Romolo Bugaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romolo-bugaro/ un blog di approfondimento culturale Mon, 09 Sep 2019 21:03:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Romolo Bugaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romolo-bugaro/ 32 32 Effetto Domino di Alessandro Rossetto, storia di una catastrofe https://minimaetmoralia.it/cinema/effetto-domino-alessandro-rossetto-storia-catastrofe/ https://minimaetmoralia.it/cinema/effetto-domino-alessandro-rossetto-storia-catastrofe/#comments Tue, 10 Sep 2019 06:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41034 di Luca Illetterati

Lunedì 2 settembre è stato presentato alla 76. Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia Effetto domino, il nuovo film di Alessandro Rossetto, tratto dall’omonimo romanzo di Romolo Bugaro, pubblicato da Einaudi nel 2015 e ora di nuovo in libreria nei tascabili Marsilio/Feltrinelli.

Il film è per molti versi una prosecuzione del viaggio dentro il Nord-Est  che Rossetto aveva inaugurato con Piccola Patria, film del 2013, anch’esso presentato, allora nella sezione Orizzonti, alla Mostra del Cinema. A dare l’impressione della prosecuzione del viaggio è innanzitutto la scelta del cast, che è sostanzialmente lo stesso di Piccola Patria: Diego Ribon e Mirko Artuso nei due ruoli maschili principali, Roberta da Soller, Maria Roveran, Nicoletta Maragno e Lucia Mascino in quelli femminili.

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di Luca Illetterati

Lunedì 2 settembre è stato presentato alla 76. Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia Effetto domino, il nuovo film di Alessandro Rossetto, tratto dall’omonimo romanzo di Romolo Bugaro, pubblicato da Einaudi nel 2015 e ora di nuovo in libreria nei tascabili Marsilio/Feltrinelli.

Il film è per molti versi una prosecuzione del viaggio dentro il Nord-Est  che Rossetto aveva inaugurato con Piccola Patria, film del 2013, anch’esso presentato, allora nella sezione Orizzonti, alla Mostra del Cinema. A dare l’impressione della prosecuzione del viaggio è innanzitutto la scelta del cast, che è sostanzialmente lo stesso di Piccola Patria: Diego Ribon e Mirko Artuso nei due ruoli maschili principali, Roberta da Soller, Maria Roveran, Nicoletta Maragno e Lucia Mascino in quelli femminili.

Ma a creare continuità è soprattutto da una parte lo sguardo documentaristico di Rossetto sul territorio, sul modo in cui gli umani tendono a forgiarlo e a sgretolarlo trovandosi poi a loro volta forgiati e sgretolati da quelle stesse dinamiche che essi hanno prodotto e dall’altra l’utilizzo del registro linguistico dialettale, tutto teso a immergere lo spettatore dentro la forma di vita che appartiene ai personaggi della storia.

Se quei personaggi parlassero italiano sarebbero evidentemente falsi e farebbero cadere il film dentro quella mimesi televisiva che tanto spesso ammorba il cinema italiano. In realtà qui, a differenza che in Piccola Patria, il registro linguistico è duplice: oltre al dialetto parlato dai personaggi c’è l’italiano della voce fuori campo, una sorta di coro o meglio ancora di occhio divino che descrive i caratteri degli umani che animano la storia e offre allo spettatore una sorta di orientamento che chi è immerso nella vicenda – chi,come i protagonisti, è tutto interno al punto di vista – non vede e non può vedere.

Rossetto nasce documentarista. E la sua potenza – al pari di quella di Rosi, di Quatriglio, di Minervini o anche dei fratelli Dardenne – è proprio quella di entrare nella fiction con lo stesso approccio – insieme tecnico e stilistico –  con cui si fa indagine e racconto della realtà, ovvero con quella stessa postura fatta di attenzione critica e pietas nei confronti del mondo che abitiamo che Rossetto aveva dimostrato negli indimenticabili By byone, Chiusura o il Fuoco di Napoli che si spera possano quanto prima tornare in circolazione restaurati. La prassi del documentarista è evidente nell’uso della camera, nella cura nei confronti di una contingenza che non può mai essere prevista dalla scrittura (si veda con attenzione la scena in cui i due protagonisti vanno in una casa per riposo per anziani nel tentativo di capire come proporre qualcosa d’altro dall’esistente), nella sceneggiatura affidata più all’azione, ai fatti, all’immagine, che alle parole.

Non c’è mai nulla di didascalico nel cinema di Rossetto. È sempre la realtà stessa che è chiamata a parlare e ad assumere voce. La realtà, per Rossetto, va mostrata, va lasciata essere e lasciata agire. È solo così che si riesce a darle voce.

