Sally Rooney Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sally-rooney/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Dec 2024 09:51:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sally Rooney Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sally-rooney/ 32 32 Sei libri per il Natale 2024 https://minimaetmoralia.it/libri/sei-libri-per-il-natale-2024/ https://minimaetmoralia.it/libri/sei-libri-per-il-natale-2024/#respond Fri, 20 Dec 2024 09:51:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54622 Ne ho sentite tante, come che in Italia ci sono più scrittori che lettori, che a dirla tutta non lo so mica se era una battuta o se faceva parte di qualche statistica, di qualche sondaggio instagrammato, instagrammabile, anche perché a volte mi perdo, non so più quando è il caso di ridere, di provare […]

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Ne ho sentite tante, come che in Italia ci sono più scrittori che lettori, che a dirla tutta non lo so mica se era una battuta o se faceva parte di qualche statistica, di qualche sondaggio instagrammato, instagrammabile, anche perché a volte mi perdo, non so più quando è il caso di ridere, di provare un po’ di compassione, di credere a chi ti dice che il romanzo è morto, o comunque non è più quello di una volta, e allora tanto vale prendere qualcuno che fa stand-up comedy, sperando che abbia messo qualche storia da parte che si possa pubblicare. Ma in fondo che importa, noi siamo qui, come ogni anno, più o meno, ad appendere palle colorate e lucine intermittenti, che somigliano un po’ alle nostre vite, che ogni tanto ci lasciano sorridere, essere felici, chissà per quanto tempo. Non rimane che consigliare libri, sempre più libri, sentendoci, almeno per oggi, almeno per qualche minuto, davvero più liberi.

Sally Rooney, Intermezzo, traduzione di Norman Gobetti, Einaudi

Nel terzo romanzo di Sally Rooney, Dove sei, mondo bello, che nella mia classifica privata dei suoi romanzi metto al primo posto insieme a questo, c’è un personaggio, che poi è il suo alter ego, che è una scrittrice, che a un certo punto rivela l’argomento principale dei suoi libri: le persone. Ecco, anche qui, come in ogni suo romanzo, si raccontano le persone. Ci sono due fratelli, Ivan e Peter, che attraversano rispettivamente i venti e i trent’anni, che entrando a contatto con le vite di Sylvia, Naomi, Margaret, e non fanno altro che cercare la vita “giusta”, la vita “vera”, la vita felice. Condividono il lutto per il loro padre, provano a rimettersi in sesto, muovendosi come fa Ivan quando gioca a scacchi, facendo attenzione ad ogni piccola mossa. Insieme a questo, per seguire le tracce di Rooney, dei suoi personaggi, delle sue storie, mi affiderei a Fuani Marino, al suo In Irlanda con Sally Rooney (pubblicato da Giulio Perrone).

Alessandro Piperno, Aria di famiglia, Mondadori

È il romanzo italiano più bello pubblicato quest’anno, così come Di chi è la colpa (il prequel) era il romanzo più bello del 2021. È la storia di un professore universitario che (un po’ come accade, in parte, in American Fiction) è costretto a rivedere i suoi piani, la sua vita, per via del perbenismo accademico, di quella che chiamano cancel culture, che colpisce lui e un minore (scherzo, eh, che non si sa mai) come Flaubert. E mentre la sua vita cambia, trova un nipote e deve fare i conti con quelli che rimangono alla fine della festa, butta giù quelli che vorrebbero correggere le opere del passato, quelli che mettono al mondo i figli per dare un senso alla propria vita, quelli che confondono la reputazione con la fama. Per usare una parola nuova e originale, un po’ come “empatia”, direi: CAPOLAVORO.

Jem Calder, Ricompense, traduzione di Isabella Pasqualetto, Einaudi

Questa raccolta di racconti la regalerei insieme a Intermezzo, giusto per dare un’idea di quello che succede oggi alla giovinezza, una giovinezza faticosa, precaria, senza confini. Anche qui si parla di relazioni, di persone che si avvicinano e si allontanano e poi si avvicinano di nuovo, che come avrebbe detto Nanni Moretti, ormai, sono ferite (cattive non so, incattivite, forse). E in una raccolta di racconti, ne basta uno come Scusa, sbaglio o ci conosciamo? per dire che sì, ne è valsa la pena. “Sopra di loro, le nuvole di mezzogiorno avevano il colore del Financial Times”. Due che si ritrovano, con noi che ci sentiamo come lui, rassicurati dal fatto di “continuare a esistere” accanto a lei. Commovente, davvero.

L. Stine, Il libro più spaventoso di sempre (Piccoli Brividi), traduzione di Beatrice Bellini, Mondadori

 Era doveroso un omaggio a una serie di libri che hanno fatto conoscere la paura ai bambini nati negli anni Ottanta e Novanta. A leggerli adesso, con gli occhi contaminati della vita adulta, fa un po’ impressione, è tutto molto esplicito, i personaggi, i dialoghi, l’ambientazione. Ma la magia, forse, sta proprio qui, in questa distanza spazio-temporale, che mostra brutalmente un mondo spiegato alla lavagna, neanche fossimo in un film di David O. Russell, in cui ogni capitolo si conclude con un colpo di scena, per tenere incollati i lettori, in cui, però, ci si accorge di come un ragazzino tranquillo, timido, impaurito com’era Stine, possa diventare lo scrittore americano di horror più letto al mondo (dopo Stephen King).

Amos Oz, La storia comincia così, traduzione di Elena Loewenthal, Feltrinelli

Un libro che parla di inizi, tipo Se una notte d’inverno un viaggiatore. Questo, però, non è un romanzo, e forse non lo era neanche quello. E che bello un libro che parla di inizi, di incipit, che comincia con questa frase: “Mio padre scriveva saggi”. E anche Amos Oz, adesso, li scrive, analizzando gli incipit di racconti come Il naso di Gogol’, Un medico di campagna di Kafka, Nessuno diceva niente di Carver, sapendo che la letteratura, per le parole, per la lingua, è una grande “bombola d’ossigeno”, e che in fondo “tutto riguarda la realtà”. Un corso di scrittura intensivo, magico, e insieme l’occasione per tornare a respirare l’aria buona dei classici.

