Rudyard Kipling Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rudyard-kipling/ un blog di approfondimento culturale Fri, 30 Sep 2016 11:11:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Rudyard Kipling Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/rudyard-kipling/ 32 32 Il falso Borges https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/#respond Fri, 30 Sep 2016 12:30:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32153 Questo pezzo è uscito sull'Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S'intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all'apprezzamento di tanti anonimi fan. L'ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l'ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un'opera d'arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

L'articolo Il falso Borges proviene da Minima et Moralia.

]]>
borges

Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo.

Una delle poesie più famose di Jorge Luis Borges non è di Jorge Luis Borges. S’intitola Istanti e su Google è citata decine di migliaia di volte. La storia del suo successo non si limita però all’apprezzamento di tanti anonimi fan. L’ultimo ad aver abboccato è stato Fabio Volo, che l’ha declamata con grande enfasi durante il suo programma mattutino a Radio Deejay, ma nel corso del tempo aveva già ispirato un’opera d’arte contemporanea di Riccardo Orsoni, era stata menzionata in un romanzo di Sergio Calamandrei e in un manuale di lingua castigliana (Por supuesto 2 di Joaquin Masoliver), fu usata nello spot pubblicitario della compagnia di assicurazione spagnola Mapfre, e il cantante degli U2 Bono Vox la recitò alla televisione messicana. Tutti, naturalmente, credendola autentica.

Se ne occupò perfino il Centro Borges della Pittsburgh University, al quale pervenivano numerose richieste di expertise dai lettori che non trovavano quei versi nell’opera omnia dell’argentino. L’ente, preoccupato per il diffondersi del falso che sembrava impermeabile a ogni smentita, incaricò il professor Almeida di individuarne il responsabile. Al termine di una lunga ricerca, lo studioso rintracciò due versioni simili dalle quali era stata tratta la poesia, una firmata dal caricaturista Don Herold, che la pubblicò nel 1958 sul Reader’s Digest, e l’altra uscita su un giornale del Kentucky vent’anni dopo ad opera di Nadine Strain. Entrambe presentavano il medesimo titolo: If I had My Life to Live over («Se potessi vivere di nuovo la mia vita»), sul modello della celebre If di Kipling, cioè come un elenco di cose che l’autore farebbe diversamente se gli fosse concessa una seconda opportunità.

Nel passaggio da una variante all’altra si contano parecchi adattamenti, ma i più consistenti si avvertono nell’ultima, quella ascritta a Borges, e sono l’abbandono della prosa in favore della lirica e la chiusa patetico-testamentaria («ma ho 85 anni e so che sto per morire»). È pur vero che fu lo stesso Borges (in saggi e racconti come Pierre Menard) a istigare la pratica dell’apocrifo, sostenendo che la valutazione di un testo è condizionata da fattori esterni, in primis dall’autore cui lo si attribuisce, come se l’opinione del lettore comune fosse irrilevante.

Succede qualcosa di analogo al fruitore del ready made nell’arte contemporanea, il cui spazio critico è confiscato perché non gli si chiede di esprimere un giudizio estetico, bensì di ratificare quello più autorevole di chi l’ha preceduto. In questo senso l’apocrifo di Istanti vanta precedenti illustri.

Nel 1984 uno sconosciuto, stanco di vedere respinti i suoi scritti dalla rivista Nuovi Argomenti, decise di vendicarsi inviandogli un falso racconto di Borges intitolato Il mistero della croce. Millantando la traduzione di Franco Lucentini e la licenza editoriale di Franco Maria Ricci, il testo fu incautamente pubblicato. In seguito il vero autore partecipò al programma televisivo Io confesso con Enza Sampò, in cui svelò l’inganno restando però anonimo nel timore di ritorsioni, giacché lavorava nell’ambiente editoriale.

