Roth Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roth/ un blog di approfondimento culturale Sun, 29 Sep 2013 09:10:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Roth Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/roth/ 32 32 Libri che rischiano di sparire (appena nati). Il secondo romanzo di Veronica Raimo https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-tutte-le-feste-di-domani-veronica-raimo/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-tutte-le-feste-di-domani-veronica-raimo/#comments Sun, 29 Sep 2013 09:10:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15624 Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Henri Cartier Bresson.)

Anche se sempre più rari sembrano i romanzieri capaci di realizzare personaggi incisivi, vivi, a tutto tondo, personaggi con cui continuare a dialogare a libro chiuso (personaggi-uomo, diceva un critico famoso del secolo scorso), il pubblico continua a esserne avido, come dimostra il successo delle serie tv americane dove gli autori hanno tutto il tempo e l'agio di cesellare una complessa fisionomia morale (vedi un Don Draper, o un Walter White). C'è da rallegrarsi quando qualcosa del genere accade in un libro, specie se italiano. Quando l'imperativo della trama cede alla profondità del carattere ed è il personaggio a determinare lo sviluppo dell'azione, non viceversa, come spesso succede. È il caso di Tutte le feste di domani, il secondo romanzo di Veronica Raimo.

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Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Henri Cartier Bresson.)

Anche se sempre più rari sembrano i romanzieri capaci di realizzare personaggi incisivi, vivi, a tutto tondo, personaggi con cui continuare a dialogare a libro chiuso (personaggi-uomo, diceva un critico famoso del secolo scorso), il pubblico continua a esserne avido, come dimostra il successo delle serie tv americane dove gli autori hanno tutto il tempo e l’agio di cesellare una complessa fisionomia morale (vedi un Don Draper, o un Walter White). C’è da rallegrarsi quando qualcosa del genere accade in un libro, specie se italiano. Quando l’imperativo della trama cede alla profondità del carattere ed è il personaggio a determinare lo sviluppo dell’azione, non viceversa, come spesso succede. È il caso di Tutte le feste di domani, il secondo romanzo di Veronica Raimo.

Di umili origini abruzzesi, Alberta è una avvenente e brillante studentessa di filosofia che dopo avere sperimentato la vita promiscua in una comune degli anni settanta seduce e infine sposa un giovane professore universitario romano, di famiglia ricca. Mantenuta, disoccupata, viziata, Alberta non si accontenta della promozione sociale, un residuo rancore di classe avvelena il suo matrimonio e, maestra nel costruirsi alibi di ogni genere e specie, adotta il tradimento come compendio e rimedio provvisorio alla sua infelicità. Romanzo tradizionalmente borghese, o dell’ambizione borghese, Tutte le feste di domani rispolvera ricordi di Moravia (del migliore Moravia) e di Antonioni (entrambi evocati con molta circospezione da Alberta). L’intreccio è essenziale, a tratti persino stereotipato – dal cimitero di Yonville Emma Bovary osserva la sua discendente con un sorriso di benevola compassione – ma la scrittrice mantiene un rapporto sempre consapevole con i modelli e i cliché narrativi e il risultato è un personaggio di chiaro spessore letterario.

Anima dannata, incarnazione dell’individuo moderno spasmodicamente teso verso una felicità impossibile, immerso in un vitalismo sull’orlo della disfatta, in una sfrontata e infantile ostinazione a pretendere l’assoluto senza mai scendere a compromessi, Alberta è anche una proiezione narrativa dei vizi e delle virtù di una pericolante classe media esplosa negli ultimi decenni del secolo passato (il libro si svolge quasi interamente tra gli anni ottanta e novanta), carica di titoli di studio, pretese di benessere e disturbi dell’umore. Maestra dell’intrigo, qualcuno nel libro la definisce «soltanto una stronza»: di certo è un personaggio che non lascia in pace la nostra coscienza morale. Comunque si voglia considerarla, Raimo concentra i tratti della sua eroina in duecento pagine che sono una sintesi di ruvida umanità, un romanzo psicologico di forte impatto e un saggio di scrittura stilisticamente raffinata e sempre ammirevolmente equilibrata. Insomma un libro degnissimo di nota.

