Sabrina Ferilli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sabrina-ferilli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 27 Apr 2018 13:21:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sabrina Ferilli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sabrina-ferilli/ 32 32 Dove tutti i confini sono incerti: “La pazza gioia” di Paolo Virzì https://minimaetmoralia.it/cinema/dove-tutti-i-confini-sono-incerti-la-pazza-gioia-di-paolo-virzi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/dove-tutti-i-confini-sono-incerti-la-pazza-gioia-di-paolo-virzi/#respond Wed, 18 May 2016 09:05:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31018 "Siamo nate tristi" dice Donatella Morelli in La pazza gioia, nuovo film di Paolo Virzì scritto con Francesca Archibugi.

Donatella (Micaela Ramazzotti) e Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) sono due ragazze – ragazze, sì – ospiti di Villa Biondi, comunità terapeutica per donne con disturbi mentali.

Iniziamo a fare le dovute distinzioni però: Beatrice Morandini Valdirana è la proprietaria della villa dove risiede la comunità, un immobile – si sfoga Beatrice – che invece di donare al bene pubblico, loro Morandini Valdirana potevano destinare a un resort di lusso con persone educate. Perché lei non sta male come loro, lei non è malata, rivendica. Lei è lì, ma potrebbe essere ovunque – "che stagione è? Estate?" chiede stordita a Donatella – e allora può andare da Pierluigi ad Ansedonia, il marito avvocato genio che l'adora. O da Renato, anche solo su una spiaggia, perché lui è povero.

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“Siamo nate tristi” dice Donatella Morelli in La pazza gioia, nuovo film di Paolo Virzì scritto con Francesca Archibugi.

Donatella (Micaela Ramazzotti) e Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) sono due ragazze – ragazze, sì – ospiti di Villa Biondi, comunità terapeutica per donne con disturbi mentali.

Iniziamo a fare le dovute distinzioni però: Beatrice Morandini Valdirana è la proprietaria della villa dove risiede la comunità, un immobile – si sfoga Beatrice – che invece di donare al bene pubblico, loro Morandini Valdirana potevano destinare a un resort di lusso con persone educate. Perché lei non sta male come loro, lei non è malata, rivendica. Lei è lì, ma potrebbe essere ovunque – “che stagione è? Estate?” chiede stordita a Donatella – e allora può andare da Pierluigi ad Ansedonia, il marito avvocato genio che l’adora. O da Renato, anche solo su una spiaggia, perché lui è povero. Povero ma pieno d’amore per lei, come il sacerdote che dice messa a Villa Biondi. Lo ripete all’infinito Beatrice: quanto la amano tutti, mentre scorre la rubrica del cellulare – Giorgio Armani Casa, Gianni Letta Punta Ala – e difende la nomea dell’ex Presidente del Consiglio: una bravissima persona, un generoso! La gente non lo conosce.

Donatella invece? Chi è Donatella Morelli? Scheletrica, tatuata, coi capelli tagliati male, mezza nuda.

Lei non racconta niente di sé, ha un segreto che è il suo problema, la sua ossessione, e insieme il suo sogno. Ora: come possono coincidere ossessione e sogno? Malattia e gioia?

È questo il bilico incredibile su cui si muove il film, bilico quasi impossibile da raccontare al cinema, meno in un romanzo, in un grande romanzo (pensate a Dostoevskij o Balzac).

La pazza gioia dunque esplora lo spazio minuscolo dove basta un passo: avanti, e sei nella follia, dietro, e sei nella normalità. Un passo. Avanti e indietro, come fanno Donatella e Beatrice da Villa Biondi, prigione e isola felice insieme.

Tutti i confini sono incerti: pazzia e normalità, bontà e cattiveria. Dramma e commedia.

La pazza gioia è un film meraviglioso che ribalta le proporzioni di questo mondo, per cui sì, possiamo starci tutti.

E proprio sulle proporzioni gioca di continuo: rimanda, ingrandisce, rimpicciolisce.

Anche quando richiama Thelma e Louise, lo fa per prendere le misure: dove Thelma e Louise corrono sulle strade dell’America verso il Messico, Donatella e Beatrice sulla Provinciale verso Montecatini (“Montecatini è stupenda!” Esulta Beatrice). La correlazione funziona come racconto di caduta. Di rapporto fra sogno e realtà. Di quanto siamo infinitamente più piccoli, e ridicoli, e fragili. Così non ci sono antagonisti in carne e ossa, se non i casi della vita. Gli esseri umani, anche i più pavidi (vedi il padre di Donatella), sono perdonati. Poveri cristi che si arrabattano fra delusioni, fallimenti, e sogni, come la speranza che la felicità possa ancora arrivare, quando arriva la felicità? Ecco la letteratura di Paolo Virzì, questo sguardo benevolo sulla miseria umana.

Dunque il senso del film forse è nelle rispondenze che non tornano.

Esseri umani che prendono misure sbagliate. Le misure del mondo: che lo facciano più grande o più piccolo, più accogliente o più ostile, più triste o più allegro. Gente che crede di essere in un punto, e non c’è. Come Beatrice che crede di essere al centro, sempre al centro, senza accorgersi che è ai margini, e quando se ne accorge si rimette al centro da sola, con forza, follia, e disperazione.

O come Donatella che vive un eterno presente senza evoluzione – niente risentimento o elaborazione – sempre figlia di quel padre amorevole che per lei ha composto Senza fine di Gino Paoli, lascia perdere che oggi non può tirarla fuori dall’ospedale e portarla a casa con sé. Ha i suoi guai anche lui, pover’uomo, e lei deve salvarsi da sola. Donatella nel suo lunghissimo presente dove ora corre nel campo dietro a Beatrice, ora è di nuovo sul cubo a ballare (è proprio lei, ancora lei, cinque anni fa, o forse adesso), ora come un supereroe si rialza dopo essere stata investita da un auto. Ma soprattutto Donatella che oggi come ieri è ancora lì, sul parapetto del ponte, a stringere il neonato forte forte al cuore, e a lanciarsi nel vuoto.

