Robyn Hitchcock Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robyn-hitchcock/ un blog di approfondimento culturale Tue, 19 Aug 2014 13:02:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Robyn Hitchcock Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/robyn-hitchcock/ 32 32 Vinicio Capossela: “La mia musica di treni e contadini” https://minimaetmoralia.it/interviste/vinicio-capossela-calitri-sponz-fest/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vinicio-capossela-calitri-sponz-fest/#comments Wed, 20 Aug 2014 05:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22902 Pubblichiamo un'intervista di Gianni Mura a Vinicio Capossela apparsa su la Repubblica ringraziando l'autore e la testata.
Danno buca Los Lobos per la sera d'apertura? Niente tex-mex e niente paura, apriranno i fiati zingari della Fanfara Ciocarlia che arrivano dall'est della Romania, quasi Moldova. Da più lontano arriva Dan Fante per parlare di suo padre John, uno degli amori letterari di Vinicio Capossela, che in questi giorni mi appare sempre più un colmatore di vuoti.

Dal 20 al 31 agosto Sponz Fest, musiche (gratis) e letture (idem) sotto il titolo "Mi sono sognato il treno", frase che in quella parte d'Irpinia vale come «ho sognato una cosa irrealizzabile». Sponz, come in molte cose di Vinicio, è un gioco serio. Contiene sponsale, «che dura un giorno, mai confondere col matrimonio che può durare una vita» ma anche spugnarsi, imbeversi, come fa il baccalà in ammollo prima d'essere cucinato. Sul fronte nuziale, film in piazza. «Una volta a Calitri c'erano tre cinema, adesso nessuno. Metteremo lo schermo in piazza e ognuno si porterà le sedie da casa, come una volta». Ma anche (dal 28 al 30) proiezione di cortometraggi in tema. «Ci siamo mossi tardi, a maggio, ma in tre mesi ne sono arrivati 140, da 30 Paesi».

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Pubblichiamo un’intervista di Gianni Mura a Vinicio Capossela apparsa su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata. (La foto è di Simone Cecchetti. Fonte)

Danno buca Los Lobos per la sera d’apertura? Niente tex-mex e niente paura, apriranno i fiati zingari della Fanfara Ciocarlia che arrivano dall’est della Romania, quasi Moldova. Da più lontano arriva Dan Fante per parlare di suo padre John, uno degli amori letterari di Vinicio Capossela, che in questi giorni mi appare sempre più un colmatore di vuoti.

Dal 20 al 31 agosto Sponz Fest, musiche (gratis) e letture (idem) sotto il titolo “Mi sono sognato il treno”, frase che in quella parte d’Irpinia vale come «ho sognato una cosa irrealizzabile». Sponz, come in molte cose di Vinicio, è un gioco serio. Contiene sponsale, «che dura un giorno, mai confondere col matrimonio che può durare una vita» ma anche spugnarsi, imbeversi, come fa il baccalà in ammollo prima d’essere cucinato. Sul fronte nuziale, film in piazza. «Una volta a Calitri c’erano tre cinema, adesso nessuno. Metteremo lo schermo in piazza e ognuno si porterà le sedie da casa, come una volta». Ma anche (dal 28 al 30) proiezione di cortometraggi in tema. «Ci siamo mossi tardi, a maggio, ma in tre mesi ne sono arrivati 140, da 30 Paesi».

Il frontespugna include il sogno del treno, e fin qui niente di strano. Vinicio è il più portato al nomadismo, tra i nostri cosiddetti cantautori, on the road, on the rail e anche con la sola fantasia. Insegue morna e rebetiko, parcheggia su London e Céline, riposa su Gardel o Artaud. Dalle sue finestre si vede la Stazione Centrale di Milano, «gigantesco monumento agli addii», lì canta sotto Natale per i senzatetto, lì ha fatto un concertino sottozero al binario 21, quando gli ultimi ferrovieri dei treni di notte (soppressi) resistevano in cima a una gru. «Per me i treni fanno parte del bene comune, come l’acqua. Non si può ragionare solo in termini economici. Il treno, in Irpinia, è separazione dalla terra, dagli affetti, è destino, è emigrazione, è speranza, è anche ritorno, è vedere cosa rimane e cosa s’è perso».

Mi pare molto poetica, se posso permettermi l’aggettivo, l’idea di ambientare alcuni spettacoli nelle stazioni abbandonate della linea Avellino-Rocchetta.

