Rolling Stone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rolling-stone/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:55:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rolling Stone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rolling-stone/ 32 32 L’ultima generazione a permetterselo https://minimaetmoralia.it/cultura/lultima-generazione-a-permetterselo/ https://minimaetmoralia.it/cultura/lultima-generazione-a-permetterselo/#comments Sun, 20 Apr 2014 20:48:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20124 Come forse sapete, l'edizione italiana di Rolling Stone ha sospeso le pubblicazioni, per riprenderle pare a settembre dopo un cambio di editore. Qui c'è il comunicato sindacale della redazione. Christian Raimo e Marco Mancassola scrivono da tre anni circa una rubrica intitolata Italia, amore. Questo qui sotto è quella del numero di aprile, ora in edicola. A tutta la redazione e a tutti i collaboratori, massima solidarietà e in bocca al lupo.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Siete dei privilegiati. Sì, voi. Voi che leggete quest'articolo, che avete letto o sfogliato questo numero di Rolling Stone. Come me del resto, fate parte di un'élite, di una strana casta, non saprei dirlo meglio. In un libro recentissimo uscito per Laterza, Senza sapere di Giovanni Solimine, si riportano i risultati di una ricerca condotta da Save the Children: più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.

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Come forse sapete, l’edizione italiana di Rolling Stone ha sospeso le pubblicazioni, per riprenderle pare a settembre dopo un cambio di editore. Qui c’è il comunicato sindacale della redazione. Christian Raimo e Marco Mancassola scrivono da tre anni circa una rubrica intitolata Italia, amore. Questo qui sotto è quella del numero di aprile, ora in edicola. A tutta la redazione e a tutti i collaboratori, massima solidarietà e in bocca al lupo.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Siete dei privilegiati. Sì, voi. Voi che leggete quest’articolo, che avete letto o sfogliato questo numero di Rolling Stone. Come me del resto, fate parte di un’élite, di una strana casta, non saprei dirlo meglio. In un libro recentissimo uscito per Laterza, Senza sapere di Giovanni Solimine, si riportano i risultati di una ricerca condotta da Save the Children: più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.

Capite cosa intendo? Non è un dato incredibile? Ecco, ogni volta che penso cosa si può fare per questo Paese in cui viviamo (e votiamo), mi ritornano in mente questi numeri.

Perché i governi nascono e muoiono, i leader fanno infiammare e raggelare nel giorno di pochi giorni; i ragazzi si disaffezionano alla politica, e un sentimento ostile – contro coloro che occupano posizione di potere senza avere una visione – accomuna non solo chi fa il contestatore di mestiere: nel cuore di chi ha 16, 20, 25 anni spesso dimora un’insofferenza quasi feroce per chi campa di rendite di posizione, nel partito, nel lavoro, nelle proprietà. E dunque la politica in questi ultimi anni è stato essenzialmente questo: indignazione – spesso molto legittima – contro i privilegiati, siano vecchi tartufi da rottamare o Casta da mandare in galera.

Per questo mi piacerebbe che – indipendentemente da come andranno le cose sulle prime pagine dei giornali, nelle discussioni parlamentari o magari alle prossime elezioni – io e voi facessimo un piccolo esercizio di consapevolezza, riconoscendo che c’è un’emergenza molto grave qui in Italia, e se si vuole fare politica bisognerebbe dedicarsi anima e corpo a una sorta di New Deal culturale: un progetto di alfabetizzazione culturale su larga scala.

Scuole di strada, recupero dell’abbandono scolastico, volontariato, banche del tempo, militanza intellettuale… Invece di fuggire, a Berlino! a Londra! a Toronto!, invece di lasciare questo Paese infame in cui scuola e università sono state disintegrate, in cui la cultura del lavoro è vaporizzata, in cui c’è il più alto tasso di dipendenza dalla televisione d’Europa (89%, dati Censis), assumiamoci un compito, sì, io e voi. Non abbiamo un dovere in quanto privilegiati? Siamo persone che – nonostante la crisi – possono comprare libri, fumetti, dischi, discutere se ci piace più l’ultimo album dei National o quello dei Wild Beasts (a me il secondo), viaggiare ogni tanto e guardarsi in streaming l’ultima serie tv appena sottotitolata: non sembra un granché, il nostro ruolo è forse ridotto a quello di consumatori culturali di basso livello; ma, anche se non ci credete, è tantissimo per la maggior parte dei ragazzi nati in Italia.

Non facciamo battaglie soltanto per i nostri diritti (per giusti compensi sul lavoro, per poter accendere un mutuo senza dover avere la malleva della pensione dei genitori…), ma combattiamo anche – non è scontato, certo – per i nostri doveri. Potremmo essere l’ultima generazione a permetterselo.

MM. Il lunedì mattina, in una famosa pizzeria del mercato coperto di Brixton, li vedo prendere lezioni di gruppo su come usare una macchina del caffè. Hanno trenta, venticinque, venti anni. A volte vorrei chiedere loro: cosa fate qui? Cosa credete di trovare? Non ci tengo ad apparire come il tipico immigrato dell’ondata precedente che guarda con sufficienza gli immigrati più recenti. Eppure so che questa città divorerà molti di loro. Strapperà loro il cuore e lo servirà con patatine in un baracchino di Camden.

L’immigrazione italiana a Londra è una faccenda antica, ha avuto ondate successive e ravvicinate fin dagli anni Cinquanta – quando italiani erano i parrucchieri, sarti, ristoratori, gangster dandy di Soho – e anche da molto prima. Oggi gli italiani trasferiti a Londra fanno mille lavori, spesso di primo piano. Magari tirano su bambini – mai sentiti tanti bambini parlare italiano a Londra come adesso. Cosa c’è di nuovo allora?

Di nuovo ci sono i numeri dell’ultimissima ondata migratoria, quella dell’ultimo paio d’anni. L’immigrazione italiana, soprattutto giovanile, nel Regno Unito ha avuto un’impennata ufficiale del 50% dal 2012 a oggi. E cosa finisce a fare questa nuova ondata di manodopera? Spesso compete con l’ondata spagnola per fare i lavori che fino a un anno fa facevano gli immigrati dell’Est Europa: Starbucks, Pret A Manger, le casse delle grandi catene di negozi. Quelli fortunati, i cassieri da Whole Foods. Vengono a nutrire una città famelica il cui appetito principale è proprio quello per lavoratori a basso costo. Poco più di sei sterline all’ora la paga sindacale. Sognando di fare gli hipster a Dalston, riuscendo al massimo a pagare una stanza a Stratford.

Alcuni appaiono così irrimediabilmente fuori posto che è facile prevederne il futuro: qualche mese a servire caffè da Starbucks, il costo della vita sempre più insostenibile, infine tornare alla provincia italiana da cui sono venuti. Altri appaiono più determinati e consapevoli di dove sono: in una delle metropoli più affascinanti, certo, e più crudeli del pianeta. Come canta Jamie Woon: “Anything can happen in the city but you can’t sit down”.

Di fatto, luoghi come Londra o Berlino, approdi di massa dei giovani immigrati italiani, rappresentano una possibile soluzione pratica, e insieme una valvola di sfogo dell’immaginario. Sapere che esistono, che sono disponibili, anche se le possibilità che offrono sono sempre più limitate, aiuta a calmare la claustrofobia della gioventù italiana: sia per quella che parte, sia per quella che rimane a casa. Almeno fino a quando quegli approdi saranno effettivamente disponibili. Il governo britannico ringhia sempre più forte contro l’immigrazione interna europea: presto, chissà, trasferirsi liberamente nel Regno Unito potrebbe diventare difficile per i giovani europei.

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Italia, amore, luglio. Le infinite estati in cui essere tutto. https://minimaetmoralia.it/musica/italia-amore-luglio-le-infinite-estati-in-cui-essere-tutto/ https://minimaetmoralia.it/musica/italia-amore-luglio-le-infinite-estati-in-cui-essere-tutto/#comments Fri, 24 Aug 2012 13:52:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9136 di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Gli esami di maturità nascondono nell'evidenza una grande contraddizione. La prassi vuole che ci sia un momento, alla fine dell'interrogazione orale ossia di tutto, in cui la commissione chiede al candidato: "E dopo cosa hai pensato di fare?". È un piccolo rito in cui i ruoli non sono più asimmetrici, ma si parla per la prima volta, da pari, lo studente può respirare, non è più sotto torchio. La piccola stranezza che mi colpisce ogni volta è questa: abbiamo appena ascoltato qualcuno che sa padroneggiare – bene o male, non importa – questioni di cultura greca e vulcanologia, critica letteraria novecentesca e rudimenti di economia politica, citazioni da Freud e analisi iconografiche di Kandinskij; e a questa persona qui, noi dall'alta parte della scrivania cosa stiamo dicendo: Sai cosa c'è, tutta questa cultura trasversale non serve, è culturame funzionale solo a questo rito ormai concluso, questo liceo multidisciplinare era solo un modo per darti un ampio ventaglio di scelte, ora – da adulto a adulto – quale facoltà sceglierai? Come ti metterai a disposizione per il mondo nostro, per il lavoro, per produrre, per integrarti nella società? Che hai deciso di fare: non tradurrai più una riga di latino in vita tua, oppure dimenticherai per sempre le funzioni e i limiti?

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di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Gli esami di maturità nascondono nell’evidenza una grande contraddizione. La prassi vuole che ci sia un momento, alla fine dell’interrogazione orale ossia di tutto, in cui la commissione chiede al candidato: “E dopo cosa hai pensato di fare?”. È un piccolo rito in cui i ruoli non sono più asimmetrici, ma si parla per la prima volta, da pari, lo studente può respirare, non è più sotto torchio. La piccola stranezza che mi colpisce ogni volta è questa: abbiamo appena ascoltato qualcuno che sa padroneggiare – bene o male, non importa – questioni di cultura greca e vulcanologia, critica letteraria novecentesca e rudimenti di economia politica, citazioni da Freud e analisi iconografiche di Kandinskij; e a questa persona qui, noi dall’alta parte della scrivania cosa stiamo dicendo: Sai cosa c’è, tutta questa cultura trasversale non serve, è culturame funzionale solo a questo rito ormai concluso, questo liceo multidisciplinare era solo un modo per darti un ampio ventaglio di scelte, ora – da adulto a adulto – quale facoltà sceglierai? Come ti metterai a disposizione per il mondo nostro, per il lavoro, per produrre, per integrarti nella società? Che hai deciso di fare: non tradurrai più una riga di latino in vita tua, oppure dimenticherai per sempre le funzioni e i limiti?