Una scena che continua ad accadere ogni giorno, ogni istante, nella sua testa: parapetto, Elia, tuffo. Vuoto, acqua, figlio.

Si ripete e si ripete.

Fino alla spiaggia di Viareggio dove la missione ha fine perché Donatella incontra Elia. Forse qui la visione/ricordo dissolve, scolora. Di fronte al figlio ormai bambino di sei anni – non più il neonato nel vuoto – Elia con i nuovi genitori adottivi. Il tormento, l’accanimento di Donatella si placano su questa spiaggia, al cospetto del suo bambino felice che non sa neanche chi sia lei.

“Io sono basso” protesta Elia quando gli amici lo invitano a giocare a pallavolo. E Donatella – reggiseno mutande e trucco colato – mormora tra sé e sé: “non è vero, noi sviluppiamo tardi”.

Un po’ come la felicità (quando arriva la felicità?).

Un po’ come la giovinezza, la giovinezza infinita delle ragazze di Paolo Virzì: da Micaela Ramazzotti, passando per Valeria Bruni Tedeschi, Sabrina Ferilli, Stefania Sandrelli, arrivando a Vanessa Redgrave del prossimo film. Tutte ragazze, siamo tutte ragazze. Nate tristi, ma anche felici, immensamente felici, a tratti, e poi di nuovo tristi, disperate, e di colpo piene di gioia, la pazza gioia, è arrivata la felicità, ragazze.

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Vacanze e altri deliri https://minimaetmoralia.it/non-fiction/vacanze-e-altri-deliri/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/vacanze-e-altri-deliri/#comments Wed, 05 Aug 2015 08:09:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28012 Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Fonte immagine)

E adesso vorresti tantissimo rimanere a Roma. Adesso che hai prenotato, pianificato, litigato, disdetto, cambiato destinazione, perso e ritrovato i passaporti, preparato la valigia perfetta, che sta nella cabina dell’aereo, adesso che purtroppo non è più inverno e l’isola è vicina, troppo vicina, adesso lo sai, che le vacanze sono una trappola e non sei abbastanza forte per partire leggera come quel trolley (detesti anche la parola trolley, e il rumore che fanno le ruote, e non è un bel modo per cominciare una vacanza: Robinson Crusoe era così convinto di ciò che voleva, così deciso, lui che appena naufragato si costruì un fortino, poi una croce, una zattera, un’identità, e tu che perdi la testa anche al controllo bagagli, ma quando ti è caduto il telefono nel water dell’aeroporto, all’andata, hai compiuto il primo – l’unico – atto eroico di tutta la vita).

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Fonte immagine)

E adesso vorresti tantissimo rimanere a Roma. Adesso che hai prenotato, pianificato, litigato, disdetto, cambiato destinazione, perso e ritrovato i passaporti, preparato la valigia perfetta, che sta nella cabina dell’aereo, adesso che purtroppo non è più inverno e l’isola è vicina, troppo vicina, adesso lo sai, che le vacanze sono una trappola e non sei abbastanza forte per partire leggera come quel trolley (detesti anche la parola trolley, e il rumore che fanno le ruote, e non è un bel modo per cominciare una vacanza: Robinson Crusoe era così convinto di ciò che voleva, così deciso, lui che appena naufragato si costruì un fortino, poi una croce, una zattera, un’identità, e tu che perdi la testa anche al controllo bagagli, ma quando ti è caduto il telefono nel water dell’aeroporto, all’andata, hai compiuto il primo – l’unico – atto eroico di tutta la vita).

Se solo potessimo partire senza portarci dietro quei guastafeste di noi stessi, sai che bellezza i tramonti sul mare. Se solo le persone smettessero di chiedersi: dove vai in vacanza?, sai che pace in città, e nei cinema all’aperto.

Perché, non hai voglia di partire?, chiedo con un filo di voce al telefono, già offesa, quindi trionfante, con la segreta e assurda speranza di mandare tutto a monte. “Mi prendi in giro? Sole, mare, vento, barca, case bianche che mi fanno lacrimare gli occhi, nessuna via di fuga, i figli degli altri che non posso neanche minacciare di morte. Io volevo andare a Praga e a Budapest in treno. E che palle ’sta Grecia. Spero di sopravvivere, ma finirà che ci odieremo”. Ma non perdiamo tempo, odiamoci subito, è la risposta, e a Praga in treno ci si va a diciott’anni, massimo ventuno, ma tu a diciott’anni che cazzo facevi, le gare di motocross?

Bisogna restare calmi, però, sono vacanze, sono quella cosa da cui si torna più belli, più lisci, con i capelli schiariti dal sole (tranne me l’anno scorso con la bronchite e la faccia verde), i bambini più alti e più selvaggi che la sera si addormentano di schianto, le vacanze sono quel tempo breve in cui ammassiamo tutti i nostri desideri di fuga controllata, di rinascita, di aggiustamento, di pace, perfino di vita che cambia. L’anno nuovo, a settembre, carico di minacce, comincerà soltanto dopo questi giorni sospesi, su un’isola greca o in montagna, dall’altra parte del mondo o a cinquanta chilometri da casa. È un rischio, sempre, un azzardo: se non saremo felici? Se avrò mal di denti? Se pioverà tutto il tempo? Se litigheremo di più? Se ci sarà un attentato? Ma perché vado in Islanda se il freddo mi fa venire male al cuore? E come mi è venuto in mente di partire senza di lei, che mi manca il respiro? La vita facile non è così facile, se scendi dall’aereo, in Messico, con la varicella, e passi dieci giorni d’inferno in una stanza d’albergo a cospargerti di borotalco e nessuno vuole portarti il cibo in camera per paura del contagio, e tua moglie non vuole dormirti accanto perché sei troppo deturpato.

