Romano Prodi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romano-prodi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 13 Apr 2018 10:58:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Romano Prodi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romano-prodi/ 32 32 A tavola con l’Hyperion https://minimaetmoralia.it/societa/a-tavola-con-lhyperion/ https://minimaetmoralia.it/societa/a-tavola-con-lhyperion/#comments Tue, 20 Mar 2018 07:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36638 Hyperion è il nome di una scuola di lingue aperta a Parigi negli anni ’70, che per alcuni fu il vero e segreto cervello delle Brigate Rosse. Questo è il racconto di un incontro con Corrado Simioni, fondatore di Hyperion. Simioni è scomparso nell’ottobre 2009. L’articolo è stato pubblicato nel novembre 2009 su L’Europeo.

L'arrivo.

Avvio il motore della macchina alle otto del mattino del 30 dicembre 2007, vigilia di capodanno. Raggiungerò il luogo in cui Corrado Simioni vive, una frazione collinare nel dipartimento della Drôme, Francia sud orientale, soltanto intorno alle sei di sera. Di Corrado Simioni si dice che sia stato, nei primi anni '60, un militante della corrente autonomista del PSI. Dal quale poi venne espulso. Si dice che a Milano lavorò per L'Usis, un istituto culturale con compiti di diffusione della cultura americana nel mondo, ma all'occorrenza utilizzato in funzione anticomunista. Si dice che a Monaco di Baviera, alla metà degli anni '60, lavorò per Radio Free Europe, emittente radiofonica foraggiata dalla Cia. Si dice che fu tra i relatori del convegno di Pecorile con il quale, nell'agosto 1970, si sciolse il Collettivo Politico Metropolitano e nacque il primo nucleo delle Brigate Rosse.

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Hyperion è il nome di una scuola di lingue aperta a Parigi negli anni ’70, che per alcuni fu il vero e segreto cervello delle Brigate Rosse. Questo è il racconto di un incontro con Corrado Simioni, fondatore di Hyperion. Simioni è scomparso nell’ottobre 2009. L’articolo è stato pubblicato nel novembre 2009 su L’Europeo.

L’arrivo.

Avvio il motore della macchina alle otto del mattino del 30 dicembre 2007, vigilia di capodanno. Raggiungerò il luogo in cui Corrado Simioni vive, una frazione collinare nel dipartimento della Drôme, Francia sud orientale, soltanto intorno alle sei di sera. Di Corrado Simioni si dice che sia stato, nei primi anni ’60, un militante della corrente autonomista del PSI. Dal quale poi venne espulso. Si dice che a Milano lavorò per L’Usis, un istituto culturale con compiti di diffusione della cultura americana nel mondo, ma all’occorrenza utilizzato in funzione anticomunista. Si dice che a Monaco di Baviera, alla metà degli anni ’60, lavorò per Radio Free Europe, emittente radiofonica foraggiata dalla Cia. Si dice che fu tra i relatori del convegno di Pecorile con il quale, nell’agosto 1970, si sciolse il Collettivo Politico Metropolitano e nacque il primo nucleo delle Brigate Rosse.

Si dice che dopo Pecorile Simioni si sarebbe posto alla testa di una compagine segreta, il Superclan, il cui obbiettivo era egemonizzare le principali sigle della sinistra extraparlamentare, e i cui componenti sarebbero rimasti uniti, nel tempo, da vincoli amicali indistruttibili. Il Superclan avrebbe poi tentato d’infiltrare le Brigate Rosse, di indirizzarle, fin dal tempo dei sequestri lampo e degli incendi delle auto dei dirigenti di fabbrica, verso forme di lotta estreme e contro obbiettivi Nato. Così racconta l’ex Br Alberto Franceschini. Poi, alla metà degli anni ’70, Simioni e il Superclan si trasferiscono a Parigi. Fondano prima l’associazione culturale Agorà, poi la scuola di lingue Hyperion. Hyperion che aprì e chiuse una sede di rappresentanza a Milano, in via Albani, e due a Roma, in viale Angelico e in via Nicotera, poco prima e immediatamente dopo il sequestro Moro e in palazzine gestite da società di copertura dei servizi segreti.

Secondo quanto affermato, tra gli altri, da Alberto Franceschini e da Sergio Flamigni, membro della commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro Moro, e da Giovanni Pellegrino, Presidente della commissione d’inchiesta sulle stragi, Hyperion potrebbe essere stato uno dei cervelli politici delle Brigate Rosse. I suoi uffici, si dice, furono attraversati da uomini dell’Olp, dell’Ira, della Raf, ma anche da agenti di Cia e Kgb. Furono, cioè, il piano attico in cui si sbrigarono alcune pratiche concernenti la guerra fredda. Nel film ‘Piazza delle cinque lune’, malgrado l’accento francese, il personaggio interpretato da Murray Abraham, che a Parigi incontra il magistrato interpretato da Donald Sutherland, corrisponde all’ambiente di Hyperion. “Quindi devo presumere che Hyperion, in qualche modo, abbia deciso il rapimento di Aldo Moro”, riflette il magistrato. “E’ Yalta che ha deciso il rapimento”, precisa l’altro. Anche Bettino Craxi, a suo tempo, in una certa intervista, evocò Parigi e il nome di Corrado Simioni: “Bisognerebbe andare indietro con la memoria, pensare a quei personaggi che avevano cominciato a fare politica con noi,  poi sono scomparsi, magari sono a Parigi a lavorare per il partito armato”. Il giorno seguente l’intervista viene smentita. E a chi si riferiva, allora, Bettino Craxi?

Simioni vive tuttora in Francia, nella Drôme, dov’è cresciuto il campione di rugby Sebsatian Chabal e dove da anni Simioni gestisce un piccolo agriturismo. Nei dintorni siti di età romana e preromana, e villaggi che furono teatro di scontri all’epoca delle guerre fra cattolici e luterani. E’ una terra scarsamente popolata. Fluorescenti distese di lavanda, in primavera, paesaggi spettrali in inverno. Per raggiungere l’agriturismo percorro chilometri fra selve, boschi e colline spoglie e intirizzite dal gelo. Nessuna abitazione, solo scheletrica boscaglia, battuta in questi giorni di fine dicembre dalle rasoiate di un vento gelido. L’agriturismo si trova all’interno di una vecchia fattoria in pietra. So che Simioni non potrà non sospettare dell’arrivo di un italiano che, per qualche implausibile ragione (‘Vivo a Milano, così volevo passare un paio di giorni in un posto tranquillo, lontano dal caos…’), ha pensato di prenotare una camera d’albergo, a cavallo di capodanno, in un luogo così remoto e appartato. Ho quindi assunto questo semplice dato, come una certezza, e facendone il regolo che dovrà aiutarmi a calibrare ogni parola, azione, gesto. So che verrò in qualche modo soppesato. Che andrà in scena, forse, una sorta di partita a scacchi. Infatti ci rifletto a lungo, in macchina, durante il viaggio, persino esaltato dalla possibilità d’incontrare un uomo di cui ho letto pagine e pagine in una quantità di libri, che sono i libri che compongono quella sciarada che è la storia recente italiana, e in particolare quella del caso Moro.

Sulla porta vengo accolto da Giulia Archer, la donna con cui Simioni vive da oltre trent’anni. Sorride luminosamente e mi fa strada lungo una scala che conduce al piano inferiore, dove vengo presentato a un uomo anziano, non una bellissima cera, ma dall’aria buffa, curiosamente compiaciuta, che siede su di una sedia a dondolo, circondato da amici. È Corrado Simioni. Seduti intorno a lui una coppia francese e il figlio, un bambino che gioca con una scacchiera elettronica. E poi un uomo molto elegante, originario del Mali, vestito in abiti tradizionali africani. È, come scoprirò in seguito, un ex militante politico, poi riparato a Parigi negli anni ’70 dove, nel corso dell’occupazione di uno stabile, conobbe Simioni e la Archer. Infine una donna di origini italiane e il marito, operaio in pensione. La sala è divisa dalla cucina da un bancone all’americana. C’è un tavolo centrale in legno, sotto il quale gironzola un bulldog, una vecchia vetrina, sedie impagliate, poltroncine, la sedia a dondolo dove ancora siede Simioni, lasciandosi cullare, come al ritmo segreto di una canzoncina di un tempo, e scaffali stipati di cd di classica e libri di cucina.

Alle pareti pupi siciliani e oggetti d’artigianato nepalese e tibetano, due Paesi che Simioni ha più volte visitato, racconta, per ragioni di studio e per il suo lavoro con ‘Emmaus’, associazione che si occupa di solidarietà e inclusione fondata dall’Abbè Pierre nel 1954 e della quale Simioni è stato un funzionario di primo piano. Dice di conoscere il tibetano, il tedesco, l’inglese, il latino, di avere nozioni di sanscrito, aramaico, esperanto. L’accoglienza è calorosa, anche se, dalla variabile geometria degli sguardi, da questi primi scambi di battute, ho la sensazione di venire un po’ squadrato, misurato.

Un grande gatto nero scende dalla scala e dopo aver miagolato, si ferma sull’ultimo gradino. Chiedo se il gatto e il bulldog siano in buoni rapporti e Simioni risponde che fra i due ‘c’è una situazione di guerra fredda’. Tutti ridono, compresa Giulia, che è una donna molto bella, attrezzata di fascino, di un sorriso improvviso e radioso, che a volte scarta in un contegno un po’ aspro. Sembra innamorata e piena di vita, di una gioia dura e rappresa. Dopo l’aperitivo scendiamo in taverna e mangiamo tutti insieme, intorno a un grande tavolo ovale. Mi siedo accanto a Corrado. La conversazione, rapidamente, muove sul suo passato. Mi racconta di essere nato a Venezia, dove di tanto in tanto torna con Giulia, per visitare chiese, musei. Amano l’architettura romanica, mi dice, sorridendo e masticando. Ogni tanto se ne vanno in giro per la Francia, per chiese romaniche. Simioni si trasferì giovanissimo a Milano, dove viveva il compagno della madre. Da bambino vide Meazza giocare allo stadio. Per questo diventò interista. Per il suo compleanno, racconta, ogni anno Massimo Moratti gli spedisce via fax un foglio con stampata la maglia dell’Inter e una dedica firmata. Mi racconta, in sequenza, mentre ancora mangiamo, di avere vissuto e studiato a Monaco di Baviera e alla Bocconi di Milano, di aver lavorato in Mondadori, sotto Elio Vittorini, occupandosi delle opere di Luigi Pirandello, di aver conosciuto Ernest Hemingway e Jean Paul Sartre, di aver personalmente conosciuto e tradotto lo psicoanalista francese Jacques Lacan, di aver militato nel PSI, a fianco di Bettino Craxi. Dice di essere stato in rapporti con il Presidente Mitterand e il Dalai Lama. Giulia l’ha conosciuta ‘sulle barricate’. Dice di aver fatto parte di una ‘generazione sconfitta’. Parla dei suoi due figli, avuti da una precedente relazione. Di essere stato troppo preso dalla sua vita. Racconta di aver lavorato a lungo come vicepresidente di Emmaus e di aver gestito un centro culturale a Parigi, negli anni ’70, dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra, con Giulia, fra il ’70 e il ’75.

