Salone dell'Editoria Sociale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/salone-delleditoria-sociale/ un blog di approfondimento culturale Thu, 22 Oct 2015 09:49:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Salone dell'Editoria Sociale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/salone-delleditoria-sociale/ 32 32 L’Italia uniforme https://minimaetmoralia.it/interventi/litalia-uniforme-eugenio-vendemiale/ https://minimaetmoralia.it/interventi/litalia-uniforme-eugenio-vendemiale/#respond Thu, 22 Oct 2015 05:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28815 Inizia oggi a Roma la settima edizione del Salone dell'editoria sociale intitolata quest'anno "Gioventù bruciata. Tra crisi e riscatto". Anticipiamo di seguito una parte dell'intervento che Eugenio Vendemiale, autore di La festa è finita (Caratteri mobili 2015), terrà la sera di sabato all'interno del dibattito "L'Italia delle diversità", a cui parteciperanno Nicola Lagioia, Christian Raimo e Carola Susani e che sarà moderato da Nicola Villa.

di Eugenio Vendemiale

Si scherza fra amici: L'Italia delle diversità non è tema di dibattito ma colpo di fortuna, vuole dire tutto e niente, carta bianca, traccia libera. Ci insospettisce il ricorso all'accentata finale, che sa di acrobazia lessicale: abbiamo già le differenze, e un'ulteriore deviazione ci pare artificiale. Non diversi né differenti – piuttosto ignoranti e snob –, siamo impegnati a cogliere la presunta falla in qualunque idea ci venga proposta.

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Inizia oggi a Roma la settima edizione del Salone dell’editoria sociale intitolata quest’anno “Gioventù bruciata. Tra crisi e riscatto”. Anticipiamo di seguito una parte dell’intervento che Eugenio Vendemiale, autore di La festa è finita (Caratteri mobili 2015), terrà la sera di sabato all’interno del dibattito “L’Italia delle diversità”, a cui parteciperanno Nicola Lagioia, Christian Raimo e Carola Susani e che sarà moderato da Nicola Villa.

di Eugenio Vendemiale

Si scherza fra amici: L’Italia delle diversità non è tema di dibattito ma colpo di fortuna, vuole dire tutto e niente, carta bianca, traccia libera. Ci insospettisce il ricorso all’accentata finale, che sa di acrobazia lessicale: abbiamo già le differenze, e un’ulteriore deviazione ci pare artificiale. Non diversi né differenti – piuttosto ignoranti e snob –, siamo impegnati a cogliere la presunta falla in qualunque idea ci venga proposta.

Se l’idea è valida non sarà valida la forma in cui è espressa, o non varrà chi la esprime, e così via, smontando ogni premessa di qualunque discussione, senza che occorra affrontarla: ci riteniamo migliori in ogni caso, e più interessanti; con un invito o un comunicato stampa in mano, senza gli oneri del relatore, chiunque si fermerebbe qui, senza porsi ulteriori domande, né seguirebbe la discussione – così come nessuno frequenterebbe le presentazioni di libri, salvo essere obbligato a presentare un libro. In questo atteggiamento – diffuso fino a costituire regola, almeno fra chi è nato negli anni ottanta – c’è già del materiale interessante: la persuasione, indimostrata, di essere più interessante rispetto a ogni altra cosa attorno.

Ci tornerò alla fine, per ora vado a senso: se le differenze appaiono come un mero dato di fatto, nelle diversità si intravede una sfumatura intenzionale, un qualche processo. Diversità è la condizione di chi si percepisce o è percepito come diverso: il discrimine è culturale; la parola non è bellissima, ma allude a condizioni esistenziali affascinanti. Allude al rifiuto e alla deviazione, o all’emarginazione, condizioni fra le poche su cui ritengo sia sensato scrivere. È concetto negativo, che presuppone un non-sono-così, un contrario, e mi chiedo come si rappresenti, a parole, il contrario della diversità. Se sia identità, come nelle logiche argomentazioni dei padri della Chiesa, o se risieda in termini che mi suonano spaventosi – conformità e uniformità, che evocano paranoiche ambizioni di normalità, indossare divise e livellarsi al basso (scarto immediatamente la somiglianza: la somiglianza è una sciocchezza che si risolve allo specchio).

Sull’identità rischiamo di scivolare per non alzarci più: identità è concordanza fra caratteristiche essenziali, è unione coerente e indivisibile di queste caratteristiche, è perfino radice del sentimento che avvicinerebbe il singolo a qualcosa di differente da sé, e più vasto. Proprio in questo senso, usiamo con disinvoltura il concetto di identità per appelli retorici: contrario virtuoso di diversità, l’identità sembra anche troppo virtuosa per appartenere a questa terra ed essere un concetto attendibile. Ho letto di recente un articolo, o una recensione – ma accade spesso – dove si rimpiangono i tempi in cui l’Italia ospitava ancora un popolo, e sarebbero stati i giorni della ricostruzione: immaginiamo giorni orgogliosi ed eroici, di identità nazionale.