Oggi questa beffa assume i tratti di un formidabile apologo. Nella vicenda del protagonista, che abdica a se stesso pur di vedere pubblicato il suo lavoro, è in gioco la titolarità dell’opera come problema metafisico. L’impossibilità di sposare il proprio nominativo al destino pubblico dell’opera è il segno della radicale inappartenenza di quest’ultima all’artefice; il quale, nell’istante del suo compiersi, ne ha già esaurito ogni diritto di paternità, anche puramente formale. Prelevato dal cassetto e consegnato al mondo, ogni testo è anzitutto apocrifo. E in verità lo è costitutivamente e da sempre, perfino nel segreto di una sua mancata divulgazione.

A questo episodio si riallaccia l’autentico racconto Borges ed io, incluso nella raccolta L’Artefice. Qui, nell’incontro dell’autore famoso con lo sconosciuto che gli presta il nome, dai più interpretato come la rappresentazione della scissione fra l’io pubblico e quello privato, l’eterna e inconciliabile dicotomia della maschera e il volto, c’è tutta l’incapacità dell’artista di convivere con la sua prosaica incarnazione terrena. E non tanto perché mediocre in assoluto, quanto perché, pur nello sfoggio di ogni virtù, irrimediabilmente estranea; eppure è ad essa che il mondo attribuirà (anche nel senso di rendere tributo) l’opera.

Niente può lenire il trauma dello spossessamento, sembra dirci lo scrittore triestino Francesco Burdin nell’epilogo della sua novella intitolata Manes. Il protagonista, ghost writer di un capolavoro acclamato, visto il successo del proprio libro contravviene ai patti e cerca di rivendicarne la paternità. Incapace di rassegnarsi all’anonimato, tenta con ogni mezzo un impossibile recupero, fino al gesto estremo, il plateale omicidio-suicidio dell’usurpatore (sulla scia del William Wilson di Edgar Allan Poe), quasi a farci capire che l’unica alternativa all’opera apocrifa rimane quindi, di fronte all’umanità, l’opera postuma.

L'articolo Il falso Borges proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/falso-borges/feed/ 0
Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt https://minimaetmoralia.it/letteratura/incontri-e-passaggi-nel-mondo-di-hugo-pratt/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/incontri-e-passaggi-nel-mondo-di-hugo-pratt/#comments Tue, 03 May 2016 12:47:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30808 (immagine: Hugo Pratt a Venezia Malamocco c) 1980 Cong SA, Svizzera)

Raccontava Hugo Pratt in un’intervista rilasciata all’Europeo all’inizio degli anni Settanta: «A Venezia studiavo, andavo a scuola, dimostravo di essere abbastanza dotato per il disegno, ma il mio scopo principale era di attraversare l’intera città da un tetto all’altro. Vivevo praticamente sui tetti, e, sui tetti, sotto le tegole, tenevo le mie cose, i miei giornali, i miei libri…»

Il pezzo dell’Europeo era intitolato Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti. In poche parole, con uno scarto improvviso che porta dall’atto concreto dello studio a qualcosa che suggerisce l’immagine del volo, ecco comparire la magia, quella stessa forma di incanto che pervade le sue storie, le storie di uno dei più grandi artisti e narratori italiani del Novecento. Anche – e soprattutto – se egli stesso si definiva con orgoglio un fumettaro («Non ho alcuna vergogna a dichiararmi fumettaro quando tutti amano definirsi artisti»).

L'articolo Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt proviene da Minima et Moralia.

]]>
pratt

(immagine: Hugo Pratt a Venezia Malamocco c) 1980 Cong SA, Svizzera)

Raccontava Hugo Pratt in un’intervista rilasciata all’Europeo all’inizio degli anni Settanta: «A Venezia studiavo, andavo a scuola, dimostravo di essere abbastanza dotato per il disegno, ma il mio scopo principale era di attraversare l’intera città da un tetto all’altro. Vivevo praticamente sui tetti, e, sui tetti, sotto le tegole, tenevo le mie cose, i miei giornali, i miei libri…»

Il pezzo dell’Europeo era intitolato Una sera con Pratt, l’Orson Welles dei fumetti. In poche parole, con uno scarto improvviso che porta dall’atto concreto dello studio a qualcosa che suggerisce l’immagine del volo, ecco comparire la magia, quella stessa forma di incanto che pervade le sue storie, le storie di uno dei più grandi artisti e narratori italiani del Novecento. Anche – e soprattutto – se egli stesso si definiva con orgoglio un fumettaro («Non ho alcuna vergogna a dichiararmi fumettaro quando tutti amano definirsi artisti»).

