sara pichelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sara-pichelli/ un blog di approfondimento culturale Mon, 11 Jan 2021 11:30:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg sara pichelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sara-pichelli/ 32 32 Su Post-Pink, l’antologia di fumetto femminista https://minimaetmoralia.it/fumetto/post-pink-lantologia-fumetto-femminista/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/post-pink-lantologia-fumetto-femminista/#respond Fri, 04 Oct 2019 14:33:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41257 di Simone Tribuzio

Che il linguaggio del fumetto abbia cominciato a parlare al femminile? Una domanda che risulta errata sin dal principio, perché il fumetto italiano vede coinvolte a pieno, e da un bel po', diverse autrici; che con il tempo sono riuscite ad ottenere grandi riconoscimenti accademici. Basta pensare al nome di Bianca Bagnarelli, o solamente a quello di Sara Pichelli, creatrice grafica di Miles Morales, nonché protagonista del film vincitore del Premio Oscar (miglior film d'animazione) Spider-Man: Un nuovo universo.

Quest'ultimo esempio, poi, smonta definitivamente il cliché dell'autrice che deve a tutti costi rivolgersi ad un pubblico esclusivamente composto da donne. Nel frattempo non è stata ancora eliminata la tampontax, giusto per dire che nelle aule del Parlamento italiano non viene fatta – e anche questa volta - alcuna considerazione di una problematica che vede un bisogno.

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di Simone Tribuzio

Che il linguaggio del fumetto abbia cominciato a parlare al femminile? Una domanda che risulta errata sin dal principio, perché il fumetto italiano vede coinvolte a pieno, e da un bel po’, diverse autrici; che con il tempo sono riuscite ad ottenere grandi riconoscimenti accademici. Basta pensare al nome di Bianca Bagnarelli, o solamente a quello di Sara Pichelli, creatrice grafica di Miles Morales, nonché protagonista del film vincitore del Premio Oscar (miglior film d’animazione) Spider-Man: Un nuovo universo.

Quest’ultimo esempio, poi, smonta definitivamente il cliché dell’autrice che deve a tutti costi rivolgersi ad un pubblico esclusivamente composto da donne. Nel frattempo non è stata ancora eliminata la tampontax, giusto per dire che nelle aule del Parlamento italiano non viene fatta – e anche questa volta – alcuna considerazione di una problematica che vede un bisogno.

Post pink – antologia di fumetto femminista, da poco nelle librerie, è un progetto volto a smontare pezzo per pezzo cliché, modi di dire, dogmi e recinti di ogni forma. Una raccolta in grado di dirci che il diritto di scegliere è il loro, così come l’identità che si vuole mantenere nella società.

Per comprenderne meglio meccanismi e comportamenti ho fatto qualche domanda a Elisabetta Sedda, curatrice del progetto; e a Silvia Rocchi, autrice dell’episodio Destino anatomico.

N.B.: a qualche settimana dall’intervista, Post pink è stato insignito del Premio Coco per il miglior libro di autori italiani a Etna Comics 2019.

Elisabetta, quali di queste autrici già conoscevi?

Tutte: l’antologia è nata insieme alla scelta delle autrici.

“Letteratura femminile, roba per donne, prodotti pensati per un pubblico femminile”, “le donne non possono fare rock o cimentarsi in alcuni generi”. Se ne dicono di ogni anche nell’intrattenimento letterario e non solo.
Possiamo invece dire letteratura di impegno civile femminista mettendo da parte ghettizzazioni e generi? E ce lo aveva dimostrato già trent’anni fa Margaret Atwood – per mezzo di una distopia – con Il racconto dell’ancella.

S.R.: I tempi sono bui ma maturi per poter affermare che sì, una donna può scrivere su di sé e al di fuori di sé senza per forza ghettizzarsi o limitarsi a piccoli spazi o confini ben delimitati. Ciò che è sicuro è che non bisogna mai abbassare la guardia o dare le cose per scontate, è lì che si annidano le paure dei più e si creano i pregiudizi o anche più superficialmente e semplicemente le etichette.

E.S.: Diciamo letteratura, punto. E in questo caso anche divulgazione: le donne che sanno raccontare sono tante e parlano a tutti. Dovremmo ascoltarle, sapendo che possono insegnarci qualcosa. Il termine “femminista” che compare nel sottotitolo di questa antologia è molto chiaro riguardo agli intenti e al contenuto del libro: dice che all’interno non si faranno differenze di genere, né ci saranno ghettizzazioni, anzi.

