Rousseau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rousseau/ un blog di approfondimento culturale Fri, 13 Jun 2014 16:15:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rousseau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rousseau/ 32 32 Le mogli dei poeti https://minimaetmoralia.it/poesia/le-mogli-dei-poeti/ https://minimaetmoralia.it/poesia/le-mogli-dei-poeti/#respond Sat, 14 Jun 2014 14:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20444 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

C'è un libro appena uscito in Inghilterra che si chiama The Poets' Wives (Bloomsbury, pagg. 304, £15.29) ed è stato scritto dal romanziere irlandese David Park. La traduzione in italiano del titolo è "le mogli dei poeti", alludendo alle protagoniste del romanzo: Nadezda Mandel'stam e Catherine Blake (più una terza moglie di poeta fittizia che si chiama Lydia). Le due donne erano rispettivamente mogli del poeta russo Osip Mandel'stam e del pittore, incisore e poeta inglese William Blake.

Tutto quello che si sa di Catherine Blake lo si sa da scritti, dipinti e incisioni del marito, e dai biografi di quest'ultimo, che a un certo punto della vita di Blake si devono necessariamente confrontare con quella dell'amatissima moglie. Quest'ultima conobbe William Blake nel 1781, a diciannove anni. A venti lo sposò.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Nadezda Mandel’stam. Fonte immagine)

C’è un libro appena uscito in Inghilterra che si chiama The Poets’ Wives (Bloomsbury, pagg. 304, £15.29) ed è stato scritto dal romanziere irlandese David Park. La traduzione in italiano del titolo è “le mogli dei poeti”, alludendo alle protagoniste del romanzo: Nadezda Mandel’stam e Catherine Blake (più una terza moglie di poeta fittizia che si chiama Lydia). Le due donne erano rispettivamente mogli del poeta russo Osip Mandel’stam e del pittore, incisore e poeta inglese William Blake.

Tutto quello che si sa di Catherine Blake lo si sa da scritti, dipinti e incisioni del marito, e dai biografi di quest’ultimo, che a un certo punto della vita di Blake si devono necessariamente confrontare con quella dell’amatissima moglie. Quest’ultima conobbe William Blake nel 1781, a diciannove anni. A venti lo sposò. Rimasero insieme fino alla morte di Blake, nel 1827. Catherine Blake morirà quattro anni dopo. In vita lo aiutava nelle incisioni, colorava le sue opere, le stampava. Nella mitologia inventata da Blake nei suoi libri profetici Catherine si chiamava Enitharmon, ed era emanazione e moglie di Los, nato a sua volta dalla separazione in quattro di Albione. Los rappresentava l’ispirazione e l’immaginazione, insieme a Enitharmon era la dimensione esistenziale della nostra esperienza fisica. Los era il maschile, Enitharmon il femminile. Catherine Blake dunque non si limitava a essere una musa.

Dell’ingannevolezza delle muse ha scritto in maniera chiara e definitiva il poeta spagnolo Federico García Lorca in un breve importantissimo saggio (soprattutto per chi pratica qualsivoglia forma di arte performativa) dal titolo Gioco e teoria del duende (Adelphi, pagg. 52, euro 5,50). In sintesi ciò che teorizza, e ben argomenta, García Lorca è che l’artista dovrebbe trovare dentro se stesso, e non affidare ad altri (nella fattispecie alle muse), la propria ispirazione. Scrive: “La musa detta e in alcune occasioni sussurra. Può relativamente poco, perché è ormai lontana e così stanca (io l’ho vista due volte) che hanno dovuto metterle mezzo cuore di marmo. I poeti della musa odono voci e non sanno dove, ma essi appartengono alla musa che li anima e a volte se li mangia, come nel caso di Apollinaire, grande poeta distrutto dall’orribile musa con cui lo dipinse il divino angelico Rousseau. La musa risveglia l’intelligenza, reca paesaggi di colonne e falso sapore di alloro, e l’intelligenza molte volte è nemica della poesia, perché limita troppo, perché innalza il poeta su un trono di taglienti spigoli, e gli fa dimentica che d’improvviso lo possono divorare le formiche, o che gli può cadere sulla testa una grande aragosta di arsenico, contro la quale nulla possono le muse che vivono nei monocoli o nella rosa di tiepida lacca del salotto”.

