Salvatore Ditaranto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/salvatore-ditaranto/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Mar 2024 08:30:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Salvatore Ditaranto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/salvatore-ditaranto/ 32 32 Cose che non si raccontano. Una lettera a Antonella Lattanzi https://minimaetmoralia.it/interventi/cose-che-non-si-raccontano-una-lettera-a-antonella-lattanzi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cose-che-non-si-raccontano-una-lettera-a-antonella-lattanzi/#comments Thu, 14 Mar 2024 08:30:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53516 di Salvatore Ditaranto Cara Antonella, ‘le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella nostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori’. È […]

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di Salvatore Ditaranto

Cara Antonella,

‘le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella nostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori’.

È stato mentre leggevo il tuo libro “Cose che non si raccontano” (Einaudi) che mi è tornato in mente “Il corpo” di Stephen King.  Con i libri va sempre così, almeno per tanti lettori come me e immagino anche per te che citi l’autore di Shining a proposito di un altro tuo libro.

Leggevo dei protagonisti della tua storia, leggevo di Antonella e di Andrea, ero in metropolitana, e tra una fermata e l’altra della linea verde a Milano, leggevo di una donna e delle sue gravidanze, quelle interrotte volontariamente quando aveva diciott’anni e quelle cercate dopo in età adulta. Gravidanze, queste ultime, difficili e piene di complicazioni.  Sempre Stephen King nel suo racconto diventato il film dal titolo “Stan by me” scrive “è difficile far in modo che un estraneo provi interesse per le cose belle della tua vita” e io, sempre mentre leggevo, mi domandavo: ma se è complicato immedesimarsi nelle cose belle della vita di un altro, quanto sarà difficile immedesimarsi nelle tragedie, nelle cose tristi, nelle cose che di solito poi non si dicono?

A volte si può pensare che se le cose succedono agli altri è più improbabile che succedano anche a te oppure si pensa che se le cose cattive sono dentro un libro, poi una volta chiuso, sia le sfighe che le tragedie, tutto rimane nel libro. Io però sono convinto che con i libri e la lettura non funzioni così. Forse questa cosa succede per i film  e per certe serie tv che si vedono in televisione o sui computer, che quando spegni il device finisce tutto. Con i libri non funziona così, un po’ perché con i libri i personaggi te li devi immaginare quasi del tutto tu, prendendo anche dal proprio vissuto, e un po’ perché le storie che si leggono con la propria voce interiore, squarciano quelle dighe mentali dove stanno nascoste tutte le cose che fanno davvero troppo male.

Mentre leggevo Cose che non si raccontano, sempre tra una fermata metro ad un’altra, non potevo non notare tutta la gente attorno a me che entrava ed usciva dai vagoni e cercavo di osservare tutte le donne, quelle incinta, le madri con i bambini e anche le donne e gli uomini con i cani che parlano da soli. E mentre continuavo a leggere ed ero nella direzione di un ospedale molto famoso qui a Milano, mi sono reso conto anche di quante persone avevano delle cartelline mediche, tutte in ordine e le proteggevano. Erano persone vestite bene, in quel modo in cui ci si veste quando si va dai dottori, e ho pensato sia a cosa stessero andando a fare in ospedale e sia a te e alle tue pagine ambientate a Milano quando dovevi fare un intervento.  E così mi sono chiesto: se le cose più importanti sono le più difficili da dire, e scrivere, cosa ce ne facciamo di tutti i momenti difficili da raccontare?

Per raccontare quelle cose, quelle che solitamente non si raccontano, ci vogliono le parole giuste, quelle che messe vicine non rimpiccioliscono e non immiseriscono. E solo chi scrive sa quanto bisogna anche litigare con le parole perché siano non solo messe al posto giusto ma che siano anche quelle adatte. Ci sono cose che né le foto, né i video e né gli audio possono raccontare. Come le parole non c’è niente. E quanto questo sia vero lo sanno tutti i lettori. Perché alla fine le parole sono le uniche cose che abbiamo.

