saggistica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/saggistica/ un blog di approfondimento culturale Sun, 07 Mar 2021 10:48:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg saggistica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/saggistica/ 32 32 Il coraggio della complessità: “Quel che ci è dato” di Marilynne Robinson https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-coraggio-della-complessita-quel-che-ci-e-dato-di-marilynne-robinson/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-coraggio-della-complessita-quel-che-ci-e-dato-di-marilynne-robinson/#respond Mon, 08 Mar 2021 07:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48018 I saggi di Marilynne Robinson sembrano un miracolo: ogni pagina, ogni riga invita infatti a un approfondimento continuo, in un processo di lettura che pare senza fine.

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Il processo di semplificazione che attraversa ogni ambito del mondo contemporaneo sembra, più o meno lentamente e con più o meno resistenza, inesorabile. La semplificazione non è per definizione qualcosa di negativo ovviamente, ma quando questa si accompagna al desiderio di dare maggiore velocità alle informazioni veicolate, addormentare il ragionamento e la critica, il processo diventa qualcosa di esecrabile, un movimento da condannare perché inutile. Il rischio più grosso è quello di una anestetizzazione del pensiero, l’abitudine alle cose semplici e la conseguente difficoltà dentro le complessità. Non è esente da questo rischio certamente la letteratura che se, come scrive Nabokov nelle sua lezioni di letteratura, afferisce al regno dell’inutile, è anche ciò che può dare «l’appagamento puro e assoluto», contribuendo alla serenità e al «benessere mentale più genuino». I libri che si pongono in controtendenza rispetto a questo processo, che non concedono semplificazioni al lettore, ma che invece lo trattano con il grado di difficoltà che una materia complessa come la scrittura e la letteratura deve scatenare, senza adombrare scorciatoie, sono dei gioielli rari e preziosi.

La sensazione che generano i saggi di Marilynne Robinson raccolti in Quel che ci è dato (appena tradotti da Eva Kampmann per minimum fax che ha in catalogo anche un’altra raccolta di saggi di Robinson, Quando ero piccola leggevo libri) è proprio questa e pare quasi di trovarsi davanti a un miracolo: ogni pagina, ogni riga di questi saggi invita infatti alla rilettura, all’approfondimento, ad andar a controllare le pagine precedenti, in un processo di lettura e interpretazione che pare senza fine. Questo accade non perché Robinson indugi in una complessità fine a se stessa, che potrebbe anche essere consona agli argomenti complessi che vengono trattati, ma perché ogni pagina e ogni parola risulta così densa di significati da spalancare continui spazi ermeneutici troppo intriganti per non essere percorsi.

Si prenda a esempio il testo che apre questa raccolta, intitolato Umanesimo: qui Robinson parte dalla definizione di Umanesimo, tratteggia in poche parole ma con grande precisione il clima e il significato delle azioni di quel gruppo di appassionati studiosi dell’antichità e poi getta in campo l’annosa domanda sull’utilità degli studi umanistici in un mondo come quello contemporaneo dominato dalla scienza e dalla tecnica, dove l’imaging cerebrale probabilmente non evidenzierebbe nulla di diverso nel cervello di Shakespeare rispetto a quello di qualsiasi altra persona: per un momento Robinson sembra quasi convincerci e convincersi del predominio della tecnica ma poi, improvvisamente, il ragionamento scivola in un vicolo cieco gnoseologico che non può che riportare alla questione descritta all’inizio del saggio, mostrando l’importanza del «valore dell’io umano». Nel giro di una manciata di pagine scorrono davanti agli occhi del lettore principi di critica letteraria, di neuroscienze, di storia della scienza (Darwin) e di teologia, magnificamente aderenti al ragionamento perché, ed è questo un altro pregio di Robinson, non c’è mai nessun eccesso di conoscenza, nessuna esposizione tronfia delle capacità di ragionamento; Robinson, come una saggia alchimista, dosa il suo sapere, ne utilizza quel che basta per rendere la scrittura e i ragionamenti brillanti e multiformi, come se osservasse il mondo attraverso una pietra preziosa e ci donasse la possibilità di gettare l’occhio anche a noi attraverso questo straordinario punto di vista.