Ma a quindici anni di distanza dal dopoguerra, andando avanti nel tempo, l’Italia è quella dei Mostri di Dino Risi. E sempre a quindici anni di distanza, ma andando indietro, si urla nelle piazze Alalà in risposta a Heya Heya. Le due circostanze hanno in sé la radice dell’identità italiana: ancora oggi è impossibile guardare il film di Risi senza riconoscersi in qualcuna delle sue mostruosità, ed è impossibile risalire l’albero genealogico senza trovare qualcuno, magari un prozio sbandato, che non si sia vantato di avere marciato su Roma, o nella piazza del paese. C’è stata, e ne sono certo, una breve fase di identità virtuosa, ma riguardava in fondo poca gente, e si trattava di reagire all’eccezionale, si trattava di combattere gli alieni: l’identità italiana resta una cosa sospetta, che riguarda un popolo di mostri.

Conformità o, peggio, uniformità. Per almeno vent’anni – perché di vent’anni ho avuto conoscenza diretta – ogni forza ci ha spinto in questa infernale direzione, per cerchi concentrici, dal tentativo più goffo e facile da disinnescare al vasto agire inafferrabile di potenze impersonali. Lo ha fatto la scuola, smantellata in poche facili mosse, che in gran parte ha alimentato se stessa e la propria azione con gente poco preparata, ma mirabilmente addestrata al conformismo – professori che hanno studiato male insegnano a studenti che studieranno peggio, fino al punto in cui nessuno insegnerà più nulla a nessuno, quando ci si limiterà a trasmettere un modo, una visione, l’ambizione alla normalità di inclinazioni e aspirazioni, in un circolo vizioso che oggi sembra impossibile spezzare.

Lo ha fatto la televisione all’americana, che in Italia si definisce commerciale, e non ho voglia di dire anche io in che modo lo abbia fatto e perché: la televisione è stata in Italia una tale cattiva maestra di conformismo e volgarità, un tale macroscopico mostro, così grande, dannoso e facile da additare, che parlarne male adesso sarebbe come sparare su una croce rossa malvagia – senza tra l’altro riuscire ad abbatterla: sembra impossibile abbattere la televisione all’americana, come sembra impossibile riformare la scuola.

Il fascismo gentile non ha idee da imporre e non somministra slogan, perché imposizioni e semplificazioni non appartengono alla sua natura prevaricatrice, fatta piuttosto di numeri e movimenti di denaro. Questo dolce e gentile fascismo, che coincide sempre più con il mondo stesso, sogna e invoca una sola grande classe, media, unica, uniforme. Più che idee vuole sentimenti, seppure interrotti e mobili: brevi sentimenti psicotici in balia del momento – sostanzialmente, vuole desideri indotti. Il grande mercato, innervato di denaro, senza grandi manovratori o complotti, che si muove ormai da solo e che da tempo ha divorato e risputato i propri agenti, si sovrappone a questa uguaglianza senza testa – mercato è sinonimo dell’ambiente su cui verranno vendute le merci, quindi questa grande classe uniforme e acefala è il mercato stesso; i sudditi non hanno alcuna possibilità o voglia di rovesciare il sovrano, perché ne fanno parte. Quanti più desideri indotti coincidono, tanto più si è uguali l’uno all’altro, e tanto meno si ha voglia di reagire a un ordine che garantisce soddisfazione, e non purghe, manganelli, confino o sterminio. In questo, l’Italia è conforme a un occidente, a un emisfero nord, che ormai tende a coincidere con il mondo intero. Conformità e uniformità sono le grandi mani che ci prendono dalla collottola – uno a uno, o a branchi – per posarci davanti al registratore di cassa, in una fila al supermercato.

E la diversità – in forma di rifiuto, o di emarginazione, o di pura e semplice estraneità, o stranezza – sarebbe l’antidoto. Sarebbe antidoto la critica puramente personale, sarebbe resistenza elevare se stessi a giudice inappellabile, coltivare se stessi e le proprie idee in modo che sfuggano a ogni somiglianza, e fare in modo che i criteri della propria critica non siano attaccabili, in primo luogo perché non condivisi né condivisibili. La vanità di un’autobiografia perenne, in cui nulla è conforme a parametri validi in assoluto, ma tutto è accettabile, perché frutto di un’individualità irriducibile. Fa venire in mente qualcosa, immagino: un miliardo di persone accende ogni giorno il computer, per avere accesso a una piattaforma che consente di esercitare – davanti a una platea di simili – questo tipo di diversità.