Ci sono libri che quando li leggi riescono a farti immaginare gli autori nel mentre stavano scrivendo. Alcune autrici e alcuni autori li puoi vedere seduti ad un tavolo, pieno di libri o appunti, che scrivono al computer o mentre ricopiano dai quaderni la prima stesura. Mentre leggevo il tuo libro, ti ho immaginata scrivere la tua storia a voce, come un’attrice sul palco di un teatro. Ma non di uno qualsiasi, per me eri in un teatro greco, quelli in cui anche oggi d’estate si tramandano le tragedie antiche. Ti ho immaginata ammantata di rosso, come il sangue all’Argentario, e a volte ammantata di nero come i tuoi giorni tra Roma e Milano. Tu eri sul palco, sola, senza scenografia e dietro di te, come nelle tragedie greche, c’era anche il coro. Ho immaginato un coro fatto dalle domande di Andrea, un coro con i messaggi dei tuoi amici e delle tue amiche, sia quelli che ti chiedevano di mandare a quel paese qualcuno, sia quelle che ti chiamavano Antonio. Un coro fatto di telefonate dei tuoi parenti e dei tuoi lettori che non sapevano niente mentre presentavi il tuo libro precedente. Proprio come in quelle tragedie greche mentre tu raccontavi la tua storia, tutti gli dèi cospiravano contro di te, di voi e in un misto di impazzimento e di vendetta c’erano anche quelle divinità che nei miti decidono a chi tagliare il filo della vita o peggio dei cordoni ombelicali.

Poi, sarà stata colpa del periodo in cui è successo quello di cui racconti, il periodo del Covid e del distanziamento sociale, mentre leggevo ho ripensato a quei giorni quando la morte entrava nelle nostre case sottoforma di bollettino. Puntuale ogni pomeriggio c’era in tv chi elencava quante vittime aveva fatto il COVID e mi ricordo che c’era chi gioiva e chi sapeva già che qualche suo parente era all’interno del numero fatidico. Ti ho pensata in quei momenti, in cui gli ospedali erano tutti presi dal Covid, mentre ti toccava combattere tutti i giorni per raccontarti la vita, dovrei scrivere le vite, quelle che avresti voluto tenere e quelle che non potevi tenere o avere. E nonostante tutto quello che ti stava succedendo, leggendoti, ho avuto la sensazione che mai ti ha sfiorato minimamente il pensiero della morte, anzi. Tutto ruotava intorno a immaginare le tue nuove vite.

C’è un’altra cosa che pensavo mentre leggevo il tuo libro. Ero sempre in metropolitana, circondato sempre da tante persone e li vedevo ognuno con il proprio vivere, quelli che scrollano lo schermo del cellullare e quelli che cercano di spiare che libro stai leggendo. Poi c’erano gli studenti e le signore che vanno a fare shopping, i creativi con gli stipendi bassi, i lavoratori edili con gli stipendi ancora più bassi e anche quelli che vanno nel famoso ospedale. E mentre leggevo pensavo: ecco un libro che dovrebbero leggere tutti i politici e tutti gli aspiranti tali. Soprattutto quelli che li senti parlare di maternità, di natalità, di aborto e di diritti civili con lo stesso distacco di certi infermieri e medici che hai incontrato tu. Molti politici, infatti, sui temi vivi, quelli che toccano la carne, il sangue, l’ultimo respiro, la sicurezza sul lavoro, i sentimenti, le inclinazioni, le scelte che ognuno fa con il proprio corpo sembrano sempre non capire la materia di cui siamo fatti tutti. Da una parte ci sono loro e le leggi che vorrebbero o non vorrebbero fare e da un’altra ci sono le persone. Li senti giudicare, sparlare, si mettono in bocca termini tecnici e poi vanno a parlare nei talk show, nei convegni senza avere in mente le persone e le loro storie. Se è vero che esistono le cose che non si raccontano dovremmo fare l’elenco delle cose che si dovrebbero leggere.

Il tuo libro non è un diario, come dici tu, alla fine è più simile ad una lezione di scrittura. È come se tu volessi dire alla Vita, proprio a lei, come si dovrebbero scrivere le storie delle persone. Perché spesso è esagerata, a volte fa un male eclatante, non usa le frasi brevi, quelle senza aggettivi, senza piagnistei e senza sentimentalismi. Faccio mia la tua domanda che ho sottolineato nel libro perché, vita, non sei stata una brava scrittrice?

Ho sottolineato anche i libri non sono figli e poi non si tratta di salvare. Non si tratta di redimere. Non si tratta di urgenza, né di necessità. Si tratta di cercare di creare qualcosa che abbia ancora un valore per me, di provarci con tutte le forze. Si tratta alla fine di esistere’.

Antonella hai proprio ragione, quando la vita non è una brava scrittrice con le storie e i libri… alla fine si tratta di esistere.