Il ragionamento in effetti non fa una piega. E tuttavia talvolta (raramente) capita che l’artista in questione più che una musa trovi un’anima gemella, dotata di devozione e senso pratico, e si affidi a lei. William Blake si affidò a Catherine, Osip Mandel’stam a Nadezda. Dell’esistenza di Nadezda Mandel’stam è a conoscenza chi dopo avere letto le poesie (bellissime) del marito abbia indagato sulla sua vita e appreso con grande commozione che è grazie a lei che dette poesie sono sopravvissute a Stalin.

La storia dei Mandel’stam è struggente e bella. Così in sintesi: i due si sposano abbastanza giovani (lei ha 21 anni, lui 30), lui scrive poesie talvolta politiche, altre volte d’amore, che sotto Stalin non solo non gli è dato pubblicare, ma lo trasformano prima in un facile bersaglio e poi in una vittima della repressione. Viene arrestato, mandato in esilio insieme alla moglie,  nuovamente arrestato. Poi muore, nel 1938. Erano tempi bui, tempi di lupi li avrebbe adeguatamente chiamati  Nadezda nella sua bellissima autobiografia L’epoca e i lupi (Liberal, pagg. 525, 20 euro), citando una poesia del marito che finiva così: “perché non sono un lupo io, per il mio sangue, e mi ucciderà soltanto un mio pari”. Osip Mandel’stam non fu ucciso da un suo pari, ma da una malattia non meglio precisata dentro un gulag staliniano.

Mentre Osip era ancora in vita Nadezda aveva imparato le sue poesie a memoria. Non si fidava della carta, diceva, nemmeno quella avrebbe resistito a Stalin. A memoria se le portò con sé in esilio, prima e dopo la morte di Osip. Stalin morì nel 1956, undici anni dopo Nadezda riuscì a far pubblicare le poesie del marito in Russia. Il giorno dell’ultimo arresto di Osip insieme ai Mandel’stam c’era l’amica Anna Achmatova. Di sé e Achmatova dopo che portarono via Osip scriverà Nadezda nella sua autobiografia: “Somigliavamo a due annegate”.

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Scritture vagabonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/scritture-vagabonde/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/scritture-vagabonde/#comments Wed, 04 Sep 2013 12:23:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15354 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.

Il libro abbonda di immagini che si possono prendere in prestito per definirlo, ma tra tutte la più appropriata sembra quella del fiume: un flusso di pensieri, riflessioni, racconti, esperienze in cui ogni molecola d’acqua è collegata all’altra dando forma a un insieme che fa perdere le tracce dei singoli componenti. Le frasi scorrono con naturalezza dal mondo interiore dell’autrice alle letture analizzate con acume, dagli incontri ai racconti, dai miti alla ricerca scientifica. Un viaggio in Islanda diventa il motore per raccontare la gestazione di Frankenstein e la singolare a tragica vita di Mary Shelley si conclude con una vertiginosa meditazione sul sé. La traversata motociclistica sudamericana del Che innesca una dettagliata trattazione di storia e sociologia della lebbra, che a sua volta sfocia in una riflessione filosofica sul dolore. In un altro capitolo si passa senza fatica dal mitologico pittore cinese Wu Daozi a BeepBeep e si arriva ai riti dell’Isola di Pasqua e alla struttura dei racconti fantastici. Esattamente come in Sebald, il metodo della divagazione produce una narrazione ipnotica che finisce per rappresentare la vita e le sue diramazioni con più fedeltà rispetto al determinismo romanzesco, dove ogni cosa succede per soddisfare una logica interna, una coerenza che non è davvero realistica. Non ci sono soluzioni, né una vera e propria fine: “La materia di una storia”, si legge, “è come acqua raccolta dal mare in un bicchiere e poi di nuovo restituita al mare”. Il pensiero,come aggregatore di connessioni alla ricerca di senso, si fa specchio della condizione umana.

