Rooney Mara Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rooney-mara/ un blog di approfondimento culturale Sun, 28 Feb 2016 10:36:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rooney Mara Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rooney-mara/ 32 32 La tremante bellezza di Carol https://minimaetmoralia.it/cinema/la-tremante-bellezza-di-carol/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-tremante-bellezza-di-carol/#comments Sat, 27 Feb 2016 12:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30111 In uno sguardo intenso, insistito, corrisposto, l’epifania di un’attrazione che cambierà la loro vita. Carol Aird e Therese Belivet si incontrano nel reparto giocattoli di un grande magazzino, a Manhattan, nei giorni di Natale del 1952. Carol è una signora dell’alta borghesia  in procinto di divorziare dal marito, Therese è una ragazza che ha ambizioni da fotografa, ma si mantiene con un lavoro da commessa.

Un paio di guanti lasciati sul bancone del reparto, per caso o più verosimilmente di proposito,  si offrono come pretesto per un nuovo incontro. Un avvicinamento graduale, quello tra le due donne (Cate Blanchett e Rooney Mara), che ha la forza dell’ineluttabilità;di ciò che vorremmo ci appartenesse, e non ci è permesso avvicinare, ma che non possiamo fare a meno di ricercare, ancora e ancora.

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carol

In uno sguardo intenso, insistito, corrisposto, l’epifania di un’attrazione che cambierà la loro vita. Carol Aird e Therese Belivet si incontrano nel reparto giocattoli di un grande magazzino, a Manhattan, nei giorni di Natale del 1952. Carol è una signora dell’alta borghesia  in procinto di divorziare dal marito, Therese è una ragazza che ha ambizioni da fotografa, ma si mantiene con un lavoro da commessa.

Un paio di guanti lasciati sul bancone del reparto, per caso o più verosimilmente di proposito, si offrono come pretesto per un nuovo incontro. Un avvicinamento graduale, quello tra le due donne (Cate Blanchett e Rooney Mara), che ha la forza dell’ineluttabilità; di ciò che vorremmo ci appartenesse, e non ci è permesso avvicinare, ma che non possiamo fare a meno di ricercare, ancora e ancora.

Per Therese sarà un percorso di crescita. Il trauma della scoperta di provare desiderio per una donna, l’aggravante ammaliatore che questa donna è matura e consapevole. Per Carol il cammino verso la libertà, nel difficile equilibrio tra l’attrazione per la nuova conosciuta, Therese, «un angelo caduto dal cielo», il suo ruolo di madre, le problematiche dell’affidamento, le rivalse di un marito che non molla la presa,una società che non concederebbe mai la custodia di un figlio a una donna omosessuale.

«Crede che si riesca davvero a vedere al di là delle cose? Della superficie delle cose?» domandava Cathy, la protagonista di Lontano dal paradiso a Raymond. Siamo nella seconda metà degli anni Cinquanta, nel pieno del conformismo della borghesia americana del Connecticut. Cathy Whitaker (Julianne Moore) si innamora di Raymond (Dennis Haysbert), un giardiniere di colore, e scopre che suo marito Jack (Dennis Quaid) è gay. La società in cui vive Cathy non è pronta per accettare né l’omosessualità maschile, né l’interesse di una donna per un uomo di un’altra razza.

Nelle parole di Cathy, cariche di un’inquieta e interlocutoria consapevolezza, l’essenza di tutti i personaggi del cinema di Todd Haynes. La caparbietà e il disorientamento di personalità incapaci di adeguarsi al mondo che le circonda. Personaggi protesi alla ricerca della libera espressione del proprio essere e dei propri sentimenti (Mildred Pierce, Lontano dal paradiso) o di una estensione del reale che sia in grado di accogliere e interpretare la loro natura mutevole, eccentrica, irrisolta (Io non sono qui, Velvet Goldmine, Safe). I personaggi dei film di Todd Haynes lottano per riappacificarsi con una società a cui sono legati a doppio filo eppure in evidente conflitto.