«La linea è stata dismessa nel 2010. Gli spettacoli interesseranno nove comuni: Calitri, Aquilonia, Andretta, Cairano, Conza della Campania, Lioni, Monteverde, Morra de Sanctis, Teora. Le stazioni sono tutte in basso, a fondovalle. I paesi sono tutti lontani qualche chilometro, su un cocuzzolo. Ecco perché sponz è anche altro: Irpinia Trekking ha studiato itinerari tra i boschi, nei campi, su sentieri e stradine che portano a grotte, a resti archeologici. Qui, se uno passa non vede niente. Se invece si ferma, cammina, mangia le cannazze, balla, suda, qualcosa di questa terra gli entra dentro e qualcosa si porta via. È una terra ribelle, che sembra divertirsi a ribaltare le opere dell’uomo. Anche col terremoto. Calitri è sempre stato un paese di contadini e il paesaggio prende i colori dei campi. Tutto verde in primavera, tutto giallo in estate, e adesso dopo la mietitura e la bruciatura delle stoppie la terra diventerà nerastra, nera, come a lutto. È una terra che non ti trattiene ma non ti lascia, mio padre è partito a 18 anni e non s’è mai sentito a casa come qui. Gran collezionista di fotografie davanti alla macchine altrui, mio padre».

In che senso?

«Col vestito della festa, si piazzava davanti a una macchina nuova fiammante, quasi sempre una Mercedes, e si faceva fotografare. Poi, se uno gli chiedeva “ma è tua?” rispondeva no. Altrimenti stava zitto. Pare che i Capossela, pastai di professione, siano arrivati a Calitri da Caposele, dove nasce il Sele che toglie la sete alla Puglia. Mia madre è di Andretta, un paese più piccolo e arroccato. Senza scomodare Omero e l’Odissea, sono cresciuto tra Hannover e Scandiano ascoltando madri, zie, nonne evocare l’Alta Irpinia, i rituali della civiltà contadina, le canzoni e i soprannnomi, le masciare e i briganti. Lo sapeva che Calitri fu presa dalla banda di Carmine Crocco?».

No, però so cosa sono le cannazze. Pasta secca spezzata a forma grossomodo di candela. Ziti. Se il ragù è ricco, carne di pollo. Kuta Kuta è il modo di richiamare il pollame a Calitri e lei s’è inventato l’appartenenza alla tribù dei Kuta Kuta, quasi imparentati agli Shoshones, trasformando la sua Itaca in un fondale da western.

«Non è un’operazione illegittima. Il padre di Sergio Leone è nato a Torella dei Lombardi. C’è qualcosa di West in queste terre, che ho imparato a conoscere poco a poco. Prima, da ragazzo, era solo il mese d’agosto. A Calitri, targhe di mezza Europa. Era il mese del ritorno a casa».

Ho letto che nel 2010 International Living ha designato Calitri come quinta località nel mondo dove i pensionati vivono meglio. Se si pensa che le prime tre sono in Ecuador, Costa Rica e Thailandia e che al quarto posto c’è Vienna, mica male. Conseguenze?

«Nel centro storico, chiuso al traffico e ancora abbastanza suggestivo, ha comprato casa qualche anziana famiglia di inglesi. Resta comunque una terra spopolata. E più indifesa, proprio perché sono pochi a rimanere. Diffidenti per il passato, e hanno ragione. Ma anche per il futuro. Qui il progresso si presenta con tre facce, tre proposte: centrale eolica, perforazione petrolifera, discarica. Quella del Formicoso per ora è bloccata, giusto perché c’è un comitato molto attivo, non certo perché ho fatto un concerto a sostegno».

Cosa si aspetta da Sponz in blocco?

«Non lo so, l’anno scorso all’ultimo spettacolo c’erano diecimila persone. A me piace pensare che siano giorni caldi di festa, d’incontro, di conoscenza. Abbiamo Robyn Hitchcock che sui treni ha costruito un intero cd, abbiamo dal Mali i Tinariwen, e dalla Grecia Mistakidis che è un virtuoso del rebetiko, abbiamo naturalmente la Banda della Posta di Calitri, Otello Profazio, Francesca Breschi e Giovanna Marini con I treni per Reggio Calabria , e tanto altro ancora».

Lei canterà Il treno? allo Sponz?

«Forse sì. Ogni volta che la sente mio padre si commuove».

