Romy Schneider Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romy-schneider/ un blog di approfondimento culturale Thu, 15 Mar 2018 10:08:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Romy Schneider Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/romy-schneider/ 32 32 Senza Aldo Moro ossia una caffettiera impossibile, Massimo D’Alema e Romy Schneider che si diverte https://minimaetmoralia.it/politica/senza-aldo-moro-ossia-una-caffettiera-impossibile-dalema-e-romy-schneider/ https://minimaetmoralia.it/politica/senza-aldo-moro-ossia-una-caffettiera-impossibile-dalema-e-romy-schneider/#respond Thu, 15 Mar 2018 09:56:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36589 La prima scena si gira a Roma nell’aprile del 2015 durante le esequie di Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, comunista e promotore della legge che diede all’Italia un sistema sanitario nazionale pubblico. In questa scena Massimo D’Alema fissa stremato e atterrito la salma di Giovanni Berlinguer. Terreo in volto, D’Alema conserva tuttavia un ritegno o […]

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La prima scena si gira a Roma nell’aprile del 2015 durante le esequie di Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico, comunista e promotore della legge che diede all’Italia un sistema sanitario nazionale pubblico. In questa scena Massimo D’Alema fissa stremato e atterrito la salma di Giovanni Berlinguer. Terreo in volto, D’Alema conserva tuttavia un ritegno o meglio ancora un durezza che potremmo definire politica. Uno stare nelle cose obbligato prima di ogni altra cosa da un pensiero coerente e coercitivo insieme. Un’idea precisa, un rigore ideologico si sarebbe detto un tempo e che tuttavia, nonostante gli anni, i vizi e le complicazioni, tutt’ora, proprio quando è il cuore a subire i colpi più forti, si rivela in tutta la sua spettrale e insieme pietrificante evidenza.

Massimo D'Alema, Giovanni Berlinguer

Nella seconda scena invece siamo a Parma, davanti al centro commerciale Torri, da fuori si vede l’insegna di Unieuro, Banca Monte Parma, Ipercoop, insomma le solite cose. Un centro commerciale un poco triste, a tratti quasi spelacchiato, ricorda un vecchio deposito da borsa agricola; all’interno anche una galleria con 40 negozi. Lo strillo del centro commerciale dice che da trent’anni sono il simbolo di un’architettura d’avanguardia.

Aldo RossiL’architetto di questo poco sorprendente centro commerciale è Aldo Rossi, quello della caffettiera a cupola che oggi tutti dicono che è scomoda e di altre architetture che sono bellissimi giocattoli enormi e a volte brutte case e brutti monumenti.

Aldo Rossi è stato il primo italiano a vincere il Premio Pritzker e tra le altre cose e case ci ha lasciato dei bellissimi disegni coloratissimi dove il suo pensiero progettuale sembra finalmente trovare maggiore comprensione nel contesto. Certo si dirà che è tutto su carta eppure nulla come i suoi disegni e come certe splendide giornate di sole sembrano rivelare al meglio un genio scintillante come il suo, peccato solo verrebbe da dire che come nel caso della caffettiera l’uso, il quotidiano impedimento di certe intuizioni maledette, l’assurda collocazione di certe forme e di certi colori, insomma la perdita di prospettiva che il quotidiano malessere e incespicare obbliga tutti noi, ci porti a non amare più quanto si pensava stabilmente e fortemente abitato nel nostro cuore e nel nostro sguardo un tempo fermo e deciso.

Aldo Rossi, Torri, Parma

Nella terza scena abbiamo invece un fotogramma da César et Rosalie film di culto di Claude Sautet del 1972 che in Italia abbiamo avuto la fortuna di poter vedere al cinema con il brillante titolo di È simpatico ma gli romperei il muso. Oltre a Romy Schneider protagonisti anche un istrionico Yves Montand ed un essenziale e affilato Sami Frey (tra i più grandi attori francesi, basti ricordare il suo lavoro attorno a Je me souviens di Georges Perec).

Il fotogramma ritrae Romy Schneider bellissima ed esausta appena uscita dall’auto finita fuori strada e guidata dall’imprudente Yves Montand durante una sfida di nervi e di punta-tacco proprio con Sami Fray. La morbidezza seria e consapevole di Romy Schneider in questo fotogramma di César et Rosalie è iconica di un’interpretazione tra le più formidabili della sua carriera.

Una donna in perenne disequilibrio tra la sicurezza e l’incertezza, tra la tranquillità vergata però da follia di Yves Montand (César) e l’opposto propostogli da Sami Frey (David). E in questa scena quando ancora tutta la vicenda deve ancora narrarsi Rosalie sembra prendersi una pausa, stirarsi le braccia, la schiena e prendere fiato. Fermarsi restando però all’interno del discorso, senza interromperlo mai e il suo entrare e uscire nella vicenda sarà la vera chiave dell’esistenza della relazione a tre con César e David, una morbidezza che si oppone alla durezza della volontà e dell’amore creduto e posseduto allo stesso tempo.

Un ritratto di donna che mostra nel 1972 una chiave della modernità che solo con la fine del Novecento sarà sempre più evidente. La contraddizione ossia di un tempo che si spinge a tutta forza e ideologicamente verso un futuro, qualunque esso sia (non conta), ma attraverso una forza tradizionale, vecchia e in poche parole patriarcale. La donna in emancipazione diviene così in ogni suo uso e forma una sorta di cuscinetto della modernità che rende agibile uno sforzo enorme quanto stupido verso un futuro imprecisato, ossia la modernità stessa.

Romy Schneider, Claude Sautet

Infine nella quarta scena – inutile riproporne l’immagine – abbiamo il corpo di Aldo Moro rannicchiato in una Renault 4 rossa in via Caetani. Il corpo del presidente della democrazia cristiana è ranicchiato, pare addormentato si disse allora. (molto bene ne ha scritto Marco Belpoliti sia attorno a questa scena e sia attorno alla foto iconica quanto emblematica).

