Romana Petri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romana-petri/ un blog di approfondimento culturale Thu, 08 Sep 2022 07:27:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Romana Petri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romana-petri/ 32 32 Il racconto e la complessità del presente. Intervista agli autori della seconda quartina di Tetra https://minimaetmoralia.it/interviste/il-racconto-e-la-complessita-del-presente-intervista-agli-autori-della-seconda-quartina-di-tetra/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-racconto-e-la-complessita-del-presente-intervista-agli-autori-della-seconda-quartina-di-tetra/#respond Tue, 13 Sep 2022 06:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51083 Quattro racconti di quattro grandi autori ogni quattro mesi, Tetra Edizioni riunisce le voci dei migliori scrittori contemporanei, con l’intento di restituire ai lettori un mosaico della scena odierna attraverso la forma del racconto, unendo grandi maestri a giovani penne. Andrea Donaera, autore presente nella prima quartina, intervista i protagonisti della seconda: Romana Petri, con […]

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Quattro racconti di quattro grandi autori ogni quattro mesi, Tetra Edizioni riunisce le voci dei migliori scrittori contemporanei, con l’intento di restituire ai lettori un mosaico della scena odierna attraverso la forma del racconto, unendo grandi maestri a giovani penne. Andrea Donaera, autore presente nella prima quartina, intervista i protagonisti della seconda: Romana Petri, con Uno per due Eduardo Savarese con La camera di Ondino, Maddalena Fingerle con Una proposta stronza e Daniele Petruccioli con Sotto la città.

Come state? Potete dircelo attraverso un racconto di sei parole?

R.P.: Davvero, adesso non saprei cosa dire.

E.S:: Con Ondino mi sento in alto. 

M.F.: Sdraiata, il computer in bilico.

D.P.: Uscì di casa tremebondo e sorridente.

C’è quel frettolosissimo aforisma di Bukowski – qualcosa del tipo: «La poesia dice troppo in poco, la prosa dice poco e ci mette troppo». Ammettendo per un attimo la legittimità di una posizione teorica di questo tipo, secondo voi il racconto dove si colloca?

R.P.: Ammettiamo la legittimità. Per me è solo una questione di scrittura. Quando è priva di retorica o di parole e verbi orrendi, che sia di 5 pagine o di 1000 leggo sempre con grande piacere.

E.S.: Il racconto dice moltissimo perché procede per folgorazioni “poetiche”: in qualche modo, attua una forma di conoscenza platonica, non mediata da strutture narrativo-argomentative totalmente esplicitate, realizzando, piuttosto, un accesso al senso che è immediata, per certi versi epifanica e mistica. 

M.F.: In realtà faccio estrema fatica a pensare in queste categorie, ma giochiamo: il racconto dice poco, ma almeno ci mette poco.

D.P.: In un luogo dove non si cerca di dire niente ma di raccontarlo bene.

Poi c’è un’altra questione, annosa, e se possibile ancora più soggetta a banalizzazioni: quella della cosiddetta “ispirazione”. Eppure, leggendo i vostri racconti, il pensiero che attraversa in modo trasversale la persona che legge riguarda proprio l’eterogeneità degli elementi che sembrano avervi ispirato. Fingerle raccoglie materiale dalla sua vita accademica per farne prosa di ricerca; Savarese si spinge fino agli estremi di mitologie a noi lontane per dirci qualcosa del nostro tempo; Petruccioli si immerge in un essere umano fino a creare una speleologia emotiva; Petri fa suoi quesiti ombrosi che fuori da un’architettura letteraria offrirebbero soltanto ombre e che qui invece illuminano. Ci dite un po’ cosa è successo, in voi, quando vi siete detti: «Ecco, il mio racconto parlerà di questo?».

R.P.: Quando mi chiedono un racconto, apro il PC e mi metto a scrivere. Non lo so quello che scriverò, mi bastano le prime tre righe, e se con loro consuono vado avanti. La storia la decidono sempre i personaggi. Non avevo in mente nessun triangolo amoroso, del passato o del presente. Mi è apparsa questa bellissima donna ormai anziana e allora l’ho descritta al meglio della sua vita e in quell’inevitabile peggio che è la vecchiaia. Sono una fan di Diario della guerra al maiale di Bioy Casares: il meglio è sempre la gioventù.