 

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Istruzioni per l’uso del lupo. Una lettera a Emanuele Trevi https://minimaetmoralia.it/letteratura/istruzioni-per-luso-del-lupo-una-lettera-a-emanuele-trevi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/istruzioni-per-luso-del-lupo-una-lettera-a-emanuele-trevi/#comments Thu, 21 Dec 2023 09:35:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53232 di Salvatore Ditaranto Caro Emanuele, si può recensire un tramonto? Ogni volta che qualcuno su Instagram o Facebook pubblica la foto di un tramonto penso a questa tua domanda e alla lettera che ne è scaturita esattamente trenta anni fa. Era proprio così che iniziavi a scrivere a Marco Lodoli, in una intensa lettera poi […]

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di Salvatore Ditaranto

Caro Emanuele,

si può recensire un tramonto? Ogni volta che qualcuno su Instagram o Facebook pubblica la foto di un tramonto penso a questa tua domanda e alla lettera che ne è scaturita esattamente trenta anni fa. Era proprio così che iniziavi a scrivere a Marco Lodoli, in una intensa lettera poi diventata un libro dal misterioso titolo “Istruzioni per l’uso del lupo” (Castelvecchi 2004 & Elliot 2012). La mia copia della prima edizioni l’ho persa in uno dei miei nove o dieci traslochi fatti mentre vivevo a Roma e qualche anno fa ho ricomprato una copia nell’edizione di Elliot. È una lettera che rileggo, e consiglio, spesso a molti perché seconde me ha ancora molte cose da dire, soprattutto a chi legge i libri. Si può recensire un tramonto, dunque? Credo che siamo in tanti, come te, a sentirci davanti alla Natura, come quella “persona che viaggi in autobus senza biglietto: piacere di un trasporto rapido e indolore, ineffabile attesa del castigo”. Su Instagram ci sono più di undici milioni di ricorrenze (le chiamano così quelli che lavorano sui social) dell’hashtag #tramonto in italiano per non dire delle bellissime foto che gente da tutti il mondo scatta e condivide. Il fatto è che, nonostante tutte le foto di tramonti con quelle che tu chiami geniali variazioni che postiamo, nonostante tutti i principeschi paesaggi che conserviamo nei nostri smartphone, nonostante gli imprendibili e imperdibili scorci marini, montani, di borghi che non vediamo l’ora di immortalare e poi condividere sui social, ecco nonostante tutto questo dispendio di bellezza, niente e riscrivo niente, sembra ancora averci convinto che dovremmo cambiare le nostre abitudini per rispettare la Natura (in tutte le sue forme) e magari iniziare ad invertire la rotta della nostra efferata violenza anche sulle città storiche, ormai sempre di più trasformate in esperienze turistiche (anche nelle migliori intenzioni).

Mi verrebbe da scriverti che no, non sarà affatto la bellezza a salvare il mondo, per fare il verso a tutti quelli che invece sono convinti che sarà così. Sembra proprio che viviamo scissi: da una parte riusciamo ancora a meravigliarci davanti alla gratuita bellezza della Natura e delle cose prodotte dall’Uomo ma dall’altra ci sentiamo davvero temporanei passeggeri che non appartengono ai mondi che attraversano.

Ti scrivo, caro Emanuele, perché la tua lettera-libro nata per occuparsi “soltanto” di critica letteraria, in realtà trova parole perfette per raccontare l’esperienza del lupo, quella metafora che ci ricorda l’incontro fra la scoperta di essere minacciati e la necessità di continuare a respirare. Quella tua lettera e tutte le cose che tu hai seminato scrivendola, mi sembrano ancora più che mai attuali perché ribadiscono un legame tra la letteratura e le cose dell’uomo. Mi viene da dirti che sì, è ancora viva la lezione di Pier Vittorio Tondelli, perché c’è sempre bisogno che qualcuno abiti quel discrimine quel confine molto difficile a volte largo come un burrone a volte sottile come un capello: quello che unisce e separa le cose che si scrivono e le cose che accadono. Pensa che mentre tu ti chiedevi trent’anni fa se ci fossero ancora lettori di Tondelli, il magazine Rivista Studio ha organizzato la lettura di tutto “Altri Libertini” in una notte alla Triennale di Milano. Ma allora cosa c’entrano i tramonti con la cura del creato, la minaccia del riscaldamento globale con Tondelli, l’esperienza del lupo con la letteratura e i libri?