Un libro che se fosse stato scritto da un romanziere americano specializzato in epica della quotidianità e dilemmi borghesi come Franzen, per esempio (o come Roth, per guardare più in alto), sarebbe probabilmente incensato a piene mani da critici e lettori. Eppure su questo romanzo, ad oggi, si è detto poco o nulla. Quasi nessuno ne ha parlato. La ragione di questo silenzio non è poi così misteriosa. I grandi editori, devoti alla legge dei grandi numeri, licenziano libri distrattamente senza curarsi troppo del loro destino, augurandosi che dal mare di pubblicazioni venga fuori un nuovo Giordano. Per varie ragioni la critica ha perso la sua capacità di orientamento: di fronte al troppo pieno del mercato domina la cooptazione amicale o una comunicazione sbrigativa e ipertrofica.

Il campo letterario-editoriale sembra in balia del caso. Saviano ha venduto milioni di copie con un libro anomalo come Gomorra, il lettore comune vaga confuso tra pilastri di narrativa spicciola spacciata per capolavoro, e lo “specialista” non può fare molto di più. A meno di non credere in una leibniziana predestinazione per il meglio, pare difficile immaginare che comunque, in un modo o nell’altro, un giorno la qualità emergerà da sola. Il vecchio canone potrebbe fare la fine dei panda e il mercato, più che a una semplice selva selvaggia assomiglia a quella di Jurassic park: una selezione darwiniana in una giungla di creature geneticamente modificate. Chi ammazzerà chi, è una questione che riguarda giochi troppi distanti e oscuri per gli umili appassionati di letteratura. Ma Tutte le feste di domani ci ricorda che in Italia esiste anche una narrativa di valore, nascosta da qualche parte, in attesa dei suoi lettori.

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Made in Europe https://minimaetmoralia.it/letteratura/made-in-europe/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/made-in-europe/#comments Wed, 06 Feb 2013 10:08:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12894 Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. (Immagine: Jasper Johns.)

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l'Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l'idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d'invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l'ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò "eccomi alla frontiera della cultura occidentale", lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino ("Ma lei si aspetta qualcosa dall'Europa?"), spiazza il lettore e forse meno l'interlocutore: "Mi aspetto tutto dall'Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l'Occidente sia un po' uno specchio eterno dell'Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche".

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Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. 

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l’Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l’idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d’invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l’ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò “eccomi alla frontiera della cultura occidentale”, lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino (“Ma lei si aspetta qualcosa dall’Europa?”), spiazza il lettore e forse meno l’interlocutore: “Mi aspetto tutto dall’Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l’Occidente sia un po’ uno specchio eterno dell’Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche”.

Brandire un conservatore come Borges può sembrare un estremo tentativo di dar lustro al Vecchio Continente quando a scommetterci sono rimasti in pochi. Dirò allora che più di recente Roberto Bolaño – un trotskista che amava Pound – ebbe a scrivere: “l’America Latina è stata il manicomio d’Europa come gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica. La fabbrica ora è in mano ai caposquadra, e i matti evasi dal manicomio sono la mano d’opera”. Oltre a esprimere dolore per i figli perduti del proprio continente, nel linguaggio paradossale di Bolaño c’è la constatazione che le sfide lanciate dall’Europa risultano tutt’altro che risolte, attendono anzi rilanci e aggiustamenti, magari proprio da chi le elaborò per primo. Il che è testimoniato da ciò che sta accadendo alla letteratura dell’altro nostro fondamentale interlocutore: gli Stati Uniti.