In Effetto domino il mondo che viene raccontato – un mondo che in Rossetto è sempre insieme e indissolubilmente paesaggio e dimensione esistenziale – è quello del lavoro, il mondo dell’edilizia, il mondo di una piccola imprenditoria sempre a cavallo fra la bottega artigianale e l’impresa industriale, che tenta il salto, che sogna di cambiare finalmente dimensione, che crede di poter rifare tutto, di approfittare del disastro di altri per creare un impero nuovo.

Franco Rampazzo, il protagonista insieme a Gianni Colombo della vicenda, così descrive, nel romanzo di Bugaro, il vecchio Vittorio Fabris, l’imprenditore-tipo della generazione immediatamente precedente alla sua, suo amico nonché padre di colui che potrebbe salvarlo dal baratro dentro il quale sta inabissandosi:

Arrivava in ufficio alle cinque del mattino per studiare contratti e progetti, poi partiva in macchina per visitare i cantieri. A settant’anni suonati faceva mille chilometri al giorno. Niente vacanze. Niente ristoranti. Solo lavoro.

Quel ‘solo lavoro’ è scandito come una sorta di certificazione dell’uomo per bene. Nell’ethos veneto, colui che ha dedicato l’intera sua esistenza al lavoro, è sempre un santo degno di venerazione, un eroe meritevole di infinito rispetto. Non importa se per il lavoro ha trascurato la moglie, i figli, se stesso. L’essersi sacrificato sull’altare del lavoro ne fa, nel cattolicissimo e paganissimo Veneto dentro cui i vari Vittorio Fabris, Franco Rampazzo, Gianni Colombo, Franco Carraro sono cresciuti e hanno imparato a vivere, una sorta di incarnazione dell’unica divinità per la quale ha senso sacrificarsi.

Effetto domino è la storia di una catastrofe che coinvolge gli adepti di questa religione del lavoro: due impresari edili – Franco Rampazzo e Gianno Colombo, interpretati nel film da Diego Ribon e Mirko Artuso – tentano l’affare della vita, si imbarcano in un progetto gigantesco, che tuttavia sembra fattibile, convincono altri imprenditori identici a loro a unirsi all’impresa, si espongono con le banche e falliscono. Falliscono non perché ci fosse qualcosa che non andasse nel progetto, perché avessero commesso chissà quali errori. Falliscono perché è andata così, perché sono cambiati i referenti delle banche, perché qualcuno ha deciso che era meglio oscurare, magari provvisoriamente, quella porzione di mondo e illuminarne, altrettanto provvisoriamente, un’altra.

È questa la verità che scopre Franco Rampazzo e queste sono le parole che troviamo nel libro di Bugaro:

La verità era talmente semplice da lasciarti senza fiato. Nessun dato, nessun coefficiente esisteva davvero. Ogni dato ne valeva un altro. Ogni scelta era possibile. I numeri erano quelli, esattamente quelli, eppure con gli stessi numeri, il bilancio poteva andare in rosso oppure no.

Il sistema poggiava su una piastra scivolosissima, dove tutto si fracassava, si distruggeva. La libertà era il difetto originario, la disgrazia più grande. L’aveva pensato tante volte e adesso l’aveva davanti agli occhi. Uno dice che i valori Omi non contano niente. Un altro li prende per oro colato. Uno concede venticinque milioni di finanziamento. Un altro li revoca.

Era tutto lì. Niente poteva reggere, in quel mare di stramaledetta libertà.

Il romanzo di Bugaro è insieme il ritratto di un territorio – il Nordest delle piccole imprese tanto spesso osannato e beatificato come un modello non solo economico, ma anche etico e politico da imitare ed esportare – di un momento storico – quello della grande crisi del nuovo millennio – e soprattutto di una serie di tipi umani – una sfilata di modelli antropologici – che sono lo specchio del luogo in cui vivono e delle dinamiche che lo governano.

Rossetto è per molti versi fedele all’impianto di Bugaro e tuttavia lo approfondisce e lo distorce in due direzioni apparentemente contrastanti e invece del tutto coerenti l’una con l’altra: da una parte incista ulteriormente la vicenda nel territorio, dentro un humus carnale, fisico e linguistico che è quello specifico della provincia veneta, dall’altro la proietta su una dimensione globale e addirittura metafisica che trova rappresentazione sia in una finanza dalle leggi imperscrutabili (il banchiere Vockler interpretato da Marco Paolini che appare non a caso o mentre sorvola in elicottero il territorio su cui deve realizzarsi il progetto o in una Hong Kong simbolo di una sorta di al di là under costruction), sia nel ricorrere di un immaginario religioso (splendida la scena iniziale in cui un Mirko Artuso stralunato si muove dentro un albergo diroccato raccogliendo crocefissi e poi maneggiandoli disteso su un materasso posticcio), sia trasformando il grande progetto di Rampazzo e Colombo che nel libro riguarda semplicemente delle unità immobiliari di pregio nella creazione di una città per i vecchi che si presenta come un luogo dell’immortalità, un paradiso senza Dio, come dice Colombo, una sorta di fuga insieme farlocca e serissima dalla morte.