Come lettore anche io sento di avere un grandissimo debito con la letteratura e insieme al debito ho anche un grande timore: io non vorrei che tra un dibattito sulla troppa autofiction che si pubblica e un’altra discussione su quanto il mercato editoriale sia parcellizzato e atomizzato, che tra articoli in difesa sull’efficacia dei booktoker o uno di denuncia sul proliferare delle scuole di scrittura e su tutte quello che riguarda l’industria culturale, io non vorrei proprio che mentre si discute e si parla più dell’efficacia narrativa di alcuni testi che sono poi perfetti per diventare film e serie tv per le piattaforme digitali, ecco io ho paura che non ci rendessimo conto che tutti i libri del mondo non ci stanno difendendo. Nel dicembre del ‘93 tu eri stato profetico e rileggerti è un voler prendere in prestito quelle parole di un uomo che grida nel deserto “perché la nostra civiltà si sentiva difesa dalla letteratura, e invece la letteratura ci sta abbandonando. Pensavamo che Primo Levi avesse scritto in quella sua prosa meravigliosa ‘Se questo è un uomo’ perché non ci fossero più campi di sterminio. E invece li abbiamo rivisti in televisione: gli stessi fili spinati – ma a colori, mentre quelli nazisti erano in bianco nero. Vuol dire che ‘Se questo è un uomo’ o ‘il Diario di Anna Frank’ hanno perso la loro guerra.  Sono diventati dei libri: oggetti di ipotesi e di valutazioni tutte astratta, magari difformi, ma comunque complici di un’ideologia a basso rischio, nella quale un libro sta in un luogo e la Bosnia in un altro”.

Mentre rileggevo queste tue parole, di trenta anni fa, davanti a me scorrevano le immagini dei campi dei migranti in Libia e quelli qui in Italia, la strage di Cutro, il corpo del piccolo Alan Kurdi in Turchia, l’invasione delll’Ucraina, i nomi di tutte le donne vittime dei femminicidi, i talk in tv in cui si parlava di un libro di successo in cui è scritto che gli omosessuali non sono normali. Mentre scrivevo questa lettera è accaduto poi l’inaudito: ad un violento attacco di Hamas in Israele, che ha rapito più di 240 ostaggi tra cui bambini e anziani operatore di pace e ha causato migliaia di morti, è seguita una terribile risposta del governo Netanyahu nella Striscia di Gaza, e nonostante gli sforzi per una tregua e le incessanti richieste di un cessate il fuoco, si continuano a contare anche a Gaza migliaia e migliaia di morti di palestinesi innocenti. In questo periodo pronunciare la parola PACE è così banale, si passa per essere degli sprovveduti, ingenui e incapaci di comprendere la complessità della GUERRA.  E così dal tramonto, con i suoi colori che vanno dal rame al rosso di un incendio, si è fatto buio anche in questa lettera e siamo in balia di feroci bestie affamate.

Karl Ove Knausgård, nel suo libro FINE, racconta l’ascesa di Hitler e dell’antisemitismo in Germania come qualcosa che prima ha avvelenato il linguaggio e solo in un secondo momento è diventato un progetto sistematico, e tutto questo fa paura se pensiamo che nelle scorse settimane a Parigi, su alcune case, sono state dipinte delle stelle di David mentre al cimitero ebraico di Vienna sono state disegnate delle svastiche. Ma allora è vero che “Se questo è un uomo” non ci proteggerà? Mi sembra a volte che tutti i libri che mettiamo in bella mostra sulle nostre pagine social siano come le foto dei tramonti e degli scorci marini. Da una parte le cose che leggiamo e le bellezze che immortaliamo, dall’altra ben distante le scelte di vita che facciamo giorno dopo giorno. Giorni che diventano settimane, settimane che diventano mesi e poi anni. Anni che sembrano così incomprensibili, malvagi, carichi di odio e opachi.

Decenni dove tutti i cambiamenti, così carichi di promesse di progresso, si stanno svelando quali presagi da incubo. Si possono amare questi tempi? Dalla pubblicazione della prima edizione di “Istruzioni per l’uso del lupo” forse c’è stato solo un grande ‘evento’ che ha riguardato tutto il mondo: la pervasività di Internet. Ma quella che ci sembrava la nuova grande rivoluzione, capace di democratizzare alcuni processi della società, di cancellare le distanze e avvicinarci, di ripensare i confini e di arricchirci con le diversità e inaugurare e sviluppare la globalizzazione in cui la guerra è inutile perché fa male agli affari, si sta rivelando una falsa promessa. Non sappiamo ancora bene cosa significhi affidare ad un algoritmo la scelta di cosa sia meglio leggere, vedere, ascoltare. Per non dire delle tematiche più delicate come la salute pubblica e la creazione del consenso democratico. La pandemia e il successo di partiti populisti ha aumentato l’odio sui social network dove si può spandere il proprio veleno in libertà e dire le cose più orribile, nell’anonimato più o meno organizzato (forse finanziato da qualche dittatore). Su Internet si possono condividere false notizie e quello che ci sembrava un nuovo modo per costituire relazioni, intessute su reali interessi, ora ci appaiono tante solitudini organizzate da un algoritmo che sa come monetizzare tutto, anche le passioni che dovrebbero essere le meno remunerative.