Il percorso di donne che combattono per spingere le radici della propria identità oltre la superficie delle convenzioni, delle circostanze e del tempo in cui vivono. Questo è lo specifico del cinema di Todd Haynes, questo vediamo in Carol, un film che si allinea a Lontano dal paradiso e a Mildred Pierce nel farsi fedele affresco di un‘epoca, nonché ritratto di una fase emblematica dell’istituzione americana, ma che trova la sua unicità nel momento in cui lo sguardo del regista stringe sui personaggi, raccontandoli da vicino, così vicino che di più non si può. Fin quasi ad astrarre le emozioni e l’interiorità delle protagoniste dal contesto storico, per celebrarne l’ardore, e infine proiettarle sullo schermo senza tempo del sentimento puro e palpitante.

Carol è tratto da The Price of Salt, il secondo romanzo di Patricia Highsmith, uscito nel ‘52 sotto pseudonimo e in una versione censurata. Nella scena d’apertura del film il disegno di una grata sul marciapiede è il simbolo dei presupposti costrittivi di partenza ed è seguito da un movimento di macchina verso l’alto a guardare la strada, i passanti, corpi e ombre di una New York in notturna. La stessa soluzione visiva, una panoramica verso l’alto, tornerà al momento in cui Carol proporrà a Therese di partire con lei per un viaggio senza meta.

Todd Haynes focalizza tutta l’attenzione sulla relazione tra le protagoniste. C’è un’apertura inedita in questo suo film, tesa a catturare la sostanza sensuale, irrinunciabile dell’amore. L’amore che diventa il processo di affermazione di sé, non più un conflitto (come in Mildred Pierce) e non più una censura (come in Lontano dal paradiso), ma una lenta constatazione e una struggente accettazione.

«Che utilità posso avere per lei? Per noi? Vivendo contro la mia stessa natura», confessa Carol al marito in presenza degli avvocati, nella discussione per l’affidamento della figlia. La proclamazione della verità si avvera con i toni della rinuncia, viene offerta  con i mezzi di chi depone le armi perché ha già combattuto, a lungo, dentro di sé. E lo spettatore è messo nella condizione di percepire le oscillazioni emotive che muovono le protagoniste e i contrasti che conducono Carol a un punto di non ritorno  ̶  senza che vengano mai definite in maniera diretta.

Perché Carol è un film votato al particolare: il dettaglio diventa nucleo narrativo e il quadro è elaborato per infondere risonanza emotiva agli avvenimenti.

L’attenzione per i gesti: una mano su una spalla, reiterato segnale di desiderio; lo spostamento di una delle protagoniste all’interno di una stanza è in grado di conferire alla scena un effetto sensoriale, come se l’aria stessa, che sottende i movimenti, potesse godere di consistenza e di erotismo; la pausa visiva su una bocca premuta sulla cornetta di un telefono contiene in sé il fatto: lo stato d’animo che trascende la sua intangibilità per farsi, attraverso lo sguardo, promotore del discorso narrativo. La gestione del linguaggio visivo in Carol raggiunge la forza esaustiva della più sensibile e curata descrizione letteraria.

Todd Haynes sceglie di marcare gli oggetti di una valenza profonda. Porte e finestre diventano ostacoli posizionati per suggerire la distanza fra le protagoniste. Le superfici polverose, opache, riflettenti strumenti evocativi di un’altra dimensione. Il finestrino di un’auto davanti a un volto, la vetrina di un caffè, che si interpone tra il soggetto e la fonte, denotano una tensione all’interiorità, il protendere dello sguardo nell’intento di cogliere le vibrazioni oltre il visibile: la solitudine, il desiderio, il tormento, l’incognita. Quel dettaglio che non porta fatti concreti di sviluppo diventa perno, eco di una rappresentazione che aggira la compostezza della messa in scena per raccogliere l’afflato emozionale che permea e anima l’intero racconto.