E.S.: Mai come in questo caso, l’ispirazione è stata forte e chiara. Il mio racconto doveva parlare di bellezza dispersa e recuperata, di corpi santi, di desiderio di genitorialità, e dell’angoscia che l’arte e la scrittura debbano pagare il dazio di diventare strumenti, anch’esse, di potere. A me non era chiaro tutto questo. Ma scrivendo si chiariva felicemente. Questo racconto mi ha dato la sensazione di aprire molte finestre e mettermi in metto all’aria che riempiva la mia stanza.

M.F.: Inizialmente avevo pochi elementi: una citazione di Marino e il fastidio per la vuota, avvilente esposizione di temi come gravidanza e maternità. Mi sembrava troppo poco per scriverci un racconto, ancora meno per un saggio. Continuavo a dire: è una follia, non ha senso. Poi ci ho provato e mi sono divertita molto, ma non mi sono mai detta: il mio racconto parlerà di questo. Solo alla fine ho detto: ecco, il mio racconto parla di questo.

D.P.: Cerco di non pensare a storie ma a temi, relazioni che mi interessano. Scelto il tema, mi concentro sulla voce. Poi stabilisco una traccia, una mappa di situazioni – ma molto aperta, tipo partitura jazz – e comincio a scrivere lasciando tantissimo spazio all’improvvisazione. Può suonare un po’ paradossale, ma una struttura forte mi serve a sentirmi più libero di improvvisare. Allora, per provare a dare una risposta alla tua difficilissima domanda: l’ispirazione, o meglio l’improvvisazione, per me si identifica in una struttura chiara che serve a dare voce a cose oscure.

Che rapporto sentite tra questi racconti e la vostra produzione in “prosa lunga”? Chi ha letto i vostri libri coglie una continuità, percepisce il vostro passo, ma sarebbe interessante come considerate il vostro percorso dall’interno della vostra stessa scrittura, alla luce di questo nuovo episodio letterario che avete dato alle stampe.

R.P.: Non saprei cosa dire perché di racconti ne ho scritti tantissimi. Ne ho il PC pieno. Ma sono d’accordo con Flannery O’Connor. Per scrivere un romanzo ci vuole più tempo (lapalissiano) e dunque anche una concentrazione più prolungata. Quello che mi piace del racconto, è quando mi danno un numero dibattute. Lo consegno che è sempre di quel preciso numero. E giuro, non potrei aggiungerne o toglierne nemmeno una. 

E.S.: Per me questo racconto rappresenta la forma “compressa” di un romanzo che uscirà. Come se ne avessi sintetizzato temi e attitudini in una forma, appunto, di sintesi. Questo dialogo interno tra le forme che pratichiamo è davvero una cosa potente e interessante. A me era capitato in passato di scrivere forme di saggio/racconto in continuità col romanzo precedente. Per esempio, “Il tempo di morire” rispetto a “Le cose di prima”. Qui è accaduto che, finito il romanzo, non è arrivato il saggio/racconto ma il racconto puro, come rimeditazione folgorante.

M.F.: Gli elementi che accomunano i due testi sono il gioco linguistico e intertestuale da una parte e la leggerezza dall’altra. Ma a parte questo il racconto parla del processo di scrittura come un percorso lento e graduale, che rispetti i tempi naturali senza bruciare le tappe – mi sembra si inserisca bene nella metariflessione sul (mio) percorso di scrittura.

D.P.: La forma racconto è un po’ la cellula di tutto quello che scrivo. Scrivo per episodi, per crisi, luoghi, momenti, tanto che spesso sacrifico la linearità temporale della storia per avvicinare situazioni topiche. Quindi, anche se questo è venuto dopo, in realtà è un prima. O piuttosto un dentro.

Quando sono stato coinvolto da Roberto Venturini nell’avventura di Tetra ho percepito sin da subito un prezioso sentore di libertà: questo progetto editoriale sembra voler sprigionare, in qualche modo, il meglio di autrici e autori coinvolti – e non racchiuderli in una maniera circoscritta di fare libri, come invece capita spesso in certe collane che prevedono indicazioni tematiche e/o stilistiche stringenti. Voi che ci dite a tal proposito?

R.P.: Non sono mai stata costretta a fare nulla. Non potrei accettarlo perché riesco a scrivere solo di quel che mi arriva e mi va. Accetto sempre di scrivere purché libera. E Tetra mi sembra davvero molto, molto libera. E coraggiosa.

E.S.: Gratitudine eterna a Venturini e Tetra. Mi sono sentito libero, ho praticato libertà compiute e perfette, ho provato gioia. Una grande gioia. 