Il femminismo è inclusivo e vuole abbattere gli stereotipi che insegnano l’intrinseca incompatibilità di pensiero tra uomo e donna. Chi crede che le donne che parlano di donne (o che parlano in generale) non siano interessanti perché si rivolgono solo a un pubblico femminile sta mangiando solo una metà della mela.

Quando è germogliata l’idea di raccogliere le voci delle autrici più riconosciute del fumetto italiano e per una raccolta di racconti come Post pink?

E.S.: L’idea è maturata nel tempo ed è diventata concreta quando, dopo il #metoo, oltre a una corretta e consapevole presa di posizione di donne e uomini, si faceva strada anche una forte semplificazione del pensiero femminista, che di certo non può essere ridotto al solo Girl Power. L’idea di raccogliere tante autrici in un volume che parla del corpo femminile nasce dalla volontà di scrollarsi di dosso l’idea che non esistano singoli individui, ma “la donna”, con un solo destino di genere. La formula del fumetto, invece, deriva dalla mia formazione e dalla mia passione per questo linguaggio.

Di alcuni fatti più recenti (quello raccontato da Silvia Rocchi) e contesti storici (come in Mea vulva, di Cristina Portolano) ne eri già a conoscenza? Se no qual è stato il primo impatto leggendo le storie?

E.S.: L’impatto con tutte le storie, per fortuna, è avvenuto in una fase molto precedente alla lettura del racconto finito: per tutti i capitoli, il primo step è stato il soggetto, a cui poi è seguita la sceneggiatura o il layout, e infine la versione finale.

Ma prima ancora di individuare le autrici dell’antologia partivo da una riflessione personale che mi aveva portato non solo all’idea di un libro sul corpo della donna, ma anche alla mappa delle parti (fisiche o meno) da sviluppare, ai pregiudizi che mi premeva sfatare. Questi spunti mi hanno guidata nella scelta delle autrici: mi premeva sì fare un discorso corale, ma coerente, senza rinunciare all’emozione di vedere l’idea originale plasmata dall’artista.
Quando è arrivato il momento di trovare l’interprete del capitolo sul piacere, non ho avuto dubbi: sapevo di voler chiedere un contributo a Cristina Portolano. Lei però mi ha preso in contropiede, proponendomi l’ultima cosa che mi sarei mai aspettata di sentire. “Un racconto erotico? Ho quello che fa per te” mi ha detto. “Una storia su Ildegarda di Bingen.”

Non c’era niente di più calzante e al tempo stesso di più originale per trattare il tema. L’ho trovata un’intuizione geniale: ancora oggi la libido femminile suscita scalpore o ilarità, eppure la prima descrizione dell’orgasmo femminile l’abbiamo avuta in un’epoca di mortificazione della carne come il Medioevo, a firma di una figura tra le più eclettiche della Storia. Fa riflettere molto anche il fatto che tra le molteplici possibilità di parlare del piacere, la scelta sia caduta sull’autoerotismo. Forse è una prova di quanto sia giusta la riflessione di Sophia Wallace (citata nella storia di Silvia Rocchi).

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(vignetta di Cristina Portolano)

Come è stato invece leggere il racconto di Silvia Rocchi, dove è protagonista l’artista concettuale Sophia Wallace con la sua opera Cliteracy?

E.S.: Cliteracy è stato, se non il perno, uno dei punti di partenza da me condivisi con Silvia quando le ho presentato il progetto e in particolare il capitolo che avevo pensato per lei. L’anatomia femminile è un mistero per molti, ancora oggi. Mi premeva fare luce sia sugli stereotipi, sia sulla verità.

Quando Silvia ha accettato di far parte della squadra, oltre al lavoro di Sophia Wallace abbiamo considerato saggi, romanzi e altri spunti particolarmente ficcanti, non solo visuali o audiovisivi. Silvia ha poi rielaborato e arricchito ogni input, imbastendo così una fra le storie più articolate e complesse dell’antologia. Quindi, più che la scelta del cosa, in Destino anatomico mi ha colpito il come. L’atmosfera e le sensazioni che Silvia ci trasmette sono molto cupe, oscure, il suo “apparato femminile” è un non-luogo astratto e spaventoso in cui per tanto tempo hanno regnato pregiudizi, ignoranza, soprusi e violenza. Il finale giunge inaspettato e liberatore.