Anche il viaggio della vita, quello di due interi mesi per cui lei aveva litigato con tutti perché alla tua età non puoi vivere ancora come una hippie, le dicevano sua madre suo padre il suo ex marito, i suoi figli adolescenti e qualche amico brutale, può diventare un nodo in gola se in Indonesia, sull’isola più lontana, quella che dopo l’aereo a elica ci vogliono due barche per raggiungerla, quella con la capanna sulla spiaggia e gli squali piccoli e buoni che però fanno paura lo stesso, e il mare più azzurro che lei abbia mai visto, la sabbia più bianca, e il deserto più deserto, e l’uomo più abbronzato e tatuato accanto, se in quel posto sognato su internet per tutto l’inverno, allenandosi a dormire per terra e a lavarsi dentro un secchio, immaginando forse anche alcune scene tagliate di “Laguna Blu”, a poco a poco sale un dolore alla guancia, e lei lo tasta con la lingua ma non vuole farci caso perché i pappagalli sono così colorati che ci si commuove, la natura tutta insieme e tutta addosso è un colpo al cuore, e lui è così tatuato e lei non vuole fare la figura dell’ansiosa ipocondriaca inadeguata al selvaggismo, e le persone sono felici con poco, ridono e vanno in giro scalze, insomma sarà stata l’aria condizionata in quel primo albergo con quaranta gradi fuori di notte, saranno stati troppi aerei, lo stress, i litigi, ma il dolore aumenta, la guancia pulsa, si gonfia, lei ci ha legato intorno una sciarpa, la notte cammina in tondo nella capanna mentre lui russa sotto una zanzariera, di giorno si immerge e parla con i pesci e chiede aiuto al dio del mare, ma quello che mostra alle amiche apprensive nelle foto su Whatsapp è indiscutibilmente un ascesso. O almeno una deformazione del mento. Un batterio killer? I primi sintomi del vaiolo? Lo streptococco indonesiano?

Non ci sono medici perché la gente è felice con poco, solo un santone in un villaggio a due barche di distanza. L’Augmentin (grazie penicillina, grazie Mary Hunt) sta finendo e comunque il bozzo sulla mandibola è sempre lì. Ci sono i topi per terra in questo schifo di posto. Ma ti ricordi quella scena di “Cast Away”, quando Tom Hanks con la guancia gonfia si toglie un dente con la lama di un pattino e sviene per il dolore pazzesco e per poco non cade nel fuoco e brucia vivo?, dice ridendo il tatuato, che scoppia di salute e si vanta di accendere il fuoco con le pietre. Ma sai che dovresti farci, tu, con quelle pietre? Tutto ciò che lei desidera adesso non è più la vita selvaggia, ma una lastra, una laurea incorniciata appesa al muro di un vero studio medico, il cemento, la civiltà, altre scatole di Augmentin e la faccia di prima, quando era solo stressata per la partenza.

Al diavolo “Laguna Blu” e al diavolo, soprattutto, quelli che dicono: staccare la spina. Avevo davvero bisogno di staccare la spina. Era ora di staccare la spina. Si vede proprio che stavolta hai staccato la spina. Siamo capaci, nella stessa enunciazione di pensiero insensato, di dire subito dopo anche il contrario, intendendo però una cosa identica: avevo bisogno di ricaricare le batterie. Per staccare la spina e ricaricare le batterie (con la spina staccata? com’è possibile?) prendiamo voli intercontinentali con fiducia totale e cuscini ergonomici per la cervicale, noleggiamo camper, ci innamoriamo di maestri di tennis o di vagabondi in partenza per l’Africa e come Sabrina Ferilli in “Ferie d’agosto” diciamo: “Portami via con te”, e poi invece torniamo a casa, accogliamo virus intestinali come un passaggio necessario per il raggiungimento di una nuova armonia, cerchiamo ashram in cui bruciare il nostro ego e trovare le vibrazioni giuste, con la speranza di uscirne ringiovaniti e pieni di luce, anche più magri, magari insieme all’idraulico neozelandese che sorride mentre prega.

Oppure ricostruiamo il caos che viviamo durante il resto dell’anno, pensando che sia trasportabile e necessario all’equilibrio: lei quell’estate nella vacanza in barca con il fidanzato aveva portato anche l’amante, raccontando che era un caro amico in crisi sentimentale, e quando il fidanzato è sbarcato sulla prima isola con traghetti, lanciando anatemi e valigie, lei ha pianto fino in Turchia e poi fino a Brindisi, chiusa in cabina, è tornata a Torino pallida e smunta come dopo un’estate di luci al neon, mentre l’amante smarrito e carico di maledizioni ha incontrato una ragazza con le espadrillas alte al mercato di Bodrum (stava contrattando per un melone) e ha risolto in poche ore la sua crisi sentimentale.

Le vacanze non sono mai un tempo innocuo, una settimana o quindici giorni di riposo e bellezza, sono la nostra vita, carica di tutto quello che ha costruito, distrutto durante l’inverno e sperato in primavera, trasportata altrove e sdraiata al sole, o in mezzo al ghiaccio, o dentro una catena di musei o di foreste, distesa per tutta la lunghezza dei giorni, senza nascondigli, senza possibilità di rinchiudersi in ufficio o di avere una riunione, perché tutti possano vedere chi siamo davvero, quando ci spogliamo non soltanto dei vestiti ma di tutte le scuse sul tempo che manca. Tua moglie, che non è abituata ad averti sempre accanto in costume da bagno, spalmato di crema e in cerca di ombra, con il mal di testa da mancato stress, ti guarda un po’ stupita un po’ atterrita, e pensa e adesso che facciamo? I figli, che ti chiedono: ma non vai al lavoro oggi, ma davvero vieni a nuotare con noi, ma non sei capace, non fai mai il bagno, e ti studiano con sospetto, sul serio stai montando un barbecue?, e annunciano che comunque è l’ultima volta, mamma, no non mi va di suonare la chitarra con voi, l’anno prossimo vado a Ponza con le mie amiche, il padre di Giovanni ha un catamarano, loro sì che si divertono.

