Romanzo criminale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romanzo-criminale/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 12:55:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Romanzo criminale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romanzo-criminale/ 32 32 Romanzo criminale e la Magliana oggi https://minimaetmoralia.it/societa/romanzo-criminale-e-la-magliana-oggi/ https://minimaetmoralia.it/societa/romanzo-criminale-e-la-magliana-oggi/#comments Sat, 22 Jan 2011 10:38:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3667 di Tommaso Giagni

Nel pomeriggio tardo di ogni giovedì, la palestra alla Magliana in cui mi alleno prende ad accelerare: meno chiacchiere, esercizi fatti più in fretta, sguardi più insistenti agli orologi. All’ora di cena poi, improvvisamente, la sala pesi si svuota e l’età media cresce tutt’assieme. Succede così da alcune settimane, da quando è cominciata la seconda serie di Romanzo criminale su Sky.

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di Tommaso Giagni

Nel pomeriggio tardo di ogni giovedì, la palestra alla Magliana in cui mi alleno prende ad accelerare: meno chiacchiere, esercizi fatti più in fretta, sguardi più insistenti agli orologi. All’ora di cena poi, improvvisamente, la sala pesi si svuota e l’età media cresce tutt’assieme. Succede così da alcune settimane, da quando è cominciata la seconda serie di Romanzo criminale su Sky.
Sono ragazzi di quindici venti massimo trent’anni, questi che si riuniscono con gli amici davanti alla tv, in cima ai palazzi popolari, ritualmente. Se ne stanno in cucina, anche se in salotto ci sarebbe il televisore più grande; nessuno di loro si sorprende di stare stretto con le sedie ammucchiate in fila: vengono tutti da case dove il salotto è sempre allo scuro e gli ospiti si ricevono in cucina. Sono quelli che, al bar, con falsa disinvoltura lasciano più mancia di quanto abbiano pagato il caffè corretto. Uno di loro mi ha spiegato – nel recupero fra una serie di squat e l’altra – che insieme alla fidanzata festeggiano il loro anniversario di pomeriggio («Fa’mo ‘r giro de’ gioiellerie: vedemo pe’ ‘e fedine») e di sera restano a casa «ché c’è Romanzo… ». Sono i ‘coatti moderni’ della Magliana, che la Magliana ‘della Banda’ non l’hanno vissuta perché negli anni Ottanta ci hanno fatto al massimo le elementari.
A tirar su manubri e bilancieri siamo molti di meno, quand’è l’ora di cena. Rimane in sala qualche grande vecchio, di quelli che si aggiustano i capelli lunghi e hanno le collanine d’oro e i cuori tatuati coi puntini blu. E la generazione degli anni Sessanta e Settanta, anche, che per sentire è molto compatta – avere trentacinque o cinquant’anni, sposta poco. L’insieme dei ‘coatti antichi’, insomma: quelli che hanno ancora un senso pasoliniano, quelli sopravvissuti al benessere economico. Infine un paio di moldavi e un albanese, rimangono ad allenarsi: quelli che entrano in spogliatoio coi pantaloni macchiati di calce, che li vedi a un angolo sfregarsi il nero dell’olio dalle mani… gli eredi del proletariato e sottoproletariato italiano, che non esiste più.