Rossetto (che ha sceneggiato il film ancora una volta insieme a Caterina Serra) ha usato in modo perfetto il libro di Bugaro: facendolo altro da ciò che il romanzo è e insieme recuperandone alcuni aspetti descrittivi fondamentali affidati alla voce fuori campo e lasciandolo in qualche modo intatto nella sua struttura di base.

I film di Rossetto, siano di fiction o siano racconti del reale poco importa, sono sempre attraversati – lo si è detto più volte – da una idea zanzottiana del paesaggio secondo la quale esso è sempre luogo di rivelazione di una dimensione esistenziale, morale e persino politica che è sempre al di là del paesaggio stesso, ma che nulla come il paesaggio è in grado di rivelare. In Effetto domino il paesaggio realisticamente irreale di questa piccola città termale che vive a metà tra un tempo passato e defunto che ha lasciato solo ruderi dietro di sé e un futuro immaginifico di luogo fuori dalla vita che vuole esorcizzare la morte è per molti versi un ritratto straordinario dell’epoca e del mondo nel quale siamo immersi.

Effetto domino è certo un film sul Veneto, sul Nord-Est produttivo e schiavo del denaro, sul modo in cui la crisi economica ha distrutto vite e trasformato esistenze. Nell’essere fedelmente tutto questo, però, il film di Rossetto è uno sguardo feroce, ruvido e potente sulle forme di vita contemporanee, sull’alienazione che abita l’esistenza a tutte le latitudini sociali, sul crollo delle diverse fonti di senso che fino a ieri sostenevano il mondo a favore di orizzonti incomprensibili e imperscrutabili e che hanno tuttavia la forza che nei mondi arcaici avevano le divinità naturali.

Ma Effetto domino è anche e forse, a ben vedere, soprattutto un film sulla morte, e in particolare sul nesso fra il denaro e la paura della morte: perché, se da una parte come dice il prete interpretato da Vitaliano Trevisan, le donazioni a Santa Madre Chiesa vengono tutte dalla paura della morte, dall’altro come sentenzia un formidabile Andrew C. Ng – il cinese che regge i fili del gioco – sullo sfondo di una Hong Kong incorniciata come in un quadro, Life withoutdeathis business.

A commento dell’entusiasmo del giovane Fabris che sembra uscire vincente dal disastro dell’impresa di Rampazzo e Colombo, Vockler-Paolini seduto su un letto di un albergo di Hong Kong scuote la testa massaggiandosi i piedi nudi. Ciò che Fabris non capisce è che lui non è, come invece crede, qualcosa di diverso rispetto ai Rampazzo, ai Colombo o ai Carraro che ritiene di avere rimpiazzato.

Chi vince oggi perde domani.

E sempre a favore di qualcuno che, in un modo o nell’altro, vince sempre.

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Il treno dell’ultimo “veneto”: Nico Naldini https://minimaetmoralia.it/altro/treno-dellultimo-veneto-nico-naldini/ https://minimaetmoralia.it/altro/treno-dellultimo-veneto-nico-naldini/#comments Tue, 14 Mar 2017 14:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33928 Pubblichiamo un pezzo uscito su Succede Oggi.

Sarebbe il direttissimo Vienna-Roma, Il treno del buon appetito di Nico Naldini: un lussuoso convoglio con tanto di wagon-restaurant sul quale egli, bambino davanti al passaggio a livello, avvistava i signori, immaginando altre vite. Riferito all’interezza del libro, però, il titolo potrebbe anche alludere all’inesauribile appetito sessuale dell’autore… Ma partiamo dall’inizio. Nella raffinata veste cui ci ha già abituati, la giovane e vicentina Ronzani Editore manda in stampa questa seconda uscita della collana “VentoVeneto”, curata dallo scrittore Francesco Maino: prodotto di altissima qualità, in tiratura di mille copie, con cinque disegni di Pier Paolo Pasolini, dei quali uno replicato in sovraccoperta, e introduzione dell’artista, filologo e saggista Franco Zabagli, direttore editoriale della stessa Ronzani.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Succede Oggi.

Sarebbe il direttissimo Vienna-Roma, Il treno del buon appetito di Nico Naldini: un lussuoso convoglio con tanto di wagon-restaurant sul quale egli, bambino davanti al passaggio a livello, avvistava i signori, immaginando altre vite. Riferito all’interezza del libro, però, il titolo potrebbe anche alludere all’inesauribile appetito sessuale dell’autore… Ma partiamo dall’inizio. Nella raffinata veste cui ci ha già abituati, la giovane e vicentina Ronzani Editore manda in stampa questa seconda uscita della collana “VentoVeneto”, curata dallo scrittore Francesco Maino: prodotto di altissima qualità, in tiratura di mille copie, con cinque disegni di Pier Paolo Pasolini, dei quali uno replicato in sovraccoperta, e introduzione dell’artista, filologo e saggista Franco Zabagli, direttore editoriale della stessa Ronzani.