E tu, che guardi troppo il telefono, controlli le email anche di notte come quando lavori ma sono solo pubblicità di viaggi o di incontri erotici, è tutta spam come quella che ti senti ancora addosso, dopo due giorni di vacanza (dicono gli esperti che ce ne vogliono almeno tre per cominciare a rilassarsi, quindi se al quinto riparti era meglio se restavi a casa) e non sai se aspettare quel messaggio o sperare invece che non arrivi mai, che non cambi niente, non sai se trasformare queste vacanze in una fine o in un inizio, guardi il mare all’alba (perché in vacanza non riesci a dormire, e compri la colazione per tutti, e leggi i giornali che non hai mai letto in febbraio) e non sai più che cosa pensare, che cosa desiderare: guardi il mare e pensi che tutta quell’acqua continuerà a scorrere comunque, qualunque altro errore farai. Anche i pesci, che cosa importa ai pesci del tuo ascesso, delle placche in gola, del tuo cuore in inverno anche se è estate, o del tumulto che non sai fermare.

È quello, di solito, il momento malinconico in cui si sente di avere preso possesso del tempo in vacanza, di averlo trasformato nella riflessione esistenziale con cappello di paglia in testa e abbronzatura senza segni perché almeno a una promessa si è tenuto fede: quasi niente costume, ed è spesso anche il momento intenso della medusa, o della caduta rovinosa sugli scogli, o anche, se si è molto inesperti, dell’insolazione con piaghe. Fa parte del rito d’agosto quindi anche la cura delle ferite e delle scottature, ti prego spalmami la crema sulla schiena ma fa’ piano, e te l’avevo detto di non tuffarti da quella parte, e adesso ti terrò la fronte finché non avrai vomitato l’ultima cozza avariata, se non uccide fortifica, ed è sempre sorprendente la scoperta, negli altri, del talento per le emergenze: partirò con un’amica che alcune estati fa in Namibia ha salvato la vita e il braccio al marito in un incidente d’auto durante un safari nel deserto: mi rassicurano la sua prontezza di riflessi, la sua borsa con le medicine, la sua esperienza nell’evitare ai compagni di viaggio la morte per dissanguamento, la capacità di trovare ovunque il segnale del telefono, la naturalezza con cui si fa obbedire dagli sconosciuti e il godimento evidente nel risolvere i problemi; qualsiasi cosa succeda, infatti, a me hanno detto di pensare solo al vino.

Però adesso che si sta per andare, che tutti mandano messaggi di saluti dagli aeroporti e dai traghetti, adesso che il volo è stato anticipato alle quattro del mattino con comunicazione via email recuperata per caso dalla posta indesiderata, e i bambini saltellano per l’eccitazione di viaggiare con il buio e non hanno nessuna intenzione di dormire e vogliono partire con le pinne ai piedi, adesso che le vacanze sono così vicine che le stai toccando, e infatti chi ha paura di volare tace nervoso e non vuole nemmeno sapere il nome dell’isola in cui vi fermerete, e intanto senti un inizio di mal di gola, un inizio di morbillo, un inizio di sopraffazione interiore, ecco che arrivano le foto dall’Indonesia: la guancia si è sgonfiata, non fa più nessun male, il santone ci ha messo un unguento, e adesso scusa ma stiamo tutti insieme attorno a un falò acceso con le pietre, sai qui le persone sono felici con poco, vedessi che colori, quanti pesci, quanta vita, sembra quasi, non vorrei dirlo, “Laguna Blu”.

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Storie dal mondo: intervista a Francesca Marciano https://minimaetmoralia.it/interviste/pigmei-marciano/ https://minimaetmoralia.it/interviste/pigmei-marciano/#comments Thu, 25 Jun 2015 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27411 Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un "altrove" desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì "degno di 
Flaubert" e dotato di una "notevole forza narrativa". Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice.

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(fonte immagine)

Più facile incontrarla su una spiaggia indiana o in partenza per 
qualche destinazione ignota, Francesca Marciano è italiana ma emana
 il fascino dell’altrove. Un “altrove” desiderato fin da bambina e poi
 trovato, prima a New York e più tardi in Kenya. Un altrove che è
 anche uno stile, un punto di vista, una lingua altra con cui
 Marciano ha scritto tutti i suoi libri (successivamente tradotti in
 italiano). Francesca Marciano è 
uno dei nostri più clamorosi casi editoriali: quando nel 1998 uscì 
Rules of the wild (Cielo scoperto) fu un vero e proprio un best seller 
in America, convincendo anche il New York Times che lo definì “degno di 
Flaubert” e dotato di una “notevole forza narrativa”. Il libro,
 ambientato in Kenya, venne pubblicato con successo in 17 paesi, e solo 
in seguito tradotto in Italia, dalla sorella dell’autrice. Gli
 americani ci avevano visto giusto, perché anche i successivi libri di
 Francesca Marciano — Casa Rossa e La fine delle buone maniere, 
pubblicati anche in Italia da Longanesi e tradotti in più di dieci
 lingue — si sono rivelati narrazioni potenti, scritte in un
 inglese limpido eppure raffinato: una lingua straniera 
destreggiata con estrema naturalezza. E non è certo un caso se il
suo ultimo libro si intitola The Other Language (Pantheon Books): una raccolta di storie implacabili,
 ambientate in vari posti del mondo, dalla Grecia a Venezia, da 
un’isola sperduta al largo delle coste africane a un paesino della
 Puglia, storie di personaggi che “non si sentono a casa in nessun
 posto”, come ha detto Jhumpa Lahiri, e sono sempre “colti in
 una sorta di viavai interiore che smonta e rimonta l’anima”. In Italia è appena uscito per Bompiani con il titolo Isola grande, isola piccola (tradotto da Tiziana Lo Porto).

