Rodolfo Walsh Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rodolfo-walsh/ un blog di approfondimento culturale Mon, 20 Mar 2017 10:39:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rodolfo Walsh Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rodolfo-walsh/ 32 32 Rodolfo Walsh, argentino, scrittore https://minimaetmoralia.it/ritratti/rodolfo-walsh-argentino-scrittore/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/rodolfo-walsh-argentino-scrittore/#comments Mon, 20 Mar 2017 07:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33972 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. (fonte immagine).

È piccola, piazza Walsh, all’incrocio di Cile e Perù, nei quartieri più letterari di Buenos Aires. È piccola ma è come una potentissima calamita. Chiunque passi fra il barrio di San Telmo e Montserrat ne viene risucchiato e non solo in questi mesi in cui si celebrano i novant’anni dalla nascita e i quaranta dalla morte di uno degli scrittori decisivi del Novecento argentino.

Cosa attrae il viandante, anche il turista ignaro della storia di quest’uomo morto per il suo Paese, non è semplice spiegarlo. Sarà il balconcino da cui si affaccia una scultura che lo riproduce nella sua mitezza e curiosità di intellettuale o il mural che mette in scena tutti gli elementi della sua lotta per la libertà e la dignità di un popolo: gli scacchi, la macchina da scrivere e gli occhiali sullo sfondo della celebre fucilazione dipinta da Goya (El tres de mayo de 1808 en Madrid)? O forse c’è altro ancora?

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. (fonte immagine).

È piccola, piazza Walsh, all’incrocio di Cile e Perù, nei quartieri più letterari di Buenos Aires. È piccola ma è come una potentissima calamita. Chiunque passi fra il barrio di San Telmo e Montserrat ne viene risucchiato e non solo in questi mesi in cui si celebrano i novant’anni dalla nascita e i quaranta dalla morte di uno degli scrittori decisivi del Novecento argentino.

Cosa attrae il viandante, anche il turista ignaro della storia di quest’uomo morto per il suo Paese, non è semplice spiegarlo. Sarà il balconcino da cui si affaccia una scultura che lo riproduce nella sua mitezza e curiosità di intellettuale o il mural che mette in scena tutti gli elementi della sua lotta per la libertà e la dignità di un popolo: gli scacchi, la macchina da scrivere e gli occhiali sullo sfondo della celebre fucilazione dipinta da Goya (El tres de mayo de 1808 en Madrid)? O forse c’è altro ancora?

L’eco che risuona in quella frase con cui si conclude la celebre Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare che segnò la condanna a morte di Walsh. Vergata sul muro in un corsivo all’antica essa sentenzia: “fedele al patto di dare la mia testimonianza nei momenti difficili”.

Forse è questa frase con ciò che sottintende e che tutti gli argentini sanno, ossia le parole precedenti: “senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato”? O forse è tutto quanto insieme. Perché tutto questo fu Walsh. E di lui non resta certo soltanto questa piazzetta, per quanto misteriosamente magica, né la fermata della metro a lui intitolata nei luoghi in cui fu crivellato di colpi prima di essere fatto sparire, desaparecido come migliaia di suoi simili, né le condanne che finalmente, nell’era Kirchner, sono state emesse nei confronti dei suoi aguzzini. Di lui resta, quasi intera, l’opera letteraria – testimonianza, certo, ma ormai soprattutto esempio.

Era nato a Choele-Choel, Rio Negro, il 9 gennaio del 1927. Famiglia irlandese, studi in un collegio di monache a Buenos Aires, due anni di università, lavori di ogni tipo, fra frigoriferi, anticaglie, lavapiatti, lavavetri, fino a entrare in una casa editrice come correttore di bozze. Ossia, il mestiere che scelse per il suo primo eroe, l’investigatore Daniel Hernández, protagonista dei racconti pubblicati a partire dal 1953 che in questi anni sono tornati sui nostri scaffali (Variazioni in rosso e Per non parlar del morto, entrambi editi da SUR). Sciogliere l’enigma con il puntiglio del correttore di bozze e la concentrazione dello scacchista  – ecco il cuore di questo tipo di investigazione sui generis in cui il ragionamento e la logica assieme alla tenacia non possono che portare alla verità. L’identificazione di Walsh con Hernández divenne però completa nel momento in cui la vita dell’autore prese la sua forma definitiva, quella dell’impegno sociale e politico.

È nell’estate del 1956 che Walsh viene a conoscenza di una storia di fucilazione sommaria da parte delle forze di polizia che sostengono il governo che si è sostituito con un golpe a Juan Domingo Perón l’anno precedente. Quello che ne vien fuori è il capolavoro letterario di Walsh. Con Operazione massacro (La Nuova Frontera), ben prima di Truman Capote, egli si affida a una forma narrativa destinata a enorme successo, una forma ibrida in cui romanzo e non fiction s’intrecciano raccontando in tutta la sua drammaticità una vicenda su cui l’autore indaga a lungo con le armi dello scacchista in cerca della soluzione e della verità.

