Rocco Chinnici Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rocco-chinnici/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Aug 2025 14:34:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rocco Chinnici Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rocco-chinnici/ 32 32 La notte della civetta. In memoria di Piero Melati https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/#comments Mon, 11 Aug 2025 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43380 Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla […]

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Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla terribile notizia della sua morte.

Abbiamo perso un grande giornalista, un grande scrittore. Ricordiamo in particolare l’ultimo libro geniale “Lola&Vlad” (Polidoro, 2024), il fondamentale breviario “Giorni di mafia” (Laterza, 2017) e “Paolo Borsellino. Per amore della verità” (Sperling&Kupfer, 2022) che ha evitato qualsiasi scorciatoia nel raccontare la vita del giudice e della sua famiglia dopo la strage di via D’Amelio.

Piero era uomo intelligente, giusto, dalla dirittura unica. La memoria del suo talento, del suo garbo e della capacità di vedute ampie è viva in tutte le redazioni che hanno avuto la fortuna di viverlo. Questa perdita è incommensurabile come i doni che ci ha affidato. Nel mio percorso professionale l’ho conosciuto da viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica”, dove si occupava di attualità e delle pagine culturali. Con “Repubblica” ha aperto le redazioni locali di Napoli e Palermo ed è stato viceredattore capo della cronaca di Roma.

Nel settembre del 2015 l’ho incontrato per la prima volta grazie a questa rivista. Piero, che aveva vissuto il giornalismo del quotidiano “L’Ora” di Palermo, restituendo tra molte cose in modo nitido la storia del pool antimafia e del Maxiprocesso, era animato da una curiosità e umiltà tali da soffermarsi a leggere l’articolo sul rapporto tra Giovanni Falcone e gli Stati Uniti di un giovane che non conosceva. Prese anche l’iniziativa generosa di scrivermi un riscontro, che ha cambiato il mio percorso personale e professionale, ma soprattutto negli anni ha creato l’amicizia più pura e sincera.

Piero ha scritto e mi ha ripetuto spesso una cosa bellissima sugli eroi. Non devono diventare una categoria, una ragione per tenerci a distanza dalla nostra responsabilità, da ciò che possiamo fare. Non possono essere ridotti a un esercizio retorico.

Lui ha vissuto e ha raccontato senza mai andarsene realmente da Palermo. Non ha mai ricercato medaglie da appuntare sul petto. In questo suo libro straordinario, La notte della civetta (Zolfo editore, 2020), da leggere e rileggere, ha restituito a persone  dalla intelligenza e dirittura unica come Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino il valore preciso della storia che hanno sognato e costruito. Ha indicato il suo canone che non va dimenticato e custodito. Piero ci ha indicato la possibilità di guardare diversamente dentro a una storia collettiva decisiva.

Nel nostro penultimo scambio da Palermo c’era Chinnici. Ora penso sia giusto almeno che vi rivediate.

Il pensiero più dolce e l’abbraccio più forte sono rivolti alla moglie Claudia e alla figlia Flavia.

Questa nostra intervista nasce da un lungo pomeriggio, trascorso nella sua casa, pieno della sua vita, delle sue idee e dei legami che non si perdono nel tempo.

«Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia…finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca», scrisse Gesualdo Bufalino nella nota Poscritto 1992 contenuta nell’antologia Cento Sicilie.

Alla vigilia degli anniversari dei due eventi, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, che hanno segnato la contemporaneità della storia repubblicana, il giornalista e scrittore palermitano Piero Melati pone con il libro La notte della civetta (Zolfo editore, 288 pagine, 18 euro) domande taciute, che ci fanno evadere dalla riserva indiana nella quale è costretto un pezzo gigante della biografia nazionale. La storia della Sicilia è quella d’Italia. Melati ci libera dalla retorica degli eroi, per leggere le pagine chiare e tentare di decifrare quelle ancora oscure.

Non si tratta delle memorie di un reduce che, da giornalista de L’Ora e poi a La Repubblica, ha vissuto in prima linea lo stravolgimento democratico del terrorismo di stampo politico mafioso a Palermo. Melati prende atto delle contraddizioni e delle divisioni, come quelle che hanno separato Sciascia e Falcone dallo stesso fronte, per scavare nelle memorie rimosse. La notte della civetta, al fine di non issare la bandiera bianca di Bufalino, è la promessa di non rinunciare alla complessità della storia.

Ricordando la vita di Rita Atria, evochi una domanda attualissima: cos’è questa “cosa” chiamata mafia che riesce a essere più forte del rapporto di una madre con la figlia?

«È difficile rispondere. Dopo l’assassinio del padre e del fratello, immersi nella realtà mafiosa di Partanna, Rita scelse di testimoniare e raccontare ciò che sapeva. Paolo Borsellino accolse le sue dichiarazioni preziose, la protesse e costruirono un legame molto forte, mentre la madre la ripudiò. Seppellita nel cimitero di Partanna, la madre andò parecchi mesi dopo a trovarla con un martello, per spaccare la sua foto sulla lapide. Il testamento di una ragazzina, suicidatasi dopo la morte del giudice, apre ancora scenari nuovi, e non certo per una volta esclusivamente giudiziari, a cui non siamo più abituati».

Quali scenari?

«Ormai guardiamo il fenomeno mafioso solo dal punto di vista investigativo. Si è perso lo sguardo trasversale e d’insieme, che si posa e torna alla radice delle esistenze».

Lei che cosa era riuscita a vedere e capire?

«Rita teneva un diario. L’ultima notazione è questa: “Roma, dopo il 19 luglio 1992, strage di via D’Amelio. Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura, ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà, e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi, è il nostro modo sbagliato di comportarci”. La mafia non è un fenomeno naturale siciliano, ma attecchisce per ragioni precise. Quello chi manca ancora è affrontare il contesto e il condizionamento mafioso in ogni vita».

Falcone, Borsellino, Cassarà, Montana, Chinnici e cento altri sono stati uccisi poiché erano insostituibili?

«Lo spiega anche Joseph Roth in un suo romanzo (La marcia di Radetzky) che parlava dell’Impero Asburgico. Qualsiasi istituzione può impiegare anni a sostituire un ottimo funzionario. Hanno assassinato Ninni Cassarà, intelligenza e anima della Squadra mobile di Palermo, e non è stato trovato nessun altro di quello spessore. Ucciderli equivaleva a incrinare la macchina dello Stato, a ritardare le indagini per anni».

Qual era l’eccezione di Cassarà?

«Apparteneva a un’antimafia utopistica, che è durata poco e ha portato risultati concreti come le condanne del Maxiprocesso. Riteneva che la sconfitta, o almeno il ridimensionamento, di Cosa nostra tramite la cattura dei latitanti avrebbe potuto cambiare in meglio la società siciliana. Si trattava di sconfiggere il cancro che lacerava la società dal suo interno. La rivoluzione o palingenesi si è fermata sulla soglia delle loro idee. L’esito positivo del Maxiprocesso non si è tradotto nel cambiamento radicale immaginato. Dopo il 1992 le mafie, sempre più finanziarie, sono tornate nella fase di immersione e si fatica a riconoscerle. Non abbiamo guardato in profondità a che cosa ci è successo in quegli anni».

Il corpo di Palermo come ha sopportato tali emorragie?

«Quale impasto sociale e umano ha potuto tollerare che tre Kalashnikov sparassero a Cassarà sulle scale di casa, mentre la moglie con la bambina piccola urlava, bussava alle porte per salvarsi e nessuno le aprì. Quella dell’autobomba di Chinnici che città è? Leggevamo nei giornali “Palermo come Beirut” sul terrazzino della casa di famiglia, mangiando il gelo di mellone. Poi ti abitui a tutto, le dittature sono così. La fine è solo l’annientamento, perché arriviamo a tollerare tutto. Vedo una relazione con la parola totalitarismo e persino con il regime concentrazionario».

Il terrorismo di stampo politico-mafioso di Cosa nostra ha cambiato il senso della morte?

«I siciliani hanno per una serie di ragioni una relazione più diretta e sanno guardare la morte. Cosa nostra è riuscita a distorcere questa natura. Distribuendola dappertutto, ha reso la morte il suo volto pubblico. Doveva ostentare il potere di mostrare il morto. Dopo la scomparsa di De Mauro, dal 1979 in poi gli omicidi eccellenti hanno lasciato una traccia in ogni strada. A cominciare da quello di Mario Francese che doveva essere un segnale per tutti i giornalisti. Era il rito per mostrare la potenza. Si sono impossessati della morte e della possibilità di darla».

Per anni Falcone parlò pochissimo, poi l’accusarono di protagonismo. Iniziò a morire, quando lo fece?

«Dai magistrati del pool antimafia non avevamo mai notizie. Un costume che si è perso negli anni successivi. Nella prima parte della carriera Falcone aveva un rapporto difficile con i giornalisti, perché lo irritava l’approssimazione con cui venivano affrontate certe vicende. Dal 1979 almeno fino al 1983 parlò davvero poco. Poi si rese conto che aveva bisogno di una buona comunicazione, affinché il suo lavoro e del pool antimafia venisse raccontato nelle giuste dimensioni. Iniziò a rilasciare interviste con una selezione accurata degli interlocutori e mantenendo la giusta distanza. La necessità emerse, quando capì che la battaglia giudiziaria stava raggiungendo l’apice. Tentò di scuotere l’albero e di piantare semi fecondi. È il periodo in cui venne fischiato persino dai suoi colleghi come nel tribunale di Milano, che oggi espone la foto di Falcone e Borsellino».

Che cosa abbinava Falcone alla capacità di seguire i percorsi e le relazioni dei soldi?

«Carla Del Ponte rimase sorpresa che Falcone, il quale in passato aveva fatto anche il bancario, fosse l’unico a saper leggere i documenti delle banche svizzere. La sua grande intuizione fu di seguire le tracce dei soldi. Sapeva che la pista era quella e l’ha contestualizzata non in astratto ma nella società siciliana, dentro l’organizzazione criminale. Lui, nato alla Kalsa, qualcosa di loro la capiva. Ha associato alla capacità di tracciare i soldi quella di conoscere la natura degli uomini. Era istintivo con un’incredibile metodicità nel lavoro».

Qual è l’aspetto più interessante del rapporto con Buscetta?

«Riuscirono a capirsi. Quest’ultimo pose dei limiti e Falcone li accettò. Il collaboratore di giustizia intendeva vendicarsi dello sterminio dei propri famigliari e nel raccontare era disposto a spingersi fino a un certo punto. In cambio Buscetta garantì una lettura dall’interno del fenomeno mafioso, ma non è stato il primo».

Più dei secoli di carcere inflitti all’ala militare di Cosa nostra, lo scacco matto del Maxiprocesso fu il riconoscimento con almeno trent’anni di ritardo dell’esistenza di questa organizzazione mafiosa.

«Non c’è dubbio. Questo è stato il passaggio cruciale, che ha portato allo stesso Maxiprocesso: lo stabilire che Cosa nostra esisteva e non era una semplice associazione a delinquere. Dopo tanti caduti che avevano tentato di scollinare questa altura si arrivò in vetta. Un passaggio delicato e così fondamentale che i successivi sono apparsi sempre in tono minore, se non confusi, come il concorso esterno in associazione mafiosa con letture difformi da parte della Cassazione».

Senza ricostruire la linea continua da Terranova a Chinnici non si può comprendere questa svolta. Che cosa rappresentò Rocco Chinnici per Palermo?

«Falcone guardava la mafia verso l’alto: le banche svizzere, i riciclaggi, gli equilibri interni alle “famiglie”, i legami tra boss e grande potere. Seguiva gli assegni. Chinnici era ossessionato dalla strada. Non gli sfuggiva mai il collegamento tra quei livelli più sofisticati studiati da Falcone e quel che si consumava nel giardino di casa della città. Ma proprio per questo a colpirlo non era tanto l’albero avvelenato, ma i suoi frutti mortali: le fontanelle, le siringhe, i ragazzi che si bucavano».

Chinnici comprese pienamente la portata del capovolgimento sociale della narcoeconomia.

«Aveva chiara la misura dell’aumento geometrico di quella peste. Lo ascoltavano con insofferenza, lo accusavano quasi di non parlare d’altro. È stato l’unico a dire con coraggio che le vittime di overdose erano vittime di mafia. Ha assistito e reagito al massacro di una generazione, quella delle occupazioni universitarie del ’77. Questo dolore riguarda tutti ma non lo codifichiamo in nessun libro di storia. È stato un effetto del trasferimento dei laboratori di Marsiglia, che furono nulla rispetto alle raffinerie di droga in Sicilia».

Qual è stato il riflesso delle raffinerie e dei soldi del traffico di droga sull’urbanistica palermitana?

«Come in America tramite l’economia diffusa dello spaccio si distruggeva l’equilibrio sociale di un quartiere per la costruzione di nuovi e lo spostamento delle persone. Nacquero quartieri finti. I soldi della droga fecero costruire i palazzi e lo sapevano tutti. Palermo è diventata essa stessa una città finta e del tutto sradicata».

Che cosa ricordi del nove maggio 1978?