Purtroppo, la forza che ci vuole uniformi è stata capace di assimilare in fretta ribellioni, attuate in nome dell’individualità, ben più pericolose e radicali. Penso alla droga, e mi rendo conto di come tutto, da trent’anni, non faccia che ricadere in nuove divise conformi, in differenti schemi di consumo: la massa si muove uguale a se stessa, alla ricerca della propria merce, ma – per chi avesse orrore della massa – abbiamo una merce di natura differente. La grande illusione che ci vuole irripetibili, non paragonabili l’uno all’altro, è da tempo alla base della tecnica con cui ci fanno comperare sciocchezze, e il risultato non è mai, ovviamente, una maggiore diversità: il risultato è l’Italia uniforme.

È paradossale, ma è così: come un eccesso di informazioni  fa – per così dire – il giro, e giunge al grado zero dell’informazione, così la moltiplicazione delle diversità, quando è calcolata su un rapporto di tutti a ciascuno, diviene la forma ultima e invincibile della conformità: un folle niente, un vuoto di idee e manifestazioni reali in cui valga tutto, dove tutto sia pari perché nulla si corrisponda, e dove sia possibile orientarsi solo al lume delle mere, accidentali differenze, delle mere somiglianze. Dove nessuno conti niente, ma ciascuno abbia diritto di percepirsi unico. In nome di questa costruzione folle, che prevede un mondo indipendente per ogni testa che sia possibile contare, nessuno dice sul serio nulla a nessuno e, per esempio, io e i miei amici snobbiamo qualunque tavola rotonda e qualunque appuntamento culturale – a cui tra l’altro c’è il rischio che la cultura non si presenti – perché siamo più interessanti noi, e nessuno potrà mai dimostrarci il contrario (proprio come noi non potremo mai dimostrare di essere per davvero eccezionali). Di questi tempi, insomma, l’uniformità è un male osceno, ma la diversità non è che una malattia appena meno deturpante; parafrasando Allen, è diventata come tutte le cose che facevano bene un tempo: come il latte, la carne, l’università.

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Lo stato dell’Arte al luna park https://minimaetmoralia.it/arte/lo-stato-dellarte-al-luna-park/ https://minimaetmoralia.it/arte/lo-stato-dellarte-al-luna-park/#comments Thu, 31 Oct 2013 10:30:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16187 Inizia oggi a Roma la quinta edizione del Salone dell'editoria sociale. Il tema di quest'anno è "la grande mutazione" e il programma è molto ricco: più di quaranta incontri tra tavole rotonde, dibattiti, presentazioni di libri, musica e video. Oggi alle 16.15 Tomaso Montanari presenta Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane. Introduce Goffredo Fofi e interviene Vittorio Giacopini.

Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari uscito sul Fatto Quotidiano il 21 agosto 2013.

L'unica associazione sensata che scaturisce dai nomi di Michelangelo e Jackson Pollock è probabilmente un altro nome: Michael Jackson. È infatti solo un travestimento pop-trash che può consentire di accostare questi due artisti, accoppiati per stupire il popolo. Eppure la mostra clou del cartellone dell'anno prossimo è proprio questa genialata dei «geni a confronto».

Si terrà a Firenze, nientemeno che nel Salone dei Cinquecento ed è «l'evento artistico con cui Matteo Renzi pensa di chiudere il mandato» (così l'anticipazione di «Repubblica»). L'evento c'entra così poco con la storia dell'arte, che lo sta organizzando Marco Carrai, noto come il «Gianni Letta di Renzi»: l'anima ciellina-finanziaria cui il sindaco ha affidato la Firenze Parcheggi, la Cassa di Risparmio, l'Aeroporto e ora anche Michelangelo. D'altra parte, dopo il buco nell'acqua (oltre che negli affreschi vasariani) della ricerca del Leonardo perduto, bisognava pur inventarsi qualcosa, per riempire il Salone di Palazzo Vecchio. Certo, di questo passo arriveremo presto ai Bronzi di Riace contro Holly e Benji (come predice Christian Raimo), o alla riedizione di Godzilla contro Maciste.

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Inizia oggi a Roma la quinta edizione del Salone dell’editoria sociale. Il tema di quest’anno è “la grande mutazione” e il programma è molto ricco: più di quaranta incontri tra tavole rotonde, dibattiti, presentazioni di libri, musica e video. Oggi alle 16.15 Tomaso Montanari presenta Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane. Introduce Goffredo Fofi e interviene Vittorio Giacopini.

Pubblichiamo un intervento di Tomaso Montanari uscito sul Fatto Quotidiano il 21 agosto 2013.