La verità non ha valore in se stessa, fuori dalla realtà su cui incide, quasi fosse la semplice soluzione di un enigma logico da settimanale di intrattenimento. La verità vale solo quando può dar forma alla vita di uomini e donne in lotta per la libertà. È con quest’idea, adesso definitiva e solida, che Walsh parte per Cuba nel 1959 per lottare contro la campagna di stampa internazionale che sta cercando di infangare le imprese dei barbudos. Assieme a Gabriel García Marquez, fonda la “Prensa Latina”, un’agenzia di stampa anti-imperialista. Con le sue armi di enigmista, intanto, decritta un cablogramma in cui viene preannunciata l’invasione della Baia dei Porci. C’è anche Walsh dunque dietro alla difesa dell’isola. Argentino come Guevara, può capire il brusco e duro Che molto meglio dei cubani, ma lui, a Cuba, diversamente dal Comandante, cerca anche un po’ di libertà dall’educazione rigorosa e monacale. Le avventure a pagamento con ragazze vitali e astute diventano la scusa per un’autoironia che lo alleggerisce dai sensi di colpa. Ma Cuba non può durare a lungo.

È in Argentina che Walsh sente di dover portare il suo contributo. Negli anni seguenti, con racconti e reportage (usciti ora nelle raccolte Il violento mestiere di scrivere  e Fotografie, entrambe edite da La Nuova Frontiera) cerca di trovare ascolto non solo fra gli intellettuali. Vivisezionare i meccanismi del potere con semplicità e spirito narrativo capace di sedurre il lettore – questo è il senso dell’impegno politico e letterario di Walsh. In un breve articolo sulla morte di Che Guevara, egli però ci confessa tutta la sua insoddisfazione: “per molti di noi è difficile rifuggire la vergogna, non di essere vivi ma che Guevara sia morto con così pochi intorno a lui”. Non basta a Walsh la macchina da scrivere? O forse vuole spingerla ancora più in là, sempre più in là, verso la verità che smaschera e umilia gli oppressori?

Gli ultimi anni di vita di questo scrittore che ci insegna il valore della vita più che la gloria della morte, girano tutti attorno a questo dilemma. Walsh rientra in clandestinità come negli anni in cui ha lavorato a Operazione Massacro.
Pubblica altri due romanzi di non fiction su altrettanti casi di omicidi oscuri e intanto entra tra le forze rivoluzionarie peroniste dei Montoneros. Non ne condivide gli estremismi. Ma c’è ormai poco da discutere quando nel marzo del 1976 la giunta militare guidata da Videla prende il potere. La libertà di stampa è soppressa integralmente e Walsh fonda l’agenzia di stampa clandestina Ancla (“Riproducete queste informazioni, fatele circolare come potete: a mano, a macchina, oralmente. Mandate copie ai vostri amici: nove su dieci le stanno aspettando. A milioni vogliono essere informati. Il terrore si basa sulla mancanza di comunicazione. Tornate a provare la soddisfazione morale di un atto di libertà. Sconfiggete il terrore”).

Sua figlia Vicky, ventiseienne anch’essa fra i Montoneros, viene uccisa in uno scontro a fuoco, come uno dei migliori amici di Walsh, Paco Urondo. L’uso della parola, la diffusione con ogni mezzo della verità è quel che resta. Walsh scrive la celebre Lettera aperta. La invia a ogni giornale e rivista il 24 marzo del 1977 a un anno esatto dal golpe militare. Il giorno dopo viene ucciso. Nella sua abitazione clandestina, distrutta e ripulita dai militari, era depositato un ultimo manoscritto, un’opera completamente letteraria dal titolo Juan se iba por el río.

Durante il processo ai suoi aguzzini, la figlia Patricia ha implorato che venisse restituita. Un ghigno silenzioso è stata la risposta sprezzante. È difficile immaginare la storia di narrativa pura a cui Walsh doveva essersi dedicato negli ultimi anni di lotta clandestina e dolori intollerabili. Certo ogni senso di vergogna in lui doveva essere sparito. E forse è questo che deve aver confuso e terrorizzato i suoi omicidi. La possibilità che un uomo in lotta avesse trovato l’impossibile serenità interiore per tornare alla letteratura.

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Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare https://minimaetmoralia.it/estratti/lettera-aperta-di-uno-scrittore-rodolfo-walsh/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lettera-aperta-di-uno-scrittore-rodolfo-walsh/#comments Thu, 24 Mar 2016 13:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30365 Proseguendo una giornata dedicata alla memoria del violento golpe militare in Argentina del 1976, pubblichiamo un estratto dal libro Il violento mestiere di scrivere, di Rodolfo Walsh, a cura di Alessandro Leogrande (La nuova frontiera: qui il blog della casa editrice). Il giorno dopo la diffusione di questa "lettera aperta" — di cui pubblichiamo i primi due paragrafi — il grande giornalista e scrittore argentino venne sequestrato e ucciso da uno squadrone militare. Il suo corpo sparì assieme a migliaia di altre vittime della giunta.

di Rodolfo Walsh

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La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista.