A lui e ai suoi personaggi e al suo genio visivo è dedicata Incontri e Passaggi, una mostra curata dal museo Hergé di Bruxelles, assieme a Patrizia Zanotti, che ha fatto tappa al festival di Angoulême e che adesso è a Roma, al Macro di Testaccio, nello spazio La Pelanda, dove rimarrà fino al 24 maggio. Diciamolo subito: non perdetela, che siate appassionati, o curiosi, o completamente a zero; si può sempre recuperare, e ne vale la pena. Perché si respira un’aria che sa piacevolmente di creatività e avventura, di influssi dalla letteratura di ogni tempo e ogni parte del mondo. Pratt era cosmopolita e viaggiatore, orgoglioso della propria libertà “fino al rischio di esserne danneggiato”, come ha ricordato di recente Milo Manara, suo grande amico; e tutto questo si riflette nelle oltre 120 opere ospitate, tra disegni, acquerelli, strisce a fumetti, copertine.

corto

(Corto Maltese, Memorie c)1988 Cong SA)

È un viaggio, e si parte con gli artisti che Hugo Pratt da giovane – nacque a Rimini, si spostò tra l’Africa Orientale e Venezia – più amava. «Quando avevo quindici anni mio padre mi regalò un suo libro: un’opera scritta in inglese che mi diede quando partì per il campo di concentramento. Mi regalò quel libro dicendomi: ‘Ora vai a cercare la tua isola’. Quelle sono state le ultime parole che mi disse. Poi è morto e io sono rimasto con quel suo libro, era L’isola del tesoro». Il padre morì nel campo di prigionia, in Etiopia, la famiglia di Pratt riuscì a riparare in Italia; con la fine della guerra inizia a lavorare con penna e matite, fonda la rivista Asso di Picche, crea le sue prime storie sotto l’influenza dei grandi americani come Milton Caniff… il gioco ha inizio.

I romanzieri d’avventura – Stevenson, James Oliver Curwood e il western di Zane Grey, James Fenimore Cooper e l’inglese Rudyard Kipling – dominano l’immaginario di Pratt, ma arriveranno più avanti anche Jack London e i sudamericani, visto che sbarcherà in Argentina negli anni Cinquanta. Lì lavora con Héctor Oesterheld, lo sceneggiatore dell’Eternauta, tra le vittime della dittatura militare una ventina d’anni dopo («Assieme abbiamo fatto centinaia di tavole: Sgt. Kirk, Ticonderoga, Ernie Pike. Malgrado tutto, però, non andavamo molto d’accordo e tra noi due si creavano spesso dei problemi, ma Oesterheld è stato il miglior sceneggiatore che abbia mai conosciuto»).

ernie

(Ernie Pike, Tarawa c)1958 Cong SA, Svizzera)

Sono l’oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. È il 1967, un anno che sui calendari è talmente sottolineato da quasi dover scomparire, e l’imprenditore genovese Florenzo Ivaldi gli affida le chiavi di una rivista a fumetti, diretta da Claudio Bertieri. Pratt ha quarant’anni, era senza un lavoro fisso e sul numero di luglio fa debuttare Corto Maltese, il viaggiatore, il pirata, l’eroe/antieroe del fumetto italiano. Una ballata del mare salato, il racconto che s’apre con la voce dell’oceano, raccoglie insieme esotismi e il romanzo storico, l’avventura per ragazzi, i film con John Wayne e i rimandi alla letteratura “adulta” – Colerdige, W.B. Yeats. Atmosfere che torneranno e si modificheranno nei fumetti successivi, dalle storie ambientate in Brasile fino all’Europa in guerra e all’Africa e al ritorno nell’Asia (Corte Sconta detta Arcana). E se per Hugo Pratt Corto Maltese non sarebbe mai morto («Corto ringiovanisce per via del pubblico. Perché farlo invecchiare e morire? Ne Le Elvetiche ho preferito fargli bere l’elisir di lunga vita di Paracelso. È successo anche nel caso di Indiana Jones. Ora non invecchia più»), l’anno scorso l’avventuriero è tornato in Sotto il sole di mezzanotte, una storia da Juan Dìaz Canales e Rubén Pellejero.

