Sandro Pertini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandro-pertini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Apr 2020 17:39:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sandro Pertini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sandro-pertini/ 32 32 L’importanza dell’antifascismo. Una conversazione con Davide La Rosa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/limportanza-dellantifascismo-conversazione-davide-la-rosa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/limportanza-dellantifascismo-conversazione-davide-la-rosa/#comments Sat, 25 Apr 2020 06:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43094 "E come ogni anno, prima del 25 aprile, il fascistume residuo di cui purtroppo il nostro paese non è ancora riuscito a liberarsi, tira fuori la testa e cerca un po’ di visibilità sulla pelle di chi è morto per liberare il nostro paese. È tipo una tassa, ormai.".

Così, con consueta lucidità, Emiliano Rubbi ha ben sintetizzato la situazione, in un suo post pubblicato sul suo profilo Facebook.

Ci troviamo, ancora, una volta a dover lottare per ribadire l'ovvio: l'opposto di fascismo non è comunismo ma democrazia, dunque l'antifascismo non è una fissazione della sinistra ma la base stessa della nostra Repubblica. Tutto il resto è, se in malafede, propaganda fuori tempo massimo, se in buonafede, una grossolana incomprensione del concetto stesso di democrazia.

L'articolo L’importanza dell’antifascismo. Una conversazione con Davide La Rosa proviene da Minima et Moralia.

]]>
davide (1)

“E come ogni anno, prima del 25 aprile, il fascistume residuo di cui purtroppo il nostro paese non è ancora riuscito a liberarsi, tira fuori la testa e cerca un po’ di visibilità sulla pelle di chi è morto per liberare il nostro paese. È tipo una tassa, ormai.”.

Così, con consueta lucidità, Emiliano Rubbi ha ben sintetizzato la situazione, in un suo post pubblicato sul suo profilo Facebook.

Ci troviamo, ancora, una volta a dover lottare per ribadire l’ovvio: l’opposto di fascismo non è comunismo ma democrazia, dunque l’antifascismo non è una fissazione della sinistra ma la base stessa della nostra Repubblica. Tutto il resto è, se in malafede, propaganda fuori tempo massimo, se in buonafede, una grossolana incomprensione del concetto stesso di democrazia.

Per parlare di ciò, avrei potuto contattare alcuni dei nomi più celebri e attivi nel dibattito filosofico contemporaneo, con i quali ho avuto il piacere di collaborare recentemente, ma ho preferito compiere una scelta, forse, spiazzante ma sicuramente poco prevedibile e, per questo, probabilmente più stimolante: il mio interlocutore è Davide La Rosa, fumettista, scrittore e sceneggiatore, noto per l’umorismo surreale con cui decostruisce, in particolare, gli aspetti più contradittori delle religioni ufficiali (ricordiamo tra i suoi volumi più noti Dio, La Bibbia 2, Zombie Gay in Vaticano), spesso usando figure della letteratura come improbabili eroi di avventure parodistiche (Ugo Foscolo -indagatore dell’incubo, Giuseppe Parini -naufrago delle stelle, Leopardi & Ranieri – Veri detective).

Tre sono i motivi per cui ho ritenuto La Rosa un interlocutore interessante: prima di tutto, è un fumettista, ovvero un esponente di un settore artistico tuttora snobbato da una certa cultura autoproclamata “alta” (categoria inesistente, se non nella mente di chi crede di farne parte), nonostante abbia espresso alcuni degli autori più influenti nel dibattito culturale contemporaneo (pensiamo a Gipi e a Zerocalcare); è un autore in grado di comunicare concetti complessi attraverso un umorismo accattivante, quindi molto efficace come divulgatore tra le giovani generazioni; inoltre, per un motivo strettamente collegato al significato profondo del 25 aprile: in un ideale parlamento filosofico, probabilmente Davide e io siederemmo su scranni opposti, lui accanto gli atei, tra gli agnostici, io tra coloro che si identificano nella stessa parola ma senza “a” privativa.

Nelle sue strisce, infatti, La Rosa si è imposto come uno dei più brillanti esponenti contemporanei di una visione razionalista e scientista dell’esistenza, mentre chi scrive si nutre da decenni di Bruno, Blake e mistica orientale: proprio per questo è importante mostrare come anche due persone con Weltanschaaung praticamente opposte possano concordare perfettamente sull’opposizione culturale alla barbarie.

Un esempio del valore più profondo della Liberazione e della Costituzione che ne è scaturita: tutte le opinioni devono rispettate nella massima libertà, tranne quelle che minacciano quella stessa libertà.

Sembra così facile, Karl Popper lo aveva spiegato molto bene, eppure ci siamo ritrovati con Davide a doverlo ribadire, prendendo spunto da uno dei suoi libri più divertenti: Il Trio Occhialuto Antifascista (edito da Fumetti di Cane), una serie di strisce in cui ci sono tutte le caratteristiche, e i pregi, dello stile dell’autore, una serie di gag divertentissime, con gustosi riferimenti alla cultura pop, in cui il trio del titolo (composto da tre nomi storici della Prima Repubblica) ha lo scopo di combattere il più goffo e maldestro dei cattivi da fumetto, ovvero Benito Mussolini.

Come è nata l’idea di questo fumetto?

Il Trio Occhialuto Antifascista sono un gruppo di antifascisti che cercano, in tutti i modi, di impedire a Mussolini di riformare il partito fascista.Erano i protagonisti di una serie di strisce sul mio blog, anni fa. Quando iniziai a disegnarle sembravano fuori tempo, infatti qualcuno mi diceva: “Parli del pericolo fascista negli anni 2000? Sei fuori tempo massimo”. Io ho sempre pensato che il fascismo difficilmente morisse. Viene sconfitto ma si nasconde da qualche parte e aspetta il momento opportuno per ritornare fuori. E infatti mi sono trovato a riprendere quei personaggi, e le loro storie, proprio perché oggi, negli anni 20 degli anni 2000, il fascismo è tornato in maniera prepotente e subdola (il fascismo è sempre prepotente e subdolo).

Come hai scelto i tre protagonisti nella storia dell’antifascismo?

Non so perché io abbia scelto proprio loro. Sono andato di getto. Negli anni, però, mi sono fatto questa idea. Pertini l’ho scelto perché è Pertini, un grandissimo uomo e un grandissimo antifascista. Saragat perché non se lo ricorda mai nessuno (a parte la battuta di Abatantuano: “Vade retro Saragat”). Nenni credo per il fatto che sia pelato.

Nel libro giustamente mostri come, estendendo il concetto, qualsiasi forma di fanatismo possa essere sconfitta con i paradossi. Possiamo con la logica e l’ironia smontare la propaganda populista?

Mi piacerebbe dire “Sì, l’ironia è una grande arma in grado di distruggere anche una cosa orrenda come il populismo”. Ma la realtà è che, no, non credo si possa distruggere il populismo né con l’umorismo né con altro. È una cosa che fa leva sulla pancia della gente, tocca nostri sentimenti atavici. Va a toccare tutti, tutti quanti. Sta alle persone resistere al populismo. Sta alle persone prendere quelle cose che stanno in pancia e portarle al cervello, così da rendersi conto che dietro a quegli slogan non c’è nulla.
Uno potrebbe dire “Allora serve la cultura”. Sì ma non ora. La cultura, quando il fascismo e il populismo sono emersi, non serve a niente. Se fai vedere la cultura a un fascista, quello, ti picchia (dandoti del “Professorone”) e dà fuoco ai tuoi libri. La cultura serve subito dopo che il fascismo viene sconfitto (perché tanto viene sempre sconfitto).

“Mussolini contro la bellezza”, titolo di un capitolo, potrebbe essere un saggio di futurismo antifascista. Senza nulla togliere al fiorire di certa architettura e a una estetica molto connotata nell’epoca fascista, come mai secondo te nella retorica mussoliniana c’era un gusto così pacchiano del grottesco?

Non ne ho la più pallida idea. Credo sia perché il pacchiano intimorisce ma anche un po’ attira. Tipo i dalmata in ceramica: sono brutti ma non puoi fare a meno di guardarli. E poi le cose di Marinetti sono lisergiche e ipnotiche. Sarà stato quello!

Molto divertente è la parte del libro con le recensioni entusiastiche sul libro di Mussolini. Chiaro è il riferimento a sconcertanti dinamiche attuali. Come credi si possa uscire dall’incanto di massa della propaganda neofascista, di cui i social sono il campo di battaglia ideale?

Quel capitolo (sono contento che ti sia piaciuto) nasce da una discussione che ebbi con alcune persone su Facebook. Era il giorno dopo l’atto vandalico alla statua di Indro Montanelli. Io feci un post per sottolineare che, in quella vicenda, la cosa scandalosa era il fatto che si fosse fatta la statua a uno come Montanelli che, per sua stessa ammissione, violentò una bambina di 12 anni in Africa. Apriti cielo. Un sacco di gente venne a commentare dicendo che “Montanelli è stato un grande giornalista e certe cose erano normali al suo tempo”. Io ero allibito. Uno, solo perché sa fare il giornalista (pure qui si potrebbe discutere ma andiamo avanti), puf, come per magia gli vengono perdonate atrocità. Ecco, per rispondere alla tua domanda, anche qui: credo che, attualmente, non ci sia modo di uscire da un certo tipo di propaganda. La massa crede in maniera cieca a quello che, gente come Salvini o Meloni, continuano a ripetere a ripetizione.

Potresti pensare che io sia pessimista e che mi stia arrendendo alla situazione. In effetti è già la seconda volta che rispondo a una tua domanda dicendo “Non c’è modo di uscirne”.  Sono pessimista di natura, è vero… in realtà sono realista più che pessimista (il fatto è che la realtà, il più delle volte, è pessima).

Comunque.

Credo che in questo momento siamo in guerra. No, aspetta, cambio parola, “Guerra” è un termine che fomenta i fascisti. In questo momento siamo tra i marosi e bisogna fare resistenza e prepararci a quando le acque si calmeranno. Noi antifascisti dobbiamo opporci ai fascisti, ogni giorno, senza fargliene passare mezza.E quando finiranno le onde dovremmo fare in modo che non succeda più.

Nel risorgere inquietate di certe derive neofasciste, grandi responsabilità ha senza dubbio una sinistra divisa e inetta. Non sono certo il primo a evocare Weimar. come parallelo tragico di cui ora stiamo rivivendo, marxianamente, la replica farsesca. Nel fumetto c’è una divertente, e accurata, trasfigurazione di  personaggi storici della sinistra, da Berlinguer a Renzi, passando per D’Alema. In cosa ha fallito la sinistra per te?