M.F.: La libertà l’ho sentita soprattutto sui tempi: non c’è stato mezzo secondo in cui io abbia percepito ansia in questo senso. Roberto Venturini è stato presente, ma mai pressante e questo mi ha permesso di lavorare con molta serenità stando dentro al testo e dimenticandomi del resto.

D.P.: Che hai ragione. Nemmeno per un attimo mi è sembrato un libro su commissione. E d’altra parte non ho nulla contro i libri su commissione. Penso aiutino ad ampliare orizzonti, accettare limiti. Sotto sotto la libertà non so se mi sembra un valore proprio assoluto. È imprescindibile, certo. Ma secondo me si nutre anche di costrizioni, o meglio di contraintes.

Vorreste rifare questo passaggio nel mondo del racconto? Per me non è stato facilissimo passare dal romanzo (o dalla poesia) al racconto breve, e infatti non so se mi cimenterò di nuovo, nel breve tempo, in scritture di questo tipo. Per voi invece la dimensione del racconto, dopo l’esperienza di Tetra, ha assunto maggiore centralità nell’ideazione delle vostre scritture presenti e future?

R.P.: Certo che lo rifarei, ne ho scritti tantissimi in vita mia. Il racconto mi è congeniale quanto il romanzo. Di romanzi ne ho pubblicati di più, ma non vuol dire. Poesie non ne ho mai scritte. Passare dal romanzo al racconto, invece, mi è davvero naturale.

E.S.: Non so. Di certo l’esperienza realizzata rende più probabile che non la ripetizione di questa forma, così difficile, preziosa. Spero di riuscire a tornarci con quel senso di libertà e di gioia che ho richiamato sopra. 

M.F.: Prima di Lingua madre (Italo Svevo) scrivevo solo racconti e in realtà credo di non avere mai davvero smesso. Una proposta stronza può essere considerato un racconto, ma credo che sia più un finto saggio romanzato. Credo che con Tetra sia aumentata la mia voglia di leggere (più che di scrivere) racconti e prosa breve, tanto che quando ho finito i primi quattro ho sentito un senso di vuoto.

D.P.: Al momento sto lavorando su cose dal respiro lungo. Ma mi piacerebbe tantissimo ricominciare a scrivere racconti. Mi sembrano una palestra imprescindibile.

Siete scrittrici e scrittori che, in un modo o nell’altro, partecipano come protagonisti nella letteratura italiana contemporanea. Secondo voi, dunque, come sta questa benedetta letteratura italiana contemporanea? Bene, male, asintomatica? Confidiamo nelle vostre conclamate capacità di raccontisti per una risposta almeno un po’ sintetica. 

R.P.: Credo del meticciato in tutto. Quando un autore mi piace, poi scopro che è anche un grande lettore di letteratura straniera. La contaminazione (io faccio anche traduzioni dal francese e dal portoghese) è ciò che ci aiuta molto nell’uso della lingua. La penso come i grandi sportivi: il talento è indispensabile ma non basta, ci vuole l’allenamento.

E.S.: Secondo me, sta bene. Deve faticare tanto – come sempre l’erba buona – a non farsi soffocare dalla gramigna. 

M.F.: Non credo di avere le competenze per giudicare la letteratura italiana contemporanea né di stabilirne il suo stato di salute. Posso dire che la leggo, che sono curiosa e che noto alcune tendenze, ma sono osservazioni molto soggettive. Una negativa è che ho l’impressione che invece che libri “lavorati” e finiti vengano spesso pubblicate prime bozze o appunti, non privi di intuizioni o idee che si potrebbero sviluppare per scrivere romanzi o racconti. Una positiva, invece, è che mi sembra ci sia una ricerca di linguaggio, ma forse si leggono le cose che piacciono e questo deforma un po’ anche la percezione.

D.P.: Credo ci voglia un po’ di distanza, di respiro. Riesco a malapena a imbastire un giudizio sugli scrittori che leggevo negli anni Ottanta e Novanta. Questi degli anni Dieci e Venti ho bisogno di leggerli e rileggerli di più. Però ti posso dire che mi piace moltissimo leggere i giovani scrittori di adesso. Mi sembra un ottimo segno.

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Pranzi di famiglia, il nuovo romanzo di Romana Petri https://minimaetmoralia.it/libri/pranzi-famiglia-romanzo-romana-petri/ https://minimaetmoralia.it/libri/pranzi-famiglia-romanzo-romana-petri/#respond Wed, 13 Mar 2019 08:09:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39725 Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono, in certi romanzi, personaggi che si impongono con una forza tale da stare stretti dentro i confini del libro dentro cui sono nati: è così che vengono fuori nuove storie da costole delle precedenti, testi che raddoppiano se letti insieme ma capaci anche di vita autonoma.