Quali visioni e impressioni sul tema hai riscontrato, leggendo i racconti delle tue colleghe?

S.R.: Mi sembra che il punto di questa antologia sia molto chiaro e ben esplicitato, si affrontano le più varie tematiche legate al nostro corpo per spezzare i pregiudizi, per iniziare a chiamare le cose con il loro nome, per parlare ad esempio anche di maternità in modo aperto e sincero. Credo che ogni storia sia ben pensata e calibrata, siamo consapevoli che un libro dichiaratamente femminista si porta dietro una serie di aspettative e conseguenze, per questo ognuna ha cercato di lavorarci in modo originale e aperto al dialogo con la nostra curatrice.

Quali letture ti hanno ispirata durante la lavorazione? Ci sono lavori di fumettiste che ti hanno formata?

S.R.: La lettura principale a cui ho pensato durante la stesura del mio racconto è stata “La noia” di Moravia. Il confine sottile che distingue l’amore dal possesso, quello che prova il protagonista della storia per la sua amata, è stato quello che più mi ha fatto riflettere nel momento in cui cercavo le metafore visive che ho cercato di esplicitare. In fondo il destino della donna per secoli è stato legato a quello dell’uomo. Un marito decideva che una donna era isterica: manicomio, una comunità (patriarcale) decideva (e amaramente aggiungo, decide) che una donna ha qualcosa che non va: strega, manicomio, o anche peggio. Queste frasi sono molto riduttive, ma spero diano l’idea del fatto che la donna raramente ha potuto decidere per sé nel corso della Storia.

Parlando di fumettiste in senso stretto, ce ne sono alcune che amo molto come Ellen Forney, Vanna Vinci, Marjane Satrapi, Rutu Modan, ma anche in questo caso non mi piace fare distinzioni di generi, un fumetto mi piace a prescindere dal sesso dell’autore che lo ha pensato, costruito, disegnato.

Quale aspetto di Sophia Wallace ti ha spinto a realizzare questo racconto?

S.R.: La Wallace entra nella mia storia cupa verso la fine. La sua rivoluzione dorata fatta di talk (conoscenza), gadgettistica legata all’anatomia del clitoride (consapevolezza) e del suo renderlo altro, memore di un certo maestro del ready-made, dà uno spiraglio di luce in fondo al tunnel di questo “malefico” destino che ci è toccato in sorte. Sei donna? Non sei meravigliosa per forza, ma puoi essere consapevole del fatto che la tua anatomia è fatta in questo modo, che è stato scoperto non troppi anni fa e che la strada per la parità è una lotta lunga e faticosa, ma che si attua tramite la conoscenza, cercando di allontanare le paure – non solo nostre o dell’altro sesso ma – di tutti.

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(vignetta di Silvia Rocchi)

Cliteracy, e il tuo racconto (Gli organi femminili, “Destini anatomici” ndr), punta i riflettori su sentenze quali “se l’è cercata”, o “sposare il principe azzurro a tutti costi” et simila.
Quale elemento ha bloccato il meccanismo della convivenza con la vita delle donne, e perché questa ossessione nel controllare le scelte delle stesse?

S.R.: Cliteracy, come spiegato sopra, cerca di illuminare la strada tramite la conoscenza, la mia scelta di introdurla è dovuta al fatto che Sophia Wallace è consapevole di cos’è stato il passato per la Donna, ma preferisce guardare al Futuro. È un distinguo necessario per comprendere la sua opera e per non affossarsi da sole in quelle che sono sicuramente doverose e agguerrite critiche volte al passato, e pensare piuttosto alle bambine del domani, a che cosa riserverà il futuro per loro.

Qual è ad oggi il concetto più difficile da far passare nella fitta rete di dogmi che la società si è imposta? Vedi anche la manifestazione pro famiglia (“tradizionale”) a Verona, lontana dal nostro tempo per idee e nell’aggressività con cui vengono sostenute?

S.R.: Per me la cosa più difficile è guardare fuori e comprendere che ci sono veramente persone che vanno in giro regalando portachiavi a forma di feti e che difendono un’idea di famiglia che fondamentalmente non è mai esistita. Faccio fatica a non guardarli in faccia e pensare: sul serio? Sei un coglione! Però purtroppo per chissà quale ragione educativa e/o psicologica esistono e dobbiamo farci i conti se non vogliamo che i proseliti siano sempre di più. Quindi di nuovo, l’educazione, la conoscenza sono le uniche chiavi che possiamo usare.