L’unica associazione sensata che scaturisce dai nomi di Michelangelo e Jackson Pollock è probabilmente un altro nome: Michael Jackson. È infatti solo un travestimento pop-trash che può consentire di accostare questi due artisti, accoppiati per stupire il popolo. Eppure la mostra clou del cartellone dell’anno prossimo è proprio questa genialata dei «geni a confronto».

Si terrà a Firenze, nientemeno che nel Salone dei Cinquecento ed è «l’evento artistico con cui Matteo Renzi pensa di chiudere il mandato» (così l’anticipazione di «Repubblica»). L’evento c’entra così poco con la storia dell’arte, che lo sta organizzando Marco Carrai, noto come il «Gianni Letta di Renzi»: l’anima ciellina-finanziaria cui il sindaco ha affidato la Firenze Parcheggi, la Cassa di Risparmio, l’Aeroporto e ora anche Michelangelo. D’altra parte, dopo il buco nell’acqua (oltre che negli affreschi vasariani) della ricerca del Leonardo perduto, bisognava pur inventarsi qualcosa, per riempire il Salone di Palazzo Vecchio. Certo, di questo passo arriveremo presto ai Bronzi di Riace contro Holly e Benji (come predice Christian Raimo), o alla riedizione di Godzilla contro Maciste.

Sarebbe però ingeneroso far carico a Renzi di questo degradare delle mostre d’arte antica verso il luna park. Il sindaco è solo l’utilizzatore finale di un format sempreverde da arredatore piacione: il contrasto antico-moderno, che da almeno mezzo secolo fa tanto chic. Dopo il ritorno di fiamma della informe «Caravaggio e Bacon» alla Galleria Borghese (2009) e del feticcio per accalappiati «Rothko-Giotto» (Berlino, ancora 2009), siamo arrivati alla lobotomia di «Raffaello verso Picasso», il capolavoro trash di Marco Goldin che ha spopolato (273.334 presenze) l’anno scorso a Vicenza.

Ma c’è poco da fare gli schizzinosi: la formuletta, ancorché ribaltata, sta per espugnare il salotto buono. I giornali sono già ingombrati dalla pubblicità di «Antonello da Messina», che apre il 4 ottobre al Mart di Rovereto (coproduzione della non schizzinosa Electa). Ma cosa c’entra il più serio dei musei d’arte contemporanea italiani con uno dei più grandi pittori del Rinascimento? Ufficialmente l’ideona è quella di mostrare l’«attualità» di Antonello (chi ci avrebbe mai pensato?) confrontandone i ritratti con alcuni ritratti contemporanei (da Lucien Freud a Giulio Paolini): ma in realtà si tratta di due mostre con curatori differenti, accozzate in modo tanto superficiale che il sito del museo dice che le  «due mostre … accompagnano il visitatore in un percorso culturale che accosta il ritratto nell’arte medievale e nel contemporaneo». Ma definire Antonello (1429/30-1479) «medievale» è una bestialità che dimostra come non basti la curatela dell’ottantottenne Ferdinando Bologna (che sarebbe stato più cristiano lasciare alla sua dignitosa ritiratezza) a fare di questo ‘evento’ una cosa seria.

Ma ammettiamo che il sito del Mart sia stato compilato da un passante. La prima obiezione è che una mostra non è un libro: se si smuovono opere rarissime e fragilissime, è per creare irripetibili e illuminanti accostamenti fisici. E qui invece le due mostre corrono parallele, pensate da persone diverse. La seconda è che l’ultima grande monografica di Antonello è stata fatta pochissimi anni fa (2006, Scuderie del Quirinale): comunque la si giudichi, non ha alcun senso replicare a così stretto giro. La terza, non irrilevante, è che la mostra costa circa un milione di euro: il che ha suscitato polemiche roventi in un Trentino che si chiede se, per affrontare il calo di fondi e visitatori, il Mart debba piegarsi a questo tipo di spettacoli.

I musei di arte contemporanea dovrebbero (come scrive Luca Bortolotti, su News Art, criticando proprio Antonello a Rovereto) «concepire piccoli eventi molto meditati, imperniati sulle collezioni permanenti, con pochi prestiti mirati, un’offerta didattica accurata e soluzioni espositive possibilmente brillanti». Ma se invece imboccano la scorciatoia della mostra blockbuster di antichi maestri famosissimi, è facile prevedere tempi difficili per la tutela del patrimonio artistico, e difficilissimi per l’arte contemporanea. La direttrice del Mart Cristiana Collu aveva annunciato di voler applicare la massima di Bruno Munari per cui «le vere rivoluzioni si fanno senza che nessuno se ne accorga». Ma Antonello al Mart è esattamente il contrario: tutti si accorgono che non c’è alcuna rivoluzione, solo una stanca strumentalizzazione della top ten dell’antico.