«Quando Sciascia parlava di incidenze e coincidenze aggiungeva: “Alcune volte mi sembrano le uniche che possono spiegare i fatti”. Certamente quella giornata è stata un cambiamento epocale. Al vertice della piramide morì Aldo Moro e con lui crolla il ponte che collegava l’anima cattolica e quella comunista del Paese. Alla base, a Cinisi, assassinarono l’unico ragazzo della sua generazione che in dieci anni, dal 1967 al 1977, non aveva dimenticato la questione mafiosa. Dopo l’omicidio Scaglione e la scomparsa di De Mauro, il movimento studentesco siciliano ignorava quasi l’esistenza della mafia. Non volava una mosca».

Impastato, un mafioso, il padre, lo aveva in casa.

«Sì e un altro di caratura mondiale, Tano Badalamenti, a cento passi della propria abitazione. Peppino aveva assistito alla costruzione di un aeroporto in uno dei luoghi considerati più pericolosi dai piloti. Badalamenti era il proprietario dei terreni, mentre Liggio, considerato ancora il boss emergente, si poteva limitare ai lavori di sbancamento della terra. Impastato sapeva benissimo chi comandava. Mentre la sua generazione, che provava la sensazione interiore della fine del mondo, soggiaceva alla merce venduta dal prototipo moderno dei narcos, lui dalla radio indicava e percorreva la strada opposta all’invasione dell’eroina».

Qual è leredità di Impastato a dispetto dei santini?

«La beatificazione è una maledizione, perché rende queste figure estranee a noi. Bisogna pensare al ragazzo normale che in quegli anni aveva in mano una radio libera per dire ciò che non leggevamo nei giornali e che le persone temevano di pronunciare anche nel chiuso delle case. Lo considero in relazione alla radio. Esisteva la necessità di parlare un altro linguaggio. Lui con ironia e coraggio ne costruì uno. E in Sicilia la costruzione di una lingua nuova doveva passare dal rendere pubblica la lotta alla mafia».

In che modo dialogano i libri di Sciascia Il giorno della civetta e L’affaire Moro?

«Il giorno della civetta scoperchiò per la prima volta tutto. Lo scrittore, che aveva già dato contro la mafia, sfidò l’Italia intera e il patto di unità nazionale contro il terrorismo scrivendo L’affaire Moro, e che riceve e parla con i suoi concittadini con altrettanto disincantato distacco e senza obbligo all’empatia, alla maniera dell’amato Stendhal, con la freddezza di un entomologo».

L’unica monografia sul giudice Cesare Terranova vide il contributo decisivo di Leonardo Sciascia. Era vicino a Chinnici. Come si può spiegare la distanza con Falcone?

«Tutti noi siciliani viviamo all’ombra di questo comune, inconciliabile magistero, quello del giudice sacrificatosi nella lotta contro la mafia, e quello dello scrittore che – tra gli altri suoi alti meriti – per primo la denunciò, parlandone al mondo. Sciascia non giustificava la geometrica e razionale freddezza di Falcone, che nasceva dal fuoco che uccise Terranova e Chinnici. Sciascia non capì che i giudici stessero cambiando attraverso quel fuoco e la prossimità sempre più schiacciante di Cosa nostra. Non esisteva più la possibilità di guardarla con il distacco con il quale aveva potuto scrivere Il giorno della civetta. L’unico romanzo sulla materia che resta efficace».

È ancora difficile riconoscere la reciproca inconciliabilità?

«Dovremmo ammettere l’esistenza di un paradosso che assomiglia a una ferita aperta: la differenza tra lo Sciascia che scrive Il giorno della civetta e quello dell’articolo I professionisti dell’antimafia. È la stessa persona, ma offre due visioni diverse rispetto all’amicizia con Terranova. Dobbiamo accettare la sua piena insondabilità. L’articolo era profetico in alcuni sensi, ma come ricordò Borsellino quel giorno Falcone iniziò a morire. Dopo il caso Tortora, Sciascia diffidava dei Maxiprocessi e delle procure dopo il suicidio del segretario regionale della Dc Nicoletti».

Bufalino colse lo sgomento di questa freddezza?

«Sì, e stando più a distanza dalla materia rispetto a Sciascia, vide la linea di continuità da Terranova a Falcone. La storia mancata tra Falcone e Sciascia è un frutto di Sicilia: una terra che fa i suoi figli migliori e poi li mette contro».

Paolo Borsellino raccolse anche questo frutto amaro. In che cosa consisteva la sua umanità?

«Disse il consigliere Antonino Caponnetto: “Non ho mai conosciuto un uomo più umano e giusto di Paolo e non lo conoscerò sicuramente mai”. Paolo invece sussurrava: “Sarò sempre il secondo di Giovanni”. Dal punto di vista dell’umanità e del coraggio, Borsellino giganteggia. Non so quali altri esempi si possano trovare. Una persona che va lucidamente alla morte per oltre cinquanta giorni. Visse la fine con profondo tormento e cupezza, ma insieme ad atti pubblici decisivi continuò a dare messaggi di amore ai figli, alle persone. Come disse il filosofo siciliano Gorgia da Lentini, a proposito degli eroi della guerra del Peloponneso del suo tempo, erano uomini concreti che hanno accettato la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano. Per questo non ne deve essere perduta la memoria. Riesco ad associare questa esperienza che pone interrogativi etici, morali, umani a quella dei campi di concentramento».

Che effetto ti fa la dicitura “Borsellino quater”?

«Per pigrizia guardiamo le due stragi nello stesso modo, poiché ravvicinate nel tempo. In realtà quella di Capaci è stata compiuta per la stabilizzare la situazione con l’elezione del Presidente della Repubblica. La strage di via D’Amelio al contrario per destabilizzare. Dunque questa seconda risulta a livello processuale ancora più ingarbugliata con depistaggi ormai acclarati per non far emergere ciò che è stato».

Qual era il tuo patto con il capo del pool Antonino Caponnetto?

«Gli promisi di non disturbarlo mai, perché era spesso assalito da grupponi di inviati con domande talvolta improbabili. Però gli dissi: se le busso, la prego, mi risponda, perché si tratterà di un’emergenza. Al Palazzo di giustizia di Palermo, dove andavo quotidianamente, mi ricevette per confermare la voce dell’arresto di Michele Greco, il “papa” della mafia, il capo della Commissione: “Giovanni è andato in caserma per il riconoscimento”. Caponnetto era ieratico, gentile. Negli anni del Pool ha fatto da chioccia e parafulmine. Aveva sentito la “corda pazza”, per usare l’espressione di Sciascia. Era siciliano ed ebbe il richiamo della terra madre».

Nel 1987 dopo la conclusione del Maxiprocesso hai lasciato Palermo. Quanto ha pesato il bagaglio di quella guerra?

«Nei primi anni vissuti lontano dalla Sicilia mi ha continuato a inseguire, poi me ne sono liberato per infine tornare ad aprirlo con più distacco. In gran parte è un nodo che non si risolverà mai. Più in generale il modo errato di fare memoria lascia incagliate le questioni storiche».

Qual è il tuo ricordo del giornale L’Ora?

«Gianni Lo Monaco, il vecchio cronista di giudiziaria, che arrivava il pomeriggio con il cane e ci raccontava le storie, inquadrava i fatti e il loro contesto storico. Ti dava sempre una pista da seguire. Ci spiegava come non diventare dei passacarte. Eravamo poveri, sporchi, ma il giornale mi ha dato tutto».

Alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci, arriva dalla Sicilia la notizia dell’arresto del Commissario Covid Antonio Candela. Che cosa indica?

«C’è una questione urgente e attuale. Il “capo condominio” della sanità siciliana, accusato per tangenti con il suo sodale agrigentino, peraltro membro della commissione siciliana antimafia, era sotto scorta, come tanti prima di lui, per minacce dovute al suo presunto impegno in favore della legalità. C’è un marcio evidente e ricorrente, annidato dentro l’apparato retorico ufficiale inaugurato nel dopo stragi del ‘92, che viene da tempo utilizzato non solo come scorciatoia per carriere da abili professionisti, ma anche come nuovo sistema di potere e copertura della novella corruzione. Sanità ma anche discariche, scioglimento sospetto di consigli comunali ma anche gestione dei beni sequestrati alla mafia, e avanti così».

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Ritorno a Portella della Ginestra https://minimaetmoralia.it/lavoro/ritorno-portella-della-ginestra/ https://minimaetmoralia.it/lavoro/ritorno-portella-della-ginestra/#comments Mon, 01 May 2017 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34262 A Portella della Ginestra s’incontra la storia d’Italia, titolava un articolo de L’Unità. Era il trenta aprile del 1950. Nel giugno del 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò a Giuseppina Zacco, vedova di Pio La Torre, quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e dello stesso La Torre.

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A Portella della Ginestra s’incontra la storia d’Italia, titolava un articolo de L’Unità. Era il trenta aprile del 1950. Nel giugno del 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò a Giuseppina Zacco, vedova di Pio La Torre, quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e dello stesso La Torre.

Portella della Ginestra rappresenta il primo snodo chiave di vicende repubblicane, che hanno il tratto di episodi politici e al contempo appartengono alla storia criminale del nostro paese. Per usare le parole dello storico Salvatore Lupo è stata la prima strategia della tensione nella storia della Repubblica.

Nei pressi della Piana degli albanesi, gli undici morti, fra i quali due bambini e una donna incinta, e i ventisette feriti in un giorno di festa furono un atto politico reazionario, avverso all’anelito di redenzione e affrancamento dal sottosviluppo delle masse diseredate siciliane. Colpire il latifondo e spingere per una politica economica differente, era l’intenzione. Un censimento del 1936 rilevava che all’epoca i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano terra o erano contadini poveri. Nella prefazione della significativa riflessione di La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Rosario Villari fissa alcuni punti. Innanzitutto quell’esperienza di lotta fu d’ispirazione democratica e riformatrice. Da lì prese l’avvio la costruzione di una struttura politica e associativa moderna, basata sui partiti nazionali e non più su formazioni personalistiche e autonome locali.

La breccia era stata aperta da Fausto Gullo, un comunista, ministro dell’agricoltura nel secondo governo Badoglio. Nell’ottobre 1944 varò due decreti per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, ovviando alla necessità di un aumento della produzione di grano, e per il miglioramento della ripartizione dei prodotti della mezzadria impropria a favore dei contadini lavoratori, con potenziali effetti positivi sui redditi. Tali provvedimenti si scontrarono con il potere del gabellotto mafioso, l’intermediario che prendeva in affitto la terra dei grandi agrari assenteisti per poi darla in subconcessione, a condizioni strozzinesche a mezzadri e coloni. In Sicilia alle elezioni del 20 aprile 1947 era accaduto poi un fatto nuovo e detonante: la sinistra, socialisti e comunisti uniti nel Blocco del popolo, aveva vinto, superando la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi.

Di fronte a una vera e propria lotta di liberazione dal dominio dei grandi proprietari terrieri, animata dal movimento contadino siciliano, e al mutare delle condizioni degli equilibri internazionali e interni dopo la Seconda Guerra Mondiale con la rottura dei governi di unità nazionale, dell’unità delle forze del CLN, si scatenò un ampio fronte reazionario di conservazione del quale a settant’anni dalla strage non sono stati delineati tutti i responsabili.

Dopo i morti di Portella della Ginestra in quattro anni furono uccisi 36 dirigenti sindacali. Lo storico Francesco Renda la definì un’ondata di terrorismo agrario mafioso: «La strage di Portella fu un’azione concertata. C’era un’intelligenza politica dietro il fatto che poi non si è riusciti a individuare». Il processo istruito a Palermo e poi spostato a Viterbo per legittima suspicione si concluse nel 1953. I giudici nella loro sentenza esclusero la natura politica dell’eccidio e l’esistenza dei mandanti. Resta la domanda: chi ha armato la banda di Salvatore Giuliano?

«E a Portella della Ginestra, con la presenza di tutto il popolo italiano, sarà data al mondo la testimonianza che la feroce strage del Primo Maggio 1947 – freddamente premeditata dalle classi reazionarie e ferocemente fatta consumare da un bandito che è l’espressione più genuina e nello stesso tempo più abietta dello stato di degradazione e di decomposizione di una casta antisiciliana, antisociale e antinazionale – non ha arrestato il moto dei nostri lavoratori e delle forze democratiche siciliane verso la liberazione», scrisse Girolamo Li Causi, primo segretario del Pci siciliano, il 30 aprile del 1950 su L’Unità.

Lo stesso Li Causi chiese e ottenne un’indagine apposita sulla strage di Portella della Ginestra. Nel febbraio del 1963 si era insediata la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia e sette mesi più tardi, seppur priva di modalità di indagini ben definite, su spinta di Li Causi iniziò a occuparsi dell’eccidio senza alcun risultato concreto già nei primi cinque anni di attività.

«Non è stata ancora raggiunta la verità, specialmente su chi quella strage ha ordinato. L’Antimafia – ha dichiarato nei giorni scorsi il Presidente del Senato Pietro Grasso – ha deliberato di pubblicare gli atti acquisiti a partire dal 1998. Quelli di prima sono già resi pubblici. Ma ci sono ancora molte zone d’ombra da esplorare. Bisogna che chi sa qualcosa metta a disposizione la propria conoscenza. Si deve pensare non solo agli archivi di stato ma anche a quelli dei singoli ministeri. Su questa ricerca ci sono stati proficui contatti con la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi».