Si possono amare questi tempi? Ogni volta, grazie a te, prendo in prestito la risposta di Cristina Campo “eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba. E certo non intendo con questo l’era dei tappeti volanti e degli specchi magici, che l’uomo ha distrutto per sempre nell’atto di fabbricarli, ma l’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire, come le apparizione e i segni arcani della fiaba (…)”

Caro Emanuele, quando ho iniziato a pensare di scriverti una lettera, per ricordare l’anniversario di un libro che ha significato molto per me, mi stavo convincendo che non basteranno mai tutti i libri del mondo, la poesia, l’arte, la musica e nemmeno i tramonti a proteggerci e si stava insinuato in me il dubbio che forse è davvero inutile continuare a leggere, scrivere, fare arte e comporre musica. È vero, come scrivi tu, che non abbiamo ancora nulla che sostituisca tutte le cose che ho elencato, ma forse è dai tempi delle caverne che continuiamo a abbozzare graffiti alle pareti e oggi sottolineiamo frasi nei libri, ripetiamo a memoria versi, fotografiamo un particolare di un dipinto, e intoniamo canzoni perché potrebbero liberarci dalla paura dell’inermità. Chi mi ha fatto cambiare idea è ancora  Karl Ove Knausgård, che tu hai intervistato a Milano e ricordo che se non ti avessero fermato gli organizzatori di Book City, saresti andato avanti a dialogare con lui per tutta la serata. In uno dei suoi sei romanzi de “La Mia Battaglia” leggo “quando un attimo dopo mi fermai in cima al pendio a guardare la città che giaceva sotto di me, la sensazione di felicità era così selvaggia che non riuscivo a capire dove avrei trovato la forza di andare a casa, la forza di starmene seduto dentro il monolocale a scrivere, la forza di mangiare, la forza di dormire. Ma il mondo è disposto in modo tale che ti viene incontro proprio in momenti come quelli, la felicità interiore cerca una corrispondenza esterna, e la trova, la trova sempre, anche negli angoli più desolati del mondo, perché la cosa più relativa di tutte è la bellezza. Se il mondo fosse stato un altro, intendo dire, senza montagne, né mari, senza pianure né laghi, deserti né boschi, e fosse consistito di qualcosa di completamente diverso, per noi impensabile, dal momento che non conosciamo altro che questo, lo avremmo trovato comunque bello. Un mondo di gljo e raie, avanbilit e koniulama, per esempio, o ibiteitra, prolufn e lopsit, indipendentemente da cosa diavolo avrebbero mai potuto essere: lo avremmo comunque decantato perché noi siamo così, noi glorifichiamo il mondo e lo amiamo anche se non è necessario, il mondo è il mondo, l’unica cosa che abbiamo”. Questo non è l’unico passo in cui Karl Ove rinnova la sua promessa d’amore nel mondo e nel futuro, ma in questo passaggio, rileggendolo, la mia mente ha sostituito la parola mondo con la parola tempo. E quindi credo che sì, si può continuare ad amare il nostro tempo perché è l’unico tempo in cui ci è permesso leggere, scrivere, cambiare, fare arte, provare paura e vivere. Il nostro tempo è l’unica cosa che abbiamo.

 

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Ferrovie del Messico. Una lettera a Gian Marco Griffi https://minimaetmoralia.it/libri/ferrovie-del-messico-una-lettera-a-gian-marco-griffi/ https://minimaetmoralia.it/libri/ferrovie-del-messico-una-lettera-a-gian-marco-griffi/#comments Fri, 30 Jun 2023 08:59:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52501 di Salvatore Ditaranto Caro Gian Marco, hai mai avuto la sensazione, dopo aver conosciuto una persona, di averla già incontrata all’interno di un libro?  Come quando, ad una mostra, si guarda un dipinto e si incrocia lo sguardo della persona che osserva la stessa opera, con la stessa intensità e la stessa attenzione, quella sensazione di […]

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di Salvatore Ditaranto

Caro Gian Marco,

hai mai avuto la sensazione, dopo aver conosciuto una persona, di averla già incontrata all’interno di un libro?  Come quando, ad una mostra, si guarda un dipinto e si incrocia lo sguardo della persona che osserva la stessa opera, con la stessa intensità e la stessa attenzione, quella sensazione di aver colto qualcosa all’unisono?