Dalla lettura di Ovunque io sia restava Maria do Ceu, spigolosa madre di tre figli e attaccata alla primogenita, Rita, nata con una malformazione al viso. Adesso Romana Petri torna con un nuovo romanzo, sempre di ambientazione portoghese, scegliendo di raccontarla ancora, stavolta non sulla scena ma per sottrazione, attraverso gli effetti della sua morte e gli avvenimenti che scatena.

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1petri

Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono, in certi romanzi, personaggi che si impongono con una forza tale da stare stretti dentro i confini del libro dentro cui sono nati: è così che vengono fuori nuove storie da costole delle precedenti, testi che raddoppiano se letti insieme ma capaci anche di vita autonoma.

Dalla lettura di Ovunque io sia restava Maria do Ceu, spigolosa madre di tre figli e attaccata alla primogenita, Rita, nata con una malformazione al viso. Adesso Romana Petri torna con un nuovo romanzo, sempre di ambientazione portoghese, scegliendo di raccontarla ancora, stavolta non sulla scena ma per sottrazione, attraverso gli effetti della sua morte e gli avvenimenti che scatena.

Pranzi di famiglia si apre così, con Maria che muore il quindici novembre, al mattino presto, in ospedale, senza un familiare accanto; non è presente nessuno dei suoi figli, che pure si davano il cambio per non lasciarla sola. C’è soltanto un’infermiera che registra l’evento con freddezza: mancanza di ossigeno, sussulti, il decesso. In pochi minuti e nel giro di poche righe Maria do Ceu non c’è più, ed è allora che comincia a esserci, con la sua ombra lunga che si allunga sulle vicende degli altri.

Pranzi di famiglia entra nella tradizione dei romanzi che si aprono con la morte del patriarca (o della matriarca, come Teresa Uzeda di Francalanza che scompare all’inizio dei Viceré) e raccontano cosa accade quando una colonna cade giù smettendo di sorreggere quello che c’era da sorreggere e di nascondere quello che c’era da nascondere. Che ne sarà di Rita, “una ragazza di trent’anni sempre furibonda, con quei nervi tanto a pezzi che per farli saltare in aria bastava niente”, minuscola cavalletta di quaranta chili scarsi capace di diventare tutta bocca, tutta un unico urlo?

Rita è la figlia che ha vissuto perché era la madre a tenerla attaccata alla vita, il suo viso deforme è stato tenacemente “riparato” da quindici operazioni a cranio aperto e lei è cresciuta odiando i normali, i sani, a partire dalla sorella Joana, bellissima e corteggiata dai ragazzi (ma li avrebbe volentieri dati tutti a Rita, per sedare il senso di colpa di non essere lei la malata).

Intanto l’altro figlio, Vasco, di fronte alla morte resta paralizzato dal tempo che non ha passato insieme alla madre, un tempo che improvvisamente pesa come sempre pesano i giorni mancati.Infine c’è Tiago, il padre di tutti e tre, sposato con Marta, la donna per la quale ha abbandonato la famiglia: quando compie sessantacinque anni è lei a voler chiamare per invitarli a pranzo, e “come per ogni compleanno, tutti vennero colti da una strana febbre che costruiva e distruggeva insieme.”

Romana Petri sa guardare dentro le famiglie e raccontarle come labirinti dentro cui si perdono tutti, nessuno escluso; è una scrittrice che conosce ogni particolare dei personaggi che crea e li rende credibili, vivi, con la serrata eleganza di una scrittura che nasce insieme ai fatti e da quelli procede per fare i conti con i segreti e la memoria.

Pranzi di famiglia è un romanzo irresistibile per l’intimità che costruisce con i personaggi e l’esattezza con cui incastra corpi, luoghi e desideri, seguendo il ritmo misterioso degli appuntamenti a tavola, quelli in cui le famiglie dovrebbero svelarsi tutto e finiscono per non confessarsi nulla rimandando al prossimo pasto, e poi al prossimo ancora. Tutto ciò che sappiamo della verità è che dobbiamo ancora dircela, sottintende ogni capitolo, ma intanto “è bello mangiare tutti insieme. Non sai mai di chi stai masticando i pensieri.”