La strage di Portella della Ginestra è stata rappresentata dalla cultura italiana, dal cinema alla letteratura fino al ruolo divulgativo della televisione. E spesso si rintraccia quel tono assolutorio di riduzione del male, nel quale si disperde qualsiasi urgenza di verità che invece hanno ancora i familiari delle vittime. Di fronte alla negazione, alla commemorazione che assomiglia all’oblio la resistenza consiste nella trasformazione del lutto. E Portella, ieri come oggi, ricorda davvero che cosa significhi lottare per la dignità lavoro e la dimensione mai svanita dell’oppressore.

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Un patriota siciliano. Giovanni Falcone visto dagli Stati Uniti https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-patriota-siciliano-giovanni-falcone-visto-dagli-stati-uniti/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-patriota-siciliano-giovanni-falcone-visto-dagli-stati-uniti/#comments Wed, 16 Sep 2015 05:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28327 (fonte immagine)

«(...) L'Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all'Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l'impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l'Ufficio Istruzione di Palermo.

Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l'Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti».

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fotografia © Franco Zecchin

«(…) L’Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all’Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l’impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Palermo.

Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l’Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti».

Agli americani piaceva quel magistrato palermitano tenace. Lo consideravano insostituibile, alla stregua di un proprio eroe nazionale. Falcone era l’unico che potesse offrire una visione d’insieme, completa, del crimine transnazionale. Aveva fatto comprendere loro la proiezione internazionale del crimine organizzato. Per dirla con le parole di William Sessions, già direttore del Federal Bureau of investigations: «Ci aiutò a prendere consapevolezza del fatto che per sconfiggere le mafie era necessaria una più stretta collaborazione di tutte le agenzie di law enforcement». Ne ammiravano il coraggio, la coerenza dell’impegno, la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Aveva conquistato senza servilismi la fiducia necessaria a soddisfare interessi reciproci. Amavano la sua concretezza e le capacità di analisi. Gli americani non hanno dimenticato Falcone.

Le righe d’apertura rappresentano molto, ma non tutto, di una relazione speciale, che ha fatto esercitare i professionisti dell’italica arte del sospetto. È un estratto del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, mittente l’Ambasciata statunitense a Roma, destinatario il Dipartimento di Stato. Lo possiamo leggere grazie al lavoro prezioso di Giannicola Sinisi, all’epoca giovane magistrato pugliese, appena giunto a Roma, che Falcone volle al suo fianco nel lavoro da Direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Un patriota siciliano, così Rudolph Giuliani soprannominò il Giudice. A sicilian patriot (Cacucci editore, 134 pagine, 10 euro) è il titolo scelto da Sinisi per un contributo davvero originale, seppure parziale per sua stessa ammissione, a una storia ancora da scrivere.

Sinisi, magistrato della Corte di appello di Roma, con un’esperienza parlamentare e da sottosegretario al Ministero dell’Interno, è stato dal 2009 al 2013 consigliere giuridico presso l’Ambasciata italiana a Washington DC. Ha avuto la fortuna di chi sa dove cercare e quella delle coincidenze quando hanno un’anima. Una mail di Daniel Serwer, vice capo missione dell’Ambasciata statunitense a Roma dal 1989 al 1993, gli ha segnalato l’opportunità di chiedere al Dipartimento di Stato i cablogrammi, che a sua memoria contenevano elementi d’interesse, intercorsi tra le due capitali negli ultimi anni di vita di Falcone. Ma il tempo non tradisce ancora ragioni di riservatezza, motivi di classificazione, ostativi alla completa divulgazione. In un primo momento la richiesta di Sinisi, datata 26 ottobre 2010, s’inabissò nel polverone del caso Wikileaks.

Un incontro fortuito, una svolta, in qualche modo ha sbloccato poi la pratica. Dopo una lezione tenuta al Foreign Service Institute, dove vengono addestrati i diplomatici statunitensi e funzionari delle agenzie federali, una studentessa riconobbe nel docente il mittente dell’istanza depositata al Dipartimento di Stato. Una pratica che la stava occupando. Non toccarono l’argomento, ma a un mese di distanza, nel mese di marzo 2011, il magistrato pugliese ha ricevuto il plico con parte dei documenti richiesti. Ventisette cablogrammi rilasciati integralmente, quattro con degli omissis, uno non rilasciato, ancora disposto il mantenimento della classificazione di segreto, nove da rintracciare e richiedere ad altre agenzie originatrici, che avrebbero dovuto autorizzare la declassificazione. Nell’aprile 2012, disattendendo abbondantemente i tempi tecnici, il Fbi consentì l’accesso a solo uno di quei nove documenti.

«Così moriva la mia fiducia nel sistema amministrativo statunitense, il mio apprezzamento per l’intuizione democratica di Lyndon Johnson del Freedom of information act e del tempo trascorso per cui un’indagine del 1989 non avrebbe potuto essere considerata ancora soggetta a segreto», ha scritto l’autore.

Il materiale ottenuto tuttavia riesce a ritrarre un punto di vista compiuto, le reazioni del partner atlantico nel susseguirsi degli eventi di una storia italiana cruciale. A sicilian patriot sembra quasi assolvere a una necessità espressa limpidamente anni fa da Maria Falcone, sorella del giudice.

«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita».

Queste parole sono tratte dalla prefazione di una raccolta di testi (Falcone e Borsellino, la calunnia, il tradimento, la tragedia) altrettanto interessante, curata da Giommaria Monti e venduta insieme alla vecchia L’Unità, metà anni Novanta. Le numerose battaglie perdute, lo sconforto, l’amarezza mitigata dalla fermezza paradossalmente accrebbero la sua figura e la stima delle autorità d’oltreoceano.

A tal proposito Sinisi ha affermato: «La sensazione che ho ricavato è che negli Stati Uniti la considerazione di chi lo ha incontrato è persino maggiore che in Italia; e ho fatto una grande fatica, anche morale, a darmene una spiegazione. Negli Usa ho constatato un’ammirazione pura, senza riserve e senza interessi. Ho cercato di immaginare un Giovanni Falcone nato e vissuto negli Usa». Per poi aggiungere: «La prima statua di Falcone è stata eretta a Quantico nell’accademia del Fbi, nel 1994, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia si dovette aspettare fino al 2002, e a Capaci anche di più». I colleghi americani non hanno mai mancato una commemorazione, qui e là.

Dopo Capaci l’ambasciatore Peter Secchia organizzò un incontro privato con i familiari di Falcone, accompagnati in quell’occasione da Sinisi. Fa una certa impressione leggere alcune dichiarazioni dello stesso Secchia riguardanti il rapporto con la famiglia: «“L’ambasciatore è l’unica persona di cui ci fidavamo, il nostro Stato non è stato in grado di proteggere mio zio”. Dagli effetti personali del giudice mi spedirono una penna. Ciò mi commosse profondamente», ha rievocato in un’intervista del giugno 1993 per The Association for Diplomatic Studies and training. Due giorni prima dell’attentatuni Falcone consumò un’ultima cena a Villa Taverna.

I cablogrammi rappresentano la soddisfazione americana per l’opera compiuta con la costruzione del valido impianto accusatorio del Maxiprocesso, accolto dalla corte di Palermo, e dell’esito delle sentenze. A fronte del risultato ottenuto non riuscirono a capire gli attacchi, le polemiche, le campagne degli ipergarantisti avversi alla cultura dei maxiprocessi, “tomba del diritto”, quando la creatura processuale di Falcone era un’esigenza dettata dalla struttura e dalla storia di Cosa Nostra.

L’Ambasciata seguì con la massima attenzione la fase di passaggio confusa dopo l’addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto. L’uomo, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, quando lasciò aveva una certezza. Falcone avrebbe dovuto guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo, invece dopo un decennio di lotta l’anomalia palermitana stava per essere accantonata dalla stagione della restaurazione, della normalizzazione giudiziaria. «Ho avanzato la mia candidatura ritenendo che questa fosse l’unica maniera per evitare la dispersione di un patrimonio prezioso di conoscenze e di professionalità che l’ufficio a cui appartengo aveva globalmente acquisito», scrisse Falcone.

Il 19 gennaio 1988 il Csm per quella carica indicò Antonino Meli. Questione d’anzianità, dissero.

«L’efficienza della giustizia, nel settore fondamentale, anzi vitale per il paese, della repressione della criminalità organizzata, deve alimentarsi della forza della intera compagine giudiziaria, vista come attivazione diffusa, volontà diffusa di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari livelli. Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio», dalle parole di Umberto Marconi, relatore in commissione, durante il Plenum del Csm nella seduta per la nomina di Meli.

Come si evince dal cablogramma del 3 agosto 1988, sopracitato, l’ambasciatore Maxwell Raab la pensava diversamente e vedeva mettere a rischio l’attività del pool: «Se il Comitato antimafia del Csm ha sostenuto Meli nel tentativo essenzialmente di abbandonare il metodo del pool per combattere la mafia, lo sforzo antimafia italiano potrebbe essere severamente danneggiato e gli interessi degli Stati Uniti potrebbero essere messi in pericolo». Sinisi sottolinea come l’Ambasciata avesse piena consapevolezza della necessità del pool: «Ha dimostrato di essere uno strumento di successo sia a fine di sicurezza dei magistrati sia come mezzo per una maggiore efficacia delle indagini. È difficile immaginare che i casi portati alla loro attenzione avrebbero potuto essere perseguiti».

Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, Paolo Borsellino lanciò il classico macigno nello stagno con due interviste detonanti: «Ci sono seri tentativi per smantellare definitivamente il pool antimafia. Stiamo tornando indietro come dieci, vent’anni fa. Adesso la filosofia è che tutti si devono occupare di tutto. Si perde inevitabilmente la visione del fenomeno spezzando in tronconi le inchieste. Dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esiste una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome». L’azione investigativa di Cassarà fu fondamento del Maxiprocesso. Con Falcone condivise la premessa dell’organizzazione unitaria e segreta di Cosa Nostra e che gli avvenimenti che ne segnavano la vita fossero rispondenti a una strategia unica.

Il 30 luglio 1988 giunsero le dimissioni, poi respinte, di Giovanni Falcone dall’Ufficio Istruzione. Ruppe il riserbo per reagire a quelle che definì “infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza”. A distinguersi sulla stampa Il Giornale di Sicilia e Il Giornale di Indro Montanelli. «Quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso sotto gli occhi di tutti», scrisse Falcone al Csm nella lettera di dimissioni.

L’Ambasciata preoccupata dal possibile venir meno di una collaborazione strategica sollecitò energicamente il Quirinale sulla questione, che aveva ormai invaso le sedi politiche e istituzionali. Il Presidente Cossiga chiese l’intervento del Csm ed esercitò una pressione irrituale sull’organo di autogoverno della magistratura, assumendo l’iniziativa di trasmissione alle Camere degli atti e della decisione del Comitato antimafia del Csm. Fra il 30 e il 31 luglio Meli, Borsellino e Falcone vennero ascoltati dal Csm e una trattativa serrata produsse il 2 agosto 1988 un documento del Comitato antimafia, in cui si raccolse l’input del Colle con un’inversione di marcia che ribadì i meriti e la centralità dell’esperienza del pool antimafia. Tuttavia il Csm lasciò irrisolti i nodi delle “disarmonie” riscontrate, “che debbono ritenersi certamente superabili nello spirito di fiduciosa collaborazione”, inviando a Palermo Vincenzo Rovello, capo degli ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia. In realtà non era un bisticcio togato. La parcellizzazione delle inchieste, la conseguente frantumazione dei processi, il criterio della competenza territoriale, negava il principio dell’unicità di Cosa Nostra. E a Washington non convinse la presunta pacificazione del Csm.

Qual è la genesi dell’interesse americano? Ce la racconta Carmine Russo, un superpoliziotto, un agente del Fbi. Nel giugno 1982 viaggiò per la prima volta direzione Palermo, per portare e scambiare personalmente informazioni con il giudice. Qualche mese più tardi a ottobre, presso l’accademia Fbi di Quantico, il secondo incontro, che Russo non esita a definire storico. Falcone e Chinnici volarono negli States per un summit lungo una settimana: «Falcone incitò tutti noi a una cooperazione diretta. C’erano fiducia reciproca e un comune modo di sentire». Rimasero colpiti dal carisma naturale che Giovanni esercitava e dai successi delle operazioni Pizza connection e Iron Tower. Judge Falcone had been our best contact with the italian relationship on prosecutorial and anti-mafia activities, sintetizzò nel 1993 Secchia.

Nelle pagine traspare lo sgomento statunitense per le estati dei veleni, il «disappunto per le rivalità personali e politiche e le piccole gelosie che infettano il sistema giudiziario italiano, incluso il Csm». Il cablogramma E70 – Confidential del 21 novembre 1989 fa riferimento all’esito davanti al Csm della sconcertante vicenda delle lettere anonime, che costituirono un pesantissimo attacco a Falcone. La costante delegittimazione di cui era oggetto era un problema per gli States.

«(…) Fino a oggi vi ha preso per i fondelli facendovi credere di essere un paladino dell’antimafia laddove si è rivelato uno squallido opportunista. Non indagherà più sul terzo livello (che d’altra parte non esiste), sulla connessione tra mafia e politici Dc. La ricompensa, preventivamente concordata, da parte dei socialisti e della Dc, è arrivata subito. La creazione da parte del ministro Vassalli del terzo posto di procuratore aggiunto a Palermo, destinato appunto a Falcone, creato repentinamente senza nemmeno chiedere il parere del Csm. Insomma Falcone si è venduto per un posto di procuratore aggiunto. Che squallore!», da una missiva del Corvo destinata al giornalista Pansa e al segretario del Pci Achille Occhetto, fine giugno 1989.

