Sandokan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandokan/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 Oct 2014 13:46:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sandokan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandokan/ 32 32 Anatomia di un’indagine. Il mistero di Paolo, nato (e scomparso) a Casal di Principe https://minimaetmoralia.it/inchieste/nato-a-casal-di-principe/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/nato-a-casal-di-principe/#respond Tue, 07 Oct 2014 13:10:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11918 Nel 2012 minimum fax ha pubblicato Nato a Casal di Principe di Amedeo Letizia e Paola Zanuttini. In seguito all'uscita del libro, le indagini sulla scomparsa di Paolo Letizia si sono riaperte, e oggi vedono una svolta.

Come riportato dai principali quotidiani (qui la notizia su Repubblica, edizione Napoli), oggi sono state emesse le ordinanze di custodia cautelare per i presunti colpevoli, assassini e mandanti. Quella che fino a ieri era "un storia in sospeso" oggi sembra non esserlo più.

Ripubblichiamo l'articolo che Francesco Barbagallo dedicò al libro e alla storia, uscito su il Venerdì.

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Nel 2012 minimum fax ha pubblicato Nato a Casal di Principe di Amedeo Letizia e Paola Zanuttini. In seguito all’uscita del libro, le indagini sulla scomparsa di Paolo Letizia si sono riaperte, e oggi vedono una svolta.

Come riportato dai principali quotidiani (qui la notizia su Repubblica, edizione Napoli), oggi sono state emesse le ordinanze di custodia cautelare per i presunti colpevoli, assassini e mandanti. Quella che fino a ieri era “un storia in sospeso” oggi sembra non esserlo più.

Ripubblichiamo l’articolo che Francesco Barbagallo dedicò al libro e alla storia, uscito su il Venerdì.

 

Aveva 21 anni quando sparì nel nulla. Vittima della camorra? Ora un libro prova a fare luce

di Francesco Barbagallo

La mattina mi ero stampato il Rapporto Svimez 2012, che contavo di leggere subito per completare un mio saggio sui rapporti storici tra Nord e Sud. Ma, al pomeriggio, mi arrivò un libro che mi era stato annunciato, Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso. In copertina il volto di un bel bambino. Di camorra e di mafie sono abbastanza saturo, ma se ne deve parlare perché, purtroppo, sono la principale realtà italiana, insieme alla corruzione.

Ero curioso di vedere cos’altro si potesse dire di Casal di Principe, ormai famosa nel mondo come una nuova Corleone. Lasciai perdere, per il momento, i tragici dati e le analisi acute della Svimez. E mi immersi nella lettura di una storia raccontata non dai verbali della Dia, delle Procure antimafia, delle Commissioni parlamentari, cui ero abituato.

Una giornalista molto brava, e amante della tradizionale ospitalità del Sud, greca ma anche saracena, aveva faticosamente raccolto il flusso di memoria e di emozioni di un uomo di Casale e riusciva a ricostruire una immagine del paese e dei suoi abitanti, visti dal di dentro e non dal di fuori. L’inizio era folgorante. Il bel bambino della copertina era diventato presto un giovane guappo e, dopo qualche reato minore e un po’ di reclusione, era scomparso. Forse era ancora sotto il limaccioso lago Patria, dentro la Panda bianca della madre.

Questa era l’idea del fratello, che aveva deciso di raccontare questa storia, per cercare di attutirne l’insopportabile peso e dare testimonianza di una realtà più complessa delle apparenze.

I due ragazzi di Casale non erano morti di fame. Anzi. Il padre Guido era un ricco imprenditore. E pure il nonno Amedeo, cavaliere del lavoro e viveur. La madre, Ernestina Natale, era una donna bellissima e molto religiosa, che avrebbe desiderato prendere i voti invece di sposarsi, poi, per obbedienza. Anche i figli erano bellissimi e furono mandati a studiare in seminario. Il narratore della storia, abbandonata Casale per disperazione, a Roma farà l’attore e poi il produttore cinematografico perché, dirà, i casalesi sono imprenditori.

Ma sono anche discendenti di bufalari. “Sbuffa sempre come un bufalo”, dirà la giornalista del suo compagno di storia, a sua volta convinto che i casalesi, uomini e donne, convivono con il furore. “Lentamente mi sono incivilito e ho addomesticato il Minotauro”, dirà della sua furia a volte bestiale.