E.S.: Il concetto più arduo da accettare e far accettare è che “tradizionale” o “conosciuto” non sono necessariamente sinonimo di “giusto”. La tradizione è una convenzione perpetrata più a lungo di altre, spesso circoscritta a un’area ben precisa. La famiglia tradizionale non è più una certezza neanche fra le coppie etero e cisgender. Francamente, credo che una società moderna possa fondarsi su valori ben più efficaci del genere biologico.

 

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Spider-Man: un nuovo, stupefacente universo https://minimaetmoralia.it/cinema/spider-man-un-nuovo-stupefacente-universo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/spider-man-un-nuovo-stupefacente-universo/#respond Tue, 08 Jan 2019 07:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39106 Un gruppo di giovani studenti si prepara per il ballo di fine anno. “Ehi gente, ce ne serve un altro” fa notare uno dei fustacchioni della comitiva. Indica un ragazzetto in disparte, l’aria timida e sconsolata, alle cui spalle è proiettata l’ombra di un ragno: “Che ne dite di Peter Parker?” “Stai scherzando?” risponde un […]

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Un gruppo di giovani studenti si prepara per il ballo di fine anno. “Ehi gente, ce ne serve un altro” fa notare uno dei fustacchioni della comitiva. Indica un ragazzetto in disparte, l’aria timida e sconsolata, alle cui spalle è proiettata l’ombra di un ragno: “Che ne dite di Peter Parker?” “Stai scherzando?” risponde un altro, “Quel secchione non distinguerebbe un valzer da un cha-cha-cha!” È il 1962 e queste sono le battute iniziali della primissima storia di Spider-Man, pubblicata sul numero 15 di Amazing Fantasy, testata sci-fi che avrebbe chiuso con quell’ultimo albo uscito ad agosto. Dopo qualche tentennamento, Stan Lee si era deciso a sfruttare proprio quell’ultima occasione per introdurre un supereroe in costume che suonasse “completamente diverso” da quanto fatto fino ad allora: adolescente, con molti problemi, particolarmente venale, senza dimenticare il fatto che a conferirgli i superpoteri sarebbe stato un ragno, non esattamente il tipo d’animale più amato nell’universo. Come sappiamo, quell’esordio dal tono apparentemente scanzonato si chiudeva in tragedia – l’omicidio di zio Ben ad opera del ladruncolo che Peter Parker si era rifiutato di fermare quando ne aveva avuto la possibilità. “Così, una magra, silenziosa figura si perde nella notte” chiudeva nell’ultima vignetta la didascalia di Stan Lee, lo Spider-Man di Steve Ditko mostrato di spalle, a capo chino, dopo la cattura del criminale, “conscia infine che da grandi poteri derivano grandi responsabilità!” Grazie all’apparizione dell’Uomo Ragno le vendite dell’ultimo numero di Amazing Fantasy schizzarono alle stelle, e così nel marzo del 1963 l’Arrampicamuri tornò con una testata tutta sua, The Amazing Spider-Man.

Oltre cinquant’anni dopo gli albi, le riscritture  e i film sull’Arrampicamuri si sono susseguiti a un ritmo incessante. La musica pure è letteralmente cambiata, passando dal valzer e dal cha-cha-cha dello Spider-Man di Amazing Fantasy alla trap, al nu soul e all’elettronica della colonna sonora di Spider-Man – Un nuovo universo, film d’animazione Columbia-Sony-Marvel uscito a Natale 2018. Un’opera che di amazing ha pressoché tutto.

La storia di Un nuovo universo (Into the Spider-verse in originale) prende le mosse da diverse serie alternative del fumetto: protagonista è l’adolescente Miles Morales (ideato da Brian Bendis e disegnato dall’illustratrice e animatrice italiana Sara Pichelli), figlio di un poliziotto afroamericano e di un’infermiera portoricana. Anche in questo caso ci sono una serie di traumi familiari “da soap opera” – definizione di Stan Lee – e soprattutto c’è un ragno che punge e che è “segnato dal destino per essere un protagonista del dramma che chiamiamo vita”, per dirla ancora con la solita prosa roboante del Sorridente. La struttura del film, se guardiamo oltre la moltiplicazione degli Spider-Man in arrivo da altri universi per fermare il folle piano di Kingpin, è piuttosto classica: iniziazione/acquisizione dei poteri, perdita temporanea degli stessi, raggiungimento della piena consapevolezza, battaglia finale (molto psichedelica).