Ecco, mi piacerebbe che qualche studente a questa domanda rituale, non rispondesse: “Spero di passare il test a x, vado a fare y all’università di mio fratello, sono indeciso tra z e k”. Mi piacerebbe che con una sfrontatezza che finora è stata solo dissimulata per la cortesia del contesto, il candidato ci dicesse a noi adulti che l’abbiamo interrogato sull’intero scibile umano con quella sicumera un po’ ostile che scambiamo per serietà, ecco mi piacerebbe rispondesse: “Farò tutto”. Rivolterò da capo a piedi il mondo, mi interesserò di biotecnologie, e continuerò a leggere sonetti, m’intrufolerò ai corsi di lingue orientali e proverò a imparare a dipingere, suonare uno strumento antico, riprenderò in mano ogni tanto l’Odissea, mi leggerò per intero il Capitale, mi comprerò un cannocchiale per esplorare le stelle d’estate, e viaggerò sulle rotte del Beagle. Proprio la scuola mi ha fatto conoscere tutta una serie di persone che ci stavano stretti sui banchi, pessimi studenti come Darwin , ribelli come Schelling e Hegel, autodidatti come Mill o Leopardi, altri come Nietzsche o Michaelstedter per cui l’erudizione è il male, o gente come Montessori o Don Milani che l’ha presa la scuola e l’ha rivoltata da capo a piedi, o ancora tipi come Fenoglio che hanno deciso di seguire il proprio prof per combattere i fascisti in montagna, ora mi dite perché io dovrei scordarmi di tutto questo e accontentarmi di pensare al futuro solo come una facoltà universitaria?

MM. Il sapore irripetibile delle estati da ragazzino. Ricordo i pomeriggi a leggere in giardino, da solo, il ronzio degli insetti e l’odore delle pagine sotto il sole. Ricordo l’unica estate che passai al mare, mordicchiare un Calippo sulla spiaggia, il juke boxe che mandava Self Control di Raf. E poi tutte le altre estati, crescendo, il sudore dei primi lavori estivi, i weekend in autostop per raggiungere i club, altrettanto sudati, nella pineta di Jesolo.
Cosa rendeva irripetibile il sapore di sale di quei tempi, dell’infanzia e dell’adolescenza? Era il fatto di essere legato alla pausa calda e assolata – quasi abbagliante – tra le esperienze di un anno scolastico e l’altro. L’estate era una parentesi brulicante di sensazioni, sospesa come un ponte, proiettata in avanti verso l’avventura complementare del ritorno a scuola. Agli esseri umani piace il ritmo e quello scuola-vacanze resterà come uno dei ritmi più perfetti, più definitivi nella vita di molti. Una cosa che direi a chi va ancora a scuola: godetevi il ritmo.
Le stagioni si alternavano e il futuro ci veniva incontro, a me, ai miei amici. Era fatto di tante cose, musica e cellulari e i primi modem chiassosi, lauree dall’utilità non sempre chiara, il mercato del lavoro miserabile e senza regole, senza ritmo. E le convulsioni nella storia d’Occidente, terrorismi, crisi di panico, emergenze climatiche, il misto di intensità emotive e solitudine gelida della vita ai tempi della rete. Non so se la scuola dei miei tempi mi abbia educato ad affrontare questo futuro, certo mi ha fornito qualche strumento culturale, logico, di pensiero – come gli strumenti minimi ma essenziali concessi ai partecipanti dei corsi di sopravvivenza, quando vengono abbandonati in mezzo a una foresta.
Non sempre ci si ricorda che scuola e futuro sono facce dello stesso concetto, dello stesso slancio in avanti. E quando ogni idea politica e sociale di futuro entra in crisi, è inevitabile entri in crisi anche la gestione della scuola.
Gli esperimenti e i disastri degli ultimi anni nella scuola pubblica italiana, ministri incompetenti, retoriche insensate, spesso sulla pelle di quegli insegnanti che continuano a credere nel loro lavoro, sono segno di uno smarrimento di idee profondo, totale. A che tipo di futuro dovrebbe servire la scuola? C’è ancora un futuro? Che strumenti servono ad affrontare la notte della foresta, qualunque aspetto avrà la foresta?
Nell’incertezza, o nella semplice incompetenza, il ministro e l’esperto di turno blaterano le solite banalità su internet, sui tablet da portare in classe, le tecnologie. Certo. D’accordo. Peccato si stia pensando che la rete possa fare da sola ogni cosa. Si guarda alla rete e alla tecnologia con lo stesso misto di ingenuità e coscienza sporca con cui il neoliberismo guardava al mercato – con l’illusione che il mercato potesse fare tutto da solo: sfamare, e persino educare.

Questo pezzo fa parte di una rubrica che esce mensilmente su Rolling Stone.

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Italia amore: rivelazioni https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-rivelazioni/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-rivelazioni/#comments Fri, 09 Mar 2012 10:20:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6914 La consueta rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su «Rolling Stone». Finita l'era psichedelica che per un po' ci ha fatto credere di poter scassinare le porte della percezione, finita quella del postmodernismo che ci ha resi cinici e disgregati, e ora che anche il neoliberismo pare essere al collasso, quali strumenti ci restano per comprendere il mondo in cui viviamo?

Marco Mancassola >> Una delle tipiche esperienze di chi prende un acido o altre sostanze psichedeliche per la prima volta, è la sensazione che la realtà complicata, frammentata, dispersiva in cui ha vissuto finora diventi di colpo leggibile. All'improvviso tutto combacia. Tutto si rivela coerente. Posso intuire ciò che tiene ogni cosa insieme: ho capito, ho capito! Il disordine del mondo era soltanto illusione. Un po' come la “teoria del tutto” cercata dalla fisica teorica, quella che sarebbe in grado di connettere le diverse teorie sulla natura della realtà.

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La consueta rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su «Rolling Stone». Finita l’era psichedelica che per un po’ ci ha fatto credere di poter scassinare le porte della percezione, finita quella del postmodernismo che ci ha resi cinici e disgregati, e ora che anche il neoliberismo pare essere al collasso, quali strumenti ci restano per comprendere il mondo in cui viviamo?

Marco Mancassola >> Una delle tipiche esperienze di chi prende un acido o altre sostanze psichedeliche per la prima volta, è la sensazione che la realtà complicata, frammentata, dispersiva in cui ha vissuto finora diventi di colpo leggibile. All’improvviso tutto combacia. Tutto si rivela coerente. Posso intuire ciò che tiene ogni cosa insieme: ho capito, ho capito! Il disordine del mondo era soltanto illusione. Un po’ come la “teoria del tutto” cercata dalla fisica teorica, quella che sarebbe in grado di connettere le diverse teorie sulla natura della realtà.
Ci fu un tempo in cui migliaia, milioni di persone sperimentavano in contemporanea tale sensazione. Quella hippy-psichedelica fu davvero una rivoluzione. Anzi una rivelazione. Un intuire collettivo che la realtà non era solo quella che appariva. Allora, cosa impedì agli hippy degli anni Sessanta, ai Cary Grant e ai Ken Kesey di diventare un popolo di illuminati e di decisivi profeti? Cosa li trattenne dal cambiare le sorti del pianeta? Forse la rivelazione psichedelica era sì sconvolgente, ma anche troppo sfuggente. Non si poteva comunicare a parole. Non era traducibile in un’effettiva politica. Mica facile mettere insieme Le porte della percezione e le curve dell’economia mondiale.
La cultura psichedelica ha lasciato delle eredità. Non solo la scena del viaggio in 2001 Odissea nello spazio o i pezzi migliori dei Beatles. Ha lasciato ad esempio i semi della cultura informatica-digitale in cui oggi viviamo immersi, germogliata proprio dalla California psichedelica. Steve Jobs non nascose mai l’aiuto dato dall’LSD all’ideazione dei primi Mac.
Ma nella nostra vita individuale e collettiva continuano a non esserci teorie del tutto. Una volta c’erano le ideologie. Poi, giusto mentre la cultura hippy si ritirava, trionfò il postmoderno con la celebrazione del molteplice, del disgregato, del centrifugo, il suo ironico distacco dall’idea di una narrazione unitaria, di un senso compatto del mondo. E infine trionfò il neoliberismo. Il mercato totale. L’idea che a tenere insieme ogni cosa bastasse questo, la potenza inclusiva e quasi mistica del mercato.
Ora che il neoliberismo naufraga, e il postmoderno ci ha resi così cinici e alienati da spingerci a un passo dal suicidio collettivo, ci scuotiamo e ci accorgiamo di essere in un’altra era. Il postmoderno è finito da un pezzo. Evaporato come un banco di nebbia. Ovunque è voglia di reincanto, di nuova fede, di “new sincerity”, di ritrovare la capacità di credere in qualcosa. Ma non è così facile. La verità di chi è nato nell’assenza di verità, non è a sua volta una forma di messa in scena? Come esco dall’ossessione dell’autoconsapevolezza, dal gioco di specchi interiori, dall’infinito “so di sapere di sapere?” Uno scrittore come David Foster Wallace ha scritto migliaia di pagine cercando questa via di uscita. Si impiccò nel patio di casa.

Christian Raimo >> Ho trentasei anni. L’imperativo che ha accompagnato la mia crescita era quello attribuito, a seconda della tradizione, a Socrate o a Talete: Conosci te stesso. Avevo quattordici anni nel 1989, quando stava per cadere il Muro, e quando gente come Gianni Vattimo o Hans Georg Gadamer aveva gioco facile nel riassumere il Novecento come il “secolo ermeneutico”: un secolo dell’interpretazione, segnato fin dalla nascita da quei “maestri del sospetto” (Nietzsche, Freud, Marx) che sembrava avessero fornito, per chi voleva, un insuperabile modello critico di conoscenza del mondo. C’era un filo rosso che collegava la storia: conoscere voleva dire storcere il naso, non accontentarsi, mettere e mettersi in discussione. La parola crisi non aveva il significato di disastro ma di passaggio cruciale. Dall’Atene del V secolo avanti Cristo, dal conosci te stesso, quest’approccio non era molto cambiato, se ci veniva ribadito 1) che la scienza non ci mostra la verità ultima sulle cose (Nietzsche), 2) che noi non siamo mai trasparenti a noi stessi (Freud), 3) che la società nasconde nella politica i suoi meccanismi più profondi – quelli del potere economico (Marx).
Se oggi, in questo paesaggio pervasivo della crisi, devo pensare a qual è l’imperativo con cui crescono i ragazzi con cui ho a che fare, me ne viene in mente uno che ha una forza, potrei dire una violenta perentorietà, che per me allora quattordicenne sarebbe stata inimmaginabile. Sii te stesso: è questa un’intimazione che gli e ci viene ripetuta ogni istante. L’idea che la nostra vita sia una ricerca continua e mai risolta, che la nostra personalità sia non solo mutevole ma mai in definitiva conoscibile, l’idea che quello che siamo ci rimanga sempre in parte oscuro perché dipende così poco da noi, tutto questo diventa un ostacolo di fronte al diktat della società a cui apparteniamo: occorre essere immediati. Spontanei, diretti, senza filtri. Bisogna essere sempre pronti a fare un acting out di quello che si prova. Esprimiti. Scrivi prima degli altri che “ti piace” è quello a cui invita Facebook quando mette un’iconcina a fine pagina di un articolo, spronando verso un’assurda gara ansiogena a dover comunicare subito,senza doverci pensare neanche un secondo, l’effetto della realtà sui nostri sensi.
Ma cosa vuol dire essere se stessi, se neanche ci serve riflettere su cosa siamo? Significa che possiamo fare a meno degli altri. Che possiamo ritenere che noi siamo l’universo. E questo – non so come la vediate voi – ci può fare sentire meno soli. Ma anche molto più soli. O anche semplicemente un po’ stupidi.
La promessa di non dover essere dei conformisti sociali si rivolta nel suo opposto: si rischia di diventare dei conformisti del proprio sé. Fedeli ai nostri impulsi ciechi, schiavi di una sincerità che altro non è che indifferenza al mondo, inchiodati a un’immagine di noi che somiglia, più che a un’anima, a un book fotografico. O a un tamagotchi con il nostro stesso sorriso spento. A un angry bird che come Sisifo tutto il giorno continua a lanciarsi nel vuoto sperando di schiantarsi contro delle casse di frutta.