I nonni e il padre di questi ragazzi rappresentano le famiglie più ricche del paese. Ma non fanno affari coi camorristi. Non ne hanno bisogno e non lo vogliono fare. Certo, conoscono bene e sono, o sono stati, anche amici di Mario Iovine, dei Bardellino, di Sandokan. Si rispettano, ognuno per la sua strada.

Anche Amedeo Letizia, che vuole far conoscere queste storie, è amico di Antonio Iovine e continua a volergli bene anche se il boss non gli ha potuto svelare niente circa la scomparsa del fratello Paolo, a ventun anni. Il padre, ch’era severo e duro, ma amava le belle macchine, aveva regalato a Paolo una Porsche, per tentare di riportarlo sulla buona strada. Quando Paolo scomparve nel nulla, il padre trasformò la Porsche in una sorta di monumento funebre e ne vietò l’uso ai fratelli.

Ma poi cedette alle insistenze del terzo figlio Leonardo, che andò subito a sbattere contro un lampione e morì, mentre il suo compagno di viaggio restava illeso. Non sarà facile per Amedeo sopportare il carico di queste tragedie e stemperare una naturale violenza, che lo faceva andare in giro con un fucile a pompa dentro una custodia da sassofono, minacciando di ammazzare chi aveva fatto scomparire il fratello, se solo l’avesse scoperto.

A Roma, nell’ambiente cinematografico e con l’aiuto di amici e di donne sensibili, riuscì a superare le sfuriate devastanti e le tendenze suicide. Provò anche a produrre uno sceneggiato sulla vita di una santa, ma gli si fece capire che il settore era monopolizzato da una potente società. E così il casalese sperimentò la forza dell’alta camorra, che non si sporcava le mani coi delitti di sangue, ma si arricchiva grazie alle entrature per così dire politiche.

In questa disperata ricerca di una verità inattingibile riapparirà anche il fascicolo delle indagini sulla scomparsa di Paolo, di cui nemmeno i familiari s’erano curati all’epoca della scomparsa, il 1989. È impressionante riscontrare il livello bassissimo dell’impegno scarsamente profuso nelle raffazzonate indagini dedicate a questo caso.

Il protagonista della storia e la sensibile narratrice, invece, hanno fatto un accurato e originale lavoro di scavo di una realtà drammatica, delineando una complessità di sentimenti, di azioni e di relazioni, che spinge a guardare con maggiore attenzione a comportamenti e vicende che non vanno liquidate, come invece si usa, con schemi preconcetti.

I casalesi, e più in generale gli abitanti dell’ampia e malfamata zona dei Mazzoni, sono ancora largamente segnati da atteggiamenti e comportamenti discutibili e spesso censurabili. Ma non è giusto, perché non è vero, appiccicare a tutti l’etichetta di camorristi. Come il clan dei Marsigliesi non rappresentava tutta Marsiglia, il clan dei Casalesi non rappresenta la più esigua e certo meno affascinante Casal di Principe. Certo, Marsiglia non è più la capitale mondiale del narcotraffico, com’era negli anni Sessanta del Novecento. Ma è diventata un centro di ricerca e sviluppo avanzato. Non si può dire lo stesso del Mezzogiorno d’Italia.

Francesco Barbagallo, Salerno, 1945. Docente a Napoli, dirige la rivista Studi Storici. Ultimo libro Storia della camorra (Laterza, 2011).

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La favola del Potere https://minimaetmoralia.it/libri/9783/ https://minimaetmoralia.it/libri/9783/#comments Thu, 11 Oct 2012 14:48:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9783 Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

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Pubblichiamo una recensione di Fabio Stassi, uscita sul Messaggero, su La ballata del re di denari di Yuri Herrera (La Nuova Frontiera). (Immagine: Santiago Rusiñol.)