Ricordo un’intervista di Naldini su “la Repubblica” di qualche anno fa e vado a recuperarla. Alla domanda di Antonio Gnoli su che cosa, per lui, significasse scrivere, Naldini rispondeva: “Indovinare l’istante di leggerezza. È facile scrivere in modo accademico e serioso”. Ciò che seguiva, però, cioè il giudizio sull’amico Goffredo Parise, mi lasciò contraddetto: “Sono incerto, dovrei rileggerlo. Quello che mi piace di meno sono i Sillabari. Mi sembrano sopravvalutati. Scambiati per l’inizio di una nuova estetica narrativa, fondata su una sofisticata semplicità. Ce ne vuole per diventare Truman Capote”.

Proprio un’antologia di Sillabari veneti tratti dal capolavoro di Parise, guarda caso, precede il libro in oggetto nella stessa collana, dedicata agli autori originari della regione o che, comunque, con il Veneto abbiano avuto a che fare, e la comune collocazione delle due opere risulta perfetta, contrariamente all’opinione di Naldini, perché il riverbero di echi parisiani (e comissiani) sulTreno del buon appetitosembra innegabile. Schivo e quasi vergognoso della propria esistenza, culturale e non, figura decisamente inconsueta nel panorama delle lettere italiane, Naldini haquasi utilizzato la vicenda umana altrui, quella dei tanti amici, per definire la propria, in ragione di una sua spiccata ritrosia, autentica e non recitata: nato nella friulana Casarsa e trevigiano di residenza, cugino di Pier Paolo Pasolini, Naldini è narratore, biografo, memorialista –  ed è esattamente un memoir quello che stiamo per analizzare –, e poeta, come riconosciuto dall’amico Parise: poeta anche o soprattutto quando scrive in prosa, come in questo caso. Il libro, nella sua prima edizione, è stato pubblicato presso un altro editore nel 1995 e nelle sue pagine erano confluiti alcuni brani tratti dai precedenti Nei campi del Friuli (1984) e Il solo fratello. Ritratto di Goffredo Parise (1989).

Prosa autobiografica, ricordi di innumerevoli storie d’amore e di gelosia, di eventi erotici “dell’eros uranista” raccontati con penna lievissima, ed episodi di una vita vissuta nel privilegio delle amicizie artistiche: quelle con Biagio Marin, Virgilio Giotti, Alberto Moravia, Bartolo Cattafi, Sandro Penna, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini,e Giovanni Comisso, maestro dell’autore e dell’altro amico Parise, sono soltanto alcune delle frequentazioni che il Naldini sessantaseienne di allora cercava di fermare su carta, perché lo accompagnassero lungo la propria vecchiaia.

L’autore ha appena compiuto ottantotto anni, in questo 2017, e si potrebbe attribuirgli la qualifica di ultimo superstite, seppure nel proprio ruolo di veneto acquisito o di “triveneto”, di una generazione regionale che è stata composta da Andrea Zanzotto e Luigi Meneghello, oltre che dagli stessi Comisso e Parise, senza contare il più giovane e vivente Ferdinando Camon e i più anziani Guido Piovene e Filippo de Pisis, quest’ultimo di natali ferraresi ma veneziano per residenza e per indole psico-artistica. Che cosa si muove e resta, in quella “terra morbida e fantastica, nostalgica della classicità, eminentemente antideologica” di cui scriveva Enzo Bettiza? Per uno che sia appassionato di geografia letteraria, sarà difficile trascurare un visibile e recente primato veneto, nella mappa delle appartenenze locali: i padovani Romolo Bugaro, Paolo Zardi e Matteo Righetto, il trevigiano Francesco Targhetta, il vicentino Vitaliano Trevisan, il rovigotto Mattia Signorini, i veneziani Tiziano Scarpa e Massimo Rizzante e lo stesso Francesco Maino,adottato dalla Laguna ma trevigiano di nascita, sono i primi nomi che si affacciano a chi volti il capo verso quel Nord-Est, e le sole province venete che sembrano sguarnite sono la bellunese, una volta occupata da Dino Buzzati (e da chi, adesso? Forse Antonio G. Bortoluzzi?) e la veronese, dove il compito improbo sarebbe quello di individuare un erede di Emilio Salgari.