Questo porta a una visione ben precisa della scrittura e della cultura, ben esemplificata nel saggio intitolato Riforma dove Robinson si muove tra i personaggi principali della grande riforma del cristianesimo nel Cinquecento, «soprattutto storia di libri e pubblicazioni», come Giovanni Calvino, Martin Lutero e John Wycliffe, tutti promotori di un cristianesimo più vicino e accessibile al popolo anche grazie al loro lavoro di traduzione della Bibbia, personaggi che si fecero carico di cogliere «la bellezza del parlato corrente» mostrandosi «sensibili alle qualità estetiche di qualunque cosa una cultura abbia stigmatizzato come un marchio d’ignoranza». Nelle storie della Riforma che si snodano attorno alla traduzione della Bibbia e al viaggio dei puritani verso gli Stati Uniti, viaggiatori antenati della Robinson come lei stessa suggerisce e che stridore tra la società da loro immaginata e quella americana di oggi, la scrittrice americana insiste sul fatto che le lingue vernacolari insieme alla «bellezza misconosciuta e la capacità di esprimere significati profondi che racchiudevano» rese «l’ampia diffusione del sapere possibile e urgente, oltre che un atto di godimento estetico e di grandissimo amore».

La diffusione del sapere avvertita come un bisogno urgente, come un atto d’amore, è forse una delle chiavi più profonde per comprendere l’opera di una delle più grandi scrittrici contemporanee che nei suoi romanzi, tradotti in Italia da Einaudi e forse non letti quanto meriterebbero, ha creato un mondo basato su una serie di interrogativi attorno a una meditazione religiosa onesta e profonda, suggerendo l’esistenza di un futuro che, come ha scritto Nicola Lagioia, «vale la pena di essere vissuto», illuminando «la dimensione dello spirito a cui potremmo accedere se avessimo la meglio su una serie di ostacoli interiori che rappresentano la nostra vera dannazione». L’afflato religioso è ovviamente presente in tutti i saggi di Quel che ci è dato, una sovrastruttura del pensiero che diventa decisiva per indagare i fenomeni della società (come il razzismo o l’economia contemporanea affrontati nei capitoli Risveglio, Declino e Paura, o la presenza della violenza nel vertiginoso capitolo Teologia), una questione di scontro e possibile pacificazione in un mondo come quello americano dove la religione diventa un modo, come scrive Robinson, per dividere la popolazione «in fasce». Robinson, che è calvinista, percorre il percorso della fede con coraggio e intelligenza (come emerge anche da questa intervista di Fabio Donalisio), non tirandosi mai indietro anche davanti ai luoghi più complessi, quelli dove il pensiero sembra girare a vuoto, ma la fede nel fatto che in ogni essere vivente è celata quella bellezza a cui «potremmo dare il suo momento di gloria» la spinge sempre ad andare avanti.

«Nella narrativa e nella vita c’è una grande differenza tra il conoscere qualcuno e l’essere informato su qualcuno. Quando un autore è informato su un personaggio scrive per la trama. Quando conosce il suo personaggio, scrive per esplorare, per percepire l’impatto della realtà su un sistema nervoso che non è assolutamente il suo»: questo scrive Robinson nel saggio Libertà di pensiero, contenuto in Quando ero piccola leggevo libri, e questa è una delle sensazioni che nascono nel lettore scorrendo le pagine narrative o saggistiche di Robinson, la forza di conoscere ciò di cui si parla e si scrive, l’audacia di vedere il mondo attraverso l’occhio dell’altro, il sentir risuonare una voce onesta e luminosa capace, davvero, di rischiarare i percorsi all’apparenza più tenebrosi.

 

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Neurolinguisti da sbarco https://minimaetmoralia.it/libri/neurolinguisti-da-sbarco/ https://minimaetmoralia.it/libri/neurolinguisti-da-sbarco/#comments Mon, 31 Jan 2011 09:51:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3703 Questo articolo è uscito ieri per il Sole 24 Ore.

di Christian Raimo

Alle volte per capire lo spirito del tempo non vanno rincorsi dei segnali periferici, ma basta fermarsi un momento e ascoltare la nota dominante nella sua forma elementare. Insomma basta uscire di casa per accorgersi di come la maggior parte dei cartelloni stradali sei per tre sia colonizzata da pubblicità per l’apertura di nuovi “centri” per il poker e per le scommesse

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Questo articolo è uscito ieri per il Sole 24 Ore.