Queste quattro scene o se vogliamo queste quattro immagini sembrano non legarsi per nulla le une alle altre, potrebbero essere state prese a caso e probabilmente non sarebbe cambiato molto se non fosse per l’ossessione di chi scrive, tuttavia è proprio la distanza e la casualità di queste immagini o meglio ancora di queste impressioni che rendono l’idea di un discorso spezzatosi quarant’anni fa e da allora sempre più ingarbugliatosi.

Un discorso pubblico e intimo insieme in cui lo sguardo privato sul mondo, quello che parte dalla persona amata e che arriva fino alla buca elettorale diviene foriero di confusione e vere e proprie lucide allucinazioni. Uno specchiarsi simbolico aspro e molte volte inconcludente. Un discorso che vede una sostanziale incapacità di fermare le immagini, o meglio la pretesa che le immagini si fermino e stiano dove il pensiero è riuscito a cogliere la prima o la più opportuna delle infinite rifrazioni possibili.

Fermare le immagini è sicuramente un modo utile per ritrovare la bellezza e anche per definirne la forma, ma al tempo stesso anche un modo per tradirla e ridurla ad una cosa inconsistente se non a tratti malvagia. Se Massimo D’Alema esprime al meglio proprio nei suoi limiti e nei tanti sbagli una storia politica, culturale e sociale splendida e al tempo stesso durissima così la sua immagine ritrae una fascinazione ammaccata dal tempo, ma a lui preesistente.

Se oggi va per la maggiore la tendenza a volere entrare nella Storia, un tempo era invece più importante appartenere ad una storia e chi ci riusciva poteva usufruire del fascino che quella storia già conteneva, tuttavia il problema era la forma di sé, quel sospiro a cui invece Romy Schneider sa dare forma.

E lo stesso è avvenuto per Aldo Rossi amatissimo da architetti e no e oggi in sostanza odiato e dimenticato: quella che un tempo era lucente precisione oggi ha i contorni dell’erba di periferia e dell’ingenuità e poco della grandezza ideologica. Quello che pareva importante in Luigi Nono oggi è solo l’orpello di un’opera comunque fondamentale per la musica contemporanea e così ci potremmo muovere ancora con molte altre immagini.

Ma è l’ultima quella che conta di più per noi oggi, è il corpo di Aldo Moro sempre presente da quarant’anni e che tenta con indicibile durezza di spiegare il senso di quell’uccisione che è oltre che un’assassinio politico anche un errore di sguardo comune, l’errore di un accecamento misto a gioco e arroganza, spregiudicatezza e passione purissima.

Quel corpo come il tono dolente della voce di Aldo Moro ci raccontano infatti di una necessità che non sappiamo più assolvere da quarant’anni, un compito che Moro seppe rappresentare fin che gli fu possibile, quello del senso della misura. Un onere portato con sbigottita indolenza dallo statista pugliese eppure fondamentale proprio per temperare un carattere durissimo e assurdo che attraversa l’Italia: una sorta di patria dello scompenso perenne, della fissità assoluta.

Già perché il senso della misura, non va inteso come una sorta di moderazione beghina e china, ma come un movimento utile alle cose come alle biografie a cui una sorta di incantamento testardo e ottuso da sempre in Italia si oppone. Aldo Moro non era da questo affaticato perché era ben conscio che tutto ciò era necessario al nostro particolare motore: ottusità e moderazione, quasi una sintesi della storia contemporanea italiana.

Eppure non aver colto nessuno dei segnali, non aver spostato un poco lo sguardo dalla foto alla pellicola, dalla fissità del corpo al movimento dell’attorno ci ha condannati ad una durezza inutile, ad una sofferenza insensata, ad un 3% ridicolo e ad un 18% patetico.

E dire che sarebbe bastato guardare meglio come scivola il vestito sulle spalle di Romy Schneider mentre sbuffa annoiata, ma per nulla irritata. E dire che sarebbe bastato non prendersela troppo con il peso insensato del coperchio della caffettiera e magari bere meno caffè e ridere di quell’oggetto inutile come seppe fare e così bene spiegarci Bruno Munari che come Aldo Moro seppe capire la bellezza del movimento e del suo effetto e non quella dell’occhio fisso, perso e quindi oggi sappiamo tristemente colpevole.

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Luis Miguel Dominguín, il numero uno https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/#comments Sun, 08 May 2016 06:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30883 (fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

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REAPARICIÓN DE LUIS MIGUEL DOMINGUÍN EN LAS VENTAS CON EL TRAJE DE LUCES DISEÑADO POR ÉL MISMO

(fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

Dominguín non è stato il più grande. L’età dell’oro della corrida raggiunse l’apice intorno al II decennio del XX secolo, quando le arene di Spagna erano tutto uno sventolio di fazzoletti bianchi per applaudire le gesta dei sivigliani Joselilo el Gallo e Juan Belmonte, i due principi della tauromachia spagnola. Ma è stato ‘el numero 1’, come lui stesso si premurò di far sapere al mondo il 18 maggio del 1949 a Las Ventas, la scala della corrida di Madrid, quando durante un’esibizione alla Feria de San Isidro si voltò di fronte le gradinate e alzò l’indice destro verso il cielo, autoproclamandosi il migliore di tutti. “Il numero 1. Questo è stato Domenguín, hasta la muerte“.

Vederlo toreare era un po’ come leggere un classico: si poteva comprendere la bellezza dell’arte”, ha scritto Andrés Amorós nella biografia che ha dedicato al torero di Madrid. Si racconta che negli anni Cinquanta, quelli di massima popolarità, quando lo si poteva incontrare all’hotel Claridge di Londra con Ava Gardner o nella finca cubana a casa di Hemingway, per fargli arrivare una lettera, meglio se scritta da una trepidante ammiratrice, non ci fosse neanche bisogno di scrivere il suo nome sulla busta. Bastava fare un segno, con il disegno del numero 1.