Il primo anniversario di questa Giunta militare è stata l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che tenete nascosto sono calamità. Il 24 marzo 1976 avete rovesciato il governo di cui facevate parte e che avete contribuito a screditare in quanto esecutori della sua politica repressiva e la cui sorte era ormai segnata dalle elezioni convocate nove mesi più tardi.

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Proseguendo una giornata dedicata alla memoria del violento golpe militare in Argentina del 1976, pubblichiamo un estratto dal libro Il violento mestiere di scrivere, di Rodolfo Walsh, a cura di Alessandro Leogrande (La nuova frontiera: qui il blog della casa editrice). Il giorno dopo la diffusione di questa “lettera aperta” — di cui pubblichiamo i primi due paragrafi — il grande giornalista e scrittore argentino venne sequestrato e ucciso da uno squadrone militare. Il suo corpo sparì assieme a migliaia di altre vittime della giunta.

di Rodolfo Walsh

1.

La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista.

Il primo anniversario di questa Giunta militare è stata l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che tenete nascosto sono calamità. Il 24 marzo 1976 avete rovesciato il governo di cui facevate parte e che avete contribuito a screditare in quanto esecutori della sua politica repressiva e la cui sorte era ormai segnata dalle elezioni convocate nove mesi più tardi.

In questa prospettiva quello che avete liquidato non è stato il mandato transitorio di Isabel Martínez ma la possibilità di un processo democratico con cui il popolo rimediasse a quei mali che voi continuate a perpetrare e aggravare.

Illegittimo sul nascere, il governo di cui siete al comando è riuscito a legittimarsi nei fatti recuperando il programma su cui si trovò d’accordo alle elezioni del 1973 l’ottanta per cento degli argentini e che è ancora in piedi come oggettiva espressione della volontà del popolo, unico significato possibile di quel “patriottismo” che voi invocate così spesso. Capovolgendo quel cammino avete restaurato la corrente di pensiero e di interessi delle minoranze sconfitte che strozzano lo sviluppo delle forze produttive, sfruttano il popolo e disgregano la nazione.

Una politica simile può imporsi solo in maniera provvisoria proibendo i partiti, controllando i sindacati, imbavagliando la stampa e seminando il terrore più profondo che la società argentina abbia mai conosciuto.

 

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Quindicimila dispersi, diecimila prigionieri, quattromila morti, decine di migliaia di esuli sono le cifre reali di questo terrore. Dopo aver riempito le carceri ordinarie, avete creato nelle principali circoscrizioni militari del paese luoghi che si possono definire campi di concentramento dove non può entrare nessun giudice, avvocato, giornalista, osservatore internazionale. Il segreto militare sulle procedure, invocato come necessario per le indagini, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e le fucilazioni senza processo.

Più di settemila ricorsi di hábeas corpus sono stati negati nell’ultimo anno. In moltissimi altri casi di sparizioni il ricorso non è nemmeno stato presentato perché si conosce in anticipo la sua inutilità oppure non si trova un avvocato che osi presentarlo dopo che i cinquanta o sessanta che lo avevano fatto sono stati a loro volta sequestrati. In questo modo avete strappato alla tortura il suo limite di tempo.

Dal momento che il detenuto non esiste non può presentarsi davanti al giudice entro dieci giorni, secondo la legge che fu rispettata perfino nel culmine della repressione delle precedenti dittature. Alla mancanza di un limite temporale si è aggiunta la mancanza di un limite nei metodi, e si è tornati indietro a epoche in cui si interveniva direttamente sugli arti e sulle viscere delle vittime, ma con mezzi chirurgici e farmacologici di cui non disponevano gli antichi aguzzini. La ruota, il tornio, lo scorticamento da vivi, la sega degli inquisitori medievali ricompaiono nelle testimonianze delle invenzioni contemporanee insieme alla picana (pungolo elettrico), al “sottomarino” (annegamento) e alla fiamma ossidrica.

Attraverso ulteriori concessioni al presupposto che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi qualsiasi mezzo da voi usato, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica nella misura in cui l’obiettivo originario di ottenere informazioni si è smarrito nelle menti perturbate che la amministrano per cedere all’impulso di massacrare l’essere umano fino a spezzarlo e fargli perdere la dignità, già persa dal carnefice e che voi stessi avete perso.