Quando accenna al centro culturale, senza che quella parola, Hyperion, venga nominata, mi guarda dritto negli occhi, come a cercare una vibrazione, una variazione di calore. Fra gli anni ’80 e ’90 si trasferirono nella casa in cui ci troviamo, insieme ad altri dai quali poi si divise. Giulia, seduta dall’altra parte della tavola, mi chiede se m’interessi di filosofia, se sia stata la filosofia a spingermi fino al loro agriturismo.

La cena è squisita e la tavola è allegra. Si parla italiano, francese, spagnolo, inglese. Mangiato il dolce, torniamo di sopra. Uno degli ospiti, in caffetano bianco, suona la suite N.1 per violino di J.S.Bach. Lo ascoltiamo, seduti in cerchio, sorseggiando un bicchiere di vino rosso, godendo delle geometrie con cui la musica si propaga nello spazio, sopra i nostri corpi sopraffatti dal cibo. Il gatto e il bulldog stanno accovacciati in disparte. Simioni m’invita a scegliere un liquore da un armadio che si trova nella stanza accanto. Qui, appeso a una parete, mi indica un piatto in ceramica dipinto da Pablo Picasso. Scelgo una grappa al mirtillo e lo seguo nel suo studio, una grande stanza rettangolare, dal parquet scricchiolante, sui quattro lati tappezzata di libri. Scaffali di filosofia, di mistica, di letteratura, di poesia. Mi perdo un po’ fra i libri, poi Simioni dice che sono un tipo molto curioso. Interpreto la battuta come una dissimulata esortazione a non indugiare troppo fra le sue cose, e a seguirlo fuori dallo studio, di nuovo verso la cucina. Ma prima mi mostra un’ultima cosa: una foto incorniciata che lo ritrae in compagnia dell’Abbè Pierre e di Papa Giovanni Paolo II.

Corrado Simioni è un uomo affabile, allegro. Una risata dopo l’altra. Sempre di ottimo umore. Ogni parola detta innesca una battuta. E’ piccolo di statura, precario, curvo. La deambulazione sofferta. Ai piedi porta un paio di zoccoli olandesi che sembrano affaticarlo. E nel ’97 ha subito un infarto. Eppure la mente è rapidissima, sempre pronta a connettere una parola all’altra, un tema a un altro tema. Sembra non curarsi dei suoi 74 anni. “Per come l’ho conosciuto io Simioni”, disse Franceschini a Marco Taradash, nel corso di un’audizione in Commissione Stragi, “era più che altro un avventuriero…Come personaggio lo attribuivo al film di Pontecorvo Queimada. Lui era esattamente l’ingles, cioè Marlon Brando. Secondo me era proprio quella figura, anche psicologicamente, colui che da un parte intriga con la rivoluzione, gli piace, gli interessa, perché vuole mettere in discussione le cose, che comunque non è uno pacifico ed è una persona intelligente; dall’altra, però, se ci sono cause di forza maggiore, ti abbandona al tuo destino”

Intorno alle 23, Simioni se ne va e ognuno torna nelle proprie stanze.

 31 Dicembre

Il pomeriggio del 31 lo passo nei dintorni, visitando vecchi borghi medievali e una chiesa romanica, consigliatami da Giulia. La chiesa si trova nella valle delle ninfe, un luogo dove si trovano tracce di culture pagane, nelle vicinanze di una sorgente, e descritto da Giulia come un luogo magico. Mi perdo un po’ nei dintorni, fra cespugli secchi di mirto, resti di falò, sentieri che non portano da nessuna parte. Quando torno mi viene presentata una coppia tedesca di Monaco, che vive in Svizzera, amici di lunga data di Simioni. Arrivano da un viaggio in Catalogna. Bevendo bordeaux, spizzicando il prosciutto spagnolo portato dai due tedeschi, qualcuno comincia a parlare di politica. Mi viene chiesto che cosa si dice sui giornali in Italia di Sarkozy. C’è apprezzamento, rispondo. Anche nel centro-sinistra, Sarkozy viene visto come un politico intelligente. Simioni dice di aver votato per i comunisti rivoluzionari al primo turno e per Sarkozy al secondo. Si compiace di questa schizofrenia. Dice di confidare nelle liberalizzazioni e nella sburocratizzazione del Paese, un po’ come già in Italia aveva nutrito le stesse speranze per il primo e il secondo governo Berlusconi. In sostanza, è come se si vantasse di essersi emancipato da certi vecchi schemi, mi sembra.

Visto che siamo in Francia, vengono in mente intellettuali come Bernard Henry Lévy o André Glucksmann, il loro percorso. Ma quando si parla di politica Simioni sembra avvampare e perdere il tratto amabile e conviviale. A un certo punto decide di chiudere la conversazione, bruscamente, e di spostarsi verso i fornelli, per preparare il risotto per la cena. Tiro fuori la macchina fotografica e scatto qualche foto. Simioni, che in quel momento offre le spalle alla scena, sembra osservare tutto con la coda dell’occhio. Poi ceniamo, in grande allegria. Dopo ci si sparpaglia. Io torno sopra, di nuovo con la digitale. Quando scendo di nuovo trovo Claudio, il tedesco e Simioni in taverna, dove stanno animatamente discutendo di politica. Simioni è seduto a capotavola, con il tedesco alla sua sinistra, entrambi appesantiti dal cibo. Faccio per scattare una foto quando Simioni, con un gesto perentorio della mano mi ammonisce: ‘No pictures, please, no pictures!’. ‘Niente foto?’, ‘No, niente foto…come Greta Garbo’. Mi siedo. Simioni va a tutto campo. Dice che se l’Europa tassasse un 10 per cento del proprio prodotto interno lordo ci sarebbe di che sfamare il terzo mondo. Ma devono essere i ceti medi a pagare, aggiunge. Tanto i ricchi sposteranno i capitali all’estero. ‘Bisogna mettersi in testa che il terzo mondo è un problema che soltanto le classi medie possono risolvere. Se continuiamo a discutere su chi debba pagare di più o di meno, il problema rischia di trascinarsi per un tempo indefinito’.

Continuiamo a bere e a discutere. Secondo Simioni, Putin è un grande statista che esercita, attraverso il controllo delle riserve energetiche, il diritto alla ricchezza del suo Paese. E’ il nuovo Pietro il Grande. Obbietto che Putin, in realtà, difende il diritto alla ricchezza delle oligarchie, è un tiranno che intende tornare a giocare con la guerra fredda e il responsabile dell’oppressione del popolo ceceno, nonché, probabilmente, il mandante dell’assassinio di una giornalista. Simioni tira fuori una rabbia che mi disorienta e un po’ mi spaventa. Dice che sono un ingenuo, male informato, che mi bevo tutto quello che dice la tv italiana. Possibile. Tuttavia, obbietto che forse non è così e un po’ troppo sbrigativamente mi sta identificando con quello stereotipo dell’italiano medio di cui ci si prende gioco all’estero, soprattutto in Francia da quando Berlusconi è andato al governo. Simioni non batte ciglio e va dritto per la sua strada, fino a dire che sono malmesso, che il mio cervello non funziona correttamente. Ho la sensazione di trovarmi di fronte a un uomo improvvisamente irascibile, refrattario. Diventa faticoso discutere. Simioni sembra più interessato a squalificare l’interlocutore.

Aggiunge una battuta su Romano Prodi, che non sarebbe il personaggio mite e curiale dipinto nei corsivi della stampa, ma un uomo che gode di una rete di appoggi collaudata nel tempo, uomini fidati come i senatori Cossiga e Andreotti. E qui aggiunge, in francese, ‘Le memes qui l’ont fait tuer Aldo Moro‘: gli stessi che uccisero Aldo Moro. In quell’istante distoglie lo sguardo dal tedesco e lo appunta nella mia direzione, lasciandolo così, sospeso, per qualche secondo. C’è un picco di tensione, una pausa che si dilata per qualche secondo. Poi la conversazione si perde in un rivolo insignificante, e Simioni se ne va, molto infastidito.

Ci ritroviamo di nuovo tutti insieme, poco prima del brindisi di mezzanotte. Dopo aver bevuto, ci abbracciamo e ci scambiamo un bacio di auguri. Poi Giulia, all’improvviso, cerca la voce in fondo alla gola e lascia esplodere, a pugno levato, un ‘Bandiera Rossa’ guerresco. Il tedesco, non senza ironia, grida: ‘W Marx, W Lenin, W Stalin und Enver Hoxha!!!’. Aggiunge, Simioni: ‘Che-che-gue-va-ra!‘. Gli altri rispondono in coro. Poi cantiamo, a pugno levato, pezzi dell’Internazionale e della Marsigliese. E’ come tornare indietro nel tempo al centro di un vecchio corteo, nella strada di una grande città.

Intorno a mezzanotte e un quarto Simioni, come annunciato la sera prima (‘Domani, dopo il brindisi, andrò subito a letto’), si ritira. Mi abbraccia e sornione mi dice: ‘Sai, la vostra generazione vivrà fino a centoventi anni, ballando la technò’. Dopo poco, come se tutti gli equilibri che legano quelle persone fossero annodati a quella di Simioni, anche gli altri si ritirano. Quando Simioni abbandona lo spazio, si crea un vuoto. Anch’io mi ritiro, dopo un paio di grappe.

L’anno nuovo

L’indomani, intorno alle otto del mattino, saluto Giulia per un’ultima volta. Fuori è un pianeta bianco e le colline sono addormentate nel gelo. Tutta la terra è avvolta in una candida foschia. Non un suono nella DrÔme. Solo il sibilo del vento che corre basso fra gli steli. L’erba è indurita dal freddo, la terra una lastra, ma quasi non fa freddo. E’ il cosmo morbido e silente che incapsula gli ultimi anni di Simioni. Accendo il motore, che sento borbottare in un modo che mi rincuora, il tè sprofonda caldo nelle viscere e aspetto che i vetri spannino. Mi allontano qualche decina di metri lungo un sentiero di cristallo. Fra i cespugli radi vedo tre cavalli frisoni chinare il capo, muovere la bocca fra i giunchi e poi abbeverarsi a una vasca. Uno dei tre cavalli si avvicina e si ferma a qualche metro da me. Restiamo l’uno di fronte all’altro, guardandoci in silenzio nella pace del primo gennaio. Avverto un movimento all’estrema periferia delle cose, così sottile e distante da non poter essere decifrato. Che sia come questo occhio equino, mi chiedo, l’occhio con cui la storia segreta ci guarda? Nel 1979 il giudice Carlo Mastelloni aprì un’inchiesta su Hyperion, sulla base delle confessioni del Br Michele Galati, ma non venne a capo di nulla.