Costruito come la cronaca di un pellegrinaggio a piedi nel Suffolk (regione dell’Inghilterra orientale), Gli anelli di Saturno è il libro più rappresentativo di W. G. Sebald, autore di lingua tedesca, diventato in pochi anni, e già in piena maturità, un gigante del Novecento, poco prima che la sua produzione fosse definitivamente interrotta da un incidente stradale in cui perse la vita. Da quelle passeggiate e dal relativo divagare, lo scrittore ricavò una forma personale e nuova, che utilizza l’erudizione saggistica, la fotografia documentale e la narrativa per investigare il senso della storia. Un senso sfuggente che l’uomo tenta ogni volta di acciuffare, tanto che il camminare senza una meta precisa diventa una luminosa metafora che simboleggia un più astratto non sapere dove stiamo andando.

Di recente, ancora Sebald, come tessitore di memorie e maestro riconosciuto della divagazione, è stato chiamato in causa in occasione dell’uscita di Città aperta, altra affascinante narrazione digressiva, anche se più vicina alla forma romanzo rispetto a The Faraway Nearby, scritta da Teju Cole e da poco pubblicata da Einaudi; un libro che si apre e si chiude con immagini di uccelli che migrano, scelte per rappresentare la condizione di Julius, enigmatica voce narrante, nigeriano trapiantato a New York, camminatore solitario e palombaro della sua stessa memoria. Ma in questi ultimi anni gli esempi si moltiplicano; in tutti i casi si tratta di testi che confondono i generi oscillando continuamente tra saggio e memoriale, prendendo a prestito dal romanzo elementi di architettura e montaggio. In Italia, i libri di Emanuele Trevi, che mescolano viaggi, critica letteraria e cronaca quotidiana minima, o l’indagine di Beppe Sebaste su Henri Paul, l’autista di Lady Diana, che attraverso la scoperta dei piccoli tasselli della vita un personaggio minore, compone un prodigioso scavo di autocoscienza.

Pensare, ricordare, vagabondare e mettere tutto in relazione: i segni della realtà esteriore con le storie piccole e grandi del mondo. Tra i più importanti influssi che nel corso del tempo hanno dato forma all’arte della divagazione non si possono non ravvisare: i Saggi di Montaigne e le Fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau, il flâneur Baudelaire e gli studi di Benjamin sul poeta francese e Parigi, le orchestrazioni interiori di Joyce e Proust e il setacciatore di dettagli minimi Robert Walser, ancora più in là il metodo della deriva predicato da Guy Debord che ha poi dato origine a quella strana disciplina che è la psicogeografia. Fedele alla lettera al metodo, il poeta, saggista e psicogeografo inglese Iain Sinclair, autore del monumentale London Orbital, resoconto ricco di digressioni delle passeggiate autostradali dell’autore sulla M25 di Londra. Lo spazio autostradale che per definizione non può essere conosciuto se non attraverso lo schermo della propria automobile viene attraversato ed esplorato nei suoi anfratti più nascosti per dare vita a una sorprendente storia del paesaggio della periferia londinese, dove autobiografia e analisi delle trasformazioni economico-sociali convivono organicamente.

Spesso in questi libri, come è il caso di The Faraway Nearby, aleggia un senso di mistero. E con questo mistero, da cui si è fatto rapire, l’autore prova a sua volta a rapire il lettore. Siamo mossi dal bisogno di cercare pur sapendo che trovare una risposta definitiva è impossibile e, osserviamo, scaviamo, interpretiamo, sentendoci allo stesso tempo soli e parte di tutto. Perché divagare risponde in fondo all’utopia di tracciare una mappa dei larghi e invisibili confini dell’uomo.