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Questo scrittore è un eroe https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-carlotto-rodolfo-walsh/ https://minimaetmoralia.it/estratti/massimo-carlotto-rodolfo-walsh/#comments Mon, 09 Feb 2015 07:12:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25364 È in libreria per edizioni SUR Variazioni in rosso di Rodolfo Walsh. Pubblichiamo la prefazione di Massimo Carlotto e vi segnaliamo il blog della casa editrice per approfondimenti sulla letteratura sudamericana.

di Massimo Carlotto

Scrittore, giornalista, militante politico. Rodolfo Walsh ancora oggi è il vero punto di riferimento di moltissimi autori centro e sudamericani, in particolare per la generazione che, alla fine del sanguinoso ciclo delle dittature, scelse negli anni Novanta di dedicarsi al romanzo poliziesco per raccontare la realtà di paesi feriti e di sogni infranti.

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È in libreria per edizioni SUR Variazioni in rosso di Rodolfo Walsh. Pubblichiamo la prefazione di Massimo Carlotto e vi segnaliamo il blog della casa editrice per approfondimenti sulla letteratura sudamericana.

di Massimo Carlotto

Scrittore, giornalista, militante politico. Rodolfo Walsh ancora oggi è il vero punto di riferimento di moltissimi autori centro e sudamericani, in particolare per la generazione che, alla fine del sanguinoso ciclo delle dittature, scelse negli anni Novanta di dedicarsi al romanzo poliziesco per raccontare la realtà di paesi feriti e di sogni infranti.

Walsh diventa un modello non solo per lo spessore umano e culturale, il rigore e il coraggio che hanno dominato la sua incredibile storia personale, ma soprattutto perché fu proprio lui a intuire in quella parte di mondo la necessità di trasformare il genere in un racconto sociale, in netta contrapposizione con Borges che volle sempre relegare il poliziesco alla sfera del mistero.

Variazioni in rosso, al di là della bellezza dei tre racconti, anticipa in modo evidente quella che sarà la vera ossessione narrativa di Walsh: investigare il crimine, tra finzione e testimonianza, per dimostrarne la vera natura.

L’enigma e la sua risoluzione furono al centro di tutta la produzione dell’autore, anche quella più squisitamente legata alla realtà politica argentina, come Operazione Massacro del 1957 (che anticipa uno stile che verrà poi riconosciuto al Truman Capote di A sangue freddo) e ¿Quién mató a Rosendo? del 1969.

Un crimine, un’indagine, una soluzione. Struttura classica che Walsh usò strategicamente nei romanzi polizieschi per coinvolgere il lettore in una serie di ragionamenti logici destinati a scoprire la verità. E nei libri d’inchiesta non-fiction per sottrarre il lettore a una verità ufficiale e menzognera e al contempo per sottoporgli prove dell’esistenza di un’alternativa inoppugnabile.

In questo senso l’investigatore dei romanzi è simile al giornalista investigativo. Entrambi acquisiscono elementi, indizi e prove per svelare una verità volutamente occultata, poco importa se da un assassino di carta o dallo Stato argentino.

Variazioni in rosso è il riuscitissimo banco di prova della metodologia di Walsh dopo la prima esperienza dell’antologia intitolata Diez cuentos policiales argentinos. Composto da tre racconti – «L’avventura delle bozze», «Variazioni in rosso» (dedicato alla moglie Elina) e «assassinio a distanza» – e pubblicato nel 1953 nella Serie naranja di Hachette, viene accolto favorevolmente dalla critica, vince il Premio Municipal de Literatura e diventa un long seller, a tutt’oggi sempre presente nelle librerie.

Le ragioni sono molteplici. Lo spessore letterario della scrittura.

Sul dorso grigio del mare persistevano gli ultimi riflessi della sera. Le onde correvano veloci verso la spiaggia, come una muta di levrieri bianchi. E nel silenzio denso di una brezza salmastra, la voce di Silverio Funes sembrava più opaca e affaticata del solito.

Come dimostra l’incipit di «assassinio a distanza», l’autore si misura con un progetto narrativo in cui l’eleganza, il virtuosismo e l’intelligenza si fondono nella necessità di costringere il lettore a giocare la stessa partita nell’applicazione del senso comune alla risoluzione del caso.

La genialità delle trame. Walsh gioca con le convenzioni del genere attenendosi alla tradizione argentina che punta spesso a rinnovare modelli holmesiani, forzandole però in ambientazioni decisamente locali che contaminano irrimediabilmente le storie. Buenos aires non è Londra e il correttore di bozze nonché improvvisato e abile investigatore, Daniel Hernández, è a sua volta profondamente portegno. La superiorità intellettuale sul poliziotto ottuso, tanto cara ai primi grandi autori da Poe a Conan Doyle, non ricopre funzioni meramente poliziesche ma sconfina in territori più vasti dove la concretezza dei fatti è l’unico modo per confrontarsi con la «Verità». Quella stessa verità negata al popolo argentino che si trascina da una dittatura a una democrazia «complicata» in attesa della grande mattanza del 24 marzo 1976.