Nella valutazione dell’Ambasciata il procedimento e i provvedimenti in merito del Consiglio Superiore della Magistratura di trasferire contemporaneamente il presunto “corvo” Di Pisa e Ayala, vicino a Falcone, indebolivano de facto l’Ufficio Istruzione: «Un fattore può essere stato il risentimento di alcuni membri del Csm per il modo di operare aggressivo di Falcone, e per il suo essere trattato come una “star” dai media».

Esplicito in questo senso anche un cablogramma precedente. L’E65 – Confidential del 13 ottobre 1989 recita: «I giudici antimafia hanno speso più tempo attardandosi nel combattere fra loro che nel contrastare la mafia. Accuse senza fine e controaccuse hanno così intorbidito le acque che ogni significativa misura contro sospettati di mafia ha dovuto essere pretermessa». I diplomatici a stelle e strisce non si capacitavano di come il sistema Italia ostacolasse, denigrasse, all’apice della lotta la sua migliore risorsa contro la piaga del crimine organizzato. Lo assunsero come un problema interno alla stessa amministrazione americana.

Nei giorni del Corvo annotarono il rallentamento nel flusso di informazioni dalle fonti inquirenti italiane. Avvertirono i rischi di quel clima irrespirabile e definirono “a terra il morale di chi conduce indagini di criminalità organizzata. Dai cablogrammi e dalle opinioni espresse emerge una certa insofferenza, l’esternazione della volontà di un indurimento della repressione, della legislazione italiana contro la mafia. «Mafia people who were always one step ahead». E quando ciò si materializza: «I would like to think we had a lot to do with that». Gli americani apprezzavano la competenza e i risultati di Falcone nella gestione dei pentiti. Aveva il “gusto” e riusciva a entrare nella testa dell’interlocutore, quand’anche fosse un grande criminale. Inoltre vennero convinti dal suo livello di conoscenza del sistema giudiziario statunitense.

È significativo che tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. Quei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa, presa in affitto da Falcone, e il mare.

«(…) Quella volta capì che non si trattava delle solite maldicenze. Ebbe chiaro che la decisione di farlo fuori era stata presa e ad altissimo livello. Lo vidi come non lo avevo mai visto era teso come una corda, aveva i nervi a pezzi. Eppure non poteva rivolgersi a nessuno, non si fidava ed era costretto a riflettere da solo», sottolineò Maria Falcone.

Non sappiamo l’opinione degli americani su quelle che il giudice catalogò come le “menti raffinatissime” che avevano deciso la sua fine, poi attuata a Capaci. «Ciò non vuol dire che non se ne sia occupata ma più verosimilmente che il cablo con cui l’ambasciata Usa a Roma ne riferì è rimasto classificato e non è stato rilasciato; così come credo molti altri documenti che riguardavano Falcone, le cui vicende, viste dagli Usa, dopo oltre vent’anni, evidentemente debbono ancora rimanere segrete». Il cablo E54 – Confidential cita anche l’oscuro omicidio a Villagrazia di Carini dell’agente di polizia Nino Agostino e di sua moglie, Ida Castellucci, incinta di cinque mesi di una bambina. Un delitto sovente collegato con l’Addaura. Vincenzo Agostino, il padre, uomo coraggioso, la barba cresciuta in attesa di giustizia ancora non è riuscito a tagliarla. Con affetto Manfredi Borsellino gli ha chiesto di farlo. Lui è irremovibile insieme a quel simbolo del dolore.

Capaci

«Il suo assassinio venne avvertito come un attacco interno, una lesione e una minaccia allo sforzo che in quegli anni, e con successo, gli Stati Uniti stavano compiendo. Nella percezione dell’ambasciata statunitense a Roma nella storia d’Italia c’è un prima, e c’è un dopo la strage di Capaci», sostiene l’autore. Associarono la gravità della strage al delitto dirimente per le vicende repubblicane dell’Onorevole Aldo Moro. Nel mese di giugno la risoluzione 308 del Senato americano lo celebrò come un eroe nazionale. La morte di un guerriero. Qualificarono come inadeguate le precauzioni adottate per proteggerlo. Riportarono la rabbia popolare del funerale, segnalando la toccante e straziante preghiera di Rosaria Costa, vedova dell’agente di scorta Vito Schifani. E sul dopo non sembrarono nutrire particolare fiducia.

«(…) Non siamo certi di quale possa essere l’impatto della morte di Falcone sull’offensiva antimafia ma non abbiamo fiducia che si tradurrà in un significativo nuovo impegno in termini di risorse umane e materiali. Il grande rischio adesso è che nonostante la statura dell’uomo e l’impatto dell’accaduto, il tempo diminuirà l’urgenza e l’impeto di fornire alla magistratura e alla polizia quegli strumenti e quelle risorse di cui hanno bisogno. D’altronde non c’è nessun singolo individuo in Italia così pienamente e carismaticamente identificato con l’azione antimafia che possa prendere il suo posto o aggregare», leggiamo nel cablogramma E120 – Confidential del 26 maggio 1992, L’Italia il giorno dopo l’impatto dell’assassinio di Falcone.

L’Fbi contribuì alle indagini su Capaci, tra l’altro con le analisi forensi delle prove acquisite sui luoghi della strage: «Fu una delle prime occasioni in cui mettemmo a frutto le nostre conoscenze sul Dna per le investigazioni, coinvolgendo il nostro laboratorio di Washington che rivelò tutte le potenzialità che in seguito avrebbe espresso in moltissimi processi», ricorda Sessions.

Sinisi sfugge alla tentazione dell’aneddotica personale. Il loro rapporto lo restituisce bene il ricordo affidato a Francesco La Licata nel bellissimo Storia di Giovanni Falcone: «Mi colpì subito quell’uomo. Mi colpirono i suoi occhi mobilissimi, il suo sguardo leale e franco. Capii che mi trovavo di fronte una persona “difficile” ma estremamente ricca. Legammo immediatamente, ci trovammo d’accordo soprattutto sul programma che aveva accettato di portare avanti. Mi colpì la concretezza di quell’uomo: le cose di cui parlava diventavano realtà. (…) Diventammo inseparabili: anch’io ero solo a Roma. Per più di un anno abbiamo trascorso insieme circa quattordici ore al giorno. Era elettrizzato dalla nuova condizione: ricordo la sua faccia felice mentre appendeva i quadri. Non li aveva mai conosciuti questi piccoli piaceri. Lavorava come un matto. Era incredibile cosa potesse fare in un giorno».

A questo libro ha affidato invece un’istantanea: «Quel 23 maggio Giovanni mi aveva lasciato tante lettere e appunti in ufficio sulla scrivania, con su annotato parlarne, e le ore che ho passato, da solo e con le lacrime agli occhi, a guardare la sua firma e quelle annotazioni senza sapere che fare».

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«La mafia non può esistere, dove la giustizia per tutti è conquista, è coscienza collettiva» https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-mafia-non-puo-esistere-dove-la-giustizia-per-tutti-e-conquista-e-coscienza-collettiva/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-mafia-non-puo-esistere-dove-la-giustizia-per-tutti-e-conquista-e-coscienza-collettiva/#comments Tue, 14 Jul 2015 14:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27811 Pubblichiamo la terza e ultima parte del lungo ritratto di Pio La Torre. Qui la prima e la seconda parte.

Gerardo Chiaromonte era colpito dall'ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all'Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L'antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l'unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell'accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

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Pubblichiamo la terza e ultima parte del lungo ritratto di Pio La Torre. Qui la prima e la seconda parte.

Gerardo Chiaromonte era colpito dall’ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all’Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L’antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l’unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell’accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

La Torre ammirava molto le qualità investigative e l’umanità del capo di una vera squadra mobile, che a Palermo di questo si occupò. Stimava l’acutezza delle analisi e delle indagini di Giorgio Boris Giuliano, che giungevano fin dentro alle banche. Giuliano, appassionato di pallacanestro, chiese di essere trasferito a Palermo, indignato dall’efferatezza della strage di Ciaculli. Specializzatosi all’Accademia dell’Fbi, a Quantico, aveva esperienza internazionale. Leggeva molto, anch’egli con il dono della curiosità. Mappò il territorio con i pedinamenti estenuanti dei suoi uomini sulla strada senza ausili tecnologici. Senza computer creò un vasto archivio, formidabile, per schedare le famiglie mafiose, risalire ad alleanze e ostilità. Giuliano si mise in testa di risolvere i casi Francese e De Mauro. Lo freddarono il 21 luglio 1979, dieci giorni dopo Giorgio Ambrosoli. Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche è una testimonianza lucida, che La Torre articolò sulle pagine di Rinascita il 16 novembre 1979.

«(…) Emerge in maniera impressionante una estensione e un salto di qualità sia nel terrorismo politico, sia nell’attività della criminalità organizzata. Non commetteremo l’errore di appiattire l’analisi dei vari fenomeni riconducendoli ad uno schema unico. La criminalità organizzata sta compiendo un salto di qualità molto preoccupante perché ormai comincia chiaramente a mutuare sistemi, metodi, e anche taluni obiettivi del terrorismo politico. Accade così che le modalità di un omicidio mafioso seguano quelle caratteristiche del terrorismo politico e viceversa».

Giuliano con le proprie intuizioni seppe configurare lo scenario delle cointeressenze che superavano i confini isolani. Le strade conducono a Sindona, oggetto di numerose denunce di La Torre, alla P2 e alla mafia siculo americana. La Torre vedeva nella presenza dell’anticomunista Sindona in Sicilia nell’estate del 1979, il momento di raccordo tra la mafia siciliana, il mondo economico-finanziario e la mafia americana: «È provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l’assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l’assassinio di Piersanti Mattarella. I gangster siculo americani, che hanno accompagnato Sindona in Sicilia, hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di stampo anticomunista».

L’estate del ’69 è segnata dall’ingresso di La Torre a Botteghe Oscure, chiamato a Roma alla Commissione meridionale come vice di Amendola. Il partito fornì una casa in Via Panisperna. A Pio piaceva la Capitale, seppure non fosse uomo da salotti o da cenacoli per intellettuali.

«(…) Qualcuno della direzione del partito un giorno mi disse: “È un uomo rozzo”. E io mi incazzai. E dovendo discutere dell’ammissione in sezione di uno che era operaio dissi: “Ammettiamolo, benché operaio”. Di Pio non ho capito la sua intelligenza. Io non l’avevo capito quell’uomo. L’ho stimato, apprezzato, ma non l’avevo capito. Un’occasione persa di cui pentirsi», dice Andrea Camilleri in un passo illuminante della prefazione del libro Chi ha ucciso Pio La Torre?

Alla sua morte nell’unico conto corrente erano depositate poche decine di migliaia di lire. Al costume pubblico corrispondeva quello privato. Così bloccò la possibile assunzione del figlio al Formez, Centro studi della Cassa del Mezzogiorno. Enrico Berlinguer, che nell’isola non aveva avamposti elettorali, lo volle nella segreteria con Napolitano, Chiaromonte, Minucci e Natta, apprezzandone la lungimiranza e la praticità. La Torre non era uomo da sconti. Lo estromisero dalla Direzione. Si era opposto al prestito miliardario del Banco Ambrosiano, che avrebbe dovuto salvare Paese Sera dal crack.

Pressò il partito quando sottostimava e declassava a fatto di periferia l’intelligenza della violenza mafiosa. Appartenne alla destra del partito, vicino a Giorgio Napolitano, ma non fu uomo condizionabile dalle correnti. Lo schema destra-sinistra nel suo caso non funziona. «Quando doveva gridare, gridava anche col capo, anche perché non aveva bisogno di adulare per potersi fare avanti, perché è andato avanti con la sua onestà, il suo coraggio, la sua asprezza anche», ricorda Girolamo Scaturro nel libro di interviste curato da Giovanni Burgio.

E si distinse dalla concezione paternalistica del fenomeno mafioso come frutto avvelenato della miseria. La Torre non si stancò mai di classificarlo quale un fenomeno di classi dirigenti, delle indicibili alleanze transnazionali col mondo della finanza e della politica: «La compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro, che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico). I membri della mafia rappresentano una sezione niente affatto marginale delle classi dominanti, i cui interessi possono anche entrare in contraddizione, nello svolgimento dei fatti con aspetti dell’attività della mafia stessa». L’antimafia doveva dunque essere una questione economica, politica, sociale e culturale; un aspetto della più generale battaglia di risanamento democratico della società italiana.

Nel 1979 il Pci organizzò la prima conferenza sulla mafia. Un convegno importante al quale prese parte Rocco Chinnici. Il quadro legislativo antimafia palesava la propria inadeguatezza. La legge 31/5/1965 n. 565, che prevedeva il soggiorno obbligato dei criminali fuori dalle rispettive aree d’influenza, si rivelò controproducente, allargando il contagio mafioso. La legge 22/5/1975 n. 152, che all’articolo 22 ingiungeva la sospensione provvisoria dalla amministrazione di beni illecitamente accumulati, rimase inapplicata per la difficoltà di accertare le situazioni patrimoniali.