Dopo la grande ondata dei Novanta (il decennio che vide la luce di opere come Pastorale americana, Infine Jest, Underworld) qualcosa ha cominciato a rallentare nella narrativa statunitense. Credo dipenda da due fattori. Il primo è proprio l’infiacchimento del dialogo intercontinentale. Finito il periodo degli americani che “venivano a scuola” in Europa (Hemingway e Fitzgerald a Parigi, Faulkner che si accostava all’Ulisse “come un battista analfabeta al Vecchio Testamento”), o che degli orrori del Vecchio continente facevano un’esperienza di vita (Salinger sulle Ardenne e Vonnegut a Dresda), si è anche attenuata l’opposta spinta degli europei arrivati nel Nuovo Continente, come i Nabokov o gli ascendenti dei Bellow e dei Roth. Difficile che i nuovi scrittori americani siano oggi disposti a esplorare altri mondi per motivi più avventurosi di una fellowship.

Il secondo fattore è la crisi del postmoderno. Se opere come Underworld o Infinite Jest sono fondamentali per farci comprendere il funzionamento di un mondo dominato da consumi, mass media e flussi finanziari, il loro limite è stato quello di sviluppare sistemi perfettamente chiusi. Per quanto paradossale, è come se queste opere soffrissero di una strana forma di marxismo privo di escatologia. Esiste solo la struttura. Meglio: esiste solo la matrice di un presente in continuo upgrading. Un’ipertrofia della diagnostica (anche dolente) a cui fa da contraltare la debolezza di una scuola del sospetto che non si limiti a mostrare aspetti inquietanti nel funzionamento della Macchina (questo il postmoderno lo fa benissimo), ma la ben più radicale verità che la Macchina non è tutto ciò che esiste. Non viviamo in una delle epoche che più fatica a immaginare un futuro?

E qui torniamo all’eredità della nostra tradizione. Lo sconvolgente merito del Novecento europeo è consistito nel mostrare quali regni sotterranei sostenessero la piccola punta d’iceberg a cui la debolezza dei sensi si era abituata a dare il nome di realtà. Le parabole di Freud e gli incubi di Kafka, le sottili avventure di Stephen Dedalus e la complessa danza subatomica in cui galleggiano i Guermantes non sono semplici interpretazioni, ma una spallata in grado di aprire la porta verso mondi di cui ignoravamo l’esistenza. L’Europa ha però anche il vizio di trasformare con sconfortante rapidità l’audacia in accademia, motivo per il quale le ossessioni di Alex Portnoy e la bonaria pazzia di Moses Herzog risulteranno sempre più interessanti dell’ennesima imbalsamazione di Molly Bloom spacciata per romanzo d’avanguardia. Impossibile da una parte aggirare la vitalità e l’invidiabile robustezza delle opere con cui, almeno fino a poco tempo fa, i nordamericani hanno fatto scuola. E tuttavia, quando riesce a ribaltare l’odioso scetticismo di maniera nel suo magnifico speculare (ancora una volta il sospetto: quello di Galileo e di Giordano Bruno, di Marx e Einstein), l’Europa è sempre in grado di mostrare un’apertura e una capacità di mettere in discussione l’esistente sconosciute su altre latitudini.

Solo uno scrittore del vecchio continente poteva ad esempio intrattenere con il proprio paese una polemica furibonda quale quella che ha legato fino a poco tempo fa Thomas Bernhard all’Austria. E chi, se non un lusitano allenato a contestare i pilastri del mondo circostante (prendessero il nome di Dio o Capitalismo) avrebbe sviluppato l’immaginazione di Saramago? Paralizzati dalla crisi che scuote le basi del nostro patto continentale – abituata la superficie del nostro immaginario a considerare New York più vicina di Atene o Berlino –, rischiamo di non renderci conto quanto una possibile forza trasformativa qual è quella contenuta nella nostra tradizione sia, proprio in questi anni, al centro di un tentativo di rinnovamento. Basti ancora pensare alla profondità con cui Sebald ha fatto il contropelo alla Storia in Austerlitz. O ad Ágota Kristóf, capace di caricarsi sulle spalle un pezzo di mitteleuropa con quel grande romanzo che è Trilogia della città di K. La Spagna devastata dalla disoccupazione è anche il paese in cui Vila-Matas dialoga a distanza con Unamuno, e Javier Marías innerva le sue storie con quel “pensiero letterario” di matrice proustiana, che – capace com’è di scorrere libero dalla dittatura del plot – corre di tanto in tanto il rischio di inciampare in qualche domanda ultima. L’Italia del ventennio berlusconiano (sempre pronta a fustigarsi per non andare alla guerra) ha del resto prodotto scrittori come Walter Siti.