Inoltre, due attrici complici nell’alchimia.

Rooney Mara incarna Therese, timida custode del candore; giovane, preda del timore, del senso di colpa, del tremore che porge slanci e rimanda contraccolpi. Nuda davanti al nuovo amore, inadeguata di fronte a una donna come Carol, tanto diversa da lei e più sicura. Therese si offre, prima di tutto con lo sguardo, accetta il rischio. Un personaggio indimenticabile che trova perfetta eco nel volto smarrito e ammutolito di Ronney Mara. A lei l’incarico di accompagnare lo spettatore: la sua scoperta è la nostra scoperta, la sua evoluzione, la nostra.

Cate Blanchett è una di quelle attrici, in generale uno dei pochi attori, che ha la capacità di scomparire dietro al personaggio che interpreta; la cui espressività e divismo hanno il dono di rigenerarsi di film in film. Blanchett riesce a comporre un’interpretazione esemplare, a cui il doppiaggio italiano restituisce un servizio banalmente riduttivo e penalizzante. Con la modulazione della voce e una gestione chirurgica della mimica riesce a frantumare la compostezza di Carol dall’interno, per riconsegnare sullo schermo una creatura impeccabile eppure piena di spaccature, divisa com’è tra il pudore e il desiderio, tra l’incertezza e l’abbandono, tra la seduzione smaliziata e il perbenismo conclamato.

Arginato il melodramma classico e l’omaggio a Douglas Sirk di Lontano dal paradiso; scavalcata l’aderenza calligrafica a un quadro storico che impedirebbe a qualunque storia d’amore ambientata negli anni ‘50 di sbarazzarsi in un solo colpo, come invece accade, di tutte quante le barriere: di classe, generazionali e di genere, Carol vola nella contemporaneità per raccontare un amore definitivo. A suggello, la portata di un cinema vivo e complice; imperituro nel farsi visione al servizio dello script di Phyllis Nagy (la prima di una équipe che conta molte professioniste, cosa abbastanza inusuale per Hollywood).

Todd Haynes, con i fidati collaboratori Edward Lachman alla fotografia e Carter Burwell alle musiche, non ci pensa minimamente a ridefinire il proprio linguaggio cinematografico, lo utilizza per comunicare, in una maniera talmente autentica da lasciare senza fiato.

E poi il finale. In quegli ultimi intensi dieci minuti finali impareremo di che pasta è fatta l’attesa e quale ritmo ingiunge la sospensione. Scopriremo la misura dell’esitazione, gli effetti che può dare il tremito. In quegli istanti rarefatti riconosceremo il primo amore, il nostro amore, se mai ne abbiamo avuto uno, e il potere della regia cinematografica.

Allora, ma non solo allora, non sarà più quel tempo, sarà il nostro tempo, hic et nunc, il tempo di un film capace di risuonare oltre lo schermo, l’epifania di un’emozione che dovremmo augurarci, permetterci ogni giorno.

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Tutto il resto è punk https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/ https://minimaetmoralia.it/musica/richard-hell-punk/#comments Mon, 10 Jun 2013 13:39:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14597 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL - la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di XL – la Repubblica.

“Exploitation?” La domanda in realtà è retorica, ed è la risposta che mi dà Richard Hell quando lo interrogo sulle ragioni di così tanto punk in città in questi e nei prossimi mesi. La città dove siamo e di cui parliamo è New York City, e lo “sfruttamento” a cui allude Hell riguarda il punk. Qui musei, biblioteche e vari spazi più o meno istituzionali sembrano fare a gara nel trovare l’evento più irriverente da proporre alla gente, mentre le librerie dedicano sempre più spazi a imponenti libri che, trattando il punk come fosse mitologia greca, raccontano per immagini e testimonianze più o meno dirette le varianti della storia. Un punk risorto, si direbbe. O forse soltanto un modo, a distanza di decenni dai tempi in cui si andava al CBGB’s ad ascoltare i Ramones e Richard Hell, pogare e sputare, per cavarci fuori qualcosa di utile.