La ballata del re di denari (La Nuova Frontiera, 2011, p. 128, euro 15) è il primo libro di Yuri Herrera tradotto magistralmente in italiano da Pino Cacucci, e la prima parte di una trilogia già edita in altre lingue. Alla sua uscita, in Messico, e qualche anno dopo in Spagna, ha ricevuto due premi importanti e un immediato consenso di critica e di pubblico. Elena Poniatowska ha scritto che la sua prosa “sa di polvere da sparo” e che con questo romanzo Herrera “entra di diritto tra i grandi della letteratura messicana”.

Come Juan Rulfo, l’autore di Pedro Páramo, Herrera parla dei deserti della terra, e dei suoi dannati. Mette in scena l’eterna e sanguinaria favola del Potere, della sua “locura”, del suo esercizio. La sua ultima maschera messicana non è più quella di un Patriarca con gli speroni che conta i soldi e i figli illegittimi su una scrivania e amministra i latifondi. Il nuovo Re è un Palazzo pieno di cianfrusaglie, di tavoli di domino, di collezioni di serpenti, di bottiglie di sotol, un distillato dell’agave, e di Bimbe vendute da piccole per una camionetta. Una Corte di Streghe e di Giornalisti, di Eredi e di Gerenti, e di Artisti che cantano le gesta del Re, tutti con la iniziale maiuscola.

Ma vecchi e nuovi patriarchi hanno gli stessi rancori, e la stessa furia, e la stessa pelle. I loro cani ululano allo stesso modo. Gli stessi sono gli abusi e gli insulti, i cerchi di voci e di ombre, le stuoie dove dormono le donne. Perché il loro paesaggio è un paesaggio mortale, il “cielo nero pieno di stelle” della frontiera.

C’è un quadro della fine dell’Ottocento, del pittore catalano Santiago Rusiñol, che ha per titolo La cruz de término, in cui si vede un cane disteso a terra, all’ombra, in una strada terrosa, con il filo dell’orizzonte in fondo, e un carro, e un palo con una borsa appesa. Sembra un valico di mare, un varco, una linea segnata col gesso sulla sabbia. È la croce di confine ed esprime perfettamente il sentimento della frontiera in un Sud fatto di polvere, di sole e di pietra. Un luogo che è Spagna, ma può essere Messico o Sicilia o Calabria o Campania… Un luogo difficile, dove la realtà e l’allucinazione convivono, e si sente l’odore del sangue.

Il libro di Herrera è come quel posto, abitato dai cani, e dalle croci, e dalla polvere. Anche le parole sono taglienti come sassi scheggiati, paiono affilate dall’arrotino di paese. Non c’è n’è una di più né una di meno, solo quelle che servono, per questo apologo universale e shakesperiano che ha la forma asciutta e breve di una ballata popolare. Corrido, si chiamano. O Narcocorrido, nella loro ultima variante. Narrano le imprese di un capo e dei suoi paladini, come se fossero i pupi di Carlo Magno. Hanno il tempo dispari di un valzer. Nel modo più tradizionale e antico, edificano e vendono leggende. E non importa se il brigante, il filibustiere di turno, il fuorilegge, è stavolta un narcotrafficante, un padrino mafioso, un camorrista… In Italia abbiamo una certa esperienza, dai Fra Diavolo, ai Salvatore Giuliano di Montelepre, ai Sandokan descritti da Roberto Saviano. Tutti boss, capimassa, assassinati o finiti in un carcere o a organizzare stragi per conto di altri, più forti di loro. Colpisce solo come una debolezza questo bisogno dei potenti di farsi cantare e della gente di avere un eroe, un protettore contro la latitanza e la corruzione dello Stato, una famiglia alla quale affiliarsi, in una distorta, e rovesciata, percezione della giustizia.

La parabola di Lupo, musico di strada e poi di corte, racconta tutto questo. L’incontro con il proprio destino, l’ambizione di diventare Artista, e infine la scelta di liberare la propria voce da ogni padrone, di smascherare l’impotenza del monarca, di non farsi dominare da nessuno. Ne viene fuori una palpitante e coraggiosa dichiarazione d’indipendenza dell’arte e del suo ruolo di fronte ai Re e ai Patriarchi di tutti i tempi e di tutti i Sud.

