Sacchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sacchi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 20:02:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sacchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sacchi/ 32 32 La partita più bella di tutti i tempi secondo Gianni Brera https://minimaetmoralia.it/calcio/la-partita-piu-bella-di-tutti-i-tempi-secondo-gianni-brera/ https://minimaetmoralia.it/calcio/la-partita-piu-bella-di-tutti-i-tempi-secondo-gianni-brera/#comments Thu, 12 Jun 2014 09:06:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21432 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.

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Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.

Quando gli chiedevano quale fosse la partita più bella cui aveva assistito nella sua pluridecennale carriera di critico (non semplice cronista, sia chiaro), Brera rispondeva sempre allo stesso modo: Ungheria-Uruguay del 1954, semifinale di una delle più intense edizioni dei Mondiali, che aveva visto contrapposto lo squadrone magiaro, imbattuto da quattro anni, agli “splendidi uruguagi”. Brera chiamava sistematicamente gli uruguaiani “uruguagi”, traslitterando la pronuncia platense, e così li chiameremo in questo articolo, per riverenza nei confronti del Maestro oltre che per amore del calcio giocato nelle strade e nei campi di Montevideo.

Nel 1988, rispondendo a una lettrice che gli poneva la “solita” domanda, nella rubrica delle lettere ospitata da “Repubblica” ribadì il concetto: “L’Ungheria-Uruguay del ’54 rappresentò ai miei occhi il vertice tecnico-agonistico del gioco per me più bello del mondo.” E qui bisogna soppesare le parole. “Vertice tecnico-agonistico” vuol dire che quella partita non fu solo un fatto epico in sé, per l’intensità del gioco, per i grandi campioni che vi si affrontarono, per i capovolgimenti repentini dettati dal genio o dalla fortuna. Racchiudeva anche molto altro: una summa del gioco del calcio fino ad allora disputato e ancora da disputarsi.

Alla fine prevalsero gli ungheresi, per 4-2, ai tempi supplementari. Ma l’indomani Brera pubblicò sulla “Gazzetta dello sport” un elogio a nove colonne degli sconfitti. Perché proprio vedendoli giocare, e sfiorare in almeno due occasioni la vittoria, aveva potuto raggiungere “la piena maturità” circa le cose del fútbol. Tutto ciò che Brera ha scritto in seguito sul catenaccio e il contropiede, sul difensivismo o lo spirito profondo del calcio italiano, deriva in buona parte da quella partita e dalla riflessioni che lo assillarono nei giorni seguenti. Si potrebbe dire che il calcio italiano degli anni sessanta, settanta, ottanta – così profondamente influenzato, oltre che rivelato, dalla penna di Brera – derivi in buona parte dai rapporti diretti e indiretti con la sublime scuola uruguagia. Deriva da quella partita. Non semplicemente la Partita più bella di tutti i tempi, ma addirittura uno scontro tra mondi e culture differenti, tra due diversi modi di adattarsi alla Storia e ai suoi eventi.

Anni fa confidai a Massimo Raffaeli, forse il maggiore studioso di Brera, che avrei dato una mano per poter rivedere quella partita, per capire fino in fondo cosa il Maestro intendesse dire quando scrisse che gli uruguagi erano stato grandi perché “avevano difeso la sconfitta”. Così come la darei per vedere Charley Patton esibirsi dal vivo o Alfredo Binda in bicicletta.

Oggi è possibile vederne buona parte su Youtube. Almeno da questo punto di vista, l’infinita riproducibilità tecnica del web permette di consultare con relativa facilità eventi sportivi unici.

***

Era il 30 giugno del 1954, sono passati sessant’anni. Le due squadre scesero in campo allo stadio Olympique de la Pontaise di Losanna poco prima delle 6 di pomeriggio.

Da una parte l’Ungheria, l’Aranycsapat, cioè la “Squadra d’oro”, una delle più grandi compagini di tutti i tempi, costituita sull’ossatura della Honved di Budapest, la squadra dell’esercito: un pugno di campioni (Bozsik, Czibor, Kocsis…) stretti intorno a un autentico fuoriclasse, Ferenc Puskas, che però non giocò per infortunio la fatidica partita.

L’Ungheria giocava una sorta di calcio totale ante litteram, modificando il Sistema allora in voga in una sorta di modulo tattico 3-2-3-2 che prevedeva l’avanzamento delle ali laterali per creare costantemente superiorità numerica. Formule tattiche a parte, è uno dei primi tentativi in cui i giocatori si muovono come un corpo unico, privilegiando il fraseggio ai lanci lunghi, e un gioco compatto in cui tutti fanno praticamente tutto. Nell’Ungheria di Puskas & co. vi sono tracce in seguito elaborate dall’Olanda di Cruijff, il Milan di Sacchi o il Barcellona di Guardiola.

Dopo aver vinto la medaglia d’oro ai Giochi olimpici del 1952, il momento di massimo splendore dell’Aranycsapat fu raggiunto il 25 novembre del 1953 a Wembley, quando sconfisse la nazionale inglese per 6-3 davanti a centomila spettatori. Anche questa partita è integralmente su Youtube: ad impressionare non è solo la bellezza estetica del calcio danubiano, o il fatto che la partita sarebbe tranquillamente potuta finire 14-3, ma una sorta di scissione temporale. Gli ungheresi sembrano davvero piombare dal futuro e inventare metro dopo metro, passaggio dopo passaggio, un calcio mai visto prima.

Nel 1956, due anni dopo i Mondiali elvetici, quella splendida squadra sarebbe stata travolta dall’invasione sovietica. Chi poté riparò all’estero. Le stelle si accasarono quasi tutte in Spagna, dividendosi tra Barcellona e Real Madrid. Ironia della sorte, il colonnello Puskas (oltre mille gol in carriera) avrebbe affiancato Alfredo Di Stefano nell’attacco atomico del Real tanto amato da Francisco Franco.

Di contro, quel pomeriggio, c’erano gli splendidi uruguagi campioni del mondo in carica, gli eroi del Maracanazo, cioè il più grande shock collettivo che la storia dello sport ricordi. Nel 1950 avevano vinto i Mondiali contro il Brasile al Maracanà di Rio davanti a duecentomila spettatori, una capienza mai raggiunta da nessuno stadio per una partita di calcio, né prima né in seguito.