Che non è sinistra, è centro-sinistra. Il centro non può stare con la sinistra. La sinistra è progressista, il centro è fortemente conservatore. Come fanno a convivere? Non c’è una sinistra in Italia (o meglio, c’è, ma prende lo 0,niente% alle elezioni… so che esistono perché li voto). Il PD non è sinistra, non ha mai fatto nulla di sinistra. Fa campagna elettorale dicendo cose che suonano come “Se siete di sinistra votateci”. E cosa ha fatto di sinistra? Niente. L’unica cosa di sinistra che hanno provato ha fare è stata la legge Cirinnà ma gli è stata affossata da Lega e M5s. Così sono stati costretti a fare una roba monca con Alfano. Ora il PD governa con il M5S e non hanno ancora fatto nulla per eliminare i due “Decreti sicurezza di Salvini”. Decreti sottoscritti dal premier Conte, che ora governa con il PD. Di solito quando dico questo qualcuno dice: “E allora volevi un Governo Salvini-Meloni?”. No, ma non per questo mi devo far star bene il Governo PD-M5s. Se si smettesse di fare “Voto utile” magari si potrebbero avere più scelte quando si va a formare un nuovo governo.

“Il camerata oscuro” e “Al confino della realtà” sono brillanti non solo come calembour ma perché rivelano il sottostrato buffonesco e surreale delle diverse manifestazioni, o meglio camuffamenti del cosiddetto Fascismo Eterno, come lo chiamava Umberto Eco. Ci sono possibilità che, come nei quadri del videogioco da te immaginato, i fautori di questo tristo revival si suicidino, politicamente, da soli?

Sì. I capi populisti sono (e lo sono sempre stati) degli aggregatori: prendono quello che dice la massa e lo ripetono a oltranza. Se ho una certezza è che gli aggregatori, prima o poi, vengono sempre sopraffatti dagli aggregati. L’aggregatore si adegua sempre a quello che dice la massa. E la massa vuole sempre di più. Pensa di poter avere e fare tutto ciò che vuole e, prima o poi, arriveranno al punto che il proprio aggregatore non sarà più in grado di dargli ciò che vuole. A quel punto: o troveranno un altro aggregatore o avranno portato il Paese a un livello così basso che inizieranno a capire che si stanno facendo male da soli, smettendola di sbraitare come delle bestie.

Feroce è la critica a Mentana e alla sua apertura “democratica” a CasaPound. Forse è la parte in cui la satira è meno sottile e surreale e proprio esplicitamente critica.

Qual è la responsabilità dei media? Dico solo che dopo due anni di comprovate fake news quotidiane, Salvini è ancora invitato ogni giorno a pontificare ovunque in televisione.

Mentana, andando nella sede di CasaPound, ha fatto una cosa gravissima: li ha legittimati. E li ha legittimati non tanto perché ci è andato a parlare ma perché ha detto apertamente che quel partito (di chiaro stampa fascista) ha diritto di stare nel “Recinto democratico”. È una mossa irresponsabile che ha dato potere e credibilità ai fascisti.

Nella stessa parte del libro, contrapponi all’atteggiamento di Mentana il rigore dei Wu Ming (e di Luther Blissett), raffigurati come supereroi da cartone animato giapponese.

Quanto abbiamo bisogno ancora di figure simili?

Ne abbiamo bisogno più che mai. Ma ne avremo ancora di più bisogno fra un po’. Per via di quello che dicevo qualche domanda fa: a tempesta finita ci vorranno persone che spieghino bene perché il fascismo sia sbagliato e pericoloso e non, come dice Mentana, qualcosa da far stare in un “Recinto democratico”.

Ci sono altri intellettuali che stimi allo stesso modo e che credi svolgano una simile funzione di argine ideologico?

Darò una risposta fondamentalmente sbagliata: le ONG. È sbagliata perché le ONG non sono politica e non fanno nulla di politicamente ideologico. Le ONG fanno una cosa che dovrebbero fare tutti: salvano vite. E siamo talmente messi male, come ho già detto più volte in questa intervista, che la pietà umana è diventata un messaggio politico di sinistra. Dobbiamo tornare al punto in cui salvare gente in mezzo al mare sia una cosa scontata. Invece è diventata una cosa da “Zecca rossa buonista”.

Divago un attimo, scusa. Un’altra vittoria dei fascisti è il rendere politiche cose che non lo sono. L’antifascismo non è politica, così come non lo è la solidarietà. Invece, la dialettica populista, ha iniziato a dire che l’antifascismo è una cosa di sinistra. No, l’antifascismo dovrebbe essere di tutti (come l’antimafia… uno combatte la mafia, indipendentemente dalla fede politica. E, sì, il paragone regge: mafia e fascismo sono molto simili). Come dico sempre: rispetto a dieci di sinistra, uno di destra che si dice antifascista, è molto più utile alla causa antifascista.

Quindi le ONG fanno cose che sono diventati messaggi utili a sconfiggere il mostro fascista.

Nel libro ribadisci alcuni concetti fondamentali che in una democrazia dovrebbero essere ovvi, in quanto costitutivi (prima che costituzionali): “Il Fascismo non è un’opinione, ma un crimine”, “L’antifascismo non è una prerogativa di sinistra, ma di tutte le forze democratiche”, “Dire che l’antifascismo è fascismo equivale a dire che l’antimafia è mafia”. Altrove, fai dire a Mussolini cose purtroppo veritiere come “Nella testa delle persone i miei crimini stanno sparendo” e soprattutto gli fai recitare gli sciocchi slogan della destra salviniana (da “rosiconi” a “prima gli italiani”). 

Anche davanti alle figuracce mondiali dei leader sovranisti di fronte al Corona Virus (Trump che sbaglia il discorso che doveva fare alla nazione dicendo il contrario, Bolsonaro che nega l’evidenza con spocchia tragicomica, Johnson addirittura in terapia intensiva dopo aver detto che il lockdown era inutile, lasciando perdere i dati sparati a caso e lo sciacallaggio elettorale dei “patrioti” Salvini e Meloni), anche quando la loro arrogante ignoranza ha un impatto devastante sulla salute delle persone, comunque, i loro seguaci li sostengono. Mi rivolgo al La Rosa razionalista agnostico: cosa rimane da tentare, un esorcismo? Appare evidente che si tratti di una possessione collettiva…

Vero. Ma è tutta gente che, per farsi eleggere, asseconda la parte atavica della massa. E la parte atavica della razza umana è uguale a ogni latitudine. A me, nato e cresciuto a Como (terra di leghisti), c’è una frase che mi mette sempre il panico, questa: “Il nostro partito va sul territorio, fra la gente e facciamo quello che la gente ci chiede”. La politica deve ascoltare la gente, è vero, ma non deve fare tutto quello che la gente gli chiede. Altrimenti non è politica ma populismo.

L'articolo L’importanza dell’antifascismo. Una conversazione con Davide La Rosa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/limportanza-dellantifascismo-conversazione-davide-la-rosa/feed/ 1
Vera e Franca https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/#comments Wed, 12 Oct 2016 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32252 Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l'Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l'avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

L'articolo Vera e Franca proviene da Minima et Moralia.

]]>
francajarach

Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

Vera, donna colta e determinata che ha lavorato per quarant’anni nella redazione cultura dell’Ansa a Buenos Aires, personifica il Novecento con i suoi drammi e l’esigenza di testimoniare. Sua figlia Franca, vittima della dittatura civico militare argentina, scomparve a diciott’anni il 25 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, Marta Alvarez, sopravvissuta al campo di concentramento dell’Escuela de Mecanica de la Armada, le ha raccontato tutto grazie alle ricerche straordinarie delle squadre di antropologi forensi argentini. Franca aveva aderito alla sinistra peronista, che poi si oppose alla dittatura: studentessa dell’ultimo anno delle secondarie, si iscrisse alla Unión de Estudiantes Secundarios (Ues); in seguito dopo la maturità conseguita volle provare il mestiere di grafica e militò nella Juventud Trabajadora Peronista (Jtp).

Alvarez era incinta quando fu arrestata e, come accadde ad altre detenute, il figlio nacque durante la prigionia. Ma fu affidato, tre mesi dopo il parto, alla nonna, mentre nella maggior parte dei casi i bambini vennero strappati alle rispettive famiglie. All’Esma visse tutto l’orrore del Salone delle feste del Casino de Oficiales (la casa degli ufficiali), trasformato nel quartier generale dei militari che in quello stesso edificio vivevano e torturavano. «Verso Marta Alvarez nutro una grande riconoscenza, perché grazie a lei ho scoperto il destino di mia figlia – dice Vera –. Non c’è niente di peggio del non sapere nulla. La maggior parte delle famiglie dei desaparecidos ancora non sanno. Dopo molti anni è stata brava, ha cominciato ad andare dagli antropologi forensi e prosegue a collaborare. A un certo punto ho potuto prendere contatto con lei attraverso gli antropologi e dunque mi ha raccontato la verità. Mia figlia è durata meno di un mese nella prigione dell’Esma, vittima poi dei voli della morte».

A Vera Vigevani, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione e ha successivamente aderito alla Linea Fundadora, piace definirsi una militante della memoria. E anche in Italia ha svolto questo prezioso lavoro di ricostruzione storica sulla sorte del nonno Ettore Camerino che restò in Italia, fu deportato e morì ad Auschwitz.

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento del centoventunesimo figlio di desaparecidos, Maximiliano, che dopo quarant’anni ha potuto abbracciare la famiglia biologica, a casa della sorella della madre, Alba Lanzillotto, da sempre impegnata nell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo. Alla conferenza stampa ha partecipato il fratello Ramiro Menna, che era stato affidato a un’altra sorella, Quela. Ana Maria fu arrestata all’ottavo mese di gravidanza insieme al compagno Domenico Mena, emigrato alla tenerissima età di cinque anni da Chieti. Mena, guevarista, soprannominato el Gringo, è stato uno dei fondatori dell’Esercito rivoluzionario del popolo decimato dopo il golpe del ’76. In seguito a una probabile delazione finì arrestato insieme a tutto il vertice dell’organizzazione e deportato nel campo di concentramento dentro alla base militare Campo de Mayo, situata vicino al luogo del fermo.

Lo scorso lunedì la Commissione Nazionale per l’identità (Conadi) ha comunicato all’interessato gli esiti dei test genetici ai quali aveva accettato di sottoporsi tre mesi fa, donando un campione del proprio sangue al Banco Nacional de Datos Genéticos, dopo essere stato avvicinato. I dubbi e l’indagine si sono mossi dal certificato di nascita falso, vergato dalla dottoressa Juana Franicevich, la cui firma era già apparsa in altri due casi di ritrovamenti. Lui ha mandato un messaggio WhatsApp alla zia ritrovata, rompendo il ghiaccio, e ha già avuto un confronto difficile con i genitori che si professavano come i suoi naturali. «La sua vita è stata investita da una bufera, perché mai aveva sospettato di essere figlio di desaparecidos. A me, nel giro di quattro giorni, si è rivelato ciò che ho cercato per quarant’anni», ha dichiarato Alba.

È una storia tutta da scrivere come centinaia di altre e, come sottolinea Vigevani, il tempo stringe.

Vera, in che modo si può essere madre di una ragazza desaparecida?