Come molti tuoi personaggi, sei stata attratta da luoghi lontani, esotici, misteriosi. Anche tu “ostaggio della bellezza”?

Da bambina fantasticavo avventure in luoghi lontani, esotici, misteriosi. Ho cominciato leggendo Salgari, per poi innamorarmi di Conrad. Sono andata via dall’Italia appena finito il liceo, partita d’impulso per New York, senza sapere bene perché, pensando che avrei studiato cinema per un semestre e invece ci sono rimasta per sette anni. Poi dieci anni in Kenya, quando ero già grande. Ripensandoci ora penso che la cosa che mi ha sempre attratto — e ancora mi attrae — all’idea di cambiare paese e cambiare vita, è quella di trovarmi in quello stato  a metà tra l’incertezza e l’eccitazione, la vulnerabilità e l’euforia, che mi ha sempre fatto sentire viva, vigile, più me stessa che mai.

Il titolo originale della tua raccolta The Other language (L’altra lingua) a cosa si riferisce?

In tutti i racconti i personaggi si muovono in realtà che non sono le loro, in culture diverse di cui devono imparare le regole e il “linguaggio”. Io stessa ho scritto il mio primo libro in inglese perché vivevo in Kenya, ma da sempre ho sentito che possedere due lingue mi ha dato una grandissima libertà: è come assumere due diverse personalità. La prima è quella della propria lingua madre, legata all’infanzia, ai genitori, al proprio paese, mentre la lingua acquisita diventa la lingua della vita adulta, dove non ci sono testimoni, e dunque si è più liberi, meno inibiti dalle convenzioni della propria cultura. Per me scegliere di scrivere in inglese è stato una specie di tradimento che mi ha permesso però di essere più sincera. Almeno io l’ho vissuta così. Credo che anche per Nabokov, Conrad, Beckett debba essere stato un processo simile. Forse anche loro nel tradire le loro lingue madri si sono sentiti più liberi, più “nuovi”.

In sostanza è la ricerca di un altro punto di vista?

Sì. È uno spostamento impercettibile che però inquadra la realtà in un modo diverso, come possedere un grandangolo. O forse un dolly. A volte mi pesa leggere i giornali italiani, specialmente in questi anni difficili. Siamo troppo attorcigliati su noi stessi, sulle nostre beghe politiche, le polemiche, i risentimenti. Il resto del mondo è completamente sparito dal nostro immaginario, e dunque anche i temi più vasti, più importanti,  quei temi che riguardano tutti, come i diritti umani, la conservazione del pianete, le guerre. A noi interessa solo il nostro condominio. Questo rimpicciolimento mi fa paura, temo che sia come una mancanza di ossigeno. Toglie energia, e finisce per soffocarci.

Pensi di aver “esportato” alcune qualità italiane?

Di certo, i personaggi, le storie che scrivo, hanno radici in ciò che io sono, un ibrido a metà tra due culture, quella anglosassone e quella italiana. Questo strano intruglio forse è la  particolarità del mio punto di vista, che è sempre leggermente obliquo. “Casa Rossa”, il mio secondo romanzo è una storia fortemente italiana. Mi è servito molto scriverlo, mi ha ricollegato con una parte della storia del nostro paese. Scrivendolo in inglese, sentivo però di guardarla attraverso un’altra finestra. È stato un processo interessante.

Legge autori inglesi o italiani?


Entrambi. Ho divorato la trilogia di Elena Ferrante: in America
 la idolatrano, e da noi? Spero che almeno vinca il premio Premio Strega. Per quanto riguarda gli stranieri ho incontrato i racconti di Alice Munro e Mavis Gallant circa quindici anni fa e hanno avuto per me una grandissima influenza. Prima di loro avevo amato Katherine Mansfield, Paul Bowles, Carver, ma anche Lorrie Moore, Jonathan Franzen, Philip Roth, John Cheever.

Nel tuo nuovo libro nuovo definisci l’Italia un “bene in vendita”. È questo il destino del Made in Italy?

Non so predire cosa accadrà nel futuro. Certamente una città come Roma sta lentamente perdendo la sua identità per far spazio ai turisti. I quartieri del centro muoiono, e diventano delle vetrine, un po’ come è successo già a Firenze e Venezia.  Sarà una lotta dura, quella di mantenere la nostra identità e quindi anche la nostra eccellenza. Siamo i più bravi in tanti campi. Ma non sappiamo difendere il nostro talento. Ecco, questo mi dispiace moltissimo. Saranno le piccole imprese, quelle che vengono dal basso, a riconquistare terreno attraverso la qualità.

Oggi abiti in Italia, cosa ti manca dell’Usa e dell’Africa dove hai abitato a lungo?

Dell’Africa mi manca tutto: gli spazi, i colori, la sensazione di essere solo un puntino insignificante, le relazioni che nascono in posti dove ci si sente esposti alla natura, gli animali, i pericoli. Dell’America mi manca la vitalità, ma anche quello sguardo largo, che abbraccia un orizzonte più grande del nostro. Un paese dove si parla ancora animatamente di etica, letteratura, arte, dove c’è posto per tutti. Dove la tolleranza è una cosa seria.

Nel libro definisci l’italian style non tanto una questione di marche o di moda, ma di dettagli e di una certa formalità. Sei d’accordo?

Sì, lo stile italiano è nei dettagli, nel buongusto che eccelliamo. Anche nel cibo siamo eleganti e inimitabili. ma come dicevo prima è difficile competere con l’avanzata delle cavallette. Non sto parlando di marche costose, ma di equilibrio, audacia, estro. È lì che siamo sempre stati bravi. C’è un racconto nella mia nuova raccolta che si intitola “Il sistema italiano” dove parlo proprio di questo: siamo ancora quegli italiani che pensiamo di essere – quelli vestiti bene, con stile, ed eleganza innata?