Tuttavia, Naldini, per quanto suo figlio “degenere” – causa quel pudore che gli ha impedito un percorso letterario più regolare –,appartiene davvero a un’altra stirpe, distinta per qualità dall’attuale: per una qualità non misurabile e non replicabile, cioè quel grano di follia della “venetità”, quella “corda pazza” che Raffaele La Capria ritrovava nell’amico Parise e in Comisso e che, oggi, non risuona più. Per fortuna, verrebbe da dire, perché, se essa risuonasse ancora, lo farebbe per certo in falsetto, come posa o recupero estetizzante: la generazione letteraria presente, quindi, sembrerà tanto valida quanto irreggimentata a chi delle memorie di Naldini condivida il lamento per la perdita degli stili inimitabili, per la lenta abolizione delle mattane che furono, delle scorribande omosessuali che impegnavano l’autore e i suoi coetanei negli anni del dopoguerra, eredità erotica delle quali non è altro (!) che “una trentina di amici sparsi per le rive del Mediterraneo (più gli incontri occasionali) e una decina nelle oasi sahariane”.

Insomma, un friulano che sembra l’“ultimo veneto” di un’altra Italia e che non aspira in nessun modo a seguire le orme di questo tempo, né a farsi omologare, sebbene nella “differenza”: “Non ho mai appartenuto né al vittimismo né all’orgoglio omosessuale. Per la mia generazione, cresciuta in una società solo relativamente repressiva (cessato l’incubo nazista delle vite “non degne di essere vissute”), vale la convinzione che meno se ne parla meglio è. Dissimulazione onesta. Perché l’omosessualità è uno di quegli argomenti che se messi in discussione non se ne viene fuori. Perché non lasciarlo alla pura ontologia?”. Suona come una giustificazione, quest’inciso che stoppa per un attimo il treno dei ricordi: ma anche come una rivendicazionedella distanza che ha separato Naldini dai movimenti e dalle identità che avrebbero potuto garantire alla sua opera un’altra risonanza, un’altra gloria.

Il treno del buon appetito ha avuto più di vent’anni di tempo a disposizione per diventare un classico della letteratura omosessuale, ma così non è stato, nonostante l’alto valore letterario e per i motivi che si sono manifestati: l’unica militanza che sembra cara all’autore è quella atmosferica e geografica, e la sua felicità quella di poter respirare “l’aria veneta, l’unica al mondo che non turba”.

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Paesaggio italiano, oggi https://minimaetmoralia.it/arte/paesaggio-italiano-oggi/ https://minimaetmoralia.it/arte/paesaggio-italiano-oggi/#comments Thu, 19 Nov 2015 16:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29112   Questo pezzo è uscito, in forma leggermente diversa, su “Artribune”. (Immagine: Luigi Ghirri, Reggio Emilia, 1973) Dolce e chiara è la notte e senza vento, e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. (…) Giacomo Leoparti, La sera del dì di festa (1819-’21) Una […]

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Luigi Ghirri Reggio Emilia (1973) 

Questo pezzo è uscito, in forma leggermente diversa, su “Artribune”. (Immagine: Luigi Ghirri, Reggio Emilia, 1973)

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. (…)

Giacomo Leoparti, La sera del dì di festa (1819-’21)

Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taranto a Bari, e a quell’ora era di solito deserta.

Nicola Lagioia, La ferocia (2014)

Recensendo il libro di Anna Ottavi Cavina, Terre senz’ombra. L’Italia dipinta, pubblicato da Adelphi nella collana Imago, Tomaso Montanari conclude così: “Ma ‘esiste ancora l’Italia?’ (…) Da molti decenni, e con pochissime eccezioni (una è Tullio Pericoli), gli artisti non ci prestano più i loro occhi e le loro mani per vedere e sentire il paesaggio italiano”.

Sì, l’Italia esiste ancora. Partendo anche solo dall’immediato ‘post-neorealismo’ (la fase in cui, significativamente, si arrestava un testo imprescindibile e attualissimo come La percezione visiva dell’Italia e degli Italiani di Federico Zeri), da molti decenni la rappresentazione artistica del paesaggio italiano sembra certamente mutata e trasformata, ma non così impoverita.

***

Senza pretese di esaustività, il punto di partenza dopo la fondamentale ricostruzione dello sguardo portata avanti dal Neorealismo è inevitabilmente – accanto al Pasolini delle “borgate”, dell’invenzione mentale della periferia e dell’“umile Italia” – Michelangelo Antonioni. L’eclisse (1962) come tutti sanno fa parte della ‘tetralogia dell’incomunicabilità’, dopo L’avventura (1960) e La notte (1961) e prima del Deserto rosso (1964). Come dimostra l’intero svolgimento del film, e in particolare la straordinaria sequenza dei sette minuti finali, gli elementi del paesaggio urbano – edifici, piante, strade, oggetti, luci – sono perfettamente equivalenti ai personaggi umani, e addirittura intercambiabili con essi.

Questo aspetto fondamentale, se da una parte accentua la sensazione di straniamento e di alienazione, dall’altra fa avanzare radicalmente l’indagine sulla realtà avviata dal Neorealismo, di cui lo stesso Antonioni era stato uno dei discepoli ed esponenti: l’esplorazione del mondo esteriore cede il passo a, e si integra con, l’analisi lucida di quello interiore. Lo spazio della città – con richiami precisi, puntuali e aggiornati alla pittura metafisica, che proprio a Ferrara, luogo di nascita del regista, aveva trovato la sua piena espressione – si trova al centro di questa scoperta e ricostruzione dell’identità. Questo processo viene portato alle estreme conseguenze dal film successivo.