«L’immaginazione è utile a tante cose. Nella mia vita serve ad avere un confronto di idee, di pensieri con Franca. Penso a quello che lei avrebbe detto, alle decisioni che avrebbe assunto in determinate situazioni. È una specie di dialogo immaginario. Conoscendola a fondo posso stabilire uno scambio che in realtà è con me stessa. Non è facile capirlo, però questo esiste in tante situazioni della vita. Ho sempre lavorato nella stanza di Franca, è l’ambito dove spesso ho svolto le mie giornate, dove sono cresciuta, ho imparato e cercato di dare qualcosa agli altri. Nella stanza c’è una fotografia di Franca, scattata dal suo secondo fidanzato poco prima del sequestro, meno male che ne ha avuti. Ha un sorriso dolce che la rappresenta. Non puoi colmare l’assenza, ma di fatto sono una madre. Con le Madres de Plaza de Mayo abbiamo vissuto la realtà di una maternità ampliata, collettiva. C’è stata una crescita particolare insieme alle altre madri con quello che con l’andare degli anni è accaduto a noi stesse. Prima abbiamo cercato di salvare i nostri figli, poi siamo diventate, e questo ci ha portato ai giorni nostri, una specie di forza morale, etica dentro alla società e al paese».

La passione per la politica e l’impegno sociale le furono trasmesse dalla famiglia o erano inevitabili nell’Argentina degli Anni Settanta?

«Franca, nipotina di avvocati, ha ereditato dalla famiglia il senso della giustizia. Ha ascoltato fin da piccola le storie di persecuzione che avevano già segnato la nostra vicenda familiare. Lei, figlia unica, bravissima, sveglia, piena di attenzione ha condiviso molto della mia vita insieme al padre Jorge Jarach: le nostre passioni per il cinema, il teatro, la letteratura e la montagna. Buona parte di quel che Franca era e desiderava diventare, dare al prossimo, alla società argentina derivava dal contesto familiare. Per il resto fu tutto merito del suo impegno e delle circostanze di quella gioventù animata dall’ideale di giustizia sociale e dunque dalla necessità dell’eguaglianza».

A che cosa sognava di dedicarsi?

«Lei in particolare, avendo finito la scuola secondaria, aveva scelto di formarsi nel corso che chiameremmo di Scienze dell’educazione. Considerava l’impegno scolastico alla base della trasformazione della società. Non poté cominciare gli studi».

Lei conserva le pagelle di Franca. C’è una curiosità: aveva dieci in tutte le materie, mentre l’unica voce insufficiente risultava la condotta. Perché?

«La sua scuola, il Colegio Nacional de Buenos Aires, è particolare, dipende dall’università che nella sua storia è stata molto politicizzata. A Roma potremmo paragonarla con il Liceo Tasso da dove sono usciti scienziati, politici. A partire dai tredici anni, l’età in cui è entrata al Colegio, ha partecipato alla vita politica della scuola, fu subito eletta delegata della sua classe al Centro degli studenti. Tutti hanno sentito l’influenza della gioventù impegnata su scala mondiale. La scuola secondaria argentina ha la tradizione dei Centri degli studenti che ne caratterizzano la vita interna, in quegli anni più che mai. In Argentina, quando si insediò la dittatura civico militare, tutto ciò si trasformò in una specie di militanza. Lei aveva una coscienza molto critica, priva di fanatismi, quello che auspico nei ragazzi lo possedeva in forma naturale. È stata presa di mira dalle autorità, dunque in condotta era mala, cattiva in virtù del suo impegno. I dirigenti scolastici ormai erano appartenenti, espressione del clima che condusse alla dittatura. Oltre cento studenti del Colegio finirono desaparecidos. Oggi nella scuola c’è un murale che ritrae Franca. Il disegno è collocato tra due premi Nobel e il presidente Pellegrini ex studenti. Sarà il suo Colegio per sempre».

Dove si diplomò Franca?

«Quando cominciarono le repressioni anche nella scuola mantenne i propri impegni, prese parte per esempio a una occupazione della scuola per difendere il suo Preside allontanato e a un’assemblea proibita in quell’epoca. Quindici ragazzi tra cui mia figlia di conseguenza furono espulsi in pieno regime militare e poi riammessi per iniziativa dei genitori. Lei non volle tornare in quel clima di repressione e dette come privatista i suoi esami in un’altra scuola».

Qual è il ricordo delle prime ore dalla sparizione?

«Sono stati momenti di grandissima paura. Dal 25 giugno 1976 tutte le nostre iniziative furono rapidissime. C’erano il desiderio di salvarla e la viscerale necessità di sapere. Le paure erano sempre più crescenti, perché si cominciava a capire cosa stesse accadendo alle persone sequestrate. Eravamo terrorizzati mio marito, io e i tanti amici che erano con noi. Poco prima avevamo proposto a Franca di trasferirsi in Italia per un periodo. Purtroppo tutto questo non è successo. La sentimmo per l’ultima volta al telefono, quindici giorni dopo la scomparsa. La fecero chiamare dalla cabina appositamente costruita dentro all’Escuela de Mecanica de la Armada e registrammo la conversazione. Sul momento fu un sollievo. Vent’anni dopo ho saputo che Franca era durata meno di un mese all’Esma. A luglio entrarono centinaia di prigionieri in quel luogo, e avevano bisogno di spazio. Mio marito è morto nel 1991 senza avere notizia certa sulla sorte della figlia. Con i voli della morte la dittatura civico militare ha sperato di cancellare non solo le persone ma le storie, che non ci fosse maniera di sapere nulla. Non hanno ottenuto il risultato che desideravano. C’è un gesto emblematico che amiamo fare: posare fiori nel Rio de la Plata ripetendo la frase: Trentamil companeros desaparecidos presente ahora y siempre».

Corrisponde al vero che nessuna Ambasciata europea riuscì a trarre in salvo i propri connazionali rapiti?

«Posso dire con certezza che c’è stato un paese, la Svezia, che si è impegnato fortissimamente seppure fosse un solo caso di sparizione, una ragazza diciassettenne che si chiamava Dagmar Hagelin. Il padre si è mosso, il paese l’ha sostenuto insieme alla rappresentanza diplomatica ma purtroppo era già morta. Però hanno cercato di farlo. Tutte le Ambasciate avrebbero dovuto muoversi e disubbidire. Con l’ambasciatore Enrico Carrara, quella italiana è stata connivente e complice».

Bernardino Osio, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Buenos Aires dal marzo 1975 al marzo 1978, ha raccontato del senso di impotenza, dell’assenza di risposte da parte delle autorità argentine alla richiesta di notizie dopo le denunce di sparizione. Aggiungendo: «A differenza del Cile il governo italiano non si è mai commosso eccessivamente di quanto succedeva in Argentina, il primo passo ufficiale risale solo al 1979».

«Traduco la risposta in termini presenti e al futuro, perché il nostro impegno come organismi per la tutela dei diritti umani è sempre stato contrassegnato da tre mete: sapere la verità, avere la giustizia e conservare la memoria. Io ne ho una quarta Nunca mas il silenzio. Se vogliamo che non tornino ad accadere queste storie mai più il silenzio che abbiamo patito noi, ma non solo. Ancora oggi la stampa, la diplomazia, i paesi e i rispettivi governi mantengono silenzi colpevoli mentre si consumano le tragedie, dando corso ai propri interessi e non alla solidarietà. Questo Nunca mas vuol dire non essere mai indifferenti, soprattutto se con la conoscenza della storia si intravedono sintomi di ripetizione dei fatti. Muoversi in tempo perché dai prolegomeni non si giunga alla realizzazione delle persecuzioni e dei genocidi».

Quale effetto ebbe il vostro incontro con il Presidente Sandro Pertini?

«Pertini è stato per noi un balsamo, perché ha esternato la propria indignazione. Questa era la sua parola, indignato per quanto stava accadendo in Argentina. Prima, allo stesso tempo e dopo per anni abbiamo avuto il silenzio dell’ambasciata però ci sono anche i giusti, quelli che salvano vite mettendo a rischio la propria».

Si riferisce a Enrico Calamai?

«Sì, lì abbiamo avuto un giovane console italiano, che è riuscito a salvare molte persone. Non i desaparecidos ma quelli che erano in pericolo e con grande facilità potevano essere presi e ammazzati. In ogni persona c’è questa possibilità di agire con solidarietà o negativamente. Nel silenzio c’è la paura ma anche la connivenza e la complicità, due realtà sempre esistite. Mi piace pensare al Comune di Nonantola, a Villa Emma e ai suoi Giusti che salvarono dall’Olocausto molte giovani vite».

Le chiedo della figura controversa del nunzio apostolico in Argentina, Pio Laghi.

«Ah, be’ vuole che le dica proprio tutto di Laghi. L’abbiamo conosciuto bene. Cercavamo di parlare all’Ambasciata con Enrico Carrara, che chiuse le porte in faccia agli italiani che chiedevano notizie sui propri congiunti. Lui invece ci riceveva. Mi batteva le mani sulle spalle e pronunciava parole di compassione. Ma noi avevamo bisogno dell’azione. Questo è stato Pio Laghi. Ci sono stati anche degli episodi sgradevoli nei quali diceva: “Va be’ allora se l’hanno presa probabilmente non è più viva”. Cose brutte mentre sapevamo che giocava a tennis con l’ammiraglio Massera. Avrebbe potuto chiedere per qualcuno, fare qualcosa e non l’ha fatto. Su questo sì che siamo sicuri, l’abbiamo vissuto. C’erano però due chiese, quella del Terzo mondo che ci è stata vicina, e ha avuto tante vittime, quella è stata dalla nostra parte. E poi c’è stata questa delle alte gerarchie che non sempre ci ha accompagnato».

espacio_memoria_y_ddhh_-_actividad_presentes_2-2

In che modo si è intrecciata la professione giornalistica con il dramma personale?

«Nei primi anni ho cercato di approfittare della possibilità derivante dai miei contatti. Era la cosa più facile. Cercavo appoggi. E poi all’Ansa usavamo, questa è una pagina che non si conosce tanto, come nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale delle forme di resistenza proprie dell’informazione. C’è stato il teatro che ha fatto delle cose favolose. Tutte le settimane il teatro abierto, denunciavano dalla scena. E c’era anche la stampa clandestina: un’agenzia di notizie, denominata Ancora, che noi ricevevamo e con cui eravamo in contatto. Da questa redazione arrivavano le notizie. Tentavamo di trasmetterle, ma nessuno le pubblicava nel mondo salvo Le Monde in Francia».

E i giornali italiani?