E dell’Italia cosa ti manca quando non ci sei?

Nuotare nel Mediterraneo, i cornetti e il cappuccino, le stagioni che cambiano, l’amichevolezza, il calore. Gli amici, gli amici, gli amici.

Il tuo mestiere di sceneggiatrice ha sempre funzionato parallelamente alla scrittura dei tuoi libri. A cosa stai lavorando ora?

Ho scritto “Io e lei”, il nuovo film di regia Maria Sole Tognazzi con Sabrina Ferilli e Margherita Buy che esce a novembre e “Pericle il Nero”, tratto dal romanzo di Ferrandino con la regia di Stefano Mordini che uscirà in autunno. E sto lavorando al prossimo film di Valeria Golino. Lavorare con lei a “Miele” è stata una bellissima esperienza. Sono molto felice anche di aver lavorato con Bertolucci, una specie di sogno che si avvera inaspettatamente. Ci conosciamo da molti anni, ma non avevamo mai lavorato assieme. È stata una fantastica esperienza quella di trovarci alla scrivania a discutere la sceneggiatura. A Carlo Verdone sono e sarò sempre molto grata. Ho cominciato con lui, mi ha dato fiducia dopo aver visto il mio primo film, “Turnè” (diretto da Salvatores) e insieme abbiamo scritto il primo di molti film “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”. Non sarei quella che sono oggi se non fosse stato per lui.

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Memorie dal Concertone https://minimaetmoralia.it/musica/concertone-primo-maggio/ https://minimaetmoralia.it/musica/concertone-primo-maggio/#comments Fri, 01 May 2015 08:45:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26511 È il Dodicesimo Primo Maggio, primavera 2002. Verso le 21.00 il palco ruota su se stesso rivelando alla folla gli Oasis, Ospiti Internazionali del Concertone insieme a Robert Plant. Liam Gallagher esordisce con un inequivocabile pugno chiuso alzato al cielo, prima di iniziare a cantare «The Hindu Times» con la sua solita posa – inclinato, mani incrociate dietro la schiena, abbassandosi sul microfono. Suo fratello Noel, il chiacchierone della band, accennerà un “Ciao” prima di attaccare «Don’t Look Back in Anger», in una versione slow che consente di apprezzare meglio l’omaggio a «Imagine». Il tema del concerto di quell’anno è CONTRO LE MODIFICHE DELL’ARTICOLO 18 E LOTTA CONTRO IL TERRORISMO.

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(Fonte immagine)

Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria
Karl Marx e Friederich Engels, Manifesto del Partito comunista

È il Dodicesimo Primo Maggio, primavera 2002. Verso le 21.00 il palco ruota su se stesso rivelando alla folla gli Oasis, Ospiti Internazionali del Concertone insieme a Robert Plant. Liam Gallagher esordisce con un inequivocabile pugno chiuso alzato al cielo, prima di iniziare a cantare «The Hindu Times» con la sua solita posa – inclinato, mani incrociate dietro la schiena, abbassandosi sul microfono. Suo fratello Noel, il chiacchierone della band, accennerà un “Ciao” prima di attaccare «Don’t Look Back in Anger», in una versione slow che consente di apprezzare meglio l’omaggio a «Imagine». Il tema del concerto di quell’anno è CONTRO LE MODIFICHE DELL’ARTICOLO 18 E LOTTA CONTRO IL TERRORISMO.

(Poche settimane prima, Il 19 marzo, un commando delle Nuove Brigate Rosse aveva assassinato Marco Biagi, consulente del ministro del Lavoro Roberto Maroni. Quattro giorni dopo, il 23, il Circo Massimo ospiterà una delle più grandi manifestazioni mai organizzate in Italia, indetta dalla Cgil di Sergio Cofferati in difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Ecco un racconto di quel giorno: «Arrivano i politici. Alla spicciolata. Ci sono Fassino, D’Alema, Di Pietro, Salvi, Turco, Pecoraro Scanio, Rosy Bindi con l’adesivo dei girotondisti. Arriva Bertinotti, Cofferati lo saluta. Spunta Nanni Moretti con il sorriso stampato sul viso. Irrompe Sabrina Ferilli. La sua ultima volta al Circo Massimo era stata per lo spogliarello per lo scudetto della Roma»).

Conduce il Primo Maggio 2002 Claudio Amendola, che a proposito dell’articolo 18 dice, «Ci sono diritti fondamentali che vanno tutelati». Un giovane segretario provinciale della Margherita prende appunti.
Come ultimo pezzo del loro set gli Oasis suonano «Rock ‘n roll star», rivedo il filmato e penso che se devo sobbarcarmi quel casino di Ichnusa, Peroni e vino di pessimo qualità, almeno che sia per ascoltare canzoni così.

Se gli Oasis arrivarono a San Giovanni quando il brit pop dell’ondata anni ’90 era ormai un discorso buono per critici musicali e vecchi amici ormai prossimi ai trenta, i Blur c’erano stati nel 1997. Suonarono «Beetlebum» e «Song 2», nota ai ragazzotti del tempo anche perché colonna sonora di un videogame calcistico. Prima di loro salirono sul palco quell’anno Jovanotti e Litfiba – di lì a qualche tempo avrebbero inciso un pezzo (insieme a Ligabue), «Il mio nome è mai più», contro l’intervento militare in Kosovo deciso dal governo D’Alema; attualmente i due sono politicamente agli antipodi.