Alla fine di quell’anno tragico La Torre confidò all’amico giornalista Alfonso Madeo di avere in mente una legge, che rendesse reato la sola appartenenza a un’associazione a delinquere di stampo mafioso, consentisse indagini patrimoniali e l’obbligatoria confisca dei beni riconducibili agli illeciti  perpetrati. Dagli atti di un convegno internazionale, svoltosi a Messina nell’ottobre 1981, le parole dello stesso Chinnici danno il senso del grave ritardo, dell’insufficienza dell’articolo 416:

«(…) Non ignoriamo le difficoltà che insorgono ogni qualvolta si tenta di dar vita al delitto di associazione di tipo mafioso, come nuova o diversa ipotesi delittuosa rispetto all’associazione per delinquere prevista dal codice; poiché, però, la mafia esiste come realtà criminosa e criminogena, non può il legislatore non prenderne atto e creare una nuova figura di reato. La mafia è una realtà assai complessa, una associazione sempre e comunque più pericolosa dell’associazione per delinquere prevista dall’art. 416. Associazione strapotente, destabilizzante, con campo di azione in tutto il territorio della Nazione con collegamenti all’estero, non vediamo come la stessa possa ancora oggi essere considerata alla stregua di una qualsiasi e comune associazione per delinquere. È difficile rendersi conto del perché di tale incongruenza.

L’insuccesso nella lotta contro le associazioni mafiose va ricercato nella inadeguatezza dello strumento legislativo. La mafia ha mutuato metodi propri del terrorismo di diversa matrice. Si deve stabilire che la mafia non solo è associazione per delinquere, ma associazione certamente più pericolosa e diversa da quella prevista dall’art. 416 CP e che pertanto, essendo di per sé per la sua sola esistenza un pericolo per la collettività, deve essere colpita con apposita norma sanzionatoria, anche indipendentemente dalla prova diretta che gli associati mafiosi abbiano specificatamente programmato crimini. La proposta che intendiamo formulare è di introdurre nella nostra legislazione penale la figura autonoma del reato di associazione mafiosa».

In quell’occasione Chinnici fece intravedere l’istituzione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che oggi ancora arranca. All’epoca immaginò che i beni confiscati non potessero essere venduti o affidati a privati professionisti, in qualche maniera influenzabili, ma gestiti per esempio dall’Avvocatura dello Stato.

Nel frattempo, il 31 marzo 1980, Pio La Torre aveva già depositato alla Camera insieme ad altri firmatari la proposta di legge numero 1581, Norme di prevenzione e repressione del fenomeno mafioso e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo.

Quella che diverrà il primo serio strumento di lotta contro la mafia. Nell’esperienza di La Torre la separazione dei poteri statuali è stata sempre ben evidente, però i poteri distinti dovevano parlarsi. In nome di ciò costruì un dialogo produttivo con la magistratura più illuminata.

Per la stesura tecnica consultò due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che si resero disponibili a fornire le proprie competenze al fine di redigere un progetto di legge efficace. Il legame nell’interesse generale con Chinnici fu stretto. Tante idee in comune (pool antimafia, banca dati, etc), urgenze, lo sgomento proprio dell’onestà e la solitudine. A Palermo La Torre lavorò con lui per migliorare la norma sul sequestro dei beni ai mafiosi e su quello che diverrà nel codice penale, sull’onda emotiva dell’omicidio di Dalla Chiesa, la fattispecie di reato riconosciuta e descritta dall’articolo 416 bis:

«(…) L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri».

Già la prima fase dell’impegno parlamentare di La Torre si era caratterizzata dalla vivace partecipazione ai lavori della Commissione Antimafia. Istituita nel 1962, e rimasta in carica per quattordici anni, partorì un rapporto finale deludente. Di quella inchiesta sopravvive una mole di documenti significativi e la Relazione di minoranza che, come evidenziato in precedenza, ripercorre i legami tra mafia e politica, in particolare nella Dc, e porta anche la firma del deputato Cesare Terranova.

«La mafia non può esistere dove la giustizia per tutti è conquista, è costume, è coscienza collettiva», sosteneva il magistrato che trascorse due legislature in Parlamento. Nella sua ottica per dare un apporto concreto alla lotta contro la mafia, era indispensabile ripristinare la fiducia nelle istituzioni, cominciando dall’allontanamento dai posti di potere di coloro che siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia.

Uomo cordiale e colto, ottimo giocatore di bridge, che comunista non era. Alle elezioni del 7 maggio 1971, su invito di Emanuele Macaluso, si candidò e venne eletto come indipendente di sinistra nelle liste Pci. Un borghese intellettuale, in rivolta contro la concezione clientelare e mafiosesca del potere, alla quale non si rassegnava. In un’intervista all’Ora, sette mesi dopo l’elezione, esternò il disincanto romano: «(…) Il primo contatto con il Parlamento fu per me molto deludente. Avevo la sgradevole sensazione dell’inutilità. Un’impressione iniziale deludente che si prolunga sulla Commissione. Mi aspettavo un ritmo di lavoro piuttosto serrato, sollecito. Penso che questa commissione funziona da ben nove anni, ma non può dirsi che abbia se non in piccola parte corrisposto all’attesa dei cittadini. Si procede in modo dispersivo».

Venticinquenne, nell’aprile del 1946, era entrato in magistratura appena ritornato dalla guerra e dalla prigionia. Assegnato dal 1958 al Tribunale di Palermo presso l’ufficio dell’istruzione penale. Dal 1963 con lui un autista speciale, il maresciallo cosentino Lenin Mancuso: «(…) L’onestà in uno scambio comunicativo lo unì al giudice Terranova, suo grande amico e modello di operato sociale sempre per fini di giustizia. Per nostro padre il Giudice divenne presto un mito e lo colmò di un’ammirazione non comune», nel ricordo della famiglia Mancuso. Nel 1971 il trasferimento alla Procura della Repubblica a Marsala. Istruì con lavoro metodico i primi processi di mafia, dai “corleonesi” alla strage di Via Lazio, ricostruendone la struttura organica. Fece processare e condannare all’ergastolo Luciano Liggio, latitante fino al 1974, per associazione a delinquere e per  l’assassinio di Michele Navarra. «Paura? No. Nella peggiore delle ipotesi mi possono ammazzare. Sì, lo so che Liggio ce l’ha con me. È una vecchia storia: risale al tempo in cui lo feci arrestare. Lui mi ritiene responsabile esclusivo della sua fine. E in effetti è così», dichiarò a Il Giornale di Sicilia.

Rifuggiva l’etichetta di eroe. Renato Guttuso riecheggiò l’amore del giudice per la vita, le sue passioni per Tamerlano e Gengis Khan, lo spirito eroico che metteva nelle azioni più piccole.

In un’intervista a Diario, pochi giorni prima di essere ammazzato, Terranova preconizzò: «(…) La più grossa connotazione che io darei alla mafia oggi è quella degli appalti. L’appalto delle grandi opere pubbliche e quanto c’è dietro. L’argomento più interessante destinato a svilupparsi negli anni futuri». Lo uccisero il 25 settembre 1979, una volta lasciato il Parlamento, prima che potesse indossare ancora la toga all’Ufficio istruzione di Palermo. Si delineò come un vero e proprio omicidio preventivo, affinché non riversasse sulle indagini l’imponente documentazione e conoscenza sull’intreccio di collusioni maturata durante l’attività in Commissione.

«È certo comunque che si presenta ai nostri occhi un fenomeno nuovo che ha il carattere di una azione terroristica vera e propria e che porta lo stesso marchio in tutti e due i casi (Terranova e Giuliano). C’è poi un altro collegamento fra i due delitti, ed è rappresentato dal sempre saldo nesso fra mafia e potere politico. Nel caso di Boris Giuliano, il vicequestore stava indagando sulle incredibili fortune finanziarie di certi personaggi politici democristiani e sugli intrecci fra costoro e l’affare Sindona. (…) Qui intendo sottolineare che gli assassinii di Reina, Giuliano e Terranova hanno tutti e tre una matrice politica. Bisogna quindi cercare di individuare il gruppo politico mafioso che sta portando avanti quello che si configura come un vero e proprio disegno terroristico», La Torre a Il Mondo (26 ottobre 1979)

Berlinguer lo soprannominò un “siciliano all’estero”. La Torre da Roma non smise di seguire le vicende del partito a Palermo. Dopo l’impetuosa crescita, sancita dalla tornata elettorale del 1976 (dall’11% al 21% nell’isola), in Sicilia come nella Capitale si percepì la stanchezza dello slancio che aveva consentito al partito di ottenere il massimo storico. Dal ’79, quando alle politiche nel capoluogo il Pci ottenne il 16,86% dei voti mentre la Dc toccò il 47,91%, all’81 il Pci registrò numerose flessioni.

Pio sentì l’urgenza di tornare sul campo nella sua terra all’apice della violenza terroristica mafiosa. «Ero anche consapevole del fatto che mio padre avesse valutato il rischio e lo avesse ritenuto accettabile, in nome dell’obiettivo che voleva raggiungere. Non considerava il suo un atto di eroismo, ma una scelta politica, rispondente alla sua natura, perché questo era il suo modo di dare un senso alla sua vita», scrive Franco. Pio volle solo la scorta politica del partito e si ritrovò Rosario Di Salvo, amico e militante coraggioso, che condivise il martirio.

Con le dimissioni di Gianni Parisi dalla carica di segretario regionale, Giorgio Napolitano condusse le consultazioni fra i dirigenti. «Fui colpito e condizionato dalla straordinaria determinazione di Pio La Torre nel chiedere di poter tornare in Sicilia. Ero atteso da un Pio La Torre trepidante come se fosse alle prime armi, un ragazzo che era stato investito da compiti di direzione nazionale; era un parlamentare che aveva un peso, era nella Segreteria del suo partito, ma era trepidante in attesa di una decisione che lui, con tutte le sue forze, voleva fosse quella del ritorno a Segretario regionale», dice il presidente emerito della Repubblica.

Non mancarono i dissidi interni, non fu un passaggio indolore. C’era chi vedeva nel ritorno di La Torre un atto di conservazione della vecchia generazione. In realtà Pio era politicamente molto più giovane di tanti altri. Occorreva rifare il partito. Per dirla con Berlinguer: «In Sicilia devono cambiare tutti, anche noi comunisti». La Torre intese spazzare via le ombre del consociativismo siciliano. Andò in Sicilia a cambiare la linea del partito sulla Dc, per usare le parole di Aldo Tortorella.

Secondo Adriana Laudani ruppe i giochi alla parte che faceva politica intessendo buoni rapporti con la grande imprenditoria e le banche. L’esperienza dei governi di intesa e unità autonomista aveva straniato la base del partito, non interpellata dalle iniziative del vertice. La Torre verificò un ripiegamento verso il partito di opinione. Affrontò la questione dei Cavalieri di Catania, presupponendo un’ormai consolidata alleanza fra la mafia palermitana e il mondo economico della Sicilia orientale. Prese di petto nel suo stile l’opacità del mondo cooperativistico in odore di mafia con la tessera del Pci. Quattro giorni prima dell’omicidio all’Assemblea regionale approdò una proposta di legge di modifica del meccanismo di affidamento degli appalti sulla base delle indicazioni di La Torre. Come nella Relazione di minoranza attaccò il potere delle esattorie dei cugini Ignazio e Nino Salvo:

« (…) La Democrazia cristiana trapanese, infatti, è oggi in mano ad un gruppo di potere che è dominato dalla famiglia dei Salvo di Salemi, che, come è noto, controlla le famose esattorie comunali. II congresso provinciale della Democrazia cristiana trapanese, tenutosi nel 1972, è considerato il punto di arrivo della scalata data dal gruppo Salvo alla direzione della Democrazia cristiana di quella provincia. La chiave interpretativa fondamentale del rapporto tra gruppi mafiosi e potere politico negli ultimi dieci anni in provincia di Trapani va ricercata, infatti, nella scalata del gruppo Salvo. Con i Salvo debuttava un nuovo impegno imprenditoriale in prima persona, dinamico, dei gruppi mafiosi».

Erano anni in cui i Salvo, polmone finanziario delle fortune politiche e imprenditoriali da Palermo a Roma, ancora passeggiavano dentro all’Assemblea regionale siciliana e vigilavano sulla legge di bilancio, affinché persistessero le agevolazioni all’apparato esattoriale siciliano nell’esercizio distorto della legislazione tributaria da parte della Regione.

Appena insediato in segreteria, nel settembre del 1981, comprese quanto il rilancio potesse essere connesso a un movimento di massa, che aveva già superato la fase embrionale. La Torre trascinò il partito, gli tolse gli indugi, nella battaglia pacifista contro l’installazione dei missili Cruise della NATO a Comiso. La collocazione geopolitica della provincia di Ragusa, di fronte alle coste africane, era strategica, perché allargava a Sud il raggio di azione del Patto atlantico. Da Comiso sotto il tiro dei Cruise c’era l’intera Africa settentrionale e parte del Medio Oriente.

Il Centro Peppino Impastato aveva promosso il comitato “Sicilia per la pace”. Ma al movimento mancava un coordinamento. La Torre ne divenne la bandiera, un ponte fra l’estrema sinistra e i cattolici. Il figlio della Conca d’oro si era dotato degli strumenti culturali per non scindere l’emancipazione del popolo siciliano dallo scenario politico-strategico internazionale. Alleggerì, nella lezione di Berlinguer, il partito dalla logica dei blocchi contrapposti. Classificò la trasformazione della Sicilia in avamposto militare quale un favore alle mafie, in odore di affari. La base missilistica era nuda, non c’erano infrastrutture, andava costruito tutto. A Comiso il paesaggio agricolo desertico era stato ridisegnato dall’introduzione delle coltivazioni in serra. Serre che garantirono un’enorme ricchezza. La mafia è attratta dal benessere e dalla presenza episodica lì si passò al radicamento.