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Italia, amore: solitudini https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-solitudini/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-solitudini/#comments Wed, 15 Feb 2012 09:45:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6581 «Italia, Amore» è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce tutti i mesi su «Rolling Stone». Questi due articoli sono apparsi sull’ultimo numero della rivista, febbraio 2012.

MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.

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«Italia, Amore» è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce tutti i mesi su «Rolling Stone».  Questi due articoli sono apparsi sull’ultimo numero della rivista, febbraio 2012.

MM >> Sono uno scrittore, essere solo è il mio lavoro. Ci sono attività in cui la solitudine è uno strumento attivo di lavoro. E la solitudine in realtà ha una varietà di sfumature, dalla più scura alla più esaltante. Ci vorrebbero decine di termini diversi per nominare tutte le solitudini possibili, proprio come in quella leggenda secondo cui gli Inuit avrebbero cinquanta parole per indicare la neve.
L’inglese distingue tra loneliness e solitude. La prima è una sensazione cattiva, sofferta, la seconda è più costruttiva – frutto di una scelta. Il teologo Paul Tillich scrisse che “loneliness esprime la pena di essere soli,solitude la gloria di essere soli.” Ma ovvio che il confine tra i due stati è vago, molto permeabile. È questa ambiguità a rendere interessanti le professioni solitarie, esposte più di altre alla verità emotiva del mondo, che è sempre duplice e scivolosa, epica, miserabile, profetica e al tempo stesso ridicola. Scrivere è sentirsi tutte queste cose insieme.
Come un problema di fisica quantistica, la solitudine è una faccenda multipla, legata al punto di osservazione.
Nel mondo insonne e illuminato dai bagliori di mille schermi, la gente oggi pare particolarmente terrorizzata all’idea di restare sola con se stessa. Per questo sfugge alle responsabilità e alle opportunità della propria solitude e si getta nel mercato delle connessioni, del brusio perenne, del flusso di dati. Beh, non si torna indietro dalla società della connessione. Ma è comico il modo in cui, così facendo, per sfuggire allasolitude si finisce spesso per gettarsi in pasto alla loneliness. Ed è comico il modo in cui, sempre di più, gli altri diventano nient’altro che un rimbombo del nostro pensiero, mentre leggiamo un messaggio sul telefono o un commento sulla schermata di Facebook.
La società della connessione crea forme effettive di comunione. Ad esempio quando la rete serve, come accade negli ultimi anni, a organizzare manifestazioni facendo convergere insieme sulle strade migliaia di cani sciolti. Molte altre volte, lo sappiamo, la rete non è che un laboratorio di desolazione. Una macchina della banalità, del commento automatico, dello spam furioso, del flusso isterico. Una macchina, appunto. Un giorno chatteremo e scambieremo commenti in rete senza sapere se lo stiamo facendo con una persona o con un software. E tutto sommato non ce ne importerà.
La solitudine di cercare su google qualcosa di introvabile. La solitudine dell’ennesima richiesta di amicizia da parte di qualcuno che non conosci, né mai conoscerai. La solitudine di fingersi amico di tutti. La solitudine di fingersi nemico di tutti. Alla fine chiudi le connessioni. Sei solo, ma in un modo più interessante. Non hai bisogno di far sapere a tutti cosa stai facendo: è un momento glorioso proprio perché appartiene soltanto a te. Apri il programma di scrittura. Sei uno scrittore, è davvero il tuo lavoro.

CR>> Nelle ultime settimane ho letto/riletto tre libri incredibili: Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, Gli anelli di Saturno di W. Sebald, L’onda del porto di Emanuele Trevi. Sono tre reportage che raccontano qualcosa che dovrebbe essere un viaggio tra i luoghi inconsueti (dieci giorni in crociera ai Caraibi, un pellegrinaggio nell’Inghilterra del Sud, un vagabondare nella Thailandia post-tsunami) e che si rivela invece un’erranza labirintica e inesausta nella propria testa. Gli scrittori sono così: persone sole che oscillano tra il desiderio di eremitaggio e la voglia di parlare a chiunque, di dissolversi nelle proprie stesse parole in una infinita conversazione con il lettore. Se Paul Celan considerava i poeti gli ultimi custodi delle solitudini, se Emily Dickinson poteva scrivere versi come Forse sarei più sola senza la mia solitudine, nella famosa intervista rilasciata a David Lipsky, Wallace raccontava più volte di come venisse angosciato dalla sensazione di essere da solo a pensare o provare certe cose e a non riuscirle a comunicare a nessuno. Frase che è, credo, una buona definizione della vocazione alla letteratura e, insieme, della depressione vista dalla parte di chi la vive.
È cambiato qualcosa oggi, all’epoca della comunicazione globale rispetto a questa percezione di solitudine che ha attraversato l’umanità, dai lirici greci al Qoelet agli scritti di Giovanni Della Croce sulla “notte oscura” a Beckett? Forse sì. Forse questa solitudine non è più una rivelazione, forse siamo tutti più consapevoli di una cosa: dell’abisso che esiste tra quello che in teoria possiamo comunicare a qualcun altro e quello che di fatto riusciamo a comunicare. Per questo magari, se vi andate a leggere il rapporto Osmed anche quest’anno, vedete come è aumentato anche quest’anno il consumo di psicofarmaci in Italia. Per questo, recentemente, di fronte a delle morti così consapevoli come il suicidio assistito di Lucio Magri o quella raccontata per filo e per segno da Christopher Hitchens si è scritto così tanto: ci si può confrontare con la solitudine che ci porta la morte e riuscire a non impazzire? E per questo le persone che passano dieci ore al giorno su facebook o twitter, ci sembrano normali e mostruose al tempo stesso: gli riconosciamo un nostro stesso bisogno, ma gli vorremmo dire che stanno sbagliando strategia, dando onore a un simulacro di condivisione, non a un’autentica empatia.
Ma quale, poi, di fatto, è un’autentica empatia? Qual è quella volta che ci siamo sentiti veramente accomunati a qualcuno? Nella Morte di Vladimir Jankelevitch o nella Stella della redenzione di Franz Rosenzweig o anche nella Morte di Ivan Ilic di Leo Tolstoj si parla di come la vita umana abbia una specie di regolarità: crescendo si passa da osservare come turisti quello che ci sta intorno a sentire che questo ci riguarda, fino ad arrivare a ammettere che tutto questo ci tocca nel profondo. Se ripercorreremo come miliardi di persone questo cammino, vuol dire che in un certo senso ci saremmo salvati, interpretando ancora una volta la parte che ci è toccata: quella degli esseri umani, soli e incredibilmente pieni di desideri.

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Italia amore: insolvenza https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-insolvenza/#comments Thu, 17 Nov 2011 10:09:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5694 di Christian Raimo e Marco Mancassola
La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli.

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di Christian Raimo e Marco Mancassola

La rubrica mensile di «Rolling Stone» sulle passioni e i mali del nostro Paese.

Christian Raimo: Padre, rimetti a noi i nostri debiti: ossia, azzerali, pagali tu per noi, liberacene. I genitori sono bene o male gli unici esseri umani che nella nostra vita ci danno dei soldi senza volerli indietro. Ma la crisi che stiamo attraversando sempre di più mostra uno scenario futuro diverso da quello in cui i padri rimettono i debiti dei figli. Sembra piuttosto che sulle giovani generazioni graverà l’incalcolabile peso di un’accumulazione di debito contratto da chi ha pensato di vivere in una bolla che non era solo finanziaria, ma metafisica: un’idea immaginifica della realtà. Lo vogliamo dire in un modo più chiaro? Se il prodotto interno lordo del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, il moloch della finanza creativa l’ha surclassato. Il mercato mondiale delle obbligazioni vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi: una biblioteca di Babele di valore possibile. Enti che non esistono, metropoli progettate nel deserto. Quando la bolla scoppia – e le bolle inesorabilmente scoppiano, nonostante la pervicacia ottimistica che fa dire ai Greenspan e ai Tremonti: “Questa volta, ve lo giuriamo, è diverso” – la situazione diventa immediatamente disastrosa. L’America degli anni 30, ma anche – per restare vicino a noi – il Messico degli anni 80, la Russia post-sovietica, l’Argentina di qualche anno fa, la Grecia del 2008. E chissà, l’Italia del 2012. Il crack è una specie di detonatore di realtà: ci fa immediatamente ricordare ciò che siamo. A meno che, anche questo capita spesso, ci affanniamo a pensare di mettere ancora pezze a quella bolla, pur di salvarne i lacerti. E giù salvataggi di banche, manovre di emergenza, dichiarazioni di ottimismo, marketing dell’illusione.

Quando per esempio qualche anno fa la crisi dei mutui ha investito l’Islanda, si è scoperta una piccola nazione con un PIL annuo di 9 miliardi e mezzo di euro indebitata con gli investitori inglesi e olandesi per 50 miliardi. Ma – diversamente da ogni abitudine precedente – i cittadini islandesi con un referendum hanno detto no al piano di restituzione del debito già approntato per loro dalle banche europee: hanno deciso insieme di non pagare, creando un precedente forse rischioso ma affascinante. E se facessimo tutti così?

Quest’idea, la rivendicazione di un diritto all’insolvenza (in un mondo in cui certi padri non solo non rimettono i debiti, ma ne creano di giganteschi) si sta facendo strada anche da noi, non a nome di qualche facinoroso drop-out ma anche da parte di qualche economista come Andrea Fumagalli, che ne ha scritto in tanti luoghi facilmente reperibili in rete. Forse alcune volte, se certi padri non sono stati capaci di insegnare il valore del fallimento, è meglio ammettere noi di aver sbagliato; forse è meglio dichiarare default, invece di pensare di salvare l’insalvabile e foraggiare quelle banche che hanno creato questa montagna di valore inesistente. Se ora anche molti economisti ipotizzano che sarebbe un bene un default controllato di una Grecia o un’Irlanda, qualcun altro come Andrea Fumagalli dice semplicemente che potremmo pensare di non far pagare questa crisi a chi non l’ha creata. Sperando questa volta che siano i figli, consapevoli di un principio di realtà a cui non erano stati educati, a insegnare qualcosa ai padri.

Marco Mancassola Avevo sedici anni quando mio padre perse il poco che aveva, la casa dove vivevamo fu espropriata. Ufficiali giudiziari che bussano alla porta, creditori che urlano minacce al telefono, le speranze di andare all’università che evaporano e la strada della tua vita che si fa in salita. Ero il ragazzo povero in un posto, la provincia veneta, che al tempo grondava soldi. Sono cresciuto tra gente più ricca di me, e non credo che questo mi abbia allenato all’invidia ma piuttosto a riconoscere il vuoto, la bolla di irrealtà che i soldi creano nella vita delle persone.