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Post scriptum: Questo articolo venne pubblicato sul numero di novembre 2009 dell’Europeo. Ho pensato di riproporlo a Minimaetmoralia in questi giorni del quarantennale del rapimento Moro. Rileggendo, come spesso capita, ho sentito il bisogno di prendere un po’ le distanze da me stesso e quindi aggiungere un post scriptum. Per esempio, oggi eviterei passaggi come questo: «Nessuna abitazione, solo scheletrica boscaglia». Si tratta di una descrizione veritiera del paesaggio della Drôme in inverno, tuttavia so che l’aggettivo «scheletrica» fu preferito a «spoglia» o «desolata» solo perché volevo intimorire il lettore. Volevo sospingerlo nel clima di rarefazione e mistero nel quale io stesso ero preso. All’epoca in cui partii per questo capodanno in Francia mi faceva velo una fascinazione per i cosiddetti enigmi del caso Moro. Quella fascinazione è ancora viva e coccolata dentro di me –del resto non tutti gli enigmi sono stati chiariti- ma allo stesso tempo mi sono convinto negli anni dell’importanza di altri aspetti della vicenda. Sono diventato più freddo rispetto all’immensa suggestione tragica, simbolica e squisitamente letteraria contenuta in quella storia, e sono diventato più sensibile ad altro, che pure era già evidente e in primo piano.

In questi giorni mi è capitato di leggere «Questa è già la mia vita», bella e sincera autobiografia di Marina Premoli, appena uscita per Quodlibet. Prima di arrivare al resoconto dell’entrata in clandestinità nel 1978 –cosa che accade quasi all’improvviso e precipitando-, Marina racconta l’infanzia vissuta tra Roma, Parigi, Londra e Bruxelles. Cresce insieme a una famiglia cosmopolita, agiata e borghese (il padre fu senatore eletto a Venezia del Partito Liberale). L’adolescenza trascorre a Roma con ragazze e ragazzi del suo stesso ambiente; poi, a Milano, arrivano le esperienze professionali e amicali nel mondo dell’editoria («partecipo con i compagni della Rizzoli a varie manifestazioni cittadine»), infine le schizofreniche e faticose frequentazioni divise tra il lavoro politico di fronte ai cancelli dell’Alfa Romeo e i weekend trascorsi nella vecchia villa di un industriale, «tra Santa Margherita e Portofino, circondata da prati e frutteti», in località Scirocchetto. Non lontano da Scirocchetto c’è perfino un capanno restaurato da Gae Aulenti, che fa parte del gruppo di amici. È una parabola perfetta allo scopo di attivare uno dei pregiudizi e misunderstanding culturali più diffusi sulla generazione della lotta armata. In realtà non solo a Marina Premoli non corrisponde il cliché caratteriale della ragazzina di buona famiglia che nel ’77 briga con i compagni e gioca con la rivoluzione, ma più in generale il milieu in cui la lotta armata nasce, soprattutto nel momento in cui appare all’inizio degli anni ’70, fu un altro e fu genuinamente operaio-studentesco e proletario-piccolo borghese. Basta studiarsi la socio-statistica raccolta in merito o ascoltare e riascoltare le parole pronunciate da Valerio Morucci, Prospero Gallinari, Mario Moretti e Raffaele Fiore -quattro dei componenti del commando di via Fani- negli spezzoni di un documentario francese di qualche anno fa, poi montati all’interno dello speciale tv condotto da Andrea Purgatori e andato in onda la scorsa settimana su La7. Qual è stata, per esempio, la giovinezza di Gallinari? «La mia scuola è stata la campagna», dice Gallinari, nato a Reggio Emilia da famiglia contadina. L’uscio di casa della famiglia Gallinari era diviso da un semplice cortile dall’abitazione dei padroni. Eppure, dice Gallinari, erano due mondi completamente diversi. «Più della metà di quello che guadagnavi lo davi al padrone, perché il padrone era il proprietario della terra». Venti metri separavano le due case, ma era come se ci fosse stato in mezzo un muro. Valerio Morucci racconta la storia del padre, nato nel 1912, passato per la seconda guerra mondiale e per il fascismo. «Una generazione consumata dal Novecento», dichiara Morucci, con la precisione di un montatore cinedocumentario che ha meditato e conosce tutto l’archivio della propria esperienza e ogni volta che ne parla taglia e monta il racconto in sequenze e scene complete. Raffaele Fiore comincia a lavorare col padre ai mercati generali di Bari. Il padre muore quando Fiore ha 12 anni. Quindi Fiore prende la licenza media e nel frattempo già lavora per dare una mano alla mamma. Mario Moretti nasce a Porto San Giorgio, nelle Marche, e da ragazzo, nel 1966, emigra a Milano, dove trova lavoro in fabbrica, alla Sit Siemens, azienda di materiali elettronici della quale tutt’ora Moretti conserva una perfetta conoscenza scientifica, reparto per reparto, così come una intatta memoria visiva dei fenomeni di alienazione: «continuo a lavorare su uno scatolino piccolo, minuscolo, sempre quello, io come tutti gli altri, ciascuno col suo scatolino […]». Ciò che colpisce di questi quattro proletari italiani intervistati –eccetto Moretti, erano tutti under 30 all’epoca del rapimento Moro (Fiore aveva appena 24 anni, ma se è per questo Rita Algranati ne aveva addirittura 19)- è la totale consapevolezza autobiografica, la cognizione precisa del mondo materiale da cui provengono, e il linguaggio chiaro, diretto e solido con cui narrano la propria vicenda personale, storicizzandola dentro il quadro più ampio dell’epoca. Morucci, in questo senso, è un retore vero e un maestro perfino nelle pause. Ciò che colpisce, insomma, è una consapevolezza che non è stata soltanto loro, ma il tratto speciale di una generazione e di un passaggio storico in cui i lavoratori, prima ancora che alcuni di loro decidessero di partecipare alle Brigate Rosse, si sono riconosciuti in quanto tali e hanno parlato di sé, del tema della propria vita, della propria esistenza e della propria sofferenza materiale. Quaranta e cinquant’anni più tardi, il postero, cioè il sottoscritto, è colpito e impressionato da questa testimonianza di antropologia operaia, prima ancora che brigatista: per la forza con cui si è cristallizzata, mentre tutto intorno il mondo e l’Italia tramutavano, e perché appare come la dichiarazione di un modo estinto, e infatti mediaticamente incompreso, di essere e di vivere. Al contrario, la devastazione in corso da oltre venti anni nel mondo del lavoro è, per chi oggi esce da scuola, un nuovo stato di natura, immutabile, in cui ciascuno è solo di fronte al proprio destino. Ma un tempo non è stato così e almeno in questo punto la storia ci è maestra.

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Roma. Quattro modi di morire in prosa 4: Elena Stancanelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elena-stancanelli-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elena-stancanelli-roma/#comments Thu, 20 Feb 2014 11:20:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18646 Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un'altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti.

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

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Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un’altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti. (Immagine: una scena di La dolce vita di Federico Fellini)

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

Per me, quindi, i non-luoghi erano tutti quelli che fino a quel momento consideravo non esistenti, cioè oltre il raggio d’azione della vespetta. Ovvio che è bastato un primo giro, in macchina con Angelo Franceschi (il fotografo di Repubblica che lavora con me ormai da anni), per riorganizzare il criterio.

I «non-luoghi», secondo la definizione canonica di Marc Augé, sono spazi non coniugati. Non hanno né passato né futuro, né nostalgia né speranza. Vivono un presente ossessivo che solo la parola del racconto o il nostro sguardo affettuoso può vivificare. Augé si riferisce agli aeroporti, ai centri commerciali, agli svincoli autostradali, alle grandi catene alberghiere, alle strutture per il tempo libero, alle reti di comunicazione cablate o senza fili, e anche ai campi profughi. Sono luoghi nei quali l’identità è sostituita dalla funzione, dove tu sei ciò che fai, o ciò che rappresenti. Luoghi deputati a una condizione di transito perenne, che rende vecchio e ridicolo il concetto di dimora.

I non-luoghi sono moderni, anzi «surmoderni» sempre secondo Augé. Se si esclude la sfiga dei campi profughi, entrati in classifica per political correctness, i non-luoghi sono anche belli. Confortevoli, eleganti, e soprattutto mai mediocri, mai schiavi di un passato imbarazzante. Disinvolti come figli senza padri dei quali vergognarsi. Attraversati da viaggiatori di diversa foggia, non possono mai vantare affezionati o residenti. Sono tappe di un perenne spostamento, il cui indice di confortevolezza sale quanto più ogni tappa somiglia a tutte le altre.

Il giorno in cui vi sveglierete di soprassalto convinti di aver sentito odore di antrace, o in preda al panico butterete fuori dal finestrino dell’autobus la borsa che il vicino ha appoggiato in terra per soffiarsi il naso, il giorno in cui vi renderete conto di essere passati da uno a tre pacchetti di sigarette al giorno, e che le vostre abitudini sessuali e alimentari stanno oscillando dalla bulimia all’anoressia senza passare mai per il piacere, quel giorno sarete entrati a far parte dell’affollatissimo club di occidentali malati di ptsd, sindrome da stress post-traumatico.

Ecco i sintomi:

dissociazione;

somatizzazione;

instabilità affettiva;

disturbi dell’identità e dei confini della persona;

comportamenti autolesionistici;

comportamento sessuale impulsivo e a rischio;

difficoltà nella modulazione della rabbia e degli affetti in generale, coinvolgimento cronico in relazioni disfunzionali e frustranti.

È imbarazzante, lo so. Più che un quadro clinico sembra la descrizione di una qualsiasi delle nostre giornate. Pur non essendo vittime, almeno non tutti, di stupri infantili, o torture, presentiamo la stessa sintomatologia. Come una gravidanza isterica. Per fortuna che c’è stato l’11 settembre. Il grande trauma, lo stupro prêt-à-porter da indossare in ogni occasione. La scusa migliore per la nostra ipocondria. La giustificazione in quarta di copertina per i disastrosi risultati letterari di scrittori americani fino a quel momento inappuntabili. E adesso che il nostro dolore ha un nome modernissimo, come lo affrontiamo?

Con le fughe.

Questo è il tempo della vigliaccheria. Nel quale il sotterfugio ha sostituito il confronto, il denaro l’intelligenza. I nostri muscoli servono soltanto a indossare i vestiti con maggiore eleganza. «We have teeth as the cannibals do», dice Philip Roth in Patrimony, «but they are there, imbedded in our jaws, the better to help us articulate». Scappiamo di fronte al pericolo, e nello stesso modo di fronte al dolore. E non lo dico con disprezzo. Mi preoccupo solo della rimozione. Quella violenza che ci hanno insegnato a non usare, dove finisce? Non la possiamo cancellare dal nostro codice genetico. Mi pare che a volte si metaforizzi. Non più nell’arte, oramai l’arte non ha più, mi sembra, la forza di accogliere un’istanza sociale. Ma nel sesso. Tutta la ritualità bdsm che sembra espandersi, uscire dai ghetti e conquistare insospettabili estimatori, è un teatro della violenza senza conseguenze. Peggio è quando, repressa nei rapporti quotidiani, rispunta cieca e sorda nel branco. Dove diventa guerra o guerriglia senza confini.