L’ultimo e tra i più attesi eventi di questa stagione è una mostra imponente e molto cool al MET, il Metropolitan Museum of Art di New York: PUNK: Chaos to Couture (dal 9 maggio al 14 agosto). Per avere un parametro della mondanità dell’evento, basta dire che a precederlo, la sera del 6 maggio, è un (decisamente poco punk) gala di beneficenza con testimonial l’attrice Rooney Mara, la giornalista di Vogue e socialite newyorkese Lauren Santo Domingo, lo stilista Riccardo Tisci e la regina della moda Anna Wintour. Indubbiamente più “couture” che “chaos”, anche se la mostra al MET è solo uno di una lunga infilata di eventi che ultimamente sembrano avere come obiettivo quello di trasformare la città in una sorta di parco a tema punk. Piacevole per certi versi, vagamente inquietante per altri.

Sono a New York da un paio di mesi e ho già presenziato, nell’ordine: 1. a un concerto sinfonico per bambini con Patti Smith a fare da voce narrante al Lincoln Center e a un suo mini live per l’inaugurazione della sede estiva del MOMA PS1 a Rockaway Beach; 2. alla proiezione di Punking Out, raro documentario del 1978 sul CBGB’s e la scena punk newyorkese, e a un incontro dibattito con Debbie Harry e Chris Stein dei Blondie e il giornalista Will Hermes (autore del bel libro sulla scena musicale newyorkese di metà anni settanta Love Goes to Buildings on Fire: Five Years in New York That Changed Music Forever, Faber & Faber), alla New York Public Library for the Performing Arts sempre al Lincoln Center; 3. a tre presentazioni, una con party annesso dentro uno degli edifici della New York University, dell’affascinante autobiografia di Richard Hell I Dreamed I Was a Very Clean Tramp(Ecco/HarperCollins).

Sempre in questi due mesi ho comprato e letto, insieme al libro di Hell, i bei volumi illustrati The Best of Punk Magazine curato da John Holstrom (It Books), Punk: An Aesthetic a cura di Johan Kugelberg e con scritti di Jon Savage, William Gibson e Linder Sterling (Rizzoli New York) e Punk Press: Rebel Rock in the Underground Press 1968-1980 di Vincent Bernière e Mariel Primois (Harry N. Abrams). Non sono una punk e nemmeno una nostalgica, solo consumo il meglio di quello che mi offre la piazza.

Per una sintesi perfetta dell’attitudine punk, del resto, è sufficiente ascoltare uno scambio di battute tra Debbie Harry e Will Hermes seduti davanti a una foto scattata a un certo punto degli anni settanta da Christ Stein. Nella foto Debbie Harry è con Joan Jett. Hermes le chiede: “Dove l’hai presa la maglietta che hai nella foto?” E Debbie Harry: “Al supermercato, mi pare”. Ecco, questo era il punk.

E se i migliori (e più glamour) della scena le magliette le compravano al supermercato, fa sorridere l’idea che il MET oggi dedichi una delle sue mostre di punta al punk, spiegando alle masse come una moda nata proprio per non essere alla moda sia stata copiata da stilisti, grandi case di moda e parrucchieri per trasformarla in qualcosa d’altro, di elegante, di estremamente costoso. Evoluzione indubbiamente vera (accadeva già in tempo reale in Inghilterra con i Sex Pistols, Malcolm McLaren e Vivienne Westwood in una piccola boutique di King Road ora riprodotta in scala all’interno del MET) testimoniata oggi e in questi ultimi quarant’anni dalle collezioni di John Galliano, Alexander McQueen, Katherine Hamnett o Moschino.