Oggi la legge sui fallimenti si è fatta meno stringente verso i piccoli imprenditori. Eppure il fallimento è rimasto un’idea-spettro dentro di me, una sorta di principio logico e crudele. Mi dico: un uomo che non riesce più a pagare i suoi debiti viene dichiarato fallito. Cosa accade però se allarghiamo il concetto del debito oltre i debiti aziendali, oltre i debiti personali, e consideriamo anche il debito pubblico pro-capite? Se consideriamo l’intero debito economico, ecologico, geopolitico della società in cui viviamo?

Un tale tipo di debito è ovviamente impossibile da ripagare. Nessuno ormai può riuscirci. E accade dunque che intere generazioni, da un punto di vista logico, sono fallite in partenza. Avete vent’anni, siete falliti. Ne avete dieci, siete falliti. Nascete ora, falliti. Membri di una società e di un’epoca che non saprà mai pagare il suo debito.

Il default, il downgrade, la crisi del debito. Quelle degli articoli di economia sono parole-tentacolo che ci afferrano e trascinano in giù verso spirali di incertezza. Se le parole suonano astratte, gli effetti sono concreti. Oggi si tratta di sperimentare precarietà, disoccupazione, sottoccupazione, lavoro in nero, impossibilità di progettare una vita. Domani magari le mense popolari e gli ostelli per senzatetto, che già registrano afflussi record. E le rivolte, i disordini sociali di cui vediamo qua e là il sinistro scintillare. Come si spezza la spirale?

Smettendo di pagare, dice qualcuno. Un sano diritto all’insolvenza. Creare un punto di rottura, resettare il mondo intero. Can’t pay, won’t pay è il motto inglese usato da numerose campagne: ricorda il Sotto paga! Non si paga! del lavoro teatrale di Dario Fo, scritto negli anni Settanta. Certe idee sono nell’aria da un po’.

In prospettiva, la domanda può farsi più specifica e cruciale. Esiste il diritto di certe generazioni di non pagare i debiti di quelle precedenti? E su un piano esistenziale, di che diritto si tratta, visto che siamo ciò che siamo grazie anche a chi è venuto prima? Diritto a dichiarare fallito, finanziariamente e moralmente, il mondo com’è stato finora. È ovvio che per acquisire un simile diritto bisogna fare un passo ulteriore. Bisogna abbandonarlo, il mondo com’è stato finora, per passare a qualcosa di radicale altro. Non puoi rifiutarti di pagare i debiti e continuare con la tua vita di prima.

Quanto a mio padre, penso alla sua faccia. Le rughe di cuoio da vecchio cowboy. La vita incisa su quella faccia, come una mappa su cui vorrei essere in grado di leggere cosa sarà di me, cosa sarà di noi.

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Un bacio antisommossa https://minimaetmoralia.it/societa/un-bacio-antisommossa/ https://minimaetmoralia.it/societa/un-bacio-antisommossa/#comments Wed, 21 Sep 2011 09:35:22 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5231 Questo pezzo è uscito su Rolling Stone di agosto.

di Marco Mancassola

Ricorderete questa immagine. Un poliziotto in tenuta antisommossa in primo piano, sullo sfondo una scena di guerriglia urbana, e a terra, sull’asfalto, un ragazzo e una ragazza che sembrano baciarsi, quasi in procinto di fare l’amore.

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone di agosto.

di Marco Mancassola

Ricorderete questa immagine. Un poliziotto in tenuta antisommossa in primo piano, sullo sfondo una scena di guerriglia urbana, e a terra, sull’asfalto, un ragazzo e una ragazza che sembrano baciarsi, quasi in procinto di fare l’amore. La foto veniva da Vancouver e qualche mese fa ha fatto il giro del mondo. In realtà i due non si stavano baciando, lei stava male e lui la soccorreva, ma l’angolazione dello scatto faceva pensare a un bacio appassionato, indifferente al caos intorno.

Un bacio del genere è quello che ognuno vorrebbe dare: puro, intoccabile, quasi sprezzante verso il tumulto storico e sociale che ci circonda. O per lo meno, se il tumulto ci minaccia, vorremmo avere qualcuno da prendere per mano. Sarà capitato a qualcuno di essere a una manifestazione e quando la polizia carica si scappa e ci si ritrova a correre, fuggire, anche cadere, tenendosi per mano. E se non era a una manifestazione, era nel tumulto della vita – di questo presente, di quest’epoca e di questa storia.

Non sarebbe male poterlo imparare: come si fa a non lasciare la mano dell’altro. Si potesse insegnarla a scuola, una cosa di questo tipo. Lezioni su come impedire al mondo assurdo di rendere assurda anche la nostra vita amorosa.

In realtà, i legami tra i corpi delle persone sembrano farsi sempre più imprendibili, scivolosi, lubrificati, mentre la gran parte delle lezioni amorose-fisiche disponibili è costituita oggi dai filmini porno in rete. C’è qualcosa di complementare nel voyeurismo mediatico verso le immagini delle sommosse urbane, macchine bruciate, ragazzi in scarpe da ginnastica che sfondano vetrine sotto gli scatti dei fotografi, e le immagini dell’ennesima ammucchiata o gang bang. In entrambe le situazioni, un bacio sembra impossibile.

I corpi. Da decenni la pornografia insegna ai ragazzi l’anatomia dei corpi e dei loro incastri. Abbiamo in molti di questi ricordi: andare con gli amici a caccia di riviste porno dietro qualche casolare di periferia. Le pagine appiccicate dallo sfogo di qualcun altro. Oggi l’impero del porno non ha confini, ci si può appassionare alle prodezze di una pornoblogger coreana o selezionare su youporn i gusti più specifici. La sessualità del mondo che si affaccia in una stanza. Dice uno degli ultimi fascicoli del Censis, parlando dei giovani che sviluppano dipendenza dalla rete: “Per questi soggetti l’uso di internet assume i caratteri di una pulsione irrinunciabile […], il prevalere di una dimensione quasi esclusiva di autoreferenzialità che preferisce fare a meno del rapporto con l’altro, anche nella sessualità.” Troppe seghe, insomma, secondo il Censis.

Come insegnano i romanzi, a partire dall’Educazione Sentimentale di Flaubert, ogni educazione amorosa è anche politica, sociale, storica. Viviamo abbracciati alla nostra epoca e un’educazione porno di massa corrisponde a una società intimamente porno. Eppure non smettiamo di sognare che quel bacio o quel tenersi per mano siano possibili. E che nel mezzo del fumo e della battaglia qualcuno ci cercherà; ci abbraccerà; ci amerà.

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Italia Amore: Andarsene https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-andarsene/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-andarsene/#comments Thu, 15 Sep 2011 09:23:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5178 a Amore è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su Rolling Stone.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

Christian Raimo: Alla domanda “Come ti piacerebbe morire?”, la risposta che ho sentito più spesso è stata: “Senza accorgermene”.

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Italia Amore è una rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su Rolling Stone.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

Christian Raimo: Alla domanda “Come ti piacerebbe morire?”, la risposta che ho sentito più spesso è stata: “Senza accorgermene”. Nel sonno, senza soffrire, all’improvviso, addirittura sparato. Un colpo e via. È strano, ma quando ci rimugino, arrivo a pensare che no, a me non piacerebbe morire così. È vero però, stando a quello che racconta Philippe Ariès nella Storia della morte in Occidente, che sia proprio questa una delle grandi trasformazioni che si è avuta dal secondo Novecento in poi: la morte è diventata pornografica. Oscena. Si muore in ospedale, nella maggior parte dei casi. Non visti, non ascoltati. E quindi, se nessuno se ne accorge che morirò, perché dovrei rendermene conto io?

Nelle società pre-globalizzate, ci ricordano il libro di Aries o La morte e l’Occidente di Michel Vovelle, la morte era un rito collettivo, parte integrante della vita sociale, fosse in guerra, in un’epidemia, o semplicemente nella routine famigliare. Oggi è un’esperienza solitaria, e francamente a chi va di fare un’esperienza solitaria?

Eppure, quasi quotidianamente, ci capita qualche amico che ci manda un messaggio su facebook, con scritto Hai visto, è morto quello. No, lo ritwittiamo immediatamente ai nostri amici, che a loro volta postano un video in cui quell’uomo era vivo, era felice, completamente diverso da ora. Nel tempo di un giorno, e anche chi non sapeva nulla di quell’uomo appena morto da vivo, adesso che è morto, conosce chi è, lo ricorda, gli dedica due righe su youtube, lo comincia ad amare (non saprei dirlo meglio). Nei giorni seguenti poi, si parla della biografia di quest’uomo, di quello che ha detto, di come ha vissuto, di quanto era solo, e di ciò che lasciato: lettere, soldi, progetti incompiuti. Girano altri video su facebook, si tira fuori la storia di quando…, qualcuno dedica una rivista a suo nome, una canzone lo cita in un modo nascosto… E a un tratto, siamo percorsi da una sorta di brivido epifanico – noi rimasti sull’orlo del mondo dalla parte dei vivi – che ci dice che in fondo è giusto che quest’uomo sia morto, che tutto quello che ha fatto, era chiaro, diceva che doveva andare a finire così, e che da morto è più facile averci a che fare che da vivo.

Finché poi, un giorno qualunque, ci svegliamo nel sonno urlando, rendendoci conto che da quando siamo nati non abbiamo mai visto un uomo morire, dal vero. E ci tornano in mente quei preti salesiani che una volta al mese a catechismo ci facevano fare un esercizio chiamato L’ora della buona morte. Ci portavano in chiesa e ci facevano pensare alla morte, insegnandoci la cosa più preziosa che esiste.

Marco Mancassola: Quando andai a Camden Square, c’erano fiori sotto la casa di Amy W. I fiori venivano ammucchiati sotto un albero e si mescolavano a biglietti, candele, peluche e altri piccoli oggetti lasciati al modo di offerte rituali, donate a un dio capriccioso e remoto. Una bambina si avvicinò con un gladiolo in mano. Un plotone di fotografi iniziò a scattare. La gente depositava il proprio fiore, metteva le mani in tasca e sembrava raccogliersi: in realtà, subito estraeva il telefono e iniziava a sua volta con le foto. Nessuno che non avesse in mano una camera o un telefono. Vidi una ragazza depositare delle margherite, quindi chiedere a un cronista della BBC, che aveva appena concluso un collegamento, di farle delle foto accanto ai fiori.

Popstar ventisettenni che muoiono in una casa di Londra. Vittime di stragi e di attentati. Personaggi famosi che se ne vanno troppo presto. Non c’è dolore senza fotografie, i flash i flash i flash. Sui siti dei giornali, la photogallery della gente che va a commemorare e a lasciare fiori e candele e biglietti è diventata un’appendice tipica della notizia di ogni evento traumatico.

Le società cosiddette primitive con i loro culti dei morti riassorbivano la morte, davano loro un senso. Oggi la comunità di riferimento è quella che condivide i nostri media: il lutto e il trauma si consumano all’interno di una comunità mediatizzata e non possono che essere elaborati per via mediatizzata. Vale per le morti famose e per quelle comuni. Le bacheche facebook degli amici scomparsi si trasformano in pagine della memoria dove lasciare messaggi al defunto. L’applicazione IF i DIE consente di registrare un video di saluto che diventerà visibile in rete dopo la propria scomparsa.

Secondo alcuni, uno dei motivi del nostro distacco progressivo dalla realtà dipende dal fatto che sempre meno persone vivono l’esperienza di vedere un cadavere. Pochi di noi vanno in guerra, i nostri parenti muoiono quasi sempre in ospedale, e avere a che fare con la morte è una specializzazione professionale riservata a medici, operatori di servizi funebri, forze dell’ordine.