Se c’era stata fino ad allora una scuola calcistica in grado di fondere fantasia ed estrema concretezza, non-gioco e improvvise fiammate,  innata sapienza tattica e contenimento dello sforzo, questa era proprio quella uruguagia. I brasiliani – come notò lo stesso Brera – avevano patito innanzitutto la propria inferiorità tattica, e per questo persero 2-1. Ma il Maracanazo (su cui ha scritto pagine rivelatrici Alex Bellos in Futebol. Lo stile di vita brasiliano) non nasceva all’improvviso. Lo stile platense era maturato già negli anni venti e trenta, quando un piccolo paese di poco più di due milioni di abitanti aveva vinto due olimpiadi di fila e il primo mondiale organizzato in casa, sconfiggendo in finale gli argentini. Fulcro della squadra nella disfida di Losanna era un altro campione assoluto: Juan Alberto Schiaffino, detto il Pepe. Colui che insieme a Ghiggia aveva ammutolito i duecentomila del Maracanà, e che proprio dopo la Coppa del ’54 sarebbe approdato al Milan. Da oriundo (era nipote di un macellaio genovese) avrebbe giocato anche 4 partite in maglia azzurra.

***

Ciò che sorprende rivedendo Ungheria-Uruguay del 1954 è l’intensità di gioco. Soprattutto da parte ungherese, il ritmo è molto sostenuto, non tanto dissimile da una partita dei giorni nostri. L’Ungheria era arrivata all’incontro con i campioni del mondo in carica dopo aver battuto 9-0 la Corea del Sud, 8-3 la Germania Ovest, 4-2 il Brasile. L’Uruguay invece aveva perso per infortunio nei quarti di finale (4-2 all’Inghilterra) ben tre giocatori, tra cui il capitano Varela.

Per chi è avvezzo a leggere gli schemi del calcio, è evidente come ungheresi e uruguagi disegnino due distinte partiture. Sostanzialmente i primi attaccano e cercano di aprire nuovi spazi (cosa che facevano sempre, asfaltando ogni opposizione), mentre i secondi bloccano il giocano avversario e provano a ripartire in velocità.

All’inizio del secondo tempo l’Ungheria è già sul 2-0, risultato che stroncherebbe chiunque. Eppure succede qualcosa di strano: gli uruguagi, per usare la criptica espressione breriana, “difendono la sconfitta”. Detto in altri termini: non si buttano forsennatamente all’attacco, non mutano i propri schemi e il proprio gioco. Continuano ad aspettare le folate avversarie, benché il tempo stringa… ed è la scelta vincente. La partita sembra cambiare stile, e quando le maglie si allargano aumentano le tonalità platensi. I capovolgimenti si fanno improvvisi, ora si danza e si lotta alla latinoamericana. Grazie al contropiede, la Celeste riesce a pareggiare con una doppietta di Hohberg e, nei secondi finali, sfiora la clamorosa vittoria con Schiaffino.

Si va ai supplementari, e gli uruguagi – che hanno ormai capito come impallare il sistema danubiano – sfiorano nuovamente la vittoria, ma beccano un palo. Schiaffino si mangia un altro gol. La partita corre sul filo sottilissimo dell’equilibrio. Poi, complici due papere del portiere Maspoli, Kocsis segna due volte di testa portando l’Ungheria in finale.

Per tutti i supplementari gli uruguagi ormai esausti hanno continuato a “difendere la sconfitta”, non rinunciando al contropiede. In quell’atto estremo di eroismo davanti a una corazzata atleticamente superiore, Brera intravvide tutto quello che c’era da sapere sul calcio e sull’adattamento alle sue infinite formule e incastri. Ne scrisse a lungo, influenzando il nostro modo giocare e di guardare le partite. E, per quanto si possano preferire altri stili, è difficile negare che i maggiori successi del calcio italiano siano maturati giocando a quel modo, e cioè costruendo a partire dal binomio catenaccio&contropiede il proprio stare al mondo, fino ai mondiali  del 2006.

Per la cronaca, lo squadrone magiaro perse clamorosamente la successiva finale di Berna contro la Germania Ovest, precedentemente surclassata per 8-3. Andarono avanti per 2-0, ma poi si fecero rimontare e superare. Secondo alcuni, avevano esaurito gran parte delle proprie energie proprio nella semifinale con l’Uruguay. Secondo altri, i tedeschi s’erano imbottiti di farmaci (le voci sul doping, che iniziarono a girare allora, non si sono mai sopite). Secondo altri ancora, bisogna riconoscere a Fritz Walter (stella di quella squadra) ciò che è di Fritz Walter…

Nella scena finale di Il matrimonio di Maria Braun di Fassbinder è possibile riconoscere la radiocronaca della partita, proprio nel momento in cui la casa della protagonista salta in aria. Come se, nella coscienza collettiva del paese uscito dal nazismo, la guerra fosse finita davvero solo allora, con il triplice fischio dell’arbitro. Ma questa è un’altra storia.

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Stili di Gioco: Gianluigi Lentini https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/ https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/#respond Fri, 15 Mar 2013 09:55:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13579 Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia '90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

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Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia ’90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

Dopo la parentesi in Serie B della stagione ’89-’90 il Torino era tornato, se non ai fasti degli anni quaranta (il Grande Torino cancellato dalla strage di Superga), a una sorprendente quanto (col senno di poi) estemporanea ribalta nazionale e internazionale. Lentini sembrava aver superato il periodo turbolento della crescita (complicato già da qualche infortunio) in cui era stato prima mandato in prestito punitivo/formativo all’Ancona, e poi alternato tra prima squadra e Primavera dal tecnico Eugenio Fascetti.

“Il mio peggior difetto è proprio quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione; è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l’esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali” (La Stampa, 2 marzo 1990).

Meno di un anno dopo, allenato da Emiliano Mondonico, Lentini impressionerà tutti con la sua prima stagione da titolare in serie A (34 presenze e 5 gol), guadagnandosi anche la maglia della nazionale (esordio nel febbraio 1991). Dopo il suo primo gol in serie A, alla terza giornata contro l’Inter, in giacca granata, coi capelli corti davanti e lunghi dietro, quando il cronista gli dice: “Lentini, un gol d’autore…”, lui sorride soddisfatto di sé: “Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M’è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo”.

Il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver ricevuto nell’estate  del ’91 un’offerta di 22 miliardi (di lire) da Berlusconi, alla quale si sarebbe aggiunta in corsa quella di Agnelli. Soldi inimmaginabili per l’epoca, capaci di scandalizzare lo stesso Gianluigi, figlio piemontese di emigranti siciliani: “Certe cifre fanno parte del gioco. Mi pare folle si possa spendere tanto per un calciatore. So cosa valgo, non mi faccio condizionare. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio cominciare a vincere”.