Bellissimo, furbo, cinico, arrogante e con una forte propensione all’insolenza, “uno che va nelle arene come Jean Gabin va agli studi cinematografici”, scrisse lo scrittore francese Jean Cau, Dominguín ha incarnato, in un paese uscito con le ossa rotte dalla Guerra Civile, tutto quello che i suoi concittadini non avrebbero mai potuto avere: belle donne, denaro e gloria. Non si poteva certo definire un progressista, ma era troppo intelligente per finire ingabbiato nelle grigie dinamiche di un regime che gli concesse più di un privilegio ma che in cambio utilizzò il suo stile di vita, teoricamente deprecabile in quella Spagna così puritana degli anni Cinquanta, per cercare di migliorare l’immagine di una dittatura chiusa nella propria solitudine. Fin troppo nota era la sua personale amicizia con il Generalissimo. Durante una delle numerose battute di caccia che i due si concedevano, Franco una volta gli chiese: “quale dei tuoi fratelli é comunista?”. “Eccellenza – rispose – Los tres”.

Fuori dalle arene di Spagna la sua fama di matador è in parte offuscata da quella di ambasciatore del prestigio spagnolo. Parla inglese, frequenta l’aristocrazia, veste elegantemente. Es un senor, amato e odiato, ma di fronte al quale nessuna señorita è in grado di opporre una qualche forma di resistenza. La lista delle sue conquiste, da Romy Schneider a Lauren Bacall, da Brigitte Bardot a Lana Turner, era di gran lunga maggiore delle cicatrici che modellavano il suo corpo. Ma di grandi amori passati alla storia se ne ricordano principalmente due. Il primo con Ava Gardner, la “maya desnuda”, la musa di Hollywood che il fotografo taurino Paco Cano definì “con permesso della Vergine Maria, la donna più bella che abbia mai incontrato”.

Si incontrarono a Madrid nel 1953, quando lei stava girando “La contessa scalza” e si era presa una pausa, una delle tante, dalla burrascosa storia con Frank Sinatra. Più amanti che compagni, insieme resistettero un anno. Un famoso aneddoto, mai confermato dal protagonista, riguarda la loro prima notte d’amore. Lui si riveste e fa per andarsene e quando Ava le chiede dove diavolo stia andando, Dominguín risponde serafico: “a raccontarlo agli amici”.

Il secondo quello con Lucia Bosè, che nell’entourage del torero tutti conoscevano come l’italiana. “Era di una bellezza da togliere il fiato”, ha ripetuto frequentemente l’attrice, che aveva già lavorato con Antonioni e Soldati e che conobbe Luis Miguel all’età di 25 anni, ad un ricevimento d’ambasciata appena arrivata a Madrid. Al primo incontro si detestarono, al secondo finirono a letto per 3 giorni di fila. Due mesi dopo si ritrovarono davanti all’altare, con un testimone d’eccezione: il comunista Luchino Visconti. Quasi un affronto alla dittatura.

“Io non parlavo spagnolo, lui non parlava italiano, credo che così sia nata la passione, perché non ci intendevamo. Quando cominciammo a comprenderci cominciò la crisi”, ha raccontato in seguito Lucia Bosè, sintetizzando oltre un decennio di vita insieme, tra continue infedeltà, battute di caccia, sontuosi ricevimenti, sacrifici familiari e molta solitudine. Si dice che tra di loro non abbiano mai parlato di tori. Però ogni volta che lui indossava il traje de luces e si accingeva a entrare nell’arena lei si sedeva sul divano, accanto al telefono, in attesa di uno squillo che allentasse la tensione.

Quando non si trattava di donne, poi, c’era di mezzo l’arte, una delle 3 cose insieme all’amicizia e ai tori che “giustificano un’esistenza”. Lo racconta lo stesso Dominguín in un prezioso libretto, “Per Pablo”, originariamente pubblicato come prologo dell’album Toros y toreros di Picasso. Eppure, scrive Jacques Durand nella prefazione, “la relazione affettiva tra i due ci metterà del tempo a trovare la sua distanza, come in quelle faenas che cominciano nel sospetto, con passi di prova, di valutazione, persino di sofferenza”.

Picasso, che amava la lotta ostentata, il corpo a corpo, prima di conoscerlo raccontava che Dominguín era un torero da “Place Vendome”, non proprio un complimento; Luis Miguel invece si è sempre rifiutato di dedicargli l’uccisione di un toro ogni volta che andava a combattere in Francia, ad Arles, dove si conobbero nel ’50, grazie a Jean Cocteau. “Ho l’impressione che se io combattessi per lui e lui dipingesse per me, verrebbe meno la nostra relazione professionale”. Ci furono anche incomprensioni, come quella volta che Dominguín, ancora molto giovane, si dimenticò di andare in Provenza, dove Picasso lo aveva invitato per fargli un ritratto. “Quando io prometto a qualcuno di ritrarlo, di solito arriva immediatamente”, borbottò l’artista. “Pablo, cerca di comprendermi – fu la risposta – io voglio che tu ti occupi di me quando mi conoscerai bene. Non prima”. Fu una bella storia di amicizia, molto novecentesca, tra 2 persone che apparentemente non avrebbero potuto essere più diverse. Entrambi però condividevano il vecchio adagio di Hemingway, riportato in Fiesta: “non c’è  nessuno che viva la propria vita fino in fondo, a parte i toreri”.

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Grand Ludwig Hotel https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/grand-ludwig-hotel/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/grand-ludwig-hotel/#comments Wed, 03 Jun 2015 13:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27151 Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall'Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un'Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d'elezione, "Fratelli d'Italia" di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all'aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l'Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l'itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta.

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castellobaviera

 

Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall’Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un’Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d’elezione, “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all’aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l’Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l’itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta. Il vecchio battello Luitpold a vapore, quello del film di Visconti, è invece fermo in secca, e verrà usato solo per occasioni speciali; e da Luitpold, lo zio che prende la reggenza quando a Ludwig fanno il tso col famoso colpo di Stato (altro che troike e governi Monti) discendono poi tutti i Wittelsbach attuali, adorati dalla popolazione, che a ogni rumor di referendum sarebbe pronta a riavere indietro la sua dinastia artistica e imaginifica.