Humour e ironia. Walsh ne fa un uso sapiente, sono la cifra delle «variazioni» che impone al genere tra le righe delle convenzioni.

È l’unico elemento che condivide e probabilmente eredita da Borges. Ma della concezione del genere di quest’ultimo negli anni rimarrà ben poco perché sarà Walsh il modello da imitare.

Mentre Jorge Luis Borges strizzava indecentemente l’occhio ai generali golpisti, Rodolfo Walsh giorno dopo giorno insegnava agli intellettuali e ai giornalisti argentini e sudamericani il valore del rigore dell’obiettività.

Lo stesso rigore, come è stato già scritto, necessario al racconto poliziesco per non tradire il patto con il lettore, Walsh lo applicava alle sue inchieste che lo hanno trasformato in poco tempo in un obiettivo da parte della dittatura. Questo scrittore che concepisce un’opera come Variazioni in rosso è un eroe. Un vero eroe. Uno di quelli che di solito non si trovano nelle pagine dei polizieschi ma tra le pagine di grandi romanzi epici.

Nato nel 1927 a Lamarque nella provincia del Río Negro, da genitori di origine irlandese notoriamente conservatori, dopo gli studi in un collegio di suore irlandesi, a diciassette anni viene assunto dalla filiale argentina delle edizioni Hachette dove lavora come traduttore e correttore di bozze, ruoli che gli permettono di conoscere a fondo i grandi romanzi polizieschi europei e statunitensi.

Tre anni dopo la pubblicazione di Variazioni in rosso, la vocazione alla «Verità» porta l’autore a trasferirsi sotto il falso nome di Francisco Freyre in un’isola del delta del Tigre, armato di un taccuino e di un revolver, per indagare su un grande crimine perpetrato dal governo argentino. Riuscirà a svelare il complotto e a guadagnarsi l’odio delle oligarchie e dei militari.

Walsh, come il suo personaggio Daniel Hernández, non rinuncia mai a indagare, e nel 1968 la sempre più complicata situazione politica lo obbliga ad abbandonare la letteratura. Si tratta di un distacco doloroso ma necessario perché in quel momento si dichiara confuso sul ruolo del romanzo. L’assedio della realtà lo circonda totalmente e mal sopporta le accuse, del tutto ideologiche, di «scrivere per la borghesia».

Già nel 1959 aveva partecipato a Cuba alla fondazione dell’agencia Prensa Latina. Nel 1973 milita nelle file del peronismo montonero, crea un dipartimento di intelligence e, con il poeta Francisco «Paco» Urondo, fonda il giornale Noticias, organo del movimento.

Dopo il golpe di Videla del marzo del ’76, guida l’ancla, agencia Clandestina de Noticias, per la convinzione che il terrore vinca a causa dell’assenza di un’informazione puntuale e di massa.

Rodolfo Walsh è infaticabile. Imprendibile. Un gruppo clandestino dell’esercito guidato dal famigerato alfredo astiz lo cerca, catturando e torturando ogni possibile contatto.

Il 29 settembre del 1976 muore in un conflitto a fuoco la sua amatissima figlia Maria Victoria, Vicki, di soli ventisei anni, e poco dopo anche il suo amico Paco Urondo.

Lo scrittore potrebbe fuggire all’estero, i contatti non gli mancano di certo, invece sceglie di rimanere. Il 24 marzo del 1977 invia la «Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare», che diventerà il manifesto d’accusa più famoso di quegli anni. Nessun giornale la pubblica.

E il giorno dopo Walsh viene circondato da una patota clandestina che cerca di sequestrarlo in una strada di Buenos aires. Ma lui non si arrende, estrae una pistola, abbatte un militare ma viene a sua volta crivellato di proiettili. aveva cinquant’anni.

Come racconteranno anni più tardi i sopravvissuti del campo di concentramento clandestino della esma, il suo corpo viene mostrato ai prigionieri come un trofeo.

Il processo celebrato recentemente ai suoi assassini, alcuni dei quali sono stati condannati all’ergastolo, ha permesso di appurare che le case usate dallo scrittore vennero saccheggiate dopo la sua morte. Uno dei cassetti di una scrivania, caricata su un camion e venduta a un rigattiere di fiducia, conteneva un romanzo che Walsh aveva scritto nelle lunghe notti di militante braccato, dal titolo Juan se iba por el río.

La figlia Patricia ora lo cerca in tutti i modi. Durante il processo ha chiesto ai militari di restituirlo, richiesta accolta da uno sprezzante silenzio. Eppure sarebbe davvero importante ritrovarlo, non solo per ridare completezza alle opere di Walsh ma per capire perché avesse deciso di ritornare alla letteratura.