Questa impostazione tradizionale è la base per liberare completamente l’impatto visivo dell’opera, la sua ricchezza espressiva, tanto che l’etichetta di film d’animazione finisce col ridurne di parecchio la portata. In ogni fotogramma di Un nuovo universo conflagrano diversi stili e tecniche d’animazione: dallo stop motion al 3D al fumetto alla serigrafia al videogame a chissà cos’altro. Se tra i nomi nei titoli di coda non ci fossero quelli di Christoper Miller e Phil Lord (nelle vesti rispettivamente di produttore e sceneggiatore) oltre che quelli di 142 animatori, sarebbe francamente incredibile pensare che una cosa del genere sia stata realizzata davvero: una mutazione continua, inarrestabile, che ci mostra Miles Morales muoversi a scatti impercettibili – ecco lo stop motion –, svolazzare del tutto fluidamente come in un open world per una console del futuro e sfarfallare nel disturbo del 3D senza occhialini – tutto nella stessa inquadratura. La compresenza di forme così diverse, la capacità di conciliare gli opposti – aggiungiamoci il noir, l’animazione giapponese e quella classica della Warner Bros – induce un piacere che va oltre quello che proviamo, con spirito un po’ provocatorio, di fronte all’ibridarsi di estetiche quanto mai lontane su certe pagine social 依永ニ oppure giocando con la realtà aumentata dei filtri di Instagram o Snapchat.

È comunque difficile che le parole possano definire, senza sfarinarsi, lo spettacolo a cui assistiamo per le quasi due ore di Un nuovo universo (molto più alla portata sarebbe descrivere l’odore di popcorn e il tepore della sala in cui ho visto due volte il film, sempre attorniato da un’infinità di adulti e ragazzini). Si può comunque fare un tentativo parlando dei corpi che vediamo sullo schermo, se il corpo è la possibilità di cristallizzazione di una forma altrimenti instabile – almeno finché lo osserviamo sotto il vetrino/telescopio degli spettatori più attenti.

Il Peter Parker originale – si fa per dire: nel film è nato nel 1991 – è muscoloso ma asciutto, oscilla con eleganza tra i grattacieli di New York ed è capace di incredibile espressività sotto la maschera (semmai potrebbe scandalizzare, nel caso di alcuni lettori di lunga data del Ragnetto, il fatto che sia biondo e tremendamente somigliante a uno youtuber); il Peter B. Parker che fa da mentore a Miles è invece sovrappeso, picchia e fluttua con mestiere più che con grazia, ma il suo volto – quasi sempre scoperto – racconta quanto quello di qualsiasi attore in carne e ossa; ancora, Miles Morales ha il corpo gracile e deforme di un adolescente in piena pubertà, e insieme a Spider-Woman sembra uscito da uno di quei cartoni contemporanei che diamo in pasto su tablet ai nostri figli per placarne le intemperanze pre-nanna; Kingpin è enorme, le spalle squadrate che superano di mezzo metro l’altezza del collo, e come Spiderman-Noir è la versione esagerata fino al parossismo di un detective comic degli anni ’30; infine, Spider-Ham cambia continuamente proporzioni e stende i nemici col tipico martello gigantesco (ma si può tenere in tasca) dei Looney Tunes, mentre Peni Parker, accompagnata dal fedele SP//dr, si muove per scatti emotivi in puro stile animēshon.

Ora, se avete visto Un nuovo universo vi sarete accorti di quanto poco questi miei tentativi ecfrastici gli rendano giustizia: perché il punto è la velocità pazzesca con cui le forme e gli stili cambiano e si mescolano sullo schermo, ed è quella velocità che rende il senso di coerenza e armonia. Oltre alla persistente meraviglia per la visione non c’è alcun attrito: scena dopo scena, è sempre più naturale ed esaltante trovarci in tre o quattro film diversi per volta. Allo stesso modo (e allo stesso ritmo) mutano i registri: un attimo prima Un nuovo universo è un fumettone per bambini, quello dopo un capolavoro di fan service, quello dopo ancora intrattenimento piuttosto raffinato per adulti. Tutto questo tenendo sempre in gran conto l’intelligenza del pubblico, che può fermarsi a un primo livello di lettura o provare a cogliere citazioni, rimandi interni, suggestioni da altre pellicole (non solo a tema supereroi).