La bandiera dei Wittelsbach, regnanti sulla Baviera dal dodicesimo secolo fino alla prima guerra mondiale, sventola sul natante, così come su ogni casa e ogni ristorante e konditorei, e ha generato poi il bianco e azzurro di tante birre, della bandiera ellenica, essendo Ottone primo re di Grecia un altro zio del povero Ludovico, e naturalmente della Bmw (Bayerische Motoren Werke, fabbrica automobili bavarese), anche se su queste autostrade girano soprattutto Audi, costruite sempre in Baviera ma più su, a Ingolstadt. Eccoci dunque a Herrenchiemsee, e tra i palazzi di Ludwig, questo insulare è il più stralunato: una reggia deserta perpendicolare a due grandi giardini all’italiana, che guardano il lago nerissimo, tra ali di alberi scuri, in un disboscamento che apre una specie di galleria del vento, con “uuuhhh” fortissimi che si son sentiti e visti solo nei film dell’orrore, e una guida che dice in inglese come il maestro delle cerimonie di Cabaret: “outside isvindy”, con accento molto germanico. Dighe minacciose tipo Mose portano il nero delle acque fino alle grandi vasche invece prosciugate per la stagione invernale, dove come dei bigné su una bavarese emergono sei putti su altrettanti delfini, e una grande dea Fortuna al centro.

La reggia ha porte dorate, ma di una doratura che sembra un alluminio anodizzato di fascia alta, con le L incrociate e coroncine reali; pare un grande stabilimento termale o un Grand Budapest Hotel o anche la zecca di Piazza Verdi, ai Parioli; oggi, in visita, anche un folto gruppo di islamici, con signore dai grandi burka anti-vento molto invidiati da tutti noi, perché dentro fa freddissimo: i grandi riscaldamenti centralizzati che il re faceva mettere in ogni suo castello full optional sono infatti spenti. Il gelo entra dalle grandi persiane stondate come nei villini-bene di Santa Marinella, e pervade i pavimenti tutti in marmo, sotto un cortile coperto un po’ da centro commerciale, sembra Euroma 2 o un mall degli Emirati, e viene da cercare il negozio Hollister. Saloni e scaloni con parquet lucidissimi e gigli borbonici ovunque, e quadri raffiguranti la meglio gioventù di Luigi XIV e tutta l’ossessione borbonica di Ludwig, tormentato ed eccitato dalla lontana parentela con la Casa di Francia.

La sala da ballo è lunga cento metri (“one hundred meters”, dice la guida, e gli islamici che non capiscono molto bene l’inglese son molto contenti quando sentono le cifre precise e nette) e nel frattempo si è aggiunta anche una famiglia più secolarizzata, moglie inglese, di Bath, marito tedesco, col codino, bambini bilingue molto curiosi. Il clash of civilization arriva alla fine del momento poetico: siamo appunto nello stanzone al primo piano, il salone da ballo tutto oro e stucchi e specchi in cui Sissi-Romy Schneider si fa grasse ma tenere risate della pazzia edificatrice del cugino; abbiamo appena visto scatoloni accatastati di Swiffer in un angolo sotto qualche ritratto del Re Sole (per mantenere lucido e profumato il parquet); siamo appena entrati nella sala da letto, che come in tutte le residenze di Ludwig è fuoriscala e al centro dell’edificio. E qui, una sala del trono dove al posto del trono, sotto un gran baldacchino dorato a piume di struzzo, c’è il letto (con una confusione sempre freudiana nell’interior decoration del sovrano), e tra pendole e la corona reale di Baviera, un islamico chiede moderatamente se il re era sposato. Al ché la guida risponde che ehm, no, forse era addirittura omosessuale. La signora di Bath dice “beh, dall’arredamento si capisce”, come se fossimo in casa di qualche parrucchiere o stylist di Füssen, ma gli islamici velocemente, dopo aver confabulato tra loro, chiedono da che parte è l’uscita, e, forse per il freddo, scompaiono. Noi si prosegue la visita al freddo, arrivando nella parte del castello non finita, che come le varie divisioni “downstairs” è quella più interessante: stessa struttura, ma mattoni a vista da bar e niente stucchi né controsoffitti, un’ala della reggia uguale alle altre ma scarnificata, oggi perfetto loftone newyorchese con travi a vista; è che nel 1884 il re aveva finito i soldi e stava portando al tracollo le finanze dello Stato; aveva già edificato Neuschwanstein e Linderhof, dilapidando le finanze oltre ogni possibile rapporto debito/pil, disinteressandosi sommamente del suo governo, disprezzando i suoi ministri, vivendo tipo una Gloria Swanson abbonata a Case da Abitare. Generando però inconsapevolmente un indotto turistico che rende la Baviera uno dei land più ricchi della Germania: come il Salone del Mobile per Milano, praticamente.

Arredamenti fantasiosi, non proprio “less is more” o Bauhaus, ma funzionali, anche. Dunque, segni particolari di tutte queste residenze, le migliori specifiche hi-tech dell’epoca, elettricità (qui a Herrenchiemsee solo esterna, per illuminare la facciata tipo pubblicità Paghera anni Ottanta, mentre dentro solo candele), riscaldamenti, addirittura telefoni. E scherzi e servomeccanismi per stupire gli ospiti: jacuzzi ovunque (ma quella in cui viene buttata Adriana Asti-Lila von Bulioski, incaricata di testare la virilità del sovrano e riferire al consiglio dei ministri non è qui, il palazzo non era ancora stato costruito) e, qui, una delle famose tavole magiche dei castelli di Ludwig, che come in un film di Tati si spostano con argani e carrucole al piano di sotto, con apparecchiature e sparecchiature dei servi per cenare senza il fastidio dell’essere guardati, e dopo via tutte le briciole e le seccature.