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La perla di Labuan. A duello con Salgari https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perla-di-labuan-a-duello-con-salgari/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perla-di-labuan-a-duello-con-salgari/#comments Fri, 27 May 2011 10:03:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4424 Questo articolo su Emilio Salgari è uscito per la rivista Gli Asini

di Nicola Ruganti

Fare i conti con Emilio Salgari per molti significa guardarsi indietro e indagare il rapporto con la propria infanzia, con il proprio comodino e non con le aule del liceo e della letteratura. Salgari è, prima di qualunque interpretazione critica, un autore popolare. Un autore fuori dalla cerchia dei classici, che scrive alla fine dell’età risorgimentale.

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Questo articolo su Emilio Salgari è uscito per la rivista Gli Asini.

di Nicola Ruganti

Fare i conti con Emilio Salgari per molti significa guardarsi indietro e indagare il rapporto con la propria infanzia, con il proprio comodino e non con le aule del liceo e della letteratura. Salgari è, prima di qualunque interpretazione critica, un autore popolare. Un autore fuori dalla cerchia dei classici, che scrive alla fine dell’età risorgimentale. All’individualismo borghese viene offerta, in un clima etico e ideologico che è quello post-unitario dell’Italia fra i due secoli, una poetica avventurosa, elementare ma efficace. Purtroppo Salgari è così ossessionato dai suoi fantasmi che finirà per assumerne le sembianze.
Non si può non considerare l’uomo, la sua semplice storia triste, quasi pirandelliana: la moglie in manicomio, il padre morto suicida, e lui stesso che, oppresso dalla nevrastenia e terrorizzato dal diventare cieco, muore suicida. “A voi che vi siete arricchiti colla mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”. Non sarebbe così sconvolgente il biglietto del suicidio se non perché per ogni bambino “sanguinaria” è l’immaginazione – che circonda scimitarre, kriss, arrembaggi, i pirati della Tortuga e i tigrotti a Mompracem –, ma non certo la realtà.
Non è il gesto estremo di un narciso patologico delle lettere, ma la conclusione dolorosa di un’esistenza tragicomica, che calza a pennello con il gigantismo in-sostenibile dei suoi personaggi, in particolare dei protagonisti. Un uomo disorientato, foriero di bugie sulla data di nascita e su viaggi mai fatti, che sfida a duello un collega giornalista che mette in dubbio il suo titolo di capitano, ma anche consigliere per anni della Società di Ginnastica e di Scherma Bentegodi di Verona, commerciante sfortunato di bicicli, soprannominato dai suoi amici e colleghi “tigre della magnesia”… Tra le due oscillazioni, quella del dinamismo e quella dell’inettitudine si uccide schiacciato dalla seconda, in miseria e sfortunato. Nella realtà cittadino di due città (Verona e Torino), con la fantasia un cosmopolita apolide.
Non è una responsabilità dei ragazzi di oggi aver interrotto la tradizione, ormai novecentesca, di leggere Salgari, e sarebbe di grande attualità confrontarsi con il suo concreto esempio di un disadattamento letterario e biografico. Le condizioni in cui si trova la società contemporanea sono stravolte: per capire il tramonto di Salgari, la sua distanza da un immaginario pensato per il presente e anche la progressiva perdita di terreno in tutte le altre sfide, è utile prendere coscienza che, quando un tessera del mosaico viene sostituita, quel cambiamento è irreversibile: niente sarà più come prima. Riflettere su Salgari significa ripensare a quel gruppo di fortunati autori che sono riusciti davvero ad essere nazionalpopolari. Certo il popolo è scomparso ed è rimasta la società dei consumi, ma le avventure del Corsaro nero e delle Tigri della Malesia hanno presidiato le camere dei ragazzi con continuità almeno fino agli anni ottanta.
Lo stravolgimento successivo preparato con dovizia dal mondo televisivo si è palesato con tutto il suo potere deformante e ha spazzato via, dal panorama delle letture condivise da alcune generazioni, Salgari insieme a molti altri.