E di incredibile spessore letterario sono le missive che lo scrittore invia dalla clandestinità alla moglie per cercare di dare un senso alla morte della loro figlia, o quelle agli amici. Ma la stessa lettera aperta ai golpisti è di grande bellezza. Lo sdegno, la rabbia e la rivendicazione della dignità sono espressi non solo in modo ineccepibile dal punto di vista formale ma all’interno di un progetto narrativo ben definito.

Insomma Walsh non ha mai rinunciato alla scrittura di alto livello anche nei periodi più bui della sua esistenza. E Variazioni in rosso lo ha sempre accompagnato. Daniel Hernández gli è sempre stato vicino, lo ha guidato mentre cercava di dimostrare agli argentini le nefandezze dei governi, dei potentati economici. Il terrore degli squadroni della morte.

Conoscere Rodolfo Walsh è, per un lettore, un’avventura straordinaria. E questi tre racconti sono il miglior modo per entrare in sintonia con il suo universo narrativo.

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Scrivere del mondo https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-del-mondo/#comments Wed, 28 Nov 2012 15:44:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11755 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l'io in tutto questo (l'io che osserva, l'io che agisce, l'io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po' di ordine nel discorso.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.

In America Latina (continente in cui il nuevo periodismo sembra risorgere in forme sempre nuove: si pensi ad esempio alla rivista peruviana “Etiqueta negra”, a scrittori come Juan Villoro e Carlos Monsivais, e – andando indietro nel tempo – al padre del genere, l’argentino Rodolfo Walsh, autore dell’imprescindibile Operazione massacro, in seguito sequestrato e ucciso dai militari nel ’77) è molto chiara la distinzione tra  narrativonovelado. Quella che indichiamo come non-fiction, pur adottando forme letterarie plurime (è di Villoro la bella espressione “ornitorinco della prosa”), appartiene al primo campo.

Così negli Stati Uniti. La distinzione tra memoir, racconto del reale e letteratura di invenzione è piuttosto netta. La non-fiction ha raggiunto notevoli risultati, grazie anche allo storico ruolo delle riviste che pubblicano reportage di 50-60 mila battute (“Atlantic Monthly”, “The New Yorker”, “The Nation”, “The New Republic”, “Vanity Fair”…) e ad autori come William Langewiesche o Joan Didion.

E in Italia? Il discorso sul Novecento sarebbe molto ampio: da Carlo Levi a Primo Levi, da Anna Maria Ortese a Corrado Stajano e a molti altri… Tuttavia la tradizione della non-fiction italiana (se così possiamo definirla) viene da molto lontano. Si pensi ad alcune opere diversissime che provengono dal cuore dell’Ottocento: non solo Zibaldone di Giacomo Leopardi o Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, ma anche  Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio (cioè la Spedizione dei mille) di Ippolito Nievo o La Sicilia nel 1876 di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. In esse il racconto della realtà (in buona sostanza dell’Italia che non cambia) passa attraverso la creazione di  strutture narrative che preannunciano molti dei percorsi successivi.

Non ci sono norme particolari che regolano queste scritture. Però due, tre idee di fondo possono essere recuperate.

Il reporter non è mai solo. Disse una volta Ryszard Kapuscinski che “senza l’aiuto degli altri non si può scrivere un reportage”. Il reporter è solo “l’estensore finale”, l’ultimo anello di una catena composta da moltissimi individui che forniscono materiali, aneddoti, riflessioni, generano incontri. “Senza comprensione reciproca”, diceva ancora Kapuscinski, “scrivere è impossibile.” Ovviamente lo stile adottato dall’“estensore finale” non è secondario. Anzi, quasi sempre fa la differenza. A mo’ di piccolo esempio, basterà ricordare che nei libri dello scrittore polacco non ci sono mai interviste classiche, fatte di domande e risposte, ma solo descrizioni di incontri, approssimazioni alla realtà, ritratti di donne e uomini noti e meno noti (molto spesso marginali che nessuno avrebbe mai ricordato), uso (frequente) del discorso libero indiretto.

Non inventare. Prendiamo alcuni libri usciti negli ultimi due anni: Anatomia di un istante di Javier Cercas (sul fallito colpo di Stato in Spagna nel 1981), L’uomo-laser di Gellert Tamas (su un killer seriale di cittadini stranieri nella placida Svezia), Tutto e subito di Morgan Sportés (sul caso di Ilan Halimi, ragazzo ebreo sequestrato, torturato e ucciso nella banlieue parigina da un gruppo di balordi che lo crede ricco “in quanto ebreo”), Limonov di Emmanuel Carrère (meta-biografia del controverso leader dei nazionalbolscevichi russi).

