Sandro Arrigoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandro-arrigoni/ un blog di approfondimento culturale Fri, 14 Mar 2014 16:04:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sandro Arrigoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandro-arrigoni/ 32 32 Le narrazioni di Milano https://minimaetmoralia.it/libri/le-narrazioni-di-milano/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-narrazioni-di-milano/#comments Sat, 15 Mar 2014 06:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19338 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

Negli scorsi mesi tre scrittori si sono cimentati con il racconto di un luogo, Milano, che descritto attraverso tre differenti angoli visuali si propone (o meglio si impone) come una città rivelatrice, come quell’inferno in terra dove l’umano (per lo meno quello italiano) si va progressivamente riconfigurando.

Infernale, alla lettera, è la Milano di Estate crudele di Alessandro Bertante (Rizzoli). Durante il luglio del 2003 – quando «l’aria sembra fatta di cotone» e il caldo è istigatore – nelle strade che intersecano via Padova si aggira Alessio Slaviero. «Solo, sconfitto, imprigionato e ingannato», Alessio è una voce monologante nel buio, un corpo esasperato che incede ostinato attraverso una periferia in cui «il presente è orizzontale, prosaico e irrimediabilmente sudicio». Questo Bardamu è, come il personaggio di Céline, cupo e misantropo, allucinato e apodittico, teneramente nichilista. L’unico barlume buono è la percezione, sempre alla stessa ora del giorno, di una donna che compare sul balcone di fronte per bagnare le piante. Per il resto – come se Alessandro Bertante avesse intercettato non tanto la violenza palese del presente quanto quella immateriale eppure sempre più strutturale alle cose, ai legami e alle esperienze – tutto è sempre più ignobile e avulso e insopportabile.

La Milano raccontata da Igino Domanin in La legge di questa atmosfera (il Saggiatore) è una città al limite della molecolarizzazione, concepita e praticata – desiderata – come meravigliosa parvenza, un fantasma scintillante. Per Sandro Arrigoni – l’archistar che sta rivoluzionando l’idea di spazio – la metropoli deve ambire alla rovina. Il senso di Agahrta – il suo progetto innovativo – è quello di generare, nel cuore di Milano, una zona ultrarcaica. Come se King Kong nascesse direttamente dall’Empire State Building, la forza ctonia dalla tecnologia più raffinata: il passato ancestrale dal contemporaneo. Il tutto tramite un trauma esplosivo utile a raggiungere quello che per i greci andava sotto il nome di kénosis, lo svuotamento: sottrarre il mondano per recuperare l’umano. Perché il bisogno sempre più urgente è quello di venire fuori dal groviglio della comunicazione: «Qui non si può più inviare, né ricevere, qui sei libero, qui sei irraggiungibile, qui sei finalmente Uomo…»

Nella prospettiva di Fine impero di Giuseppe Genna (minimum fax), l’apocalisse milanese si declina attraverso una catastrofe diffusa e attenuata. Integrata. Non un incidente, qualcosa di acuto, ma la cronicizzazione del male; non un crollo, dunque, ma un galleggiare semi-inerte nel crollato. In questo piccolo mondo notturno, un narratore cosciente di esistere nell’erosione dell’immaginario (nella fine delle forme e della lingua) si lascia guidare da un uomo – Zio Bubba – che come un cieco visionario è in grado di descrivere l’esistenza fossile che la città rende ancora disponibile. Ciò che del romanzo di Genna costringe a un pensiero ultimo è la lingua. La scrittura di Fine impero sembra un tempo linguistico che precede il pianto. Forse è una questione di climax. Un progressivo alzare la voce determinato dalla consapevolezza che il tempo per la parola è sempre meno, il rischio di non riuscire a dare forma al proprio discorso è incombente. Alzare la voce, innalzarla oltre il brusio della chiacchiera, è allora questione di vita o di morte. Se il discorso viene a mancare, la scrittura si dissolve in lacrime.

In ognuno di questi romanzi sembra di poter riconoscere in filigrana l’iconoclastia disincantata di La vita agra e la dolcezza ironica di Ascolto il tuo cuore, città. Ciò che segnala i decenni trascorsi dai libri di Bianciardi e di Savinio è una specie di perturbamento divenuto costitutivo. La Milano che da qui a due anni ospiterà l’expo è un’origine con cui non si può che lottare. La febbre oscura, l’impulso verso le rovine e verso il pianto, sono gli strumenti di questa lotta.

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