Ravenna e il territorio circostante, metà degli anni Sessanta: Giuliana è sposata con un ricco e indifferente industriale, e conosce Corrado, in procinto di salvare la fabbrica del padre; il contesto è quello dell’Italia del boom, una pianura padana costellata di strutture industriali e macchine che compongono un ambiente nuovissimo e alieno. Un ambiente che Giuliana – traumatizzata da un incidente automobilistico non grave – percepisce e vive come ostile: i colori sono la funzione e lo strumento di questo progressivo scollegamento da una realtà irriconoscibile. L’unico rifugio per la protagonista è rappresentato dalla natura metafisica dell’ambiente urbano e naturale e della relazione umana, tangibili e materiali.

Nel decennio successivo Luigi Ghirri si impone per la rappresentazione del paesaggio urbano, naturale, culturale dell’Italia. Il suo sguardo ridefinisce, da solo, l’immagine del nostro Paese, cogliendone lati nascosti e inediti. Nelle sue fotografie l’aspetto concettuale e il realismo si intrecciano e si fondono, aggiornando ancora una volta la lezione della metafisica dechirichiana. Parallelamente, Gabriele Basilico con le sue fotografie di gasometri, periferie e fabbriche milanesi (Sironi) ha allargato l’immaginario culturale della città nazionale; il suo sguardo si è presto ampliato a dismisura, fino a comprendere le città mutate e trasformate dalla guerra (Beirut) o dalla globalizzazione, tra cui questa dedicata a San Francisco. Sempre indagando i lati e gli aspetti meno conosciuti, meno ovvii, i margini e le periferie.

Sempre in ambito fotografico, Olivo Barbieri inizia a dare corpo – a partire dai suoi straordinari Flippers (1978, qui un esempio) – al suo ambizioso progetto di raccontare attraverso lo strumento della fotografia le trasformazioni fisiche e sociali che investono l’ecosistema dell’Italia, nei suoi molteplici livelli e dimensioni.

Gli anni Ottanta sono segnati da un evento che trasformerà in profondità l’immagine dell’Italia: la mostra Viaggio in Italia (1984), curata da Ghirri, Gianni Leone e Enzo Velati presso la Pinacoteca Provinciale di Bari. Le 300 fotografie esposte sono il racconto di un Paese che è del tutto fuoriuscito dalla versione oleografica del Belpaese: margini, luoghi abbandonati e deserti, spazi liminali. È una percezione rivoluzionaria, il cui impatto ancora oggi – forse, soprattutto oggi – dura e si riverbera.

***

Anche la riflessione sul paesaggio, oggi, implica necessariamente un’indagine della sua dimensione sociale e politica. L’Italia non è semplicemente un luogo geografico, ma anche e soprattutto – come sempre, del resto – uno spazio mentale. E come tale gli artisti migliori delle ultimi decenni lo stanno impiegando, descrivendo, usando.

Il paesaggio italiano è spettrale, degradato, sfuggente, inafferrabile, evanescente, inabitabile: ma proprio per questo, interessante. Come con il neorealismo, anche in questi anni il cinema rivela aspetti in gran parte inediti. Si pensi solo al Matteo Garrone di Gomorra (2008) e del sottovalutato Reality (2012: finora, il suo capolavoro). Nella trasposizione cinematografica libro di Roberto Saviano, lo spazio urbano delle “Vele” di Scampia assume un ruolo ancora più centrale che nel testo: la qualità distopica e concentrazionaria di questi vicoli sopraelevati, di questi cunicoli, di questi cubi sovrapposti e di questi anfratti è ciò che dà il tono e la temperatura all’intera narrazione. Garrone rappresenta le geometrie del complesso abitativo progettato dall’architetto Franz Di Salvo e costruito tra il 1962 e il 1975 con la gelida precisione mutuata proprio da Antonioni.

Con le sue Sette Stagioni dello Spirito, Gian Maria Tosatti sta combinando un romanzo di formazione collettivo con lo scavo nel paesaggio urbano di Napoli e nelle sue stratificazioni: la storia recente della nazione si condensa in questi ambienti abbandonati e trasformati. Delle precedenti puntate abbiamo parlato qui e qui. In 4_Ritorno a casa e 5_I fondamenti della luce Tosatti configura il suo personale Purgatorio: un luogo in cui “l’uomo scopre chi e che cosa è”. La spiaggia (il complesso della Santissima Trinità delle Monache nel quartiere Montecalvario, ex ospedale militare) e la montagna (l’ex reclusorio femminile di Santa Maria della Fede, in seguito ospedale per le prostitute) di Dante si condensano qui in una forma molto specifica di desolazione e di rinascita; delineano modi di conquistare una salvezza insieme individuale e collettiva.