A vedere gli Iron Maiden, il primo maggio del 1993, di gente ce n’era parecchia. Generalmente i gruppi heavy metal vengono associati a un certo immaginario destrorso, sarà per il machismo o per il nero o chissà – ma i Maiden (almeno Steve Harris e Dave Murray, due tra i fondatori storici) hanno una solida tradizione da working class britannica. E comunque uno show del gruppo di «The Number of the Beast» con alle spalle la cattedrale di San Giovanni in Laterano e di fronte la Scala Santa è memorabile di suo. Forse Dickinson e gli altri sapevano che nell’anno 897 proprio la basilica di San Giovanni aveva ospitato il cosiddetto Sinodo del Cadavere, il processo per così dire in contumacia ai danni di papa Formoso – riesumato per l’occasione, rivestito, piazzato sul trono e pronto per le accuse: all’epoca certe dispute venivano prese parecchio sul serio.
Papa Formoso come Eddie.

30 aprile 2015: a pochi passi da piazza San Giovanni c’è un chioschetto che vende grattachecca, birra, bevande. Mi dice L’Uomo della Grattachecca: «Per la prima volta in venticinque anni – me li so’ fatti tutti i concertoni – oggi so’ venuti i vigili. Mi hanno mostrato l’ordinanza che mi proibisce di vendere alcolici dopo mezzanotte. Mi hanno detto che ho trenta giorni di tempo per fare ricorso. Grazie al cavolo, il primo maggio è domani». Ha aggiunto: «Certo è dal 2009, dall’ultima volta di Vasco Rossi, che non c’è tanta gente. Che vuoi, che la gente venga a vedè J-Ax o Noemi?».

Il ’94-95 rappresentano gli Anni D’Oro del Primo Maggio. Nel 1995 un Colin Greenwood (bassista dei Radiohead) piuttosto imbarazzato viene intervistato nel backstage da Kay Rush, presentatrice del concertone. «Ho sentito dire che sono molto bravi dal vivo», dice lei, e lui si fa rosso.
Sempre Kay si augura che suonino «Creep». Era il 1995 e già c’era gente che voleva che i Radhioed suonassero «Creep». Probabilmente per ripicca, inaugurando vent’anni di delusioni per i fan che si aspettano quella canzone, i Radiohead fanno «The Bends» e «High and Dry». In ogni caso, i migliori 15 minuti mai andati in scena su quel palco.

Ricordo un Primo Maggio in cui ho passato tutto il tempo a insultare Luca Dirisio, incomprensibilmente on stage.
Gli chiedo scusa.
Anzi no.

Lou Reed è passato al Concertone due volte, nel 1994 e nel 2000. Il primo maggio del ’94 è conciato come una vecchia zia spettinata ed eccentrica. Parte con «Sweet Jane», solo chitarra e voce, a cui seguono a raffica «I’m Waiting for the Man» e «Satellite of Love» (in effetti questo tris se la gioca con i Radiohead 1995). Guardate il video: incredibilmente, il pubblico è quasi del tutto silente, rapito. Nell’aria doveva esserci una strana malinconia: alle 14:17 il pilota di Formula Uno Ayrton Senna è finito contro un muro, a Imola, guidando la sua Williams. Morirà poche ore dopo. Quello del 1994 è anche il primo concertone con il Nemico dei prossimi Vent’anni appena insediato a palazzo Chigi.

«Anche quest’anno ce sta la Bandabardò?», chiede l’Uomo della Grattachecca.

1990. Mentre sul palco del primo Primo Maggio si alternavano «i più importanti musicisti italiani: i Pooh, Zucchero, Gianni Morandi, Pino Daniele, Enrico Ruggeri, Edoardo Bennato e altri», come recitano i comunicati del tempo, qualcosa di grosso stava accadendo a Mosca e dintorni. Quello che bolliva in pentola lo spiega un pezzo di Ezio Mauro, all’epoca inviato di «Repubblica» nella capitale dell’Urss: «La protesta del Primo maggio contro Gorbaciov era organizzata con un obiettivo preciso: portare mezzo milione di persone sulla piazza Rossa, per convincerle ad assaltare il Cremlino e la sede del Kgb. La denuncia-rivelazione è di Gorbaciov, in un incontro con gli operai di Mosca». Più sotto: «Gorbaciov ha ribadito che il centralismo democratico deve ormai ammettere la libera espressione di opinioni diverse, ma si è detto contrario all’organizzazione di frazioni all’interno del Pcus, spiegando che bisogna dare una risposta decisa ai conservatori di sinistra e di destra».
Sono passati venticinque anni e tra i personaggi citati quello che è rimasto più a sinistra, almeno a giudicare dalle cronache più recenti, è Gianni Morandi.

Del resto, come ha scritto in un tweet il profilo-fake di Bill Murray: «1990 is as far away as 2040».

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La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-la-grande-bellezza-paolo-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-la-grande-bellezza-paolo-sorrentino/#comments Thu, 23 May 2013 11:13:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14432 Se avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby's Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.

Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d'ora dall'inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

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Se avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby’s Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.

Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d’ora dall’inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Avevo enormi aspettative su questo film sin da quando doveva farlo Matteo Garrone, e aveva ingaggiato Walter Siti (incontrato dal sottoscritto un mercoledì sera di qualche tempo fa al rione Monti, scuro in volto a causa del progetto sfumato) per scrivere un film su Fabrizio Corona che era poi un parlare per slogan a proposito del film sull’Italia cafonal di questi anni che nessuno aveva ancora realizzato. Quando il progetto naufragò, Garrone ne imputò in via ufficiale il fallimento all’impossibilità di trasporre cinematograficamente una realtà la cui autorappresentazione (da Dagospia a Porta a Porta ai festini della Regione Lazio) era ed è talmente potente e pervasiva da non poter essere guardata (e dunque modificata) da un occhio che non fosse già il proprio. Nell’epoca in cui l’ufficialità del Parlamento o delle prime serate tv sembrano usciti da un servizio di Terry Richardson o da un disegno di Mannelli senza che né Richardson né Mannelli abbiano mosso un dito, cos’altro vuoi inventarti? Questa, in sintesi, la tesi di Garrone mentre andava preparandosi per Reality.