Il cibo, dice la guida, arrivava poi in carrozza, perché in questo castello non c’era cucina; “mangiava tanto!” dice poi il bambino di Bath che fa tante domande. E “tanti dolcetti” dice sempre la guida, “ecco perché aveva i denti così rovinati”; e lì però si temono altri tipi di sostanze per la rovina dentale e gengivale; però in effetti, giù nel museo del castello, ecco una famosa foto di Ludwig con cappotto bordato d’astrakan, che sarà almeno una 56, identico poi a uno stesso modello Schneider che si ritroverà in un negozio grandi taglie a Marienplatz a Monaco, tipo quelli a Roma sulla via Merulana. Anche, in una teca, tutto l’outfit di Gran Maestro dell’ordine di San Giorgio, con marsina XXXL di shantung argento e fascia di raso ton sur ton e maniche con sbuffi di pizzo, e scarpini di raso.

La trasformazione in cinghialone comincia con l’incoronazione ansiogena del 1864, e da lì in poi anche baffi a manubrio e look sempre più trucidi, e un continuo aumentare e diminuire di peso, come tutte le principesse e regine tristi. Da giovane, invece, magrissimo, occhi azzurri e ricci neri, belloccio come tutti i Wittelsbach, con uno sguardo anche sognante e speranzoso per l’avvenire. Tante foto in bianco e nero col fratello Otto, internato già a vent’anni, e tanto merchandising in vista del farlocco matrimonio che Sissi aveva orchestrato a Ludwig con la di lei sorella Sophie: dunque, come per i royal wedding moderni, tutta una filiera di monete commemorative, vasi vasellame urne centrotavola e pergamene con l’effigie della coppia reale, tutti già pronti, poi evidentemente ritirati dal mercato.

E in una grande foto di famiglia con tutti i Wittelsbach, a sinistra il ramo regale e principesco con il papà Massimiliano II e la mamma Maria di Prussia, e Ottone di Grecia, mentre a destra il ramo poraccio dei “duchi in Baviera”, i cugini un po’ di campagna con la duchessa e mamma di Sissi, Ludovica, con scucchia, a cui non riesce il colpo gobbo di piazzare un’altra figlia sul trono, dopo averne già installata una a Vienna, inopinatamente. Questa Sophie, invece, abbandonata sull’altare, sempre più depressa man mano che passano gli anni: qui c’è tutto il suo fotoromanzo, tipo Chi: faccia lugubre in una foto ancora zitella, poi invece raggiante nella foto ufficiale del fidanzamento del 1867 con espressione Kate Middleton (“amo svortato”), ma poi invece lui la accanna e già nel 1868 fa una festa per la Zarina di Russia, un’altra che Sissi gli vuole piazzare per ammogliarlo controllandolo, tipo Camilla Parker Bowles con Diana (ma la zarina non è mica scema, gli fa mandare in regalo due tavolini di malachite che si vedono a Linderhof, e tanti saluti, forse nessuna voglia di trasferirsi in Tirolo, forse ha mangiato subito la foglia).

Poi, sempre nel museo, altri arredi e suppellettili non minimaliste: uno scrittoio con cigni argentei al posto delle gambe e tanto mobilio barocco e barocchetto, e drappi neri e blu, da scenografia di Gomorra o da design Casamonica; bicchieri e calicini di cristallo con la corona chiusa dei Wittelsbach e posatine con cucchiai con la data 1867, tutto scampato alle razzie dei servi e scompagnato; piatti blu e oro col re sole e il motto “l’état c’est moi” e ‘le roi gouverne par soi même” e un servizio da dodici con riprodotti sul manico i diversi castelli. Cigni ancora pochi, solo su certi spiedini argentei per arrosti succulenti; ma il trionfo della mania del volatile avviene naturalmente a Neuschwanstein (letteralmente, “nuova contrada del Cigno”), tutto dedicato all’amico Wagner e alla sua opera a partire dal Lohengrin, appunto il cavaliere del Cigno figlio di Parsifal; per ora, qui nel museo, bozzetti e maquette originali del Lohengrin, dell’Olandese volante, del Tannhauser, di Tristano e Isotta, e il capanno del primo atto della Valchiria poi fatto costruire a Neuschwanstein e bombardato nel ’45 dagli alleati, che nel film di Visconti è teatro di briefing e brainstorming tra il re e i suoi servi più palestrati.

E poi i rendering e modello ligneo in scala 1;100 del teatro per il festival wagneriano mai realizzato sull’Isar, colossale, con gran ponte a cinque arcate sul fiume, in stile barocco piemontese con facciata convessa a doppia arcata, tipo Stupinigi o San Pietro rigirati.

Ma ecco lui, Richard Wagner, eccolo qui, in foto, veramente identico a Howard Trevor sempre nel Ludwig viscontiano, con la maîtresse e poi moglie Cosima von Bülow, figlia di Franz Liszt; ed ecco i famosi doni del monarca bavarese, un portalettere di velluto blu con un gran cigno tra girali d’acanto e d’alloro che conserva tutte le lettere dell’amato, e poi orologi d’oro e smalto con dediche del sovrano; e i due busti, del re e del compositore, uno accanto all’altro. E però anche con Wagner va malissimo: il popolo bavarese insorge contro le spese pazze per i teatri e per il mantenimento del Maestro, si rischia il precedente del nonno Ludwig primo, esiliato per la storia con l’avventuriera irlandese Lola Montez, dopo averla piazzata in una villa tipo Uber-Olgettina, facendola per di più contessa di Landsfeld.

Dunque le depressioni e le urbanizzazioni. Come tante personcine deluse dalla vita, Ludwig si rifugia nel rinnovo dell’arredo: ecco dunque i bozzetti e progetti instancabili di sempre nuove dimore; un ultimo castello, sempre più arroccato, sempre più in alto, di fronte a Neuschwanstein, un vero nido delle aquile, a Falkenstein… E qui, progetti e planimetrie già approvate e facciate e prospetti, che però cambiano in continuazione, da piccolo maniero minimalista e gotico a un delirante castellone Disney con interni bizantini e la camera da letto-cappella con letto sull’altare, facendosi prendere la mano dagli architetti, in un delirio accumulativo di aquile, pavoni, cortili e terrazze e pinnacoli e capitelli più che a Neuschwanstein (e lì, progetti e bozzetti che passeranno poi direttamente dall’archivio Wittelsbach alla Disney per il castello della bella addormentata).