Rimuovere l’esperienza pratica della morte e trasferirla nella sfera dei media crea un ovvio deficit di realtà. Siamo inautentici quando neghiamo la morte. Il rapporto deviato con la morte è il punto chiave per cui la società ipermediatica diventa automaticamente una società iperreale.

Negli ultimi tempi, sulla tivù britannica seguo un programma intitolato Psychic Sally on the Road. Sally è una medium dall’aria sorniona. Gira incontrando folle di persone ed entrando in contatto con i loro defunti. Lo spettacolo è cinico e insieme straziante. Perché quelle persone piangono sul serio. Anche in tempi di rimozione della morte, sappiamo cosa vuol dire perdere qualcuno: l’impellente bisogno di parlargli, sentirne la voce, e sapere di non poterlo mai più fare. Non in questo mondo.

Così come nessuno ci educa più all’amore, nessuno ci educa più al distacco: un’altra cosa da imparare da soli, uomini e donne del XXI secolo. Per questo, alla ricerca di sentimenti da condividere, qualcuno appena può va a commemorare una morte celebre e spettacolare. Lascia il suo fiore e lo fotografa.

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L’ultima confessione di David Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/libri/lultima-confessione-di-david-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/libri/lultima-confessione-di-david-foster-wallace/#comments Fri, 09 Sep 2011 08:52:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5135 Nel 1996, durante il tuor americano di Infinit Jest, un giornalista del Rolling Stone, David Lipsky, trascorse cinque giorni ininterrotti al fianco di David Foster Wallace, in giro per librerie, presentazioni e corsi di scrittura, da uno stato all’altro dell’America, buttando giù appunti per quella che divenne una lunghissima intervista per il giornale. Questa intervista è ora diventata un libro, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (minimum fax), in cui la voce dell’autore ci arriva senza filtri.

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Nel 1996, durante il tuor americano di Infinit Jest, un giornalista del Rolling Stone, David Lipsky, trascorse cinque giorni ininterrotti al fianco di David Foster Wallace, in giro per librerie, presentazioni e corsi di scrittura, da uno stato all’altro dell’America, buttando giù appunti per quella che divenne una lunghissima intervista per il giornale. Questa intervista è ora diventata un libro, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (minimum fax – traduzione di Martina Testa), in cui la voce dell’autore ci arriva senza filtri. Stamattina Repubblica regala ai suoi lettori un’anticipazione, un estratto che noi rimbalziamo qui su minima, sicuri di fare anche a voi un graditissimo regalo.

Ti chiedi mai se i libri sono fuori moda? Te ne preoccupi mai? Come dicevamo ieri, erano dieci anni che Rolling Stone non faceva un pezzo su uno scrittore della tua età.
Penso che un tempo i libri fossero una componente importante del dibattito culturale, in una maniera in cui oggi non lo sono più. E il fatto che Rolling Stone, una rivista mainstream piuttosto importante, non ne parli più come una volta dice molto. Non tanto su Rolling Stone. Quanto sull’interesse che la nostra cultura nutre verso i libri.
Per me… lo sai anche tu, quando ci vediamo con altri scrittori questo diventa un grande argomento di conversazione, perché ci mettiamo tutti a lagnarci e a piagnucolare. Parliamo del declino dell’istruzione e del calo della soglia di attenzione della gente, e della responsabilità della tv in tutto questo. Ma per me la domanda interessante è: cos’è che ha fatto sì che i libri diventassero una parte meno importante del dibattito culturale? […] Ecco, secondo me molti di noi si dimenticano che in parte la colpa è dei libri stessi. È che probabilmente, sai… si crea una sorta di circolo vizioso per cui, man mano che gli scrittori perdono importanza a livello commerciale e rispetto alla cultura di massa, cominciano a difendere il proprio ego parlando sempre di più fra loro. E ponendosi come una sorta di conventicola chiusa in se stessa che non ha niente a che fare con i reali, normali lettori.
E quindi no, non credo che i libri siano passati di moda. Credo che debbano trovare modi radicalmente nuovi di svolgere il proprio compito. E penso che noi, per esempio, come generazione, non siamo stati granché bravi in questo.
[…] Ci sono cose che la grande letteratura può fare e che altre forme d’arte non riescono a fare così bene. E la principale mi sembra che sia il fatto di poter saltare al di là del muro dell’identità individuale e descrivere la propria esperienza interiore; e provocare, direi, una sorta di conversazione intima fra due coscienze. E il trucco starà nel trovare il modo per farlo in un’epoca, e per una generazione, che ha un rapporto radicalmente diverso con la comunicazione verbale lineare e prolungata nel tempo. Uno dei motivi per cui il mio libro [Infinite Jest] ha una struttura strana è che quantomeno tenta di imitare, strutturalmente, una sorta di esperienza interiore.
[…] Certe cose influenzano il tipo di esperienze interiori che uno vive. E i sentimenti di cui la letteratura deve parlare. Cioè, una persona di oggi passa molto più tempo di fronte a un monitor. In stanze illuminate dai neon, nei cubicoli degli uffici, a un capo o all’altro di un trasferimento di dati. E cosa significa essere umani, e vivi, ed esercitare la propria umanità in questo genere di scambio? Rispetto a cinquant’anni fa, quando il grosso dell’esperienza di una persona era, che ne so, avere una casa, un giardino, e farsi quindici chilometri in macchina ogni giorno per andare a lavorare in fabbrica. E vivere e morire nella stessa città in cui si nasceva, e sapere com’erano fatte le altre città solo dalle fotografie e da un cinegiornale di tanto in tanto. Insomma, ci sono un’infinità di cose che mi sembrano diverse, e la velocità a cui cambiano è proprio…
Il trucco che dovrà fare la letteratura, per come la vedo io, sarà cercare di creare una ricchezza di dettagli e un linguaggio in grado di mostrare… sarà cercare di creare una mimesi efficace quanto basta per mostrare che in realtà non è cambiato nulla. […] Che ciò che è sempre stato importante è ancora importante. E il nostro compito è capire come fare questa cosa in un mondo la cui consistenza sensoriale è completamente diversa.

E ciò che è importante – mi stai dicendo – è una certa fondamentale componente umana.
Sì, come dire… per chi vivo io? In che cosa credo, che cosa voglio veramente? Ecco, sono quel genere di domande così profonde che quando uno le fa ad alta voce sembrano banali.

Penso che ogni generazione trovi nuove scuse per spiegare come mai la gente si comporti sostanzialmente da schifo. L’unica costante sono i comportamenti sbagliati. Secondo me la nostra scusa, oggi, sono i media e la tecnologia.
Secondo me il motivo per cui la gente si comporta male è che fa veramente paura stare al mondo ed essere umani, e siamo tutti tanto, tanto spaventati. […] La paura è la condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma […] il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. E non nella posizione di voler usare qualunque strumento, di usare le persone per tenere lontano quel tipo di terrore. Io la penso così.
Per quanto mi riguarda, come maschio americano, il volto che do a quel terrore è la nascente consapevolezza che nulla è mai abbastanza, mi spiego? Che il piacere non è mai abbastanza, che ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza. Che c’è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno. Secondo me funziona così da sempre, fin da quando gli uomini primitivi si picchiavano con le clave. Anche se si può descrivere in mille parole e in mille gerghi culturali diversi. E la sfida che ci si prospetta, in particolare, sta nel fatto che non c’è mai stata così tanta roba, e di qualità tanto alta, proveniente dall’esterno, che sembra tappare provvisoriamente quel buco, o nasconderlo.

Quel vuoto si potrebbe anche tamponare usando strumenti interiori?
Personalmente, credo che se è tamponabile in qualche modo, lo è solo grazie a degli strumenti interiori. […] Quegli strumenti interiori bisogna guadagnarseli e svilupparli, e hanno a che vedere con… per fare della psicologia spicciola, con l’amore per se stessi. Come dire… se pensi a quelle volte nella vita che hai trattato le persone con un amore e una correttezza straordinari, e te ne sei preso cura in maniera totalmente disinteressata, solo perché avevano un valore come esseri umani… Ecco, la capacità di fare altrettanto con noi stessi. Di trattare noi stessi come tratteremmo un buon amico, un amico prezioso. O un nostro bambino che amiamo più della vita stessa. E penso che sia possibile arrivarci. Penso che in parte il compito che abbiamo sulla terra sia imparare a fare questo.

(c) David Lipsky, 2010 – by arrangement with Broadway Books, an imprint of the Crown Publishing Group, a division of Random House, Inc / Agenzia Roberto Santachiara – (c) minimum fax, 2011 – Tutti i diritti riservati. Traduzione di Martina Testa.

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Italia, amore https://minimaetmoralia.it/societa/italia-amore/ https://minimaetmoralia.it/societa/italia-amore/#comments Tue, 26 Jul 2011 06:56:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4830 Gli ultimi interventi di Christian Raimo e Marco Mancassola nella rubrica Italia, amore, tutti i mesi su Rolling Stone. CR >> Crono che divora i suoi figli, Medea che li uccide per vendicarsi del padre, il conte Ugolino, Pollicino, Hansel e Gretel… il nostro immaginario ha da sempre dato forma alle nostre peggiori paure infantili. I […]

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Gli ultimi interventi di Christian Raimo e Marco Mancassola nella rubrica Italia, amore, tutti i mesi su Rolling Stone.

CR >> Crono che divora i suoi figli, Medea che li uccide per vendicarsi del padre, il conte Ugolino, Pollicino, Hansel e Gretel… il nostro immaginario ha da sempre dato forma alle nostre peggiori paure infantili. I nostri genitori ci faranno a pezzi, ci regaleranno a un orco, ci abbandoneranno nel bosco. Chi sembra proteggerci in realtà ci farà violenza. La mia memoria di lettore è piena di scena del genere. Come quella all’inizio del più bel racconto degli ultimi vent’anni, Piccoli animali senza espressione di David Foster Wallace: due bambini vengono fatti scendere dalla macchina in mezzo a una strada deserta del Midwest, di fronte a loro c’è una mucca che li scruta, finché scende la notte.

Ma, a rifletterci un secondo, anche all’interno di questo scenario terribile di paure ancestrali, vive un elemento di solidità: l’adulto è ancora sempre per il bambino la Legge. Quello forte. Un dio che divora i figli come Crono appunto ma sempre un dio. Una legge che può diventare anche incomprensibile come un ordine, o minacciosa come una violenza improvvisa, ma che ha il suo fondamento in una gerarchia che mai sapremmo mettere in discussione. Del resto, non ci piace essere anche essere coccolati dai nostri genitori proprio perché sappiamo che invece potrebbero essere violenti, severi o indaffarati, e invece si dimostrano dolci e comprensivi?

Quest’ordine simbolico ci preserva, da piccoli, da un vuoto di senso. È probabilmente questo il motivo per cui non esistono bambini che si suicidano (secondo le statistiche mondiali, i primi suicidi si possono datare a undici, dodici anni). E per questo c’è la scena iniziale di un film di due anni fa, Daybreakers, un thriller fantapolitico del 2009 dei fratelli Spierig che ancora oggi mi riporta un senso di angoscia: una bambina vampiro che non trova più il sangue per nutrirsi, esce di casa e si lascia bruciare alla luce del sole. 

