salvatore romeo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/salvatore-romeo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 06 Mar 2019 15:21:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg salvatore romeo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/salvatore-romeo/ 32 32 “L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi”, un estratto https://minimaetmoralia.it/libri/lacciaio-fumo-lilva-taranto-dal-1945-ad-oggi-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/libri/lacciaio-fumo-lilva-taranto-dal-1945-ad-oggi-un-estratto/#respond Thu, 07 Mar 2019 07:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39692 Pubblichiamo, ringraziando autore e editore, un estratto da “L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi” di Salvatore Romeo, pubblicato da Donzelli. di Salvatore Romeo La Taranto che si apprestava ad accogliere il siderurgico era una realtà che usciva da un decennio di deindustrializzazione, esito inevitabile (e tardivo) della trasformazione del “modello di sviluppo” […]

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Pubblichiamo, ringraziando autore e editore, un estratto da “L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi” di Salvatore Romeo, pubblicato da Donzelli.

di Salvatore Romeo

La Taranto che si apprestava ad accogliere il siderurgico era una realtà che usciva da un decennio di deindustrializzazione, esito inevitabile (e tardivo) della trasformazione del “modello di sviluppo” dell’industria italiana –  da supporto dell’apparato bellico a produzione di massa di beni di consumo. La vicenda dei Cantieri mostra il disperato tentativo di mantenere artificialmente in piedi una realtà la cui unica energia vitale rimasta era probabilmente l’orgoglio delle sue maestranze. Il passaggio di testimone dalla navalmeccanica alla siderurgia segna per Taranto l’ingresso, con dieci anni di ritardo, nel secondo dopoguerra, cioè nella nuova fase della modernizzazione dell’economia italiana, in cui sempre meno contano i sommergibili che avevano fatto grande la navalmeccanica ionica, e sempre più diventano indispensabili i coils per la produzione di auto, frigoriferi, lavatrici ecc; in cui tramonta la produzione “sul pezzo” tipico della cantieristica tradizionale e si impone definitivamente il processo “in serie”, altamente standardizzato e tendenzialmente automatizzato – e, di conseguenza, il vecchio operaio “di mestiere” lascia il posto al nuovo “operaio-massa”. Tuttavia tale consapevolezza può apparire chiara oggi, a più di mezzo secolo di distanza, ma per gli uomini e le donne dell’epoca quegli anni furono traumatici. Alcuni videro disgregarsi un’identità e una condizione economica conquistate a fatica; molti furono costretti a emigrare. Solo oggi, su impulso di una generazione che ha vissuto marginalmente quelle esperienze, con gli occhi e la coscienza dei bambini, iniziano ad emergere alcune di quelle storie, ma siamo ben lontani da un racconto approfondito e corale. Quello resta il sottofondo da cui emergono le prese di posizione dei partiti, gli ordini di mobilitazione dei consigli sindacali, gli appelli dei vari settori della società civile. È utile segnalare un elemento di fondo: la straordinaria unanimità che si sarebbe registrata nella rivendicazione del siderurgico – e la convinzione con cui tutte le componenti della società locale condussero quella battaglia – è l’altra faccia dell’ostinazione con cui nel corso degli anni ’50 gli stessi soggetti – e cono lo stesso grado di consonanza – cercarono di difendere la navalmeccanica. Alla base sembra esserci la percezione di un rischio finale – l’immagine della morte ricorre continuamente nel dibattito dell’epoca (…) –: il timore che la città, cambiato radicalmente il contesto che le aveva conferito un ruolo determinato nel quadro dell’economia nazionale, avesse smarrito la sua necessità storica. D’altra parte, proprio sulla sua “necessarietà” in rapporto alle esigenze del paese Taranto aveva fondato la sua identità fino a quel momento. Una condizione che, nella crisi, si ribaltava in provvisorietà, cioè in radicale mancanza di senso. Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai nostri giorni. Il presupposto di tutto questo è un modello di sviluppo che in diversi momenti si dimostra estremamente aperto all’orizzonte nazionale, ma altrettanto separato dalla dimensione territoriale. L’identità della Taranto moderna è un corollario di quella che il paese assume nelle diverse fasi della sua trasformazione, mentre resta sullo sfondo il rapporto col contesto locale, in particolare con le campagne circostanti. Quella peculiarità è il prodotto dell’azione dei soggetti che hanno plasmato lo sviluppo della città ionica, tutti grandi protagonisti della vita nazionale. Da questo punto di vista gli esiti della irizzazione dei Cantieri sono emblematici: l’Istituto accetta di andare incontro alle istanze politiche che, dalla periferia al centro, gli vengono rivolte, ma conduce l’operazione in autonomia, dandole infine una torsione “produttivistica”. È questo uno schema che vedremo ricorrere, in maniera accentuata, nel caso del siderurgico, e che in quel momento caratterizza l’equilibrio fra politica e impresa pubblica. Tale impostazione tende a stabilire un nesso fra porzioni significative dell’economia locale e le dinamiche del sistema produttivo nazionale per il tramite degli interessi e delle strategie delle grandi imprese che controllano le principali realtà produttive del territorio. Di qui il dualismo strutturale del contesto locale, la sua integrazione subalterna nell’economia del paese, ma anche la dipendenza reciproca fra queste due dimensioni, che fanno di Taranto città necessaria e necessitata.