Giuseppe Pastore, Kolossal Milan. Gli anni 2001-2009, 66THAND2ND

Come Nanni Moretti in Aprile, che per tutto il film non fa altro che dirci che proprio non se la sente di fare un documentario sulle elezioni politiche del 1994, e mentre ce lo dice, ce lo mostra, così Pastore, giornalista, podcaster, critico cinematografico, cronachista di punta (se non conoscete Cronache di spogliatoio, “continuiamo così, facciamoci del male”), non sappiamo bene se voglia raccontarci la storia del Milan attraverso la storia d’Italia o viceversa. Troviamo le grandi imprese del Milan di Ancelotti, insieme all’epoca d’oro di Berlusconi, all’omicidio di Carlo Giuliani, alla nascita di Sky, con riferimenti pop come Sabrina (la serie), il televideo, Zelig, Toy Story, Space Jam. Un piccolo grande viaggio in un passato recente che, come dice l’autore, a pensarci oggi, sembra lontanissimo, e c’è bisogno di una lingua ironica, leggera come quella di Pastore, della “giusta distanza”, come avrebbe detto Mazzacurati, per poterlo raccontare.

 

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Consigli di lettura per l’estate https://minimaetmoralia.it/libri/consigli-di-lettura-per-lestate/ https://minimaetmoralia.it/libri/consigli-di-lettura-per-lestate/#respond Fri, 01 Jul 2022 09:57:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50741 Photo by Kimberly Farmer on Unsplash In un’estate che sembra come tante altre, viste le tracce della maturità o i tg che quando arriva la metà di giugno non vedono l’ora di nominare Caronte, ma con qualcosa in più, o in meno, a pensarci bene, come la guerra in Ucraina (che ha compiuto quattro mesi), […]

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Photo by Kimberly Farmer on Unsplash

In un’estate che sembra come tante altre, viste le tracce della maturità o i tg che quando arriva la metà di giugno non vedono l’ora di nominare Caronte, ma con qualcosa in più, o in meno, a pensarci bene, come la guerra in Ucraina (che ha compiuto quattro mesi), i diritti delle donne che negli Stati Uniti vengono presi a calci, la gente che parla in corsivo, ecco, in un’estate che sembra ma che in fondo non è come tante altre, mi viene in mente Calvino, quando parlava del “buon lettore”, dei buoni propositi che tutti i lettori fanno quando arriva l’estate, che pur essendo diversa dalle altre può offrirti sempre qualche momento di tregua, di solitudine, un piccolo varco, dove di solito si infila la noia, in cui finalmente possiamo dedicarci “a una scelta di letture essenziali che daranno un tono alle sue vacanze”.

Jennifer Egan, La casa di marzapane, traduzione di Gianni Pannofino, Mondadori

A dodici anni dall’uscita de Il tempo è un bastardo, che le è valso il Premio Pulitzer, Jennifer Egan torna con un romanzo che parte dai limiti e dai vantaggi della tecnologia per interrogarsi sul futuro, sulla memoria, sul nostro rapporto con gli altri e sui diversi modi che ognuno di noi ha per accettare il tempo che passa. In linea con alcuni episodi di Black Mirror e con il Gondry di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, il protagonista di questo romanzo, Bix, inventa “Riprenditi l’inconscio”, una nuova tecnologia che ti permette di accedere ai ricordi e di rivivere un momento del passato. Si alternano diverse voci, attraverso cui la storia piano piano prende forma, e leggendo si ha la sensazione di sbirciare un po’ il futuro, per prepararsi a quello che succederà, e allo stesso tempo di ritrovarsi in un mondo familiare, che ormai sembra molto lontano nel tempo.

Sally Rooney, Dove sei, mondo bello, traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi

Quando Alice e Felix si incontrano, nel bar di un albergo di un paesino irlandese, lei gli dice di essere una scrittrice, lui le chiede di cosa parlano i suoi libri, lei risponde: “Delle persone”. Ecco, è quello che Sally Rooney (che qui, non a caso, si nasconde proprio dietro al personaggio di Alice) sa fare meglio di tutti, raccontare le persone. Nel suo terzo romanzo, il migliore, secondo me, analizza la storia e le storie di due ragazze, Alice ed Eileen, e di due ragazzi, Simon e Felix, le loro vite che cambiano nel tempo, alternando momenti di pura narrazione a scambi epistolari tra le due, che riflettono sulla fama, sull’arte, sulla sessualità, sul perdono, sulla vita in generale. Viene fuori più di quello che raccontano i gadget e i post su Instagram, più di un semplice ritratto generazionale, più di una voce che si presta ai disagi dei millennial. È un romanzo che parte dalla realtà, per poi tornarci, e che ci aiuta, in fondo, a capirla, a decifrarla, a metterla a fuoco.

Veronica Raimo, Niente di vero, Einaudi

Come mi ha suggerito una mia amica, se esistesse una versione letteraria della serie Fleabag, forse, sarebbe questo romanzo, che ha i ritmi di uno spettacolo di stand up comedy, uno spettacolo di quelli belli, però, dove tra un capitolo e l’altro ci si prende una piccola pausa, si respira, si beve un po’ d’acqua, per poi passare all’argomento successivo, trattato sempre con grazia, con il coraggio, per dirla alla Baudelaire, di “mettere il cuore a nudo”. Le prime letture, le fughe da casa, l’insonnia, la fede, i viaggi a Berlino, le malattie, il rapporto con l’estate, la verginità, un mondo che non è il nostro ma che ci somiglia davvero tanto, in cui trovare un po’ di conforto, oltre al coraggio di riconoscere le nostre ombre e di capire che è normale, in fondo, come si diceva in un film di qualche anno fa, sentirsi sempre un po’ così: tristi, ma felici.