Però non si capisce veramente perché Ludwig, giovane, re, anche molto liquido, non facesse un poco come tutti, sposando una contessa o duchessa o zarina per poi generare un erede e vivere da cattolico molto adulto con scudieri e palafrenieri e stylist: Visconti suggerisce l’influenza di un pessimo prete – padre Hoffmann, impersonato da Gert Frobe, il Goldfinger di 007 – che di fronte alle turbe del giovane sovrano invece che mondanamente assolverlo, gli dice: giura, giura, che le brutte cose non le hai mai fatte e mai le farai!, ingenerando nel re infelicità e confusioni, come quella tra il letto e il trono (riuscendo malissimo in entrambi i settori, forse).

Neuschwanstein, allora: lì, via dal Chiemsee, il più grande lago della Baviera, è esattamente come il lago d’Iseo, scuro, e inquietante, delle nostre infanzie tristi; e tutto a un tratto si capisce questo entusiasmo esagerato germanico per il nostro Gardasee, e mentre si teme d’aver perduto l’ultimo battello un signore della vicina Ratisbona si commuove quando gli si nominano nomi mitici come “Desenzano” e “Sirmione”; non si entusiasma invece quando gli si accenna al papa di Ratisbona; lì anzi fa degli “ehm, ehm, I’m protestant”, e per far conversazione sul molo deserto e terrifico, mentre un cartello indica una mostra sui Pipistrelli da qualche parte sull’isola, non rimane contento neanche quando gli si dice qualcosa per pura cortesia su Gloria Thurn und Taxis, della dinastia ratisbonese inventrice delle poste e delle macchine a tassametro, famosa “punk prinzessin” spesso a Roma; mentre completa damnatio memoriae è su Paul von Thurn und Taxis, aiutante da campo del re Ludovico, co-protagonista di storiche Brokeback Mountains tra queste alpi, poi fatto sposare d’imperio e allontanato da Corte, e bruciate tutte le lettere d’amore tra i due per volere della famiglia tassinara-principesca.

Basta. per salire a Neuschwanstein si fa la stessa strada ripida percorsa dai ministri di Stato quando vanno su ad arrestare Ludwig nel 1884: e forse è addirittura riscaldata, perché nonostante siamo sotto la neve non un fiocco si deposita su questa stradicciola dove con sovrapprezzo si può salire in carrozza. Ai lati della carreggiata, perfettamente inclinata per favorire i deflussi, canaline di scolo laterali ricoperte di sanpietrini, forse citazione romana del vecchio Ludwig I, amante dell’Italia, che abitò e possedette la villa Malta accanto alla Villa Medici al Pincio (oggi sede di Civiltà Cattolica, e il papa Benedetto XVI, quando seppe: ” mein König, mein König”, il mio Re!). E tombini perfettamente sgombri, senza intermediazioni di terre di mezzo e mafie capitali. Cinesi in maggioranza i visitatori, con nuovi ceti medi asiatici che vanno su o giù con Ludwig riprodotto sul loro tazzoni nell’offerta mug più vin brûlé o mug più caffè più fetta di torta, 5€, dove la tazza è certamente prodotta nelle loro Shanghai o Shenzen, e però sono soddisfattissimi, costa meno di un braccetto per il selfie.

Il torrione principale sembra un minareto, tutto ha l’aria nuova e plasticosa, sembra il castello dei Playmobil che si aveva da piccoli: è stato ristrutturato nel 2013, e dentro è puro Harry Potter: toni scuri e boiserie lignee e bifore; al primo piano, le stanzette della servitù con lettini e seggioloni intagliati, poi vestiboli con gran tende di broccato e affreschi di tutta l’epopea wagneriana, e un grande cigno di porcellana a grandezza naturale: poi la grande sala del trono bizantina col decoro dei dodici apostoli, e i sei Re Santi (però il trono manca anche qui, come nelle altre residenze; era stato ordinato ma non consegnato a tempo, prima della deposizione. E però ordinarlo per ultimo, un trono, dopo i catini e gli stuoini, per un re è un bel lapsus).

La camera da letto, qui piccolissima, una Westminster in miniatura, con un baldacchino di legno scuro su cui fioriscono siepi di pinnacoli neogotici, come fogliame impazzito di quell’insalatina riccia che da queste parti ti danno dappertutto con lo stinco o lo schnitzel. Si capisce però subito che, a differenza degli altri castelli, qui il re abitava volentieri: spessi tappeti a pavimento, il suo riscaldamento centralizzato funzionante, un telegrafo e addirittura un telefono per seguire gli affari di Stato (più plausibilmente, per chiamare su attori o provviste da Monaco); tante stufone di ceramica architettoniche che paiono Memphis o Alessandro Mendini; e però soprattutto questa vista, che pare Böcklin e il Nome della Rosa e Wes Anderson: cime altissime innevate, candide; e sotto laghi nero-inchiostro, e abeti bianchi e neri, col sole che illumina un ponticello vertiginoso e inquietante lontano, non a caso intitolato alla madre, l’odiata Maria di Prussia, e l’altro castello di Hohenschwangau, dove Ludwig passava le estati piccino, e tutt’oggi residenza privata dei Wittelsbach. Unico castello a non avere le bandiere a mezz’asta, in questi giorni di lutti. Invece qui il vessillo di Baviera sventola al sommo, i Wittelsbach son forse islamofobi o forse non guardano la televisione, magari non sono aggiornati sugli eventi.

