bastone qualcosa sulla sabbia, ed è una grande scatola di farina, o Taifa, con cui dovranno sfamare parenti e cugini al villaggio, e il suo prezzo, già quotato in euro: quaranta. Per difendersi, se si ha il physique du rôle, conviene fingersi inglesi: e si viene rispettati. Quando scoprono che sei italiano, al contrario, è finita (con necessarie riflessioni sulla nostra storia coloniale, forse).

Il nome “Sardegna 2″ naturalmente non può non evocare il genius loci della Silversand, ovvero Flavio Briatore, che qui dai beach boys è molto amato e ha un compound tutto suo al cosiddetto Parco Marino. Si chiama “Lion in the sun”, è un cinque stelle e sta nella Rodeo Drive di Malindi, la punta estrema della Silversand, chiamata con un nome che evoca contesse craxiane, “Casuarina Road”. Il suo motoscafo di legno, non particolarmente opulento e forse addirittura ecologico, viene mostrato in rada dai beach boys come attrazione turistica. Briatore è molto stimato dai ragazzi della spiaggia perché applica una politica di microcredito forse più efficace delle varie Fao e Unicef, con donazioni agli indigeni di beni durevoli come coppie di ovini pronti a figliare, farina, olio. Non si vede in giro molto, peraltro: tranne qualche passeggiata, a volte con Silvio Berlusconi, esiliato qui per qualche vacanza dopo la presa della Certosa per mano del fotografo Zappadu.

Ma si sbaglierebbe a giudicare Malindi rifugio di loschi figuri antidemocratici: tralasciando i noti episodi dell’ex ministro Giovanna Melandri – acquirente peraltro della villa di Roberto Vecchioni, altro insospettabile amante di Malindi, e compositore di un album Rotary Club Malindi (2004) – può capitare di imbattersi in parecchia società civile e intellettuali già organici al Pci, con case chiuse a Palermo per riscaldamenti esosi e qui quasi stanziali, con biblioteche, discussioni, dibattiti in belle case minimaliste sotto il makuti (i pannelli di foglie di palma pressati, che reggono le piogge e sono habitat ideale per pipistrelli, e infiammabilissimi).

Ognuno trova la sua dimensione, a Malindi: anche Edoardo Agnelli che andava a prendere i suoi gin tonic al White Elephant, il più raffinato e british dei resort sulla Silver Sand, tra palme giganti, bancone del bar sdrucito e fané il giusto, dove ci si sente subito lontanissimi dall’aria Cafonal, e dentro invece una Mia Africa di eleganze britanniche e europee (e del resto la baronessa Blixen bazzicava Malindi). Agnelli e Martelli, cui spesso si associa il nome della spiaggia kenyota, qui sono considerati casi inspiegabili se si considera che la polizia locale è forse la più corrotta della terra ed essendo qualunque controversia legale risolvibile con un buon quantitativo di denaro, si dice che in entrambi i casi invece che pagare la mini-tangente si sia sprofondati nel più classico “lei non sa chi sono io”, o addirittura nel “chiamate la mia ambasciata”, coi risultati che si conoscono.

Quando escono dai loro compound, gli italiani prendono un tuk-tuk (le apette con calessino, pericolosissime ma economiche) e vanno in centro. Gli intellettuali amano il Bob Marley, ristorante all’aperto con musica reggae, pavimenti di sabbia, personale come si vuole rasta e molte fontanelle per lavarsi le mani. Qui infatti si mangia quasi esclusivamente una delle specialità malindine, il pollo ai ferri. Un pollo che regala sensazioni ataviche, con una consistenza nervosa e soprattutto un sapore unico: si ciba soprattutto di monnezza, per le strade della città. Tutti vanno poi a bere il caffè (Palombini) al Karen Blixen (appunto), bar-ristorante vicino alla piazza del Cambio, dove per Cambio si intende cambio al nero di euro-dollari contro scellini kenyoti, con lunghe e gustose contrattazioni, a chi piace. Qui si trova un maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici e negozi fighetti e prezzi occidentali. Una trovata recente è quella del giornale in affitto: si prende la Gazzetta o il Corriere – di qualche giorno prima – per mezzora, costo cinquanta scellini (cioè cinquanta centesimi), invece che trecentocinquanta scellini in edicola.

La sera, si va ai beach party nei resort sulla spiaggia, dove impera la camicia celeste e il maglioncino sulle spalle e l’occhiale di celluloide; chi vuole provare il brivido di una malinconia speciale va, almeno una volta, al casinò di Lamu Road: con l’aria condizionata migliore di Malindi, due bar con camerieri regali nei loro smoking bianchi; un grande Klimt tarocco, poltrone di cuoio consunte, barmen sapienti e di alta scuola, e cuochi leggiadri con alto cappello; suonatore (si chiama Francis) di pianobar sapiente e nostalgico, brizzolato, un Kofi Annan ma più elegante, con aria professionalmente malinconica, e occhio di chi ha visto tutto e non giudica niente. L’atmosfera Casablanca contrasta molto con tutta un’umanità virile e bassa e da piccola e media impresa di Verona, Padova, Bergamo, che invece ordina camomille e cocacole, con magliettine rosse o gialle, tipo “Lotto” o “Tepa sport”, seduta accanto invece a bellissime ragazze molto alte che bevono vodka tonic; sono tutte “studentesse di Nairobi” (un codice à clef malindino per significare mignotte) e si guardano come per dire: come siamo cadute in basso. E probabilmente sognano Briatore.

“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai/ che non sai da dove viene/ sta nell’odore della sera/ nel colore così basso del cielo/inventato dal vento/ e tutto passa e tutto è vivo/ e niente può tornare, neanche Dio/ da qualche stella d’argento”. 

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