La Banda che il giovedì va in onda su Sky stuzzica, prima di tutto, l’immaginario borghese: le armi, il dialetto, la sveltezza… sono cose esotiche, lontane, subito affascinanti. Per ‘borghesia’ intendo quella che tradizionalmente si definisce media e alta borghesia, tenendo fuori quella che veniva chiamata ‘piccola borghesia’ e che oggi rappresenta tutto il resto. Così come il libro di De Cataldo e come il film di Placido, anche la serie tv si rivolge ‘naturaliter’ a un pubblico socioculturalmente medio-alto. Come negli autori e nel target, d’altronde, l’elaborazione romanzesca della Banda della Magliana è borghese nel rassicurare e appianare una serie di complessi di superiorità: la distanza dalla Realtà, il moralismo legalitario, l’ordine e la stabilità. È chiaro, infatti, che Libano e gli altri fanno cose eccitanti che non si possono fare.
L’imitazione di questa attrazione, che scatta da parte dei ‘coatti moderni’, rientra nell’ondata omologativa che da almeno trent’anni sta sommergendo di simboli e modi borghesi le borgate. Per capire perché i ventenni della Magliana oggi si appassionino al Freddo e al Dandy e agli altri, bisogna tornare inevitabilmente a Pasolini: è questa la borgata che s’imborghesisce di cui scriveva, questa l’imitazione di un gusto extra-sé che riguarda il sé. Si verifica una contorsione che è possibile – semplificando il tutto – sintetizzare così: il coatto esalta la percezione del coatto di qualcuno che i coatti non li conosce per niente. Se oggi la Magliana fosse com’era e se questi ventenni della mia palestra fossero come i loro padri, allora si potrebbe dire che l’emozione viene dal riconoscersi e dal sentirsi in qualche modo omaggiati. Invece l’atteggiamento di quelli della Magliana che il giovedì si sbrigano a cenare è in sostanza lo stesso dei loro coetanei di Roma Centro, arricchito però dal vanto ipocrita di sapere che a Roma e in Italia si pensa che siano loro – in un certo senso – i protagonisti.
In questo modo, come fanno i borghesi, le nuove generazioni della Magliana accendono su Sky perché guardano ai personaggi della Banda come guardano a Scarface: simboli estranei, modelli in quanto diversi da tutto ciò che possono vivere scendendo nelle loro strade di oggi.

Presto nasce e prospera un marketing, ovviamente, intorno a una serie tv così di successo; la t-shirt ufficiale con scritto QUELLI DELLA BANDA costa quarantacinque euro. Non c’è nessun paradosso, anzi: si pone perfettamente in scia con il fenomeno “De Puta Madre” – marca d’abbigliamento lanciata da un ex narcotrafficante, che già da qualche anno riempie gli armadi delle migliori case italiane. Che ‘de puta madre’ in spagnolo non significhi ‘figlio di puttana’ e che gli adesivi sulle mini-car parcheggiate ai Parioli non lo sappiano, è significativo. D’altra parte è talmente antico il gioco dei figli-di-papà di travestirsi da figli-di-puttana, che dev’essere stato automatico tradurre l’espressione così.

In sala pesi, parlo di tutte queste cose con Tullio, che è delle case popolari della Magliana e fa l’operaio e si avvicina ai quarant’anni. Gli chiedo che ne pensa, della serie e di quelli che la seguono: ripete tre quattro volte «Ma lascia sta’… ». Poi riprende l’asciugamano dalla Lat per i dorsali, si guarda intorno e – abbassando la voce – mi fa: «’a sai, te, ‘a storia vera d’a Banda e tutto?… ». Attacca allora che i capi storici dell’organizzazione erano di Trastevere e Testaccio e altri quartieri, che la Magliana «era giusto do’ c’avevano ‘r magazzino», che «i delinquenti qua ce stanno come ce stanno dappertutto».
Fa scudo, Tullio, al suo quartiere: perché è uno di quella generazione, perché le storie sulla Banda gli hanno creato più problemi che altro («De do’ so’, ai mi’ sòceri j’‘amo detto dopo sposati»), perché se sei stato in mezzo a certi ambienti, poi non hai bisogno di enfatizzarli. È un atteggiamento sano, proteggere la dignità dei propri luoghi dallo sguardo esterno. Lui, poi, non è affatto morbido con la sua realtà: non le trattiene le bestemmie sulla gente e i problemi che ha intorno – lo sento –, quando si alterna alla panca con gli amici di sempre. Il rapporto difficile col suo quartiere, però, è un panno sporco da lavare a casa: dire che la Magliana è pericolosa, per quelli come Tullio invece che un vanto significa ancora sputare nel piatto dove si mangia. E a vederla in prima pagina alle spalle d’un Michele Placido, gli fa venire voglia di difenderla.

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