Rodrigo Hasbún Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rodrigo-hasbun/ un blog di approfondimento culturale Fri, 17 Jul 2020 08:22:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rodrigo Hasbún Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rodrigo-hasbun/ 32 32 “Gli anni invisibili”, le invenzioni di Rodrigo Hasbún https://minimaetmoralia.it/recensioni/gli-anni-invisibili-le-invenzioni-rodrigo-hasbun/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/gli-anni-invisibili-le-invenzioni-rodrigo-hasbun/#respond Fri, 17 Jul 2020 08:22:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43810 «Il problema è che si può essere in un solo posto alla volta, ed è quest’appartamento il posto dove lui ora vuole essere».

Sono, quelli recenti, anni in cui la scrittura autobiografica è molto presente nei cataloghi delle case editrici, il memoir se la gioca ad armi pari con la narrativa tradizionale. Non vince, non perde, non pareggia, ciò che è interessante è sempre la qualità della scrittura. Se la lingua dello scrittore, la sua sintassi, la struttura del libro reggono, creando uno spazio dentro il quale il lettore possa stare bene, riesca a fantasticare, soffrire, lasciarsi stanare, non importa più a nessuno che la storia raccontata sia vera oppure no, sia inventata di sana pianta oppure no.

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«Il problema è che si può essere in un solo posto alla volta, ed è quest’appartamento il posto dove lui ora vuole essere».

Sono, quelli recenti, anni in cui la scrittura autobiografica è molto presente nei cataloghi delle case editrici, il memoir se la gioca ad armi pari con la narrativa tradizionale. Non vince, non perde, non pareggia, ciò che è interessante è sempre la qualità della scrittura. Se la lingua dello scrittore, la sua sintassi, la struttura del libro reggono, creando uno spazio dentro il quale il lettore possa stare bene, riesca a fantasticare, soffrire, lasciarsi stanare, non importa più a nessuno che la storia raccontata sia vera oppure no, sia inventata di sana pianta oppure no.

Anna Maria Carpi in una sua bella poesia chiude un verso con “Mai il vero mi ha interessato”, pur essendo la sua poetica da sempre orientata al quotidiano, all’osservazione dei giorni e al rapporto con gli altri. Vale tutto purché sia scritto bene, ciò che davvero interessa è che arrivi ogni tanto qualcuno che sovverta le regole del gioco, cambi il punto di vista del narratore. Qualcuno capace di scrivere un romanzo e a metà di questo cambiare l’inquadratura, inserendo due personaggi nuovi.

Uno di questi è lo scrittore che ha scritto il romanzo che abbiamo letto fino  quel punto, l’altra è uno dei  personaggi principali. Allora quello che stiamo leggendo è un memoir che ha dentro un romanzo o un romanzo che ha dentro un memoir? Lasciamo ai rigidi la risposta. Per nostro conto diremo che siamo dentro le pagine di un libro bellissimo: Gli anni invisibili di Rodrigo Hasbún, (Sur 2020, traduzione di Giulia Zavagna). Hasbún è boliviano, ci aveva già conquistati qualche anno fa col bellissimo Andarsene (sempre edito da Sur), leggendolo viene da ribadire – ancora una volta – che chi ci ricorda da sempre, e sempre più spesso, che le possibilità di reinvenzione del campo da gioco della narrativa sono pressoché infinite, sono le scrittrici e gli scrittori che arrivano dall’America Latina, ogni volta più giovani, sovente bravissimi.

Le persone che eravamo laggiù somigliano poco alle persone che siamo qui oggi. Le persone che eravamo laggiù non avrebbero mai immaginato le persone che siamo qui oggi.

Veniamo alla storia (anzi alle storie). Ci troviamo in Bolivia, la vicenda è quella di un gruppo di adolescenti, la scuola, gli innamoramenti, il gruppo musicale, le feste, il sesso, le lezioni, la droga. Sono ragazzi benestanti, alcuni sono molto ricchi. Li incontriamo in un tempo sospeso, siamo con Ladislao, appassionato di cinema, passione che condivide con una insegnante di inglese; si innamorerà di lei, ma questa è solo una delle storie. Cominciamo a leggere, incantati da subito dalla prosa di Hasbún e dalla sua capacità di mostrarci quei ragazzi pian piano.

