Romano Montroni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romano-montroni/ un blog di approfondimento culturale Fri, 05 Jun 2015 11:17:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Romano Montroni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romano-montroni/ 32 32 Perché Franceschini sbaglia sempre e tutto sulla politica della lettura https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-franceschini-sbaglia-sempre-e-tutto-sulla-politica-della-lettura/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-franceschini-sbaglia-sempre-e-tutto-sulla-politica-della-lettura/#comments Fri, 05 Jun 2015 09:07:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27178 E così il ministro Franceschini, sempre con la complicità del Centro per il libro e la lettura, ha avuto un’altra idea sciocca. Ieri, a margine della premiazione del concorso di scrittura per le scuole Scriviamoci. Passami i tuoi pensieri e le tue emozioni in 30 righe (sic, il titolo non è una parodia), ha dichiarato […]

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E così il ministro Franceschini, sempre con la complicità del Centro per il libro e la lettura, ha avuto un’altra idea sciocca. Ieri, a margine della premiazione del concorso di scrittura per le scuole Scriviamoci. Passami i tuoi pensieri e le tue emozioni in 30 righe (sic, il titolo non è una parodia), ha dichiarato su twitter:

“Faremo la Biblioteca Nazionale dell’Inedito. Un luogo dove raccogliere e conservare per sempre romanzi e racconti di italiani mai pubblicati”

Non si sa bene da dove partire per criticare la scempiaggine di una dichiarazione del genere. Perché oltre le ovvie reazioni beffarde dei social – “il museo della noia, bella idea”, “mi tenga due ripiani liberi, gentilmente”, “io aggiungerei una sezione dedicata alle scritte sulle porte dei cessi”… – questo modo di affrontare le politiche del libro non denuncia solo il velleitarsmo e l’ingenuità del ministro, ma ancora un’idea tutta pubblicitaria della letteratura e della cultura in generale.

È ancora più indicativo e più grave che questo genere di dichiarazioni vengano fatte davanti a una platea di studenti. Franceschini aveva appena finito di parlare:

“Molti non osano scrivere perché temono di confrontarsi ma scrivere è una terapia straordinaria, è un atto di grande creatività e libertà che tutti dovrebbero fare al di là del talento o dell’essere o meno portati. […] Mi piacerebbe che quando si fa il tema ogni tanto si dicesse ora scrivete quello che vi pare perché le storie piu’ straordinarie sono quelle intorno a noi, lì c’è la letteratura più fantastica”.

Ora, diamo il beneficio dell’inventario alla buona fede del ministro, ma qualche interrogativo non possiamo non porglielo.
Non c’è mai stata una civiltà come la nostra dove si fa narrazione di se stessi in continuazione, dove ci si autorappresenta sempre, dove le emozioni non smettono mai di essere comunicate: e davvero la scuola o un ministro della cultura devono avallare quest’equazione, tra espressione di sé e letteratura? Davvero avrebbe un senso formativo dare un tema e dire: scrivi quello che ti pare? Davvero pensiamo che sia un’iniziativa lodevole immaginare una biblioteca dell’inedito dove stipare qualunque cosa capiti di scrivere?

Del resto il concorso Scriviamoci era stato immaginato con lo stesso dissennato criterio: i 900 ragazzi partecipanti hanno raccontato la prima cosa che gli è venuta in mente in 30 righe. Che idea di concorso è? In nome di quest’idolo anti-formativo – la facilità, l’emozione, la spontaneità… – si sono coinvolti migliaia di studenti e docenti a fare che cosa? A mettere una specie di like su un evento del Centro per il libro?
E cosa vincono i tre primi posti? Un corso di tre giorni alla scuola Holden, un viaggio pagato al Festival della Letteratura di Mantova, un viaggio pagato a Expo (!). Non borse di studio, turismo.

Non si poteva realizzare un concorso letterario serio, chiedendo lunghi elaborati e non scritti emozionali di 30 righe? Non si poteva pretendere un impegno sul testo? E offrire il lavoro editoriale di professionisti come premio?

Scriviamoci fa il paio con Libriamoci e #ioleggoperché, altre iniziative promosse dal Cepell – in collaborazione con i ministeri dell’istruzione e della cultura, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO (insomma tutte le istituzioni) ed è davvero il segno della deriva istituzionale di un pensiero dannoso su cosa vuol dire oggi educare alla lettura.

Si tratta sempre di eventi che richiedono molti soldi per l’organizzazione, che si esauriscono nell’ambito di poche ore, di cui non si valuta l’impatto, e che soprattutto non educano, ma al massimo promuovono.
Il ministro Franceschini insieme a Romano Montroni, libraio di esperienza ma inadeguatissimo presidente del Cepell, continuano a perseverare in due errori da matita blu: pensare che questo sia il ruolo dell’istituzione, rendere indistinta la differenza tra cultura e comunicazione, tra formazione e pubblicità; e quello di compiere uno sforzo promozionale – inefficace – per compensare le carenze strutturali che abbiamo in Italia sulla lettura e sulla scrittura. Insomma non sono bravi né nel ruolo educativo (che sarebbe richiesto) né in quello commerciale (che non gli ha richiesto nessuno).