Kabir Bedi non è più l’icona esotica che ha rappresentato Sandokan nell’omonima serie televisiva italiana, ma un bolso personaggio decadente che fa coppia con l’ombra del Totò Schillaci nazionale alla seconda edizione dell’Isola dei Famosi: la realtà supera la fantasia, ma quel che è peggio con la parodia. Ecco che si palesa così il talento dei comunicatori di professione: si pesca dagli anni settanta, ottanta e novanta (se lor signori si son fatti logorare affari loro, certo non è un sacrilegio) e si ributtano in acqua organismi mutati e inquinanti.
Per fortuna per i lettori di Salgari le versioni televisive non sono che l’occasione di poter fare un tuffo nella memoria più o meno recente, nelle intermittenze del cuore evocate dai ricordi della propria infanzia. Salgari è destinato, per le sue stesse scelte e per il suo stile poco raffinato, non solo a non essere consacrato, ma ad essere sempre sull’orlo del declassamento: il lasciarsi trascinare nella stesura di torrenziali corpo a corpo e l’indagine solo epidermica della psicologia dei personaggi lo condannano al limbo, sul confine della letteratura.
Salgari non è un eversivo – forzatura del saccheggio postumo della critica fascista – casomai il contrario: Salgari educa a una dimensione collettiva, ci spera. I racconti dall’isola di Mompracem, nelle cloache indiane oppure della Tortuga sono narrazioni preziose di una fratellanza diversa sia da quella militare che da quella religiosa. Sceglie di esaltare i sentimenti primari, lascia ad altri il salto della complessità formale e poetica, ma il sostegno alla grammatica elementare dei rapporti umani, non è certo dannoso. Un autore così tanto letto dai ragazzi italiani per tutto il novecento si pone naturalmente al centro delle controversie critiche: la propaganda fascista lo tira per la giacchetta, lui è incapace di resistere perché defunto una decina di anni prima (dura il tempo del ventennio), mentre Franco Fortini nel 1946 sul “Politecnico” si concentra su un aspetto legittimo quanto controverso: cosa rimane ai giovani alla fine della lettura di Salgari? “Ma Salgari non fu un ‘caso’, fu un ‘sintomo’. È stata una delle nostre ‘ambizioni sbagliate’. Non era, la sua fantasmagoria, un avvio alla realtà, alla storia; come lo erano, per gli americani e per gli inglesi, i suoi equivalenti anglosassoni. Era una fuga: quando il nostro ragazzo chiudeva distratto l’ultimo dei suoi venti o trenta volumi e si accorgeva di non esser più ragazzo, il mondo intorno a lui non aveva nessun rapporto con quello degli scotennatori, della Crociera delle Tonante, o della Figlia dei Faraoni”.
Una considerazione da affiancare all’articolo sul “Politecnico” è la sintesi di Bruno Traversetti nella sua Introduzione a Salgari per Laterza, quando lo descrive come uno scrittore con tutte le credenziali per essere considerato nazionalpopolare (vista l’immensa fortuna di pubblico), senza che questo basti a renderlo un autore “nazionale” e “popolare” come sosteneva Gramsci. Si avvalora così la tesi che vede nel nostro paese “l’assenza di una tradizione unitaria e coesiva, di una produzione, cioè, in grado di sollecitare l’emotività e l’interesse di tutte le classi sociali intorno a grandi temi comuni” tranne nell’unico
genere nazionalpopolare italiano, quel melodramma (che in Salgari risuona) che ha “elaborato in vivi fantasmi dell’immaginario le inclinazioni emotive di tutti gli strati sociali”.
Fortini chiede al presente ai suoi coetanei di reagire, andando oltre Salgari, quando non ancora trentenne ricorda, guardando al futuro, che “la gioventù italiana andava avanti, come ha fatto fin ora, costretta a dir di no al proprio passato, a gettar via per dimenticarli, uno dopo l’altro, i suoi anni”.
Quello che rimane dell’opera di Salgari è l’energia, probabilmente la forza della disperazione, dei tigrotti di Mompracem e dei corsari della Tortuga che afferrano il lettore nel pieno dell’infanzia e che sembrano dileguarsi con il crescere, per riprensentarsi come cellule dormienti alla resa dei conti con il proprio immaginario, con il rapporto che ognuno si costruisce con il pericolo e il mistero: ingredienti dell’avventura.