E il danno, purtroppo, non è da poco. Come l’idea (per fortuna abbandonata) di portare la Pietà Rondanini di Michelangelo a San Vittore, anche l’Antonello in vacanza sulle Dolomiti è un ammiccamento opportunista al peggio dello ‘spirito del tempo’,  per di più travestito da pensosa raffinatezza: un cedimento culturale grave, che toglie credibilità ai pochi che ancora la potrebbero avere e legittima il peggio del mostrificio corrente.

Marco Goldin e Matteo Renzi ringraziano, e per la mostra su Michelangelo e Michael Jackson è solo questione di tempo.

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Le teste e le proteste https://minimaetmoralia.it/societa/le-teste-e-le-proteste/ https://minimaetmoralia.it/societa/le-teste-e-le-proteste/#comments Tue, 25 Oct 2011 16:28:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5530 Il 15 ottobre una parte molto consistente del mondo politico e di quello giornalistico si è sbrigata a decretare la fine di un movimento plurale che nell’ultimo anno tra proteste studentesche, referendum, mobilitazioni sindacali, lotte dei precari, movimenti delle donne, battaglie per il bene comune, occupazioni, eccetera, è cresciuto incredibilmente (leggi: si è ingrandito, è maturato).

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Il 15 ottobre una parte molto consistente del mondo politico e di quello giornalistico si è sbrigata a decretare la fine di un movimento plurale che nell’ultimo anno tra proteste studentesche, referendum, mobilitazioni sindacali, lotte dei precari, movimenti delle donne, battaglie per il bene comune, occupazioni, eccetera, è cresciuto incredibilmente (leggi: si è ingrandito, è maturato). Per i molti abituati a pensare che il mondo si rovescia e si riassesta con la stessa velocità inerte di uno status di facebook, criminalizzazione, delazione e semplificazione hanno preso il sopravvento sull’analisi, la comprensione, l’autocritica. Ma per gli altri, moltissimi, che in quella piazza c’erano o che hanno voluto capire, per fortuna questo repulisti dell’intelligenza ha lasciato il tempo che trovava. Soprattutto in rete e nell’informazione non-mainstream si è sviluppato nei giorni successivi al 15 un dibattito che ha attraversato tutti i piani: quello strettamente politico, quello filosofico, quello del coordinamento, quello dell’organizzazione, quello della comunicazione, e così via.

Mentre sulle prime pagine dei grandi quotidiani qualcuno ha avuto i suoi quindici minuti di stupidità, di distorcimento del reale o di perniciosissimo paternalismo; altrove si è provato a ragionare.
È accaduto soprattutto sul sito dei Wu Ming, che sono riusciti a disegnare una cornice di senso prima della manifestazione, durante (attraverso un uso encomiabile di twitter), dopo (prova ne siano i quasi 500 commenti).

È accaduto sul manifesto, a partire da due editoriali più distanti che complementari di Valentino Parlato (stracommentato ovunuque) e Rossana Rossanda, per continuare con i due pezzi formidabili di Girolamo De Michele e Massimo De Carolis che hanno voluto bypassare tutte le false piste del presentismo, per mettere nero su bianco alcune idee da conservare per “l’inverno che viene”; per continuare ancora con, ad esempio, Bifo e Guido Viale che hanno provato a collegare la crisi politica a una crisi di tipo sistemica (del sistema nervoso l’uno, dell’ecosistema sociale l’altro).
È accaduto sulle reti di discussione dell’antagonismo, da Global project (dove hanno promosso un dibattito che invitava a “guardare avanti” piuttosto che rimirarsi le ferite della giornata di manifestazione) a Infoaut (dove hanno fatto uno speciale riprendendo anche le dichiarazioni del network torinese di di cui fanno parte il centro sociale Askatasuna e i Murazzi) al blog di Militant. Tutto questo è raccolto con grande cura sul sito del Lavoro culturale, grazie allo storify di Flavio Pintarelli.