«In Italia il Corriere della sera durante quegli anni era sotto l’influenza di Gelli e della P2. L’Ansa passava al giornale qualche notizia, ma non venivano pubblicate. E questo lo osservavamo. A un certo punto Giangiacomo Foà, che era il corrispondente del Corriere della sera, è riuscito finalmente il 31 ottobre 1982, essendo cambiata la direzione del giornale, a pubblicare una prima lista degli italiani, dei 297 figli di italiani scomparsi durante la dittatura con il commento: “Per mesi, anzi per anni, le schede degli italiani desaparecidos sono rimaste chiuse nella cassaforte dell’Ambasciata a Buenos Aires”. Questo è stato un fatto importante perché è lì che si è infranto il silenzio. Dopo i giornali hanno cominciato a scriverne, perché naturalmente lo fa un giornale e lo seguono tutti».

Durante la sua testimonianza al Tribunale di Roma, nell’udienza del 9 novembre 2006 al Processo Esma poi concluso con le condanne di cinque gerarchi militari ad altrettanti ergastoli, l’avvocato Maniga le chiese: «Quale le risulta che fosse l’atteggiamento dei militari argentini durante la dittatura nei confronti degli aderenti alla sua religione?».

«Non fu sicuramente il motivo dei sequestri. La ragione era politica per i sospettati di essere oppositori del regime. C’è stata però una percentuale di ebrei vittime molto più alta rispetto alla proporzione generale della presenza ebraica nella società argentina. Sui trentamila desaparecidos si calcola che circa 1800 siano stati ebrei. Questo non dice molto, ma denota un certo antisemitismo seppure non apertamente dichiarato. Nelle forze armate, nella polizia e in chi dirigeva nel complesso la macchina repressiva si palesò una dose di antisemitismo. Molte testimonianze dei sopravvissuti fanno riferimento alle stanze degli interrogatori e della tortura dove spiccavano ritratti di Adolf Hitler».

È possibile tratteggiare una sintesi del ruolo della giustizia italiana nel processo di verità, giustizia e memoria?

«Il ruolo della giustizia italiana per noi è stato importantissimo, perché abbiamo potuto celebrare i processi quando in Argentina non era ancora possibile. Siamo intervenuti come testimoni: finalmente abbiamo potuto dire qualche cosa. Poi però è stato dirimente essere testimoni a Buenos Aires».

Lo scorso 27 maggio nel tribunale di Buenos Aires è stata emessa l’importante sentenza Condor. Per la prima volta un organo di giustizia ha provato l’associazione illecita transnazionale. Trentotto mesi di udienze, 222 testimoni. E c’è stata un’altra sentenza di portata storica, la Megacausa Perla: il giudizio più vasto per i delitti di lesa umanità nel Paese.

«La sentenza del Processo Condor è fondamentale. È una cosa interessante non solo sotto l’aspetto giudiziario. Spesso ho pensato che in America Latina è come se i diversi paesi si contagiassero uno con l’altro in certi periodi. È come se in tempi brevi tutto funzionasse in maniera simile. Condor dimostra che diversi paesi commettevano gli stessi crimini di lesa umanità, e ci sono responsabilità condivise. La causa Perla ha riguardato uno dei campi di concentramento più grandi, quello di Cordoba. Il processo Esma procede invece a rilento. Ma ci siamo battuti recentemente e speriamo che accelerino. Le più giovani tra noi hanno superato appena gli ottanta anni, io ne ho 88. Alcune arrivano a novanta, novantatré anni. A un certo punto non ci saremo più».

Qual è la dinamica tra le due associazioni che rappresentano le Madres de Plaza de Mayo?

«La divisione che si è consumata dopo vari anni, determinata da fatti precisi, continuerà a esserci, perché abbiamo presupposti diversi. La Linea Fundadora cerca di basarsi sull’imparzialità e sull’indipendenza massima possibile dalla politica. Certo non ci si può astenere dal partecipare e dal prendere delle posizioni, però abbiamo cercato di restare più indipendenti possibile. Esistono differenze sostanziali, ma c’è il rispetto. Tutte abbiamo sentito e patito il dolore. La sfida comune è quella della partecipazione democratica, pensando non solamente alle lotte dei nostri figli o alle nostre idee. I giovani non possono essere disposti a ottenere un lavoro in cambio della perdita delle conquiste sociali maturate nei decenni precedenti. Sono sempre un’ottimista incorreggibile come dicono i miei amici e ritengo che non si possa accettare di perdere tutto in così breve tempo. La democrazia ci permette di non sottometterci a questi cambiamenti».

Si aspettava la vittoria di Mauricio Macri?

«È stato uno tsunami, un insieme vertiginoso di decisioni che pregiudicano soprattutto la condizione della classe cosiddetta media. Una velocità impressionante. Siccome lo abbiamo vissuto questo modello economico, lo conosciamo come il contesto che ci circonda, siamo preoccupati. In Argentina almeno tre volte abbiamo vissuto queste politiche e non ci è andata mai bene».

In un’intervista a Buzzfeed Macri ha dichiarato di non avere idea sull’esatto numero delle vittime della dittatura, da novemila a 30mila. Ed è la prima volta che viene messa in discussione questa stima (30mila). Su che cosa si fonda l’attitudine riduzionista del presidente?

«Sì, sul numero delle vittime si fa del negazionismo. Macri ha questa attitudine riduzionista. Come per la Shoah sussistono i negazionismi, e i numeri ne sono un elemento. Non è solo lui, ci sono dei movimenti negazionisti che oltrepassano la figura del governo e toccano direttamente quelle forze, quei poteri economici politici nazionali e internazionali che privilegiano i propri interessi. E nelle loro esigenze c’è anche la richiesta del nostro perdono. “Perché non vi riconciliate?”, dicono. E questo è nato soprattutto quando si è cominciato a giudicare i civili oltre ai militari. A questa linea del negazionismo rispondiamo: non perdoniamo chi non ci ha mai chiesto perdono. Non solo non l’hanno mai chiesto, ma nei processi i repressori, i responsabili del terrorismo di Stato, di un genocidio ideologico e politico rivendicano ciò che hanno fatto. Riconciliarci dunque è impossibile».

A oltre dieci mesi dall’insediamento del presidente Macri come sta evolvendo il rapporto con le associazioni per i diritti umani?

«È un momento importante e credo sia interessante saperlo. Non solamente le madri, le nonne, i familiari diretti, in Argentina sono dieci gli organismi principali per i diritti umani e molti sconosciuti che operano in tutte le regioni. I delitti coinvolsero il paese intero. Nella situazione attuale abbiamo compreso più a fondo qualcosa che immaginavamo. Siamo diventate una sorta di forza morale per cui ci devono ascoltare. E questo lo stiamo vivendo negli ultimi mesi con un governo legittimo votato dal popolo.

Per noi questo risultato elettorale con poca differenza numerica è stato inaspettato. Ma più inaspettata ancora è stata la velocità dei cambiamenti dall’economia alle politiche sui diritti umani e anche verso di noi. Dopo la prima sensazione di sgomento, di tristezza ci siamo riuniti tutti quanti. In Argentina nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani, perché siamo stati bravi. Questo è un fatto che deve essere ricordato ed esigiamo la giustizia. Ci opponiamo a un rallentamento dell’attività giudiziaria. Ci ha ascoltato il presidente della Corte Suprema di giustizia. Non contempliamo l’impunità e crediamo che sia un male a livello internazionale perché può portare a nuovi crimini».

L'articolo Vera e Franca proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/feed/ 4
Pio La Torre è stato una storia diversa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/#comments Wed, 08 Jul 2015 09:53:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27715 Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l'archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell'agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(...) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l'orazione funebre.

L'articolo Pio La Torre è stato una storia diversa proviene da Minima et Moralia.

]]>
latorre1

Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l’archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell’agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(…) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l’orazione funebre.

Il 2 maggio 1982 a Palermo, in piazza Politeama, centomila persone tennero la rabbia, le lacrime e i pugni fuori dalle tasche. La Banda di Altofonte fece risuonare le note dell’Inno dei lavoratori e dell’Internazionale. La medesima colonna sonora del matrimonio con rito civile che, il 29 ottobre del 1949 al Municipio di Palermo, celebrò l’unione con Giuseppina Zacco. Sandro Pertini con la voce rotta dell’emozione accarezzò il viso di quella donna coraggiosa, sempre e per sempre al fianco di un uomo che amava la libertà. In quel giorno di lutto e di lotta, senza vessilli della Democrazia cristiana, sfilò anche Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica. Una fotografia ritrae una signora dei vicoli stretti. Sotto a un balcone con le lenzuola stese, s’inginocchia con le mani giunte e piange senza consolazione. Con il caschetto da lavoro in testa c’erano i minatori di Pasquasia. Issarono sulle spalle il feretro e scortarono i carri funebri. Fu sincera la commozione popolare per quelle due vite spese al solo fine della giustizia sociale.

Nell’agguato del 30 aprile del 1982 Franco La Torre perse il padre, non ancora cinquantacinquenne. Sceglie con cura le parole, quando lo rievoca, avvertendo il peso di un’eredità preziosa, al confine tra pubblico e privato. È la memoria diretta di una storia bella. Negli anni ha gestito e se possibile rieducato il dolore, i suoi segni, anche mediante l’impegno nell’associazione Libera. Dopo un tempo lungo e faticoso ha varcato la soglia di una riservatezza pudica, che accomuna migliaia di parenti delle vittime innocenti delle mafie, per scrivere Sulle ginocchia, Pio La Torre una storia (Melampo, 204 pagine, 15 euro). La narrazione si muove da uno scatto in bianco e in nero: il padre tiene in braccio il figlio. La prima immagine insieme. Appaiono felici e sorridenti all’inaugurazione di una sede del Pci. «Nella nostra casa palermitana mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe per raccontare storie concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie. Di solito il protagonista, che aveva subito una prevaricazione o era stato vittima di un’ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l’arroganza del più forte», annota.

La vicenda di Pio suggerisce una riflessione su almeno quattro temi di attualità stringente: la sorte dei corpi intermedi (su tutti partito e sindacato), sui quali lui confidò e ai quali affidò il riscatto dalla subalternità delle proprie origini umili; l’elaborazione politica che si fa corpo e non può prescindere dalla lotta; l’antimafia tradita e il principio di diversità del partito, che nella sua interpretazione equivaleva pure a guardarsi dentro con onestà. Il testo invita ad approfondire tre architravi  dell’attività di La Torre: il movimento contadino, la sponda fra Roma e Palermo nella fase del Compromesso storico, il retaggio legislativo antimafia.

Il libro pone interrogativi al Partito Democratico, che rivendica l’appartenenza alla storia di La Torre. «(…) Riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall’omicidio, quella parte politica non ha fatto buon uso del lascito. Il Pci nelle sue evoluzioni è andato indebolendo il fattore genetico antimafia», ammonisce l’autore. Nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte i democratici si accontentarono dell’intitolazione della sala dibattiti all’ex Festa dell’Unità nazionale. «(…) Il motivo sono i soldi. Quest’anno il bilancio della festa è ridotto all’osso e non si farà niente di particolare, tranne i dibattiti. Pensa che non si farà neanche quanto era stato deciso di dedicare a Nilde Iotti, che a Reggio Emilia era nata!», risposero con aria desolata a Franco La Torre, che aveva stilato un programma di commemorazione e rilancio di un patrimonio ideale.