La fuga, un tempo riservata agli eletti (dal sacro al crimine) è oggi alla portata psicologica di chiunque. Farmaci psicofarmaci droghe alcol eccetera.

Poi c’è chi se ne va davvero. Non sono solo i cervelli a lasciare il paese, ma quelli che si rompono i coglioni di abitare un organismo la cui complessità richiede cure continue semplicemente per rimanere in vita, impossibile quindi da spingere in avanti. Se ne vanno i ballerini e i surfisti, gli apritori di bar sulla spiaggia e gli sconvoltoni un po’ mistici, se ne vanno i ragazzini dopo il liceo e molti amici arrivati a quarant’anni, perché non ce la fanno più. Trasferiscono la loro residenza in paesi dove non fa mai freddo, dove le case costano quanto una Smart. Oppure si buttano nella mischia, nelle grandi metropoli giovanissime, a cercare di diventare ricchi dove è più facile.

Molti di quelli che restano non lo fanno per adesione a un principio di identità, ma per una naturale difficoltà a fare progetti imponenti. Per loro, per me, esistono i non-luoghi, piccole fughe reversibili, alla portata di chiunque.

Sono andata all’outlet di Castel Romano e ho pensato che se fossi stata presa dal panico del vivere in una città nel mirino dei terroristi, avrei potuto trasferirmi lì.

Costruirmi una cuccia da qualche parte. Forse nel negozio di Dolce & Gabbana, tra le montagne di abitucci anni Novanta – borse e giubbotti con le frange, scarpe di mucca, stivali da squaw – in vendita al trenta per cento di sconto. Una vera tentazione. Tanto che, se non fai attenzione, rischi di ritrovarti seduta in macchina a contemplare con un certo imbarazzo la tua nuova minigonna in pelo di gnu, acquistata a un prezzo favoloso. Utilissima nel caso uno voglia vestirsi da Cher per una festa in maschera. O il tailleur rosa, identico a quello indossato nel 1988 da Melanie Griffith in Una donna in carriera.

La notte, avvoltolata tra quelle sottovesti col pizzo che pubblicizzava Monica Bellucci quando ancora abitava a Città di Castello, sognerò un Boeing 747 che infilza la terra e la luna in un unico spiedino e gli unici superstiti saremo io e le altre persone previdenti che si trovavano all’outlet di Castel Romano.

Oppure potrei trasferirmi nel museo. Ricavare una nicchia segreta dietro il busto di Giulio Cesare, o quello di Marco Aurelio (i quali entrambi indossano misteriosamente, sul solito gesso, una toga rosso pompeiano e una corazza color patatina Cipster), sistemarci il computer e restare lì per sempre a lavorare. E chi fosse scampato alla pestilenza di antrace potrà scrivermi al nuovo indirizzo <infocastelromano@b-m-g.it>. Di notte, quando i visitatori se ne andranno, mi aggirerò nella sala grande, dove sono esposte le fotografie che ritraggono gli altri outlet McArthur Glen del mondo. Quello olandese è il mio preferito, con le forme dei mulini a vento che si stagliano nel profilo delle mura.

Questo di Roma è l’ultimo nato. In Italia c’era un outlet a Serravalle Scrivia, vicino a Genova, progettato per accogliere «la suggestione architettonica di un centro storico del Settecento ligure» e un altro aprirà a Barberino di Mugello, «in un’area di grandi opportunità dove gravitano oltre 7 milioni di persone con un reddito pro capite superiore alla media». Questo messaggio, che si trova sul pieghevole, non è ovviamente diretto a noi compratori di minigonne di gnu, ma agli affittuari dei negozi. I quali devono sapere che il motivo per cui gli affitti costano come a piazza di Spagna è che nell’out­let si vende come, e forse di più, che a piazza di Spagna.

Attaccata allo svincolo dell’autostrada del Sole verrà quindi costruita New Montalcino, un borgo medieval-­americano senza problemi di parcheggio, dove, al posto dei maniglioni per legare i cavalli, ci saranno gli sportelli del bancomat, perché il nostro shopping si trasformi «in un’esperienza assolutamente unica e coinvolgente».

Quando sono andata a visitare l’outlet, ancora non sapevo che sarebbe diventato il posto dove avrei potuto rifugiarmi in caso fossi colpita da ptsd. Sapevo che sarei andata a visitare «una vera e propria città, ispirata all’epoca augustea, che sembra uscire direttamente da uno scavo archeologico». Proprio così, in grassetto. Come dire: ve lo giuriamo, non ci crederete ma per quanto sia incredibile sembra uscire direttamente…

Io penso che la gente si sia lamentata. Che le persone, dopo aver parcheggiato, e attraversato l’arco di accesso alla «vera e propria città» che è una specie di Guantanamo della carta di credito, con i negozi le insegne luccicanti gli oggetti di design stile newyorkese e il bar uguale a quello dell’autogrill, devono aver cominciato a dirsi tra loro, a confidarsi coi commessi, che quel posto non sembra manco per niente uscito, direttamente, da uno scavo archeologico.

Per questo, secondo me, i responsabili dell’outlet hanno messo il cavallo. In fondo alla via dove c’è il museo dell’out­let, nella piazzetta che chiamerei, in mancanza di altre indicazioni, «piazza Dolce & Gabbana», hanno sistemato la testa di un cavallo in finto bronzo, ispirato ai guerrieri di Riace, che, vista riflessa nelle vetrine di Etro, nello stordimento di questa esperienza assolutamente unica e coinvolgente a livello di shopping, ha come scopo evidente quello di sembrare uscita direttamente da uno scavo archeologico.

Mentre me ne stavo seduta sotto la testa del cavallo di finto bronzo a piazza Dolce & Gabbana, si è avvicinato un uomo vestito di nero e ha chiesto ad Angelo, il fotografo, se aveva il permesso per fotografare. Non ce l’aveva. Ci siamo incamminati per via Golden Lady per raggiungere l’ufficio permessi. Solo allora mi sono accorta che davanti a ogni porta di accesso alla «vera e propria città» c’era un uomo vestito di nero, con l’auricolare e le mani allacciate davanti alla cerniera dei pantaloni, secondo l’iconografia standard dell’addetto alla security. E che anche dentro ognuno dei negozi, mimetizzato da uomo vestito di nero che guarda le cosce delle donne che si provano i tacchi, c’era un altro di quegli uomini. Che ce n’era uno dietro di me mentre facevo la fila per prendere il caffè, e un altro che mi osservava mentre, sfidando un cartello secondo il quale nessuno che non fosse accompagnato dai genitori poteva varcare quel cancello, varcavo quel cancello e mi facevo un paio di scivoli. E che in qualche zona, considerata evidentemente obiettivo sensibile della «vera e propria città», c’erano tre, quattro uomini vestiti anche loro di nero, ma con la pistola e un piccolo kit robocop che faceva la sua porca figura. Nel caso uno volesse fare il furbo, voglio dire.

Ottenuto il permesso, io e Angelo ci siamo riseduti su una panchina a chiacchierare con una ragazza veneta molto gentile, che era stata mandata qui dalla sua azienda per completare l’assunzione di personale per il negozio. Ci stava raccontando che era sbalordita dal fatto che a Roma le persone non si presentassero ai colloqui di lavoro, o arrivassero tardi. E che alle tre del pomeriggio di un giorno qualsiasi della settimana fossero così numerosi a passeggiare tra i negozi. E in effetti intorno a noi, a viale Calzedonia angolo vicolo Benetton, c’era davvero tanta gente per essere un giorno lavorativo. In quel momento esatto un altro uomo vestito di nero con l’auricolare, identico a quello di prima, ci si è avvicinato e ci ha chiesto se avevamo il permesso per fotografare.

È stato in quel momento che ho preso la mia decisione. Rimanete pure a godervi il folklore di Trastevere, l’atmosfera stimolante di piazza Vittorio, le passeggiate di Villa Ada. Io, alla prossima crisi di ansia, mollo tutto e mi trasferisco all’outlet di Castel Romano. E non fate che quando vedete arrivare il Boeing puntato contro il Vaticano pigliate tutti la macchina e vi scaraventate sulla Pontina. Noi, all’outlet, alzeremo il ponte levatoio.

…Per me che vengo dalla città delle eccezioni, l’attuale genericità della «lingua romana» è sempre stata un sollievo. Tutti parlano come tutti, perché tutti parlano romano. Roma è l’Italia, almeno dal punto di vista lessicale.

L’unica parentesi, nella lunghissima supremazia linguistica del romano, è rappresentata dai due governi Berlusconi. Nel marzo del 1994, il partito-azienda dell’uomo più ricco d’Italia conduce alla vittoria elettorale il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo contro la gioiosa macchina da guerra pilotata da Achille Occhetto. Il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo, oltre a Forza Italia, contengono: Alleanza Nazionale, il Centro Cristiano Democratico di Pierferdinando Casini e, è bene ricordarlo, Clemente Mastella (attuale ministro della Giustizia nel governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi), Lega Nord e Unione di Centro (quello che resta del Partito Liberale, agli ordini di Raffaele Costa). Nel maggio di quell’anno Silvio Berlusconi presenta il suo governo nel quale spicca, anche questo è bene ricordarlo, Cesare Previti come ministro della Giustizia. Forza Italia, il partito del presidente, era nato ufficialmente soltanto due mesi prima. È infatti del 26 gennaio 1994 il discorso a reti unificate col quale annuncia la sua discesa in campo («L’Italia è il paese che amo…»). La Lega Nord, federazione di vari movimenti autonomisti alle dipendenze di Umberto Bossi, era nata invece l’8 febbraio 1991, ma manteneva un’ostinata antiprofessionalità politica come blasone. In parlamento, con le elezioni del 1994, entra quindi una schiera di neofiti, totalmente digiuni di linguaggio, rituali e abitudini ampiamente rodati dalla classe politica del secondo dopoguerra. Una calata di «barbari» che parla un dialetto diverso, veste in maniera diversa, si pettina e mangia in maniera diversa. Nei telegiornali, nei talk show, perfino nei film dei Vanzina, gli accenti si moltiplicano, e il romano, per la prima volta, arretra.

Si raccontano leggende su quella calata. Quasi tutti maschi, improvvisamente ricchi e potenti, ubriacati dall’impunità, molti di loro vedevano Roma come una specie di Las Vegas, capitale del vizio e del divertimento. Mentre le famiglie li aspettavano in qualche provincia lombarda o veneta, loro folleggiavano e davano sfogo a istinti e passioni. La metà della settimana che trascorrevano a Roma doveva essere sfruttata fino in fondo.