Così, se nel 1908 l’ebreo austroungarico Henry Roth arrivava in quella New York che avrebbe descritto in modo così toccante in Call It Sleep, a distanza di un secolo la storia si ribalta. Il 2007 è infatti l’anno in cui il newyorkese di origine ebraica Jonathan Littell, dopo aver scritto nella lingua di Flaubert un romanzo ambizioso come Les Bienveillantes, chiede e ottiene la cittadinanza francese per trasferirsi infine a Barcellona.

Potrebbe essere una delle stranezze di cui la storia letteraria abbonda. A me pare piuttosto un segnale interessante perché non privo di un suo contesto di riferimento. Non c’è uscita dalla crisi senza grandi idee a ispirarla, e forse sotto la cenere brucia più di quanto pigrizia e scetticismo vogliano ammettere.

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Una specie di santità. Le confessioni di Cheever nei diari https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-diari-cheever/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-diari-cheever/#comments Thu, 24 Jan 2013 14:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12631 Questo pezzo è uscito su Orwell.

«“Le cose non vanno bene,” dico io. “Non capisco di che parli,” dice lei. “Secondo te è così che dovrebbero vivere insieme un uomo e una donna?” dico io. “No,” dice lei. “Bene allora, parliamo”. Lei ha il viso tirato e pallido, gli occhi non sporgenti ma brillanti, le sopracciglia ben alzate. “Tu distruggi tutto quello che ami,” dice lei. “Io amo i miei figli,” dico io, “e non li ho distrutti.” “I ragazzi lasciamoli fuori,” dice lei. “Amo i miei amici,” dico io. “Tu non hai amici,” dice lei». Per i lettori italiani, il 2012 potrebbe essere ricordato come l’anno di John Cheever.

Dopo i primi libri già editi da Fandango, prima dell’estate Feltrinelli ha pubblicato I racconti di Cheever, un paradiso per chi ama la letteratura americana del novecento. A completare i testi sacri di Cheever, ora è arrivato anche il volume che raccoglie i diari, Una specie di solitudine (Feltrinelli, pp. 504, euro 20). Proiezioni dello scrittore nascosto sotto i suoi personaggi (nei racconti), e la nuda intimità della sua identità (nei diari). Il mondo come lo sognava, e la realtà indocile che gli si manifestò nella vita.

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Questo pezzo è uscito su Orwell

«“Le cose non vanno bene,” dico io. “Non capisco di che parli,” dice lei. “Secondo te è così che dovrebbero vivere insieme un uomo e una donna?” dico io. “No,” dice lei. “Bene allora, parliamo”. Lei ha il viso tirato e pallido, gli occhi non sporgenti ma brillanti, le sopracciglia ben alzate. “Tu distruggi tutto quello che ami,” dice lei. “Io amo i miei figli,” dico io, “e non li ho distrutti.” “I ragazzi lasciamoli fuori,” dice lei. “Amo i miei amici,” dico io. “Tu non hai amici,” dice lei». Per i lettori italiani, il 2012 potrebbe essere ricordato come l’anno di John Cheever.