“Scoprire di avere in casa un giocatore così richiesto può far solo piacere. In fondo due anni fa era in B e non giocava sempre”, ricordava Emiliano Mondonico nel marzo 1992. Nonostante però il rapporto affettuoso e paterno che lo legava alla ventitreenne ala destra, Mondonico era consapevole dell’impossibilità di trattenere Lentini troppo a lungo: “Dispiace perderlo, però oggi la realtà è che Milan e Juve fanno quello che vogliono, le altre squadre fanno quello che possono”.

La stagione ’91-’92 resterà nella storia del Torino, oltre che per Lentini, per un terzo posto in campionato (miglior piazzamento dal 1985, tuttora imbattuto) e, sopratutto, per la doppia finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, persa solo per la differenza di reti segnate fuori casa. Dopo aver pareggiato 2-2 a Torino, la squadra di Mondonico (ricca di giocatori affascinanti come Martin Vazquez, Scifo e Casagrande, oltre ovviamente a Lentini; capace di battere 2-0 il Real Madrid in casa) aveva giocato effettivamente meglio ad Amsterdam (qui il secondo tempo), anche perché l’Ajax di Van Gaal, proprio grazie al risultato dell’andata, si era per lo più limitato a gestire lo 0-0 con cui alla fine aveva sollevato la Coppa Uefa. Quella di ritorno verrà ricordata come “la finale dei tre pali”: quelli colpiti ad Amsterdam da Casagrande (colpo di testa su cross di Lentini), Mussi (tiro da fuori deviato) e, nei minuti finali, Sordo (traversa clamorosa dopo un tiro al volo in area).

Roberto Cravero, capitano, a fine partita collegherà la sfortuna di quella finale col solito destino avverso alla maglia granata: “Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire” (e ancora anni dopo, nel servizio di Sfide dedicato alla finale, si dice che il Toro “ha fatto della sofferenza la propria bandiera”). Pochi giorni dopo la finale Mondonico pensa già alla stagione successiva (“proveremo a dare un calcio alla cattiva sorte”) e sembra pensare che Lentini sarebbe rimasto al Toro: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto. Altrove potrebbe diventarlo, ma anche non diventarlo”. Ancora a fine maggio La Stampa titolava: “Borsano non vende più Lentini”.

Sembra che Borsano avesse però già accettato 7 miliardi da Berlusconi a marzo (in tempi non consentiti, quando il mercato era chiuso), con un contratto su cui Lentini si limitò a mettere la firma una volta presa la sua decisione: a fine giugno, dopo un risolutivo viaggio ad Arcore in elicottero e una chiacchierata con Berlusconi che lo convinse dell’opportunità: “Quando mi ospitò ad Arcore, capii che era un uomo da ammirare” (Corriere della Sera del 2 luglio 1992).

Sarà Borsano (che proverà anche a fari invalidare il contratto: “Sono vittima della mia stessa ingenuità”) a parlare di un costo totale di 65 miliardi tra cartellino, ingaggio e contratto d’immagine. Borsano disse addirittura che a garanzia della caparra versata (in nero) da Berlusconi  a marzo, momentaneamente girato il 68% delle quote aziendali granata (“Berlusconi è stato padrone del Torino”, La Stampa del 19 dicembre 1993) e in seguito nacquero dei dubbi sul montante reale dell’operazione e sulla possibilità che parte dei soldi fossero stati versati in nero su dei conti esteri.  Neanche il successivo processo per falso in bilancio (finito in prescrizione) chiarirà del tutto la faccenda, emblematica del periodo che va da Tangentopoli (febbraio 1992) alla discesa in campo di Berlusconi (anche se adesso pare si dica “salita”).

Il presidente del Milan già all’epoca parlava di “complotto di stampa e magistratura” e strumentalizzazione pre-elettorale; mentre dall’altra parte Curzio Maltese sosteneva, citando Sgarbi, che la “Macchina diabolica e modernissima”di Forza Italia derivava “Per intero dal mondo del calcio. Slogan, simboli, gadget, club, e perfino il culto della personalità che circonda la figura del Presidente, rimandano alle curve di San Siro e all’unico regno dove si sia realizzata l’Utopia berlusconiana: il calcio. Non certo nell’edilizia, in crisi da tempo, e nemmeno nel cinema e nelle televisioni, dove le mire espansionistiche del Cavaliere in Europa sono naufragate in un mare di debiti. Ma nel Milan, la società perfetta, la più forte del mondo, vero «miracolo» sul quale si regge l’immagine vincente del Presidente”.

2. Un italiano quasi come gli altri

“Viviamo in un mondo ambiguo, attraversato da contraddizioni strazianti. Miliardi di esseri umani campano di immondizie, lottano per non crepare di fame. Ma, nella parte illuminata del pianeta, la ragazzetta indossatrice Claudia Schiffer può chiedere trenta miliardi di indennizzo perché un tale l’ ha fotografata di nascosto, mentre si spogliava. E adesso aprite gli occhi, voi che vi strappate i capelli per Lentini. Conoscete il cantante Michael Jackson?”.

Questo era il genere di cose che si potevano scrivere nel 1992 per commentare il passaggio di Lentini al Milan:

Lentini annunciò la sua decisione negli uffici dell’Ansa di Torino il 2 luglio 1992. Borsano aveva già venduto Cravero, Benedetti, Bresciani, Policano e Martin Vazquez: cessioni giustificabili solo se Lentini fosse restato. La cessione dell’idolo della curva Primavera fece traboccare il vaso. I tifosi scesero in strada bruciando auto e cassonetti. A Lentini tirarono le monetine come un anno dopo a Roma sarebbe successo a Bettino Craxi. Per la stampa diventò Mister 65 Miliardi e i tifosi del Toro coniarono il fortunato slogan Lentini/ puttana/ lo hai fatto per la grana.

Se il presidente del Torino, Borsano, nel tentativo di prendere le distanze da una cessione impopolare, il giorno dopo dichiarava: “Io, anche se potessi, cifre simili non le spenderei perché le ritengo immorali”, l’Osservatore Romano (qui) parlava di cifre che erano “un’offesa alla dignità del lavoro”. Persino l’avvocato Agnelli non pensava si potesse arrivare a tanto. “Non avrei permesso che mi si avvicinassero per propormelo”, il suo commento sui 65 miliardi. Berlusconi, da parte sua, non ci teneva a remare contro la morale comune dando ragione ad Agnelli, anche lui non avrebbe preso Lentini a quelle cifre: “L’abbiamo avuto per molto, molto meno”.