Antonella Moscati, Una quasi eternità, Quodlibet

Il quasi del titolo è dettato dal corpo della protagonista che è cambiato nel tempo. Raggiunta ormai la soglia dei cinquant’anni, è “quasi” fisiologico fare un bilancio, guardare indietro, mettere insieme i ricordi e provare a dare una forma a quella che chiamano esperienza. E a partire dallo sguardo degli altri, soprattutto uomini, che funge un po’ da cornice, Moscati ci invita a riflettere sulla vita, che si sa quando inizia ma non si sa quando finisce, su quale possa essere la funzione dei nostri organi, sulla vecchiaia che, in alcuni casi, può essere vissuta anche come una malattia.

Francesco Longo, Il cuore dentro alle scarpe, 66thand2nd

Chissà se l’autore usa le sessanta statue dello Stadio dei Marmi per raccontare la storia dello sport a Roma, le vicende umane che hanno attraversato una città eterna, o quasi, per riprendere il libro di Moscati, o viceversa. L’idea è quella di andarci piano, di riflettere, di fermarsi ogni tanto per osservare una figura, un simbolo, per raccontare quello che rappresenta, tutto il tempo si porta addosso. In fondo, questo libro, che è un diario di viaggio, una guida, una raccolta di racconti (dello stesso numero di quella di Buzzati), un romanzo corale, svela il metodo, il processo, l’atto della scrittura, di chi ha il coraggio di guardare le cose senza giudicarle, di chi non fa il tifo per quelli che vincono, ma sa dare spazio anche ai sognatori che hanno gli occhi pieni di rimpianti, di chi non si accontenta mai della realtà, anche quando diventa un’abitudine.

Francesco Targhetta, La colpa al capitalismo, La nave di Teseo

Dieci anni dopo il romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie, quattro dopo il bellissimo Le vite potenziali, Targhetta torna alla poesia catturando lo spleen della provincia, poco prima che sparisca la luce. “Restano queste ipotesi di grazia/nel disagio di sneakers seminuove”, “ma ogni giorno si esercita nel plagio/di un uomo che si trova/a proprio agio nel mondo”, “Sarah di lavoro fa la madre/di un bimbo che scarta regali”, “Domani salirà sui monti/per osservare come sboccia il mondo/in assenza di esseri umani”. La colpa è anche nostra, che assecondiamo il male, che ci abituiamo a tutto, che non siamo più capaci di arrabbiarci, che abbiamo dimenticato le cose importanti, che “dalla parte giusta/della storia/ci sta solo chi muore”.

Il libro della memoria, a cura di Antonella Tarpino, il Saggiatore

Se Theodore, il protagonista di Her, ha ragione quando dice che il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi, e che la memoria, quindi, è profondamente inaffidabile, questo libro ci aiuta a riconoscerla, a conoscere la sua storia, attraverso le parole di grandi come Rousseau, Hugo, Cicerone, Kafka, Dickens, Benjamin, DeLillo, per passare dal tempo perduto a quello ritrovato, dalla memoria volontaria a quella involontaria, per capire come possiamo vivere anche dentro noi stessi, come possiamo accettare tutto quello che siamo stati.

Giulio Iacchetti, Semplici formalità, Johan & Levi Editore

“Progettare è un’attitudine alla sintesi”, sostiene l’autore nell’introduzione, poco prima di cominciare il viaggio dentro questo suo dizionario sentimentale degli oggetti (e non solo) di design, che hanno fatto la storia. Per ogni oggetto, per ogni esempio di “formalità”, intesa in senso buono, lontana dall’estetica vuota e autocompiaciuta delle star, che si parli della supposta, delle Pringles, del Chupa-Chups, del biscotto Plasmon, dello stecco “a elica”, della capsula dell’ovetto Kinder, c’è una cronistoria e un commento personale, un piccolo racconto, scritto oggi, con il senno di poi, dimostrando, come ha fatto Longo nel suo libro, che l’età adulta è fatta anche di scoperte, più o meno leggere, non solo di abitudini.

Sempé, Diari di Bordo, traduzione di Tommaso Gurrieri, prefazione di Patrick Modiano, Edizioni Clichy

Come scrive Modiano nella prefazione, i disegni di Sempé sono vicini al balletto e alla danza, sfidano la legge di gravità, hanno la stessa leggerezza dei sogni. Paesaggi, ritratti, scene di vita familiare, uomini, donne, animali, catturati nella loro intimità, in tutta la loro goffaggine profondamente umana. Accanto alle prove di copertina per il New Yorker, ci sono piccoli quadretti satirici con delle didascalie e dei commenti ironici sull’amore, sulla psicanalisi, sui rapporti umani, sui luoghi comuni che popolano la società, soprattutto quella francese.

Quaderno di compiti delle vacanze per adulti, Blackie Edizioni

Quiz sul cinema, sulle serie tv, sull’arte, sui libri, sulla scienza, sulla musica, sul calcio, per quando non abbiamo voglia di spiare le vite degli altri ma neanche di imbatterci in un libro, per sfidare noi stessi, conoscere i nostri limiti e diventare, chissà, magari, un giorno, quello che tanti, oggi, credono di essere, dei tuttologi. Belle le immagini, belli i quiz, belli i viaggi che ti invita a fare. Un quaderno magico, prezioso.

 

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Ultime dal romanzo contemporaneo: “Tempi eccitanti” di Naoise Dolan https://minimaetmoralia.it/libri/ultime-dal-romanzo-contemporaneo-tempi-eccitanti-naoise-dolan/ https://minimaetmoralia.it/libri/ultime-dal-romanzo-contemporaneo-tempi-eccitanti-naoise-dolan/#respond Thu, 05 Nov 2020 13:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44507 Per Ava, ventiduenne dublinese expat a Hong Kong e insegnante in una scuola per bambini benestanti, il tempo è un’ossessione. Scandisce il ritmo della giungla urbana che la circonda – quella dei grattacieli, dei ristoranti di lusso che sovrastano discount e catene di fast fashion–, ma soprattutto misura e intensifica accadimenti, sensazioni e contraddizioni che avvengono nel suo universo privato.