È accaduto alla Sala Vittorio Arrigoni e al Valle Occupato. È accaduto tra quelli dell’associazione A Sud (un pezzo molto autocritico del loro portavoce Giuseppe Di Marzo è stato pubblicato sempre sul manifesto). È accaduto tra i giovani di Sel legati alla rete Tilt!. È accaduto su doppiozero, dove per esempio Andrea Cortellessa e Pier Andrea Amato hanno provato a ragionare a caldo e a tiepido, diciamo così, su quello che è successo in piazza.
È accaduto su 404: File Not Found o su Alfabeta 2 che hanno riportato l’intervento di Francesco Raparelli, Alberto De Nicola e Francesco Brancaccio pubblicato anche su Global Project, che provava a rispondere in modo puntuale alle semplificazioni di un Ostellino in vena di lezioni di leninismo.
È accaduto sempre su Alfabeta2 dove Lanfranco Caminiti ha scritto un pezzo tutt’altro che pacificato.
È accaduto su Nazione indiana, grazie per esempio a Helena Janeczek, Marco Rovelli o Giacomo Sartori.
È accaduto anche qui su minima et moralia, grazie a un pezzo di Alessandro Leogrande per esempio, che è circolato moltissimo in rete, e a Christian Raimo.

È accaduto in moltissimi altri luoghi.

Tutto questo è stato necessario per riaprire un discorso e anzi articolarlo, accompagnando, all’elaborazione più precisamente politica di quei fatti e alle dichiarazioni dei militanti, una lettura di secondo grado: questa lettura è riuscita a andare contro un nemico, per quella piazza, peggiore persino di un blindato impazzito: l’isteria dell’impatto emotivo e della riduzione mediatica.

Per proseguire insieme quest’ideale assemblea aperta, noi di minima et moralia, abbiamo pensato di cogliere l’occasione dell’agorà del Salone dell’Editoria sociale per ritrovarci a parlare il primo novembre dalle 10 alle 12.30.

Questo è dunque un invito. Se vi interessa esercitare il diritto all’intelligenza, magari venite, partecipate, segnalate altri link, date il vostro contributo.

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Antropologia berlusconiana https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/ https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/#comments Tue, 08 Mar 2011 08:27:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3932 Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo.

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Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo. Sarebbe consolatorio, oltre che falso, pensare che un meteorite caduto dalle parti di Arcore circa trent’anni fa abbia cambiato tutto, nella storia politica del nostro paese e soprattutto nella testa dei suoi cittadini. Individuare in un’unica persona non l’incarnazione più evidente ma la causa dei nostri mali sarebbe anche un modo per non prendersi il fastidio di mettersi in gioco: se la Storia la fa un uomo e non un popolo, tanto vale restarsene a casa, rinunciare a partecipare o a lottare quando è il caso. Lo insegna molto bene Haneke nel suo film Il nastro bianco: c’è stato un nazismo prima di Hitler, un fascismo prima di Mussolini, un’amoralità diffusa e un’orgogliosa ignoranza dei diritti e dei doveri democratici prima di Berlusconi. Siamo di fronte a un fenomeno squisitamente italiano, non replicabile in modo identico in Francia, Germania, Stati Uniti. In un altro paese Berlusconi sarebbe rimasto un imprenditore molto valido, forse addirittura – in un contesto più consacrato alla libera concorrenza che all’oligarchia paramafiosa – sarebbe stato un grande imprenditore senza grandi crimini alle spalle; e perché no, senza alcuno. C’è da chiedersi cioè – ed è questa una delle domande più inquietanti e scomode da farsi – se in un sistema con barriere all’ingresso di ascendenza medioevale persino per entrare a far parte della corporazione dei bidelli sarebbe possibile assistere all’ascesa di un nuovo (veramente nuovo) magnate dell’economia che non abbia bisogno di ricorrere agli stallieri raccomandati dagli zii di Sicilia. Si commette un grave errore quando si associa Berlusconi a Citizen Kane: Kane non vince le elezioni, e se anche arrivasse a farsi eleggere Presidente dell’Unione, avrebbe comunque il limite aureo dei due mandati a ridimensionarlo per forza di cose.
Lo scarso senso dello Stato che viene catalizzato e alimentato come forse mai prima da un’entità come l’Italia berlusconiana, il familismo amorale, l’amore per il particulare fanno da sempre parte della storia di un Paese che – quintessenza fantasmatica di speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare – esiste da molto prima che ci sia la formazione di uno Stato e continua paradossalmente a esistere idealmente allo stesso modo perfino dopo che uno Stato si è formato. Speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare. Siamo inoltre un Paese in cui l’etica delle intenzioni prevale puntualmente su quella dei risultati, e solo una cattiva coscienza talmente implicita da sfuggire agli orizzonti della consapevolezza rende meno assurda la circostanza che ad avvantaggiarsene sia proprio chi si gloria continuamente di aver conseguito grandi risultati brandendo pugni di mosche; i paladini vale a dire del partito-azienda o del partito-squadra-di calcio, i quali, se si trovassero davvero a essere giudicati in base a certi spietati parametri calcistici o aziendali per i risultati conseguiti in oltre quindici anni di vita politica, si vedrebbero costretti a togliere il disturbo seduta stante.
Fa parte ormai della nostra tradizione anche il fatto di essere un Paese dalla cultura millenaria ma dal continuo ritardo pluridecennale in termini di maturità politica e civile rispetto alle democrazie avanzate, il quale, quando impatta con il nuovo (che ha mirabolanti strumenti per decifrare e pochissimi per gestire in modo sano), si trasforma in uno strano gabinetto del Dr. Caligari, uno sgangherato laboratorio sociopolitico affacciato all’improvviso sul baratro di un futuro che per gli altri è ancora e solo all’orizzonte. L’incontro ritardato con la modernità agli inizi del Novecento, se da una parte ha regalato al mondo delle arti l’avanguardia dall’altra ha fornito a quello politico e sociale il know-how del fascismo. In modo analogo, l’incontro ritardato con la dopomodernità dei mezzi di comunicazione di massa non pedagogici e non ideologici in termini novecenteschi (le tv commerciali) rischia di trasformarci ora nella prima videocrazia compiuta d’Occidente. Aver vissuto per secoli nella ferocia della premodernità e aver sposato il lato più amorale e scatenato della postmodernità senza aver dato modo a una modernità da noi brevissima di maturare le debite difese: è forse questo, uno dei problemi.
È vero infine che le tv commerciali arrivano negli anni Ottanta, ma se dovessi prendere la data cruciale in cui tutto ciò che sembrerebbe incompatibile se non antitetico a un discorso istituzionale scopre a portata di mano l’incredibile vertiginoso sogno di potersi proprio istituzionalizzare, indicherei allora il 1992. Quello è l’anno in cui lo Stato ha davvero vacillato. Lì – tra Tangentopoli e le stragi di mafia – qualcosa è successo, la naturale oscenità del potere non è stata più tale perché ha conquistato per un attimo la scena, è stata visibile: è come se la macchina avesse funzionato per una breve stagione a sipario aperto mostrando a tutti i movimenti delle ruote dentate che però poco o nulla avevano a che fare con il normale funzionamento di uno Stato democratico. Questa sensazione la si è avuta pienamente non dopo la morte di Falcone ma dopo quella di Borsellino, la seconda più della prima perché nel caso di Borsellino si trattava di una morte annunciata quanto può esserlo la fine di una legislatura, e il suo compiersi è stata la più grossa e traumatica certificazione dell’abbraccio tra Stato e Antistato che si potesse offrire. Dall’evitato pericolo di un crollo disastroso, due anni dopo nasce Forza Italia: non è un caso che questo sia avvenuto nel momento di maggiore debolezza istituzionale in cui il nostro Paese ha versato dalla fine della II guerra mondiale. Ancora una volta, il berlusconismo è un evento storico, non la Natività laica che fa comodo a tanti italiani, berlusconiani o antiberlusconiani che siano.