di Christian Raimo

Alle volte per capire lo spirito del tempo non vanno rincorsi dei segnali periferici, ma basta fermarsi un momento e ascoltare la nota dominante nella sua forma elementare. Insomma basta uscire di casa per accorgersi di come la maggior parte dei cartelloni stradali sei per tre sia colonizzata da pubblicità per l’apertura di nuovi “centri” per il poker e per le scommesse, o di finanziarie che vi propongono di prestarvi dei soldi anche se non avete un reddito fisso, siete protestati, avete in corso altri mutui etc… Oppure basta scendere a fare la spesa e constatare come la bottega dell’alimentari abbia lasciato il campo a un negozio di “Compro oro” o a un locale arredato come un bagno pubblico con dentro una ventina di slot-machine.
Così, se volete capire quali sono le tendenze future della cultura italiana, basta che entriate un giorno qualsiasi in libreria, e anche con uno sguardo a volo d’uccello vi potete rendere conto che non esistono più case editrici che per anni sono stati dei punti di riferimento (quanto pesa l’assenza di Meltemi a tre anni dalla sua scomparsa?) o che interi settori stanno subendo una progressiva dismissione – poesia contemporanea, teatro, critica letteraria, come se queste aree della produzione libraria fossero di fatto diventate reliquie culturali – mentre ne vengono inaugurati di nuovi, che segnano la nascita di discipline di cui fino a qualche anno fa non conoscevamo nemmeno l’esistenza.
Uno dei casi più è emblematici è quello della PNL, ossia della pianificazione neurolinguistica. In titoli come I segreti della PNL o Cambia la tua vita con la PNL o Vivi la vita che desideri con la PNL o Il potere dell’inconscio e della PNL o Impara il potere della mente per te e per i tuoi figli con la PNL magari vi è già capitato di imbattervi, oppure vi si è seduto un tizio accanto in metropolitana che ne sfogliava qualcuno; ma anche se ne non avete mai sentito parlare, provate a domandare così per curiosità a un libraio di vostra conoscenza e vi risponderà che sì effettivamente è vero, l’anno scorso i libri della PNL hanno avuto un autentico boom di vendite, tanto che spesso si è dovuto creare in libreria un settore apposta, in bella vista nel reparto saggistica.
Ma che cos’è questa PNL? Se siete incuriositi potete cliccare su uno dei tanti portali della programmazione neurolinguistica pnlinfo.it, pnlwide.it, pnlinpratica.it,… oppure aspettare il 20 maggio e farvene un’idea dal vivo direttamente con uno dei due fondatori, Richard Blander, che sarà in Italia per tenere un seminario, 1100 euro di costo, su come “migliorare le vostre performance grazie agli stati psicofisici potenziati”. Fidiamoci della rete: wikipedia italiana per esempio riprende la definizione dell’Oxford English Dictionary e ci dice che si tratta di (1) un modello per interpretare i rapporti di comunicazione tra le persone e (2) un sistema di terapia psicologica basato su questo modello che cerca di cambiare gli schemi di comportamento mentale ed emozionale. Ossia? È una scuola psicanalitica? È una branca della linguistica? È un modello d’intervento sociale? È una pratica religiosa new-age? È una medicina alternativa?
Già, perché questi interrogativi non bastano a venire a capo di una definizione esaustiva della PNL. La stessa pagina inglese di Wikipedia più che darne una spiegazione, rende conto di un contorto e ultra-trentennale dibattito sorto intorno a questa pseudo-scienza che – da quando è nata (negli anni settanta) a partire dall’elaborazione di Blander appunto e di John Grinder degli studi di Gregory Bateson e Noam Chomsky – brama ardentemente lo statuto di scienza. Statuto di scienza che vorrebbe dire certo quella legittimità che da Galileo in poi ha significato riconoscimento da parte di una comunità universale; ma che vuol dire anche – in soldoni – cattedre, corsi universitari, fondi pubblici.
Nel frattempo, in attesa che qualche facoltà di psicologia di qualche ateneo particolarmente inventivo si decida a inserire nel proprio programma, magari sotto traccia, un bel master in coaching affidato a un PNL trainer, questa pseudo-scienza tutela la sua disciplina in un modo molto semplice. Con un marchio registrato accanto al nome. Non PNL, ma PNL® è la giusta dicitura. Blander e Grinder si sono fatti causa a vicenda per anni e poi accordati qualche tempo fa per poter sfruttare entrambi il nome. Oggi sono milionari. Basterebbe già questo a far storcere il naso e a capire come se ci avviciniamo alla “programmazione neurolinguistica”, nonostante il gergo psicanalitico, siamo più dalle parte di Scientology.
Ma il fenomeno non va liquidato né sottovalutato, e anzi la questione che ci si dovrebbe porre è il perché del successo e editoriale e culturale di una pseudo-scienza oggi, in Italia? La risposta che ci potremmo dare purtroppo non è semplice. Proprio perché la diffusione della “pianificazione neurolinguistica” mostra quanto sia esteso il vuoto che essa va a riempire.
Debacle della saggistica seria, deprofessionalizzazione degli studi, squalificazione delle scienze, crescita della domanda di terapie brevi di carattere ortopedico a scapito della psicanalisi, crisi dell’educazione secondaria… quanti altri sintomi vogliamo elencare per capire se si tratta di un’unica patologia? L’impatto che questo profondo disastro culturale che sta affettando l’Italia comincia a dare i suoi frutti anche a livello meno superficiale di quello che è sotto gli occhi di tutti. E forse ci vorrebbe un novello Kuhn con un po’ di pelo sullo stomaco per raccontare, come dire, la dinamica di questa struttura delle involuzioni scientifiche. L’impasse di una società in declino finisce con il riverberarsi – lo fa notare il recente bellissimo libro di Massimiano Bucchi, Scientisti e antiscientisti (edito dal Mulino) – in maniera evidente sulla nostra stessa idea di scienza. Ma alle volte appunto non serve andare in cerca di segnali periferici per comprendere lo spirito del tempo.
Qualche sabato fa mi trovavo di pomeriggio, verso le sei a fare capolino in una nuova grande libreria da poco aperta a Roma, AsSaggi a via degli Etruschi. Un gruppo di ricercatrici ha deciso di creare un luogo specializzato in saggistica scientifica.
Ero solo. Ho dovuto aspettare mezz’ora perché entrasse un altro cliente.