È così difficile cambiare prospettiva? No. Se ministero e Cepell volessero, potrebbero cominciare almeno a sfogliarsi un libretto uscito da poco per Einaudi, s’intitola Lettori si cresce e l’ha scritto Giusi Marchetta. Immagina una politica della lettura agli antipodi di quella di Libriamoci e Scriviamoci. Del resto, leggere a questo serve: a cambiare idea.

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Promuovere la cultura siamo d’accordo, ma per favore facciamolo in modo sistematico https://minimaetmoralia.it/editoria/promuovere-la-cultura-siamo-daccordo-ma-per-favore-facciamolo-in-modo-sistematico/ https://minimaetmoralia.it/editoria/promuovere-la-cultura-siamo-daccordo-ma-per-favore-facciamolo-in-modo-sistematico/#comments Mon, 13 Oct 2014 13:14:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23839 Quest’articolo è uscito su Pagina 99. di Christian Raimo Qualche settimana fa a Bologna si è svolto un convegno organizzato dall’associazione Hamelin sugli adolescenti e la lettura. Per chi non li conosce, gli Hamelin sono un gruppo di Bologna che in questi anni, attraverso una rivista e cento iniziative, sono diventati un riferimento rispetto alla lettura per ragazzi e […]

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Quest’articolo è uscito su Pagina 99.

di Christian Raimo

Qualche settimana fa a Bologna si è svolto un convegno organizzato dall’associazione Hamelin sugli adolescenti e la lettura. Per chi non li conosce, gli Hamelin sono un gruppo di Bologna che in questi anni, attraverso una rivista e cento iniziative, sono diventati un riferimento rispetto alla lettura per ragazzi e per l’infanzia. Incredibilmente, a seguire l’incontro c’erano 300 persone (insegnanti, bibliotecari, editori… che avevano pagato 35 euro l’una), il che mi sembrava quanto meno un indizio evidente di un interesse non marginale per questi temi oggi in Italia, oltre a manifestare una domanda enorme di formazione. Ha aperto la giornata Romano Montroni, libraio storico e neo-direttore del Cepell, il Centro per il Libro e la Lettura, e per fortuna ha dato un segno inequivocabilmente diverso rispetto al suo predecessore: se Gian Arturo Ferrari parlava di nuove strategie di mercato per vendere i libri nell’era del passaggio dal cartaceo al digitale, Montroni giustamente se ne frega di questa falsa questione e pone l’accento sugli interventi educativi. Quindi lancia per la fine di ottobre (29, 30, 31) una tre giorni di letture ad alta voce proprio nelle scuole, intitolata Libriamoci.

Si potrebbe applaudire all’iniziativa, se non fosse che per l’ennesima volta, mi sono venute in mente almeno un paio di obiezioni che da vari anni a questa parte chiunque si occupa di politica culturale pone. La prima, che senso hanno queste iniziative sporadiche, una tantum, simboliche, organizzate in modo volontaristico, con il feticcio della cultura come buona azione? La seconda, perché non partire dai modelli di promozione della lettura che già esistono, mapparli, metterli in rete, valutarli e da quelli progettare gli interventi?

Queste obiezioni non sono come si dice di scuola. (Quando vedo che il Tropico del Libro, un sito che si occupa di editoria, lancia Open Atlas sulla lettura per ragazzi, una rete che mappi le varie iniziative che esistono in Italia, dalla rivista Andersen a Biblioragazzi ai Piccoli Maestri, mi viene da dire: ma perché il Cepell arriva sempre dopo e sempre malino?) Ma, se dovessi farle queste osservazioni a voce, tradirebbero un tono un po’ recriminatorio. Da un po’ di anni ormai, c’è un folto numero di persone in Italia che si occupa di politiche culturali e lo fa supplendo a una mancanza o a una fragilità di forze, di competenze, e soprattutto di visione di chi ha un ruolo politico. Assessori imballati, responsabili culturali ingenui, decisori irresoluti, e una quantità nettamente eccessiva di impreparazione in ruoli chiave.

Ora questa funzione suppletiva per me deve finire. Per varie ragioni evidenti. La prioritaria è che il welfare culturale – il sistema dei teatri, dei musei, delle biblioteche, degli archivi… – sta crollando. Nelle ultime settimane solo a Roma ha chiuso il Teatro Eliseo e sono stati licenziati gli orchestrali dell’Opera. La risposta della politica a questa rovina strutturale è la riduzione dell’offerta, l’esternalizzazione, la resa. Mai, dico mai, la reazione è quella di immaginare una politica di sistema sulle leve dell’educazione culturale: introdurre uno studio del teatro o della musica serio nei licei, formare gli insegnanti alla promozione alla lettura (invece di una tre giorni), consentire una cogestione degli spazi pubblici attraverso forme di reale partecipazione e sussidiarietà, che non vogliono dire supplenza, volontariato, ma governo, presa di responsabilità.

Altrimenti, quando ogni anno, commentiamo i tassi crescenti di analfabetismo funzionali e tassi decrescenti di lettori, poi non facciamo finta che un po’ non è anche colpa nostra.

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