Venti giorni dopo il suo passaggio al Milan, Luca Valdiserri lo descrive così sulle pagine del Corriere della Sera del (22 luglio 1992) : “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce”. Lentini è preoccupato: “Al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare. Ma non è questo il momento di proclami: ci sono problemi più importanti del calcio”. Pochi giorni prima era stato ucciso Paolo Borsellino (Giovanni Falcone a maggio): “No, non è stato il presidente Berlusconi a dirci di non parlare: siamo ragazzi maturi”.

Non c’è una sola descrizione che riguardi il Conte di Carmagnola (come la stampa dell’epoca chiamava Lentini, senza apparente legame, se non il paese di origine, con l’opera di Alessandro Manzoni) che sia priva di un giudizio morale.

“Il ragazzo del Filadelfia oggi viaggia in Porsche, ha il telefono cellulare ed un brillantino al lobo sinistro. Quando entra nel cortile del vecchio stadio granata, gruppi di ragazzine lo circondano per il rito dell’autografo” (quando era ancora al Torino: La Stampa del 3 novembre 1991).

“La Porsche, nera e decappottabile, ha il muso rivolto verso il mare e Lentini ci sta appoggiato tradendo la sottile impazienza di chi vorrebbe trovarsi già da un’altra parte. (…) Anche il «look» è vacanziero-trasgressivo: la camiciola arancione e le braghe verdi pisello, la fascia nera che trattiene i capelli corvini, al lobo sinistro l’orecchino con i brillanti, ultimo status symbol dei signorini della pedata (…) E questa voglia di trasgressione? I capelli tinti dei sampdoriani, la moda degli orecchini. Credete che la gente vi capisca?”. (Marco Ansaldo all’epoca della prima offerta di Berlusconi nell’estate del ’91: La Stampa del 24 giugno 1991).

“Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l’ orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena” (il giorno dell’addio: qui)

“Dicono di lui: è il simbolo di questo sistema bacato e drogato, è la vittima di un ingranaggio perverso, è il punto di non ritorno di un mercato schizofrenico. A 24 anni, Lentini si guarda attorno e sorride. Scettico. Cinico. Assorbente.” (dopo sei mesi al Milan: La Stampa del 7 febbraio 1993)

Quest’ultima descrizione fa parte di un’intervista di Roberto Beccantini, alle cui domande sul tema del ridimensionamento degli stipendi dei calciatori (alcune non sono neanche vere e proprie domande, ma punzecchiature come: “Lentini, siamo alla frutta”) a un certo punto Lentini risponde: “Provocato, provoco: con tutta la gente che mangia nel calcio, mungendolo sino all’ultima goccia, noi calciatori prendiamo ancora poco. Le stelle siamo noi, non «loro», i mangioni, i parassiti”. Beccantini commenta: “Analisi superficiale, e pericolosa. Molto pericolosa”.

Il tentativo di trasformare Lentini in un modello sociale negativo tra l’altro si scontrava con l’immagine che lo Lentini voleva dare di se stesso. Non era un ribelle, non voleva distinguersi e imporre la propria personalità, voleva farsi accettare da quelle stesse persone che gli avevano tirato le monetine (perché in fondo al posto suo avrebbero fatto lo stesso).

“A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. Io sono nato a Carmagnola, perché lì c’è l’ospedale, ma sono di Villastellone: piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d’estate il sole che picchia sulle case. Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro” (La Stampa del 24 giugno 1991 – lo stesso articolo, cioè, in cui Ansaldo lo rimproverava per la sua voglia di trasgressione).

Il giorno della conferenza il corrispondente del Corriere della Sera, Edoardo Girola, gli chiede: “Non si sente un modello negativo per i giovani? (tesi sostenuta dal gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di emarginati)”, e Lentini risponde: “Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati”.

3. Finalmente un italiano davvero come gli altri

“Non puoi accettare soltanto la parte bella della mela. Ho voluto i soldi e la forza del Milan, qualcosa devo pagare. Mi dispiace che quella sia comunque la mia gente, con la quale sono cresciuto e che mi ha voltato le spalle”, dirà Lentini un mese dopo, a Marco Ansaldo (La Stampa del 25 agosto del 1992). “Veramente è stato lei a farlo, andandosene”, lo correggerà il giornalista. “Però quando incontro i tifosi del Toro per strada, prendendoli uno a uno ci ragiono. E mi capiscono perché è gente che lavora e ciascuno sa che farebbe la mia stessa scelta. Poi i singoli diventano massa e allora non puoi parlarci più”. Ansaldo cominciava l’intervista con Lentini che teneva tra le mani la lettera di una ragazza, l’unica che gli avesse perdonato di essere andato al Milan, e chiude con l’augurio dal sapore amaro, oggi, che Lentini riservava a sé stesso: “Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi più grande”.

La prima stagione di Lentini al Milan (’92-’93) fu altalenante, magari al di sotto delle aspettative per quello che, a torto o a ragione, era stato presentato come “il giocatore più costoso del mondo”; ma con un po’ di distacco non si può certo dire fosse stata negativa. Per Lentini, anzi, con trenta partite e sette gol (in rovesciata a Pescara e col Napoli, un tiro a giro sotto l’incrocio nel derby di andata) era stata, e rimarrà, la sua migliore annata di sempre.

Capello dimostrò di credere in lui fino a fine stagione e Lentini è schierato tra i titolari anche nella finale di Champions League di Monaco di Baviera, contro l’Olympique di Marsiglia. Il Milan perde sorprendentemente dopo 10 vittorie in altrettante partite di CL e un solo gol subito. Per Lentini quella era la seconda finale europea persa in due anni. A conti fatti, però, può dire di aver vinto una Supercoppa italiana e sopratutto lo scudetto. “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Ci sono arrivato dopo anni di calcio e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto” (La Stampa, 31 maggio 1993).

La stagione successiva sarebbe dovuta essere quella della definitiva consacrazione o dell’ufficialità del flop. Per come andarono le cose, .

A inizio agosto, di ritorno da un triangolare a Genova, sulla Torino-Piacenza, Lentini prima buca una gomma del Porsche giallo e poi, ignaro del fatto che non poteva superare una certa velocità, fa esplodere il ruotino con cui l’aveva sostituita, finendo fuori strada. Non è chiaro a quanto andasse esattamente, si diceva stesse correndo a Torino da Rita Bonaccorso, ex moglie di Totò Schillaci. Al centro della carreggiata (non si sa se sbalzato dall’auto mentre si ribaltava o se ci era arrivato con le sue gambe) viene salvato da un camionista che trasportava quaglie di nome Gianfranco Professione. Berlusconi ricorda che Lentini durante la preparazione estiva “era diventato forte e potente, molto più forte e potente rispetto a un anno fa, tanto che Capello e il preparatore atletico Pincolini gli hanno affibbiato il soprannome di Tarzan”. Ma è presto per pensare al rientro, per usare sempre le parole del Cavaliere: “L’importante è che Gigi salvi la ghirba”.