«Dopo che io prendo una decisione», dichiara infatti Berlusconi, «inizia il confronto con gli alleati e poi una volta che è stata presa una decisione comune dalla coalizione bisogna andare in commissione e poi in aula. Tutto ciò richiede molto tempo. Poi tocca ai senatori che devono dimostrare di non venire a Roma solo per avere un’amante e quindi cambiano una norma e tutto ricomincia da capo. Tutto questo richiede moltissimo tempo». E ancora: «Oltre i quattrocento chilometri di distanza, l’amante non conta. Come si dice a Napoli, in questi casi ’a commare nun è peccato».

Oltre i quattrocento chilometri. Anche la morale ha una portata, un raggio di azione. Più si allontana dal centro, più decresce in intensità fino a scomparire del tutto una volta varcato il confine. Chissà se in qualche dialetto del nord è comparsa l’espressione «andare a Roma» col significato di ubriacarsi, o scopare, o magari pagare una squillo. Gli anni Novanta sono stati gli anni delle vallette e dei ristoranti di lusso, mentre i trolley scorrevano su e giù per i sanpietrini.

Il primo governo Berlusconi, quello dell’armata Brancaleone, è durato otto mesi. Nei sei anni successivi, prima della seconda vittoria nel 2001, il cavaliere deve essersi occupato del problema. La seconda ondata, pur avendo lo stesso accento, aveva una diversa composizione antropologica. Per le mignotte, i gioiellieri, i ristoratori deve essere stato un brutto colpo.

Escluso Berlusconi, l’italiano è il romano.

Per questo motivo le parole che si usano a Roma non hanno mai quella presunzione di esattezza e nobiltà che hanno spesso negli altri dialetti. In questa città è passata troppa roba perché potesse essere mantenuta una qualsiasi purezza. Tranne la parola villa.

Come tutti sanno a Roma con villa si indica un parco. C’è anche la villa, certo, ma andare a Villa Ada o a Villa Pamphili significa andare a fare una passeggiata nel parco.

Per me che vengo dal nord, l’uso del sostantivo villa esattamente al posto di parco è un sintomo. Significa che Roma non è l’Italia ma una parte dell’Italia: il sud. Anche a Palermo, Catanzaro, Bari villa significa parco.

I non-luoghi ci piacciono perché si ha la sensazione che la vita, lì dentro, sia ferma. Il tempo immobile, i giorni identici. Dai non-luoghi la morte è stata espulsa, insieme a qualsiasi accadimento «verticale». Niente catene di eventi, ma singoli episodi. Comprare, prendere un aereo, entrare in autostrada. è diverso da mangiare, dormire, fare l’amore. Sono gesti che non servono a mandare avanti la vita, e se smettessimo di compierli non accadrebbe proprio niente.

I non-luoghi sono la rappresentazione architettonica della nostra epoca. Sono forme fisiche di precariato. Dove i fatti, così come i contratti che regolano il nostro mondo del lavoro, si accumulano in maniera casuale e soprattutto non possono essere compresi perché esclusi da una catena di senso.

Irredimibili. Un altro aggettivo che sarà piaciuto senz’altro a Cristina Campo e che spiega molto bene il concetto. Almeno fin quando non troveremo qualcos’altro di diverso dalla storia, dalla concatenazione di eventi, che ci assolva dall’assurdità della vita.

Opposti ma in qualche modo consustanziali ai non-luoghi sono gli orti botanici. Per niente moderni e veloci, del tutto estranei a una condizione di transito, sono però nello stesso modo inabitabili. Ma a differenza di qualsiasi museo, non sono contenitori di bellezza o di storia. Non c’è separazione tra quello che sono e quello che espongono. Una divisione territoriale li ha liberati dal brulichio delle residenze, li ha circondati con reti metalliche e provvisti di un botteghino all’entrata dove pagare un biglietto. Dando loro in questo modo la possibilità di cullare un tempo eccentrico rispetto alla vita. Se i non-luoghi ospitano un tempo orizzontale, spesso rapidissimo rispetto all’agenda del quotidiano, gli orti botanici sonnacchiano felici in una verticalità temporale profondissima, talmente profonda che rischia di essere scambiata per immobilità.

Nell’orto botanico di Roma, accanto allo scalone monumentale secentesco, vive un enorme platano vecchio di quattrocento anni, e nelle serre vengono cullati costantemente centinaia di germogli, profumate ipoteche sul futuro. Oggi, domani, domani l’altro sono parole senza valore in un orto botanico. Un po’ come sul pianeta Tralfamadore, quello di Mattatoio n. 5 di Vonnegut, dove tutto è sempre stato, è e sempre sarà. Dal quale le stelle sono viste non come lucette, ma come spaghetti luminosi, perché i tralfamadoriani vedono tutto contemporaneamente. E quindi, non dovendo fare i conti con cose tipo «sviluppo narrativo» o «coerenza dei personaggi», i libri tralfamadoriani sono basati sulla bellezza estetica. Gruppi di telegrammi da leggere tutti insieme e scelti perché producano un’immagine della vita che sia bella. Caleidoscopi. Proprio come le piante e i fiori.

Come quasi tutto in Italia, l’orto botanico di Roma sopporta l’imbarazzo di convivere con la bellezza, di doversi adattare a un palinsesto secolare di progetti. Le stesse piante sembrano affacciarsi con timidezza dietro la vasca dei tritoni del Padda, la serra Corsini, la fontana degli undici zampilli.

Gente come me, con un equilibrio psichico discutibile, ha l’abitudine, quando la nostalgia preme contro il cuore e tutto intorno diventa incomprensibile, di infilarsi in un orto botanico. In qualsiasi parte del mondo mi trovi, a Londra, a Bali, ad Auckland. Visito il roseto, il giardino giapponese, la serra delle piante grasse e mi rilasso, mi sento a casa. Poi mi siedo al bar, prendo un caffè e sono pronta ad affrontare di nuovo conversazioni in lingue assurde, Lonely Planet, insetti giganteschi e rognosissimi. Gli orti botanici, per me, sono come la Coca-Cola, un doppio cheeseburger di McDonald’s, l’insegna di Benetton.

Ma a Roma non funziona. E non è che non funziona con me perché vivo qui e i sollievi me li devo trovare nella mia vita. Non funziona perché, prima di tutto, all’orto botanico di Roma non c’è il bar. E non c’è neanche un negozio che venda libri costosi con foto di gladioli e paesaggi olandesi, servizi da tè decorati a roselline, gadget naturisti, kit in cuoio e ferro per il bravo giardiniere. Mancano i cappellini da baseball in testa al personale, i tabelloni con le spiegazioni (voi siete qui!) e le scritte in latino vicino alle radici delle piante.

Le scritte in realtà ci sarebbero, ma sono tutte sbrodolate dalla pioggia o divelte o messe in qualche punto talmente eccentrico che è impossibile associare significato e significante. Cinnamomum glanduliferum, leggo scritto in un punto del parco dove ci sono solo i miei piedi.

Io mi sono trasferita a Roma, da Firenze, circa vent’anni fa. Allora Roma era davvero la prima città del sud d’Italia. E non soltanto per me che venivo dal nord. Era una città del sud perché tutto quanto funzionava secondo standard leggermente al disotto della soglia minima, in una misura lieve ma che era profezia per l’ulteriore discesa a meridione. Perché esisteva la possibilità di accordarsi al di qua delle regole, mettendo in atto teatrini verbali per i quali a nord non avevamo alcun talento, considerandoli, oltre che inaccessibili, del tutto inefficaci.

Ricordo con chiarezza la prima volta che osai contrattare con un vigile per una multa. Dovetti superare l’imbarazzo che prova una ragazza bionda abituata a non usare in alcun modo la sua biondezza nei confronti di un uomo e, più ancora, la paura di sbagliare. Quella che spinge il turista bresciano a offrire dollari al cubano sbagliato, e a doverne poi subire il disprezzo e la ramanzina castrista e antiamericana. Timidamente chiesi al vigile di soprassedere su una mia manovra azzardata, giurando che non lo avrei fatto mai più. Lui mi ascoltò, poi si girò dall’altra parte e mi graziò.

Che meraviglia! Non mi sarei mai più lamentata del traffico, degli autobus, delle macchine in doppia fila. Roma era meravigliosa. Qualunque prezzo da pagare in cambio di quella libertà che avevo appena sperimentato non sarebbe stato troppo alto. E mentre trotterellavo sulla mia vespetta mi venne in mente di quella volta che in piazza del Duomo, a Firenze, fui multata perché portavo un’amica sulla canna della bicicletta. Mai più, mai più!

L’ultima volta che ho avuto la possibilità di mercanteggiare con un vigile è stato a metà degli anni Novanta. Con la mia vespetta e un’enorme borsa tra le gambe, avevo attraversato mezza città collezionando un numero impressionante di infrazioni. A un certo punto ero passata col rosso e avevo imboccato una strada contromano salendo sul marciapiede. Un vigile mi fermò.

Dallo sguardo capii che probabilmente mi seguiva da un pezzo. Me ne sto andando di casa, gli dissi, vede, in questa borsa ci sono tutte le mie cose. Mi sono lasciata col mio compagno, dopo dieci anni. Parlavo e lui non diceva niente. Quando mi sono tolta gli occhiali si è accorto che piangevo. Mi ha fatto segno di andare, ma io non ce l’ho fatta. Sono rimasta lì, piegata sulla mia vespetta per chissà quanto, pensando ai fallimenti e alle città.

Subito dopo è iniziato il terribile quinquennio del risanamento economico dei bilanci comunali per mezzo della sanzione indiscriminata all’automobilista o scooterista. Anni nei quali la falce si è abbattuta pesantissima sui romani, e le suppliche hanno perso la loro potenza, come amuleti scarichi. Molti di noi, io per esempio, subiscono ancora le conseguenze di quegli anni di terrore sotto forma di cartelle esattoriali che si ripresentano puntualmente a scadenze irregolari. Non credo che riuscirò mai più a mettermi in pari con i pagamenti. Sarò per sempre in balìa del Monte de’ Paschi di Siena, perfido e impietoso riscossore, pappone che incassa senza batter ciglio ogni mio risparmio nascosto nella borsetta.

La stagione della tolleranza zero, resa micidiale dal contemporaneo crollo verticale della pietà introdotto dagli arzilli ausiliari del traffico, fu il sintomo di un cambiamento che stava avvenendo carsicamente nella città, nel sottofondo delle strategie dei sindaci, nella mentalità di chi evidentemente era pronto a investire. Il mondo si stringe e il sud si ritira. Cambio di rotta: Roma deve diventare la prima città del nord. Solo in questo modo sarebbe diventata redditizia.

Le estati romane si sono trasformate in divertimentifici impressionanti, quel po’ di tregua dal dover fare e dover andare che ossessiona i residenti si accorciava anno dopo anno. Perfino agosto, che sembrava inattaccabile, cominciava a cedere. Fin quando non era rimasto che un pugno di giorni a cavallo di ferragosto, nei quali era possibile provare l’angoscia preziosa dello spaesamento nella città vuota. Alla fine degli anni Novanta Roma era pronta per il grande balzo: diventare la Parigi del Mediterraneo.