Dalla Chiesa ritenne credibile l’associazione mafia-missili fatta da La Torre, constatando la massiccia presenza delle famiglie mafiose palermitane in provincia di Ragusa.

«(…) Sulla Sicilia gravano, oggi, tre minacce: gli effetti della crisi economica, il dilagare della violenza criminale e mafiosa e il suo intrecciarsi col sistema di potere egemonizzato dalla Dc e, infine, la trasformazione dell’isola in avamposto dello scontro fra i blocchi militari contrapposti. Sorge pertanto l’interrogativo angoscioso: quale destino si intende riservare al popolo siciliano in un Mediterraneo già attraversato da tensioni e focolai di guerra estremamente pericolosi? La Sicilia rischia di diventare bersaglio di ritorsioni in uno scontro che va ben oltre i confini e la concezione difensiva del Patto atlantico ed è contrario agli interessi nazionali. Ecco perché in Sicilia, più che altrove, balza al primo posto la esigenza di dare vita a un grande movimento per il disarmo e per fare del Mediterraneo un mare di pace. Noi ci inseriamo nel grande movimento che si sta sviluppando in tutta l’Europa con l’obiettivo di arrivare attraverso il negoziato a ridurre (fino all’opzione zero) le basi missilistiche a Est e a Ovest», da Pace e autonomia, base del rilancio unitario, Rinascita, 4 dicembre 1981.

Negli anni Ottanta la Sicilia diventò un crocevia internazionale dei traffici di droga e armi. Il 12 dicembre 1979 la NATO ufficializzò l’installazione in Europa di 572 missili Cruise, in risposta al dispiegamento da parte dell’Unione Sovietica di missili SS-20 e Backfire nei paesi aderenti al Patto di Varsavia. Il 7 agosto del 1981 il governo italiano rese noto l’accordo con la NATO. Due mesi dopo Comiso si risvegliò con la marcia dei trentamila, preludio ai trecentomila della prima grande manifestazione nazionale a Roma. Il 4 aprile 1982 La Torre firmò la marcia dei centomila a Comiso. La petizione popolare, con la quale si chiedeva al governo di sospendere i lavori di costruzione della base, voluta da Pio raccolse un milione di firme.  L’avanguardia siciliana del pacifismo europeo fu un successo politico.

C’è un altro passo del sopracitato ricordo pubblico dei figli di Lenin Mancuso, perito insieme al giudice Terranova, che commuove per la precisione e l’asciuttezza: «A questo punto, seppur con grande amarezza, ci rendiamo conto, che nostro padre costituisse per i disonesti troppo pericolo. Comprensivo con i deboli, inflessibile con i potenti. Quanto fosse grande la sua sete di giustizia». O per dirla con Leonardo Sciascia, l’assassinio di Boris Giuliano aveva marcato una svolta: l’eliminazione era più forte del rumore suscitato da un delitto eccellente, poiché lasciava un vuoto incolmabile. «Questa catena di delitti nasce dal fatto che la caduta dello spirito pubblico investe le istituzioni, quando da esse non diparte, a tal punto che fra gli individui preposti a sorreggerle, che scelgono di sorreggerle, coloro che inflessibilmente e fino in fondo vogliono compiere il loro dovere restano come segnati, segnalati, come isolati».

È il lunedì della Pasqua 1982. Emanuele Macaluso prepara l’ultimo pranzo con Pio e Giuseppina.

«Arrivò un po’ prima del pranzo, e non mi ricordo se fu prima o dopo mangiato che facemmo una passeggiata sul Lungotevere. Io abitavo in centro. Facemmo una passeggiata e mi disse una cosa che poi riferii ai giudici. Mi disse: “Bada che ora tocca a noi. Devi avvertire che tocca a noi”. E io gli dissi: “Ma hai avuto minacce?”. “No! Il mio è un ragionamento politico”. Cioè dal modo come erano avvenuti i delitti, quello di Terranova soprattutto, e tutta la sequenza, aveva avuto la consapevolezza politica di un disegno», evoca il leader comunista.

Trenta aprile 1982. Una pistola e un fucile mitragliatore Thompson. Una Honda 650 e una Fiat Ritmo; la prima taglia la strada, la seconda si accosta. Ventidue bossoli, quattordici di produzione francese del 1956, otto della Federal Cartridge Corporation, esplosi da una distanza di circa 50-60 centimetri. Rosario Di Salvo reagisce, sparando cinque colpi con la sua rivoltella calibro 38, proprio come Lenin Mancuso. Pio La Torre giace lì con una gamba fuori dal finestrino, quale ultimo atto di resistenza. Alle 9 e 26 in via Generale Turba finì tutto. Per la prima volta nella storia della Repubblica era stato ammazzato un alto dirigente comunista.

Sul luogo del delitto piombarono Giovanni Falcone e Rocco Chinnici, che poi dirà: «Ucciso con modalità tipicamente mafiose, sarebbe stato eseguito in attuazione di un disegno criminoso maturato in ambienti nei quali mafia, terrorismo politico e grossi interessi finanziari ed economici si fondono, nell’intento di porre ostacoli a quei movimenti progressisti che propugnano la libertà dell’uomo dallo strapotere economico-finanziario che lo soffoca». Nei suoi ultimi appunti, La Torre definì il liberismo selvaggio come un’accumulazione violenta che si serviva di azioni sanguinarie. Liberismo selvaggio, nella cui ideologia rintracciava il terreno di coltura del dominio della mafia.

A Roma, a Botteghe Oscure, Berlinguer era in una riunione con gli operai dei cantieri navali di Palermo. Non poté trattenere la commozione. A Roma, a RadioBlu, squillò il telefono di servizio. Franco rispose e ringraziò. Il tempo di riappendere la cornetta ed entrare in quel luogo dove la memoria si mimetizza col dolore. La prima lacrima percorse il viso solo a Corso Calatafimi nella sede palermitana del Pci, davanti a quel corpo sfigurato. I capelli di Franco poi restarono sul cuscino.

Nell’omelia per il funerale di Giuliano, Salvatore Pappalardo citò il profeta Ezechiele: «Il Paese è pieno di assassini». Per poi aggiungere: «E di troppi mandanti e favoreggiatori che circolano alteri e sprezzanti». Il 12 gennaio del 2007 la Corte d’Assise di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze, che ha individuato gli autori materiali dell’omicidio. Fra i quali Giuseppe Greco, detto Scarpuzzedda, coinvolto in quasi tutti i delitti eccellenti a Palermo. Un soldato mica tanto semplice che sedeva nella Commissione e concorreva alle decisioni dell’organismo di vertice di Cosa Nostra. Scomparso nel 1985, il suo corpo non è mai rinvenuto. Le rivelazioni di un collaboratore di giustizia identificano i mandanti dell’omicidio nelle persone di Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

Il pentito Marino Mannoia ha messo a verbale che nella realizzazione dell’omicidio «la mafia aveva svolto solo un ruolo di manovalanza e che i veri mandanti erano da ricercare altrove» e che l’omicidio di La Torre sarebbe rimasto «uno dei più grandi misteri d’Italia». Nel quadro della sentenza l’impegno antimafia è il movente della condanna a morte. «Restano senza risposta i filoni di indagine che rimandano a convergenze di interessi più ampi, quelli tra politica ed economia, sia a livello nazionale sia internazionale, e quelli riguardanti geopolitica, politiche di sicurezza e difesa, toccati dall’ultima battaglia pacifista contro l’installazione dei missili», conclude Franco.

«Nei giorni successivi l’omicidio, sognavo mio padre. Mi parve, anche, di vederlo». Oggi Pio La Torre lo possiamo sognare vivo nei luoghi di frontiera, dove ha sempre osservato il dettato costituzionale e tutelato la democrazia italiana. Lo possiamo immaginare vivo sui beni confiscati alle mafie e riutilizzati con finalità sociali. Lì a difendere col suo sorriso e l’energia inesauribile l’unico riscatto possibile.

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Pio La Torre è stato una storia diversa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/#comments Wed, 08 Jul 2015 09:53:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27715 Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l'archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell'agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(...) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l'orazione funebre.

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Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l’archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell’agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(…) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l’orazione funebre.

Il 2 maggio 1982 a Palermo, in piazza Politeama, centomila persone tennero la rabbia, le lacrime e i pugni fuori dalle tasche. La Banda di Altofonte fece risuonare le note dell’Inno dei lavoratori e dell’Internazionale. La medesima colonna sonora del matrimonio con rito civile che, il 29 ottobre del 1949 al Municipio di Palermo, celebrò l’unione con Giuseppina Zacco. Sandro Pertini con la voce rotta dell’emozione accarezzò il viso di quella donna coraggiosa, sempre e per sempre al fianco di un uomo che amava la libertà. In quel giorno di lutto e di lotta, senza vessilli della Democrazia cristiana, sfilò anche Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica. Una fotografia ritrae una signora dei vicoli stretti. Sotto a un balcone con le lenzuola stese, s’inginocchia con le mani giunte e piange senza consolazione. Con il caschetto da lavoro in testa c’erano i minatori di Pasquasia. Issarono sulle spalle il feretro e scortarono i carri funebri. Fu sincera la commozione popolare per quelle due vite spese al solo fine della giustizia sociale.

Nell’agguato del 30 aprile del 1982 Franco La Torre perse il padre, non ancora cinquantacinquenne. Sceglie con cura le parole, quando lo rievoca, avvertendo il peso di un’eredità preziosa, al confine tra pubblico e privato. È la memoria diretta di una storia bella. Negli anni ha gestito e se possibile rieducato il dolore, i suoi segni, anche mediante l’impegno nell’associazione Libera. Dopo un tempo lungo e faticoso ha varcato la soglia di una riservatezza pudica, che accomuna migliaia di parenti delle vittime innocenti delle mafie, per scrivere Sulle ginocchia, Pio La Torre una storia (Melampo, 204 pagine, 15 euro). La narrazione si muove da uno scatto in bianco e in nero: il padre tiene in braccio il figlio. La prima immagine insieme. Appaiono felici e sorridenti all’inaugurazione di una sede del Pci. «Nella nostra casa palermitana mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe per raccontare storie concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie. Di solito il protagonista, che aveva subito una prevaricazione o era stato vittima di un’ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l’arroganza del più forte», annota.

La vicenda di Pio suggerisce una riflessione su almeno quattro temi di attualità stringente: la sorte dei corpi intermedi (su tutti partito e sindacato), sui quali lui confidò e ai quali affidò il riscatto dalla subalternità delle proprie origini umili; l’elaborazione politica che si fa corpo e non può prescindere dalla lotta; l’antimafia tradita e il principio di diversità del partito, che nella sua interpretazione equivaleva pure a guardarsi dentro con onestà. Il testo invita ad approfondire tre architravi  dell’attività di La Torre: il movimento contadino, la sponda fra Roma e Palermo nella fase del Compromesso storico, il retaggio legislativo antimafia.

Il libro pone interrogativi al Partito Democratico, che rivendica l’appartenenza alla storia di La Torre. «(…) Riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall’omicidio, quella parte politica non ha fatto buon uso del lascito. Il Pci nelle sue evoluzioni è andato indebolendo il fattore genetico antimafia», ammonisce l’autore. Nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte i democratici si accontentarono dell’intitolazione della sala dibattiti all’ex Festa dell’Unità nazionale. «(…) Il motivo sono i soldi. Quest’anno il bilancio della festa è ridotto all’osso e non si farà niente di particolare, tranne i dibattiti. Pensa che non si farà neanche quanto era stato deciso di dedicare a Nilde Iotti, che a Reggio Emilia era nata!», risposero con aria desolata a Franco La Torre, che aveva stilato un programma di commemorazione e rilancio di un patrimonio ideale.

Un foglio conserva un ritratto, appassionato e ricco di sgrammaticature meravigliose, dal quale è giusto iniziare. Lo scrisse e lesse l’allora ottantenne Rosolino Cottone, qualcosa di più e diverso da una guardia del corpo di Li Causi e poi di La Torre. Il suo nome di battaglia sull’Appennino tosco-emiliano era Esempio, in quanto partigiano dalla condotta esemplare. Guidò la trentunesima Brigata Garibaldi, in prima fila all’ingresso a Parma, liberata. Poi fu un militante instancabile, della vecchia scuola, pilastro del Pci palermitano.

«(…) Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l’arma non me la vedevano mai. Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente.

La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù. In casa La Torre dice a Di Salvo: “Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni”. Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in Federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla: “Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo”. “Ma cosa dici?”, urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.

Era un bravissimo compagno, duro e forte. Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C’erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno. Allora La Torre mi dice a me: “Comandante ma pecchè sono accussì poco?”, così mi parlava, e io gli faccio: “Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?”, ci faccio a lui. Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare».

Pio La Torre, a proprio agio fra gli agrumeti, amava stropicciarsi le mani con le foglie di limone. Aveva un legame irrisolvibile con la terra e i suoi profumi. Finanche nelle espressioni e nella cadenza condensava la fatica della sua lavorazione. Non dimenticò mai le condizioni patite dai braccianti. Vincenzo Consolo lo definì l’orgoglio della Sicilia: «(…) Abbiamo citato le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita per il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino».