È difficile insomma contenere tutte queste suggestioni – perché sono davvero sterminate, ci sarebbe da aggiungere Shakespeare e la passione per l’esoterismo, Arthur Rimbaud e ancora Borges e Roberto Arlt, di cui Pratt amava I sette folli – ma vedere dal vivo una ricca parte di lavori – con i colori originali e la parola scritta sulla pagina – dà sostanza al genio, e soprattutto invoglia alla lettura o perché no alla ri-lettura.

Anche perché questo era quello che desiderava Pratt: «Vorrei che le mie storie creassero delle immagini che fossero come dei segni e spingessero quindi a una maggiore curiosità. Una piccola curiosità di partenza che apre le porte di un mondo sconosciuto».

cortomalt

(Corto Maltese, La casa dorata di Samarcanda, dettaglio c)1980 Cong SA, Svizzera)

La mostra Incontri e Passaggi è a cura di CONG SA, realizzata da COMICON in collaborazione e in occasione di ARF! Festival. Il catalogo è edito da Rizzoli Lizard.

L'articolo Incontri e passaggi, nel mondo di Hugo Pratt proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/incontri-e-passaggi-nel-mondo-di-hugo-pratt/feed/ 1
Nelle terre selvagge di Horacio Quiroga https://minimaetmoralia.it/letteratura/horacio-quiroga/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/horacio-quiroga/#respond Mon, 11 Apr 2016 05:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30497 L'articolo che segue è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

“Dopo quindici anni di vita urbana, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna”.

Horacio Quiroga scoprì il suo dovere di uomo nel 1903, a venticinque anni, accompagnando a Misiones il celebre poeta Leopoldo Lugones. Era stato, fino allora, uno scrittore di talento e un dandy inseguito dall'ombra della tragedia, ma lontano dalla selva non aveva ancora trovato se stesso. Aveva cercato di inserirsi negli ambienti letterari con alterne fortune.

L'articolo Nelle terre selvagge di Horacio Quiroga proviene da Minima et Moralia.

]]>
quiroga

L’articolo che segue è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

“Dopo quindici anni di vita urbana, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna”.

Horacio Quiroga scoprì il suo dovere di uomo nel 1903, a venticinque anni, accompagnando a Misiones il celebre poeta Leopoldo Lugones. Era stato, fino allora, uno scrittore di talento e un dandy inseguito dall’ombra della tragedia, ma lontano dalla selva non aveva ancora trovato se stesso. Aveva cercato di inserirsi negli ambienti letterari con alterne fortune.

Era partito per il classico viaggio di formazione a Parigi con l’eredità ricevuta dal patrigno suicida e tuttavia era tornato indietro senza nulla, senza neppure la più blanda illusione, solo una barba destinata a renderlo famoso. Il 1900 era dietro l’angolo. Ma Quiroga doveva perdere ancora due fratelli uccisi dalla febbre tifoidea e doveva uccidere accidentalmente il suo migliore amico pulendo una pistola, per decidersi a lasciare l’Uruguay dove era nato nel 1878 a Salto.

Il richiamo della foresta pluviale però doveva ancora attendere. Era cresciuto su Edgar Allan Poe, soprattutto, ma anche su Kipling e Maupassant. Aveva affinato le armi di uno stile sobrio, naturalista e modernista. Ma imparò a renderle definitivamente incisive nella selva. Qui, come scrive Ernesto Franco, introducendo la magnifica raccolta di racconti che appare in libreria (Tigre per sempre. Racconti 1917-1935, trad. e cura Jaime Riera Rehren, Einaudi, pp. 349, euro 24), Quiroga scoprì che “per poter accedere alla “vita integrale” è necessario diventare “padrone delle parole” che possono definirla.