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Per Ava, ventiduenne dublinese expat a Hong Kong e insegnante in una scuola per bambini benestanti, il tempo è un’ossessione. Scandisce il ritmo della giungla urbana che la circonda – quella dei grattacieli, dei ristoranti di lusso che sovrastano discount e catene di fast fashion–, ma soprattutto misura e intensifica accadimenti, sensazioni e contraddizioni che avvengono nel suo universo privato.

Ava monitora ciò che sente e ciò che le succede con il trascorrere delle stagioni, non soltanto perché il tempo, in città globalizzate come Hong Kong e all’interno della società digitale che le abita è un concetto relativo e sfuggente, ma anche perché questo tempo è tutto ciò che una giovane donna come lei può illudersi di possedere per sopravvivere alla metropoli che la accoglie al suo arrivo in Cina, nel luglio del 2016.

Tempi eccitanti è uno dei libri più belli di quest’anno. Lo ha scritto Naoise Dolan, definita all’unanimità la nuova Sally Rooneye da poco entrata nella shortlist dei migliori giovani scrittori del Sunday Times; e lo ha tradotto in italiano (per Atlantide Edizioni) Claudia Durastanti, indovinando alla perfezione lingua, sfumature e intenzioni: nel 2019 La Nave di Teseo pubblicava il suo La straniera, altro romanzo in cui tempo e luogo erano fondamentali per mettere in prospettiva la storia, anche questa narrata da una voce che descriveva in prima persona cosa significasse nascere e vivere a cavallo tra due mondi lontanissimi, l’America e la provincia lucana.

E nonostante in Tempi eccitanti questa coesistenza scaturisca da presupposti diversi e metta in gioco elementi radicalmente differenti, tra i libri persiste una forte analogia, quantomeno nel loro modo di sviluppare un personaggio attraverso la combinazione di due universi paralleli a partire dall’uso del linguaggio.

Tempo e linguaggio sono centrali, in Tempi eccitanti, e indissolubili perché in continuo mutamento: un tempo interiore che entra in conflitto con quello esterno, spesso disinteressato e impermeabile; e una la lingua che trascende i suoi caratteri originari in modi e forme sempre diverse: dall’irlandese “materno” all’inglese che permette alla protagonista di interagire con gli altri, anche grazie al suo lavoro. La riflessione sulla lingua, sulle sue trasformazioni e le sue sfumature, e su come queste influiscano sulle relazioni in senso lato, è uno dei principali temi del romanzo, se non addirittura lo strumento principale per comprenderlo: Ava riflette ossessivamente sul significato delle parole, sull’intenzionalità delle espressioni, sulla loro permeabilità, la loro contaminazione o la loro resistenza, nel tentativo di conoscersi e affermarsi, oltre che di decifrare quelli che la circondano.

È un tipo di osservazione inscindibile dal fatto che Ava abbia ventidue anni; dal fatto che sia una giovane donna ancora piena di contraddizioni (non sa ancora definirsi sessualmente né come individuo, ma al tempo stesso sa con certezza di essere comunista, femminista e vegana); dal suo essere straniera, incompleta e vittima di continui auto-sabotaggi. Per quanto cerchi di inserirsi nella dialettica relazione del mondo che la circonda, Ava resta comunque sempre isolata: i suoi colleghi restano poco più che caratteri abbozzati, gli amici dei prototipi che funzionano per generalizzazioni in base al loro coinvolgimento politico o alla loro posizione lavorativa. Ma se esiste uno spazio in cui lei può permettersi di analizzare e coltivare quest’osservazione spasmodica di sé, questo spazio è quello dei sentimenti.

Quasi subito Ava incontra Julian, un ambizioso e giovane banchiere assorbito dal proprio lavoro con un enorme problema di analfabetismo emotivo. «Nel farmi venire era stato quasi sinistro», riflette lei, che con occhio analitico fantastica sulla relazione tra la macchia di sangue mestruale lasciata nel letto di Julian e il Merlot che hanno sorseggiato prima di fare sesso. Julian è glaciale e non intende avere una relazione ufficiale con Ava, ma lo stesso la persuade a lasciare l’appartamento che lei divide con due coetanee, e a trasferirsi in pianta stabile nel suo costoso e asettico reame (pur senza permetterle di dormire nella sua stanza). L’incontro tra loro mette in gioco un altro tema fondamentale di Tempi eccitanti, quella che Dolan definisce «ansia di classe», e cioè il contrasto tra la volontà della protagonista di emanciparsi – pur assoggettandosi al paradosso di sentirsi inferiore ai suoi alunni – e il bisogno di abbandonarsi ai privilegi di quella relazione tossica, che tuttavia Ava non descrive mai in questi termini.

La complessità del romanzo parte da quest’ambiguità – l’insicurezza di una donna in preda a un disperato bisogno d’amore e la sua resistenza contraria, scaturita dalla profonda convinzione di non meritare il benché minimo riguardo – per arrivare a svilupparne decine di altre. Ava lucida le scarpe di Julian e prepara le sue valigie, lava i piatti prima di inginocchiarsi sulla sua moquette e concedergli un generoso pompino; e sorprendentemente riesce a farlo senza mai illustrare davvero l’ingiustizia intrinseca di un rapporto imperfetto e di dipendenza come quello che Ava prova continuamente, mettendo piuttosto in scena le atroci contraddizioni delle relazioni moderne in tutta la loro sconfinata complessità e ambiguità.

Eri spaventata quando gli uomini ti venivano dentro, anche se non sapevi bene se toccava a tutte le donne irlandesi o solo a te, e a volte dicevi vuoi venirmi in bocca perché, dopo tutto, ti sentivi come se gli dovessi ancora qualcosa, un posto dentro di te. Quando venivi tu, temevi — a dispetto della biologia —  che sarebbe stato questo a condannarti. Sapevi che se gli avessi detto anche una sola parola di tutto questo, lui avrebbe capito a sufficienza da lasciarsi spezzare il cuore, ma sapere quanto poco sarebbe riuscito a capire prima che gli si spezzasse, avrebbe spezzato anche te. Eri ironica con lui, e anche con te stessa. Era folle.