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Tutto da rifare https://minimaetmoralia.it/editoria/tutto-da-rifare/ https://minimaetmoralia.it/editoria/tutto-da-rifare/#respond Fri, 22 Oct 2010 09:22:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3085 Doppio appuntamento oggi su minima&moralia. La consueta rubrica sui luoghi comuni dello scrivere di Francesco Pacifico, che dopo quasi un anno di ricognizione e approfondimento dei classici della letteratura, ci regala oggi una riflessione sul linguaggio volutamente ostico e artificioso del potere, del potere coloniale in questo caso, tratta dal romanzo più famoso di Multatuli, autore olandese del XIX secolo. Inoltre, da oggi e per tutto il weekend, si svolge a Roma la seconda edizione del Salone dell’Editoria Sociale,

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Doppio appuntamento oggi su minima&moralia. La consueta rubrica sui luoghi comuni dello scrivere di Francesco Pacifico, che dopo quasi un anno di ricognizione e approfondimento dei classici della letteratura, ci regala oggi una riflessione sul linguaggio volutamente ostico e artificioso del potere, del potere coloniale in questo caso, tratta dal romanzo più famoso di Multatuli, autore olandese del XIX secolo.
Inoltre, da oggi e per tutto il weekend, si svolge a Roma la seconda edizione del Salone dell’Editoria Sociale, che quest’anno dedica gran parte del suo programma culturale al tema dell’educazione, un tema che riguarda non solo le famiglie, gli educatori “professionali” e gli operatori del mondo della scuola, ma tutti quelli che esercitano un ruolo educativo nella nostra società. Vi riportiamo qui sotto l’editoriale del secondo numero della rivista
Gli Asini, che verrà lanciato durante il salone. Di seguito invece trovate la rubrica.