Le parole, prima ancora di essere belle, “consonanti o assonanti”, devono essere vere. Non è una volontà estetica, in quei territori, ma una “necessità vitale”. Le parole dei trentatré racconti contenuti in questo libro ce lo mostrano di continuo. Costituiscono un esempio celebrato da infiniti autori, su tutti Cortázar. Ci troveremo dentro il nucleo della tragedia umana, scavando nel misterioso intreccio che lega animali umani e uomini animali, passando dai famosi racconti in cui gli animali parlano e si comportano come uomini a quelli in cui gli uomini parlano e si comportano come animali.

Del resto l’ombra della tragedia non smise di accompagnare Quiroga. Nella selva dove aveva portato a vivere la prima moglie, dovette ritrovarla suicida. Era il 1915 e con i due figli Quiroga tornò a Buenos Aires, vide crescere la propria fama, visse nella precarietà, si innamorò di una compagna di classe della figlia, la sposò, tornò ancora nella selva nel 1932, visse l’abbandono della seconda moglie, si ammalò.

All’inizio del 1937 fu ricoverato a Buenos Aires. Fece in tempo a scoprire nei sotterranei dell’ospedale un uomo affetto da mostruose deformazioni che lo rendevano spaventosamente inumano, quasi animale. E fu di fronte a lui, dopo aver costretto i medici a liberarlo dalla prigionia, che ingurgitò una tazza di cianuro e andò incontro al suo destino.

L'articolo Nelle terre selvagge di Horacio Quiroga proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/horacio-quiroga/feed/ 0
L’onda della narrazione: raccontare il mare https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/#comments Sat, 16 Aug 2014 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22833 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l'uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell'umanità”.

L'articolo L’onda della narrazione: raccontare il mare proviene da Minima et Moralia.

]]>
D25437_10

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Study of Sea, Joseph Mallord William Turner)

“Se noi abbiamo bisogno del mare, il mare non ha bisogno di noi: può fare tranquillamente a meno dell’uomo”. Scriveva così lo storico francese Jules Michelet nel suo famoso saggio Il mare. Era il 1861. Da allora l’uomo non ha fatto che sfruttare, deturpare, insozzare quel mare così prezioso. All’epoca di Michelet non si conosceva il concetto di biodiversità, ma era già chiaro che l’uomo stava sbagliando qualcosa. Poi è venuto Jacques Cousteau, oceanografo e ecologista ante litteram, che disse: “Non è l’uomo che deve battersi contro una natura ostile, ma è la natura indifesa che da generazioni è vittima dell’umanità”.

Oggi si parla di una delle grandi emergenze del Pianeta: gli oceani si stanno lentamente spopolando dei loro abitanti, e lo scioglimento dei ghiacci artici sta producendo un lento e inesorabile innalzamento del livello dei mari. Tanto che il presidente Obama ha dichiarato alcune settimane fa che amplierà il Pacific Remote Islands Marine Monument: da circa 160.000 km2 diventerebbe di quasi 1,5 milioni di km2, di gran lunga l’aerea marina protetta più grande del mondo.

“Obama fa benissimo, dice Giuseppe Notarbartolo di Sciara, biologo marino e fondatore dell’Istituto Thethys, “il problema è capire se lo farà davvero. Ogni tanto i politici fanno dichiarazioni di questo tipo, ma poi è difficile che le realizzino. All’ultima conferenza sulla biodiversità in Giappone è stato dichiarato che il 10% dei mari sarebbe diventata area protetta. Per ora non siamo nemmeno 0,01%. In Italia ne abbiamo 27, un buon numero, ma sono poche quelle che funzionano davvero. In Puglia, a Torre Guaceto, c’è una piccola area-modello, gestita dai pescatori locali, che hanno imparato a rispettare le zone “tampone” destinate alla pesca, e ora ne traggono un vantaggio economico: pescano di più!”. Di Sciara, che si occupa da anni di conservation ecology – “una fede più che una scienza”-, è realista: “Sull’innalzamento non abbiamo ancora visto niente. Per ora si tratta solo di dilatazione della massa d’acqua causata dall’effetto serra, ma quando si scioglieranno i ghiacci, e si scioglieranno, succederà tutto molto velocemente. Non possiamo farci nulla”.