Nel primo caso, l’esperienza è quella di una dolorosa e allucinata dilatazione temporale, che sembra quasi annullare lo sforzo di questa conquista mentre in realtà lo sedimenta, lo fa maturare; nel secondo, l’ascensione riesce per un attimo a sconfiggere la natura concentrazionaria dello spazio di ieri e di oggi: fino alla misteriosa parete dorata, una “porta della percezione” che annuncia e prefigura il Paradiso. In questi casi, il paesaggio italiano contemporaneo si fa completamente interiore integrandosi in modo organico con luoghi che incarnano i traumi di una città e di un Paese intero. La “ricostruzione di uno sguardo” alla base di Viaggio in Italia vive ancora in operazioni di questo tipo, e lo fa in modo non nostalgico né archeologico.

Così come è viva nella ricerca Atlas Italiae di Silvia Camporesi, compendio fotografico delle ghost town e degli edifici storici abbandonati nel posto ancora conosciuto come “il Belpaese”. Il procedimento tecnico suggerisce una chiave per avvicinarsi a queste immagini: la colorazione a mano sulla foto in bianco e nero riesce a trasferire lo spazio rappresentato, e lo spettatore con esso, in una dimensione ulteriore, ultrareale, fantasmatica. A conferirgli un’identità che è simile a quella originaria, ma che al tempo stesso se ne discosta in maniera sottilmente perturbante.

Infine, un “eretico” come Antonio De Pascale, che lavora ostinatamente per dimostrare come la pittura possa svolgere, ancora oggi, una funzione di critica radicale della realtà esistente. Come la pittura cioè, nella gloria della sua inattualità, se orientata nel modo giusto sia in grado di comprendere e di rendere leggibile la natura profonda del presente italiano, così come lo stiamo (ri)conoscendo. Il trompe-l’oeil “compete” direttamente con il paesaggio mediatico, con la seconda natura del flusso informativo – disperso, disgregato. Dalle sue tele “esondano” i disastri e le tragedie dell’Italia negli ultimi anni: queste opere hanno a che fare con con presenze ingombranti, con eventi drammatici che interpellano noi, la nostra coscienza, la nostra responsabilità. Rappresentazioni e scenari post-apocalittici, tremendi e infernali, che pure fanno parte della quotidianità del nostro Paese.

D’altra parte, negli ultimi anni qualche anno, ormai, una parte cospicua produzione culturale italiana – visiva e letteraria – si concentra sulle rovine contemporanee e sui luoghi desolati che costellano l’Italia (tra gli esempi più recenti: La ferocia di Nicola Lagioia e Effetto Domino del padovano Romolo Bugaro). È come se artisti, scrittori, studiosi percepissero un’affezione, un legame stretto e intimo tra l’atmosfera di questi luoghi e l’atmosfera del nostro spazio interno: assistiamo così alla raffigurazione e alla materializzazione del mood generale, del clima psichico che caratterizza profondamente la nostra società.

Così, l’Italia esiste ancora: disperatamente, residualmente, spettralmente, ma esiste.

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Bugaro: L’effetto domino di un desiderio oscuro https://minimaetmoralia.it/letteratura/bugaro-leffetto-domino-di-un-desiderio-oscuro/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/bugaro-leffetto-domino-di-un-desiderio-oscuro/#comments Fri, 24 Jul 2015 06:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27911 di Giacomo Giossi

L’inseguimento di un’ossessione, un oscuro desiderio che fagocita denaro, relazioni, passioni e vite. I protagonisti di Effetto domino (Einaudi, 2015), l’ultimo romanzo di Romolo Bugaro, sono infatti tutti rappresentanti di quella tipologia di sconfitto contemporaneo che negli ultimi anni ha invaso cronache giudiziarie come di gossip o di affari. Sconfitti che recitano il ruolo di avvoltoi, ma che si rivelano alla prova del nove inadatti anche al ruolo di vittime: uomini semplici relegati al ruolo di comparse all’interno di un’ideologia obbligata a macinare e frantumare per non fermarsi mai.

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(fonte immagine)

di Giacomo Giossi

L’inseguimento di un’ossessione, un oscuro desiderio che fagocita denaro, relazioni, passioni e vite. I protagonisti di Effetto domino (Einaudi, 2015), l’ultimo romanzo di Romolo Bugaro, sono infatti tutti rappresentanti di quella tipologia di sconfitto contemporaneo che negli ultimi anni ha invaso cronache giudiziarie come di gossip o di affari. Sconfitti che recitano il ruolo di avvoltoi, ma che si rivelano alla prova del nove inadatti anche al ruolo di vittime: uomini semplici relegati al ruolo di comparse all’interno di un’ideologia obbligata a macinare e frantumare per non fermarsi mai.