Mi dice: i ricordi felici e i ricordi infelici sono ugualmente ingombranti.

Di colpo ci troviamo a Houston, Texas, 21 anni dopo, due vecchi amici di quel gruppo si ritrovano a bere in un bar. Lui vive in Texas, lei arriva da New York. “Quella che nel libro chiamo Andrea accende un’altra sigaretta”. Lei arriva a Houston per incontrarlo, passano da un bar all’altro, bevono molto, non si rilassano, lei non toglie mai gli occhiali da sole. Viene perché ha letto il libro, il libro che noi abbiamo letto fino a quel punto. L’abilità dello scrittore boliviano sta nell’affiancare da quel momento i due piani. I due amici, forse non più amici ricordano, vanno indietro, commentano, si raccontano quello che sanno degli altri, le fughe, le disperazioni, gli errori, i tentativi di salvarsi.

Un po’ ce lo dicono e un po’ lo vediamo leggendo. Houston è il futuro, il passato, il punto cruciale è il marzo di 21 anni prima, una festa, i giorni che la precedono. Dopo è la vita che è accaduta a chi è uscito da quella casa, da quella festa. Dopo è la fine che ognuno di loro ha fatto. Bicchiere dopo bicchiere. Quella che nel libro si chiama Andrea e che nella parte di Houston non ha un nome, critica l’amico, gli dice i punti in cui il romanzo che ha scritto è debole, gli mostra le lacune e i punti di forza. Non c’è salvezza, né assoluzione.

Siamo le domande che ci facciamo? O meglio siamo le domande che non abbiamo il coraggio di farci?.

Per Hasbún la storia da raccontare è quella di un crocevia, fissare sulla pagina gli anni invisibili. Gli anni, dunque, in cui siamo diventati le persone che siamo, quelli che ci hanno lasciato il marchio. Le risate, la violenza, la scoperta del sesso, i desideri, i sogni, tutto si realizza o meno, ma tutto è definito da alcune giornate, alcuni momenti in cui la gioia e l’eccitazione sono scivolate in un dramma, in cui in mezzo alla luce della giovinezza, in quell’incanto fatto di possibilità, qualcuno o qualcosa spegne l’interruttore, bastano pochi minuti. Non possiamo non pensare alla nostra adolescenza, a quelli che abbiamo perso per strada, dirci fortunati e vedere con chiarezza che quei giorni ci hanno destinati, sappiamo come  non sappiamo ancora bene dove.

Dice che ha già visto il lato luminoso di ogni cosa. Dice anche che vuole darsi un’altra possibilità.

La prosa dello scrittore boliviano è per certi versi spietata ma è anche romantica, capace di accelerazioni poetiche, di variazioni di ritmo e di registro. Gli anni invisibili mette due racconti allo specchio e li fa parlare, ognuno dei personaggi fa avanti e indietro attraverso il vetro, ti dice chi è stato e chi è. Due sono i narratori, uno è inventato dallo scrittore, lo scrittore a è inventato dall’autore del libro, colui che in questa recensione chiamiamo bravissimo.

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Discorsi sul metodo – 19: Rodrigo Hasbún https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/#respond Tue, 12 Jul 2016 13:19:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31540 Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

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Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?
 Scrivi più libri in contemporanea?