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Essere maschi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/essere-maschi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/essere-maschi/#comments Wed, 22 Dec 2010 09:39:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3483 Vorrei dare qualche consiglio per i regali di Natale alla famiglia o agli amici di Bruno Vespa, dopo aver letto Il cuore e la spada. È eloquente che il suo libro-panettone, che campeggia a mucchi nei bookstore, dedicato alla storia dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia tra pubblico e privato, faccia una precisa scelta di campo: le donne per Vespa non esistono.

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di Christian Raimo

Vorrei dare qualche consiglio per i regali di Natale alla famiglia o agli amici di Bruno Vespa, dopo aver letto Il cuore e la spada. È eloquente che il suo libro-panettone, che campeggia a mucchi nei bookstore, dedicato alla storia dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia tra pubblico e privato, faccia una precisa scelta di campo: le donne per Vespa non esistono. Ossia esistono come compagne, come mogli, come amanti; ma non come personaggi politici, non come portatrici di idee. Esiste Elisabetta Tulliani, Claretta Petacci, Eleonora Moro, a cui sono dedicate varie pagine. Non esistono Rosy Bindi, Emma Bonino, Anna Kuliscioff, Nilde Iotti: citate appena.
Il primo consiglio che quindi vorrei dargli è quasi scontato, ed è Il secolo breve di Eric Hobsbawn. Proprio all’inizio di quello che forse è il più celebre libro di storia del Novecento, Hobsbawn riconosce che la trasformazione più importante che ha avuto luogo nel secolo appena passato è la rivoluzione femminile: una rivoluzione magari inavvertita perché si è svolta in un lungo processo, ma certo difficile da non riconoscere nemmeno oggi. Se Vespa ci è riuscito, forse ha qualche deficit nella sua biblioteca personale che potrebbe essere colmato.
Ma questo consiglio potrebbe rivelarsi utile anche per altri lettori che non sono Bruno Vespa. È interessante notare un elemento significativo nelle classifiche della saggistica italiana (ma non solo) degli ultimi anni: sono praticamente scomparsi dai primi posti nelle vendite i libri di teoria, i testi universitari, i saggi veri e propri; sostituiti da libri di divulgazione, da libri di pseudo-varia, da raccolte di articoli giornalistici. Nella settimana che va dal 15 al 21 novembre, per fare un esempio campione, nei primi venticinque posti, non c’è un solo titolo straniero, c’è solo un titolo scritto da una donna, e praticamente non c’è un solo libro che abbia un profilo accademico tout-court. Ai linguisti si sono sostituiti Zagrebelski e Carofiglio; ai professori di letteratura Citati e Augias; agli storici Aprile, Bruno Guerri, Pansa, Gramellini, Vespa… Attraverso i loro libri possiamo conoscere la figura di Garibaldi, le questioni della lingua italiana, la vita di Leopardi: sono testi più o meno affascinanti, discutibili, autorevoli, ma sono scritti con il brio e lo zelo di gente che di mestiere fa altro. Non potrebbe essere auspicabile che i dibattiti sulla storia, sulla lingua, sulla letteratura, insomma la nostra formazione culturale ricominciasse ad avvenire anche per esempio a partire da testi di studiosi di professione?