Tutti sembrano condividere un dato di fondo. Per raccontare una realtà sempre più complessa, per decostruire un mondo che non si presenta mai in bianco e nero, in cui gli schemi dicotomici servono a poco, occorre un approccio (di osservazione e di scrittura) che attraversi i generi, li ibridi, li faccia stridere fra loro. In tutti questi libri si sussumono forme letterarie o cinematografiche per raccontare una realtà sminuzzata fino al dettaglio: l’architettura del romanzo, il ritmo del noir, il montaggio alternato, il procedere per accumulazione di materiali seguendo cerchi concentrici. I loro autori sembrano dirci (e spesso lo dichiarano apertamente) che occorre superare l’inchiesta giornalistica, o le gabbie della saggistica, su un punto specifico: lo scavo psicologico delle persone in carne e ossa. Occorre scandagliare gli abissi che si aprono in ognuno di noi, i dettagli della vita – che sovente rivelano il tutto.

Eppure questi libri si fermano ai bordi di un confine: non introducono mai elementi di fiction nel racconto. Non collocano mai il proprio io in posti in cui non è stato, non inventano personaggi dal nulla, non edulcorano la realtà, per un semplice motivo: se costruisci un metodo così complesso proprio per demistificare il mondo e il racconto di esso, perché poi falsificarne una sua parte, rompendo il patto con i lettori, scivolando sulla buccia di banana della legittimità? L’attraversamento di quella terra di mezzo avviene su un piano strutturale (e sicuramente più interessante): la sussunzione di forme, non l’alterazione dei contenuti.

La giusta distanza. Non è facile capire quale sia, dipende da caso a caso. Tra i due estremi – la distanza siderale di chi neanche ci va nei posti e l’immersione totale che spesso genera miopia o eccessiva indulgenza – i gradi di prossimità possono essere diversi. Ma se da una parte, specie nel momento della scrittura, la distanza permette di cogliere meglio i chiaroscuri, le variazioni, dall’altra – dovrebbe essere evidente – l’equidistanza tra la vittima e il carnefice, tra l’oppresso e l’oppressore, tra chi detiene il potere e chi lo subisce è un mito giornalistico infondato. Spesso genera mostri. Come diceva una vecchia canzone dei minatori del Kentucky: Which Side Are You On?

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Il giornalismo narrativo di Rodolfo Walsh https://minimaetmoralia.it/libri/il-giornalismo-narrativo-di-rodolfo-walsh/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-giornalismo-narrativo-di-rodolfo-walsh/#comments Tue, 17 Apr 2012 14:34:45 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7493 Pubblichiamo la recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Venerdì di Repubblica», su «Operazione massacro», libro culto di Rodolfo Walsh finalmente tornato in libreria edito da La Nuova Frontiera.

Trentacinque anni fa, in questi giorni, gli amici di Rodolfo Walsh smisero di nutrire speranze. Aveva compiuto cinquant’anni a gennaio, lo scrittore, il giornalista, l’uomo in lotta per il suo Paese. Il 25 marzo era stato visto l’ultima volta eppoi era scomparso. Desaparecido. Qualcuno commentò che si era come lasciato andare dopo che la figlia Vicki era morta ventiseienne in uno scontro a fuoco con le forze del regime. Ma chi conosceva bene Walsh, non aveva questi dubbi. Gli intimissimi poi erano a conoscenza della lettera aperta che aveva scritto al Generale Videla e alla Giunta Militare. Si apriva così: “La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista”. Sua moglie Lilia conosceva anche il seguito di quelle pagine brucianti e sapeva bene a chi Walsh aveva progettato di inviarle per posta.

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Pubblichiamo la recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Venerdì di Repubblica», su «Operazione massacro», libro culto di Rodolfo Walsh finalmente tornato in libreria edito da La Nuova Frontiera.

Trentacinque anni fa, in questi giorni, gli amici di Rodolfo Walsh smisero di nutrire speranze. Aveva compiuto cinquant’anni a gennaio, lo scrittore, il giornalista, l’uomo in lotta per il suo Paese. Il 25 marzo era stato visto l’ultima volta eppoi era scomparso. Desaparecido. Qualcuno commentò che si era come lasciato andare dopo che la figlia Vicki era morta ventiseienne in uno scontro a fuoco con le forze del regime. Ma chi conosceva bene Walsh, non aveva questi dubbi. Gli intimissimi poi erano a conoscenza della lettera aperta che aveva scritto al Generale Videla e alla Giunta Militare. Si apriva così: “La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista”. Sua moglie Lilia conosceva anche il seguito di quelle pagine brucianti e sapeva bene a chi Walsh aveva progettato di inviarle per posta.

Erano passati più di vent’anni dal giorno in cui era cambiata la vita del giovane argentino nato a Lamarque, paesino del Río Negro lasciato per trasferirsi a Buenos Aires in piena adolescenza. Nel 1956, Walsh era ancora un brillante giornalista, autore di racconti polizieschi, vincitore di un buon premio letterario, ottimo scacchista. Aveva contestato Perón fino alla sua destituzione nel ‘55, poi aveva assistito al crollo delle illusioni suscitate dalla Revoluciòn Libertadora, i cui leader si erano rivelati ciechi e dittatoriali. E, nel giugno del 1956, quando alcuni militari peronisti avevano tentato di riprendere il potere, Walsh abbandonò il tavolo di scacchi nell’abituale caffè di La Plata per assistere alla repressione. Qualcosa si era incrinato per sempre. Ma non fu ancora abbastanza perché la sua vita uscisse dai binari prestabiliti. Dovevano passare sei mesi.  Era un’asfissiante notte d’estate. “C’è un fucilato ancora vivo” mormorò qualcuno. E Rodolfo Walsh si alzò sbalordito.