Un foglio conserva un ritratto, appassionato e ricco di sgrammaticature meravigliose, dal quale è giusto iniziare. Lo scrisse e lesse l’allora ottantenne Rosolino Cottone, qualcosa di più e diverso da una guardia del corpo di Li Causi e poi di La Torre. Il suo nome di battaglia sull’Appennino tosco-emiliano era Esempio, in quanto partigiano dalla condotta esemplare. Guidò la trentunesima Brigata Garibaldi, in prima fila all’ingresso a Parma, liberata. Poi fu un militante instancabile, della vecchia scuola, pilastro del Pci palermitano.

«(…) Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l’arma non me la vedevano mai. Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente.

La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù. In casa La Torre dice a Di Salvo: “Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni”. Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in Federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla: “Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo”. “Ma cosa dici?”, urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.

Era un bravissimo compagno, duro e forte. Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C’erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno. Allora La Torre mi dice a me: “Comandante ma pecchè sono accussì poco?”, così mi parlava, e io gli faccio: “Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?”, ci faccio a lui. Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare».

Pio La Torre, a proprio agio fra gli agrumeti, amava stropicciarsi le mani con le foglie di limone. Aveva un legame irrisolvibile con la terra e i suoi profumi. Finanche nelle espressioni e nella cadenza condensava la fatica della sua lavorazione. Non dimenticò mai le condizioni patite dai braccianti. Vincenzo Consolo lo definì l’orgoglio della Sicilia: «(…) Abbiamo citato le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita per il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino».

Angela Melucci, figlia di pastori e contadini lucani, cullò in grembo un seme fecondo e ribelle. Ad Altarello di Baida non c’è mai stato nulla di agevole. La luce elettrica illuminò la borgata solo nel 1935 e per l’acqua occorreva risalire alla fonte. La famiglia abitava un casolare spoglio e viveva di un’agricoltura di sussistenza. Si accorsero però presto che Pio, classe 1927, era un’altra storia. Impose al padre il proprio diritto allo studio, perché era certo che il destino di subalternità, con la schiena curvata su un appezzamento di terra scadente, non fosse ineluttabile. Cambiò il destino con la passione per lo studio e il dono della curiosità. Nella nota autobiografica, a margine della tesi La classe operaia e la questione siciliana, discussa il 25 ottobre 1954 a conclusione della scuola di partito, omaggiò così Angela: «(…) Mia madre era analfabeta e si pose il problema di istruire i figli facendo di ciò l’obiettivo primo della sua esistenza, sacrificata a questo scopo».

La sveglia suonava alle 4 per pulire la stalla, prima di recarsi a scuola. Ad Altarello era l’unico figlio di contadini ad accedere all’istruzione pubblica. Ripagò con la dedizione fino alla laurea in Scienze Politiche. Il fratello Filippo nelle lettere dal fronte si premurava: «(…) Pio sta studiando? Mamma, papà, mi raccomando non fatelo lavorare in campagna. Lui deve studiare. Il suo futuro sono i libri».

Dopo l’avviamento, promosso con il massimo dei voti, si iscrisse all’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III. «Nei primi anni a scuola riuscirono a inculcarmi gli ideali del fascismo. “Il fascismo darà al popolo la vera giustizia sociale”, dicevano. A sedici anni mi trovai in uno stato di disillusione». Ricercò un partito che “avesse per programma di trasformare la società”, di creare “una vera giustizia sociale”. Lì il fiore di campo germogliò la coscienza politica. Franco Scaglione, professore di lettere e filosofia, assistette alla scoperta, perché la sua arte dell’insegnamento era piena di idee. Antifascista e marxista assecondò la sua sete di conoscenza, aprendogli la biblioteca di casa. Lo sostenne nella doppia maturità: quella tecnica e quella scientifica da privatista.

«(…) La Torre partiva dalle cose per arrivare alle idee. Quindi l’esperienza di natura sociale è basilare nella sua formazione. Non era il tipo competitivo, era un tipo collaborativo. La sua intelligenza lo portava alla centralizzazione del nucleo problematico. E il problema non è individuale ma di classe. Partecipa alla realizzazione del piano educativo senza rinunciare mai alla propria originalità. La Torre resta sempre un logico, un ragazzo riflessivo fortemente impegnato nel suo rapporto con il reale. Si preoccupa soprattutto di osservare se gli uomini siano oppressi o in qualche modo alienati. È estraneo alla neutralità, all’indifferenza. Per lui la liberazione era un valore da realizzare e per il quale combattere», appuntò Scaglione.

Diciotto anni da compiere e due orizzonti di senso: l’Università, facoltà d’Ingegneria, e il partito. Il primo contatto con la cellula universitaria di Palermo, poi, a fine novembre 1945, si tesserò nella combattiva sezione del Pci Francesco Lo Sardo. «D’istinto ad identificare le mie aspirazioni con il programma del Pci». Li stupì quel ragazzino dallo sguardo profondo: settecento copie dell’Unità vendute in una giornata. Gli spiegava già l’intensità necessaria per contrastare la mafia e la povertà vissuta sulla propria pelle: «Ho detto alle persone che li difendiamo dalle prepotenze dello Stato, della mafia e dei grandi proprietari terrieri. E loro si sono fidati». Percepì il fare politica come il mestiere più bello, perché poteva occuparsi dei problemi nell’interesse generale. «Per essere comunista ci vuole l’anima», diceva. E il partito di massa, in una dimensione avvolgente, fu il suo strumento di emancipazione. Non si privò tuttavia dello spirito critico, con la sua visione politica ideale radicata nella realtà.

Nel luglio 1949 Pio è già membro del Consiglio Federale del Pci. In piazza a Corleone, dove da poco erano stati ritrovati resti di Placido Rizzotto, interruppe il proprio comizio sulla matrice della strage del primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. Aveva intravisto giù dal palco un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Andò a stringergli la mano, ringraziandolo per aver arrestato gli assassini di Rizzotto. Qualche anno più tardi, La Torre reclamò in una lettera al Presidente del consiglio Spadolini l’invio immediato con pieni poteri di Dalla Chiesa a Palermo. Come noto, evasero la richiesta dopo la mattanza del 30 aprile 1982: «Dalla Chiesa prenda il primo volo per Punta Raisi». I poteri però restarono a Roma. L’indomani del duplice omicidio in Via Generale Turba l’occhiello de Il Giornale predì: «Un avvertimento al Prefetto Dalla Chiesa?» Dieci giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre, n.646/1982, che introdusse nel codice penale la fattispecie di reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, la cui genesi approfondiremo più avanti.

Portella della Ginestra rappresenta il primo snodo chiave di questa vicenda repubblicana. Nei pressi della Piana degli albanesi, gli undici morti, fra i quali due bambini e una donna incinta, e i ventisette feriti in un giorno di festa furono un atto politico reazionario, avverso all’anelito di redenzione e affrancamento dal sottosviluppo delle masse diseredate siciliane. In Sicilia alle elezioni del 20 aprile 1947 era accaduto un fatto nuovo: la sinistra, socialisti e comunisti uniti nel Blocco del popolo, aveva vinto, superando la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Nel giugno 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò alla vedova Zacco quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e La Torre.

Nei quartieri durante il volantinaggio provarono a convincere La Torre che la mafia fosse un’entità intangibile: «Siete dei pazzi a pagare il pizzo, diventeranno più forti. Questa gente non merita rispetto, ci stanno rovinando», gli replicava. Il novizio sapeva parlare in italiano e in dialetto. Le sezioni andavano aperte in borgata, e lui ne aprì tre nella natia Altarello, a Boccadifalco e Chiavelli. Un affronto a Salvatore Cappellano, capomafia di Altarello. Tentarono di isolarlo, innanzitutto dal nucleo familiare. L’incendio intimidatorio della stalla di famiglia provocò l’addio alla casa paterna: «È arrivato il momento di alzare la testa. Domattina faccio le valigie e vado via».

Lo accolse Pancrazio De Pasquale, giovane segretario della federazione Pci di Palermo, con il quale spartì una stanza e l’intesa politica che fu lunghissima e proficua. Le qualità organizzative contraddistinsero subito il suo agire. Lo coinvolsero nell’organizzazione dei comizi per le elezioni regionali e amministrative del 1946 e del 1947. Nel gennaio 1947 si presentò in via Montevergini, nella sede della Federterra, esprimendo, con la chiarezza e la determinazione che gli erano proprie, l’urgenza di un miglior coordinamento sindacale dei braccianti. Le sezioni comuniste, quanto le sedi delle Camere del lavoro, erano nel mirino. Rizzotto fu il trentacinquesimo sindacalista assassinato, alla vigilia del voto che nell’aprile 1948 richiamò alle urne il 92.23% degli aventi diritto, circa 27 milioni di italiani.

Nel saggio esaustivo Quindici anni di lotte contadine Antonino Sorgi evidenzia le paure di quelli che catalogò come gli “esponenti dell’industria del delitto”:

«(…) Non sfuggiva loro come la sola minaccia alla sopravvivenza dei loro metodi non venisse tanto dall’azione della polizia, quanto dall’azione dei contadini e dal diffondersi in campagna degli organismi sindacali, i quali con la forza del numero e dell’organizzazione avrebbero potuto radicalmente rovesciare il rapporto di forza. L’ideale del capomafia di un centro agricolo era di non avere nel proprio paese sezioni dei partiti di sinistra e sindacati o vederli diretti e controllati da uomini di fiducia».

Giuseppina Zacco, un amore a prima vista, intuì tutto fin dal viaggio di nozze a Capri. «Dobbiamo tornare in Sicilia. Dopo la strage di Melissa è stato deciso di anticipare il tempo dell’occupazione delle terre». In provincia di Crotone la polizia aveva aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendo tre contadini e ferendone quindici. Si erano incontrati in Federazione. In una mattina come le altre Giuseppina sarebbe dovuta andare al circolo del tennis, invece optò per la tessera del Pci. «Almeno hai letto L’emancipazione della donna di Lenin?», le chiese Pio in sezione. Bella, elegante, di estrazione nobiliare, allevata da tate tedesche, decise di sposare l’uomo, condividendone le tensioni morali e le battaglie. «Non era raro che dormissimo sulla paglia nella stalla. Poco più che ventenni venivamo lasciati nei paesi, dove avremmo organizzato con i contadini le manifestazioni, spostandoci a piedi o con i mezzi disponibili in loco». Gli occhi di Don Luigi Ciotti si fanno lucidi, quando rimembra lo strenuo impegno di Giuseppina.

Nel giugno 1949 il Pci e la CGIL dopo l’omicidio di Rizzotto affidarono a Pio la Camera del lavoro di Corleone. Quella era una zona strategica. La prima ondata di occupazione di massa dei feudi era avvenuta nell’autunno del 1945. Tra il 1921 e il 1926 gli iscritti al Pci siciliano erano scesi da 776 a 530. Tra il 1944 e il ’45 li vide quasi triplicare fino a quota 80mila. Togliatti aveva scelto Girolamo Li Causi per la guida di un partito giovane, che avanzava la questione del governo.