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Leggere sul fondo delle scatole https://minimaetmoralia.it/libri/leggere-sul-fondo-delle-scatole/ https://minimaetmoralia.it/libri/leggere-sul-fondo-delle-scatole/#comments Tue, 04 Dec 2012 10:13:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11828 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Dan Mountford.)

Piccole foto sfocate in bianco e nero che ritraggono un mito: quello di mettersi in contatto col passato grazie a paesaggi e ritratti. Foto in bianco e nero e vecchi dipinti nel libro di W.G. Sebald, Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi). Foto e ritagli di giornali nel nuovo libro di Lorenzo Pavolini, Tre fratelli magri (Fandango).

La loro uscita simultanea in libreria è frutto del caso (il libro di Sebald è del 1998), eppure, ad un lettore che per sbaglio li leggesse insieme apparirebbe inevitabile cogliere un legame tra i due testi. Pavolini e Sebald condividono la stessa dedizione nel rimettere insieme le vite dei personaggi lavorando con i frammenti, l’intuizione che sono i luoghi a raccontarci chi li ha percorsi (più che il contrario) e la consapevolezza che la letteratura è un mostro che dà il suo meglio quando avanza con la testa rivolta all’indietro. Il narratore di Pavolini si racconta così: «Compreso com’ero nel ruolo di chi vuole riunire ciò che naturalmente si disperde, stavo impalato sulla spiaggia ad aspettare. Ci sarei rimasto anche tutta la vita». Sebald, di un’altra generazione, è il maestro assoluto della rievocazione, è lo scrittore che per eccellenza lotta contro la forza centrifuga che spinge il Passato lontano dalla memoria, verso la nebbia. Il loro nemico comune è l’oblio.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Dan Mountford.)

Piccole foto sfocate in bianco e nero che ritraggono un mito: quello di mettersi in contatto col passato grazie a paesaggi e ritratti. Foto in bianco e nero e vecchi dipinti nel libro di W.G. Sebald, Soggiorno in una casa di campagna (Adelphi). Foto e ritagli di giornali nel nuovo libro di Lorenzo Pavolini, Tre fratelli magri (Fandango).

La loro uscita simultanea in libreria è frutto del caso (il libro di Sebald è del 1998), eppure, ad un lettore che per sbaglio li leggesse insieme apparirebbe inevitabile cogliere un legame tra i due testi. Pavolini e Sebald condividono la stessa dedizione nel rimettere insieme le vite dei personaggi lavorando con i frammenti, l’intuizione che sono i luoghi a raccontarci chi li ha percorsi (più che il contrario) e la consapevolezza che la letteratura è un mostro che dà il suo meglio quando avanza con la testa rivolta all’indietro. Il narratore di Pavolini si racconta così: «Compreso com’ero nel ruolo di chi vuole riunire ciò che naturalmente si disperde, stavo impalato sulla spiaggia ad aspettare. Ci sarei rimasto anche tutta la vita». Sebald, di un’altra generazione, è il maestro assoluto della rievocazione, è lo scrittore che per eccellenza lotta contro la forza centrifuga che spinge il Passato lontano dalla memoria, verso la nebbia. Il loro nemico comune è l’oblio.

Pavolini racconta la vicenda di tre fratelli che dopo l’adolescenza si sono persi: «Emanuele era partito per mare. Marco aveva scelto la montagna, era diventato maestro di sci, da dieci anni era musulmano osservante. Io sono rimasto quasi sempre dov’ero». Il narratore prova a ritessere i fili. Ma nel compiere questo gesto affiora anche un’ulteriore storia dal passato della famiglia: lo zio Stefano, precipitato durante una scalata del Gran Sasso. Il libro insegue atmosfere, ripristina ricordi, fa rivivere i fantasmi. Quando il narratore va dal fratello Marco scia, facendo «correre gli spigoli», con uno stile fuori moda, in una scena in cui anche il presente è antiquato. Pagine dopo, racconta la visita all’altro fratello, con traversate in barca nell’oceano e frasi come: «Una depressione in arrivo che ci avrebbe spinto fino a Sumatra». Pavolini annoda avventure di mare e di montagna così che in un unico libro sventola una bandiera della marina inglese e si entra in rifugi dolomitici, compaiono vette e prue, motoslitte e cous cous. I paesaggi di Zanna bianca convivono con le mangrovie salgariane. Il libro di Pavolini – con uno stile elegante e una patina epica – ha l’andamento del libro di viaggio e come tale potrebbe essere letto.