Quando ho finito di leggere il tuo romanzo “Ferrovie del Messico” (Laurana editore) ho proprio pensato che noi due, che non ci siamo mai conosciuti di persona, ci fossimo sicuramente incontrati ne “I detective selvaggi” di Roberto Bolaño. È successo in tempi diversi, chi prima e chi dopo, ma è stato sicuramente sulle pagine di quel libro.  Io e te ci siamo soffermati sulla stessa frase, forse l’abbiamo sottolineata entrambi con la matita, scolpendola così nella nostra memoria, come se volessimo dire a Bolaño che quella frase l’aveva scritta proprio per noi. Eccola qui: “poi mi misi a pensare all’abisso che separa il poeta dal lettore e quando riuscii a rendermene conto…”. Sono sicuro che insieme a noi, vincendo le leggi dello SPAZIO e del TEMPO, c’erano anche Arturo Belano, forse c’era già Cesco Magetti e c’erano altri lettori e tanti ce ne saranno in futuro. Con l’aiuto di Albert Einstein potrei dirti che le persone che leggono i libri sanno che la distinzione fra passato, presente e futuro non è altro che una persistente cocciuta illusione e se ci pensi, caro Gian Marco, io credo che quell’abisso, quello spazio che sembra dividerci, grazie ai libri, smetta di esistere.

Mentre leggevo “Ferrovie del Messico”, mi sono smarrito nel tuo libro e mi sembrava paradossale che avessi perso la bussola seguendo le vicende di uno dei protagonisti che era tutto intento a cercare un libro che lo avrebbe aiutato a tracciare una mappa. Però ti confesso che perdersi nei libri è una di quelle sensazioni che augurerei a tutti. Anzi se ci pensi, solo se uno si perde poi si può ritrovare. Prima mi sono perso nel Monferrato, poi in America e poi dalla Svizzera mi sono ritrovato in Germania. Dagli anni ‘20 ho varcato una soglia e mi sono ritrovato quasi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ero nella Repubblica di Salò e anche all’interno di un covo di simpatici partigiani. Nello stesso modo ho seguito una partita di golf ed ero nella stessa stanza di Hitler ma non ho potuto fare nulla. E se da una parte mi perdevo dietro tutte le storie, dall’altra cercavo di aiutare il protagonista nel suo intento di tracciare quella famosa mappa delle ferrovie del Messico e nel frattempo c’era chi mi portava nel passato e chi dall’altra voleva che seguissi i futuri, si proprio loro!

In questo vortice spazio-temporale, perso tra binari inesistenti e nel labirinto di viuzze di una piccola città – dove non si sarebbe perso neanche un bambino – sempre per colmare il famoso abisso, ho afferrato tutto quello che leggevo, sottolineando le pagine come se stessi tracciando io dei binari.

È stato così che mi sono arrotolato nella neve crocchiante e in quella sfrigolante come se qualcuno la stesse friggendo. Mi sono aggrappato al suono delle campane e ai loro din don dan, ai rumori imbarazzanti dalle chiappe, ai bombardieri, ai batticuori, a Radio Londra, al fruscio delle pagine della settimana enigmistica, agli sghignazzi dei fascisti, al rombo dei motori, al balbettio ferramentoso di una ringhiera arrugginita, al cielo che tuona e ruggisce,  al concerto dei galli e ai freni che gridano come gatti – a proposito credo tu abbia scritto il romanzo più rumoroso degli ultimi tempi e sono stati quei suoni mi hanno aiutato a ritrovarmi!

Sempre per non perdermi ho seguito tutte le puzze: di iodio, di alghe andate a male, di ferro, di muffa e di fienili bruciati. E da quando non fumo più, mi sono aggrappato al profumo dell’oppio e della nicotina che sprigionavano le tue pagine. Ah quante sigarette immaginarie ho fumato insieme a tutti i tuoi personaggi.

Poi dovevi vedermi quando anche io ho chiesto aiuto a tutti gli strani protagonisti che incontravo: la curandera sarda, il cartografo samoano, il prete che non celebra più messa e che ha messo Dio in sciopero, il collezionista di libri che non legge e li fa leggere al maggiordomo. Ho chiesto aiuto a tutti, anche ai poeti frenatori di treni e all’uomo che ha disegnato la propria vita come una mappa, ma mi sono tenuto alla larga dai nazisti che giocano a golf (io li odio i nazisti che giocano a golf!).

E mentre cercavo di colmare l’abisso che ci teneva distanti, tra lettore e scrittore s’intende, ho fatto mie tutte le tue metafore: il buio come un lenzuolo umido che si appiccica alla pelle della faccia, l’amore che dilania il cuore come un ordigno bellico, la neve che è Dio quando vuole mostraci il mondo senza di noi e il mondo che è come una puttana grama cui aggrapparsi. Per non parlare della vita che a volte è una lirica bisbigliata distrattamente da un passeggero di un treno, a volte è un bruciare di domande che crepitano come ceppi di legno, si sciolgono come candele, esplodono come petardi, mentre per la gran parte delle volte è un labirinto inestricabile, un gomitolaccio aggrovigliato da un beffardo artefice.