Il romanzo cambia prospettiva, pur aggrappandosi a questa voce narrante così lucida e asciutta, quando Julian parte per l’Inghilterra e Ava incontra Edith, una giovane anglo-cinese che lavora in uno studio legale e che si avvicina a lei, prima come amica e poi come amante. L’irrompere di Edith nella vita di Ava introduce un altro elemento importante nel lessico sentimentale di Tempi eccitanti: la scoperta dell’omosessualità da parte della protagonista, il senso di colpa mescolato alla gioia inebriante di relazionarsi per la prima volta e per davvero con un proprio simile.

Non senza dolore, però, perché ancora una volta Ava è “vittima” di quel senso di inferiorità che tuttavia da Edith in poi inizia a prendere una forma, di nuovo tramite l’analisi minuziosa del sentimento, del dipanarsi della relazione, del suo manifestarsi sullo sfondo multiforme della città, tra centri commerciali, sale da tè e terrazze fiorite. Ava monitora e descrive ancora una volta le sue emozioni con attenzione quasi maniacale e disperata, proprio come fanno i personaggi di Rooney, a cui Naoise Dolan è vicinissima per tematiche e stile; ma non c’è traccia di compassione né indulgenza in lei, se mai un’acuta sensibilità e la capacità di ironizzare su tutto, di muoversi sinuosamente tra la dipendenza da una relazione frustrante e tuttavia necessari, e confortevole e l’orrore della felicità, la paura di venire allo scoperto e diventare finalmente qualcuno.

Non avrei mai capito i ricchi. Le chiavi di Edith, la sua Octopus card e il suo portafoglio “vivevano” tutti in uno scomparto preciso, in modo da poterli trovare subito. La ammiravo per questo e cercavo di implementare una soluzione simile nella mia vita. Ma io avrei scelto posti sbagliati in cui “far vivere” le mie, mi sarei dimenticata che erano lì e non sarei stata comunque capace di trovarle.

Tempi eccitanti oscilla tra una serie di spunti fondanti del romanzo moderno, e mette in campo una serie di forze multiformi e contrapposte intrecciandole con un talento forse maggiore a quello della bravissima Rooney. Se infatti quest’ultima, come suggerisce proprio Durastanti, è una scrittrice «da camera» (dove la camera sta a simboleggiare lo spazio interiore che quasi sempre prende il sopravvento sullo scenario circostante), Dolan spinge di continuo la sua protagonista nel mondo, la costringe a sottostare alle sue regole, a sopportarne la ferocia o la bellezza, e a perdersi e ritrovarsi proprio in contrasto o in concomitanza di quello scenario, confondendo senza sosta tanto lei quanto il lettore su quale sia la strada giusta. E nel bene e nel male resta aggrappato a una voce magnetica che oscilla tra il disincanto e lo stupore, la voce di una donna che sgomita e che lavora senza tregua per guadagnarsi a ogni costo il proprio diritto all’amore.

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Persone normali di Sally Rooney, il grande romanzo (d’amore?) di una ventenne https://minimaetmoralia.it/libri/persone-normali-romanzo-sally-rooney/ https://minimaetmoralia.it/libri/persone-normali-romanzo-sally-rooney/#comments Wed, 29 Jan 2020 13:02:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42248 di Valentina Berengo

I grandi romanzi non sono mai romanzi di genere. Nessuno si sognerebbe di definire Cime tempestose o Anna Karenina romanzi d’amore, o non solo. Anche se, a volerne raccontare la trama, il sentimento che ne pervade le pagine, nelle sue più complesse declinazioni, è proprio quel moto irrazionale dell’animo che, forse, è la prima spinta propulsiva della vita. I grandi romanzi sono un universo racchiuso in una scatola senza fondo, e Persone normali (Einaudi 2019, traduzione di Maurizia Balmelli) di Sally Rooney, scrittrice irlandese classe 1991, trasmette al lettore esattamente questa sensazione: che sotto ci sia sempre qualcosa, che però sfugge, restituendo la complicazione delle relazioni umane.

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di Valentina Berengo

I grandi romanzi non sono mai romanzi di genere. Nessuno si sognerebbe di definire Cime tempestose o Anna Karenina romanzi d’amore, o non solo. Anche se, a volerne raccontare la trama, il sentimento che ne pervade le pagine, nelle sue più complesse declinazioni, è proprio quel moto irrazionale dell’animo che, forse, è la prima spinta propulsiva della vita. I grandi romanzi sono un universo racchiuso in una scatola senza fondo, e Persone normali (Einaudi 2019, traduzione di Maurizia Balmelli) di Sally Rooney, scrittrice irlandese classe 1991, trasmette al lettore esattamente questa sensazione: che sotto ci sia sempre qualcosa, che però sfugge, restituendo la complicazione delle relazioni umane.

Lo si capisce anche dalla serie che dal romanzo la BBC ha tratto e che verrà trasmessa in 12 puntate, di cui possiamo vedere il trailer, uscito da pochissimi giorni. La sfida, sulla pellicola come sulla carta, è quella di raccontare l’amore, ancora e di nuovo, trovando nuove cose da dire, nuovi modi per farlo e soprattutto aprendo la narrazione a tutto quello che d’altro c’è. E Rooney ci riesce.

La trama è presto detta: lei, di buona famiglia ma abbastanza complessata, e lui, il figlio della domestica di casa, entrambi liceali, sono in classe insieme e iniziano una relazione fatta soprattutto di corpi e di silenzi, o, se di parole, di parole che non combaciano mai: nemmeno il loro stare insieme osano, infatti, chiamarlo con questo nome, anzi, lo tengono nascosto e quasi se ne vergognano, perché nessuno dei due riesce a sentirsi adeguato nemmeno come individuo, figurarsi poi come coppia.

Per raccontare quello che a tutto ciò è sotteso, Rooney inventa un modo, figlio della famosa regola show, don’t tell tanto insegnata nelle scuole di scrittura anglosassoni, in cui alla narrazione (i personaggi fanno continuamente cose: mangiano crema al cioccolato, lei si trucca, lui infila le mani nelle tasche, parlano, messaggiano) si sovrappone il dialogo, quasi mimetizzato ma onnipresente, che è un veloce scivolare, come ci accade su whattsapp o nel parlare spiccio di cui spesso è fatta la “vita vera”.