Dopo i primi libri già editi da Fandango, prima dell’estate Feltrinelli ha pubblicato I racconti di Cheever, un paradiso per chi ama la letteratura americana del novecento. A completare i testi sacri di Cheever, ora è arrivato anche il volume che raccoglie i diari, Una specie di solitudine (Feltrinelli, pp. 504, euro 20). Proiezioni dello scrittore nascosto sotto i suoi personaggi (nei racconti), e la nuda intimità della sua identità (nei diari). Il mondo come lo sognava, e la realtà indocile che gli si manifestò nella vita.

Se i racconti narrano ricongiungimenti, richieste di perdono, tramonti commoventi, istanti di memorabile felicità adombrati qua e là da una tristezza in agguato, i diari contengono ingredienti simili ma in proporzioni invertite. Quattro quinti delle pagine sono trafitti da sfiducia e depressione, con molti gin bevuti di prima mattina e tanti, capillari tormenti morali. Resta poco spazio per le nuotate rigeneranti, per le gioie del pattinare sui laghetti ghiacciati. Rimane giusto qualche uscita a pesca col figlio Ben, la luce dorata dei pomeriggi invernali, la neve che cade, una slitta, un kayak. Ecco la differenza tra la letteratura e la vita: «La maggior parte dei miei personaggi hanno dei camerieri a servirli, ma in genere ero io quello che portava i piatti a tavola». Ecco qual è la verità, quando nella mente sale la marea nera: «Nel momento più buio non si può ricorrere ai propri averi per salvarsi, né alle vecchie piste da sci né ai sentieri per il fiume». Dolci illusioni letterarie nei racconti, cocenti disillusioni del quotidiano nei diari.

Se la letteratura di Cheever è in parte autobiografica, l’approccio ai diari è decisamente letterario. «Com’è repentino l’arrivo dell’autunno col vento di nordovest e con la luna piena. In realtà l’estate non esiste; l’estate è un’illusione» annota. Gli eventi cruciali sono liquidati in una frase. Poche parole per la nascita del figlio, una battuta per la morte della madre, una mattina la figlia si sposa. Ciò che turba la sensibile anima di Cheever è l’avvicendarsi delle stagioni, le camicie inamidate della provincia, una nera sul bus che parla da sola. La bellezza sarà anche pronta a squarciare la cupezza, ma è rintanata nei dettagli («C’è niente di più meraviglioso del treno del lunedì mattina, quello delle 8.22?»). La grazia del mondo va scovata nelle cose banali, ripetitive: «Ci sono stati picnic, fuochi d’artificio, gite in spiaggia, tutte quelle cose piacevoli che si fanno insieme».

I diari vanno dagli anni quaranta fino alla morte: epoche scandite da riflessioni filosofiche e da un figlio che si sveglia nel cuore della notte con il mal di denti. Della sua vita concreta, dopo cinquecento pagine, non sappiamo nulla. Arriva Halloween, le città di addobbano per il Natale, John si veste già per il giorno di Pasqua. Di anni interi, Cheever salva un olmo splendido, o appunta: «ieri sera ho fatto la marmellata di ciliegie». Inevitabile e appagante, perdersi in questa galassia di frammenti. La vita, per Cheever, non è riducibile a episodi rilevanti: è piuttosto il perenne oscillare tra emozioni violente. Soprattutto, la vita è stravolta dai conflitti emotivi. L’omosessualità latente affiora, l’alcol lo divora, il confronto con gli scrittori lo porta sempre ad avvilirsi. Legge Bellow, Salinger, Flaubert, Dante, Nabokov, Roth.