Lo slogan «La terra a tutti» non era populistico. Si sostanziò in un’organizzazione con un obiettivo politico a medio termine. Colpire il latifondo e spingere per una politica economica differente. Un censimento del 1936 rilevò che all’epoca i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano terra o erano contadini poveri. Il 13 novembre 1949 un gruppo dirigente giovane dispiegò un’azione vigorosa per ampiezza con l’occupazione non simbolica, non frutto di spontaneismo, di diecimila ettari nei feudi di dodici Comuni della provincia di Palermo.

A Corleone confluirono i cortei e piantarono il grano in circa tremila ettari. A Palermo i contadini invasero piazza Politeama, smuovendo i rapporti di forza politici. Nel biennio ’49-’50 la lotta per la riforma agraria alimentò l’essenza di un movimento, che andò oltre l’effettivo successo temporaneo delle occupazioni delle terre incolte o mal coltivate con l’assegnazione in parti uguali ai contadini che ne avessero bisogno. Dal ’49 al ’50 i tesseramenti crebbero del 250% nei comuni del corleonese, dove La Torre agì con efficacia, supplendo a qualche indecisione del partito.

Nella prefazione della significativa riflessione di La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Rosario Villari fissa alcuni punti. Innanzitutto quell’esperienza fu d’ispirazione democratica e riformatrice. Da lì prese l’avvio la costruzione di una struttura politica e associativa moderna, basata sui partiti nazionali e non più su formazioni personalistiche e autonome locali. La gestazione del Pci in Sicilia è riconducibile soprattutto a quel grande movimento. Lo storico, che visse quella stagione di lotte in Calabria, riconosce a La Torre:

«(…) la consapevolezza dei limiti della tradizione di passività e assenza politica che pesava sul Mezzogiorno. Era in grado di cogliere il significato più profondo degli avvenimenti a cui partecipava, di valutare la forza che erano destinate ad acquistare le aspirazioni contadine una volta valorizzate dall’organizzazione e dall’elaborazione di un programma politico».

La Torre nel contesto della Federterra costituì una novità detonante. Interpretò il sindacato come un’organizzazione unitaria anticorporativa. All’azione sindacale seppe sempre dare un’impostazione generale politica. Non fu mai un contrattualista, ma sapeva tradurre i temi politici nella rivendicazione delle esigenze primarie. Si portò appresso l’arte della mediazione, fino alle più alte cariche sindacali di segretario della Camera del Lavoro di Palermo (1952) e segretario regionale della CGIL (1956).

La breccia era stata aperta da Fausto Gullo, un comunista, ministro dell’agricoltura nel secondo governo Badoglio. Nell’ottobre 1944 varò due decreti per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, ovviando alla necessità di un aumento della produzione di grano, e per il miglioramento della ripartizione dei prodotti della mezzadria impropria a favore dei contadini lavoratori, con potenziali effetti positivi sui redditi. Tali provvedimenti si scontrarono con il potere del gabellotto mafioso, l’intermediario che prendeva in affitto la terra dei grandi agrari assenteisti per poi darla in subconcessione, a condizioni strozzinesche a mezzadri e coloni.

«(…) Si mobilitano i sindaci mafiosi, insediati dagli americani nel 1943: a Villalba Don Calò Vizzini, a Palermo Don Lucio Tasca (capo degli agrari). I gabellotti possono contare sulla protezione di larga parte dell’apparato statale, dei marescialli dei Carabinieri, e fino all’Alto Commissario Aldisio che porta avanti una linea politica tendente alla riorganizzazione del blocco conservatore in Sicilia, all’insegna dello scudo crociato. I decreti Gullo vengono sabotati in maniera frontale in Sicilia. Essi vengono definiti un cavallo di Troia del Partito comunista, come fatto estraneo alla Sicilia», rammentò La Torre in Lotte agrarie in Sicilia dal 1944 al ’55, apparso nel giugno 1973 sui Quaderni siciliani.

La repressione fu violenta per mano del banditismo e di quello che La Torre soprannominò il triangolo Scelba (Ministro dell’Interno), Restivo (Presidente della Regione) e Vicari (Prefetto di Palermo): «Pronti a scatenare la reazione contro un movimento ormai ampio nel ’49-’50». Epifanio Leonardo Li Puma, Calogero Cangelosi e i braccianti ignoti caduti lui non se li è mai dimenticati. Non si dimenticò del manifestante Salvatore Catalano, ferito alla spina dorsale e reso invalido da una pallottola vagante sparata dalle forze dell’ordine. Il 10 marzo del 1950, a Bisacquino, centro agricolo della provincia di Palermo, dove vi era il feudo di Santa Maria del Bosco, gli presentarono il conto. «Togliete quello sconcio di bandiere!», intimarono i Carabinieri. Loro, i contadini, si erano messi in testa di occupare la speranza abbandonata all’erosione: un’estensione immensa non coltivata, pari a 200mila ettari, di proprietà della famiglia Inglese. Alla testa di un corteo, lungo cinque chilometri, composto in gran parte da donne, c’era La Torre. Dopo aver contenuto la reazione dei contadini all’aggressione dell’autorità in divisa, patì la beffa in un arresto indiscriminato di centosessanta manifestanti.

La cella dell’Ucciardone si spalancò con l’accusa di un tenente di polizia per tentato omicidio. Dietro le sbarre la paradossale compagnia di Gaspare Pisciotta, membro della banda di Salvatore Giuliano, la manovalanza criminale di Portella della Ginestra. Frazionismo fu invece il capo d’imputazione del partito, che avviò un procedimento quantomeno singolare. Tra il 17 e il 18 novembre 1950 si riunì il Comitato Regionale del Pci in seguito all’inchiesta svolta dal funzionario Armando Fedeli, affiancato a Li Causi da Roma. Destituirono De Pasquale dalla carica di segretario della federazione di Palermo e abbandonarono La Torre alla detenzione. Puniti per le fughe in avanti. La Torre in Comunisti e movimento contadino in Sicilia pubblicò, destando scalpore, i verbali riservati di quella discussione perorata dalla relazione di Pietro Secchia.

 

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Là fuori il ciclo della vita non si fermò. Giuseppina diede alla luce il primogenito Filippo, mentre De Gasperi annunciava la riforma agraria. Il 27 dicembre del ’50 l’Ars votò la legge “Milazzo” n. 104 di riforma agraria, che prevedeva l’esproprio delle proprietà terriere superiori ai duecento ettari e la loro ripartizione in lotti ai contadini aventi diritto. Una legge tormentata, la cui applicazione si arenò per quattro anni al Tribunale di Palermo, con gli agrari ad approfittare dello stallo per vendere a prezzi altissimi le proprie terre. Tuttavia il risultato di lotte durissime fu tangibile. Oltre all’introduzione dei principi della limitazione permanente della proprietà e dell’obbligo di buona coltivazione della terra, si decompose il paesaggio latifondista. Una doppia gioia per La Torre, testimoniata dalle lettere sfuggite alla censura carceraria.

Paolo Bufalini fu l’uomo della provvidenza. Dov’era finita la solidarietà per i compagni in galera? Il dirigente, appena giunto a Palermo in qualità di vicesegretario regionale, promosse su sollecitazione del dottor Zacco un comitato d’opinione influente. Il nuovo collegio difensivo con l’avvocato Varvaro mostrò l’infondatezza delle accuse formulate dagli esponenti delle forze dell’ordine e il 23 agosto 1951:

«La Corte dichiara di non doversi procedere nei confronti di La Torre Pio in ordine al delitto di lesione in offesa del tenente Caserta, perché l’azione penale non poteva essere iniziata per difetto di querela».

Bufalini, intellettuale finissimo e latinista d’eccezione, con i fatti gli manifestò la solidarietà del partito. Lo candidò al Consiglio comunale di Palermo. Nella lista Garibaldi spiccava il cognome La Torre, che il 25 maggio 1952 venne eletto con 6922 voti di preferenza: «La candidatura mi permetterà di continuare la lotta alla mafia e alla corruzione, sempre al fianco delle persone per cui mi sono battuto: gente comune, contadini, operai e braccianti». Un capitolo del programma elettorale della lista Garibaldi era riservato alle disfunzionalità dei “Servizi pubblici”, che denunciò senza tregua.

Per i servizi segreti italiani il venticinquenne neo consigliere comunale, che voleva sconfiggere la mafia, era un “sospetto”, una potenziale spia. Il 22 luglio 1952, in concomitanza con l’elezione, il Centro di Controspionaggio propose di classificare La Torre, fascicolo 502/M, fra «gli agenti “sospetti” a favore di organizzazione politica asservita agli interessi dell’URSS. Sette giorni dopo l’ufficio D approva». Interruppero il flusso delle informative una settimana prima dell’omicidio con una parentesi misteriosa aperta nel 1976, quando i servizi segreti lo giudicarono non più d’interesse ai fini istituzionali. Da quel momento trasferirono la sua posizione a un organo di sorveglianza in nessun modo verificabile.

La leadership di La Torre emergeva senza egocentrismi ed era riconosciuta. Diede la propria esistenza per il partito. Dentro alle istituzioni non smarrì mai la centralità del confronto con militanti, lavoratori e giovani. Dalla qualità dialogica misurava la vitalità delle organizzazioni di riferimento. Non aveva una concezione esclusiva del Pci, quale partito solo della classe operaia. L’elaborazione della linea politica non poteva essere slegata dalla capacità di suscitare adeguati movimenti di massa attorno a obiettivi che di quella politica fossero coerente espressione. Ne andava del radicamento del partito nella società, guai alla concezione verticistica e dirigenziale. L’unità del partito era un bene non barattabile, dunque rifuggiva le rotture senza tuttavia astenersi dalle battaglie interne, anche dopo sconfitte brucianti. Nel 1967 nel giro di quarantotto ore fu deposto da Longo dalla carica di segretario regionale, per una flessione pari a 15mila voti alle Regionali.

Si pose in ascolto, attento alle trasformazioni e alle istanze della società, con l’urgenza di sintesi politiche di largo respiro. Contrario agli astrattismi ed estremismi criticò certe forme di rivolta velleitarie. Una vita all’opposizione senza cullare mai il minoritarismo di rendita. Nella mentalità del partito togliattiano doveva conseguire risultati concreti, dunque riteneva imprescindibile il dialogo con le altre forze democratiche per soluzioni nell’interesse delle grandi masse. Fare pressione sulla parte migliore degli avversari è una strategia ricorrente. «(…) Abbiamo sottolineato giustamente che era superata la concezione totalizzante del partito. Ma ciò non comporta la frantumazione in mille rivoli della nostra presenza e l’arrendersi allo spontaneismo. Si richiede, invece, una capacità di coordinamento e di sintesi politica a un livello superiore. Nasce da questa difficoltà la crisi in molte nostre sezioni. È di fronte a queste difficoltà che assume rilievo la tentazione a regredire nel partito di opinione», scrisse su Rinascita a trent’anni dall’elezione a consigliere comunale, prefigurando la deriva del partito liquido.