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Che pena scriver d’amore https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/#respond Thu, 17 Jul 2014 10:41:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22263 Questo articolo è uscito su Pagina 99.

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

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Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Banksy. Fonte)

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

Il risultato di questa orgia amorosa è che “l’amore sembra cioè uscito dall’orbita della letteratura che conta”, dice Emanuele Zinato, professore di Teoria della Letteratura di Padova. “La saggistica di successo ci avverte nel frattempo che nell’ipermodernità l’esperienza d’amore, usurata, è divenuta “liquida” o vittima di un irrefrenabile desiderio di intercambiabilità”. In effetti, il best seller “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa” (Cortina) scritto di Massimo Recalcati indaga proprio questa diffusa, disperata, ricerca del Nuovo. Ricerca in cui, oggi, anche le donne sono in prima linea. Meglio far durare l’amore “vecchio”, ci avverte psicanalista lacaniano, invece che seguire l’onda neo-libertina che ci fa consumare amori come fossero contratti a termine.

“Di sicuro le vite “liquide” e precarie agiscono a fondo sulla gestione dei sentimenti. Ma, secondo il mio parere, sulle varianti – in campi così profondamente radicati nella corporeità umana – prevalgono alcune costanti “biochimiche””, continua Zinato. Recalcati, però, ha toccato il nervo scoperto delle lettrici, le stesse lettrici che (forse?) si ritrovano nella storia del nuovo libro di Paulo Coelho, “Adulterio” uscito da una settimana e già inevitabile successo editoriale, a partire dal claim che lo pubblicizza: “È meglio non vivere piuttosto che non amare”. L’aggettivo che ricorre di più nel libro è “intrigante”. Qualcosa di “intrigante” è quello che cerca la protagonista, vittima di un’esistenza perfetta piena di soddisfazioni – marito, figli, lavoro appagante di giornalista. Per di più è cittadina svizzera, luogo di stabilità e sicurezza per eccellenza. Ma è infelice.

Senza scomodare Emma Bovary per una volta, ci limitiamo a dire che la donna incontrerà qualcuno di “intrigante”: una vecchia fiamma che si trova a intervistare per caso. “Niente è più intrigante della scoperta, della timidezza che lascia il campo all’audacia”, chiosa Coelho. Capirete dove si va a parare: la donna si innamora dell’ex, decide di confessare, ma il marito capisce, e l’accetta così come è, sollevandola dal senso di colpa. La sua storia extraconiugale non ha fatto che riavvicinarla al marito e “imparare ad amore” è l’unica cosa che conta nella vita. Che poi in soldoni è quello che diceva Recalcati.

Una risposta scanzonata a tutto questo lacaniano “far durare l’amore” è il libro di Mila Venturini “L’amore non conviene” (Nottetempo). In una Roma contemporanea e in un Liceo che si chiama Morganti, ma è identico al Mamiani, arriva un professore di Storia e Filosofia, molto bello e un po’ brizzolato. Il professore decide di cancellare tutti i programmi scolastici e far lezione su un tema che gli sta a cuore, essendo vittima, si capirà dopo qualche pagina, di una recente e dolorosa separazione: “Effetti pericolosi dello stato d’innamoramento sulle giovani generazioni”. Gli studenti, inizialmente sospettosi, alla fine si divertono e ognuno fa tesoro a suo modo di questi insegnamenti. Naturalmente sarà poi lo stesso professore a ri-innamorarsi e a “arrendersi al martirio”, suo malgrado. La Venturini è una sceneggiatrice che ha lavorato molto in Rai, e si sente, nei dialoghi che sono agili. La favola funziona ed è chiaro che “l’amore è un equivoco della ragione”, come diceva tanto tempo fa Fabrizio De Andrè.

Eppure le storie d’amore mi piacciono. Non mi vergogno a dirlo. E vorrei che gli scrittori nostrani, quelli bravi, non si vergognassero oggi a dire: “Ho scritto una storia d’amore”. Le storie di Alice Munro, una che non ha paura a parlare di legami e sentimenti, ma li comprime, forse per pudore, in racconti brevi, sono storie d’amore. “Leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”, dice la motivazione del premio Nobel che l’autrice canadese ha vinto nel 2013. Di fatto, quello che dovrebbe fare una storia d’amore è proprio questo. Ma la nostra Alice Munro l’abbiamo, e si chiama Elena Ferrante, nonostante non abbia mai vinto un premio, dicono per la sua assenza dalle scene. A mio parere i premi non li ha vinti perché la Ferrante è una che ha esordito con un libro che si chiamava “L’amore molesto” e poi ha proseguito con “I giorni dell’abbandono”, la storia di una separazione, e che ora è diventata famosa, anche Oltreoceano, con una trilogia (presto quadrilogia, in autunno) che è niente di meno di una lunga, appassionante, viscerale, geniale love story.