I diari di Cheever sono il reportage da una guerra. Quella tra le brame della carne, anche le più indecenti, e i desideri dello spirito. C’è un esercito schierato in cerca della felicità, che lotta contro un nemico: la debolezza umana, incapace di accettare se stessa. «Sono stanco dei fili e di tutte le altre cose fragili», sintetizza. Lo stile di Una specie di solitudine è quello delle confessioni: «Sono stato ubriaco, sconcio, sgarbato, acido e libidinoso». Più l’anima punta alla purezza, più il rischio di sprofondare si fa alto. «Amo il corpo di mia moglie e l’innocenza dei miei figli. Nient’altro», scrive quando a dettare le frasi sono le aspirazioni cristalline, o «Vorrei sentire l’odore dell’albero verde e dare ai miei figli i loro regali e andare in chiesa e tagliare il tacchino e sedermi sul divano bevendo whysky e riflettere sull’abbondanza della vita». Ma le voglie da soddisfare all’istante irrompono e un’ansia maligna lo assale. L’inettitudine e la grettezza corrono ad umiliarlo. E così, quando vede una prostituta e si immagina di salire le scale con lei, fino alla sua stanza, il conflitto interiore deflagra: «Tutto questo mi sembra sporco, vile, e protesto: la mia mente che sale e scende mentre la mia coscienza le urla di tornare indietro».

Siamo davanti al tipico, tragico, scacco dei santi. Lo stesso preciso rompicapo che fa impazzire San Paolo, quando si dispera: «io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio». Solo che i santi implorano Dio, mentre Cheever si inginocchia, e ammette: «con quanta testardaggine mi rifiuto di pregare». Nonostante l’alcol, la depressione, i tradimenti, qualcosa lo salva tutte le volte che sta per sfracellarsi. «Mi infilo in quel bidone dell’immondizia che è l’idea del divorzio; io non voglio il divorzio». I diari oscillano tra dannazione e redenzione. «Ma poi penso a quanto è meraviglioso che questo matrimonio abbracci una simile moltitudine di incomprensioni, tempeste, infedeltà, fiumi di lacrime e continui ugualmente per la sua strada, con qualche passeggero ammaccato, sì, ma niente di serio».

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Il meglio di Pagina 3: settimana dal 19 al 23 novembre 2012 https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina-3-19-23-novembre-2012/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina-3-19-23-novembre-2012/#comments Fri, 23 Nov 2012 15:40:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11594 Oggi parte una nuova rubrica in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di novembre è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Maria Friberg, Still Lives.)

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Oggi parte una nuova rubrica in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di novembre è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Maria Friberg, Still Lives.)

Lunedì 19 novembre:

  “Ecco cosa vuol dire subire una fatwa”. Salman Rushdie, perseguitato dagli ultrà islamici, racconta la sua vita da fuggitivo. Articolo di Matteo Sacchi, il Giornale, p. 20.

 Roth: ora sono libero, gioco con l’iPhone. Articolo di Paolo Mastrolilli, La Stampa, p. 23.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Sweet Lorraine di Teddy Wilson

 

Martedì 20 novembre:

 A qualcuno piace usato. Nell’anno nero dell’editoria, il settore dei libri di seconda mano va in controtendenza. Articolo di Mario Baudino, La Stampa, pp. 34-35.

 La filosofia della routine. Bauman: “Le emozioni passano, i sentimenti vanno coltivati”. Articolo di Raffaella De Santis, la Repubblica, p. 35.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Play Piano Play di Erroll Garner

 

Mercoledì 21 novembre:

 Lo stato culturale. Troppi soldi pubblici uccidono la creatività? Articolo di Francesco Merlo, la Repubblica, p. 35.

 Sotto il segno di Andy Warhol. Articolo di Gian Maria Annovi, il manifesto, p. 10.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Peu de chose di Enrico Pieranunzi.

 

Giovedì 22 novembre:

 Sesso, droga e computer. In fuga il re dell’antivirus, John McAfee. Articolo di Angelo Aquaro, la Repubblica, p. 33.