A renderci conto di quanto siano strani, i due protagonisti di un romanzo che si intitola Persone normali, ci mettiamo due righe: “Connell suona il campanello e Marianne va ad aprire. Ha ancora addosso la divisa scolastica ma si è tolta il maglione, per cui è in gonna e camicetta, e senza scarpe, solo con i collant. Oh, ciao, dice lui. Entra”. Capiamo fin dall’incipit che il loro legame è sotterraneo, è inusuale, è chimico; capiamo che succederà qualcosa e che questo qualcosa non sarà mai finito; capiamo che tra potenza e atto ci sono degli ostacoli vecchi come Romeo e Giulietta; e intuiamo, anche, che stiamo leggendo un romanzo che parla, finalmente, del mondo nuovo, quello che si srotola davanti ma di cui non tracciamo i confini, e che ha paradigmi tutti da definire. E nel far questo Rooney scrive un libro con la forza del romanzo senza tempo.

In una sinusoide continua, i corpi e pensieri di Marianne e Connell, però, continuano a lambirsi e a rassicurare in qualche modo chi legge. Non di un happy ending – che ci sia o meno poco importa – ma che un futuro è possibile, sempre.

Rooney SallyPersone normali si rivela un romanzo sui punti di vista, che sono due ma caleidoscopici. Marianne e Connell del liceo non sono gli stessi dell’università e, cambiando, si modifica il loro sguardo su sé stessi e sul mondo, così come sentono alterarsi e piano piano virare il giudizio che gli altri hanno di loro. Nella seconda metà del romanzo lei si chiederà: “Non so cos’ho che non va. […] Non so perché non riesco a essere come le persone normali”; di contro lui, che cerca di sostituirla con altre meglio capaci di stare nel mondo, arriverà dirsi che “ha capito che il suo posto era accanto a lei [Helen, la nuova ragazza, cioè]. Quello che c’era tra loro era normale, una buona relazione”.

Sfidando l’uso di questa parola ormai negletta, normalità, Rooney ci spinge a chiederci se abbia senso sovvertire l’ordine, ci invita ad ascoltare il rumore di bicchieri rotti che producono i buchi della comunicazione, chiede ai suoi personaggi se sia possibile negare l’amore e li induce a non ascoltarsi nell’assurda ricerca di un senso normale, che in realtà non esiste.

In tutto ciò l’autrice scrive un romanzo universale e non s’imbarazza a metterne al centro il senso (di inadeguatezza) proprio di ciascuno. In Persone normali si indagano il destino, le sliding doors, cosa sia una relazione tra due individui e come questi agiscano, tanto da soli quanto in mezzo agli altri.

Rooney ci mostra quanto possa più della testa, forse, il corpo e in ultima analisi scrive, sì, un grande romanzo d’amore, fatto di parole nuove e senza retorica. Come queste: “[Connell] non è indeciso sul fatto di volerlo fare o no, è proprio che non può. […] Mai potrebbe, ne ha l’immediata certezza, fare qualcosa con Marianne mentre li guarda Peggy, o un’altra delle sue amiche, o chiunque altro. Prova un senso di vergogna e di confusione anche solo a pensarci. È una cosa di sé che non capisce. Perché se la sua privacy con Marianne venisse invasa da Peggy, o da un’altra persona, qualcosa dentro di lui andrebbe distrutto, una parte della sua individualità, che a quanto pare non ha un nome e che finora non ha mai cercato di identificare”.

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L’illustrazione è di Marco Petrella

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(questo pezzo contiene diversi spoiler)

Sally Rooney ama descrivere la qualità dell’aria. Spesso, in Conversations with Friends, la rende visibile abbinandone la consistenza al colore. Non sembra fare lo stesso, è stato notato, con l’atmosfera digitale che tiene in piedi i dialoghi del suo romanzo: neanche un selfie, mai una batteria scarica. Quando nominare le corporation dei social (a costo di fare pubblicità gratuita) ha un senso narrativo, però, Rooney non esita a farlo. La “sfida affascinante” per chi scrive oggi, spiega, è “rendere letterario il tempo sprecato su Facebook, […] elevarlo a qualcosa di bello o di emozionante.” Conversations resta comunque stracolmo di tecnologie: CD abbandonati nel cruscotto, romanzi tascabili lasciati in mano altrui, sonde a ultrasuoni che fotografano uteri vuoti, noodles istantanei, ibuprofene e paracetamolo. E pure telefoni che mandano email, link di video condivisibili su più piattaforme, e il concetto di swipe right, che però non costituiscono, da soli,tutto il sistema su cui si appoggiano relazioni e dialoghi.

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di Francesca Massarenti

(questo pezzo contiene diversi spoiler)

Sally Rooney ama descrivere la qualità dell’aria. Spesso, in Conversations with Friends, la rende visibile abbinandone la consistenza al colore. Non sembra fare lo stesso, è stato notato, con l’atmosfera digitale che tiene in piedi i dialoghi del suo romanzo: neanche un selfie, mai una batteria scarica. Quando nominare le corporation dei social (a costo di fare pubblicità gratuita) ha un senso narrativo, però, Rooney non esita a farlo. La “sfida affascinante” per chi scrive oggi, spiega, è “rendere letterario il tempo sprecato su Facebook, […] elevarlo a qualcosa di bello o di emozionante.” Conversations resta comunque stracolmo di tecnologie: CD abbandonati nel cruscotto, romanzi tascabili lasciati in mano altrui, sonde a ultrasuoni che fotografano uteri vuoti, noodles istantanei, ibuprofene e paracetamolo. E pure telefoni che mandano email, link di video condivisibili su più piattaforme, e il concetto di swipe right, che però non costituiscono, da soli,tutto il sistema su cui si appoggiano relazioni e dialoghi.