La moltiplicazione formale, dunque la conciliazione di opposti, è ovviamente uno specchio del tema portante del film: quello del multiverso, delle realtà parallele, del racconto mitico. Anche l’umorismo a base di quarte pareti sfondate è relativo, quando le pareti si moltiplicano all’infinito, e d’altra parte la coesistenza di versioni contradditorie di una stessa storia fa di quella storia una leggenda: di questo vivono tanto i fumetti quanto i miti classici, sostenuti allo stesso modo da reboot, spin off, sequel, calchi e riadattamenti a seconda delle epoche e delle necessità di chi li riceve e rielabora. Qui tuttavia c’è dell’altro, suggerito forse proprio dalla colonna sonora – in questo caso quella originale firmata da Daniel Pemberton, che suona epica, rocambolesca, comica e tragica ma sempre a partire dal glitch, dal disturbo, dall’interferenza.

Il glitch fa capolino già prima dell’inizio vero e proprio di Un nuovo universo, a partire dall’apparizione della Torch Lady della Columbia, che vediamo cambiare forma in un ronzio cacofonico – ora è la tipica rappresentazione degli Stati Uniti, ora è una donna-cowboy, ora altre icone femminili cancellate dal disturbo cromatico insieme al nome della casa di produzione. A quel punto l’interferenza diventa squisitamente sonora: l’introduzione del tema principale di Pemberton parte dal rumore per evocare lo stesso senso di epicità che di solito restituiscono gli archi. Così viene presentato lo Spider-Man originale, e via di seguito, cambiando tono, Miles Morales e tutti gli altri personaggi, fino ai “ruggiti” delle scene più da thriller con gli inseguimenti tra Miles e il terrificante Prowler. Sostenuto a livello sonoro dalla costante suggestione che tutto sia instabile e pronto a scomparire sotto i nostri occhi, nella controparte visiva il glitch continua a fare da interruttore per il passaggio da una tecnica d’animazione all’altra, da una dimensione all’altra, da una modalità di rappresentazione all’altra, trasformando i semafori di New York in simil-opere di Banksy e – almeno nei desideri di Kingpin – i morti in vivi. Così fino alla scena post credit, che va ben oltre il cliffhangerone per il prossimo film ed è molto più di un comico ammiccamento alla cultura digitale: quegli ultimissimi minuti aggiungono qualcosa all’idea filosofica dei viaggi dimensionali, includendo negli universi paralleli anche le rappresentazioni della realtà gemmate dall’universo fumettistico, dai cartoon e dal merchandising – un cortocircuito totale, con venature persino politiche, per cui la diffusione a macchia d’olio di un franchise finisce con l’essere qualcosa di più che un subdolo stratagemma per vendere fumetti e pupazzi ai bambini.

Lo stacco tra Un nuovo universo e il resto dei film d’animazione – ma forse anche rispetto a molto del cinema contemporaneo – è impressionante: non vorrei esagerare, ma ho l’impressione che mentre in tanti campi siamo alla disperata ricerca di un canone più o meno stabile che aiuti a guardare al futuro, col grimaldello del glitch questo Spider-Man apra davvero a “qualcosa di completamente diverso”, com’era nei sogni dello Stan Lee che lanciò l’Arrampicamuri sull’ultimo numero di Amazing Fantasy. E lo fa con la profondità leggera tipica del mito quando è consapevole di appartenere a tutti, generazione dopo generazione: oltre i drammi, le insicurezze e i sensi di colpa, oltre il peso di dover tutto a uno schifosissimo ragno, quello che amiamo di Spider-Man è la poesia, la grazia con cui volteggia libero sui tetti di New York fino a contemplare in solitudine, dall’alto di un grattacielo, la città più bella del mondo, l’unico posto sulla faccia del pianeta in cui l’adolescente Peter Parker (o Miles Morales) vorrebbe vivere. “E così è nata una leggenda” si leggeva nelle ultime righe della origin story ragnesca del 1962, “un nome nuovo aggiunto all’elenco di coloro che rendono il reame della fantasia il più eccitante di tutti”. Ecco, è davvero difficile non eccitarsi di fronte a questo reame rinnovato da Un nuovo universo e non chiedersi cosa potrà mai esserci dopo un simile spettacolo.

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