Stavo per prendere una sbandata per Tilde, la fotografa folle, l’amante dell’epica del trascurabile, che quando scatta sente come se il mondo si fermasse e prestasse attenzione soltanto a lei o come se avanzi dimenticati di mondo trovassero in lei qualcuno che prestasse loro attenzione. Ci ho rinunciato perché eravamo in troppi a farle il filo. Alla fine quando mi mancava di leggere solo l’ultima pagina di “Ferrovie del Messico”, caro Gian Marco, ero preso da quello sconforto indescrivibile cui avevi accennato tu nel romanzo e avevo proprio l’impressione di assistere a quel che resta annidato nel cuore delle persone dopo l’epilogo di ogni storia, quel senso di titubanza e allusività che apre una finestra sul mondo ignoto. Fortunatamente ho letto l’ultima parola del tuo romanzo, quel PROSSIMAMENTE, e ho capito che in realtà non è finita, che ti eri già messo a lavoro, affacciato nuovamente su quell’abisso, in attesa di re-incontrarci presto, in altri libri, e nel tuo nuovo che verrà.

p.s.

I poeti a che servono?  Si chiede qualcuno nel tuo romanzo e anche io mi sono posto spesso quella domanda Così come sono convinto, anche io, che un verso può  resuscitare un uomo, un animale, un popolo, una lingua, perché hai ragione tu  quando scrivi un poeta è un essere umano che precipita nell’abisso della verità e che della nostra vita terrena non restano che brevi lampi elettrici nell’oscurità dello spazio interstellare, un fabbro di Calcutta forgia la scimitarra che decapita un taglia borse al Cairo su ordine di un milionario di New York plasmando il ferro prodotto dall’industria siderurgica di Changzhou. E in tutto questo chiedersi all’improvviso qual è la nostra parte? Potrei andare avanti, ancora e ancora, riscriverti tutte le cose che ho sottolineato nel tuo libro e che in questa lettera ho messo in corsivo. Quando ero al Liceo e ci passavamo i libri tra amici e amiche ci promettevamo di sottolineare con matite diverse le frasi che ci colpivano di più. Era il nostro modo di conoscerci e incontrarci nei libri.  Se io fossi uno scrittore chiederei ai miei lettori di mandarmi le frasi che hanno sottolineato per capire in quale punto si sono incontrati alcuni e in quali altri. Un social network libresco, antico e moderno. Per questo alcune frasi le ho mandate anche a te in questa lettera. Non è un modo fantastico per ritrovarsi?

 

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La vita di chi resta. Una lettera a Matteo B. Bianchi https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-di-chi-resta-una-lettera-a-matteo-b-bianchi/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-di-chi-resta-una-lettera-a-matteo-b-bianchi/#respond Mon, 17 Apr 2023 08:07:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52181 di Salvatore Ditaranto Caro Matteo, che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? Mentre leggevo il tuo romanzo “La vita di chi resta”, continuavo a ripensare spesso all’incipit di “Seminario sulla Gioventù” di Aldo Busi. È il potere dei libri che ci rimandano spesso ad altri libri, ad altre storie […]

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di Salvatore Ditaranto

Caro Matteo,

che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani?

Mentre leggevo il tuo romanzo “La vita di chi resta”, continuavo a ripensare spesso all’incipit di “Seminario sulla Gioventù” di Aldo Busi. È il potere dei libri che ci rimandano spesso ad altri libri, ad altre storie e ad altre vite che non sono le nostre. Era nei passaggi del libro in cui accenni al tuo scrivere, al tuo lavorare con le parole, alla tua attività di autore, così intrecciata agli eventi narrati nel libro che mi chiedevo appunto cosa resta… a chi resta?

Poi pensavo alla tua scrittura, al tuo stile intendo, capace di alternare delle frasi sagaci al racconto dell’immenso dolore vissuto dal coprotagonista del libro, il suicidio della persona amata. Mi intrigava quella tua capacità di tenere uniti dei commenti taglienti a degli aneddoti di comicità nera, al limite dell’ironia acida. Il baffo ritoccato per la foto della lapide di S., il dramma che ti rende celebre in ufficio, la pranoterapeuta che non riesce nel suo intento, l’amico che ti consiglia – distrattamente per sbaglio – il libro in cui c’è un suicida. E poi la sensitiva potentissima, il commento sulle manager stressate con cui condividere il dolore: Fatevi una vita stronze.  Io ho riso in molti passaggi e mi sono chiesto: quando arriva il momento in cui si torna a sorridere dopo una perdita e addirittura dopo una come quelle di cui hai fatto esperienza, senza sentirsi in colpa? È grazie alla scrittura che sei riuscito? Di libri ne trovavi pochi, ammetti, è per questo che hai dovuto affidarti alla scrittura?