La reticenza descrittiva di Rooney, insieme alla politica astratta di conversazioni che si tengono sempre al sicuro da obiezioni, le hanno valso entusiastici paragoni con Jane Austen, forse complici la lingua inglese e la prevalenza femminile tra i protagonisti. Rooney tasta la superficie della bolla millennial spargendo abbondanti riferimenti culturali, ma è una bolla in cui è talmente a suo agio da dare forse per scontato l’atteggiamento estetico che lega tutto insieme. Una maniera di scrivere di cui è parte il diniego a farsi portar via pagine intere da parafrasi del tempo presente, così come il rifiuto di esporsi in giudizi o appiccicare etichette. Si tratta di uno stile che, di certo ben radicato in Austen, è però arrivato a Rooney già rivisto e aggiornato.

Conversations parla dell’elasticità di un rapporto senza nome tra due giovani donne, che da amore, relazione sessuale, collaborazione diventa amicizia, sorellanza, avversione, complicità, coabitazione. Faber&Faber (Einaudi da noi) e l’olio su lino Sharon and Vivien di Alex Katz in copertina hanno probabilmente salvato Rooney dallo scaffale chick lit, letteratura per signorine. Per quanto l’insistenza sui tacchi a spillo sia sostituita da scrupolose descrizioni di bottoni – sopra vestiti di lino blu e cappotti di lana nera – i tropi del genere rosa sono dappertutto. Dappertutto, ma sfumati: c’è l’ambientazione urbana, ma la metropoli è Dublino; la vacanza all’estero, ma i voli sono low cost e a tarda notte; i lavori creativi che rendono autosufficienti chi li pratica, ma solo se si è raccomandati dall’esperto del settore. C’è pure la rappacificazione conclusiva durante lo shopping natalizio, a cui mancano solo i fiocchi di neve per diventare il Diario di Bridget Jones, oppure The Dead di Joyce.

È natale anche nel racconto per Granta, Mr Salary, una sorta di prova generale a Conversations in cui risposte sfacciate a domande argute disegnano di sbieco una relazione padre-figlia biforcuta. Sukie, la brillante protagonista, si giostra tra due figure paterne, una immobilizzata dal cancro terminale, l’altra incastrata da sentimenti sconvenienti solo perché inconsueti. Il corpo malato, in Rooney, è curato prima di tutto via internet, attraverso l’accumulo di PDF informativi o spiando forum specializzati, oppure monitorato da sé, con il proprio smartphone. Nel suo pezzo per il New Yorker, “An App to Cure My Fainting Spells”, racconta di come è guarita dagli improvvisi svenimenti di cui soffriva grazie all’allarme periodico di un’app che le ricordava di bere i bicchieri d’acqua tassativi per restare idratata. La malattia invisibile è cruciale anche in Conversations. La sofferenza del corpo prende molte forme: la depressione di Nick, mutevole e invalidante, l’autolesionismo di Frances, che si gratta e pizzica le braccia fino a farsi sanguinare, si pesta le dita dei piedi fino a doversi mordere le guance per non urlare. Ma è una forma di dolore anche la pancia vuota di Frances, che, ossessionata dalla propria fame, compra provviste di pasta e sugo in scatola con gli ultimi quaranta euro racimolati, e va avanti a marmellata e pollo surgelato regalatole da Nick.

In Conversations il tempo è scandito in cicli mestruali. L’aggravarsi dell’endometriosi diventa una contingenza sempre più rilevante per sviluppo narrativo. Lo stupore e la debolezza di Frances davanti al tradimento del proprio corpo la rendono visibile ai passanti quando si accascia a terra, e vulnerabile davanti a Nick, con cui le conversazioni più sincere sono sempre quelle non premeditate, dettate dell’urgenza del corpo dolorante. Doctor Google consola il bisogno di informazioni di Frances quando i professionisti sanitari falliscono, e completa i suoi termini della ricerca, “non riesco a dire che sono”, con problemi comuni e ad alto tasso di alienazione, “incinta” o “gay”. Resta comunque difficile per Frances stare nella sua bolla anche offline: che cosa significa vedere la propria endometriosi scambiata per aborto all’interno di una struttura sanitaria pubblica di un paese che, con un emendamento apposito, l’ottavo, riconosce l’uguale diritto alla vita del feto e della madre? Che cosa significa avere dimestichezza con aeroporti, autobus e viaggi improvvisati, sapendo che Ryanair non distingue chi viaggia per turismo da chi esporta la propria gravidanza per terminarla fuori dai confini nazionali (diritto sancito da un altro emendamento irlandese, il tredicesimo)?

La politica potrà anche restare sullo sfondo della narrazione ermetica di Rooney – appena percepibile e del tutto accessoria a chi sta cercando una lettura rassicurante – ma il microcosmo non smette mai di respirare le scelte del macrocosmo. Ed è indubbiamente austeniano il focus sulle dinamiche relazionali di un gruppo ristretto di conoscenti, da cui traspare un’intelaiatura immediatamente leggibile dal pubblico dei contemporanei. Non c’è bisogno di nominare la chat che ha archiviato anni di conversazioni tra Bobbi e Frances, così come possiamo subito immaginare la copertina fluo dell’I Love Dick che, Nick informa Frances, sta per essere ripubblicato, o ascoltare James Blake, o guardare film con vampiri iraniani.

C’è, però, qualcosa di insoddisfacente nel paragone tra Rooney e Austen, resta il sospetto che si tratti più che altro di un’analogia suggerita dal marketing, affine alla perplessità con cui Frances guarda la signora vittoriana dallo sguardo triste e le mani impegnate a maneggiare fiori che campeggia sulla copertina del Middlemarch che si è portata dal dottore. Senza dubbio Emma è presente in Conversations: sullo scaffale della cameretta di Frances a Ballina, di fianco ad un Nuovo Testamento e un’antologia di letteratura americana. E ci sono le giovani donne belle, intelligenti, ricche con case confortevoli a loro disposizione che si immischiano in affetti e relazioni non loro, l’educazione e il talento manipolati da disponibilità economiche fossilizzate, amministrate da figure genitoriali solo vagamente incoraggianti. Si sottovaluta, però, che la grande invenzione di Jane Austen è lo stile indiretto libero, un modo ingegnoso per mantenere un occhio narrante esterno, ma sviscerare menti e pensieri mettendoli sullo stesso piano delle chiacchiere e delle visite di cortesia.