Se fosse morto, magari, Lentini sarebbe stato rimpianto come Luigi Meroni, ala destra del Torino degli anni sessanta, investito mentre attraversava la strada dopo una partita. Magari si sarebbe persino passati dal chiamarlo Mister Miliardo al ricordarlo più intimo e compassionevole Gigi (completando l’identificazione con Meroni). Per quanto grave, l’incidente non fu considerato come un evento tragico. Sembrava quasi potesse servire a far tornare le cose alla loro normalità.

Cesare Fiumi sul Corriere della Sera scelse un modo paradossale per augurargli una pronta guarigione, partendo proprio da un’atteggiamento che non gli piaceva: “Quell’aria annoiata, quella sorridente smorfia d’apatia (…) L’ aria di chi sorseggia vittorie e insuccessi senza ubriacarsi di gioia o di rabbia, col disincanto dei modi e dei mezzi (economici). L’impressione che tutto gli scorra sopra sfiorandolo appena: l’augurio è che le conseguenze dell’incidente e anche il fotogramma di quegli attimi facciano la stessa fine. ”. (qui)

All’interno di un articolo intitolato “Mister miliardo, una dolce vita spesa tra belle donne e motori”, Bruno Perucca dava un giudizio difficilmente comprensibile (nel senso che la sua retorica è così a spirale che io non ho capito in sostanza cosa volesse dire) dell’incidente: “Questa pesante esperienza gli servirà. Correre in autostrada con un «ruotino», dopo aver cambiato o fatto cambiare la gomma bucata, gli è probabilmente sembrato più agevole, più semplice, che scattare nelle zone abituali del campo (quella che in gergo si chiama la fascia, destra o sinistra) dove il massimo rischio è il tackle rabbioso di un difensore” ( La Stampa del 4 agosto 1993).

Lentini torna in campo a dicembre, in amichevole e Beccantini (La Stampa del 30 dicembre 1993) lo descrive così: “L’eccentrico dandy che ha capito di notte, su un’autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno,e  l’inizio di un’avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno”. Ovviamente il brutto sogno finito è quello in cui Lentini era il calciatore più forte e più pagato del campionato italiano.

Gigi sembra accettare il suo nuovo ruolo come un martire: “Devo soffrire. Soffrirò”.

4. Riscatto?

In cuor suo, però, Lentini sperava di tornare al livello di prima: “So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina” (qui).

Salta tutta la stagione ’93-’94 (solo dieci presenze in totale) e il Mondiale, vince la sua prima Champions League da spettatore (la mitica finale del 4-0 al Barcellona di Cruijff). L’anno dopo si sente in forma, scalpita, pensa di essere tornato quello di prima, Capello però non è d’accordo. Maggio 1995, finale di Champions contro l’Ajax: la rivincita perfetta di Gigi contro il suo destino fatto di pali e ruotini di scorta. E invece non solo entrerà a cinque minuti dalla fine della partita con l’Ajax (persa, con un gol subito immediatamente dopo il suo ingresso in campo), ma l’anno dopo fa arrabbiare Capello al punto che lo schiererà solo nove volte in campionato.

In prestito all’Atalanta (allenata da Mondonico) per la stagione ’96-’97 Lentini pensava ancora di poter tornare quello di prima. “«Quando ho lasciato Milanello ho provato una gran tristezza, come quando ho abbandonato il Toro. Ma sono sicuro che la prossima estate, quando tornerò in rossonero, sarò un giocatore rigenerato». È sicuro di sé, ma se invece le cose andassero diversamente? «Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare»” (La Stampa del 31 agosto 1996). All’Atalanta Lentini, che nel frattempo si è sposato con una modella svedese da cui ha avuto un figlio (“Chi l’avrebbe mai detto, cinque anni fa, che quel ragazzo “sconvolto” sarebbe diventato un tranquillo marito e papà”), torna a giocare continuativamente (31 presenze) e Sacchi lo convoca in Nazionale per un’amichevole contro la Bosnia. Lentini non può saperlo, ma sarà la sua ultima partita con la maglia dell’Italia e verrà ricordata come una “presenzia premio” (per essere diventato mediocre).

Il cerchio si chiude quando Lentini l’anno dopo (’97-’98) torna al Toro, nel frattempo sceso in B, con uno stipendio circa la metà di quello del Milan. È un Lentini diverso. Un Lentini normale. “Oggi certe follie non le faccio più. La vita mi ha aperto gli occhi. Le legnate, le difficoltà ti cambiano: ricordo quand’ero un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, gli fosse dovuto: arrivò un certo Fascetti, mi diede delle scoppole «Giovanotto, continua così e starai sempre in tribuna» grazie a lui diventai un giocatore vero” (La Stampa del 23 giugno 1997). Anche se non è del tutto emendato dai vecchi peccati: “Un’avventura che comincia in pedalini perché gli fanno male le scarpe e quello che non ha coltivato negli anni berlusconiani è l’etichetta. I piedi poggiano sul tavolino del bar” (La Stampa del 19 luglio 1997).

Perché il riscatto sia completo, sia chiaro, Lentini non può tornare al successo (ed essere felice). Al Torino ha problemi con gli allenatori (tra cui lo scozzese Souness, uno dei giocatori più cattivi mai esistiti quando era in attività) anche se il primo anno sfiora un’incredibile promozione perdendo lo spareggio col Perugia di Materazzi. Finalmente la stagione successiva, grazie a Mondonico, il Toro torna in serie A. Ma è una felicità illusoria, dura solo un anno. Al termine della terza stagione del “figliol prodigo” il Toro scende nuovamente in B e Lentini viene liquidato a trentun anni senza troppi sentimentalismi: “Aspiravo, sopra ogni cosa, a chiudere la carriera con la maglia con cui avevo cominciato” (qui).

La definitiva trasformazione di Lentini in un calciatore qualsiasi, in un tipo di celebrità il più simile possibile a un ex-concorrente del Grande Fratello (nel 2009 Lentini doveva partecipare a un reality di nome La Tribù al posto di Andrew Howe ma si ritirò all’ultimo e alla fine il reality venne anche cancellato) avviene con la decisione di mettersi di nuovo in gioco in una piazza come quella di Cosenza (il viaggio uguale e contrario dei genitori meridionali), in serie B, anziché seguire le sirene del calcio moderno che lo avrebbero portato in Cina. Lentini vestirà per quattro anni la maglia rossoblu, nella gioia e nel dolore, dopo essere andato vicino a una nuova promozione in A alla prima stagione e un fallimento che condannerà il Cosenza a scendere tra i dilettanti. Lentini ormai è una bandiera e per amore della maglia del Cosenza gioca in Serie D.