Ma. La storia dei due padri di Teramo e Perugia che si distraggono e lasciano i figli in una macchina parcheggiata sotto il sole ci devasta emotivamente per vari motivi. Da una parte mette in questione un tale ordine. Ci rivela che gli adulti sono più deboli di quello che pensavamo. Ansiosi, distratti, in crisi. Ma una crisi diversa da tutte quelle che abbiamo affrontato fin adesso. In un mondo, come quello in cui viviamo, dove le attenzioni per i bambini sono ipermoltiplicate, dove sappiamo benissimo quanta importanza hanno i nostri figli quasi sempre unici, capita un momento di distrazione, ed ecco, ci dimentichiamo nostro figlio sul retro della macchina, a cuocere sotto il sole.

E dall’altra però ci pone una domanda che non è psicosociale, ma di teodicea. Ed è: perché ci può capitare di compiere un male così terribile che mai la nostra volontà consentirebbe? Chissà. Se esiste, se è possibile un male così grande, alle volte viene da immaginare, allora dovrà esserci un Dio capace di consolarci anche di questo.

MM >> Come tante persone (ancora) senza figli, penso spesso al figlio o alla figlia o ai figli che avrò, che potrei avere. Verrà il figlio e avrà i tuoi occhi. Guardo i bambini dei miei amici, li guardo scavare nella terra in giardino o disegnare case su fogli volanti o giocare a pallone nel campetto lungo il fiume mentre noi, i padri e gli amici dei padri, sorseggiamo una birra tenendoli d’occhio. Una volta un amico mi disse, con un sorriso sereno, di aver compreso qualcosa della morte soltanto dopo aver avuto un figlio: una manina rugosa che ti stringe il dito e ti fa capire che non sei infinito, perché tu morirai e lui eredita il mondo. È una tua continuazione e insieme qualcuno di perfettamente altro. Per questo lo ami ed è una forma paradossale di amore, così paradossale da risultare assoluta.

C’è anche chi non vuole saperne, di bambini. Ci sono motivi per non avere figli tanti quanti ce ne sono per averne. Perché sei povero. Perché sei gay e la questione sembra troppo complicata, perché sei un mistico, perché secondo certi racconti alla notizia della nascita del figlio il Buddha disse, in modo significativo: “Ecco, è nato un vincolo”. Nel romanzo Libertà di Jonathan Franzen, una delle libertà cui allude il titolo è proprio quella di non riprodursi. Un personaggio, la deliziosa Lalitha, americana con famiglia originaria dell’India, si consacra all’attivismo contro la sovrappopolazione del pianeta e dichiara: “Sono il tipo di ragazza che non vuole bambini.”

A volte, mi chiedo perché sogno tanto la paternità. Quale sia il motivo intimo, in un presente come questo. Un tempo facevamo figli perché eravamo meravigliati dal mondo e volevamo che qualcun altro lo vedesse e si meravigliasse con noi, dopo di noi… Adesso, non sarà che facciamo figli perché siamo disgustati dal mondo e vogliamo che qualcun altro lo veda e condivida il nostro disgusto?

Poi, perso in queste ipotesi, finisco per dirmi che non importa. Chi se ne frega. Guardo i figli degli amici correre sull’erba col moccio al naso o sprofondare in un divano davanti a un videogame. Qualunque sia il motivo per cui sono nati, sono qui – reali quanto me, qualunque cosa significhi ormai essere reali. Respirano. Assorbono amore e contraddizioni. Assorbono il bollore di un mondo sempre più caldo e sempre più inquieto e restano a guardarci, sgranando gli occhi, come fatti di una strana materia infiammabile. Bambino bruciato si intitolava un superbo romanzo di Stig Dagerman, ormai difficile da trovare, basato sull’idea che ogni figlio è destinato a bruciare, metaforicamente, nel fuoco del mondo che nulla risparmia.

Ci sono anche bambini, nelle cronache, che bruciano fuor di metafora. I bimbi rom che bruciano vivi ciclicamente nelle baracche. I piccoli che vengono dimenticati in macchina dal padre e muoiono per un colpo di caldo. Tutti da piccoli abbiamo provato il terrore di essere dimenticati da qualche parte: da bambino al luna park non volevo salire sulle giostre, nel timore che nel frattempo mia madre andasse via. Vorrei promettere a mio figlio che nulla di questo potrà accadere. Non ti dimenticherò. E tu non brucerai, mai, anche se il pianeta intero si scalda, come una macchina sotto il sole, come una piccola stanza infuocata. Il clima che arde e i deserti che avanzano. Ma per te ci sarà sempre un rifugio fresco, vorrei essere in grado di promettere.

Sali pure su questa giostra. Qualunque cosa accada, resterò ad aspettarti.

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Intervista a Michael Stipe e Mike Mills https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-michael-stipe-e-mike-mills/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-michael-stipe-e-mike-mills/#comments Wed, 01 Jun 2011 09:10:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4460 Questa intervista è uscita per Rolling Stone.

Ho così tanti ricordi legati ai REM che mentre passeggio nella neve, scivolando sui marciapiedi ghiacciati, per andare ad ascoltare Collapse Into Now e intervistare Michael Stipe e Mike Mills al Gramercy Park Hotel di New York, mi vengono le lacrime agli occhi. Ho praticamente imparato l’autostima dalle mosse di Stipe sul palco e nei video, ho corteggiato per anni la stessa donna associando a lei – a volte a sua insaputa a volte no – Be Mine, Tongue, (Don’t Go Back To) Rockville, At My Most Beautiful, Electrolite.

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Questa intervista è uscita per Rolling Stone.