Poi, in uscita, i meravigliosi locali della servitù, con soffitto a volta e cucinona già a isola e penisola con top in marmo e lavello colossale scavato e rubinettone da chef come nelle migliori Bulthaup costose d’oggi, perché la casa signorile si vede dai cessi e dalla cucina, si sa; poi soprattutto un office per il personale con vetrine e vetrinette per stampini d’argento a forma di pesce, di corona, ovviamente di cigno, per tortini e gelati e aspic e budini e pâté molto elaborati (e un cartello avverte: “a Neuschwanstein si riceveva ai massimi livelli”), e poi uno stupendo ufficetto del capocuoco con scrivania e menu d’epoca per cene e cenette, con corona Wittelsbach e menu stampato in francese, e libri di ricette tipo Escoffier, e lettino con copriletto originale con decoro a cigno; e insomma una meravigliosa Downton Abbey tirolese metrosexual, si potrebbe farci un film o una serie, forse.

Anche una filiera diffusa alimentare e a chilometri zero, qui intorno: con un hotel Schlosskrone a Füssen che espone foto in bianco e nero di antichi pasticceri di meringate a forma di castello di Neuschwanstein, tra Wittelsbach minori, Sissi, e la Regina Margherita, mentre non c’è Umberto I, forse in giro con un’amante Krupp come in “Divertimento 1899” di Guido Morselli, cinepanettone su reali italici su e giù per le Alpi, (ma allo shop di Neuschwanstein, soprattutto, altre agnizioni; tra cigni di peluche e pop-up e boccali e magneti, ecco un grande puzzle di quelli difficilissimi, è lo stesso Neuschwanstein dei terribili Ravensburger insolubili).

Cigni veri, e cattivi, invece, a Linderhof, il castello prediletto, e il più piccolo. Un villino del miglior barocchetto bavarese di metà ottocento in una vallata vicino Garmisch, che però sembra il rione Ludovisi o la ex Luiss sulla Nomentana. Attorno, il solito distretto turistico, con negozio di souvenir, bancomat, forneria di brezel e appfelstrudel e friggitoria di bratwurst, che qui offre però seggioline con copertina di pile tipo arena Nuovo Sacher. Una facciatina che sembra dell’architetto Brasini, con ricca balconata dorata e il monogramma reale sorretta da cariatidi, e le sue grandi portefinestre con le sue tende a pacchetto e sopra oblò tondi da casinò balneare. Anche qui, come negli altri castelli, manutenzioni implacabili, cancelli e cancelletti e tornelli efficienti per il pubblico, e un popolo bavarese fiero del suo re e soprattutto del pil generato sul lunghissimo periodo.

Qui, al pianterreno, un vestibolino con un soffitto di tre metri scarsi, col motto dorato “nec pluribus impar”, prima di una successione e infilata, al primo piano, di salottini rosa e lilla e oro, salette da pranzo coi soliti tavolini automatizzzati, una stanza della musica con pavoni di porcellana a grandezza naturale, da mettere fuori dalla porta a segnalare se il Sovrano è in sede, come lo stemma geometrico sul Quirinale inventato da Cossiga.

E poi la solita fantasmagorica camera, adesso di 100 metri quadri, con definitivo Letto di Stato, e dipinti alle pareti di vestizioni e risvegli del Re Sole. Ma, downstairs, una porta segreta di finto marmo interdetta al pubblico vede maestranze intente a restaurare un nuovo bookshop. E la audioguida è un piccolo stereo Grundig o Philips collocato nei camini finti e spenti di ogni stanza, e una frau corpulenta fa partire col telecomandino (tac!) una diversa traccia in ogni ambiente, che spiega non solo e non tanto tutti i ritratti della Pompadour e della Du Barry e della Montespan, ma soprattutto sparge notazioni deliziose e protettive registrate delle medesime frauen che presidiano il villino, con colpetti di tosse e tutto.

Messaggi materni ed essenziali da badanti affezionate: “essendo di grande statura, il letto del re ha una lunghezza di due virgola quaranta metri”; e “il re era molto di bell’aspetto, nonostante questo non si sposò mai” e “morì misteriosamente nel lago di Starnberg”; e poi il cd nel caminetto dice il numero esatto di tesserine dei mosaici, e tutte le lunghezze dei finti arazzi Gobelins, e poi i tessuti delle tende e i nomi e le provenienze di tutte le ricamatrici e le merlettaie e i vetrai e gli ebanisti che hanno reso possibile tutto ciò, e probabilmente sono i bisnonni e trisavoli di questi che lavorano qui adesso. E tutti insieme, tra bratwurst e finti arazzi e tazze made in China, gli vogliono ancora un gran bene, al loro re disfunzionale. E si capisce: e che Ludwig-nostalgia, e che voglia di rifugiarsi qui, subito, quando su un mesto volo di ritorno Lufthansa diretto a Fiumicino e dirottato poi a Ciampino, allarmi e isterismi-bomba riportano subito nell’Europa infelix delle recessioni e delle sottomissioni.

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Tra Vittorio Emanuele di Savoia e il caso Stamina: l’incredibile storia della famiglia Hamer https://minimaetmoralia.it/interventi/tra-vittorio-emanuele-di-savoia-e-il-caso-stamina-lincredibile-storia-della-famiglia-hamer/ https://minimaetmoralia.it/interventi/tra-vittorio-emanuele-di-savoia-e-il-caso-stamina-lincredibile-storia-della-famiglia-hamer/#comments Tue, 28 Jan 2014 15:54:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17986 Questo pezzo è uscito su Linkiesta.

La prima volta che ho avuto a che fare con la famiglia Hamer avrò avuto vent'anni; stavo facendo il perdigiorno universitario al cimitero acattolico a Roma. In mezzo alle tombe di Gramsci, di Keats, di Gadda, di Byron, notai – nascosta sotto una selva di oleandri – la lapide senza foto che conserva le ossa di Dirk Hamer, insieme a quella di sua madre Sigrid Gertrud Ursula: nato nel 1959 morto nel 1978, più o meno coetaneo del me di allora. Era una storia infelicemente famosa ma non la non conoscevo, anche se ero naturalmente attratto – per una specie di macabro romanticismo famigliare (mia madre che da adolescente mi raccontava la tragedia del figlio di Romy Schneider infilzato a quattordici anni dagli spunzoni di un cancello che tentava di scavalcare) o di banale melanconia dell'età – da quelli che muoiono giovani: estenuavo i pomeriggi invernali ascoltando a ripetizione i tre album che Nick Drake aveva fatto in tempo a registrare prima di morire per un'overdose di antidepressivi o discutevo per ore sulle ragioni che avevano spinto Kurt Cobain a puntarsi un fucile alla testa.