5. Conclusione

Nell’arco di una carriera lunga vent’anni Lentini è passato dall’essere il simbolo di un calcio dove girano troppi soldi al simbolo opposto di un calcio fatto di sudore e campi in terra. Dopo Cosenza è tornato in Piemonte, giocando fino a quarant’anni in categorie come Eccellenza e Promozione (annullando di fatto qualsiasi distanza col pubblico degli appassionati calcistici, considerando che persino io ho giocato in Promozione). Convincendo Fuser a giocare con lui, in squadre come il Canelli, la Savignanese, la Nicese, alternando anche qui promozioni e retrocessioni.

Il Lentini coi capelli lunghi e l’orecchino, che ci teneva allo stile e voleva scrivere un libro di moda (che andava matto per le “videosfilate”), lo “scavezzacollo” che dopo notti “errabonde” dormiva in macchina davanti al Filadelfia e veniva svegliato dalla custode Carla per essere primo negli spogliatoi e prendere in contropiede l’allenatore che lo aveva cercato nelle discoteche, il Lentini cinico con le scarpe piene di strass e i giubbotti ricamati è adesso un quarantenne col maglione senza maniche verde e un’orecchino a forma di “G”, che gestisce insieme agli amici una sala da biliardo a Carmagnola.

Ai microfoni di Sky ricorda i tempi in cui a Milanello giocava a stecca con Boban e Albertini. Che quando gli chiedono: “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti se non fosse successo dove sarei arrivato?” risponde: “Sì mi capita. Mi capita però rispondo subito… dicendo però alla fine sto bene, devo esser contento così”.

Quel Lentini che faceva tanto arrabbiare i cronisti è diventato il protagonista ideale di una qualsiasi puntata di Sfide: un uomo con le occhiaie pastose in felpa bianca e marsupio dalla saggezza consolatoria (“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti”) che ricorda con piacere le prime pagine dei giornali: “Perché vuol dire che ho fatto anche qualcosa d importante. Perché se sono arrivato a far parlare così tanto di me vuol dire che qualcosa di importante in vita mia ho fatto”.

Lentini gioca ancora.

Ho chiamato l’addetto stampa del CSF Carmagnola, un uomo simpatico a giudicare dalla foto sul sito e dalla voce, mi ha detto che, anche se non figura nella rosa, Gigi è “sempre del giro”, che ogni tanto va ancora a giocare. Suo figlio Nicholas, gioca in porta nel Torino ed è nel giro della nazionale Under 17.

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Inizia oggi una rubrica sul gioco del calcio curata da Daniele Manusia, che ci accompagnerà per qualche tempo e che cercherà di mantenere una cadenza bisettimanale. L’idea della redazione di minima è di creare un contenitore per articoli/analisi sportive che vadano ad aggiungere alla nuda cronaca calcistica, che svelino lo stile dietro ogni giocata e, quando c’è, la filosofia. Iniziamo quindi con il calcio totale del Barça di Guardiola e con la furia Ibrahimović.

di Daniele Manusia

Analizzare le ragioni che hanno portato alla rottura tra il Barcellona e Zlatan Ibrahimović significa tenere conto di due approcci al calcio completamente differenti: da una parte c’è un’idea di gioco in cui il tutto è più importante delle parti che lo compongono, l’intelligenza calcistica alla sua massima espressione; dall’altra un individuo eccezionale ma anche eccezionalmente individualista, con doti tecniche straordinarie e un culto della personalità ai limiti del superomismo, un calciatore così complicato che a volte sembra un tennista. La cosa mi sta così a cuore che avrò bisogno di parlarne in due parti: nella prima cercherò di descrivere in che  modo la battaglia personale di Ibrahimović  contro una tradizione di gioco più grande di lui fosse destinata a un insuccesso; nella seconda  cercherò invece, per così dire, di mostrare il punto di vista dello svedese, la sua tradizione calcistica e in che senso per lui fosse impossibile adattarsi a una realtà come quella di Barcellona.