di Francesco Pacifico

Ho così tanti ricordi legati ai REM che mentre passeggio nella neve, scivolando sui marciapiedi ghiacciati, per andare ad ascoltare Collapse Into Now e intervistare Michael Stipe e Mike Mills al Gramercy Park Hotel di New York, mi vengono le lacrime agli occhi. Ho praticamente imparato l’autostima dalle mosse di Stipe sul palco e nei video, ho corteggiato per anni la stessa donna associando a lei – a volte a sua insaputa a volte no – Be Mine, Tongue, (Don’t Go Back To) Rockville, At My Most Beautiful, Electrolite.
Però di fatto Mills e Stipe sono due signori di cinquant’anni che mi terranno a distanza in due modi diversi, in due stanze diverse di un hotel che sembra un enorme chalet di montagna in cui Montgomery Burns, il cattivo dei Simpson, sta facendo un’orgia: colori scuri, ocra, libri sadomaso sui tavoli intarsiati, maglie di ferro come cortina del gran camino nella lobby, e stanze progettate da uomini illustri. Mills, compositore, bassista, mi riceve come un professore, al di là del tavolo, offrendomi acqua, tè, caffè, e guardandomi con curiosità e distacco e benevolenza naturale mentre gli faccio domande troppo specifiche. Stipe invece è un artista gay in giacca di pelle e foulard al collo che mi guarda in faccia una volta ogni cinque minuti e sembra volere soltanto che io rispetti la sua vocazione d’artista – che giuro non ho mai lontanamente pensato di mettere in discussione.
Non ha nulla di antipatico, ma non trasuda il carisma che ha quando canta e balla, sembra voler conquistare il mio rispetto, fino al punto da definirsi creative director della band. È un personaggio serissimo ma caricaturale: sembra interpretato da John Malkovic, anche al di là delle ovvie somiglianze.
MICHAEL STIPE: “Ogni giorno della mia vita mi sveglio con un desiderio di creare qualcosa, che sia con la musica, o la scultura, o la fotografia. La fotografia, per me, come mezzo, è cambiato incredibilmente negli anni, per via del digitale, è diventato meno una cosa finale e più una fonte di materiali e idee per creare altro. Ho scritto tutto il disco sull’iphone”. Mi mostra il telefono. “Qui c’è tutta la musica; qui su note ci sono i testi; e qui” (su memo vocali) “canto le melodie che mi vengono in mente: Peter [Buck] e Mike [Mills] mi passano i demo dei pezzi, io vado in giro ascoltandoli. Ho passeggiato per due anni con questa musica. Quando mi viene una melodia la registro”.
RS: “Con la stessa app che sto usando per registrarci. Dimmi ancora della fotografia come modo per cominciare il processo creativo”. È contento della domanda. Devo dire che il merito è di Shane, l’organizzatore delle interviste: sentendo che ero felice di aver parlato di songwriting con Mills mi ha detto, prima di farmi entrare nella suite di Stipe: “Be’, con Michael tieniti più sull’astratto”. (L’intervista a Mills qui la metto per seconda solo per rispetto dello star system e perché è per appassionati pedanti.)
MS: “Con la fotografia digitale mi sono accorto che cominciavo a fare foto in modo molto diverso. Nel 2007 ho aperto un sito, futureepicenter, e per un anno, per tutto il 2007, scaricavo ogni giorno almeno una foto, come calendario. Volevo capire come la fotografia digitale aveva cambiato il mio modo di vedere le cose. Con la camera digitale posso fare foto da molto vicino. Non è un grande esempio”.
RS: “Invece sì. L’autofocus. Due ore fa ho fatto dieci foto di questa stanza. Della combinazione di beige, turchese e rosso bordeaux di questa panca”.
MS: “Colori stupendi. Questa stanza è stata progettata da Julian Schnabel”.
RS: “Stai qui in albergo?”
MS: “No, vivo qui a Manhattan. Ci ho messo due anni a capire la fotografia digitale. Ma sono più interessato alla scultura, a pensare in tre dimensioni. Creare qualcosa che la gente possa tenere in mano”. Indica una foto Magnum incorniciata e appesa al muro dietro di noi, una delle tante belle foto Magnum della stanza. “Non voglio fare una foto come questa, ingrandirla, stamparla e incorniciarla. Ammiro chi lo fa. Molto. Il mio compagno lo fa per lavoro. Ammiro i grandi fotografi. Anche il tipo che mi ha fatto le foto oggi: molto bravo. Ma per me voglio prendere foto e farle diventare tridimensionali, una cosa diversa. Per cui, come persona creativa, come artista, cerco in questi diversi mezzi espressivi, alcuni dei quali incredibilmente stimolanti… ed è con questa idea che vado a dormire e mi risveglio ogni giorno della mia vita. Certo, ci sono cose che so di non saper fare bene. Non sento il bisogno di occuparmi di pittura. Non mi piace come disegno. Ci ho provato. Non mi piace il mio tratto, la mia linea. Ma amo la grafica. Amo i font. Al momento sto lavorando molto sui font”.
RS: “Sui font?”
MS: “Sì. È molto eccitante. Se vai sul nostro sito alla prima canzone che abbiamo scritto per il nostro disco, Discoverer, il suo video ufficiale è fatto tutto con un font che ho scoperto quest’estate a Berlino. Molto eccitante. Un font di Josef Albers, uno dei primi professori della Bauhaus. Scappò dalla Germania durante la guerra e finì in North Carolina, a insegnare al Black Mountain College. Nello stato che confina con quello in cui sono nato io, per cui lo conosco bene. Ed era il college in cui andavano a insegnare molti beat. E creò questi font bellissimi. Li ho trovati a Berlino mentre facevo delle ricerche per le mie sculture. E stavo ovviamente anche scrivendo canzoni, come Uberlin. E ho scoperto questi suoi font. Per cui su Discoverer abbiamo fatto il video coi font. Che è un modo per dare il testo giusto, così la gente capisce, i fan che non parlano inglese come lingua madre, possono leggerlo – dalla mia bocca al tuo orecchio, ecco il testo giusto”.
RS: “Insomma per dare il testo corretto dovete avere il font adatto. È come la calligrafia giapponese… per cui puoi mostrare chiaramente le parole solo se le scrivi bene”.
MS: “Esatto. E volevo trovare un font che fosse avventuroso come la canzone. E la canzone parla di avventura, di andare oltre te stesso, muoverti lontano da ciò che ti viene facile e confortevole verso ciò che non lo è”.
RS: “E Bauhaus è una cosa che sta sempre a metà tra confortevole e scomodo”.
MS: “Sì, e continua ad avere un impatto sulle nostre vite a tanti livelli”.
RS: “E comunque, con tutti i brutti siti con brutti font su cui uno cerca i testi delle canzoni… l’esperienza di leggere il testo peggiora l’esperienza della canzone”.
Ci fermiamo a parlare dei luoghi in cui è stato inciso il disco: New Orleans, Nashville e Berlino. In tutte e tre le città secondo Stipe c’è una fervida vita culturale cosmopolita. È un argomento su cui non sono preparato. È vero quel che mi ha detto Mike Mills mezz’ora prima: noi fan degli album e delle canzoni facciamo quello che ci pare, loro tre non contano niente. Quindi mi esprimo su Mine Smell Like Honey invece che su chi la canta: ha un bridge clamoroso che più lo sento più mi fa tornare l’amore per Stipe e per la sua voce sensuale e autorevole.
RS: “E adesso a cosa stai lavorando?”
MS: “Sto lavorando con vari artisti. Ogni artista lavorerà su una canzone del disco. Alcuni sono filmaker altri no. L’idea è creare una componente visiva che sia diversa da quello che ci si può aspettare da un video”.
RS: “Ed escono insieme?”
MS: “Ancora non so come li distribuiremo. Ma il primo esce fra tre giorni in rete. Per la canzone Mine Smell Like Honey l’artista è Dominic de Joseph. Ci abbiamo già lavorato su altre cose. È bravissimo”.
RS: “Perché volevi i visuals per ogni canzone?”
MS: “Volevo fare un album come mi immagino debba evolversi un album nel ventunesimo secolo. L’idea di album si è evoluta con la tecnologia. Per me un album, come appassionato di musica (e ho cinquantun anni), è una cosa molto certa, solida: è una raccolta di canzoni scritte più o meno in uno stesso periodo, spesso legate da un tema, o con echi che ricorrono. Sono brani ognuno completo in se stesso ma collegato agli altri. Questa idea si può espandere fino a includere altri mezzi espressivi. Si possono usare i filmaker, e artisti vari”.
RS: “Hai visto il film di Kanye West?”
MS: Non l’ho visto, no. Voglio dire che non mi limito a quel che chiede MTV, a quel che chiede la televisione”.
RS: “Tanto questa non è un’epoca in cui conviene limitarsi alla televisione. La gente va a cercarsi le cose altrove”.
MS: “Esatto, quindi posso fare quello che mi pare. Visto che al momento sono una sorta di creative director della band”.
RS: “Ne avete passate molte. Non hai la sensazione di essere approdato a un’epoca in cui è più interessante vivere, rispetto ad altre epoche. Che ne so: i primi anni ottanta erano più interessanti degli anni novanta?”
MS: “Sono molto preso da quel che faccio oggi. Non voglio confrontare le epoche fra loro”.
RS: “Hai mai pensato: Questo è un momento più noioso…”
MS: “La fine degli anni Ottanta mi pareva poco interessante. Mi pareva non accadesse nulla”.
RS: “Ma voi alla fine degli anni ottanta stavate sbocciando”.
MS: “Ci stavamo spingendo oltre i nostri limiti. Cercavamo di fare cose che nessuno faceva”.
RS: “Magari quello sforzo aveva a che fare con la noia che provavate”.
MS: “Noia non è il termine giusto. Non mi sono mai annoiato in vita mia. Magari più la sensazione che la cultura fosse in un’impasse. Una stasi. E volevamo spingerci oltre”.
RS: “Puoi descrivermi quell’impasse? Nomi di artisti, fatti dell’epoca, per capire”.
MS: “Non so bene, è la prima volta che ci penso. E poi non vorrei mai parlare male di altri artisti”.
RS: “Dimmi cosa succedeva in America”.
MS: “Politicamente, si sa, era tremendo. L’Aids ci aveva devastati. Aveva distrutto tante comunità di artisti. E poi erano stati tolti molti finanziamenti all’arte e alla cultura. Quindi se eri un artista vedevi il mondo crollarti addosso. Sto cercando di farmi venire in mente degli esempi. Nella musica non sembrava esserci niente di molto interessante”.
RS: “Almeno non negli Stati Uniti. Magari in Gran Bretagna”.
MS: “Cosa?”
RS: “Gli Stone Roses!”
MS: “Ok, vero, un grande disco, quello”.
RS: “E che mi dici degli Smiths? Alla fine degli anni novanta un giorno ebbi un’intuizione: Morrissey e Michael Stipe sono i due figli di Elvis”.
Qui finalmente ride molto.
RS: “Mi resi conto che avevate entrambi questo legame sottile con Elvis – be’, a parte su Man of the Moon, lì era meno sottile che altrove… (Mi riferisco a, “Allora, Andy [Kaufman] stai facendo il verso a Elvis? Hey baby… are we having fun?)”
Ride ancora!
MS: “Abbiamo preso entrambi le mosse, da lui. E la voce. E lo humour, direi… eh eh. Hai ragione. Non so come si sentirebbe Elvis, se ti sentisse. Conosco la figlia. Ha un gran senso dell’umorismo”.

Con Mike Mills è diverso: lo tratto con abbandono e rispetto, mi fido di lui, è autorevole. Apprezzo le risatine che fa alle mie teorie sbagliate sul significato dei pezzi e dei dischi dei REM (molte delle quali noiosissime e qui omesse). Comincio spiegando il tragico impatto delle sue canzoni nella mia vita, poi passo al disco nuovo: “Mi pare che i pezzi abbiano sostanza e intenzione, e un buon sound. Ho letto che dici che è un po’ come Automatic for the people. E mi sono reso conto che sono passati 18 anni”.
MIKE MILLS: “Oh, wow, 18? Incredibile. Non ci avevo pensato neanch’io. Quella cosa l’avevo detta solo nel senso che il disco è vario, ci sono pezzi lenti, midtempo, veloci, ma che mi piacciono tutti. In Automatic non c’erano canzoni eccessivamente veloci ma erano canzoni molto varie. Ma solo in quel senso”.
RS: “Mi piace il sound grigio che vi dà Jacknife Lee. O più che grigio, color mattone”.
MM: “Ah. Be’ lui è un gran produttore, e ha due ingegneri del suono bravissimi, Tom McFall e Sam Bell. Molto talento, persone con cui è divertente lavorare. In generale il loro gruppo di lavoro è positivo, per cui hai sempre voglia di vederli per lavoro. Loro sono bravi a mettere i microfoni, a guardare la sala e capire dove è meglio mettere batteria, amplificatori… È una cosa fondamentale. Gli armonici giusti. Hanno molta esperienza”.
RS: “E le avete registrate suonando insieme o una parte per volta?”
MM: “Il grosso è live, che è come lo preferiamo”.
RS: “Secondo me dopo New Adventures… quel disco ha definito il suono perfetto dei REM. Perché era tutta roba registrata nei soundcheck e aveva un suono che si teneva insieme. La prima traccia, How the West Was Won, non poteva funzionare senza molti armonici, un vero sound. Perché era così rarefatta”.
MM: “Già, è abbastanza rarefatta. Sai, però, mi pare che quella non l’abbiamo registrata nei soundcheck come il grosso del disco, mi sa che l’abbiamo fatta in studio. Il che ti dà un’idea di quanto è stato bravo Scott Litt a produrla. Credo sia una delle poche del disco non incisa in tour. Ora mi ricordo: eravamo in studio e Bill Berry ha cominciato col charleston ts-ts-ts-ts-tsss-ts. Io ero seduto al piano e ho ciminciato a fare ta-ta-ta-ta-taa. E ci è venuta”.
RS: “Stupenda. Mi piace sempre quando un cantante caccia un urlo di dolore come Michael Stipe in quel pezzo. O come Kim Gordon nell’ultima canzone di Experimental Jet Set, Trash and No Star.
MM: “Eh sì, certi urli danno tanta emozione”.
RS: “E la versione dal vivo di Man on the Moon quando Stipe urla Cooooooool!”
Ridiamo.
MM: “Potentissimo”.
RS: “Vi ho visti suonare a Perugia nel 2008”.
MM: “Well, we like to rock, you know? Quando suoni dal vivo ti serve una certa potenza. Ci consideriamo una rock and roll band, e soprattutto dal vivo”.
E dunque gli rivelo la mia tristezza per l’addio di Bill Berry, il batterista, nel ’96, e il sound più sintetico dei tre dischi successivi.
MM: “Sai, quando sei in giro da tanto vuoi provare cose nuove. Per continuare a provare interesse. Anche prima che Bill lasciasse il gruppo, intendevamo fare un disco molto centrato su tastiere, piano e batteria. Non doveva essere chitarre e basta. Volevamo usare anche il computer. E quando Bill se ne andò proseguimmo in quella direzione. Per cui la partenza di Bill ci ha liberati e ci ha permesso di sperimentare, perché non avevamo la stessa base, le fondamenta. Potevamo divertirci con le tastiere”.
RS: “Come At My Most Beautiful. È bellissima”.
MM: “Mi piace”.
RS: “Suona come quei pianoforti rallentati alla fine di A Day in the Life. Sai, quella sensazione che ti dà un piano rallentato… E poi ho amato molto Accelerate. Li vedo insieme, Accelerate e Collapse Into Now”. Non proprio una clamorosa intuizione da parte mia, visto che hanno lo stesso produttore e sono consecutivi.
MM: “Sì, c’è chi la vede così. Per me gli album sono tutti come un mucchio di bambini che corrono in giro dove gli pare. Però c’è anche chi ama raggrupparli in periodi. Ma sai, i dischi non c’entrano con la fase in cui siamo noi che li facciamo, ma tu che li ascolti, e che gli dai significato. Certo può finirci dentro quello che sta succedendo nelle nostre vite, ma i REM… Una volta che pubblichiamo un disco, tu lo prendi e diventa parte della tua vita. E quel che ti sta succedendo mentre ascolti le canzoni deciderà il significato delle canzoni. E il modo in cui le accoglierai nel tuo cuore. Noi vogliamo così: non riguarda noi, ma chi le ascolta”. La cosa ci porta a parlare di varietà compositiva e generi, con un momento di gelo perché sembra che gli sto dicendo che scrivono canzoni tutte uguali mentre intendo che hanno uno stile preciso, Mills dice: “Ci piace andare in varie direzioni. Secondo me una canzone veloce può essere bella e poi magari la rallenti ed è ancora bella”.
RS: “Tu di fatto credi soprattutto nella melodia”.
MM: “Io credo nella melodia, sì. Credo moltissimo nella melodia. E se hai quello, poi i pezzi puoi farli nello stile che ti pare”.
RS: “Come hai perfezionato il tuo stile compositivo, negli anni? Chi sono i tuoi maestri?”
MM: “Oh, be’… certamente Lennon e McCartney. Alex Chilton e Chris Bell dei Big Star. Brian Wilson è uno dei grandi. Jimmy Webb”.
RS: “Sì, Brian Wilson, soprattutto nei tuoi controcanti”.
MM: “Jimmy Webb ha scritto Galveston e Wichita Lineman. Grandi canzoni.
RS: “E hai cambiato ispirazioni nel tempo?”
MM: “L’ispirazione viene da tante parti. Magari una sera vai a vedere un bel concerto e ti viene un’idea”.
RS: “Ora partite in tour?”
MM: “No, niente tour al momento. Andiamo in tour quando siamo pronti. E questo non ci sembra il momento giusto”.
RS: “E siete tutti d’accordo?”
MM: “Sì. Sarebbe divertente andare in tour, ma è una cosa molto impegnativa e se non sei concentrato al massimo è meglio non farlo. Non è bello suonare dando meno del massimo ogni sera”.
RS: “Quante volte avete evitato un tour subito dopo l’uscita del disco?”
MM: “Dopo Out of Time. Dopo Automatic of the People. E sono andati bene. Ma sai, secondo me i tour non influiscono molto sulle vendite. Se il disco è buono, lo ascoltano, se no no. Non so. La casa discografica sarebbe contenta se suonassimo”.
RS: “Ah, quindi qualcuno c’è che pensa sia una buona idea”.
MM: “Ripeto, sarebbe divertente ma non ce la sentiamo, al momento”.
RS: “E rispetto a come è cambiato il modo in cui si vende e fruisce la musica, si è modificata la vostra visione delle cose?”
MM: “È molto cambiato. Nessuno compra i dischi. Molti li prendono gratis, il che secondo me è sbagliato, ma così vanno le cose. Una cosa buona è che, soprattutto se sei una band giovane, devi andare in tour. Perché è il modo migliore per farti conoscere. E l’unico vero modo per fare soldi, visto che non puoi vendere molti dischi, è andare in tour. Il che è fantastico. Mi piace l’idea che ci siano molte band in giro a suonare. La gente non compra gli album. Magari compra i singoli su iTunes”.
RS: “Io lo faccio. Così ce li ho già sul telefono”.
MM: “Pure io. È molto comodo”.
RS: “Da Shazam, subito”.
MM: “Premi il tasto e ce l’hai”.
E ora la questione più delicata. RS: “Sai una cosa, con le vecchie band come voi, ascolti il disco e ogni volta hai paura che perderanno il tuo rispetto”.
MM: “Eh eh eh eh…”
RS: “È come una relazione di lungo corso. A volte perdi l’entusiasmo. È una cosa così importante che ho paura a farti domande su questa cosa”.
MM: “È vero. Come songwriter ti chiedi sempre: e se ora non riesco più a scrivere una bella canzone? Ma con questo disco ci sentiamo molto bene. Ci sono tre quattro bellissimi pezzi che non hanno trovato spazio nel disco”.
RS: “Parlami della paura. Rispetto al songwriting, non rispetto al mercato. La paura di non scrivere più bei pezzi”.
MM: “Non so… Forse all’inizio o a metà degli anni novanta… ma non mi disturba davvero. Ti capitano periodi in cui non scrivi belle canzoni, ma poi magari passa qualche settimana e ritrovi il tocco. Il blocco lo supero o continuando a scrivere, o prendendo una pausa, a seconda dei casi. Per liberarsi la mente, magari si fa qualcos’altro”.
RS: “Questa conversazione mi ha fatto capire che la cosa che ti interessa di più è comporre. Magari sono stato io a farti parlare di quello”.
MM: “No, è la cosa che mi interessa di più. Sai, per me è questa la cosa che rende più interessante una band: se hai due bravi autori di canzoni nella band, avrai una carriera più lunga che se ne hai uno solo”.