“Non so cosa mi attragga in questa storia vaga, lontana, irta di improbabilità” avrebbe scritto “Ma poi lo scopro. Guardo quella faccia, il buco nella guancia, il buco più grande nella gola, la bocca spaccata e gli occhi opachi in cui fluttua ancora un’ombra di morte. E mi sento insultato”. Il volto trapassato da un colpo di Mauser appartiene a Juan Carlos Livraga, un ragazzo ventiquattrenne che nella notte di giugno in cui i peronisti hanno tentato di riprendere il potere si trovava assieme a conoscenti e amici in una casa del quartiere Florida per ascoltare la radiocronaca di un incontro di pugilato. Finché la polizia ha fatto irruzione, lo ha arrestato e portato via assieme agli altri, trascinandolo in un immondezzaio in cui è stata allestita una sommaria e arraffata fucilazione. Ma un vero miracolo si è compiuto: nessuno sparo lo ha raggiunto e il colpo di grazia sparato a bruciapelo lo ha lasciato in vita. Ancor più straordinario però è che ci sono altri sopravvissuti di quel gruppo portato alla morte senza ragioni. Rodolfo Walsh si getta sulla storia. Ne verrà fuori un libro destinato a fare epoca, finalmente tornato in libreria: Operazione massacro (intr. di A. Leogrande, trad. di E. Rolla, La Nuova Frontiera, pp. 253, euro 12).

Il genere che Walsh sceglie per scrivere il suo capolavoro del resto è nuovo. Nove anni prima di A sangue freddo di Truman Capote, Walsh inventa una forma narrativa per rielaborare la sua inchiesta giornalistica. Ma quel che conta in questo caso, più che il giornalismo narrativo è il giornalismo investigativo in cui si lancia con furia l’argentino. Il prezzo da pagare è la vita così come era stata fino al giorno prima. Walsh conosce i rischi a cui va incontro: sceglie un nuovo nome per nascondersi (Francisco Freyre), si procura una carta d’identità falsa, va a vivere in una baracca nella zona del Tigre, gira sempre con una pistola. Tutto per ricostruire nei minimi particolari una vicenda sconcertante. Per scolpire sulla pagina la vita dei dodici uomini che vengono portati via, increduli, tenuti all’oscuro di ogni cosa, ben prima che la Legge Marziale entri in vigore nella notte del tentativo di golpe peronista.

L’epilogo di Operazione Massacro, nonostante i sette sopravvissuti, racconta la sfiducia completa nei confronti di una giustizia mai arrivata. Ma quella sfiducia è nulla in confronto a ciò che sarebbe venuto in Argentina. Walsh non smise d’impegnarsi. Prima trasferendosi a Cuba, dove fondò assieme a Gabriel García Marquez l’agenzia giornalistica “Prensa Latina”. Poi tornando in patria e lottando in prima persona con il movimento peronista dei Montoneros. La situazione del Paese però continuò a peggiorare. E la svolta drasticamente autoritaria portata dal golpe con cui si insediò la Giunta di Videla nel ’76 segnò un punto di non ritorno. I dodici condannati a morte di Operazione Massacro divennero quasi un sogno mentre migliaia di argentini scomparivano, altre migliaia subivano torture indicibili (alcuni furono scorticati vivi), e la politica economica di Videla portava il Paese a conoscere una povertà inaudita e condizioni di lavoro da schiavismo. Walsh decise di non sottrarsi. Scrisse ogni cosa. La lettera (pubblicata a chiusura di Operazione Massacro) è una sconcertante prova di lucidità, in cui i numeri degli orrori vengono superati da quella che lo scrittore definisce “una crudeltà ancora più grande che punisce milioni di esseri umani con la miseria programmata”. Le ultime righe vibrano di orgoglio e dignità. “Senza speranza di essere ascoltato. Con la certezza di essere perseguitato”. Walsh inviò la lettera per posta. Dopo averne imbucate alcune copie a Piazza de la Constituciòn, un gruppo di militari lo catturò. Era il 25 marzo. Alcuni testimoni hanno raccontato il seguito, nel processo che si è aperto trent’anni più tardi. Ma in quei giorni non si seppe più nulla. La lettera intanto arrivò alle redazioni dei giornali argentini e ai corrispondenti stranieri. Nessuno ebbe il coraggio di renderla pubblica.

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