Per capire meglio la complessità del fenomeno e in generale lo stato di salute dei mari, soprattutto quello dell’Atlantico – l’oceano chiave per quanto riguarda l’innalzamento, vista la sua quantità di ghiacci – dovreste leggere Atlantico di Simon Winchester (Adelphi), straordinario e denso, scritto con la precisione del geografo e lo stile dello scrittore. Nemmeno Winchester intravede un futuro roseo: “C’è una sola certezza: con i nuovi e più feroci uragani che si formano al largo di Capo Verde, con i vulcani che eruttano a Montserrat, con il livello del mare che si alza a Rotterdam e il ghiaccio che si scioglie nella Groenlandia orientale […] – con una sola o con tutte queste cose che stanno avvenendo e con il pressante dubbio che il genere umano sarà in grado di adattarvisi o se invece segnalano l’inizio della fine nel rapporto dell’uomo con il più importante dei mari – è sicuro che nell’oceano Atlantico oggi stanno accadendo cose estremamente strane e che nessuno ne conosce di preciso la ragione”, scrive Winchester.

Magnifico omaggio al mare e ai suoi abitanti è The Sea Inside (Melville House) di Philip Hoare, uscito da poco in America dopo il successo dell’edizione inglese. Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, il nuovo libro di Hoare vaga tra le suggestioni marine dalla nativa Southampton alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Con uno stile digressivo ma scientificamente corretto, Hoare racconta episodi della sua vita mescolati a vicende di suoi antenati marinai a lunghe e fantasiose descrizioni di specie di uccelli marini o rarissime balene. La sua attrazione verso i giganti del mare è inestinguibile e contagiosa per il lettore, anche quello meno appassionato che, d’improvviso, si trova a voler sapere tutto sulla “arcaica smisuratezza della balena”.

Hoare, autore anche del formidabile Leviatano o della balena (Einaudi), ha trascorso una quindicina di anni a studiare il mare, immergendosi, navigando, osservando, e ora scrive come se ne facesse parte: “Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, scrive. “Perennemente rinnovandosi e distruggendosi, il mare offre un inizio e una fine, un’alternativa al nostro stato landlocked, un’esistenza alla quale siano imprigionati quando invece pensiamo di essere liberi”. Le sue pagine assomigliano a un quadro di Turner, specie quando scrive dell’Inghilterra e del suo “mare periferico”: “Al mare non importa, lui prende e dà. I porti sono luoghi di sofferenza. I marinai di un tempo rifiutavano di imparare a nuotare poiché nel caso fossero caduti fuoribordo avrebbero soltanto prolungato l’agonia”. Oggetto principale della sua curiosità antropologica sono gli aborigeni e i maori. L’oceano, per loro, non è altro che un prolungamento dei sogni: “Per i maori non c’è differenza tra la vita della terra e quella dell’oceano; è una distinzione che per loro non ha alcun senso. Alberi e balene sono una cosa sola”. Per queste popolazioni c’è una corrispondenza tra le varie specie di alberi e le balene, ad esempio il capodoglio è il kauri tree, un podocarpo secolare che raggiunge 30 metri. Fondamentale sapere che né i maori né gli aborigeni hanno mai cacciato le balene, ma si sono limitati a fare buon uso di quelle spiaggiate. Trovare una balena arenata è tuttora considerato un tapu: un segno sacro.