Angela Melucci, figlia di pastori e contadini lucani, cullò in grembo un seme fecondo e ribelle. Ad Altarello di Baida non c’è mai stato nulla di agevole. La luce elettrica illuminò la borgata solo nel 1935 e per l’acqua occorreva risalire alla fonte. La famiglia abitava un casolare spoglio e viveva di un’agricoltura di sussistenza. Si accorsero però presto che Pio, classe 1927, era un’altra storia. Impose al padre il proprio diritto allo studio, perché era certo che il destino di subalternità, con la schiena curvata su un appezzamento di terra scadente, non fosse ineluttabile. Cambiò il destino con la passione per lo studio e il dono della curiosità. Nella nota autobiografica, a margine della tesi La classe operaia e la questione siciliana, discussa il 25 ottobre 1954 a conclusione della scuola di partito, omaggiò così Angela: «(…) Mia madre era analfabeta e si pose il problema di istruire i figli facendo di ciò l’obiettivo primo della sua esistenza, sacrificata a questo scopo».

La sveglia suonava alle 4 per pulire la stalla, prima di recarsi a scuola. Ad Altarello era l’unico figlio di contadini ad accedere all’istruzione pubblica. Ripagò con la dedizione fino alla laurea in Scienze Politiche. Il fratello Filippo nelle lettere dal fronte si premurava: «(…) Pio sta studiando? Mamma, papà, mi raccomando non fatelo lavorare in campagna. Lui deve studiare. Il suo futuro sono i libri».

Dopo l’avviamento, promosso con il massimo dei voti, si iscrisse all’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III. «Nei primi anni a scuola riuscirono a inculcarmi gli ideali del fascismo. “Il fascismo darà al popolo la vera giustizia sociale”, dicevano. A sedici anni mi trovai in uno stato di disillusione». Ricercò un partito che “avesse per programma di trasformare la società”, di creare “una vera giustizia sociale”. Lì il fiore di campo germogliò la coscienza politica. Franco Scaglione, professore di lettere e filosofia, assistette alla scoperta, perché la sua arte dell’insegnamento era piena di idee. Antifascista e marxista assecondò la sua sete di conoscenza, aprendogli la biblioteca di casa. Lo sostenne nella doppia maturità: quella tecnica e quella scientifica da privatista.

«(…) La Torre partiva dalle cose per arrivare alle idee. Quindi l’esperienza di natura sociale è basilare nella sua formazione. Non era il tipo competitivo, era un tipo collaborativo. La sua intelligenza lo portava alla centralizzazione del nucleo problematico. E il problema non è individuale ma di classe. Partecipa alla realizzazione del piano educativo senza rinunciare mai alla propria originalità. La Torre resta sempre un logico, un ragazzo riflessivo fortemente impegnato nel suo rapporto con il reale. Si preoccupa soprattutto di osservare se gli uomini siano oppressi o in qualche modo alienati. È estraneo alla neutralità, all’indifferenza. Per lui la liberazione era un valore da realizzare e per il quale combattere», appuntò Scaglione.

Diciotto anni da compiere e due orizzonti di senso: l’Università, facoltà d’Ingegneria, e il partito. Il primo contatto con la cellula universitaria di Palermo, poi, a fine novembre 1945, si tesserò nella combattiva sezione del Pci Francesco Lo Sardo. «D’istinto ad identificare le mie aspirazioni con il programma del Pci». Li stupì quel ragazzino dallo sguardo profondo: settecento copie dell’Unità vendute in una giornata. Gli spiegava già l’intensità necessaria per contrastare la mafia e la povertà vissuta sulla propria pelle: «Ho detto alle persone che li difendiamo dalle prepotenze dello Stato, della mafia e dei grandi proprietari terrieri. E loro si sono fidati». Percepì il fare politica come il mestiere più bello, perché poteva occuparsi dei problemi nell’interesse generale. «Per essere comunista ci vuole l’anima», diceva. E il partito di massa, in una dimensione avvolgente, fu il suo strumento di emancipazione. Non si privò tuttavia dello spirito critico, con la sua visione politica ideale radicata nella realtà.

Nel luglio 1949 Pio è già membro del Consiglio Federale del Pci. In piazza a Corleone, dove da poco erano stati ritrovati resti di Placido Rizzotto, interruppe il proprio comizio sulla matrice della strage del primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. Aveva intravisto giù dal palco un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Andò a stringergli la mano, ringraziandolo per aver arrestato gli assassini di Rizzotto. Qualche anno più tardi, La Torre reclamò in una lettera al Presidente del consiglio Spadolini l’invio immediato con pieni poteri di Dalla Chiesa a Palermo. Come noto, evasero la richiesta dopo la mattanza del 30 aprile 1982: «Dalla Chiesa prenda il primo volo per Punta Raisi». I poteri però restarono a Roma. L’indomani del duplice omicidio in Via Generale Turba l’occhiello de Il Giornale predì: «Un avvertimento al Prefetto Dalla Chiesa?» Dieci giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre, n.646/1982, che introdusse nel codice penale la fattispecie di reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, la cui genesi approfondiremo più avanti.

Portella della Ginestra rappresenta il primo snodo chiave di questa vicenda repubblicana. Nei pressi della Piana degli albanesi, gli undici morti, fra i quali due bambini e una donna incinta, e i ventisette feriti in un giorno di festa furono un atto politico reazionario, avverso all’anelito di redenzione e affrancamento dal sottosviluppo delle masse diseredate siciliane. In Sicilia alle elezioni del 20 aprile 1947 era accaduto un fatto nuovo: la sinistra, socialisti e comunisti uniti nel Blocco del popolo, aveva vinto, superando la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Nel giugno 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò alla vedova Zacco quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e La Torre.

Nei quartieri durante il volantinaggio provarono a convincere La Torre che la mafia fosse un’entità intangibile: «Siete dei pazzi a pagare il pizzo, diventeranno più forti. Questa gente non merita rispetto, ci stanno rovinando», gli replicava. Il novizio sapeva parlare in italiano e in dialetto. Le sezioni andavano aperte in borgata, e lui ne aprì tre nella natia Altarello, a Boccadifalco e Chiavelli. Un affronto a Salvatore Cappellano, capomafia di Altarello. Tentarono di isolarlo, innanzitutto dal nucleo familiare. L’incendio intimidatorio della stalla di famiglia provocò l’addio alla casa paterna: «È arrivato il momento di alzare la testa. Domattina faccio le valigie e vado via».

Lo accolse Pancrazio De Pasquale, giovane segretario della federazione Pci di Palermo, con il quale spartì una stanza e l’intesa politica che fu lunghissima e proficua. Le qualità organizzative contraddistinsero subito il suo agire. Lo coinvolsero nell’organizzazione dei comizi per le elezioni regionali e amministrative del 1946 e del 1947. Nel gennaio 1947 si presentò in via Montevergini, nella sede della Federterra, esprimendo, con la chiarezza e la determinazione che gli erano proprie, l’urgenza di un miglior coordinamento sindacale dei braccianti. Le sezioni comuniste, quanto le sedi delle Camere del lavoro, erano nel mirino. Rizzotto fu il trentacinquesimo sindacalista assassinato, alla vigilia del voto che nell’aprile 1948 richiamò alle urne il 92.23% degli aventi diritto, circa 27 milioni di italiani.

Nel saggio esaustivo Quindici anni di lotte contadine Antonino Sorgi evidenzia le paure di quelli che catalogò come gli “esponenti dell’industria del delitto”:

«(…) Non sfuggiva loro come la sola minaccia alla sopravvivenza dei loro metodi non venisse tanto dall’azione della polizia, quanto dall’azione dei contadini e dal diffondersi in campagna degli organismi sindacali, i quali con la forza del numero e dell’organizzazione avrebbero potuto radicalmente rovesciare il rapporto di forza. L’ideale del capomafia di un centro agricolo era di non avere nel proprio paese sezioni dei partiti di sinistra e sindacati o vederli diretti e controllati da uomini di fiducia».

Giuseppina Zacco, un amore a prima vista, intuì tutto fin dal viaggio di nozze a Capri. «Dobbiamo tornare in Sicilia. Dopo la strage di Melissa è stato deciso di anticipare il tempo dell’occupazione delle terre». In provincia di Crotone la polizia aveva aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendo tre contadini e ferendone quindici. Si erano incontrati in Federazione. In una mattina come le altre Giuseppina sarebbe dovuta andare al circolo del tennis, invece optò per la tessera del Pci. «Almeno hai letto L’emancipazione della donna di Lenin?», le chiese Pio in sezione. Bella, elegante, di estrazione nobiliare, allevata da tate tedesche, decise di sposare l’uomo, condividendone le tensioni morali e le battaglie. «Non era raro che dormissimo sulla paglia nella stalla. Poco più che ventenni venivamo lasciati nei paesi, dove avremmo organizzato con i contadini le manifestazioni, spostandoci a piedi o con i mezzi disponibili in loco». Gli occhi di Don Luigi Ciotti si fanno lucidi, quando rimembra lo strenuo impegno di Giuseppina.

Nel giugno 1949 il Pci e la CGIL dopo l’omicidio di Rizzotto affidarono a Pio la Camera del lavoro di Corleone. Quella era una zona strategica. La prima ondata di occupazione di massa dei feudi era avvenuta nell’autunno del 1945. Tra il 1921 e il 1926 gli iscritti al Pci siciliano erano scesi da 776 a 530. Tra il 1944 e il ’45 li vide quasi triplicare fino a quota 80mila. Togliatti aveva scelto Girolamo Li Causi per la guida di un partito giovane, che avanzava la questione del governo.

Lo slogan «La terra a tutti» non era populistico. Si sostanziò in un’organizzazione con un obiettivo politico a medio termine. Colpire il latifondo e spingere per una politica economica differente. Un censimento del 1936 rilevò che all’epoca i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano terra o erano contadini poveri. Il 13 novembre 1949 un gruppo dirigente giovane dispiegò un’azione vigorosa per ampiezza con l’occupazione non simbolica, non frutto di spontaneismo, di diecimila ettari nei feudi di dodici Comuni della provincia di Palermo.

A Corleone confluirono i cortei e piantarono il grano in circa tremila ettari. A Palermo i contadini invasero piazza Politeama, smuovendo i rapporti di forza politici. Nel biennio ’49-’50 la lotta per la riforma agraria alimentò l’essenza di un movimento, che andò oltre l’effettivo successo temporaneo delle occupazioni delle terre incolte o mal coltivate con l’assegnazione in parti uguali ai contadini che ne avessero bisogno. Dal ’49 al ’50 i tesseramenti crebbero del 250% nei comuni del corleonese, dove La Torre agì con efficacia, supplendo a qualche indecisione del partito.

Nella prefazione della significativa riflessione di La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Rosario Villari fissa alcuni punti. Innanzitutto quell’esperienza fu d’ispirazione democratica e riformatrice. Da lì prese l’avvio la costruzione di una struttura politica e associativa moderna, basata sui partiti nazionali e non più su formazioni personalistiche e autonome locali. La gestazione del Pci in Sicilia è riconducibile soprattutto a quel grande movimento. Lo storico, che visse quella stagione di lotte in Calabria, riconosce a La Torre:

«(…) la consapevolezza dei limiti della tradizione di passività e assenza politica che pesava sul Mezzogiorno. Era in grado di cogliere il significato più profondo degli avvenimenti a cui partecipava, di valutare la forza che erano destinate ad acquistare le aspirazioni contadine una volta valorizzate dall’organizzazione e dall’elaborazione di un programma politico».

La Torre nel contesto della Federterra costituì una novità detonante. Interpretò il sindacato come un’organizzazione unitaria anticorporativa. All’azione sindacale seppe sempre dare un’impostazione generale politica. Non fu mai un contrattualista, ma sapeva tradurre i temi politici nella rivendicazione delle esigenze primarie. Si portò appresso l’arte della mediazione, fino alle più alte cariche sindacali di segretario della Camera del Lavoro di Palermo (1952) e segretario regionale della CGIL (1956).

La breccia era stata aperta da Fausto Gullo, un comunista, ministro dell’agricoltura nel secondo governo Badoglio. Nell’ottobre 1944 varò due decreti per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, ovviando alla necessità di un aumento della produzione di grano, e per il miglioramento della ripartizione dei prodotti della mezzadria impropria a favore dei contadini lavoratori, con potenziali effetti positivi sui redditi. Tali provvedimenti si scontrarono con il potere del gabellotto mafioso, l’intermediario che prendeva in affitto la terra dei grandi agrari assenteisti per poi darla in subconcessione, a condizioni strozzinesche a mezzadri e coloni.

«(…) Si mobilitano i sindaci mafiosi, insediati dagli americani nel 1943: a Villalba Don Calò Vizzini, a Palermo Don Lucio Tasca (capo degli agrari). I gabellotti possono contare sulla protezione di larga parte dell’apparato statale, dei marescialli dei Carabinieri, e fino all’Alto Commissario Aldisio che porta avanti una linea politica tendente alla riorganizzazione del blocco conservatore in Sicilia, all’insegna dello scudo crociato. I decreti Gullo vengono sabotati in maniera frontale in Sicilia. Essi vengono definiti un cavallo di Troia del Partito comunista, come fatto estraneo alla Sicilia», rammentò La Torre in Lotte agrarie in Sicilia dal 1944 al ’55, apparso nel giugno 1973 sui Quaderni siciliani.