La verità è che Elena Ferrante non è amata dai critici letterari nostrani perché scrive d’amore. E che in fondo è quello che era successo a Natalia Ginzburg, qualche decennio fa, ignorata dalla critica. Infatti i bei romanzi d’amore italiani oltretutto ci sono. Mi sono messa di impegno, e ne ho trovati due fra quelli recenti. Uno si chiama “L’amore normale” (Einaudi Stile libero) e lo ha scritto Alessandra Sarchi e l’altro, agli antipodi, s’intitola “Giorni di spasimato amore” (Longanesi) di Romana Petri. Romanzi che analizzano due circostanze opposte: il primo è la storia di un quartetto amoroso, un “dramma della gelosia” per dirla con Ettore Scola, un romanzo che restituisce alla letteratura una storia apparentemente banale di amore e tradimento. Quello di Romana Petri racconta una storia fuori dal tempo, fuori dai canoni, fuori dalla ragione, se vogliamo. L’amore che porta alla pazzia e forse l’unico possibile. “C’è un solo modo di amare ed è perdutamente”, detto con le parole della Petri.

Non racconterò qui le trame di questi due libri perché a raccontarlo un libro d’amore risulta sempre pieno di cliché. La Sarchi lo dichiara in una delle prime pagine del libro: “Il problema era parlare dell’amore, di questa forza che ci trascina come un ottovolante sulla spazzatura della quotidianità, ma che se proviamo a raccontarla agli altri assomiglia sempre a qualcosa di già visto, già consumato, a volte perfino volgare”. E, per non cadere “già visto”, le due scrittrici sanno come problematizzare il linguaggio, sanno come utilizzare sapientemente tecniche narrative, facendo un uso originale della coralità nel caso della Sarchi e dello spostamento spazio-temporale in quello della Petri. “Le dinamiche affettive sono l’unica che ci sposta davvero, a noi esseri umani. L’amore è quell’ambito in cui possiamo cambiare attivamente”, dice Alessandra Sarchi.“In Italia c’è un analfabetismo dei sentimenti, e c’è complice anche la critica e le avanguardie. Peccato, perché all’estero ci sono grandi autori che scrivono di sentimenti e non se ne vergognano: McEwan, la Munro, Coetzee”.

Lontano, lontanissimo, dall’Italia provinciale c’è una scrittrice che ha indagato negli ultimi anni l’amore in maniera completamente originale. È islandese. Si chiama Auður Ava Ólafsdóttir e di lei abbiamo letto“Rosa Candida”,“La donna è un’isola” e “L’eccezione” (Einaudi, il 17 giugno). Il suo modo di parlare di amore non è scontato soprattutto per come racconta gli uomini: i suoi sono uomini poco stereotipati, più disponibili, anche le dolore. Uomini che fanno scelte spiazzanti. In “Rosa candida” il ventiduenne protagonista mette incinta una sua coetanea e poi sparisce a coltivare rose in un monastero. Quando la ragazza lo rintraccia e gli lascia il bambino, lui accetta e diventa un improbabile ma realistico e dolcissimo, ragazzo-padre.

Anche il nuovo “L’eccezione” è una storia simile nella sua insospettabilità: dopo undici anni di matrimonio Flóki e Maríasi lasciano perché lui è innamorato di un altro uomo, il suo migliore amico. María, dice il marito omosessuale, è stata la sua unica “eccezione”. Da qui comincia il dramma di una madre di due gemelli, che si trova a dover far fronte a un caos sentimentale che nemmeno la letteratura riesce a contenere. Diciamo soltanto che alla fine di questo libro, succede una cosa che in un romanzo italiano non sarebbe mai successa. E forse nemmeno nella realtà.

La Ólafsdóttir, che ha molti di lettori in Francia e ora anche in Italia, è bravissima a descrivere con pochi tocchi il paesaggio islandese. Un posto dove – tra lava scura, crepacci, strapiombi, muschi e mirtilli – è tutto così lontano da quello che ti aspetteresti che, forse, è più facile ribaltare le convinzioni del lettore. In sostanza, Auður AvaÓlafsdóttir è una che cerca la verità. Non importa se la trova. E non è questo che deve fare un buon romanzo d’amore?