La prima persona concessa a Frances per raccontare il suo semestre autunnale situa Rooney (insieme alle connazionali Claire-Louise Bennett e Eimear McBride) all’interno del filone “confessionale” che non si appiglia alla pretesa del flusso di coscienza per simulare intimità, e preferisce interrompere le riflessioni teoriche con il “carico mentale”delle commissioni da fare. Claire-Louise Bennett, per esempio, è riuscita con una meravigliosa raccolta di racconti, Pond (2015), a elevare la prima persona a motore narrativo capace, da solo, di rendere liriche pagine di prosa dedicate al pomello di un fornello, contratti d’affitto non rinnovati e cattivo tempo. Rooney resta di certo meno sperimentale di Bennett, ma chat e email che permettono di parlarne fra amici riempiono gli intervalli che in Jane Austen, vuoti, lasciano spazio alle speculazioni, alle analisi dei ricordi e al desiderio per le conversazioni che non stanno accadendo, o meglio, che sono ritardate dalle lettere, dalla distanza, dalle buone maniere che frenano visite e imbrigliano il passaggio di informazioni.

Collegare la prosa calma e asciutta di Rooney direttamente a Jane Austen e ai suoi finali con cerimonia nuziale significa sottovalutare la lunga, sebbene ombreggiata, tradizione novecentesca di scrittura femminile in inglese che Rooney sta contribuendo ad innovare. Dalla ben nota Jean Rhys, Rooney eredita le protagoniste tristi e squattrinate in perenne attesa di assegni e prestiti da amanti passati, come Julia in After Leaving Mr Mackenzie (1930), ma instancabili flâneuses, come Sasha in Good morning Midnight (1939).

È interessante anche rispolverare le somiglianze con The Country Girls di Edna O’Brien, l’epopea in tre volumi di Cait e Baba in fuga dalla provincia, pubblicati nel Regno Unito (tra il 1960 e il 1964) per schivare l’accusa di oscenità da parte della censura irlandese.Eppure Conversations sembra esistere soprattutto grazie alle scrittrici del dopoguerra inglese, lavoratrici intellettuali che traggono beneficio dal Golden Notebook di Doris Lessing (1962), senza invidiarne la complessità, i cui personaggi sono uguali a loro: donne operose, magari in difficoltà, ma mai alcolizzate e mai depresse. Scrittrici prolifiche di prosa pacata al centro di culti sotterranei, indimenticate star dei gruppi di lettura i cui romanzi l’accademia sta iniziando a studiare, e che già sono stati, seppur saltuariamente, tradotti in italiano.

Ricordiamo la serie di romanzi con citazioni bibliche per titolo di Margaret Drabble – sorella in pessimi rapporti di A.S. Byatt – The Millstone (1965), Jerusalem the Golden (1967), The Needle’s Eye (1972). Storie di donne spigliate e delle loro ascese sociali rese possibili da welfare state, educazione universitaria e un nuovo atteggiamento disinvolto nei confronti di sesso e gravidanza: personaggi immuni al compromesso, ma solo perché si stanno confezionando bussole morali capaci di aggirarlo. E ancora, la griglia dell’amicizia tra donne ripetuta con minime variazioni da Barbara Pym. Amiche, o sorelle, che vivono insieme, oppure vicine di casa che intessono la loro relazione mentre fanno altro, di solito faccende domestiche, come vuotare i bidoni dell’immondizia in Excellent Women (1952), e preferiscono il ruolo di perpetua o segretaria a quello di moglie, come in Some Tame Gazelle (1950) e Jane and Prudence (1953).

È uno schema, purtroppo, che finisce per annoiare pubblico ed editori: Pym viene dimenticata per un decennio finché un articolo incoraggiante di Philip Larkin, nel 1977, ne loda “l’occhio per le commedie quotidiane”. Oppure, Anita Brookner, che negli anni ‘80, in coda alla sua carriera da storica dell’arte, inizia a scrivere fiction. Fa uscire un romanzo all’anno, nel 1984 vince il Booker Prize, e scrive solo di zitelle e vedove. Il primo capitolo di Brief Lives (1990) è un capolavoro di caratterizzazione pasticciata, in cui antipatia e cordialità sono indistinguibili: mogli di colleghi, Fay e Julia non hanno nulla da dirsi, ma infilzando favori e dispetti finiscono per condividere un’esistenza (e un uomo). Le protagoniste di Brookner sono badanti, casalinghe, bibliotecarie, professoresse a cui sembra solo mancare il vocabolario per definirsi queer per dare un senso a vite che, e sono loro le prime a stupirsi, non ci si spiega come possano scorrere tanto monotone.

In una delle sue interviste più interessanti – concessa a Joanna Walsh nel 2016, mentre ancora stava scrivendo Conversations – Rooney ammette che la sua ambizione è produrre una “scrittura trasgressiva”. Non basta che a scrivere, o parlare, sia una donna: “sto cercando di trovare forme per esprime me stessa che sovvertano [le tradizionali forme maschili], per rendere il discorso, o la scrittura, trasgressivi. Ma è difficile, perché siamo intrappolate in quelle forme, credo, o almeno lo sento. “La trasgressione di Rooney fermenta nell’interstizio tra il romanzo rosa e il romanzo d’autrice, in cui l’io narrante si rende visibile e udibile in pubblico – in gare di dibattito o di spoken poetry – mentre cerca modi di “esprimere emozioni ed esprimere l’importanza di intimità ed empatia” senza reiterare ideali di femminilità premurosa, e zitta. E forse la ribellione più grande di Rooney è il suo dichiararsi ottimista senza ironia, augurandosi il vero lieto fine millennial: ambiguo abbastanza da garantire spazio e validità a visioni personali di contentezza.

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