Ambientato nella provincia padovana, paradigma del Veneto grezzo e rampante che ha dominato la scena economica italiana fino ai primi anni duemila, Effetto domino è il racconto dei destini e delle ambizioni di quelli che il giornalismo da copertina patinata ha definito nel tempo professionisti: immobiliaristi, avvocati, commercialisti. Affaristi e faccendieri legati mani e piedi gli uni agli atri da scadenze, debiti e crediti spesso ugualmente validi di fronte ad un destino di fallimento o di presunto e labile successo.

Romolo Bugaro va oltre la descrizione d’ambiente ed evita accuratamente gli stereotipi e le comode invettive che con le ricche provincie del nord Italia vengono quasi spontanei, ma si fa carico dei suoi protagonisti raccontandoli nelle loro indecisioni, fragilità e ricordi. Uomini impigliati in storie a cui non sanno far parte e dare direzione: in famiglia come sul lavoro.

Se La speculazione edilizia di Italo Calvino era leggibile anche come un’infallibile analisi antropologica di un paese in drastico cambiamento, Effetto domino descrive meticolosamente lo stato dell’arte di un paese invece bloccato e incapace di trovare vie d’uscita che non siano la riproposizione dei vecchi moduli relazionali e affaristici. Non più rudi impresari sporchi di polvere, ma imprenditori edili fortemente indeboliti da un arricchimento repentino che li ha socialmente isolati. Uomini privi d’identità che si ritrovano a bordo di auto di lusso fingendosi adusi ad un mondo che rimane per loro ostinatamente criptico e capace d’ingannarli e tradirli alla prima occasione.

L’autore lavora affiancando tempi e biografie che precipitano parallelamente nel medesimo canale, attratti dallo stesso gorgo. La scrittura di Bugaro è disincantata, non indugia, ma si limita a rivelare pagina dopo pagina la fragilità dei suoi protagonisti. Una fragilità sempre più evidente tanto più l’apparenza si stacca come intonaco consumato abbandonando i protagonisti all’impietoso incedere della realtà.

Tutti sono legati gli uni agli altri e per nessuno c’è salvezza: c’è chi continua a coltivare la propria ossessione e chi i propri rimpianti. Ognuno vedrà prendere corpo la miseria di un passato tradito negli affetti più profondi e nei rischi più sinceri. È una questione di legami e non di ruoli e chiunque vi rimanga impigliato si trova preso all’amo dalla propria paura. Imprenditori edili una volta semplici muratori che rappresentano l’ultimo salto sociale avvenuto in questo paese, ma anche avvocati debosciati e manager egocentrici che manovrano un enorme potere di veto, e ancora accademici stanchi che firmano appelli insignificanti privi di ogni influenza e operai fatalisti incapaci d’amore.

Effetto domino è sicuramente uno dei romanzi più interessanti sull’Italia degli ultimi anni (ben più profondo di quanto la scontata e ossessivamente ammiccante quarta di copertina lasci intravvedere), lontano da visioni catastrofiche o colpevoliste il libro riesce con una scrittura attenta e affilata a riconnettere un mondo solitamente lontano e improbabile, incomprensibile e volgare, ma in realtà ricco di biografie e storie spesso occultate dal perbenismo ipocrita: vero contraltare di un giustizialismo cieco e quello sì volgarissimo. In fondo la sconfitta è pur sempre il successo dei sopravvissuti, gli unici in grado, all’occasione, di poter testimoniare e raccontare cosa è stato.

Bugaro compie un’indagine intima sugli uomini e sulle loro biografie: entra nella loro memoria e dà forma a più voci unendo in un certo senso quello che è il racconto d’interni spesso tragico e asfissiante raccontato con estremo equilibrio in Il bambino indaco da Marco Franzoso, ad una narrazione d’ambiente, per certi versi anche politica di un territorio. Il Veneto di Bugaro prende forma dal disagio di chi spesso viene messo all’indice: è un territorio visto attraverso gli occhi di speculatori e industriali senza che questo significhi assolvere le loro azioni e accettare i loro presupposti. Un racconto corale privo d’inibizioni e di caricature come troppo spesso avviene nel raccontare l’estesa provincia padana, non da ultimo come avviene nel duro, ma troppo impreciso nella sua ossessione di verità, Cartongesso di Francesco Maino in cui l’autore si fa portatore sicuro di un punto di vista totalizzante e quindi incapace di spiegare più che le ragioni, il sentimento e la tensione di un territorio inquieto. Effetto domino è il racconto in ultimo di un andamento e di un andazzo che coinvolge – nella disperata ricerca di emancipazione dai propri desideri e dalle proprie passioni – un’intera nazione ormai atterrita e incapace di far fronte al proprio piacere, qualunque esso sia e in qualunque forma questo si presenti.

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