Chi non conosce Sebald dovrebbe forse iniziare a scoprirlo a partire da Gli anelli di Saturno (Adelphi). Sebald è probabilmente il primo vero “scrittore europeo”, di solito, i suoi libri sembrano diari lunari, taccuini in presa diretta da un’Europa fatta di rovine in cui lo scrittore si aggira inciampando in un trascorso glorioso nascosto sotto secoli di cenere. In Soggiorno in una casa di campagna, Sebald si mette sulle tracce di scrittori che ha amato: Gottfried Keller, Johann Peter Hebel e Robert Walser, affiancati da Mörike e Rousseau. Non sono viaggiatori, la loro fuga consiste nell’essersi consacrati alla scrittura: «A cinquantasei anni Keller lascia il suo impiego di dipendente pubblico, per dedicarsi in tutto e per tutto all’attività letteraria». Il narratore di Pavolini, immobile rispetto ai fratelli, ammette: «per me bastano libri e teatro a compiere la fuga». Il lettore che li leggesse insieme troverebbe la lapide dello zio morto in montagna accanto alla «gelida pietra sotto la quale riposano le spoglie di Rousseau».

Pavolini spiazza il lettore trovando rovine dove non si attendono: «Insomma le Chagos erano isole deserte e vissute. Disseminate di villaggi in rovina che spuntavano come fantasmi tra i palmizi». Sebald si muove tra isole tenebrose e passeggiate nelle campagne. Al di là delle differenze abissali tra questi due testi –  Sebald è un gigante della letteratura, maniacale, dotto, oscuro, Pavolini è cristallino, mai cupo, e dopo Accanto alla tigre ha scritto ora il suo libro più ispirato – c’è un credo che li accomuna. Entrambi sanno che l’impollinazione della letteratura avviene nei cassetti, che la letteratura è in gestazione dentro alle scatole, sgorga dalla contemplazione ossessiva di vecchie foto, di documenti che sprigionano storie ed emozioni, e dal recupero di oggetti inutili e carteggi privati. «Stavo per dire a Marco che sarebbe stato bello sciare una volta ancora tutti e tre insieme. Invece gli ho parlato della scatola che avevo riaperto con mamma», scrive Pavolini. «In una libreria antiquaria a Manchester (…) avevo trovato una bella fotografia color seppia», scrive Sebald. Lettere, scatti fotografici, frasi scritte nei registri che si trovano in cima alle montagne. Scatole, immagini, altre scatole.

Il capitolo più affascinante di Soggiorno in una casa di campagna è quello dedicato a Walser. Ecco Sebald: «Sempre mi soffermo a guardare le fotografie che esistono di lui: sette ritratti, sette tappe fisiognomiche molto differenti tra loro, che permettono di indovinare la silenziosa catastrofe consumatasi lungo quel percorso». Pavolini inserisce le lettere che Stefano spediva alla fidanzata nel 1954 dal rifugio di montagna.

Gli scrittori omaggiati da Sebald sono ingobbiti, a loro volta appassionati di anticaglie, collezionisti di soprammobili obsoleti. Si può dire che Sebald senta la minaccia della distruzione del passato, ma forse sarebbe più urgente ipotizzare il contrario. Che amasse abbandonarsi a questa corrente del tempo che polverizza la civiltà, che ciò che trovava irresistibile fosse proprio quel lasciarsi trascinare via, assecondare i flussi che lo cullavano verso regioni ed epoche sconosciute. E forse, le suggestioni che si creano leggendo due libri insieme non sono che illusioni, quelle allucinazioni che aveva Sebald stesso: «Ho imparato a comprendere come ogni cosa sia legata all’altra al di là del tempo e dello spazio».