Senza parentele, pure io.

«Essendo materiale commovente, è una canzone da usare con precauzione».

Sono circa sette anni che lei ha pronte le canzoni della Cupa, tutte ispirate all’Alta Irpinia con qualche sconfinamento nel Foggiano (Matteo Salvatore). E alla domanda “quando esce?” risponde sempre “l’anno prossimo”.

«Vero, ma penso a un libro più cd. Il libro l’ho iniziato nel 1996 e devo ancora terminarlo».

E quindi quando potrebbe uscire?

«L’anno prossimo».

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“Io e Springsteen, la stessa collezione di dischi”: intervista a Grant-Lee Phillips https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-grant-lee-phillips/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-grant-lee-phillips/#comments Tue, 03 Dec 2013 09:46:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16783 Questa intervista è uscita su SUONO di maggio.

Dopo lo scioglimento dei Grant Lee Buffalo, Grant-Lee Phillips ha intrapreso un’ispirata e coerente carriera solista che ne fa oggi un autorevole sopravvissuto alla follia collettiva che investì la musica americana negli anni Novanta. Benché ormai fuori dai circuiti che contano, costretto ad autoprodursi il nuovo album “Walking In The Green Corn” con il contributo dei fans, Phillips non ha mai fatto mancare, a chiunque abbia avuto l’ardire di continuare a seguirlo a dispetto delle mode, cuore e sudore, melodie cristalline e una voce calda e seducente come poche (miglior voce dell’anno nel 1995 per Rolling Stone). In “Walking In The Green Corn” il suo viaggio in solitario tocca per la prima volta in modo profondo le sue origini indiane, i temi della tradizione, dell’eredità, del sangue. Basta un solo ascolto delle ballate “Buffalo Hearts” e “Bound To This World” per essere rapiti dall’intensità che l’artista è riuscito a racchiudere dentro piccole composizioni acustiche di tre minuti.

Grant-Lee Phillips oggi è un autore di culto, che non rinnega il successo ma nemmeno si ostina a cercarlo, un cantore di scenari disadorni, poveri, selvaggi che sarebbe piaciuto a Thoreau. L’abbiamo incontrato per farci spiegare l’ultimo lavoro e per ricordare i tempi di gloria in cui non era raro sentire parlare dei Grant Lee Buffalo come della migliore rockband del pianeta.

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Questa intervista è uscita su SUONO di maggio.

Dopo lo scioglimento dei Grant Lee Buffalo, Grant-Lee Phillips ha intrapreso un’ispirata e coerente carriera solista che ne fa oggi un autorevole sopravvissuto alla follia collettiva che investì la musica americana negli anni Novanta. Benché ormai fuori dai circuiti che contano, costretto ad autoprodursi il nuovo album “Walking In The Green Corn” con il contributo dei fans, Phillips non ha mai fatto mancare, a chiunque abbia avuto l’ardire di continuare a seguirlo a dispetto delle mode, cuore e sudore, melodie cristalline e una voce calda e seducente come poche (miglior voce dell’anno nel 1995 per Rolling Stone). In “Walking In The Green Corn” il suo viaggio in solitario tocca per la prima volta in modo profondo le sue origini indiane, i temi della tradizione, dell’eredità, del sangue. Basta un solo ascolto delle ballate “Buffalo Hearts” e “Bound To This World” per essere rapiti dall’intensità che l’artista è riuscito a racchiudere dentro piccole composizioni acustiche di tre minuti.

Grant-Lee Phillips oggi è un autore di culto, che non rinnega il successo ma nemmeno si ostina a cercarlo, un cantore di scenari disadorni, poveri, selvaggi che sarebbe piaciuto a Thoreau. L’abbiamo incontrato per farci spiegare l’ultimo lavoro e per ricordare i tempi di gloria in cui non era raro sentire parlare dei Grant Lee Buffalo come della migliore rockband del pianeta.

Quando hai scritto le canzoni di “Walking In The Green Corn”?

Le canzoni sono state scritte tra il novembre 2011 e il gennaio o il febbraio 2012. Quasi tutto il disco è fatto soltanto di voce e chitarra, con piccoli tocchi di piano, di organo e di violino. Lo definirei un disco legnoso.

In effetti le tue canzoni non sono mai sembrate così nude.