Quando mi trasferii a Roma, circa vent’anni fa come dicevo, oltre alla possibilità di contrattare con l’autorità e una certa allegra disfunzionalità di quasi tutto, ciò che la rendeva veramente una capitale del sud erano i prezzi. Tutto costava meno che al nord. Fare la spesa, affittare una casa. Avevo amici che venivano a Roma a comprare scarpe e vestiti, come si andava in Svizzera a fare il pieno alla macchina. Il paragone con Firenze era impressionante. In questa incasinata Calcutta si campava con poco e si poteva abitare ancora al centro, come i poeti e gli artisti negli anni Sessanta.

Non è più così. Gli artisti e i poeti si stanno spostando verso la periferia. I ristoranti, le case, i vestiti hanno prezzi settentrionali. Ogni giorno possiamo scegliere tra decine di mostre, concerti, presentazioni di libri. Abbiamo la Casa del jazz, quella del cinema, della letteratura, del teatro… questa, per la verità, non è altro che una casupola in mezzo a Villa Pamphili, inutilizzabile e inutilizzata, dove qualche scriteriato organizza ogni tanto letture alle quattro del pomeriggio: raramente ho visto qualcosa di più deprimente di una sala da dieci posti vuota. Povero teatro. Ma c’è il Teatro Argentina, il Teatro Valle, il Teatro India, il Teatro Eliseo, la Sala Zero, la Sala Uno, il Teatro Due. Le domeniche a piedi, i lunedì a teatro, il mercoledì con lo sconto al cinema, le notti bianche e il maggio dei teatri. Stanno aprendo anche i bookshop nei musei, e ci sono i doppi pullman scoperchiati per i bambini, quelli per i turisti cattolici, e per chi è interessato all’archeologia.

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Verrà presto il tempo anche dell’orto botanico, della sua parigizzazione per essere a norma. Faranno il bar, e anche il bookshop con i gadget, le tazze, i cappellini, le parannanze per cucinare e le borse flosce, tutti con la scritta: Roma’s Orto Botanico. E quando ci entrerò per la prima volta, io mi lamenterò. Lo so, dirò che era meglio prima, quando era lasciato a se stesso, quando non somigliava agli altri orti botanici del mondo.

Perché sono una stronza. Perché se il mondo diventa tutto uguale, io ho meno paura a sbarcare dall’aereo in Medio Oriente o in Nigeria, ma dove sto io deve essere diverso.

Sono stronza perché, come gran parte degli occidentali, contribuisco alla creazione del mito del nulla e dell’uguale, amandoli, ma fingo di apprezzare il particolare, di trovar gusto nell’impervia scoperta del pittoresco. Ma è falso. La verità è che io amo le Nike, perché le Nike sono meglio. Sono meglio forse solo per i primi quindici giorni, e poi si rompono. Ma pochi di noi, e tra questi non ci sono io, sono in grado di apprezzare qualcosa per un tempo superiore a quindici giorni.

A mezzogiorno viene sparato il colpo dal cannone del Gianicolo. Elisabetta, la botanica, mi racconta a lungo delle orchidee. Macchine biologiche perfette, ermafrodite, geneticamente all’avanguardia. Ogni fiore possiede organi sessuali femminili (gineceo) e maschili (androceo), riuniti in un corpo solo detto ginostemio. Per molto meno noi umani facciamo anni di psicanalisi. Il nome viene da orchis, orcheos che in greco significa testicolo. Per quelle pallette che alcune di loro mostrano sotto il fiore. Dalle quali si ricavava una sostanza ovviamente afrodisiaca detta Salep. Ma che la vaniglia, quel baccello nero e magro, fosse il frutto dell’orchidea, questo proprio non lo sapevo. Di un tipo di orchidea originaria del Messico e importata in Spagna dai conquistadores.

La Darwin’s Star è invece un’orchidea che ha una storia bellissima. Deve il suo nome a Charles Darwin (e alla sua bizzarra forma a stella), il quale in Madagascar la identificò, e ne studiò con attenzione il lungo serbatoio che aveva dietro. Voleva capire come diavolo faceva per essere impollinata. Ci sono, disse un giorno: il suo cuore, decretò, deve essere raggiunto da un animale con una proboscide lunga decine di centimetri, qualcuno che sia fatto apposta per lei. Lo presero tutti per il culo. Non c’è un animale simile, un insetto con un naso sottile come un ago e lungo decine di centimetri. Te lo immagini?

E invece c’era. Lo identificarono solo quarant’anni dopo. Si chiama Xanthopan morganii praedicta, vive in Madagascar, e ha un’appendice lunga e stretta, così lunga da calzare perfettamente il serbatoio dell’orchidea a stella.

Non è questo che ci ripetiamo tutti quanti dalla mattina alla sera con inspiegabile ottimismo? Ci deve essere un animale le cui caratteristiche si attagliano alla mia deformità. E in fondo quarant’anni sono un tempo ragionevole per trovarlo.

Ho incluso Ikea nel numero dei non-luoghi di Roma. L’ho fatto perché i negozi Ikea sono identici nel mondo, sono difficili da raggiungere, e perché sono sicura che Marc Augé stava pensando a Ikea quando ha creato la sua definizione.

Non lo so come fanno quelli che dicono che noia questa giornata, perché non andiamo da Ikea?, e poi ci vanno. Io se voglio andare da Ikea senza avere un crollo psichico ho bisogno di prepararmi almeno per una settimana. Devo fare namiorenghecchiò soltanto per riuscire ad affrontare la questione dello svincolo dal raccordo, che se vieni da sud tanto tanto, ma se arrivi da Tiburtina entri in un ginepraio pauroso. Le frecce sono minuscole in confronto all’immensità di ciò che indicano. Perché?

È la filosofia Ikea. Ce la puoi fare. Sforzati, aguzza lo sguardo e l’intelligenza. E i clienti di Ikea, quando finalmente parcheggiano, sentono un po’ di aver superato il primo esame. Io almeno mi sento così. Tutto è possibile, gridano i cataloghi di Ikea: sistemare tre letti a castello in quindici metri quadrati, arredare la casa da cima a fondo con uno stipendio da insegnante, ricavare un vano cucina dietro la vasca da bagno…

Però, il mondo Ikea ha le sue regole. Appena entri ti trovi davanti allo Småland, che a causa del cerchietto capisci subito che è una parola svedese, ma poi non la sai pronunciare perché nella nostra lingua non c’è modo di pronunciare un cerchietto se non dicendo «cerchietto». Lì, compilato un modulo, devi abbandonare tuo figlio, novello Buchettino, nella foresta misteriosa. In questo modo, mentre lui razzola in una marana di palle di diverso colore, o si riposa dentro uno zoccolo di legno grande come una Smart, potrai andartene in giro con il tuo sacchettone giallo sotto il braccio. Qualcuno i figli se li porta dietro, ma nel mondo Ikea è un po’ una figuraccia.

La cosa diabolica è che a illustrarmi l’utilità dello Småland sono tre ragazzi di vent’anni con piercing e tatuaggi, che tracannano birra al magnifico bar svedese del primo piano. E senza alcuna ironia. Li avevo avvicinati perché sentivo arrivare la crisi da inadeguatezza. Intorno a me, da ore, avevo soltanto donne incinte e coppie sorridenti che si tenevano per mano. Avevo notato che la popolazione di Ikea è composta al cinquanta per cento da uomini, dato questo che non solo è imparagonabile con quello di qualsiasi altro negozio, ma che supera addirittura quello della media della popolazione mondiale. E ognuno di loro, uomo o donna, ha un progetto. Se si potesse sfruttare l’energia che viaggia per i corridoi di Ikea, il fremito di speranza, di attesa per una vita nuova tutta da arredare con librerie in faggio e portautensili di alluminio, potremmo rinunciare alla benzina, e magari evitare di bombardare per l’ennesima volta, inutilmente, un paese a caso tra quelli produttori di petrolio. È una specie di utero sempre gravido di domani. Cioè il posto giusto dove tentare il suicidio nel caso le tue aspettative per il futuro si limitino alla speranza di sopravvivere solo un altro po’, abbastanza da vedere una donna presidente della Repubblica, o leggere il prossimo libro di Philip Roth.

Ecco perché avevo avvicinato quei ragazzi, perché pensavo che anche loro si sentissero così. Che mi dicessero che vengono da Ikea solo per rimorchiare le svedesi, per far l’amore nei letti di faggio quando si voltano le commesse, per tirarsi dietro le polpette ai mirtilli. La signora Rossi è attesa da suo figlio Mario allo smolend, la signora Rossi… smolend, ecco come si pronuncia, proprio come in inglese e infatti vuol dire piccolo paese. Io guardo i tre ragazzi e sorrido, penso adesso facciamo una bella battutaccia su questo paradiso terrestre che va bene per gli svedesi ma qui, dove i bambini lasciati nelle foreste urlano come aquile, ci vuol altro che uno zoccolone di legno grande come un’automobile per trasformare il caos del mondo in un catalogo di prelibatezze. Adesso ce ne andiamo, noi, adesso usciamo da questo piccolo paese idiota e andiamo di nuovo a comprare i letti, le sedie, le cucine a gas nei negozi dell’usato o a Porta Portese, come abbiamo sempre fatto.

E invece loro il letto lo comprano qui. Perché costa meno e si può provare.

Ed è divertente. Allora faccio anch’io quello per cui tutti sostengono valga la pena di venire qui, sfidando traffico e chilometri: vado a provare le stanze. Mi butto sui letti, mi siedo a tavola di cucine stile country, fingo di battere i tasti di computer in ipotesi di ufficio, mi guardo negli specchi di bagni vezzosi. Entro ed esco da vite possibili, senza fare alcuno sforzo per inventarle. E intorno a me decine di persone fanno la stessa cosa. Mentre mi spaparanzo su un matrimoniale con spalliera mi volto e trovo un uomo accanto a me. Ci guardiamo e in quel momento siamo marito e moglie. Ma la moglie, quella vera, ci raggiunge come un falco e, seppure impedita dalla gravidanza avanzata, si riprende lo sposo tirandolo per un braccio. Dentro Ikea una cosa come questa è imperdonabile. Perché Ikea è peggio della vita. Nella vita si tradisce, si perde tempo, a volte ci si abbandona alla disperazione. Qui si marcia come soldati dell’esercito della felicità, e guai a disertare. E questo, se io fossi Philip Dick, sarebbe l’inizio per un altro spaventoso e bellissimo romanzo.