Passiamo al secondo consiglio, per Vespa e per chi vuole, ed è anche questa non è una novità, ma un libro del 2009: Essere maschi di Stefano Ciccone, uscito un po’ in sordina per una lodevole, storica casa editrice torinese, Rosenberg & Sellier. Mentre intorno a noi vediamo apparire nuove figure sociali (padri separati che creano associazioni per aver riconosciuti pari diritti nella tutela dei minori, gruppi di autocoscienza maschile che si formano in tutta Italia, padri che con sempre maggiore frequenza chiedono un congedo parentale alla nascita dei figli, un’embrionale ma costante diffusione dei men’s studies in tutta Italia…), c’è qualcuno come Ciccone e il suo collettivo maschileplurale che pone in modo molto intelligente e autocritico la priorità di una “questione maschile” all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana. In un paese come il nostro anche qui non proprio all’avanguardia negli studi di genere – dove il femminismo è considerato una reliquia culturale se non un passatempo per sessantenni livorose e nostalgiche, dove intellettuali come Judith Butler o Luce Irigaray o Julia Kristeva sono trattate se va bene come figure di nicchia, dove insomma l’elaborazione del lutto della società patriarcale non sembra essere ancora cominciata – Ciccone sostiene invece che per gli uomini è finalmente venuto il tempo di riflettere su se stessi, di mettersi in crisi, di raccontarsi. Ci sono stati recentemente i libri di Elisabetta Ruspini (Mascolinità all’italiana, 2007 e Uomini e corpi, 2009), Raffaele Mantegazza (Per fare un uomo, 2008) di Gianni Biondillo, (Nel nome del padre, 2009), di Duccio Demetrio (L’interiorità maschile, 2010); ma il libro di Ciccone è sicuramente il libro di riferimento per i men’s studies in Italia. Perché? Perché raccoglie un enorme materiale empirico da cui partire: quello ricavato dai gruppi di autocoscienza di maschile plurale, da letture incrociate, e dalle esperienze estere. Perché si confronta con le varie impasse della elaborazione politica italiana degli ultimi trent’anni, prendendo il la da quella che viene chiamata la “vendetta patriarcale”, ossia l’idea che alla crisi del modello di un maschio forte, di una famiglia mono-reddito, si risponda in pratica e anche in teoria con un recupero di questo modello sotto mentite spoglie (è il lavoro che fanno vari pensatori di area cattolica soprattutto come Claudio Risè e il suo sito Maschi Selvatici, ma anche i gruppi di terapia dell’omosessualità come il Narth di Joseph Nicolosi). Perché propone una diversa lettura della riflessione sul corpo maschile: portandoci a comprendere quanto sia importante un percorso di autocoscienza che parta da un corpo debole, un corpo sofferente, da un corpo limitato, da un corpo impotente. Perché comincia a colmare un vuoto enorme che il femminismo italiano ha sempre provato a riempire in un modo un po’ goffo, abbozzando una solitaria riflessione sul genere in vece di quei maschi renitenti a farla (le idee dei modelli maschili che si ricavano dai libri di Rosi Braidotti o di Marina Terragni, viste dalla parte di chi quei modelli dovrebbe averli a riferimento, sono quanto meno ingenue se non risibili). Mentre, per dire, per la prima volta nella nostra storia italiana, a capo della Confindustria e del più importante sindacato ci sono due donne, Essere maschi mette in luce in fondo un’evidenza che rappresenta molto più di tanti altri dati, il valore della crisi del nostro paese: la mancata autoriflessione sui modelli maschili e su quelli femminili ci ha portato ovviamente a un’assoluta incapacità di confronto di questi modelli. Ed è forse giunto il momento di cominciare questo processo, questo percorso dialettico, questa relazione, questa politica. Magari il Bruno Vespa del 2161 racconterà proprio questa storia nel trecentesimo anniversario dell’unità d’Italia.

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