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Teoria e pratica del primitivismo https://minimaetmoralia.it/libri/teoria-e-pratica-del-primitivismo/ https://minimaetmoralia.it/libri/teoria-e-pratica-del-primitivismo/#comments Thu, 11 Oct 2012 09:54:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9776 Pubblichiamo un articolo di Paolo Pecere uscito su Orwell. (Immagine: Man Ray.)

«Ogni volta che nell’anima mi scende come un Novembre umido e piovigginoso […] allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto». Così Ismaele, il narratore di Moby Dick, descriveva il viaggio verso i mari del Sud come antidoto allo spleen delle città occidentali. Era l’epoca in cui le società primitive venivano visitate e studiate dagli antropologi, che vi rinvenivano le tracce di una cultura arcaica su cui stabilire la misura del progresso, o metterlo in discussione. Che si trattasse soprattutto di un mito, funzionale a un’ideologia coloniale, è stato gradualmente acquisito nell’antropologia del Secondo Dopoguerra. Ma Jean-Loup Amselle, tra i massimi esponenti dell’etnologia francese, ha mostrato quanto questo mito sopravviva nella difesa delle «società indigene» tipica delle ideologie post-coloniali, e svolga una funzione classificatoria nei documenti UNESCO privilegiando, tra le molte popolazioni oppresse del pianeta, quelle che vantano un’“autoctonia”.

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Pubblichiamo un articolo di Paolo Pecere uscito su Orwell. (Immagine: Man Ray.)

«Ogni volta che nell’anima mi scende come un Novembre umido e piovigginoso […] allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto». Così Ismaele, il narratore di Moby Dick, descriveva il viaggio verso i mari del Sud come antidoto allo spleen delle città occidentali. Era l’epoca in cui le società primitive venivano visitate e studiate dagli antropologi, che vi rinvenivano le tracce di una cultura arcaica su cui stabilire la misura del progresso, o metterlo in discussione. Che si trattasse soprattutto di un mito, funzionale a un’ideologia coloniale, è stato gradualmente acquisito nell’antropologia del Secondo Dopoguerra. Ma Jean-Loup Amselle, tra i massimi esponenti dell’etnologia francese, ha mostrato quanto questo mito sopravviva nella difesa delle «società indigene» tipica delle ideologie post-coloniali, e svolga una funzione classificatoria nei documenti UNESCO privilegiando, tra le molte popolazioni oppresse del pianeta, quelle che vantano un’“autoctonia”.

In diversi scritti critici (raccolti ora da Boringhieri sotto il titolo Contro il primitivismo), Amselle ripercorre gli equivoci alimentati dal “primitivo” in etnologia: quella di un grado zero della società non è che un’idea, che non potrà mai trovare evidenza; fintanto che possediamo documenti, troviamo che non esistono società senza storia o senza economia, come le fingevano gli etnologi del passato. I casi più esemplari di popoli che “conservano” i propri costumi tradizionali, e pertanto subiscono l’assedio di dottorandi in antropologia e turisti col teleobiettivo, devono il loro isolamento a vicende storiche di migrazione forzata: si tratta sempre di «arcaismi di riflesso». Nessuna cultura, in generale, si può sottrarre alle vicende storiche ed economiche che la sottopongono a una continua trasformazione. Occorre dunque disfarsi della concezione ideologica delle culture come “pezzi da museo” e “beni patrimoniali”, il cui campione in Francia sarebbe stato Claude Lévi-Strauss, che tentando di salvaguardare la specificità del pensiero «selvaggio» in funzione anti-eurocentrica attribuì alle società primitive una resistenza al cambiamento e al dinamismo tipici della società occidentale.