di Luigi Monti

A questo punto dovrebbe essere chiaro, la quadratura del cerchio non si può trovare. Forse il problema è stato insistere nel cercarla. Mettere a sistema, pretendere certezza, programmabilità, prevedibilità da un processo così vago, complesso, imprevedibile come la formazione di individui che crescono, e pretendere oltretutto cha tale esito collimasse con le esigenze economiche, sociali e culturali di una società e del sistema che la società esprimeva era quantomeno pretenzioso. Meglio, distopico. Ma oggi, dopo decenni di finti dibattiti sulla scuola e veri scontri tra interessi (elettorali, economici, sindacali, culturali…) che la scuola catalizza, ogni proposta di cambiamento (e ogni resistenza al cambiamento), anche se “dalla parte giusta” (democratica e progressista), non può che infognare il dibattito, corrompere lo sguardo e sterilizzare l’immaginazione necessaria a ogni reale processo di cambiamento. Ogni proposta di riforma, se osservata da lontano, appare inutile, scaduta, stantia.
Ogni analisi, ogni interpretazione che si pretende strutturale, “di sistema”, se osservata da vicino, appare utopica, anacronistica. Queste spinte opposte creano, per chi ancora si interroghi sui modi migliori per assecondare la forza liberatrice dell’educazione, un gorgo paralizzante che più che a un maelstrom in mare aperto assomiglia allo scarico limaccioso di una piscina a fine stagione.
Possederemo un metodo per scrollarci di dosso l’oppressione, sosteneva Simone Weil, solo il giorno in cui ne avremo compreso le cause con chiarezza. E per comprenderne le cause è necessario prima di tutto ripulire il nostro sguardo, liberarlo dalle incrostazioni che si sono sedimentate nel tempo, magari a partire dai nostri convincimenti più profondi, dal carattere fantasmatico che li avvolge e per i quali abbiamo combattuto sinora. Fatto questo, proseguiva, bisogna sempre essere pronti, quando necessario, a cambiare fronte, ad abbandonare, come la giustizia, il campo dei vincitori. La scuola rappresenta una delle nostre vittorie più nitide. La scolarizzazione universale e obbligatoria è un obiettivo, almeno qui da noi e nel cosiddetto occidente democratico, ampiamente raggiunto. È il momento di osservare, senza infingimenti né falsa coscienza, cosa ha lasciato sul campo, quali risultati questa vittoria ha garantito. Cosa tenere e cosa rifiutare. Cosa difendere e a cosa opporsi. “Il banco di prova di un’intelligenza superiore”, scriveva Francis Scott Fitzgerald a proposito di un crollo bensì molto più personale, “è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare. Uno dovrebbe, per esempio, capire che non c’è scampo ma essere comunque intenzionato a far di tutto per trovare una via d’uscita.” Intelligenze superiori che in questo momento ci aiutino a comprendere il fallimento del sistema scolastico e soprattutto a fornire spiegazioni in grado di indicare percorribili vie d’uscita, in giro non se ne vedono. Quello che si potrà fare – e che iniziamo a fare a partire da questo numero della rivista – sarà comunque sostenere, a più voci e senza paura di cadere in contraddizione, idee necessariamente contrapposte. Come ad esempio che questa scuola è morta, (come istituzione, come mandato sociale, come rappresentazione, collettiva, come struttura, come efficacia) ma che una certa scuola è necessaria (come comunità, come possibilità di incontro fra culture, come trasmissione e creazione di cultura, come spazio pubblico, come critica all’ordine vigente). Che opporsi, in ogni modo, all’attacco della scuola come servizio pubblico è semplicemente doveroso, ma con ciò senza difenderla ciecamente quand’essa si dimostri strumento di alienazione e disumanizzazione. Che se da un lato la scuola rimane probabilmente l’ultimo luogo pubblico in cui sopravvivono piccoli frammenti non mercificati di sapere, dall’altro, a suon di riforme e di piccoli aggiustamenti strutturali, si è trasformata in un assurdo e burocratico insieme di ostacoli che gli insegnanti sono costretti a superare se si ostinano a voler trasmettere ancora un po’ di luce.
Che si può e si deve difenderne il ruolo di servizio pubblico senza con ciò rinunciare a immaginarla radicalmente diversa, in altri luoghi, per un’altra durata, con altri interlocutori. Che ogni idea di riforma non può che procedere in maniera radicale e senza parapetti, ma che ogni radicalità è inutile se non genera un’azione e un cambiamento. Che tentare di “umanizzarla”, mascherandone con ciò i rapporti di potere, non può alla lunga che pervertirne gli ideali, ma non tentare, ogni volta che se ne ha l’occasione, di renderla un posto più decente in cui stare e in cui incontrare sul terreno della cultura, della scienza e dell’arte e in un rapporto di scambio ragazzi e ragazze in formazione, ci rende artefici di un’alienazione non meno degradante.

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