Fecero sparire dagli archivi comunali i testi dei suoi interventi, ma è forte l’eco dei suoi contro pronunciati con l’inconfondibile cadenza palermitana.

«(…) Al vertice di questo sistema di potere a Palermo, da venti anni, si è insediato l’attuale ministro della marina mercantile onorevole Giovanni Gioia. (…) Organizzò la confluenza nel suo partito delle cosche mafiose ex monarchiche, liberali e qualunquiste. Quell’impianto non è stato ancora debellato. Che il sistema di potere mafioso a Palermo conduca all’onorevole Gioia è dimostrato da tutta la documentazione in possesso della Commissione», argomentò nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia del 1976.

Nella sala consiliare si scontrò con gli amministratori, che svendettero il bene comune alla speculazione edilizia, alla mala gestione del ciclo dei rifiuti, alla dissipazione e privatizzazione delle risorse idriche. La mafia entrò negli affari regionali proprio attraverso le dighe. Gli appalti per tali infrastrutture erano visti come una grande occasione per alimentare una fitta rete di interessi clientelari e mafiosi. Miliardi spesi per l’acquisto di acque private, lasciando la rendita ai padroni dei pozzi. Alla fine del ’76, a fronte di un potenziale di acqua utilizzabile, dalla falda più profonda, di 7 miliardi di mc, le disponibilità per uso potabile erano pari a 350 milioni, 1.076 milioni per uso irriguo e 133 per industriale.

Le denunce delle malsane cointeressenze fra gli assessorati, gli uffici tecnici comunali e la ristretta cricca di ditte appaltatrici furono puntuali e circostanziate. Fa impressione rileggere la durissima requisitoria sulle inadempienze della ditta del conte Romolo Vaselli, che calpestava il capitolato d’appalto, mentre la città soffocava nella sporcizia. I banchi dei mercati ortofrutticolo e ittico, assegnati a personaggi mafiosi alle dipendenze del sindaco e dell’amministrazione comunale, erano oggetto costante dei suoi interventi. Per la licenza di una pompa di benzina deve intercedere il boss, Salvatore La Barbera: «Il sindaco (Lima) è una cosa mia, lei avrà quello che desidera e poi avrà a vedere con me». A Palermo la manutenzione stradale e quella fognaria doveva avere costi esorbitanti, il doppio che altrove in Italia, per soddisfare il sistema dell’impresa della famiglia del conte Arturo Cassina, che dettò legge per trentasei anni.

La Relazione di minoranza della Commissione antimafia offre uno squarcio documentato del dissesto amministrativo, corruttivo, degli anni trascorsi da La Torre a Palazzo delle Aquile.

«(…) Si è verificato, ininterrottamente, alla scadenza del contratto, che il Consiglio comunale sia stato messo di fronte al fatto compiuto del rinnovo automatico dell’appalto alla ditta Cassina. E ciò nonostante le vivaci proteste dell’opposizione di sinistra. Il Cassina, infatti, ha legami ben saldi a destra. Il servizio di manutenzione delle strade a Palermo è stato gestito dall’impresa Cassina in maniera indecente. Il Cassina ha sempre dato in subappalto, a piccoli mafiosi dei vari rioni, i lavori da eseguire. (…) Il sequestro del figlio di Cassina, ingegner Luciano, come quello del figlio di Vassallo, si spiega proprio nell’ambito dello scontro fra cosche mafiose».

La speculazione edilizia è il motore dello sviluppo parassitario basato sulla rottura città-campagna, di cui le banche furono l’altro asse portante. In Sicilia, nel periodo 1952-’75, la diffusione della rete operativa delle banche popolari è stata cinque volte maggiore della media nazionale, quattro volte quella delle banche s.p.a. Nelle carte, redatte anche da La Torre nel 1976, si legge che il costruttore Francesco Vassallo, i cui precedenti penali risalivano al 1933, ottenne la licenza di appaltatore grazie a una dichiarazione «molto discutibile dell’Ingegner Ferruzza, consigliere delegato della s.p.a. SAIA (Società per Azioni Industria Autobus), che gestiva il trasporto urbano nel capoluogo siciliano». In alcuni casi i “progetti Vassallo” erano approvati dalla Commissione e dal Consiglio comunale prima di essere protocollati. Alla distruzione dei bombardamenti del ’43 si sovrappose un fiume di cemento che offusca il cielo.

Gran parte degli edifici costruiti dalla ditta Vassallo erano acquistati o presi in affitto in anticipo dagli enti pubblici e prenotati dal Comune e della Provincia per essere adibiti a edifici scolastici. Gli appartamenti di Vassallo venivano venduti a prezzi di favore a quella rete tessuta minuziosamente con il posizionamento di parenti e amici nei gangli vitali della pubblica amministrazione. Funzionari che accentrano e accelerano le pratiche. Tra il 1958 e il 1962 il Comune rilasciò 4205 licenze edilizie, firmate dalle stesse teste di ponte. «L’Ufficio Lavori Pubblici è stato trasformato in un grande baraccone che ha il compito di portare avanti i piani della speculazione privata», sintetizzò La Torre sulla stampa.

Nel 1956 Salvo Lima entrò nella cabina di controllo dell’Assessorato ai lavori pubblici, facendone la base di un sistema di alleanze dirimente per il potere democristiano. Due anni dopo, eletto sindaco, gli subentrò Vito Ciancimino. Lima fu incriminato dalla magistratura per avere violato la legge e favorito il costruttore Francesco Vassallo.

«(…) Il documento n. 737 della Legione dei Carabinieri a firma del generale dalla Chiesa offre uno spaccato di come si è potuto edificare un impero economico che è diventato un pilastro decisivo del sistema di potere mafioso a Palermo. Ma da quella relazione emerge la funzione decisiva dell’onorevole Gioia con i suoi uomini di fiducia dislocati in posti chiave (assessorati, uffici, banche, enti economici, aziende municipali, ospedali, eccetera). La fantasia dei giornalisti è stata attratta dall’interrogativo se esistesse o meno una società (la VA-LI-GIO) formata da Vassallo-Lima-Gioia. Ma il problema non è di provare l’esistenza del contratto giuridico fra i tre. Il rapporto del prefetto Bevivino e la relazione dell’onorevole Vestri hanno documentato a sufficienza la compenetrazione tra le cosche mafiose e il gruppo di potere dominante a Palermo e, in questo ambito, il ruolo del costruttore Vassallo».

L'articolo Pio La Torre è stato una storia diversa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/feed/ 4
Una strage di mafia, trent’anni fa https://minimaetmoralia.it/estratti/una-strage-di-mafia-trentanni-fa/ https://minimaetmoralia.it/estratti/una-strage-di-mafia-trentanni-fa/#comments Wed, 10 Jun 2015 05:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27222 Trent'anni fa, il 2 aprile 1985, un'autobomba esplose a Pizzolungo, vicino Trapani, uccidendo Barbara Rizzo, 31 anni, e due dei suoi tre figli, Giuseppe e Salvatore, entrambi di 6 anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo, sopravvissuto alla strage.
Pubblichiamo un estratto dal libro Sola con te in un futuro aprile, pubblicato da Fandango e scritto da Michela Gargiulo e Margherita Asta, figlia di Barbara scampata all'attentato.

di Michela Gargiulo e Margherita Asta

La cattedrale di San Lorenzo è piena di gente, io e mio padre non riusciamo a passare. Entriamo da un ingresso laterale. Il nostro posto è davanti all’altare.

Davanti a noi ci sono le bare di mia madre e dei miei fratelli. Al centro quella scura di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto a lei quelle più piccole e bianche, con i gigli, di Salvatore e Giuseppe. Quando sono uscita di casa, questa mattina, ho trovato il pallone di Giuseppe, era dietro la magnolia.

L'articolo Una strage di mafia, trent’anni fa proviene da Minima et Moralia.

]]>
mafia

Trent’anni fa, il 2 aprile 1985, un’autobomba esplose a Pizzolungo, vicino Trapani, uccidendo Barbara Rizzo, 31 anni, e due dei suoi tre figli, Giuseppe e Salvatore, entrambi di 6 anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo, sopravvissuto alla strage.
Pubblichiamo un estratto dal libro Sola con te in un futuro aprile, pubblicato da Fandango e scritto da Michela Gargiulo Margherita Asta, figlia di Barbara scampata all’attentato.

di Michela Gargiulo e Margherita Asta

La cattedrale di San Lorenzo è piena di gente, io e mio padre non riusciamo a passare. Entriamo da un ingresso laterale. Il nostro posto è davanti all’altare.

Davanti a noi ci sono le bare di mia madre e dei miei fratelli. Al centro quella scura di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto a lei quelle più piccole e bianche, con i gigli, di Salvatore e Giuseppe. Quando sono uscita di casa, questa mattina, ho trovato il pallone di Giuseppe, era dietro la magnolia.

Non riesco a piangere, in mezzo a tutta questa gente. Mio padre invece non riesce a smettere. Ha la giacca e la cravatta nere. È molto debole. Io sono stretta in quel cappottino blu che la mamma sosteneva non andasse bene per giocare. Ora serve per i funerali.

Ai lati delle bare ci sono i compagni di scuola dei miei fratelli. Non conosco i nomi ma i loro visi sì. Ci sono i bambini della prima elementare dentro questa chiesa. Si guardano intorno smarriti, impauriti. Non dovevano essere qui oggi, non dovevo esserci neppure io.

Il vescovo, monsignor Romano, si commuove ricordando i miei fratelli. Li conosceva. Lo scorso anno, alla recita di Natale, Salvatore era Gesù Bambino e Giuseppe un angelo.

Mi guardano tristi i due carabinieri davanti a me. Reggono una corona di fiori, c’è scritto Pertini. Accanto ce n’è un’altra del presidente del consiglio Craxi. Vista così da vicino sembra una cosa immensa, grande e ordinata, con tutti i fiori stretti a rubarsi lo spazio.

Ci sono fiori dappertutto, e polizia e carabinieri anche in chiesa. Ci sono tutti questi uomini in divisa e i gonfaloni del comune, e non so spiegarmelo. Forse è per la morte dei miei fratelli, che erano dei bambini, forse è per questo che tutti hanno voluto partecipare.

Mio padre mi stringe la mano e guarda per terra. Un bambino sta salendo le scale del pulpito. Lo riconosco è Michele, Michele Marchingiglio, un compagno di scuola di Giuseppe e Salvatore. Ha in mano un foglio di quaderno. Sembra ancora più piccolo su quell’altare.

“Gesù rendi buoni i cuori dei malviventi del barbaro attentato di ieri e dai la pace eterna alle vittime innocenti, alla mamma e ai bambini Salvatore e Giuseppe Asta.”