Quasi tutte le canzoni che scrivo nascono in questo stato “nudo”. Alcune poi diventano più “vestite” durante il processo di registrazione che, a seconda dei casi, può migliorare o peggiorare una canzone. Personalmente ho sempre puntato all’economia. E più mi sono avvicinato al “suonare da solo” più ho cercato di catturare questo spirito su disco.

Ci sono dei legami emotivi tra i dieci brani del disco?

Ci sono alcuni fili conduttori che legano tutto il lavoro. I sogni, i legami ancestrali, la mitologia e la storia degli Indiani d’America. “Buffalo Hearts”, per esempio, è un vero e proprio omaggio alle mie origini Muskogee Creek e al sacrificio delle generazioni passate.

Possiamo considerare “Walking In The Green Corn” il tuo “Nebraska”?

L’album di Springsteen? Sicuramente uno dei suoi migliori. Ti ringrazio per un così lusinghiero paragone! In “Nebraska” c’è qualcosa a cui tutti dovrebbero prima o poi aspirare: quel tipo di potenza intima che puoi ottenere solamente quando ti butti dentro un’idea in completa solitudine. Io ho avuto comunque l’appoggio di mia moglie, che mi è stata d’aiuto tutte le volte che ho rischiato di perdermi. Denise è stata la mia co-produttrice ed è suo lo scatto che è finito in copertina.

Che rapporto hai con la musica di Springsteen?

Bruce Springsteen è un artista incredibile. Forse non un’influenza determinante quanto lo sono stati Bon Dylan, John Lennon o Neil Young, ma c’è una ragione per la quale la sua musica riesce a toccare nel profondo le persone: è musica strettamente connessa con la realtà, che arriva direttamente da qualcosa di reale, da un posto reale. Nutro un grandissimo rispetto per Springsteen. È anche uno showman nella maniera in cui forse solo James Brown è stato. E ho il sospetto che io e Springsteen abbiamo la stessa collezione di dischi.

La più evidente differenza tra te e Springsteen sta nei testi: narrativi per antonomasia i suoi, più evocativi i tuoi…

Esattamente. Sono famoso per scrivere una canzone narrativa ogni dieci anni! Se avessi più storie da raccontare le racconterei, ma in realtà è il mio approccio ad essere diverso. Io realizzo la scenografia, dipingo i muri, preparo tutto l’occorrente ma lascio sempre all’ascoltatore uno spazio nella stanza per guardarsi un po’ intorno e fare lui stesso la propria canzone.

Hai qualche modello letterario per questo genere di testi?

Mi rifaccio alle canzoni che tentano di dipingere un quadro. A volte si tratta di un dipinto astratto, ma comunque molto forte o sensuale. Alcune vecchie canzoni come “Somewhere Over The Rainbow”, “By The Time I Get To Phoenix”, “Like A Rolling Stone” mi hanno influenzato in questo senso.

La tua scrittura segue ormai un percorso standard?

No. Le cose migliori arrivano quando non mi ostino a cercarle, quando la mia mente è altrove. Mentre passeggio con la testa tra le nuvole può capitare che mi arrivi un verso o una melodia e che da lì nasca una canzone.

Preferisci lo studio o il palco? Dove sei maggiormente a tuo agio?

Suonare dal vivo, su un palco, è un’esperienza a più alta intensità emotiva, hai un solo colpo in canna e non puoi tornare indietro. Mi piace questo aspetto. Lo studio può essere un tempio, un laboratorio o un saloon, può essere qualsiasi cosa tu voglia farlo diventare. Amo entrambe le situazioni e penso si possano portare un sacco di esperienze dallo studio al palco e viceversa. La cosa bella sarebbe riuscire ad esibirsi ogni sera con quel tipo di abbandono liberatorio che hanno i grandi performer e poi riuscire a portare la stessa energia nello studio.

Che tipo di rapporto hai con i tuoi fans?

Considero una benedizione il fatto di avere dei fans che mi seguono da così tanto tempo. “Walking In The Green Corn” è un album nato con il contributo dei fans. Ognuno di loro è stato di incredibile aiuto sin dal primo giorno, sarò loro eternamente grato per questo.

Hai mai notato differenze tra i fans americani e quelli europei?

I Grant Lee Buffalo sembravano entrare in sintonia con gli europei prima e meglio che con gli americani. Si è stabilito sin da subito un rapporto più solido e noi eravamo pienamente consapevoli di questo elemento. Essendo cresciuti ascoltando i Beatles, gli Stones, gli Who, le band punk e post-punk, era un sogno venire in Europa a suonare. Forse questo ha reso il rapporto con i fans europei più eccitante. Personalmente, ogni giorno rimango sorpreso dall’universalità della musica.