 Loach rifiuta il premio torinese: “Difendo gli operai sfruttati“. Accuse al Museo del cinema. Barbera: è male informato. Articolo di Valerio Cappelli, Corriere della Sera, p. 45.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Pixie #6 in A Minor di George Winston

 

Venerdì 23 novembre:

 Il calendario Maya dell’editoria. Articolo di Ilaria Bussoni su alfabeta2.it

 L’utopia del Signor G. Una breve storia della Sinistra secondo Gaber. Articolo di Laura Franza, la Repubblica, p. 44.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Jubilee di Bill Charlap

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Romanzi che assomigliano a serie televisive https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/#comments Tue, 03 Jan 2012 21:11:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6102 di Nicola Lagioia Pubblico su minima&moralia questo pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» insieme a un pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Il Venerdì di Repubblica» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema. Ho preferito postare su internet […]

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di Nicola Lagioia

Pubblico su minima&moralia questo pezzo su Jonathan Franzen uscito ormai parecchi mesi fa per «Il Sole 24 Ore» insieme a un pezzo sulle serie tv uscito la scorsa settimana per «Il Venerdì di Repubblica» poiché mi sembra che si affronti, da punti di vista speculari, il medesimo problema. Ho preferito postare su internet il mio contributo sul romanzo di Franzen a distanza di tempo rispetto alla sua uscita cartacea per dare a Libertà la possibilità – come non di rado accade con la letteratura – di sbocciare più felicemente nella sensibilità del detrattore. A distanza di mesi, non è sbocciato putroppo un bel niente. La distanza può forse servire non solo a me per meditare con più calma su questo tipo di romanzi. Al momento dell’uscita del mio pezzo sul «Sole» (rileggendolo, in effetti poco tenero) il libro di Franzen veniva salutato in Italia come un grandissimo capolavoro, gli animi erano forse un po’ sovraeccitati e alcuni fan dello scrittore americano si arrabbiarono molto. Addirittura una nota giornalista si convinse che la madame Bovary evocata dal mio pezzo fosse lei, e da allora mi ha tolto il saluto. Ad animi più quieti si può forse riconoscere che di peccati e non di peccatori si parla, e che a ciascuno dovrebbe essere riconosciuto il diritto di esercitare ogni tanto senza vergogna i propri bovarismi. Del resto, il primo a rivendicarlo per se stesso fu Flaubert.

Che Libertà, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, sia una leggibilissima soap opera capace di banalizzare con successo le grandi intuizioni letterarie degli ultimi due secoli non è colpa del suo autore – il talento uno se lo può dare fino alle colonne d’Ercole dei propri ferri del mestiere, e la furbizia è da prescrizione medica per un Salieri alle prese con i fantasmi di due Mozart, specie se uno è un fratello maggiore inghiottito dal proprio stesso genio (David Foster Wallace) e l’altro un mai riconosciuto padre putativo con le sembianze di Philip Roth. Se la soap in veste di pastorale viene però annunciata e quindi accolta come un capolavoro da quell’eterogenea élite che va dalle grandi firme (su tutte Michiko Kakutani del «NYT») ai cavalieri senza nome della blogosfera, allora l’abbaglio ha delle responsabilità filologiche più gravi. Madame Bovary c’est nous ogni volta che, maneggiando un libro, scambiamo la perfetta aderenza tra aspettative e esito della lettura per un sicuro segno di grandezza. È quanto accaduto a Libertà: un bovaristico bisogno di sublime l’ha trasformato in ciò che non potrà mai essere. Perché non limitarsi a definirlo un buon romanzo da compagnia?

Un grande libro vive sempre al di là delle nostre aspettative. Se fosse già compreso nell’idea che ce ne siamo fatta avrebbe poco da trascendere: ci appare ogni volta più bello e più brutto, più alato e più bizzarro, più pesante e più ineffabile di ciò che le nostre abitudini avrebbero desiderato, salvo poi agire in noi a tradimento, trasformando nel tempo la nostra percezione del mondo e di noi stessi. Il romanzo di Franzen, lodato per i suoi rapporti con la grande tradizione, è in realtà una continua traslazione di salme estetiche – prende a prestito da Guerra e pace e dai Buddenbrook e da Madame Bovary e da Pastorale americana, con la differenza che mentre tra le pagine di un Tolstoj o di un Roth si sente l’avventurosa bellezza e la palpitazione della scoperta (persino della riscoperta!), qui c’è solo il piacere del gioco a incastri. Il problema non è che non fa qualcosa di nuovo, ma che non fa qualcosa di vivo. Possibile dunque che la vita, ancor prima della letteratura, ci spaventi a tal punto da farci preferire il bello inerte a una salvifica perturbazione sui nostri panorami interiori?