Mentre leggevo continuavo a visualizzare sia l’uomo che aveva fatto l’esperienza della perdita suicida, quasi 25 anni fa, sia lo scrittore che faceva capolino nelle pagine. Il primo lo immaginavo come un uomo vicinissimo ad una colata di lava, a distanza di tempo ormai raffreddata nella parte esteriore ma ancora rovente sotto (sarà stata la vacanza nelle Eolie raccontata nel libro a farmi venire in mente questa metafora?). Lo scrittore, invece, lo vedevo come se giocasse all’allegro chirurgo: capace di analizzare il dolore, sezionarlo, inciderlo e poi suturare le ferite.

Leggendo il libro mi è tornato in mente un ricordo di quasi vent’anni fa. Davanti a me, studente alla Sapienza di Roma, in Via Salaria, c’era il fondatore di ‘Tina (ricordo male una donna sotto il casco da parrucchiera con i bigodini?), lo scrittore di Generations of Love, l’autore simpatico di “Mi Ricordo”. Quello scrittore così sorridente, felice, gaio, in realtà ho scoperto leggendo, stava aspettando che si raffreddasse il magma che si era ritrovato in casa molti anni prima in una giornata di novembre, il mese più lungo dell’anno. L’ospite di quella lezione universitaria sorrideva e nel frattempo masticava caramelle al veleno.

Forse avrei dovuto scrivere due lettere, una allo scrittore Matteo B. Bianchi e un’altra al coprotagonista del libro Matteo Bianchi, ma poi ho pensato che forse sarebbe stato sbagliato dividere quello che il libro ha unito. Quante domande mi sono fatto leggendo: è solo grazie ai 25 anni passati che si riesce a scrivere di una perdita così traumatica e alternare memorie tragiche a ricordi che sfiorano la commedia? Sono questi ricordi, tragicomici, che ti hanno tenuto su mentre sotto di te si apriva una voragine? Mentre come un terremoto, improvviso, a tradimento, la vita di S. rimaneva sospesa (che poetica la copertina del libro!), è stata la tua voce di scrittore, intesa proprio come stile di scrittura, capace di tenere insieme i commenti sulla scelta orrenda di studiare violino jazz e i frammenti di Joan Didion e Susan Sontag a permetterti di sopravvivere? È stato quel tuo modo di percepire le cose, e di scriverne così, che ti ha dato gli strumenti per andare avanti fino ad arrivare oggi a riesaminare e trasformare quella materia incandescente in un libro?

Mentre leggevo “La vita di chi resta” ho pensato spesso ad un puzzle. È una cosa che mi hai suggerito tu quando scrivi “se scrivo questo libro a frammenti è perché dispongo solo di quelli”. Solitamente con i puzzle la strategia migliore è quella di formare subito la cornice e poi pezzo per pezzo completare l’immagine intera. Con il tuo romanzo, invece, ho pensato che il tuo puzzle potesse non avere confini. Eravamo partiti dal dettaglio del cadavere per terra e poi, piano piano, i pezzi si sono incastrati fino alle parole finali “che tu sia felice, S., ovunque ti trovi adesso”.

Ma il romanzo è come se non fosse finito lì. La vita di chi resta continua ad essere segnata dalla vita di chi non c’è più, a prescindere dal tipo di fine che si sceglie o che ci capita. Ciò che colpisce nel tuo caso è il continuare a immaginare che ci possa essere la felicità anche per la persona che ha deciso di andarsene. Pensare quella felicità, pregarla, sperarla e immaginarla non solo per sé stessi,  ma anche per la persona amata e perduta per sempre. Anche questo ti avrà aiutato a liberarti dai tentacoli della disperazione, anche questo ti avrà reso una nuova persona oltre che un rinnovato scrittore.

E dunque che resta di tutto il dolore che abbiamo creduto di soffrire da giovani? (…).  Aldo Busi rispondeva così  a pezzi o interi, non si continua a vivere ugualmente scissi? E le angosce di un tempo ci appaiono come mondi talmente lontani da noi, oggi, che ci sembra inverosimile aver potuto abitarli in passato. Non so se pensi anche tu a quello che hai vissuto come ad un mondo lontano, io immagino tutte le persone che ti hanno sentito vicino, sarà sempre quel potere che hanno i libri che fanno sentire i lettori e gli scrittore così prossimi?

p.s.

Ogni lettera che si rispetti ha il suo post scriptum. C’è un altro pezzo di letteratura che mi ha accompagnato mentre leggevo il tuo libro. È l’inizio di Autobahan di Tondelli Lacrime lacrime non ce n’è mai abbastanza quando vien su la scoglionatura, inutile dire cuore mio spaccati a mezzo come uovo e manda via il vischioso male…

 

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