Scrive Hell nella sua autobiografia parlando di vestiti e tagli di capelli: “Era una cosa che dovevi farti da solo, e con cui esibivi il tuo essere libero dalla proprietà, e anche dall’eleganza”. Per essere liberi dell’eleganza i punk si strappavano i vestiti e si tagliavano i capelli da soli, ignari che il DIY (Do It Yourself, ovvero “fai da te”) sarebbe diventato anch’esso una moda. Detto con altre parole, e non alludendo solo alla moda, puoi provare a controllare il tuo di futuro (o deciderne di non averne) ma non puoi prevedere il futuro degli altri.

A proposito del “no future”, slogan che salta fuori ogni volta che si parla di punk, è illuminante Hell nel suo libro lì dove spiega che non c’è niente di nichilista, suicida o pessimista nel dire e nel pensare che il punk o il rock and roll non abbiano futuro. Dice: “È l’adolescenza a non avere futuro, e il rock and roll è la musica dell’adolescenza”. Ovvero, non puoi essere adolescente per tutta la vita, e quando cresci è anche il caso che molli. Ancora Hell, in un’intervista rilasciata a Lester Bangs nel 1977, esagerando per schivare gli stereotipi già all’epoca ampiamente abusati: “Una cosa che ho cercato di restituire al rock and roll è la consapevolezza che sei tu che inventi te stesso. È per questo che ho cambiato nome, che mi sono inventato look, taglio di capelli e tutto il resto. Perché è normale che se inventi te stesso, poi ti ami. L’idea di inventare te stesso consiste nel creare la tua immagine più ideale. E quindi è una cosa totalmente positiva”. In quella stessa intervista Hell riuscì a dire che alla fine anche il “blank”, lo spazio vuoto della sua canzone Blank Generation, era positivo. “È una riga che puoi riempire come ti pare. È una cosa positiva. L’idea è che puoi scegliere di fare di te tutto quello che vuoi, sei tu a riempire lo spazio vuoto”. Oggi dice che il ragionamento è verosimile, ma che era anche una forzatura dettata dal non volere essere trasformato da Bangs in simbolo di anti-vita. Di sicuro c’è che il punk, quantomeno come moda, è tutt’altro che morto.

Nel sito dell’autorevole e leggendaria rivista Punk (creata da John Holmstrom, Ged Dunn e Legs McNeil nel 1975, sdoganando al mondo il termine “punk rock” inventato pochi anni prima dai giornalisti di Creem), per esempio, si vendono portachiavi. Uno esibisce la scritta “Watch Out! Punk Is Coming!!” (Stai attento! Il punk sta arrivando!!), alludendo a un improbabile futuro di cui è poco chiaro quale scena musicale potrà mai farne parte.  A casa di Hell, in testa a una piccola pila di cd, svetta il primo album dei Libertines. Quel disco ha più di dieci anni, ma verrebbe da dire che a oggi resta una delle cose più punk di questo nuovo millennio.

La scorsa estate sempre a New York, ad anticipare il gran rispolvero che sarebbe avvenuto quest’anno, il CBGB’s (meglio: quel che ne resta, ovvero il logo) ha provato a riesumarsi da sé organizzando un grande festival. Quattro giorni in cui in vari locali downtown hanno suonato più di trecento band e in un paio di cinema hanno proiettato il meglio dei documentari sulla scena punk e non solo. Di quel festival ho visto qualche live e molti buoni film, ma l’unica cosa di cui ho memoria è un furgone fast-food posteggiato davanti a uno dei cinema che ospitava il festival. Sul furgone la scritta “Marky Ramone’s Brooklyn’s Own Marinara Pasta Sauce” (sugo per pasta alla marinara di Marky Ramone, Brooklyn), e in bella vista decine di barattoli di salsa di pomodoro con disegnato sull’etichetta nera, a mo’ di logo dei Ramones, Marky che suona la batteria. Una cosa così non la dimentichi. E poi però ci ripensi e dici: già, ma anche questo è punk.

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