Il triangolo amoroso che muove Libertà (tutto giocato sul principio che il nostro oggetto del desiderio diventa tale perché lo è già di un altro) è stato brevettato dai grandi scrittori ottocenteschi e ha avuto la sua definitiva teorizzazione in Menzogna romantica e verità romanzesca di René Girard. Non voglio insinuare che Franzen abbia letto Girard. Piuttosto, il suo libro sembra la messa in pagina dei tanti film e serie tv che sfruttano quello e altri grandi meccanismi letterari neutralizzandoli sull’altare dell’intrattenimento intelligente. È esattamente questo che ci rassicura facendoci scambiare per un miracolo il gioco di prestigio. L’Humbert Humbert di Nabokov ci lascia sgomenti ogni volta che, tra le tante sfumature del suo sentimento amoroso per Lolita, ritroviamo qualcosa di nostro. L’Humbert Humbert del film di Adrian Lyne è troppo bidimensionale per appartenerci. Il dramma della borghesia allestito da Franzen mutua a propria volta così tanto dalle buone e oneste fiction tv da portarci istintivamente a credere che: sì, è vero, quella storia potrebbe appartenerci, ma in fondo è a un’altra famiglia che accade. Troppo poco complessi per essere davvero noi. Il che non solo ci consola, ma soddisfa pienamente le nostre più immediate aspettative (non essere messi in discussione) lasciando il nostro più segreto e affascinante desiderio (empatizzare con i Raskolnikov e gli Humbert Humbert e le Bovary e le Karenina che sono sin troppo umanamente dentro di noi) fuori dalla porta. Se qualcuno arriva poi a dirci che su un simile meccanismo poggiano oggi i capolavori letterari, ecco che il nostro bisogno di rimozione è pienamente legittimato. Il bisogno di celebrare Libertà temo nasca insomma dalla vana speranza di poter superare il conformismo di noi umani del XXI secolo (di questo scrive Franzen) con poco spirito del rischio, lasciando il nostro più indigeribile profilo a specchiarsi in un libro che lo biasima utilizzandone i codici, e dunque lo nasconde.

Ma forse, perlomeno da noi, il successo di Libertà è anche dovuto a un gioco di provincialismi incrociati. La più allegra esterofilia italiana, il più grigio isolazionismo a stelle e strisce. L’autore de Le Correzioni è stato accolto nella realtà nostrana di queste settimane un po’ come la Egberg nella finzione di Fellini. A propria volta Franzen ha confermato fuori dalla pagina un’apertura d’ali striminzita, il che ovviamente ci ha portati a celebrare in lui ciò che non avremmo perdonato a noi stessi: interrogato sui propri consumi culturali a prescindere da ciò che accade negli States non ha saputo bene che rispondere. Anche questo è segno di una partita giocata tutta in difesa, specie se si pensa agli scrittori americani – da Hemingway in giro per il mondo, a Roth con Primo Levi, a Faulkner che apprende a distanza i segreti di Joyce – fatti grandi anche dal rapporto con le altre culture. Feticizzare gli Stati Uniti non supplisce alla mancanza di coraggio, abbandonare Europa e resto del mondo non riscatta una centralità di cui non si ricevono conferme da un decennio. Ritrovare un certo spirito d’avventura non farà male invece a nessuno, compresi Franzen e i suoi tanti estimatori. Ecco allora che i capolavori, magari, torneranno a coglierci alle spalle.

 

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