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La prima volta che ho avuto a che fare con la famiglia Hamer avrò avuto vent’anni; stavo facendo il perdigiorno universitario al cimitero acattolico a Roma. In mezzo alle tombe di Gramsci, di Keats, di Gadda, di Byron, notai – nascosta sotto una selva di oleandri – la lapide senza foto che conserva le ossa di Dirk Hamer, insieme a quella di sua madre Sigrid Gertrud Ursula: nato nel 1959 morto nel 1978, più o meno coetaneo del me di allora. Era una storia infelicemente famosa ma non la non conoscevo, anche se ero naturalmente attratto – per una specie di macabro romanticismo famigliare (mia madre che da adolescente mi raccontava la tragedia del figlio di Romy Schneider infilzato a quattordici anni dagli spunzoni di un cancello che tentava di scavalcare) o di banale melanconia dell’età – da quelli che muoiono giovani: estenuavo i pomeriggi invernali ascoltando a ripetizione i tre album che Nick Drake aveva fatto in tempo a registrare prima di morire per un’overdose di antidepressivi o discutevo per ore sulle ragioni che avevano spinto Kurt Cobain a puntarsi un fucile alla testa.

Il fatto è che quella di Dirk non è solo la storia crudele di un ragazzo che non fa in tempo a diventare adulto, ma è anche la saga incredibile di una famiglia: padre Geerd Ryke, madre Ursula, e quattro figli. I genitori sul finire degli anni ’60 sono due giovani medici che collaborano tra loro. Lui ha trovato il modo per mantenere la famiglia, viaggiando in Germania e vendendo agli ospedali pubblici e privati alcuni suoi brevetti, come lo scalpello Hamer – una specie di microlama utile nella chirurgia plastica. È una personalità poliedrica, un medico affabile, un abilissimo promotore di se stesso: si è laureato in teologia da giovanissimo, si è sposato a 22 anni, lascia la Germania per girare in Europa in cerca di credibilità, riconoscimento, soldi.
Ci sono delle foto che ritraggono i sei Hamer come una specie di famiglia modello, felici, uniti, bellissimi. Il 1976 è un anno d’oro. Birgit la secondogenita vince il concorso di Miss Germania, e anche grazie agli introiti dei brevetti di Ryke, gli Hamer decidono di venire in Italia per pubblicizzare le apparecchiature negli ospedali, per fare tutti insieme una sorta di Grand Tour, per evitare dei problemi con la burocrazia tedesca. Passano l’estate esplorando le coste e le isole: amano tutti il mare, i quattro figli sono dei grandi atleti. Dirk a Roma si è allenato con Pietro Mennea, Birgit è una nuotatrice incredibile. Durante l’estate del 1978, tutta la famiglia è ospite sulle barche di amici, intellettuali, industriali, artisti. Una sera dopo un’escursione all’isola di Cavallo, in Corsica, restano a dormire sulla barca, attraccata vicino a un piccolo ristorante frequentato da vip. È stata una giornata afosissima, e non si riesce a dormire. A un certo punto, nella notte, Birgit racconta di una voce in un italiano scomposto che urla che gli è stato rubato un tender, non la smette di urlare nonostante le proteste dei proprietari delle altre barche. «Italiani di merda», urla, «vi ammazzo!».

Dopo pochi secondi si sente uno sparo e un grido. Poi un altro sparo. Dei razzi vengono lanciati in aria per illuminare la scena. Dura tutto pochi secondi ma sembra una guerra. Quando la scena si azzittisce, ci si accorge che un proiettile ha colpito Dirk al ventre, che giace rantolando in cabina. «È stato Vittorio Emanuele», dicono. «Era incazzato perché avevano usato le sue barche». «Ma chi è questo Vittorio Emanuele?», grida Birgit.

Il colpo pare sia partito dal fucile del principe di Savoia, l’ultimo erede in esilio della famiglia. Ma non c’è tempo per capire chi ha tirato; la vera tragedia è che nelle vicinanze non c’è un medico. La situazione, si capisce da subito, è spaventosa. Qualcuno prende per buona la voce per cui il principe stesso dovrebbe mandare un elicottero per prelevare Dirk. Ma passano i minuti e l’elicottero non arriva. Finché si decide di togliere gli ormeggi e arrivare alla terraferma in barca.

È l’alba del diciotto agosto quando gli infilano la prima flebo. Dirk morirà il 7 dicembre, centoundici giorni dopo. Dopo aver peregrinato per decine di letti di ospedali, essere stato trasportato in una clinica in Germania, essere stato sottoposto a diciannove operazioni, aver avuto trasfusioni di quattrocento litri di sangue, aver subito l’amputazione della gamba prima al ginocchio e poi all’inguine.
Vittorio Emanuele nel frattempo è entrato in galera, c’è stato qualche settimana, ed è uscito di galera pagando una cauzione; nonostante i moltissimi dubbi, ricostruzioni minuziose da parte dell’accusa, verrà assolto fino all’ultimo processo nel 1991, scagionato dall’imputazione di aver sparato lui, a Dirk: nella confusione della terribile notte di agosto ’78 qualcun altro pare abbia premuto il grilletto. La famiglia Hamer ne esce distrutta, straziata e incredula, esplode. Birgit comincia a girare l’Europa come una trottola. I fotografi la vogliono, mentre lei vuole chiaramente giustizia. La madre è al crollo psichico. Il padre Ryke sviluppa un tumore al testicolo che riesce a prendere in tempo e curare: ma a partire da quest’episodio conia la formula Sindrome di Dirk Hamer.

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