Quella concezione, oggi, è buona soprattutto per i messaggi delle agenzie turistiche che promettono paradisi incontaminati. Si può ancora posare con uomini coperti di piume e bracciali tribali, come facevano i sorridenti antropologi vittoriani, ma fuori campo il viaggiatore vede che i costumi tradizionali cambiano contesto ed è onnipresente l’impatto dell’Occidente. Raccontava Marc Augé che gli sciamani Pumé del Venezuela rappresentano il mondo degli dèi come una metropoli occidentale. Io stesso ho visto, nei templi di Bagan in Myanmar, gruppi di custodi e negozianti volgere le spalle a Buddha e raccogliersi in contemplazione intorno a schermi digitali. Ma i più si adoperano per raggiungerlo, quell’aldilà di immagini: i Mursi dell’Etiopia calzano i loro copricapi cornuti all’arrivo delle 4×4 e si fanno pagare ogni scatto, e molti giovani Dogon del Mali non vedono l’ora di comprare i motorini cinesi per andare in città.

La realtà della società “primitiva” oggi consiste nei vari incontri e scambi (anche economici) che avvengono tra abitanti dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, etnologi, turisti, volontari e operatori di ONG. Il vero oggetto dell’antropologia – come mostrava qualche anno fa un bel libro di Marco Aime, L’incontro mancato – è ormai questo processo di migrazione incrociata, in cui è in gioco la trasformazione reciproca delle culture in un “meticciato” globale. Come sottolineava Aime, guida turistica prima che antropologo, l’industria del turismo non è soltanto responsabile di diffondere immagini illusorie e rituali tipici, che fanno del viaggio la ripetizione di un modello preconfezionato (si cerca di riprodurre la fotografia che stava sul dépliant pubblicitario); lo stesso traffico di turisti è spesso alla base della conservazione di usanze che altrimenti verrebbero abbandonate. Insomma il turista ignaro alimenta anche, nelle culture del Sud del Mondo, processi di tutela e recupero, non diversamente da come accade con i paradisi ecologici dei parchi naturali.

Ma nel passaggio tra l’inganno dell’antropologia e l’abbaglio del viaggiatore si trova un’altra verità. Amselle la coglie bene quando scrive che nella ricerca del “primitivo”, più che con uno spostamento nello spazio, si ha a che fare con la ricerca di un «tempo perduto». I tanti giovani occidentali che partono in viaggio, ricalcando il gesto di Ismaele, e magari si trattengono a lavorare in un ostello del Borneo o in una comunità amazzonica, ignorano di solito le false istantanee del primitivismo, ma sono mossi piuttosto dal desiderio irresistibile che le cose, in un altro binario della storia, possano andare altrimenti da come sono andate irreversibilmente da noi. È un’esperienza che chi viaggia condivide innumerevoli volte: piuttosto che di una fuga verso un ideale astratto, si tratta al contrario di risvegliare dimensioni sensoriali dell’esperienza mortificate, sperimentando il cammino, gli odori, i suoni, in gesti quotidiani da noi abbandonati, e al tempo stesso misurarsi con pratiche e credenze che, benché non primitive, restano nondimeno altre e ci invitano a riconsiderare le cose daccapo.

Nel tentativo di riazzerare i conti della nostra storia capita di incontrare altri uomini che, muovendo in direzione opposta, tentano di fare lo stesso. In questo incontro cadono le astrazioni dell’etnologia, e ritroviamo quel laboratorio di pensiero critico che già Rousseau associava all’idea di uno «stato di natura» che «non esiste più, forse non è mai esistito, forse non esisterà mai e di cui ciononostante è necessario avere una giusta nozione per ben giudicare il nostro stato presente». Lo riconobbe infine lo stesso Lévi-Strauss, in Tristi tropici, raccontando di quando giunse dai Nambikwara nel cuore del bacino amazzonico: «Avevo cercato una società ridotta alla sua forma più semplice. Vi trovai solo degli uomini».

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