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Parlare del Premio Strega leggendo i libri del Premio Strega. Quarta puntata: “Figli dello stesso padre” di Romana Petri. https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlare-del-premio-strega-leggendo-i-libri-del-premio-strega-quarta-puntata-figli-dello-stesso-padre-di-romana-petri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parlare-del-premio-strega-leggendo-i-libri-del-premio-strega-quarta-puntata-figli-dello-stesso-padre-di-romana-petri/#comments Tue, 02 Jul 2013 21:37:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14864 di Christian Raimo e Francesco Longo CR  Francesco, riprendiamo. Siamo arrivati a Romana Petri, e ti posso dire – con Perissinotto mancante – che questa cinquina mi ha un po’ deluso. Ossia anche questo libro io non l’avrei veramente messo tra i cinque migliori libri dell’anno, ma nemmeno nei primi 500. Ripartirei dalla definizione che […]

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di Christian Raimo e Francesco Longo

CR 

Francesco, riprendiamo. Siamo arrivati a Romana Petri, e ti posso dire – con Perissinotto mancante – che questa cinquina mi ha un po’ deluso. Ossia anche questo libro io non l’avrei veramente messo tra i cinque migliori libri dell’anno, ma nemmeno nei primi 500. Ripartirei dalla definizione che davi di letteratura nello scambio precedente su Sparaco. Quando sottolineavi l’importanza della reticenza. Non ti avevo confessato il mio accordo assoluto con quello che dicevi, ma lo faccio ora. Dopo aver letto Figli dello stesso padre.

Anche qui sì non posso non riconoscere a Petri in modo quasi preventivo una sua, come dire, professionalità nella scrittura – il saper tenere la pagina, la costruzione della struttura, etc… – ma devo riconoscere a me stesso però la fatica che ho fatto per arrivare alla fine di questa storia familiare, raccontata con tutto fuorché reticenza.

La storia è quella di due fratelli che, come appunto recita lo stesso titolo, sono Figli dello stesso padre. Diversi, odiatisi, lontani per decenni l’uno dall’altro, a un certo trovano un pretesto per reincontrarsi. Questo incrocio dà il la al romanzo e a Petri la scusa per raccontare in parallelo le due storie di questi due fratelli e della famiglia che fino a un certo punto è stata una.
Il punto è che in questo romanzo pieno di vicende e personaggi io non mi sono mai chiesto “Come andrà a finire?” “E poi che succederà?” Mai. Non mi sono appassionato. E il motivo semplice credo sia proprio nell’anti-reticenza di Petri.
Figli dello stesso padre trabocca di dettagli, di ridondanze, di spiegoni. Se un personaggio attraversa un corridoio, so tutto quello che c’è in quel corridoio. Vengo schiacciato, asfissiato dal mondo di Petri.

Facciamo subito degli esempi:

pag. 24: “Poi, dopo aver aperto la portafinestra e gettato un’occhiata in strada, caricò la macchinetta e si mise seduto con lo sguardo rivolto alla fiammella aspettando di sentire il gorgoglio prima mansueto poi esasperato del caffè. Spegneva il gas sempre all’ultimo, quando il fornello erà già tutto schizzato di macchie marrone scuro. Una macchinetta da tre che beveva tutta da solo. La prima della giornata. Gli piaceva molto dolce e ci intingeva due biscotti, il primo all’inizio senza ancora averne bevuto nemmeno un sorso, il secondo a metà strada. Se qualcuno avesse idealmente diviso la quantità di caffè che si versava nella tazzina in due parti uguali, avrebbe potuto constatare che il secondo biscotto veniva inzuppato esattamente all’altezza di quella linea equatoriale che la divideva in due. E i biscotti erano sempre gli stessi, gli Oro Saiwa che mangiava anche sua madre. L’unica differenza era che il caffè lei se lo portava a letto e di biscotti ne mangiava quattro. Fosse venuto giù pure l’intero mondo, in quei momenti Germano sapeva che non doveva disturbare. Qualsiasi cosa fosse accaduta. Lei se ne stava nel buio, col busto sollevato a bere caffè e mangiare i suoi biscotti per poi rimettersi per almeno un quarto d’ora sotto le coperte prima di accendere la luce e aprire il libro che aveva sul comodino. Era tutto perfettamente calcolato, avrebbe letto il tempo di digerire liquidi e solidi per poi chiudere il libro e fare la sua mezz’ora di ginnastica”.