Verrebbe voglia di dare ragione al regista di Gomorra vedendo il film di Sorrentino (un trailer lungo quasi due ore e mezza, noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister girato tra villa Medici e il Lungotevere degli Anguillara, il resto è vero talento) se non fosse che l’arte – romanzesca, cinematografica, pittorica, teatrale – è sempre più in gamba della realtà che le sta intorno. Quando è ispirata e ne ha la forza, è capace di digerire tutta ma proprio tutta la stupidità del proprio tempo restituendola ai nostri occhi firmata Ernst Lubitsch (To Be or Not to Be) per non tacere di Luis Buñuel.

Se La Grande Bellezza è il brutto film di un regista di talento, dipende allora da un altro problema.

La storia è ridotta all’osso: Jep Gambardella, giornalista in dissipatio con un passato da scrittore (pericoloso speculare del Marcello Rubini felliniano che rimanda sempre a domani il primo romanzo e scrive intanto pezzi scandalistici) nuota con disincanto nella mondanità romana ridotta a radical trash. Fine. Non è tuttavia la quasi assenza di una trama a dilatare in modo micidiale queste due ore nella movimentazione dei 485 minuti di Empire (il film in cui Andy Warhol si limitava a inquadrare l’Empire State Building dalle otto di sera alle tre meno un quarto del mattino ottenendo con semplicità l’effetto identico-a-sé-stesso la cui conquista a Toni Servillo costa al contrario un massacrante facchinaggio per tutte le feste mondane della capitale), dal momento che Roma di Fellini una trama ce l’aveva per esempio ancora meno, così come oggi a una storia vera e propria storia possono tranquillamente rinunciare il Pietro Marcello della Bocca del lupo o il Michelangelo Frammartino delle Quattro volte, sempre che non vogliate andare all’estero e rituffarvi nel Paranoid Park di Gus van Sant o nel magnifico Sole fuori e dentro l’Ermitage di Aleksandr Sokurov.

L’errore – come accade a volte ai talentuosi – è simile a chi voglia scrivere un romanzo su madame Bovary (Flaubert e il suo desiderio di scrivere un libro sul nulla è continuamente citato da Servillo-Gambardella) e finisce per scrivere il romanzo di madame Bovary. Non cioè come l’avrebbe scritto Gustave ma Emma (il primo può dire della seconda c’est moi ma il contrario risulterebbe rovinoso).

La grande bellezza è allora lo strano caso di una sindrome di Stoccolma rovesciata. Il rapitore si lascia ipnotizzare dal rapito. Non è in definitiva il film di Paolo Sorrentino che prende il punto di vista di Marta Marzotto e Belen Rodriguez e Stefano Ricucci e Roberto D’Agostino e Roy De Vita e Barbara Palombelli e Fabrizio Corona e il cardinal Ruini, ma l’opera di Marta Marzotto e Roberto D’Agostino che invece di fare Mutande pazze si ritrovano magicamente con la bella fotografia  e la capacità tecnica di realizzare un piano sequenza proprio come lo farebbe Sorrentino, messo al servizio tuttavia sempre di Mutande pazze con pretese di autorialità.

Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo (“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…”) Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area PD non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un’intervista su «Io Donna» e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all’Argentina).

Ecco un’estetica della città patinatissima, in fin dei conti vuota in sé ma non nella restituzione di un’idea di vuoto (cioè il contrario richiesto a un film del genere), un’estetica che avrebbe forse in Leni Riefenstahl il suo modello alto ma poi finisce per ridursi a videoclip o forse meglio a un saggio davvero molto buono di videoarte sponsorizzata da una casa di moda (la cui responsabilità nell’attrarre prima e poi sottrarre senso agli occhi dei registi non è stata in questi anni abbastanza indagata).

Ecco l’elaboratissima superficialità di certa Chiesa restituita con elementare superficialità. Ecco, soprattutto, l’assenza totale di Roma, il cui vuoto pneumatico è purtroppo anche questo preso a prestito da una qualunque Dagospia (che batte il film poiché finisce per imporsi come l’originale da cui far scendere l’operazione di secondo grado), dimenticando che il cinismo e il nichilismo secolari della città sono più vasti e potenti e interessanti di quanto possa contenerne un sito internet o le pagine di «Chi». Bisogna farsi attraversare da Roma, e amarla per poi farsi tradire e fottere (o il difficilissimo e sublime opposto: farsi amare e tradirla sul più bello) per poter raccontare qualcosa di questo enorme e bellissimo e orrendo crollante mondo urbano.

Unica a salvarsi: Sabrina Ferilli. Nell’interpretazione del suo personaggio (una spogliarellista in avanti con gli anni) c’è qualcosa di autenticamente doloroso, forse anche di disperato, qualcosa che a un certo punto sembra non riguardare più solo il suo personaggio, tanto che verrebbe voglia di mollare Servillo e i suoi doppi e seguire solo lei.

A questo punto i veri cinici – in rete, sui giornali, nei circoli cinefili – iniziano a dire che Paolo Sorrentino è finito. Stupidaggine anche questa. Non è affatto la mia opinione. Io spero che un regista dotato e ambizioso come lui abbia invece appena iniziato (dal fallimento forse anche fisiologico dell’ultima parte di quella precedente) la sua seconda vita. C’è chi riesce a smarcarsi appena in tempo, ma anche i migliori cadono in questo genere di buche (ricordate Fuoco cammina con me di Lynch?)

L’immaginario nato fresco con L’uomo in più, rafforzato con Le conseguenze dell’amore, volante sulle stampelle della biopic del Divo, è crollato totalmente trasformandosi in maniera pura ne La grande bellezza. Un film molto brutto di un bravo regista il cui futuro (al contrario di Gambardella) non è alle spalle ma davanti, se davvero avrà il coraggio di inseguirlo.

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