Quale ricordo conservi più gelosamente della gloriosa scena rock americana degli anni Novanta?

Vedere alcuni dei miei eroi da bordo palco. Andare in tour con i REM, stare nella pioggia e nel fango ad ascoltare Neil Young e i Crazy Horse, guardare Bowie da dietro le quinte… quanti ricordi!

Ti reputi un figlio di quella scena?

È stato un periodo eccitante. Succedeva di tutto e venivi gratificato e ricompensato semplicemente perché facevi quello che sapevi fare. Col senno di poi non credo che la nostra band si sia mai sentita davvero parte di una scena piuttosto che di un’altra, ma di sicuro la nostra musica è stata presa come modello da molte band.

La tua generazione ha espresso tanti autori di talento. Ce n’è uno che senti particolarmente vicino?

Sì, ci sono state e ci sono tantissime voci nella mia generazione. Alcune, molto talentuose, sono di gente un po’ più vecchia di me: Bob Mould, Robyn Hitchcock, Billy Bragg, Elvis Costello. Poi abbiamo avuto artisti come Howe Gelb e Michael Stipe, quasi miei coetanei che considero però dei grandi vecchi del rock perché sono davvero artisti nel senso più vero e completo della parola. Voglio ricordare anche Kristin Hersh e naturalmente quelli che non ci sono più, tra i migliori di tutti. Elliott Smith, Vic Chesnutt, Kurt Cobain. Importanti figure la cui musica è entrata nell’intimo di molte persone e continuerà a farlo a lungo.

Ho trovato delle convergenze tra la colonna sonora di “Into The Wild” firmata da Eddie Vedder e alcune delle tue nuove canzoni, per esempio “Thunderbird” e “The Straighten Outer”.

Beh, complimenti, hai trovato davvero un bel riferimento! Pensa che avevo completamente dimenticato quella colonna sonora, nonostante fosse splendida. Lui è un altro ragazzo della mia generazione. Amo l’approccio che ha avuto per i suoi lavori solisti. Se n’è andato nella giungla come Marlon Brando in “Apocalypse Now” ed è tornato indietro con un disco di canzoni all’ukulele. I Grant Lee Buffalo sono stati in tour con i Pearl Jam nel ’93: erano una vera forza della natura!

Se la tua carriera finesse domani di cosa saresti più orgoglioso?

La mia carriera finisce in continuazione. È come se fossi sempre pronto a mettere fine alla mia carriera ma poi sento un rumoraccio, vedo una nuvola di fumo nero e lei si rimette in moto di nuovo, come una Cadillac Seville del ’76. Ci sono giorni in cui potrei fare a meno di tutte queste cose e giorni in cui invece sono contento di poter scrivere, cantare, suonare. Ma le cose di cui sono orgoglioso sono altre. Mia figlia, mia moglie.

Che stai ascoltando in questo momento?

Ultimamente ascolto mia figlia che canta “Crudelia De Mon” da “La carica dei 101”. Fantastico, no?

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Ascolti d’autore: Dana Spiotta https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/#comments Mon, 04 Nov 2013 09:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16198 Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d'autore. (Fonte immagine)

 Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

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Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d’autore. (Fonte immagine)

Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

Poi hai anche lavorato in un negozio di dischi, giusto?

Sì, ho lavorato al “Cellophane Square”, a Seattle nel 1988! In realtà io ho lavorato presso una filiale in periferia, all’interno di un centro commerciale. È stato un glorioso negozio di dischi! Aveva dischi nuovi ma anche usati, così ho dovuto imparare a comprare dischi. È stato bello, il problema è che rispendevo in musica tutti i soldi che guadagnavo.

Seattle, 1988? Fantastico! Che atmosfera c’era in città pochi mesi prima che esplodessero i Nirvana?

A Seattle quello è stato veramente un periodo entusiasmante! All’epoca i grandi nomi erano Mudhoney e Skin Yard ma c’era la sensazione che qualcosa di bello stava succedendo. In realtà era una piccola scena. Tutti conoscevano tutti e negli anni successivi tutti avrebbero fatto un disco. Ricordo di aver passato un sacco di tempo alla Comet Tavern, allo Squid Row, dove potevi vedere tre band per tre dollari, e in molti locali del centro, per esempio in un posto a Belltown chiamato Vinyl-qualcosa, non ricordo più il nome. Tutti avevano una band, o almeno un fidanzato o una fidanzata che era in una band.