In quello che probabilmente è il libro di calcio più bello scritto in Italia: Il Barça, Sandro Modeo spiega così come si sia arrivati al Barcellona dei nostri giorni: “Lui [Guardiola] sembra aver prelevato da ognuno dei suoi allenatori un concetto o un segmento della propria orchestrazione: da Van Gaal la possibilità di contrarre/espandere lo spazio e il tempo, utilizzando ogni partizione di campo, fino a usare il portiere come «sponda» finale dell’estrema distensione; dallo stesso Cruijff l’ossessione per la tecnica e le dinamiche affilate del tridente offensivo; da Robson l’attenzione incessante alla verticalità. In questo collage – forse anche facendo tesoro dello shock subito in campo ad Atene ’94 [quando il Barcellona perse la finale di Champions League 4 a 0] contro il Milan – ha integrato la linea difensiva (con tanto di fuorigioco) e il pressing sistematico di Sacchi”.
Quindi, attualizzando la lezione degli allenatori con cui in qualche modo è entrato in contatto all’interno un calcio più atletico, e rendendo, come spiega Modeo più avanti, quasi indistinguibili le fasi di possesso palla e pressing, Guardiola ha ottenuto la squadra più forte del mondo e, forse, di sempre. Ora, se si prende l’albero genealogico di Guardiola si noterà che Zlatan Ibrahimović ha litigato con tutti i nomi presenti (tranne Robson, con cui però non ha mai avuto a che fare).
Come racconta lo stesso Ibrahimović nella sua autobiografia Io, Ibra, ai tempi in cui giocava nell’Ajax, Van Gaal ne era il direttore sportivo e durante un colloquio lo criticò perché non difendeva abbastanza. Dopo aver spiegato i suoi schemi difensivi, Van Gaal gli disse: “Hai afferrato? Le capisci queste cose?”. Ibrahimović allora, irritato, racconta di aver risposto: “Tu puoi anche buttar giù dal letto ogni singolo giocatore alle tre di notte, dissi, e chiedere come devono difendere, e loro ti risponderanno anche dormendo che il nove corre qui e il dieci lì. Lo sappiamo, e sappiamo che sei stato tu a inventare questo sistema. Ma io mi sono allenato con Van Basten e lui pensa tutto il contrario. – Prego? – Van Basten dice che il numero nove deve risparmiare le sue energie per attaccare e fare gol, e detto sinceramente, ora io non so più a chi devo dare ascolto. A Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal?, dissi, e sottolineai in particolare il nome Van Gaal, come se si trattasse di una qualche persona assolutamente insignificante”. Certo, una bella risposta (vedremo nella seconda parte come Ibrahimović nel tempo sia diventato un maestro in questo genere di battute) ma l’errore logico di Ibrahimović è evidente: come si fa a confrontare un giocatore con un allenatore? Van Basten ha vinto tre volte il pallone d’oro, d’accordo, ma come allenatore il suo miglior risultato è stato un ottavo di finale ai mondiali in Germania del 2006. Mentre Van Gaal non ha vinto niente come calciatore ma da allenatore ha al suo attivo 4 campionati olandesi, 2 spagnoli, 1 tedesco, 1 coppa Uefa, 1 Champions League, 2 supercoppe europee, e 1 Intercontinentale. Non esattamente una nullità.
Una logica che tra l’altro lo lascia senza parole di fronte a Joahn Cruijff (mi raccomando, come per qualsiasi video di calcio su Youtube: togliete il suono), tre volte pallone d’oro come Van Basten che, più o meno nello stesso periodo, definisce Ibrahimović come “dotato di una buona tecnica per un giocatore mediocre e una tecnica mediocre per un giocatore bravo”. A lui risponde l’agente italo-olandese di Ibrahimović, Mino Raiola, mandandolo all’inferno e dandogli del vecchio. Oltre a criticarne anche lui la fase difensiva, Cruijff indica nella mentalità dello svedese il suo limite più grande. Si congratulerà con Ibrahimović solo al momento del suo passaggio dal Barcellona al Milan, per aver scelto di tornare in Serie A, un campionato più adatto a lui. Trattandolo in sostanza come un attaccante di peso qualsiasi, utile in un calcio in cui la maggior parte delle squadre giocano di catenaccio e lanci lunghi. Arrogante e provocatore di solito, bisogna ammettere che in questo caso i giudizi di Cruijff sono abbastanza equilibrati (anche se non concordo riguardo la mediocrità della tecnica di Ibrahimović: a mio avviso compensa con l’elasticità muscolare e l’immaginazione quello che gli manca in agilità e velocità).
Ad ogni modo si tratta di pareri non troppo diversi da quelli esternati da Arrigo Sacchi, in veste di opinionista, ai media spagnoli durante la parentesi dello svedese a Barcellona. Facendo di tutto una questione personale, Ibrahimović regola i conti con Sacchi alla prima occasione. Appena tornato in Italia, dopo Milan-Auxerre di Champions League, in diretta su Premium Calcio, Sacchi fa una battuta piuttosto innocua. Ibrahimović aveva segnato deviando un cross di punta e Sacchi disse che era tutto merito del suo 47 di piede. Lui fa finta di non capire e attacca: “Sacchi sembra geloso, perché sta parlando troppo. Deve parlare di meno in televisione e anche ai giornali. Se lui vuole qualcosa deve venire da me e parlare”. La battuta di Sacchi era sì innocua ma anche ingiusta, considerando che contro l’Auxerre il Milan aveva vinto grazie a una doppietta dello svedese, il primo di punta (grazie comunque a un taglio sul primo palo in velocità), il secondo con un tiro a giro rasoterra abbastanza bello. Resta il fatto che Ibrahimović stava parlando al più grande allenatore italiano vivente e, per i suoi stessi tifosi, il simbolo dell’epoca d’oro in cui era il Milan la squadra più forte del mondo.
Con Guardiola, bé, sappiamo tutti come è andata a finire con Guardiola. L’acquisto più costoso mai effettuato dal Barcellona svenduto l’anno successivo. L’allenatore più talentuoso, che considerando l’età potrebbe un giorno diventare il più vincente di sempre, incapace di gestire uno svedese coatto. Della sua autobiografia si è parlato, a torto, quasi solo di questo: Ibrahimović che dopo aver preso a calci un armadietto di metallo grida a Guardiola: “Tu non hai le palle!”.