Sono io a trovare questo pezzo per esempio noioso e artificioso? Una madeleine al ralenti? 

Altro esempio pag. 90-92. Infanzia/adolescenza di uno dei due fratelli, Emilio, quello meno amato, quello che non ha dato a Emilio la possibilità di avere un padre. Anche a scuola i suoi compagni se la prendono con lui, ne ha fatto uno zimbello, lo chiamano Saputello, lo picchiano. Emilio si sfoga con la madre e le battute sono di questo tipo:

«Loro fanno i cialtroni tutto il giorno, io invece studio tutto il giorno. E certe volte, credimi, non so se lo faccio per me o contro di loro. Perché li odio, li odio moltissimo. Non mi sono stati amici nemmeno per un giorno. Il mio amore per la scuola l’hanno trasformato in una risata alle mie spalle che ha contagiato tutta la classe. Anche quelli che non ce l’hanno con me si sono messi a ridere. E io perché dovrei aiutarli? Lo so da un pezzo che con loro rischio. Non è stata nemmeno la prima volta che mi hanno messo le mani addosso. Solo che le altre è andata meglio. Ma io non mollo, mamma. Sono stato già solo abbastanza. Ho una rabbia dentro…».
«Devi pensare al futuro, Emilio, al futuro, nemmeno al presente, solo al futuro».
«E così che hai fatto tu da quando sono nato?»
«Una madre non se lo può permettere, deve pensare anche al presente».
«Dimmi la verità, se tu potessi tornare indietro, così, come in un gioco. Ecco, ti dicono che puoi tornare indietro sapendo però tutto quello che è già stato. Sai come sono andate le cose, ma ti danno l’opportunità di farle andare diversamente. Mi faresti nascere lo stesso?»
«Che ti viene in mente?»
«Mi viene in mente che avresti avuto una vita più facile se non fossi nato io. Papà che ci abbandona, tu che hai dovuto fare tutto da sola. Dai, dimmi la verità. Mica dovresti uccidermi. Puoi solo tornare indietro e cambiare il corso delle cose. Tu ci speravi, no, che papà, una volta nato io ti sarebbe rimasto accanto?»
«Che c’entra, una donna innamorata lo spera».

Che dici? Io considero questo dialogo disarmante. È come se invece di esserci il testo, ci fosse solo il sottotesto. E mi sembra strano che Petri l’abbia lasciato così perché in alcuni momenti anche qui cerca di lavorare sul ritmo, spezzando le frasi, con le anafore, etc… Ma poi tutto ritorna a essere una pura didascalia, e invece dei personaggi io vedo delle idee di personaggi.

FL

Mi sa che il talento è una coperta corta. Se la tiri da una parte l’altra si scopre. Walter Siti dovrebbe imparare da Simona Sparaco architettura e ritmo di una storia, lei dovrebbe apprendere da Siti lo spessore, la profondità, la natura simbolica del linguaggio letterario e l’attitudine di Siti a integrare il contesto delle storie con i protagonisti. Paolo Di Paolo potrebbe acquisire da Simona Sparaco la freschezza della lingua, mentre le dovrebbe consegnare una lista di letture di vecchi classici, trasmetterle un sano e necessario gusto per il “letterario”. Ognuno ha cose da insegnare e cose da imparare. Siti osa, Di Paolo evoca, Sparaco dà pugni nello stomaco al lettore.

Bisogna stare attenti a troppi fattori mentre si scrive: costruire una storia interessante (Sparaco), avere uno stile suggestivo (Di Paolo), saper assorbire la tradizione e rielaborarla (Siti). Poi ci sono i Grandi che hanno nella testa un’orchestra intera e sanno dosare tutto: sanno quando nei romanzi devono ingiallire le foglie, in quali gesti si manifesta la gelosia, il dolore, l’invidia, e raccontano gli anni che passano con una scrittura ritmica, metaforica, che genera livelli di senso e trasforma l’esperienza dei singoli in qualcosa di universale. Sanno fare tutto. Ma sono pochissimi.

Ti dico questo perché la lettura del romanzo di Romana Petri mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanti fronti di guerra siano aperti nella stesura di un romanzo. E ho sentito, da lettore, quanto si fatica quando queste guerre sono perse. Ho faticato, mi sono annoiato da morire e alla fine, confesso, mi sono anche dovuto arrendere (ma non sarebbe bello se i critici ammettessero quando non riescono a finire un libro?). Lo dico, con dispiacere: non ce l’ho fatta.

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