In che modo la musica influenza la tua scrittura?

Traggo molta ispirazione dalla musica e dal cinema, così come dagli altri libri. In “Versioni di me” tratto l’argomento musicale perché la musica è strettamente connessa con la memoria. Inoltre il rock’n’roll ha a che fare con la gioventù. E io volevo rappresentare idee giovanili dalla prospettiva di una persona di mezza età.

Puoi dirmi qualcosa in più del tuo modo di vedere connesse musica e memoria?

Mi interessa il modo in cui il cervello analizza i vari aspetti della musica: il ritmo, le ripetizioni, le rime. Tutte cose che aiutano a inscatolare i ricordi. Noi leghiamo delle tracce alle cose che ricordiamo: la musica è una di queste tracce. Una canzone può riportarti alla mente un’intera estate, o una sensazione vividissima. Mi piace il modo in cui la musica elude la nostra logica.

In “Versioni di me” Nik è ossessionato dalla sua falsa biografia e dalle false recensioni dei suoi dischi. Quanto è importante documentare il rock e quanto è importante la critica rock per il rock?

Adoro leggere la critica rock. Amo leggere Rick Moody quando scrive di rock’n’roll. Amo Greil Marcus e Lester Bangs. La famosa intervista di Lou Reed con Lester Bangs ha ispirato alcuni aspetti di Nik. Amo quell’intervista. Così non posso che risponderti che i critici sono molto importanti. Ho imparato tantissime cose leggendo recensioni sulle varie fanzine e su riviste quali NME e Melody Maker. Leggo le recensioni di Pitchfork. E leggo Mojo se qualcuno ce l’ha.

A quali artisti ti sei ispirata per la creazione di Nik?

Il mio patrigno ha molte cose di Nik. E conosco anche altri potenziali Nik. Per quanto riguarda la musica ho preso spunto da tutti quei dischi autoprodotti, registrati in cantina, e da tutti quegli artisti come Jandek (musicista texano che, dal 1978, si è autoprodotto più di cinquanta dischi, ndr.), R. Stevie Moore (centinaia di dischi autoprodotti dal 1968 ad oggi, ndr.) o Robyn Hitchcock. La punk band di Nik nella mia testa suona come i Television, mentre la sua pop band come i Big Star o i Badfinger. Le sperimentazioni soliste di Nik suonano invece come i Suicide. Nella creazione di Nick avevo in mente anche diversi artisti visivi underground come Henry Darger e Achilles Rissoli. Ho pensato anche a Ray Johnson che inscena il proprio suicidio e fa della sua vita la sua arte.

Conosci qualche musicista personalmente?

Conosco alcuni musicisti sconosciuti. Mio marito, per esempio.

Beatles o Rolling Stones?

Beatles. Sono una loro fan ossessiva.

Una canzone dei Beatles?

Dai, no. Impossibile.

Lou Reed o Tom Waits?

Lou.

Una canzone di Lou?

Mi è sempre piaciuta “She’s My Best Friend.”

“Great Jones Street” di Don De Lillo o “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem?

Adoro entrambi i romanzi.

Cosa ti piace di loro?

“Great Jones Street” è brillante e in anticipo sui tempi, divertente e pieno di inventiva. “La fortezza della solitudine” è commovente ed ha delle false note di copertina, quindi ho un debito nei confronti di quel libro.

Vai spesso a sentire musica dal vivo?

A dire il vero, non molto spesso da quando sono diventata madre.

C’è un concerto che ricordi con particolare affetto?

Ho visto Beck e i Flaming Lips a Syracuse quando io e mio marito ci siamo sposati. È stato davvero magico. E quando ero alle superiori, io e mio fratello vedemmo i Replacements a San Bernardino. C’era un autentico casino e fu lì che mi sentii una vera teenager per la prima volta. Poi ricordo tantissimi altri concerti in tutti questi anni, difficile sceglierne uno, ma questi due sono quelli a cui sono più affezionata.

I tuoi cinque album preferiti di tutti i tempi?

Non esiste che ce la faccia a sceglierli. Ma “Pet Sounds” è sicuramente tra i cinque.

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