Il paragrafo citato all’inizio, tratto dal libro di Sandro Modeo, arriva in realtà dopo centoventi pagine in cui l’autore si è sforzato di ricapitolare la storia di quella tradizione chiamata Calcio Totale. Cominciata da uomini nati nell’800 (Jack Reynolds) e tramandata attraverso squadre più o meno blasonate (Ajax, Liverpool, Barcellona, Milan ma anche Spartak Tranva e Dinamo Kiev), per Calcio Totale s’intende un’idea di gioco basata su possesso palla e movimenti organizzati, possibile solo con giocatori intelligenti e tecnici in grado di interpretare altrettanto bene le fasi di attacco e difesa e in cui le giocate dei singoli devono essere funzionali alla più generale cooperazione di squadra. Un calcio che non tollera lanci lunghi e cross dalla tre quarti e in cui persino i difensori sono chiamati a un virtuosismo di coordinazione difficile come il fuorigioco. In questo senso Sacchi, Van Gaal e sopratutto Cruijf (ideale di calciatore “totale” e in seguito esportatore di questo tipo di tradizione a Barcellona) vanno pensati come tanti filosofi della stessa scuola e Guardiola come l’allievo in grado di superare i propri maestri. Scolaro perfetto come centrocampista centrale e adesso professore e preside di un’accademia del calcio con una storia lunga e prestigiosa.
Una mentalità di gioco che influenza tutti gli aspetti della vita del calciatore fino a sfociare in una vera e propria pedagogia. Tutti conoscono l’importanza per il Barcellona della propria Masía (o Cantera che dir si voglia): vero e proprio college in cui far crescere insieme i ragazzi, facendoli allenare tutti i giorni ma solo dopo aver studiato, nel caso non dimostrino le qualità per diventare calciatori professionisti (perché, alla fine, questo è lo scopo). La Masía de Can Planas, con all’ingresso la scritta “Siamo attaccanti che difendono, siamo difensori che attaccano”, è stata sostituita lo scorso ottobre da un nuovo centro, Ciutat Esportiva Joan Gamper, grande dieci volte tanto e capace di ospitare ottanta bambini giorno e notte. In questo passaggio, dalla vecchia struttura al nuovo centro dove i bambini si alleneranno insieme a ottocento atleti di tutte le squadre della polisportiva, ci sono le due facce del Barça: agriturismo biologico catalano e Multinazionale, l’Oxford del calcio e la fabbrica di giocatori, l’Unicef e la Quatar Foundation.
Adesso, sentite come descrive il proprio impatto al Barcellona, Ibrahimović: “Nessuno dei ragazzi si comportava da superstar e questo era strano. Messi, Xavi, Iniesta e tutta la combriccola sembravano tanti scolaretti. I migliori giocatori del mondo stavano lì a inchinarsi e io non ci capivo niente”. I primi tempi prova a mantenere un profilo basso ma sente che gli manca il “vecchio Zlatan” che lui tiene in grande considerazione. Più avanti, quando si tratta di tirare le somme dice: “Consideriamo il loro background. Xavi è arrivato al club quando aveva undici anni. Iniesta ne aveva dodici. Messi tredici. Sono stati formati dal club. Non conoscevano nient’altro e di sicuro per loro fu un bene trovarsi lì. Era il loro mondo, ma non il mio. Io venivo da fuori, arrivavo con tutta la mia personalità per la quale non sembrava esserci posto, nel piccolo mondo di Guardiola”.
Prima di arrivare al Barça, Messi era un bambino prodigio con problemi di crescita. Le cure di cui avrebbe necessitato per diventare professionista erano così costose che il River Plate, che per primo lo aveva notato, decise di lasciar perdere. Solo dopo lunghe riflessioni e calcoli il Barcellona decise di investire su di lui e portarlo in Spagna. Tre palloni d’oro dopo (oltre ai già citati Cruijff e Van Basten, ci sono riusciti solo lui e Platini, e nel caso ne vincesse un altro sarebbe l’unico) è a tutti gli effetti il simbolo della riuscita sportiva di quel sistema. Anche perché al di fuori di esso, con l’Argentina, non ha combinato molto. Modeo, in un discorso inteso a mettere in valore il sistema pedagogico del Barcellona, lo descrive così: “In lui colpisce l’irrisolta coesistenza di due stati: uno troppo infantile, con l’amore per il calcio e la Playstation fusi in una specie di vacanza permanente, come di chi rimandi all’indefinito l’assunzione di responsabilità; l’altro troppo adulto, con una condotta precocemente asciutta e sorvegliata, con un dominio emotivo fraintendibile per apatia disillusa, solo di rado interrotto da un sorriso estemporaneo per un gol proprio o di un compagno”. Persino lo staff della Masía lo trova introverso e poco ricettivo a scuola, ma Modeo sostiene che “quel deficit d’attenzione è facilmente spiegabile, perché la sua macchina biologica sembra concepita, in ogni cellula e tessuto, per il calcio”.
Secondo me il libro di Modeo andrebbe studiato nell’ora di educazione fisica, e in alcuni punti è la cosa più simile a un manuale del calcio che io abbia mai letto; ma su questo non concordo con lui. Nessuno di noi è fatto per una cosa sola e mi pare più comprensibile l’impressione avuta da Ibrahimović, e cioè che un contesto come quello descritto sopra sia spersonalizzante.
Ibrahimović al Barcellona non ci è solo arrivato da adulto, ma già campione. Non era stato educato a suo tempo e ormai era troppo tardi. La sua carriera (come vedremo nella seconda parte) è avanzata solo grazie alle sue qualità e alla sua capacità di migliorare proprio quando contava. Paradossalmente, persino grazie ai suoi difetti, all’individualismo, alla testardaggine, all’atteggiamento da coatto. Dal 2003, calciopoli permettendo, aveva vinto senza interruzione tutti i campionati in cui aveva giocato e si parlava di lui per la tecnica ma, ormai, anche per la mentalità. Si diceva fosse un vincente, un trascinatore. Se il Barcellona non aveva bisogno di tutto questo, anche lui non aveva bisogno del Barcellona.
Così un giorno decide di parlare a Guardiola. “Voi non state sfruttando le mie capacità. Se era solo un realizzatore che volevate, dovevate comprare Inzaghi o qualcun altro. Io ho bisogno di spazi, e di essere libero. Non posso soltanto correre su e giù in profondità tutto il tempo. Io peso novantotto chili. Non ho quel genere di fisico”. E quando Guardiola dice: “Io credo tu possa farcela”, lui risponde: “No, allora è meglio che mi mettiate in panchina”.
L’orgoglio di  Ibrahimović sembra averci visto più lungo di Guardiola. Al d là di un eventuale dualismo con Messi (Ibrahimović ne fa anche una questione di gelosia dell’argentino relegato lontano dalla porta) il tentativo di includere un giocatore come lui all’interno di quelle dinamiche di gioco era probabilmente destinato a fallire comunque. Questo però significava la sua esclusione, non la messa in discussione del sistema stesso. E adesso che quel ruolo è coperto da Sanchez o Villa, giocatori “da profondità”, il meccanismo del Barça gira decisamente meglio. Anche Ibrahimović, in fondo, sembra più felice al Milan dove può allargarsi e puntare sull’uno contro uno i difensori avversari tutte le volte che vuole. Ma il Milan degli ultimi tempi è un parcheggio per auto di lusso e Ibrahimović sembra una limousine a nolo. Non ha ancora vinto la Champions, forse non la vincerà mai (così come il Pallone d’Oro), ed era andato al Barcellona per questo.

Con Guardiola, come con Van Gaal, Cruijff e Sacchi, Ibrahimović sbagliava pensando di discutere con degli individui. Per bocca loro parlava una filosofia calcistica che non prevede giocatori come lui, in grado di esaltarli magari come succede con Messi ma solo a patto che si sottomettano alle sue regole. Nelle parole di Modeo, il Calcio Totale finisce con l’assomigliare a qualcosa di più che uno stile di gioco. Diventa una specie di legge divina, una proporzione aurea: “Il calcio come sport e come spettacolo potrà un giorno svanire, travolto da dissesti economici, da un eccesso di corruzione, da una semplice consunzione storico-antropologica, magari sostituito da altri sport, in un paesaggio ora inimmaginabile. Il calcio totale, invece, non potrà svanire perché non è vincolato allo sport che lo veicola, ma è un’applicazione particolare di uno schema cognitivo, di un atteggiamento, di un’inclinazione naturale anche se in apparenza innaturale. Il principio che lo muove può configurarsi nel mondo subatomico, nei batteri, negli anticorpi, persino”.

Ecco, in questo senso, l’errore di Ibrahimović è stato quello di volersi mettere in competizione personale con un concetto di questo tipo, con uno “schema cognitivo”, un’idea platonica di calcio che non avrebbe neanche bisogno di essere applicata nel calcio. Al tempo stesso, come dargli torto? Chi di noi vorrebbe essere assimilato al mondo subatomico, ai batteri?

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