Rivedo man mano che avanzo nella scrittura e poi, quando ho una prima versione, faccio molto lavoro di editing. Sento che solo in quel momento inizio a capire che libro volevo scrivere, ed è allora che prendo le decisioni più importanti. Con il mio ultimo romanzo, per esempio, ho fatto fatica a rendermi conto che avrei dovuto eliminare i primi due capitoli (che erano serviti a me, ma dei quali il lettore poteva fare a meno), e iniziare in quel nuovo punto ha trasformato completamente il libro. Quanto ai tempi, io direi che se ci metto sei mesi a scrivere una prima versione, di solito a rivederla ci metto tre o quattro volte tanto, soprattutto perché tra una rilettura e l’altra abbandono il manoscritto per un po’, lo lascio crescere da solo. Nel frattempo scrivo il mio diario o prendo appunti, ma non riesco a iniziare un nuovo libro senza aver terminato il precedente.Rodrigo-Hasbun-Foto-minuto30com_LRZIMA20150612_0105_11

Carta o computer?

Computer e poi carta, quando rivedo. Mi piace oscillare tra le due cose, mettere alla prova il testo a partire dalla diverse distanze che offrono, anche se credo, alla fin fine, di fidarmi più della carta. Su carta i problemi si individuano meglio, forse perché il testo si sente più estraneo, una cosa fatta da qualcun altro. Inoltre la carta mi aiuta a far sì che lo scrittore lasci spazio al lettore, un lettore che giudica senza compassione quello che gli è stato dato da leggere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Prima di sedermi a scrivere di solito faccio due cose: preparare il caffè (o ordinarlo se non sono a casa), e mettere il disco con le sessioni di Chet Baker e Bill Evans. Il mix di caffè e musica mi aiuta a perdermi più facilmente, a smettere di essere dove sono. Ovviamente, ho dimenticato di dire che nei periodi in cui scrivo, mi proibisco di utilizzare Internet durante il giorno. Non riesco a immaginare un nemico peggiore di quella distrazione costante sullo schermo.

Come hai esordito?

Il mio primo libro è uscito quando avevo venticinque anni. Già da qualche anno avevo iniziato a pubblicare racconti su riviste e giornali, e un amico di un editore ne aveva letti alcuni e gli erano piaciuti. Non ricordo chi dei due mi ha contattato, ma a partire da quel momento il mio primo libro (una piccola raccolta di racconti) ha iniziato a prendere forma senza difficoltà. Quindi ho avuto fortuna, anche se non è una storia del tutto inusuale, succede a molti scrittori boliviani. È più facile pubblicare in Bolivia che in altri paesi. Non ci sono un’industria e un mercato vere e proprie e le case editrici, che sono quasi tutte indipendenti, sono disposte a rischiare. Nel bene e nel male, tutto funziona a livello di rapporti interpersonali. Con quel primo libro io stesso andavo in giro per le librerie e i caffè che frequentavo a lasciare copie del libro, e i gestori mi davano una mano a venderle.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Credo di aver imparato adesso che un libro è fatto anche di tempo, che a volte è necessario lanciare il dardo centinaia di volte prima di fare centro anche solo una volta, che bisogna non perdere la pazienza, saper aspettare. E anche che la costanza è indispensabile. Senza non si ottiene nulla.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Adoravo leggere le interviste della Paris Review, stare attento a quello che dicevano gli scrittori, cercare di imitarli e imparare. Ma quello che mi è realmente servito a imparare qualcosa su questo mestiere è stato ritornare ai libri che mi hanno commosso o entusiasmato quando li ho letti per la prima volta (diciamo quelli di Coetzee e Rulfo, o quelli di Agota Kristof e Onetti): per me questo mestiere si definisce soprattutto a partire dalle decisioni che bisogna prendere in continuazione scrivendo – dove taglio e perché, in che momento cambio punto di vista e perché, quando lascio che i personaggi tacciano e perché. In questo senso, gli scrittori che ammiro sono quelli delle cui decisioni mi fido, e quelle decisioni sono sempre più facili da notare quando si rilegge, quando si presta meno attenzione al destino dei personaggi e ci si concentra in quelle altre cose di cui in verità sono fatti i libri.

“Esisti” online?

No, in quell’altra realtà non esisto.

(traduzione di Giulia Zavagna)

[19 – continua; le precedenti interviste: Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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