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Italia amore: episode one https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-episode-one/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-episode-one/#respond Tue, 12 Apr 2011 09:09:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4161 Uno scambio tra Christian Raimo e Marco Mancassola uscito su Rolling Stone di questo mese.

CR >> Tim Robbins all’inizio di Natura morta con picchio scrive che c’è solo una domanda importante: come far perdurare l’amore? Secondo l’Istat in Italia ogni anno avvengono un po’ più di cinquantamila divorzi, in costante aumento. Secondo l’Annuarium Statisticae Ecclasiae, ogni anno circa cinquecento coppie chiedono l’annullamento della Sacra Rota, quasi il doppio di dieci anni fa.

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Uno scambio tra Christian Raimo e Marco Mancassola uscito su Rolling Stone di questo mese.

CR >> Tim Robbins all’inizio di Natura morta con picchio scrive che c’è solo una domanda importante: come far perdurare l’amore? Secondo l’Istat in Italia ogni anno avvengono un po’ più di cinquantamila divorzi, in costante aumento. Secondo l’Annuarium Statisticae Ecclasiae, ogni anno circa cinquecento coppie chiedono l’annullamento della Sacra Rota, quasi il doppio di dieci anni fa. Secondo l’Ipsos, un istituto di indagini telematiche, ogni mese grazie a meetic.it si creano circa trecentoventi nuove storie d’amore. Se dobbiamo credere alle statistiche e siamo un po’ soli e malinconici, potremmo sapere dove andare a cercare la nostra anima gemella. E se non vogliamo ritrovarci a litigare per gli alimenti, ci assicurano quelli di Meetic, possiamo compilare un test di psicometria, che si chiama meeticaffinity. Ogni sito di incontri funziona così: cerca di misurare la compatibilità relazionale, attraverso un’analisi delle nostre caratteristiche, fisiche e psicologiche. Quanto sei alto, quanto pesi, qual è il tuo film preferito e quali sono i tuoi hobby. La maggior parte di noi è già abituata da facebook a autodescriversi continuamente, non sarà complicato né difficile rispondere ai quesiti che ci pone Meetic, ho pensato mentre digitavo il mio numero di carta di credito dalla quale venivano prelevati per un mese 44 euro e 99 centesimi. E infatti non era difficile. Ho saputo dire sì e no a tutte le domande, in venti minuti ho definito chi ero io, cosa volevo, come pensavo dovesse essere una relazione funzionante tra due persone. Soltanto rispetto a una questione mi sono trovato un po’ in imbarazzo.
Tra gli hobby, oltre la lettura, gli sport, e le uscite tra gli amici, veniva messo qualcosa che non sapevo come rubricare: la fede. Avevo io l’hobby della fede, ossia andare a messa, frequentare riti liturgici, prendere la comunione, confessarmi, pregare? Prima di dare l’okay, sono rimasto un secondo a pensare. E mi è venuto in mente quello che scrive Jaron Lanier all’inizio di questa specie di “uomo a una dimensione” degli anni 2000 che è Tu non sei un gadget. Che l’esserci ormai abituati a rendere il significato di qualsiasi cosa computabile, ci sta forse progressivamente portando a pensarci come degli “uomini a più dimensioni”, scomponibili e riaggregabili come cartelle che contengono migliaia di file. Frammenti di noi facili da leggere, e da comunicare. Fede 6, sport 8, disponibilità 5, non fumatore. Però ho sospirato che se avessi scritto che avevo l’hobby della fede avrei dovuto invece ammettere di essere d’accordo con la prima lettera ai Corinzi di San Paolo, quando da una parte dice che gli esseri umani non ci capiscono molto di sé, che qui su questa Terra, “vedono come in uno specchio, in modo oscuro”, e dall’altra assicura anche se non pagherò il rinnovo a meetic da 29 euro il prossimo mese, comunque “l’amore non verrà mai meno”. Ho tentennato, non sapevo a chi dare veramente retta, ho tantissima paura di rimanere solo e con il cuore ferito.

MM >> “Uscire per un appuntamento non è più quello che si usava una volta, eh?” chiede Michael Caine a Clive Owen in un film di pochi anni fa, I figli degli uomini. Un film di semi-fantascienza dall’aria molto realistica. No, uscire non è più come una volta. Sempre qualche tempo fa, il New York Times pubblicava una serie di sex diaries inviati dai lettori, con i racconti delle loro serate e dei loro incontri, e il dato più evidente era l’estrema volubilità di tutti e di tutte: con l’asettica praticità di un sms, era comune fissare appuntamenti all’ultimo momento e all’ultimo momento annullarli, non appena compariva l’opzione di uscire con qualcuno di più desiderabile. L’intera città era un panorama di bidoni incrociati. E in Italia? Negli ultimi mesi spopola Grindr, l’applicazione per smart phones che ha rimesso la comunità omo, nel bene o nel male, all’avanguardia nella sociologia degli incontri. Funziona come un social media, con la tua foto e il profilo, abbinato alla geolocalizzazione: chiunque può vedere a quale distanza sei. Ovunque ti trovi, puoi dare un’occhiata e vedere chi sono gli altri iscritti più vicini: magari ce n’è uno a mezzo chilometro, magari qualcuno nella stessa pizzeria dove stai mangiando. Magari l’uomo della tua vita è sulla metro e vedrai la distanza accorciarsi sul display, cento metri, cinquanta, zero, per poi tornare a crescere, fino a sparire chissà dove. Ma visto che più spesso si cercano incontri veloci, l’applicazione ha una sua utilità. Ulteriore frontiera del consumismo sessuale? Il fatto è che tutti, omo e non omo, uomini e donne del XXI secolo, continuiamo a smaniare per metterci sul mercato. Dove per mercato si intende qualcosa di più esteso nella pura sfera economica. Ci piace consumare ed essere consumati. È come una specie di grande sacrificio, no? Non avendo più divinità a cui sacrificare, siamo noi stessi a saltare, allegri e disperati, nel grande fuoco del mercato, del consumo, delle mille occasioni, dei duemila contatti, delle diecimila scopate effettive o sfiorate, del milione di contraddizioni, del miliardo di dati e di flussi. Qualsiasi cosa pur di non restare immobili, muti e soli. Grindr è uno dei successi della application culture, anche se ormai di applicazioni ne vengono lanciate di continuo – ce ne sono tante che la vita media di ognuna è di poche settimane.
Ecco dunque un’altra idea per sviluppatori: un’applicazione per guardarsi negli occhi. Guardarsi negli occhi è una cosa molto umana, nel senso che gli animali quasi mai lo fanno, anche se a dire il vero gli umani stessi lo fanno sempre meno. Del tipo, il Papi e Ruby si saranno mai guardati negli occhi? Del tipo, quando dopo una serata di bidoni e di uscite andate a vuoto ti
risolvi a caricare una prostituta per strada, la guardi negli occhi? Nei miei sogni c’è questa applicazione che funziona come ChatRoulette, metti il telefono davanti alla faccia e il programma ti connette con un altro utente a caso, inquadrando soltanto gli occhi. Nessuno dei due sa chi sia l’altro, difficile capire quanti anni abbia, difficile persino capire se sia uomo o donna. Non facciamo altro che guardarci negli occhi. A lungo. Senza parlare, senza fare nient’altro.

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