Penso a quanto sia piccolo quel bambino sull’altare, e a quanto sono piccoli i miei fratelli dentro le bare e finalmente piango.

Il vescovo chiude la sua omelia.

“Purtroppo la morte è venuta a bussare alle nostre case. Una morte cieca, voluta da una mente perversa e da mano omicida. E ancora una volta la rabbia mafiosa ha macchiato le nostre strade…”

Mi volto verso mio padre. Cosa c’entra la rabbia, voglio chiedergli, cosa c’entra la mafia con quello che è successo a mia madre e ai miei fratelli. Noi con certe cose non c’entriamo niente. Ma papà continua a piangere e queste sono domande che non ho il coraggio di fare.

La messa è finita. Solo ora mi rendo conto di quante persone hanno partecipato. Non avevo mai visto una cerimonia funebre così a Trapani. Solo alla televisione mi era capitato di vedere tanta gente e tante corone. Ma nei funerali di persone importanti: attori, ministri, capi di stato. Oggi, invece, sono tutti qui per mia madre e i miei fratelli. Per noi, gente normale. Lo imparo in questo preciso momento il significato della parola folla. La folla io, per la prima volta, l’ho vista oggi. Una folla è quando in una chiesa non c’è più spazio.

La gente inizia a uscire. Io e papà invece restiamo fermi. Molte persone si avvicinano a noi, tutti vogliono farci le condoglianze.

Un signore distinto che non ho mai visto prima stringe forte la mia mano, poi abbraccia mio padre.

“Signor Asta, sono Antonio Palermo. Le porto anche le condoglianze di mio figlio che è ancora in ospedale.”

Lo sguardo di mio padre si fa più attento, come per dire qualcosa di importante che non gli viene, non ce n’è il tempo. È già il turno di qualcun altro, condoglianze, altri baci sulle guance, altre strette di mano.

Accanto a me c’è una signora anziana vestita di nero. Ha in mano un rosario, i suoi occhi hanno pianto per tutta la cerimonia. L’accompagno mentalmente mentre recita l’ultima preghiera:

“L’eterno riposo dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace.
Amen.”

Fuori dalla cattedrale seguiamo le tre bare. La folla si apre intorno a noi per farci passare. Tutti gettano fiori sul sagrato. Una pioggia leggera di petali. La strada è un tappeto colorato e noi ci passiamo sopra mentre accompagniamo mia madre e i miei fratelli nel loro ultimo viaggio. Metto un piede davanti all’altro ma piano, sono morbidi, ho paura di fargli male. Da quel giorno non sono più riuscita a camminare a piedi nudi su un prato.

Percorriamo a piedi la strada fino al cimitero. Piazza Vittorio Emanuele è piena di gente, un corteo che sfila, ci sono anche i ragazzi delle scuole con i loro zainetti colorati. No, queste persone non sono qui per i funerali, deve essere una manifestazione in difesa di qualcuno, uno sciopero.

“La mafia a Trapani esiste.”

Lo hanno scritto su un cartello enorme e ora se lo portano dietro facendolo correre sulle loro teste, le braccia in alto. “Coraggio giudice” urla qualcuno. Altre persone, contemporaneamente intonano in coro: “Dieci, cento Palermo”.

La folla è compatta ma scorre quando ci vedono passare. Arriviamo al cancello, sfioro delicatamente le bare della mia mamma e dei miei fratelli come a volerle accarezzare.

Zio Vincenzo viene a prenderci con la macchina. Abbiamo tutti delle facce stanchissime. Tra pochi minuti saremo di nuovo a casa, in qualche modo che non capisco saremo al sicuro.

Imbocchiamo la provinciale, mio padre è seduto accanto a me con gli occhi chiusi, sembra stia dormendo. Guardo il mare oltre il finestrino, sono due giorni che dalla litoranea non si poteva passare, la strada era chiusa per via dell’incidente.

Arriviamo al distributore, siamo vicini a casa, davanti a noi c’è l’hotel Tirreno. La macchina rallenta improvvisamente, c’è una buca enorme sull’asfalto, sembra sia esploso un vulcano.

Sul muro bianco della villa davanti a noi c’è una macchia rossa. Non faccio neanche in tempo a vederla bene.

“Papà, è sangue nostro questo?”

Le zie hanno rassettato casa, non so quando l’hanno fatto. Tutto è pulito e ordinato. Non abbiamo il tempo di rimanere soli, io e papà, e questo è un bene. Zia Vita e gli altri sono già arrivati, le loro voci riempiono di nuovo la casa, anche se con discrezione.

Dalla finestra vedo una macchina della polizia che si ferma nel vialetto. Due uomini si avvicinano alla porta, suonano, sono io quella che va ad aprire.

“Asta?”

“Sì, sono Margherita.”

“La figlia di Barbara Rizzo?”

Non ho mai sentito ripetere tante volte il cognome di mia madre da nubile come in questi due giorni, “sì, sono io.”

Sento dietro di me i passi di papà e della zia Vita, mi faccio da parte. La presenza di mio padre sembra imbarazzare ancora di più il poliziotto.

“Signor Asta, questi sono gli oggetti di sua moglie. Qui ci sono quelli dei suoi bambini.”

Sono due sacchetti di plastica bianca, sembrano quelli della spesa. Il poliziotto allunga le braccia e li porge a mio padre.

In quello di Giuseppe e Salvatore ci sono delle pagine dei libri di scuola, alcuni fogli strappati con i loro disegni. Ci sono due scarpe da tennis, mi sembrano quelle di Salvatore. Rosse con la linguetta autoadesiva perché ancora non aveva imparato ad allacciarle da solo.

Dove sono i vestiti, la cartella, i quaderni?

Apro quello di mia madre.

C’è il suo portafoglio, la fede, la custodia degli occhiali, l’anello con lo zaffiro e i brillanti e quello d’ambra, il suo preferito.

C’è solo questo, di mia madre non è rimasto altro.

L'articolo Una strage di mafia, trent’anni fa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/una-strage-di-mafia-trentanni-fa/feed/ 1
Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/#comments Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23746 Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

L'articolo Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff proviene da Minima et Moralia.

]]>
zoff scirea

Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria e centinaia di presenze in Serie A tra Udine, Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte importante, forse la migliore della mia vita, si chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”.

Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano Nembo Kid. Il supereroe razionale che a diecimila metri ballava con Pertini tra le insidie dello scopone scientifico non ha mai truccato il mazzo delle carte. Quando risponde, pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto, devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’” e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià, con la gente che sembra che ti cada addosso, gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che sembra un fotogramma di Cartier-Bresson.

In Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra della svastica: “Un uomo libero, un contadino di vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano, in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in silenzio”.

La sua condizione preferita.

Da calciatore mi trattenevo perché del mondo che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.

Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dichiarazioniste.

Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà. Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui, poi, diventavo pazzo.

Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ex della Fiorentina che all’estro e alle stranezze doveva anche il soprannome.

L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara, nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a stringere la mano.

Davvero?

Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.

Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta tanta…

Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone di esecuzione.

Lei qualche Madonna la tirava?

Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche a me. Siamo esseri umani.

Di umanità varia si nutriva anche Sivori.

Omar era un mostro di simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di commemorazioni indebite, lo infilzava: “Omar, ti ricordi di quella partita che giocammo insieme?”. E lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri in campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.

A volte gli artisti si perdevano.

E vedere l’autodistruzione del talento era uno strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne, di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente orfano.

Episodi?

Si presentava spesso ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si pentiva: “Io vincio niente, io no buono” e poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui andavamo con la squadra: “Mister, ho saputo che mi ha convocato, eccomi qui, non ho fatto in tempo a vestirmi”. Era nudo. Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da chi voleva calmarlo, si sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male, mi dispiace molto.

Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia, divise l’esperienza del Mondiale 1974 in Germania.

Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in una sede terza per una seduta psicanalitica di gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non era neanche strano che accadesse quel che poi accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un condottiero, un trascinatore straordinario e nient’affatto stupido che si dilettava con pistole, immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera, mentre in Italia montava una polemica politica sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino dell’hotel. Dormiva sotto un albero.

In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità, le fece gol un carneade di Haiti.

Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo da un biennio magico, Newsweek mi aveva dedicato persino la copertina.

“The world’s best”. Senza necessità di traduzione.

Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre: “Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo diritto viene a mancare per costituzione”.

Tra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la scortavano c’era il potersela giocare alla pari con lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon. Tutti secondi. Gregari per l’eternità.

A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.

Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.

Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.

Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.

Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo, era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito non mi ha mai convinto. Amo vedere le cose da più prospettive e credo in una sola politica. Quella dei piccoli gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla dignità di un popolo. La politica del fare le cose come Dio comanda.

Una delle grandi passioni dell’Avvocato Agnelli, un signore che la politica la conobbe da vicino, era proprio il calcio.

Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava illudendosi che avessi chissà quali competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale. Era di una distaccata eleganza, non urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria, durante i festeggiamenti per l’inatteso scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta calcio e totalmente trasfigurati dalla passione, Agnelli custodiva un suo ironico contegno.

Ironico?

Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”. Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in spaventose puttanate”.

L’Avvocato telefonava anche a lei?

Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto. Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.

Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’anni torinesi, finì anche la sua storia juventina.

Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era la prima volta che ci andavo e rimase anche l’unica. Parlammo in generale della squadra e poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando. Scendendo dalla collina mi resi conto di essere arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e non si chiudeva nel modo migliore. In qualche modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo, era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.

Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi, ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e coppa Uefa.

Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci tondo non muori quadro. Non puoi decidere di snaturarti. Di essere altro da quel che sei.

Prima del dolore per lo strappo con la Juventus, mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.

Era così puro, educato e sincero che all’inizio pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano era proprio così. Sereno, coraggioso, buono. Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la passammo nella nostra stanza. Una cena parca, una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci somigliava.

Zeman le somiglia?

Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella divisione dei ruoli.

Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il pessimo Mondiale brasiliano.

Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità collettiva che non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il plurale. Non più l’io, ma il noi.

De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro reazione qualcuno ha scorto una dura critica a Balotelli.

Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva giocato un pessimo torneo anche lui.

Certe competizioni segnano. Ricorda l’Europeo del 2000?

Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi. Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul banco degli imputati.

Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non gentili.

Disse che ero stato indegno e mi ero comportato come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non l’ho capito.

“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi” disse. Le sue dimissioni colpirono l’opinione pubblica.

Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia, rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo momento hai preso una decisione, significa che fare altrimenti ti risultava insopportabile.

Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”, un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.

E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono certo che sapesse che al telefono non c’era il vero Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito la mattina non fumo”).

Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?

E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri profondi e malinconici come Guccini e il suo omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante. Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce. Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.

Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un attimo, la gloria” però scrive che la sua partita l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?

In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla, forse proprio del tutto non l’ho persa.

L'articolo Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/feed/ 5