(Fonte foto)

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In ricordo di Stefano Leogrande https://minimaetmoralia.it/attualita/ricordo-stefano-leogrande/ https://minimaetmoralia.it/attualita/ricordo-stefano-leogrande/#comments Wed, 21 Mar 2018 14:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36654 Ieri, 20 marzo, è venuto a mancare Stefano Leogrande, padre dello scrittore e giornalista Alessandro. Stefano Leogrande è stato docente, direttore della Caritas Diocesana di Taranto e sempre in prima fila nell’accoglienza ai migranti. Una persona enorme, cui la città jonica deve tanto. Lo ricordiamo con due note di Salvatore Romeo e Antonio Itta, che ringraziamo.

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Ieri, 20 marzo, è venuto a mancare Stefano Leogrande, padre dello scrittore e giornalista Alessandro. Stefano Leogrande è stato docente, direttore della Caritas Diocesana di Taranto e sempre in prima fila nell’accoglienza ai migranti. Una persona enorme, cui la città jonica deve tanto. Lo ricordiamo con due note di Salvatore Romeo e Antonio Itta, che ringraziamo.

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Ciao, Stefano
Era un caldo pomeriggio d’estate di qualche anno fa. Nonostante l’afa, una parte della città era in piena mobilitazione: Taranto era diventato uno dei punti di attracco dell’operazione Mare Nostrum. Fra i migranti sbarcati c’erano tanti giovanissimi, che furono stipati in un asilo messo a disposizione dal Comune. Mentre mi aggiravo in quella confusione, mi si avvicinò un signore e cominciammo a parlare. Era la prima volta che incontravo Stefano Leogrande.

Parlammo a lungo e immediatamente mi colpì la potenza del suo carisma e la vastità della sua umanità. “Ma lo sai chi è Stefano?”, mi disse un amico. No, non lo sapevo. Lo avrei imparato col tempo, dai racconti suoi e delle persone che gli sono state vicine. La sua straordinaria attenzione ai bisogni e alle situazioni concrete, la sua capacità di organizzare risposte efficaci anche in contesti molto difficili. Da direttore della Caritas, da fiduciario-fac totum della Ungaretti, “scuola di frontiera” per eccellenza, Stefano è stato soprattutto la sua azione sociale. Un’azione che prorompeva dalla forza e dalla solidità della sua coscienza.

L’ultima volta che l’ho incontrato, ho trovato un uomo solo e perduto, abbattuto per la fine triste della sua scuola, devastato dalla perdita di Alessandro (molto più che un figlio). Mi è sembrato di avere di fronte l’antico Giobbe. Stava già molto male, ma nel salutarmi, sull’uscio di casa, con un filo di sorriso fra le labbra, mi ha detto, indicando Maria, “noi siamo molto cristiani e anche molto comunisti”. Gli ho sorriso. In fondo all’abisso che mi aveva spalancato davanti brillavano le braci di una dignità enorme.

Con Stefano Leogrande Taranto perde un pezzo della sua anima. E noi perdiamo un amico, un fratello, un compagno.

Salvatore Romeo, ricercatore

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Sfidando il pudore che le circostanze impongono, vorrei ricordare il Professore Stefano Leogrande, che abbiamo perso oggi. Perché la sua vita è stata un esempio di virtù.

Generosa che possa essere, la vita ti può donare un maestro. Se poi ne incontri un secondo, hai fatto il pieno. Il 7 ottobre del 2007, ho conosciuto un Uomo da cui avrei imparato la Resistenza civile e l’amore per il lavoro di insegnante. E quei valori Stefano li ha trasmessi con il solo sguardo che portava impresso il senso di umanità, di uguaglianza, di altruismo.
Un intero quartiere dell’estrema periferia di una città martoriata dall’industrializzazione, affidava a un Maestro l’educazione dei suoi figli internati da uno Stato negligente – che però non si sottrae ad alcuni suoi doveri! – in un edificio letteralmente cadente, immerso in una immonda prateria della città più industrializzata del profondo Sud. Ma quella prigione era la libertà degli adolescenti di Paolo VI. Era lo Stato che tende la mano. Era la scuola pubblica portata avanti, fatta sopravvivere dalla generosità, dall’amore laico, dal più puro cristianesimo che si possa immaginare. All’illuminato autore di quel miracolo, c’era da inchinarsi. E invece era Lui a farlo. Era Lui che baciava le mani a tutti – a dire il vero anche un po’ imbarazzati, i tutti – in segno di gratitudine; era Lui che dava a docenti e collaboratori del Lei, “figlio mio, non per mantenere la distanza, ma per il rispetto e la stima verso chi lavora come voi”. Era riconoscente al lavoro e a chi lavora umanamente. Si sentiva in ogni momento debitore nei confronti dei più piccoli, delle donne e degli uomini, non importa se del Suo quartiere, di una regione terremotata o di un paese lontano sprofondato nella miseria. E invece tutti gli siamo debitori. Il suo è stato l’esempio più alto che io e tanti abbiamo toccato, abbiamo visto. Ci ha fatto amare il lavoro. Ci ha detto che insegnare è bellissimo. Ci ha detto che la vita è bellissima nonostante non sia sempre ed equamente riconoscente. Forse con Lui non lo è stata. O forse sì, se pensiamo alle cinque persone che portano impresso il suo nome. E anche con noi, per il fatto di averlo avuto come Maestro, la vita è stata generosissima.
Ricorderò per sempre il 2 gennaio scorso, le sue raccomandazioni, il suo abbraccio, quel suo dolore che lo aveva vinto solo nell’ultima domenica di novembre.
Addio, Professore Leogrande, per sempre mio Maestro.

 Antonio Itta, docente

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