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Goldman Sachs, la banca che dirige il mondo https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/ https://minimaetmoralia.it/cinema/goldman-sachs/#comments Tue, 17 Sep 2013 12:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15478 Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

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goldman

Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

(Immagine: Adbusters.)

di Riccardo Staglianò

I governi passano, Goldman Sachs resta. A un certo punto del documentario c’è qualcuno che lo dice. Non è un’iperbole, ma l’impietoso punteggio della partita attuale tra economia e politica. Vince la finanza, perdono tutti gli altri. E sul podio, da oltre un secolo, c’è sempre la banca fondata a New York nel 1869 dal tedesco Marcus Goldman che poi si assocerà con il genero Samuel Sachs. Più ricca dell’Arabia Saudita. Più potente di Obama. Più omertosa dei corleonesi. Il che rende particolarmente interessante Goldman Sachs: la banca che dirige il mondo, il film del francese Jérôme Fritel che sarà presentato per la prima volta in Italia al Premio Ilaria Alpi. «Non mi era mai successo di ottenere il novanta per cento di rifiuti a richieste di interviste» confessa il regista al telefono dalla Corsica. «Su oltre trecento tentativi ne abbiamo girate una quarantina, per poi tenerne la metà. E molti di quelli che avevano già parlato nel libro di Marc Roche, il mio punto di partenza, hanno acconsentito a farlo di nuovo solo lontano dalla telecamera. Il fatto è che, una volta entrato nell’azienda, non ne esci veramente mai». Quel gessato è per sempre.

I monaci-banchieri, come li definisce un fuoriuscito, sembrano sottoscrivere il motto nietszchano: «Ciò che non ti uccide ti rende più forte». La crisi, ad esempio. Prima che la bolla dei subprime esploda, lasciando macerie dove una volta c’erano case, capiscono e agiscono. Creano un nuovo prodotto cui danno l’innocuo nome di Abacus, il pallottoliere, una cosa semplice, da bambini. In quel pacchetto ci sono i peggiori mutui in circolazione: loro lo sanno, i clienti no. È così difficile capirlo che ne fa incetta anche la Ikb, antica banca tedesca che fallirà per questo. Fabrice «Favoloso» Tourré, Normalista divenuto trader e coinvolto nel loro smercio, si vanterà con la fidanzata: «Vedove e orfani belgi adorano il sintetico Abacus». Sottintende: poveri idioti. Quando non si può più far finta di niente la banca decide di sacrificarlo. Fa trapelare l’imbarazzante corrispondenza della «mela marcia». Paga una multa da 400 milioni di dollari e non deve ammettere alcuna colpa. Il processo all’ambizioso francese (difeso coi soldi dell’azienda) è in corso. Potrebbe essere l’unico a pagare, per salvare l’onore della casa madre.

È una banca fondata sul conflitto di interessi. Prendete Hank Paulson. Dal ‘99 al 2006 è amministratore delegato di GS. Lascia per andare a fare il ministro del tesoro del governo Bush (sotto Clinton c’era già stato un altro ex, Robert Rubin). È lui a decidere nel settembre 2007 di non salvare Lehman Brothers, avversario storico del suo precedente datore di lavoro. Sempre lui, a stretto giro, a intervenire in favore di Aig, il colosso assicurativo che garantisce i mutui. Se cade quella, la molto esposta Goldman perde dieci miliardi di dollari. Alla riunione d’urgenza convocata a New York Paulson tratta con il suo successore. «Quel salvataggio, costato miliardi ai contribuenti, è stata un’oscenità», si scalda William Black, esperto di diritto bancario che ha deposto davanti al Congresso, «ma così Goldman non ci ha rimesso un dollaro». Solidarietà tra allievi della stessa alma mater. Quando il Congresso interpella anche Paulson gli chiedono se non si sentisse a disagio in quel contesto incestuoso, gli rinfacciano lo sconto da 200 milioni di dollari che il fisco gli concesse per la vendita di azioni GS come condizione per entrare nel governo. Lui non sa cosa dire, balbetta. Sembra Charlie Croker, l’«uomo vero» di Tom Wolfe, che comincia a zampillare sudore di fronte a quella sorta di plotone di esecuzione di funzionari che gli chiedono di rientrare dei suoi tanti prestiti.

Ci sono altri preziosi momenti-verità. Lloyd Blankfein, l’attuale numero uno, che si vanta con il Wall Street Journal di «fare il lavoro di Dio», intendendo la creazione di denaro dal nulla. Figlio di un postino e di un’addetta alla reception, cresciuto in case popolari di Brooklyn dove i bianchi scarseggiano, ha sgomitato sino al vertice. E ora ha un perma-riso stampato in faccia, alla Joker, al punto che un meme internettiano lanciato da Adbusters, la stessa rivista che ispirò Occupy Wall Street, chiama a raccolta chiunque riesca a toglierglielo, quel ghigno. A un certo punto si vede uno spezzone di un’intervista alla superpotenza televisiva Charlie Rose. Domanda: «Avete venduto un prodotto che scommetteva contro i vostri clienti?». Segue una pausa che stancherebbe Celentano. Un minuto, forse più. Sembra un’eternità. «Qualcuno ci chiama un casinò, ma se anche fosse siamo un casinò socialmente molto importante». Non uno degli intervistati nel film condivide quest’affermazione.

Sono un network micidiale, quello sì, che crede di saper conciliare magicamente Dio e Mammona. «Quando alla fine degli anni ‘80, sull’onda della forte deregulation finanziaria britannica, aprono gli uffici a Londra» spiega ancora il regista Fritel, «si preoccupano di reclutare quanti più politici possibili, che diventino loro ambasciatori. Più tardi sarà il turno, come consulenti con credibilità a Bruxelles, anche dei vostri Mario Monti e Romano Prodi».

Ben più organico è un altro italiano da esportazione, l’ottava persona più potente al mondo stando alla classifica Forbes: Mario Draghi. L’attuale governatore della Banca centrale europea ne è managing director e vice chairman dal 2002 al 2005. Il comunicato ufficiale descrive il suo ruolo come quello di aiutare l’azienda a «sviluppare e portare a termine affari con le principali aziende europee e con governi di tutto il mondo». Nel film un europarlamentare verde, il francese Pascal Cafin, gli chiede in udienza pubblica che ruolo abbia avuto nella discussa vendita di derivati che ha consentito alla Grecia di ridurre di due punti il proprio debito pubblico: «E avvenuta prima del mio arrivo e io non ci ho avuto niente a che fare». Canfin non è affatto soddisfatto («Affare troppo grosso, non poteva non sapere»).

Neppure Simon Johnson, economista al Mit, lo ritiene verosimile e ha scoperto che dell’accordo, che varrà oltre 600 milioni di euro alla banca e una zavorra da 400 milioni di rimborsi annui sino al 2037 per Atene, si discuteva ancora nella primavera 2002. Insiste Fritel: «Ciò che sorprende è che Draghi abbia sostenuto di non voler occuparsi di governi quando tutti sapevano il contrario. Alcune nostre fonti ci hanno detto che era stato preso proprio nell’eventualità di pensare ad accordi del genere, legali ma scarsamente etici visto che i debitori finiscono per aggravare la propria posizione, con altri Paesi indebitati, come Francia e Italia». Draghi diventa Super-Mario, e il tempo delle domande diventa il tempo degli elogi. Jean-Claude Trichet, ex numero uno a Francoforte, accetta di essere intervistato ma, quando toccano il tasto del successore si blocca: «Stop. A questa domanda non voglio rispondere. Tagliate». Loro non tagliano e il diniego diventa eloquente.

Nel documentario c’è molto di più. Viene fuori bene l’ethos di questi banchieri al cubo. Per cui sembra decisivo non solo guadagnare tanto, ma più di tutti gli altri colleghi, in un parossistico gioco a somma zero. La busta paga diventa il pallottoliere, l’abaco del tuo valore. Una ex-Goldman pentita racconta un aneddoto: «Un venerdì pomeriggio convocano i neo-assunti per una riunione con il management. Passano le ore, nessuno si presenta. È estate, fuori la gente parte per il mare, le matricole rumoreggiano. Passano altre ore e qualche temerario, scocciato, se ne va. Alle dieci di sera finalmente arrivano i dirigenti. E licenziano seduta stante chi ha abbandonato il campo». Questa è l’azienda. Gli ordini non si discutono. I vecchi compagni non si tradiscono. Goldman ha sempre ragione (anche quando un suo errore informatico rischia di bruciare in un attimo 100 milioni di dollari). È una profezia-autoavverante: finché la reciti, funziona.

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Itinerari afgani https://minimaetmoralia.it/libri/itinerari-afgani/ https://minimaetmoralia.it/libri/itinerari-afgani/#respond Tue, 19 Jun 2012 09:07:27 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8364 Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito sul «manifesto», sui percorsi di lettura dedicati all'Afghanistan.

A più di dieci anni dall’inizio dell’intervento militare voluto dagli Stati Uniti, sull’Afghanistan è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la “comunità internazionale”, che a Chicago, nel corso del vertice della Nato del 21-22 maggio scorsi, ha ribadito la volontà di ritirare le truppe entro la fine del 2014. Lo fanno gli afghani, sempre più disillusi e preoccupati, per una situazione che a dispetto delle promesse fatte continua a essere fortemente instabile. E lo fanno anche alcuni italiani, coinvolti a vario titolo nel nuovo “grande gioco” in Asia centrale: da due anni a questa parte l’editoria italiana continua infatti a sfornare libri sull’Afghanistan. A quanto pare, un ciclo si è chiuso, quello della retorica che accompagna ogni operazione militare, e un altro se ne è aperto, quello della riflessione. I proclami lanciati dalle tribune politiche, dalle sedi delle ambasciate o dai quartieri generali delle forze Isaf-Nato evidentemente hanno perso la loro forza persuasiva; la realtà è troppo lontana dagli ideali sbandierati nelle conferenze stampa, troppo evidente il contrasto tra le promesse fatte nel 2001 e i risultati attuali. Su questo scarto si concentrano molti dei libri pubblicati di recente in Italia e dedicati all’Afghanistan, accomunati dalla tendenza a privilegiare l’aspetto diaristico, la memoria personale, l’autobiografismo, per raccontare le contraddizioni di un paese in cui, “nel dopo 11 settembre, si è asserragliata una formidabile legione stranera”.

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Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito sul «manifesto», sui percorsi di lettura dedicati all’Afghanistan.

A più di dieci anni dall’inizio dell’intervento militare voluto dagli Stati Uniti, sull’Afghanistan è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la “comunità internazionale”, che a Chicago, nel corso del vertice della Nato del 21-22 maggio scorsi, ha ribadito la volontà di ritirare le truppe entro la fine del 2014. Lo fanno gli afghani, sempre più disillusi e preoccupati, per una situazione che a dispetto delle promesse fatte continua a essere fortemente instabile. E lo fanno anche alcuni italiani, coinvolti a vario titolo nel nuovo “grande gioco” in Asia centrale: da due anni a questa parte l’editoria italiana continua infatti a sfornare libri sull’Afghanistan. A quanto pare, un ciclo si è chiuso, quello della retorica che accompagna ogni operazione militare, e un altro se ne è aperto, quello della riflessione. I proclami lanciati dalle tribune politiche, dalle sedi delle ambasciate o dai quartieri generali delle forze Isaf-Nato evidentemente hanno perso la loro forza persuasiva; la realtà è troppo lontana dagli ideali sbandierati nelle conferenze stampa, troppo evidente il contrasto tra le promesse fatte nel 2001 e i risultati attuali. Su questo scarto si concentrano molti dei libri pubblicati di recente in Italia e dedicati all’Afghanistan, accomunati dalla tendenza a privilegiare l’aspetto diaristico, la memoria personale, l’autobiografismo, per raccontare le contraddizioni di un paese in cui, “nel dopo 11 settembre, si è asserragliata una formidabile legione stranera”.