Il terreno dell’avventura è stato colonizzato a più riprese e reso inservibile, addirittura innocuo: ripartire da Salgari può essere un’occasione per capire cosa ci serve e cosa buttare. Ogni pagina un colpo uno sparo una scimitarra e un kriss, ogni capitolo un arrembaggio e qualche sorsata di aguardiente: Salgari non sostiene la suspense, ma l’atmosfera è comunque satura di mistero. La sua cifra poetica è proprio l’avventura come formazione è l’immediatezza disarmante con cui si è spinti a entrare nella dimensione del pericolo correndo lungo le pagine. Il lettore non può che trangugiare, deve succedere tutto anche a discapito della narrazione, anzi della letteratura, e forse non può essere altrimenti. Il bambino che legge ha la percezione che la sfida è continua, ma soprattutto non rimandabile a domani. E se si pensa a quanto – nell’infanzia e nell’adolescenza – è importante più di ogni cosa il presente e non il passato e
neppure il futuro, allora si capisce come Salgari abbia catturato la fantasia di tantissimi ragazzi. Amici adulti, o parenti, né letterati né intellettuali, ma persone semplici e perbene, a un certo punto hanno messo sul comodino i romanzi di Salgari e poi vedendo gli occhi accendersi hanno continuato con le dosi; così più o meno tutti hanno fatto, così diverse generazioni hanno letto.
Paco Ignacio Taibo II ha appena pubblicato un pastichedal taglio smaccatamente postmoderno Ritornano le tigri della Malesia (più antimperialistiche che mai). E certi recuperi appaiono fuori tempo massimo, ma portano con sé un dato importante: l’orizzonte delle avventure di Sandokan ha ispirato l’infanzia anche oltre oceano. Il modo è quello degli archetipi dei romanzi: “il codice etico dei tre moschettieri, l’atteggiamento impavido di Robin Hood e l’antimperialismo di Sandokan”. La minestra è riscaldata, si avverte addirittura uno scompenso quando si arriva alla lettera recapitata a Yanez de Gomera niente di meno che da Friedrich Engels (!). L’affettuoso ricordo che probabilmente Taibo II aveva di Yanez è stato ruminato dall’intellettualismo slow food: esattamente agli antipodi di quella insoddisfatta tensione iperproduttiva di Salgari, l’urgenza è uno di quei criteri indispensabili per smascherare il kitsch, per riconoscere la credibilità.
Di tutt’altro impasto Otto scrittori, il commovente e geometrico racconto Michele Mari inserito nella sua raccolta Tu, sanguinosa infanzia (2009): il narratore vede Conrad, Defoe, London, Melville, Allan Poe, Salgari, Stevenson, Verne come un unico immenso scrittore, ma immergendosi in un humus fatto di memoria e parole inizia a definire meglio chi è lo scrittore più autentico “del mare e delle sue tremende avventure”. Si deve tacere la fine del racconto, ma non il come vi si arriva e, dunque il terzo a doversi allontanare è proprio Salgari: “Lo persi con tutta la mia infanzia, e fu tale la tristezza che in segno di rispetto vietai al mio cervello di enumerare gli elementi di impurità che potevano giustificare quella scelta. Perché la sua infinita generosità non meritava che né io né altri giudicassero i suoi libri, i suoi cento libri scritti tutti con la stessa cannuccia tenuta insieme da un filo di cotone. […] E dietro di loro comparve un altro gruppo di persone, e con un brivido riconobbi Sandokan, la Tigre della Malesia; e Yanez de Gomera, il portoghese; e Kammamuri e Tremal–Naik; e il Conte di Ventimiglia detto il Corsaro Nero; e Wan Guld, il fiammingo; e una delegazione di filibustieri della Tortuga; e a una voce dissero: noi andiamo con lui, e io lo pensai in quel bosco alle porte di Torino, tutto solo con un rasoio in mano, e l’universo non mi sembrò mai così orrendo”.
Sembrerà impossibile ma negli anni cinquanta insegnanti e genitori erano pieni di sacra indignazione contro le opere di Emilio Salgari: responsabile a detta loro di bocciature e fomentatore di progetti strampalati. Il libro che leggono i bambini non ha infiniti obiettivi, c’è da sperare che sia immerso – a fronte dell’inettitudine conclamata della scena pubblica, inattiva e inattendibile – in un immaginario, che non indulga ai sedativi, ma che anzi sia un po’ combattivo.

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