La repressione fu violenta per mano del banditismo e di quello che La Torre soprannominò il triangolo Scelba (Ministro dell’Interno), Restivo (Presidente della Regione) e Vicari (Prefetto di Palermo): «Pronti a scatenare la reazione contro un movimento ormai ampio nel ’49-’50». Epifanio Leonardo Li Puma, Calogero Cangelosi e i braccianti ignoti caduti lui non se li è mai dimenticati. Non si dimenticò del manifestante Salvatore Catalano, ferito alla spina dorsale e reso invalido da una pallottola vagante sparata dalle forze dell’ordine. Il 10 marzo del 1950, a Bisacquino, centro agricolo della provincia di Palermo, dove vi era il feudo di Santa Maria del Bosco, gli presentarono il conto. «Togliete quello sconcio di bandiere!», intimarono i Carabinieri. Loro, i contadini, si erano messi in testa di occupare la speranza abbandonata all’erosione: un’estensione immensa non coltivata, pari a 200mila ettari, di proprietà della famiglia Inglese. Alla testa di un corteo, lungo cinque chilometri, composto in gran parte da donne, c’era La Torre. Dopo aver contenuto la reazione dei contadini all’aggressione dell’autorità in divisa, patì la beffa in un arresto indiscriminato di centosessanta manifestanti.

La cella dell’Ucciardone si spalancò con l’accusa di un tenente di polizia per tentato omicidio. Dietro le sbarre la paradossale compagnia di Gaspare Pisciotta, membro della banda di Salvatore Giuliano, la manovalanza criminale di Portella della Ginestra. Frazionismo fu invece il capo d’imputazione del partito, che avviò un procedimento quantomeno singolare. Tra il 17 e il 18 novembre 1950 si riunì il Comitato Regionale del Pci in seguito all’inchiesta svolta dal funzionario Armando Fedeli, affiancato a Li Causi da Roma. Destituirono De Pasquale dalla carica di segretario della federazione di Palermo e abbandonarono La Torre alla detenzione. Puniti per le fughe in avanti. La Torre in Comunisti e movimento contadino in Sicilia pubblicò, destando scalpore, i verbali riservati di quella discussione perorata dalla relazione di Pietro Secchia.

 

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Là fuori il ciclo della vita non si fermò. Giuseppina diede alla luce il primogenito Filippo, mentre De Gasperi annunciava la riforma agraria. Il 27 dicembre del ’50 l’Ars votò la legge “Milazzo” n. 104 di riforma agraria, che prevedeva l’esproprio delle proprietà terriere superiori ai duecento ettari e la loro ripartizione in lotti ai contadini aventi diritto. Una legge tormentata, la cui applicazione si arenò per quattro anni al Tribunale di Palermo, con gli agrari ad approfittare dello stallo per vendere a prezzi altissimi le proprie terre. Tuttavia il risultato di lotte durissime fu tangibile. Oltre all’introduzione dei principi della limitazione permanente della proprietà e dell’obbligo di buona coltivazione della terra, si decompose il paesaggio latifondista. Una doppia gioia per La Torre, testimoniata dalle lettere sfuggite alla censura carceraria.

Paolo Bufalini fu l’uomo della provvidenza. Dov’era finita la solidarietà per i compagni in galera? Il dirigente, appena giunto a Palermo in qualità di vicesegretario regionale, promosse su sollecitazione del dottor Zacco un comitato d’opinione influente. Il nuovo collegio difensivo con l’avvocato Varvaro mostrò l’infondatezza delle accuse formulate dagli esponenti delle forze dell’ordine e il 23 agosto 1951:

«La Corte dichiara di non doversi procedere nei confronti di La Torre Pio in ordine al delitto di lesione in offesa del tenente Caserta, perché l’azione penale non poteva essere iniziata per difetto di querela».

Bufalini, intellettuale finissimo e latinista d’eccezione, con i fatti gli manifestò la solidarietà del partito. Lo candidò al Consiglio comunale di Palermo. Nella lista Garibaldi spiccava il cognome La Torre, che il 25 maggio 1952 venne eletto con 6922 voti di preferenza: «La candidatura mi permetterà di continuare la lotta alla mafia e alla corruzione, sempre al fianco delle persone per cui mi sono battuto: gente comune, contadini, operai e braccianti». Un capitolo del programma elettorale della lista Garibaldi era riservato alle disfunzionalità dei “Servizi pubblici”, che denunciò senza tregua.

Per i servizi segreti italiani il venticinquenne neo consigliere comunale, che voleva sconfiggere la mafia, era un “sospetto”, una potenziale spia. Il 22 luglio 1952, in concomitanza con l’elezione, il Centro di Controspionaggio propose di classificare La Torre, fascicolo 502/M, fra «gli agenti “sospetti” a favore di organizzazione politica asservita agli interessi dell’URSS. Sette giorni dopo l’ufficio D approva». Interruppero il flusso delle informative una settimana prima dell’omicidio con una parentesi misteriosa aperta nel 1976, quando i servizi segreti lo giudicarono non più d’interesse ai fini istituzionali. Da quel momento trasferirono la sua posizione a un organo di sorveglianza in nessun modo verificabile.

La leadership di La Torre emergeva senza egocentrismi ed era riconosciuta. Diede la propria esistenza per il partito. Dentro alle istituzioni non smarrì mai la centralità del confronto con militanti, lavoratori e giovani. Dalla qualità dialogica misurava la vitalità delle organizzazioni di riferimento. Non aveva una concezione esclusiva del Pci, quale partito solo della classe operaia. L’elaborazione della linea politica non poteva essere slegata dalla capacità di suscitare adeguati movimenti di massa attorno a obiettivi che di quella politica fossero coerente espressione. Ne andava del radicamento del partito nella società, guai alla concezione verticistica e dirigenziale. L’unità del partito era un bene non barattabile, dunque rifuggiva le rotture senza tuttavia astenersi dalle battaglie interne, anche dopo sconfitte brucianti. Nel 1967 nel giro di quarantotto ore fu deposto da Longo dalla carica di segretario regionale, per una flessione pari a 15mila voti alle Regionali.

Si pose in ascolto, attento alle trasformazioni e alle istanze della società, con l’urgenza di sintesi politiche di largo respiro. Contrario agli astrattismi ed estremismi criticò certe forme di rivolta velleitarie. Una vita all’opposizione senza cullare mai il minoritarismo di rendita. Nella mentalità del partito togliattiano doveva conseguire risultati concreti, dunque riteneva imprescindibile il dialogo con le altre forze democratiche per soluzioni nell’interesse delle grandi masse. Fare pressione sulla parte migliore degli avversari è una strategia ricorrente. «(…) Abbiamo sottolineato giustamente che era superata la concezione totalizzante del partito. Ma ciò non comporta la frantumazione in mille rivoli della nostra presenza e l’arrendersi allo spontaneismo. Si richiede, invece, una capacità di coordinamento e di sintesi politica a un livello superiore. Nasce da questa difficoltà la crisi in molte nostre sezioni. È di fronte a queste difficoltà che assume rilievo la tentazione a regredire nel partito di opinione», scrisse su Rinascita a trent’anni dall’elezione a consigliere comunale, prefigurando la deriva del partito liquido.

Fecero sparire dagli archivi comunali i testi dei suoi interventi, ma è forte l’eco dei suoi contro pronunciati con l’inconfondibile cadenza palermitana.

«(…) Al vertice di questo sistema di potere a Palermo, da venti anni, si è insediato l’attuale ministro della marina mercantile onorevole Giovanni Gioia. (…) Organizzò la confluenza nel suo partito delle cosche mafiose ex monarchiche, liberali e qualunquiste. Quell’impianto non è stato ancora debellato. Che il sistema di potere mafioso a Palermo conduca all’onorevole Gioia è dimostrato da tutta la documentazione in possesso della Commissione», argomentò nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia del 1976.

Nella sala consiliare si scontrò con gli amministratori, che svendettero il bene comune alla speculazione edilizia, alla mala gestione del ciclo dei rifiuti, alla dissipazione e privatizzazione delle risorse idriche. La mafia entrò negli affari regionali proprio attraverso le dighe. Gli appalti per tali infrastrutture erano visti come una grande occasione per alimentare una fitta rete di interessi clientelari e mafiosi. Miliardi spesi per l’acquisto di acque private, lasciando la rendita ai padroni dei pozzi. Alla fine del ’76, a fronte di un potenziale di acqua utilizzabile, dalla falda più profonda, di 7 miliardi di mc, le disponibilità per uso potabile erano pari a 350 milioni, 1.076 milioni per uso irriguo e 133 per industriale.

Le denunce delle malsane cointeressenze fra gli assessorati, gli uffici tecnici comunali e la ristretta cricca di ditte appaltatrici furono puntuali e circostanziate. Fa impressione rileggere la durissima requisitoria sulle inadempienze della ditta del conte Romolo Vaselli, che calpestava il capitolato d’appalto, mentre la città soffocava nella sporcizia. I banchi dei mercati ortofrutticolo e ittico, assegnati a personaggi mafiosi alle dipendenze del sindaco e dell’amministrazione comunale, erano oggetto costante dei suoi interventi. Per la licenza di una pompa di benzina deve intercedere il boss, Salvatore La Barbera: «Il sindaco (Lima) è una cosa mia, lei avrà quello che desidera e poi avrà a vedere con me». A Palermo la manutenzione stradale e quella fognaria doveva avere costi esorbitanti, il doppio che altrove in Italia, per soddisfare il sistema dell’impresa della famiglia del conte Arturo Cassina, che dettò legge per trentasei anni.

La Relazione di minoranza della Commissione antimafia offre uno squarcio documentato del dissesto amministrativo, corruttivo, degli anni trascorsi da La Torre a Palazzo delle Aquile.

«(…) Si è verificato, ininterrottamente, alla scadenza del contratto, che il Consiglio comunale sia stato messo di fronte al fatto compiuto del rinnovo automatico dell’appalto alla ditta Cassina. E ciò nonostante le vivaci proteste dell’opposizione di sinistra. Il Cassina, infatti, ha legami ben saldi a destra. Il servizio di manutenzione delle strade a Palermo è stato gestito dall’impresa Cassina in maniera indecente. Il Cassina ha sempre dato in subappalto, a piccoli mafiosi dei vari rioni, i lavori da eseguire. (…) Il sequestro del figlio di Cassina, ingegner Luciano, come quello del figlio di Vassallo, si spiega proprio nell’ambito dello scontro fra cosche mafiose».

La speculazione edilizia è il motore dello sviluppo parassitario basato sulla rottura città-campagna, di cui le banche furono l’altro asse portante. In Sicilia, nel periodo 1952-’75, la diffusione della rete operativa delle banche popolari è stata cinque volte maggiore della media nazionale, quattro volte quella delle banche s.p.a. Nelle carte, redatte anche da La Torre nel 1976, si legge che il costruttore Francesco Vassallo, i cui precedenti penali risalivano al 1933, ottenne la licenza di appaltatore grazie a una dichiarazione «molto discutibile dell’Ingegner Ferruzza, consigliere delegato della s.p.a. SAIA (Società per Azioni Industria Autobus), che gestiva il trasporto urbano nel capoluogo siciliano». In alcuni casi i “progetti Vassallo” erano approvati dalla Commissione e dal Consiglio comunale prima di essere protocollati. Alla distruzione dei bombardamenti del ’43 si sovrappose un fiume di cemento che offusca il cielo.

Gran parte degli edifici costruiti dalla ditta Vassallo erano acquistati o presi in affitto in anticipo dagli enti pubblici e prenotati dal Comune e della Provincia per essere adibiti a edifici scolastici. Gli appartamenti di Vassallo venivano venduti a prezzi di favore a quella rete tessuta minuziosamente con il posizionamento di parenti e amici nei gangli vitali della pubblica amministrazione. Funzionari che accentrano e accelerano le pratiche. Tra il 1958 e il 1962 il Comune rilasciò 4205 licenze edilizie, firmate dalle stesse teste di ponte. «L’Ufficio Lavori Pubblici è stato trasformato in un grande baraccone che ha il compito di portare avanti i piani della speculazione privata», sintetizzò La Torre sulla stampa.

Nel 1956 Salvo Lima entrò nella cabina di controllo dell’Assessorato ai lavori pubblici, facendone la base di un sistema di alleanze dirimente per il potere democristiano. Due anni dopo, eletto sindaco, gli subentrò Vito Ciancimino. Lima fu incriminato dalla magistratura per avere violato la legge e favorito il costruttore Francesco Vassallo.

«(…) Il documento n. 737 della Legione dei Carabinieri a firma del generale dalla Chiesa offre uno spaccato di come si è potuto edificare un impero economico che è diventato un pilastro decisivo del sistema di potere mafioso a Palermo. Ma da quella relazione emerge la funzione decisiva dell’onorevole Gioia con i suoi uomini di fiducia dislocati in posti chiave (assessorati, uffici, banche, enti economici, aziende municipali, ospedali, eccetera). La fantasia dei giornalisti è stata attratta dall’interrogativo se esistesse o meno una società (la VA-LI-GIO) formata da Vassallo-Lima-Gioia. Ma il problema non è di provare l’esistenza del contratto giuridico fra i tre. Il rapporto del prefetto Bevivino e la relazione dell’onorevole Vestri hanno documentato a sufficienza la compenetrazione tra le cosche mafiose e il gruppo di potere dominante a Palermo e, in questo ambito, il ruolo del costruttore Vassallo».

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