A questa legione straniera, al modo in cui ha condotto le sue attività militari e di ricostruzione è dedicato Libero a Kabul (Editori Internazionali Riuniti, pp. 320, euro 19.50), di Fernando Gentilini. Già consigliere diplomatico aggiunto per il presidente del Consiglio Romano Prodi e Alto rappresentante civile della Nato a Kabul, Gentilini è un diplomatico di professione: inutile aspettarsi retroscena clamorosi e rivelazioni compromettenti sugli attriti tra questo o quell’ambasciatore. Ci si può aspettare invece uno sguardo molto più onesto ed esplicito di quanto il ruolo ricoperto lascerebbe supporre. Gentilini viene mandato a Kabul nel maggio del 2008 con due compiti: “far convivere i militari dell’Isaf con i civili delle Nazioni unite e dell’Unione europea” e “trasferire progressivamente agli afghani la gestione dei progetti di ricostruzione”. Sul terreno, la battaglia continua, le forze internazionali incassano i colpi dei movimenti anti-governativi, la mappa afghana è disegnata a macchia di leopardo: alcune aree sono sotto tutela del governo Karzai e degli “alleati” occidentali, molte altre rimangono sotto influenza talebana. Anche gli strateghi del Pentagono, seppur riluttanti, cominciano ad ammettere che la soluzione militare, da sola, non basta. Nessuno dubita più che “si debba puntare sulla politica e sugli aiuti economici invece che esclusivamente sulle armi”. Si afferma il “comprehensive approach: una ricetta per la risoluzione del conflitto basata su politica, diplomazia, aiuti economici e ricostruzione piuttosto che sull’uso esclusivo della forza”. Ormai, però, è troppo tardi. Lo squilibrio tra “le componenti civile e militare dello sforzo internazionale” ha già fatto danni: la popolazione non si fida; la maggior parte dei diplomatici occidentali è abituata a vivere “barricata nei propri comprensori fortificati e non gira per la città se non proprio necessario”; i donatori internazionali procedono “ognuno per conto suo senza nessuno in grado di assicurare un minimo di coordinamento”; la commistione tra civili e militari, con l’imposizione del modello dei Prt (i Provincial reconstruction team), ha alterato “le finalità dello sviluppo”, puntando a obiettivi tattici (la conquista dei ‘cuori e delle menti’ degli afghani) anziché strategici. Quando termina il suo mandato, nel gennaio 2010, Gentilini ha imparato “che le guerre postmoderne non si vincono e non si perdono più”, e lascia dietro di sé “una comunità internazionale più brava nel mobilitare risorse militari che civili”. E incapace di ammettere un fallimento.

Di un “inesorabile fallimento” parla invece Pietro De Carli in Afghanistan nella tempesta. La farsa della ricostruzione (Albatros Il filo, pp. 459, euro 15,50). L’autore, esperto di cooperazione per il ministero degli Esteri, ha coordinato programmi di emergenza in Afghanistan, dove ha vissuto per quattro anni. Un tempo più che sufficiente per rendersi conto delle contraddizioni di “una strategia di rinascita democratica e di ricostruzione economica e sociale imperniata pressoché esclusivamente sulla prova di forza di una spedizione militare”. Da qui, sarebbero derivati tutta una serie di sbagli ed equivoci, come quello “della vocazione umanitaria rivendicata dai contingenti militari stranieri che annullava ogni distinzione con le organizzazione precipuamente umanitarie”. Ancora una volta, la critica è rivolta alle attività dei Provincial reconstruction team, che hanno incarnato il modello dell’integrazione tra civili e militari. Con risultati catastrofici, perché “la solidarietà mal si concilia con l’esercizio della forza”, e perché “ammantare come umanitaria una missione militare” non può che produrre danni, facendo emergere inevitabilmente la logica, tutta politica, di cui è frutto: “la logica che interpretava i progetti di cooperazione alla stregua di una tattica ausiliaria all’obiettivo primario della presenza militare”, “una sorta di ammortizzatore sociale per minimizzare l’ostilità nei confronti dei contingenti militari”. Quando torna in Italia, anche De Carli lascia dietro di sé una comunità internazionale incapace di ammettere i suoi errori e di dare seguito alle promesse di “ricostruzione”.

Quelle di Gentilini e di De Carli sono posizioni simili, condivisibili, ormai piuttosto comuni tra quanti si occupano di Afghanistan, maturate dopo aver conosciuto in prima persona le incoerenze della missione in Afghanistan. Eppure, rimangono entrambe parziali e limitate, proprio perché puntano soltanto all’incoerenza, alla contraddizione tra mezzi e fini: sono i metodi a essere criticati (la commistione tra civili e militari, lo squilibrio delle risorse mobilitate nei due settori, la scarsa attenzione alla ricostruzione del tessuto economico), non il fine (la missione militare in Afghanistan, con tutti i suoi corollari).

Molto più articolata e consapevole, sotto questo punto di vista, la posizione di Antonio De Lauri, dottore di ricerca in Scienze umane e antropologia della contemporaneità e ricercatore a Parigi e Nanterre. Già curatore nel 2005 del volume Poesie afghane contemporanee (L’Harmattan Italia), nelle scorse settimane De Lauri ha pubblicato Afghanistan. Ricostruzione, ingiustizia, diritti umani (Mondadori università, pp. 354, euro 24). Sin dall’introduzione, l’autore rivendica “una opportuna distanza dal ‘credo umanitario’”, rendendo esplicita la sua “posizione critica nei confronti di un certo tipo di politica interventista”. Questa distanza si traduce in due movimenti: sotto il profilo del metodo, nella piena consapevolezza della “tensione continua tra posizionamento politico, etica della ricerca e conoscenza critica”; sotto il profilo dei contenuti, nella ricerca del “fondamento ideologico e politico su cui poggia il processo di ricostruzione giuridica e giudiziaria innescato nel 2001”, nella riflessione attenta “sulle logiche che governano i movimenti di circolazione e attuazione dei modelli ispirati alla rule of law globale”. Il punto di vista è chiaro: se in Afghanistan nel processo di ricostruzione “la retorica governativa e internazionale presenta l’esportazione della rule of law quale prerogativa allo ‘sviluppo’ del paese”, De Lauri contesta la stessa concezione universalistica “che intrappola ogni idea di processo trasformativo nel linguaggio egemonico della modernizzazione”, relegando la realtà afghana a uno stato di pre-modernità immobile. Una volta abbandonato il linguaggio di tipo evoluzionista e l’“‘orientalismo umanitario’ per cui una pace duratura può derivare solamente da un processo di modernizzazione politica veicolato dai paesi occidentali”, ecco che la rule of law mostra ciò che nasconde: un globalismo giuridico che si fa “veicolo di legittimazione di logiche di sopraffazione che rispondono a interessi geopolitici e privati”. La critica rivolta dall’autore alla declinazione normativa dell’interventismo umanitario è ben articolata. A volte, però, perfino troppo ribadita: a farne le spese, nell’economia del libro, è un’altra delle coordinate del lavoro etnografico di De Lauri, quella dedicata all’analisi dell’intreccio di sistemi normativi nel panorama giuridico afghano, segnato dalla compenetrazione tra legge statale, diritto internazionale, consuetudini e sharia. Quello del pluralismo giuridico inaccessibile (per usare la formula dell’autore), è un tema di estremo interesse: in Afghanistan la coesistenza di più sistemi di riferimento di ordine normativo produce una negoziazione continua, processi di appropriazione e traduzione o, meglio ancora, di resistenza, conflitto, ibridazione, assorbimento. A incarnarli, sono soprattutto i giudici, che danno luogo a una “pratica giudiziaria di contaminazione che risente tanto delle influenze esterne quanto delle pratiche e delle forme di autorità consuetudinarie”. Esemplari, a questo proposito, i racconti dei 20 casi giudiziari seguiti da De Lauri nelle corti di Kabul, lì dove le tendenze transnazionali del globalismo giuridico si traducono nelle contingenze micro-sociali e nelle storie di vita degli afghani.

Storie ordinarie e attuali, come quelle raccolte a Kabul da De Lauri, o storie eccezionali e ormai leggendarie, come quelle raccontate da Ettore Mo in Diario dall’Afghanistan (Transeuropa, pp. 112, euro 8.50, con fotografie di Luigi Baldelli), dove il più noto tra gli inviati di guerra italiani torna a spiegare perché nel 1979 decise, “come Melville, di inseguire e dare la caccia alla Balena Bianca, che in quel momento aveva i connotati aggressivi dell’Afghanistan”. Chi ha dimestichezza con il lavoro di Ettore Mo riconoscerà facilmente i personaggi, i luoghi e le situazioni già descritti altrove: la prima “incursione” in Afghanistan; l’incontro con i signori della guerra come Hekmatyar, “quasi un personaggio shakespeariano, cupo, frenetico, tenuto al guinzaglio da un demone”; la morte del giornalista della BBC Mirwaiz Jalil; il ritratto del leone del Panshir, Ahmad Shah Massud (di cui proprio Mo ha contribuito a diffondere una biografia fin troppo agiografica); l’avvento dei Talebani. Ed è proprio questo l’aspetto sorprendente di questo Diario dall’Afghanistan: Ettore Mo torna a raccontare cose già raccontate, storie forse già lette dai suoi lettori. Eppure riesce a incantare come se quelle storie fossero nuove, ci costringe a seguirlo nei suoi viaggi, a lasciarci trasportare da una prosa narrativa a cui ancora nessuno è riuscito ad avvicinarsi.

Una natura selvaggia e ostile, un popolo fiero, dai costumi inalterati nel tempo, una storia ridotta a pochi episodi, perlopiù cruenti e terribili. È così che si conosce l’Afghanistan, secondo un’immagine mediata da vulgate approssimative e superficiali. Chi non si accontenta ed è in cerca di profondità storica può affidarsi al volume Afghani. Popolo millenario, pubblicato dalla casa editrice triestina Beit (pp. 464, euro 22) nella collana dedicata ai “popoli”. L’autore è lo storico Willem Vogelsang, segretario esecutivo dell’Istituto internazionale di studi asiatici di Leida. Il testo, un manuale enciclopedico dagli intenti divulgativi sulla storia dei popoli che hanno abitato, a partire dal 4000 a.C., le aree che oggi vanno sotto il nome di Afghanistan. Quello che oggi è diventato un paese in cui non si possono “inviare dei marine a rimetter le cose a posto e poi aspettarsi che tutti vivano felici e contenti”, scrive l’autore nell’introduzione all’edizione italiana.

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