“Il mare slega tutti i nodi” ho letto una volta in qualche porto del Mediterraneo. Forse non è vero, o forse sì. Però è certo che il mare ha un potere curativo, salvifico talvolta. Valentina Fortichiari, autrice di Lezioni di nuoto (Guanda) è certa che “il mare abbia qualcosa di sacro, perché è anche un mondo misterioso, che non conosciamo del tutto, popolato di animali marini, specie infinite di creature, luci e sfumature cromatiche che bisognerebbe poter guardare da vicino, scendendo negli abissi profondi. Il rispetto di certe popolazioni per le balene fa capire quanto diversa sia assurdo che i giapponesi continuino a farne strage orrenda e crudele… è recente la notizia di uno studio fatto in Islanda, e non pubblicato, che rivela che le balene fiocinate impiegano a volte 90 minuti per morire. Un delitto che fa inorridire. Il mare è sacro, va studiato, conosciuto a fondo, protetto, rispettato, amato. Per me non c’è elemento della natura più ricco di suggestioni letterarie”.

Infiniti sono i miti che scaturiscono dagli abissi: si può dire che tutto cominci da lì, se consideriamo l’Odissea il primo grande romanzo di mare. Poi naturalmente Moby Dick. E i Capitani coraggiosi di Rudyard Kipling, il pirata Long John Silver con la sua gamba di legno, Corto Maltese, Hornblower, il capitano Aubrey – quello di Master e Commander -, il pirata Tremal-Naik e il Capitano Nemo. Il mare, da sempre luogo inesauribile di storie, è fonte d’ispirazione per alcuni fra i più sublimi capolavori della storia della letteratura.

Senza dimenticare che gente come Conrad, Melville, Björn Larsson, oltre che scrittori, sono stati o sono anche marinai. Del resto, i navigatori hanno sempre scritto diari di bordo: a partire dagli esploratori del ‘500 come Cook e Magellano, fino al mitico Solo, intorno al mondo, il primo navigatore solitario della storia, Joshua Slocum (ripubblicato da poco in una bella edizione da Mattioli 1885, con la prefazione proprio di Björn Larsson). Il libro di Slocum è una testimonianza naif nello stile, ma talmente genuina da essere oggi di culto. Come lo sono le storie (vere) dei navigatori solitari più famosi del Novecento, tutti francesi: Vito Dumas, Bernard Moitessier, Gerard Janichon, Eric Tabarly.

Ma c’è un piccolo, divertente classico delle esplorazioni di mare che è da poco tornato in libreria, dopo una lunga assenza. Gli avventurosi viaggi del capitano Voss (Nutrimenti, pp. 320, euro 18,00) è il racconto della traversata dei tre oceani a bordo di una piccolissima imbarcazione. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1913, è scritto dallo stesso John Claus Voss, un canadese dall’esistenza avventurosa, prima contrabbandiere, poi cercatore d’oro e capitano della marina mercantile. Nel maggio del 1901 John C. Voss, accompagnato da un giornalista, lascia il porto di Victoria, nella Columbia Britannica, per un tentativo senza precedenti: la traversata dei tre grandi oceani a bordo di una piroga da guerra indiana scavata in un tronco, lunga poco più di undici metri, il Tilikum. Arriverò a Londra due anni dopo, da solo, senza il compagno di viaggio che cadrà fuoribordo. Perché il mare non è per tutti, ho sentito dire un’altra volta.

Ma, come scriveva il capitano Voss: “Quella del mare è una chiamata molto forte. Le onde blu e i venti sibilanti esercitano un fascino sempre giovane su chi ha passato tutta la vita in loro compagnia. E il fatto che la fatica sia tanta e i guadagni siano risibili non fa alcuna differenza. Come ho già detto, ormai sono in là con gli anni, ma mi sento ancora forte e sicuro di me quanto basta per avventurarmi in un’altra navigazione. E a tutti coloro per i quali l’oceano non è una nuda distesa deserta, ma fonte di vita e di pura gioia, auguro di cuore: buona fortuna e buon vento!”.

L'articolo L’onda della narrazione: raccontare il mare proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-mare/feed/ 3