Sarah Jessica Parker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sarah-jessica-parker/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 Feb 2014 16:26:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sarah Jessica Parker Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sarah-jessica-parker/ 32 32 Quel che resta del rave https://minimaetmoralia.it/fiction/quel-che-resta-del-rave/ https://minimaetmoralia.it/fiction/quel-che-resta-del-rave/#comments Tue, 04 Feb 2014 16:26:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18158 Pubblichiamo un racconto di Valerio Mattioli uscito su Vice ringraziando l'autore e la testata.

di Valerio Mattioli

Ieri ero col solito Wolf Anus a un tavolino all’aperto di un noto quartiere per aperitivi di Roma. Stavo lì, cercando di convincerlo a concedermi un’altra intervista (per la precisione sulla fisica teorica—giuro), quando veniamo disturbati dall’inquietante silhouette di un circa trentenne dall’aria smunta e dal peso non superiore ai 40 chili.

“Avete qualche spiccio?”

“No,” rispondiamo noi.

“Dai, mi servono,” prosegue quello.

“A che ti servono?” chiediamo.

“Mi devo comprare gli antibiotici. Guardate qua.”

Si solleva la maglietta e ci mostra un enorme sgarro infetto. Non era una normale cicatrice: era proprio una voragine lunga qualcosa come 15 centimetri, sbrodolante pus color giallognolo e probabilmente dall’odore altrettanto ributtante. Gli diamo un euro a testa e quello se ne va (senza ringraziarci).

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Pubblichiamo un racconto di Valerio Mattioli uscito su Vice ringraziando l’autore e la testata.

di Valerio Mattioli

Ieri ero col solito Wolf Anus a un tavolino all’aperto di un noto quartiere per aperitivi di Roma. Stavo lì, cercando di convincerlo a concedermi un’altra intervista (per la precisione sulla fisica teorica—giuro), quando veniamo disturbati dall’inquietante silhouette di un circa trentenne dall’aria smunta e dal peso non superiore ai 40 chili.

“Avete qualche spiccio?”

“No,” rispondiamo noi.

“Dai, mi servono,” prosegue quello.

“A che ti servono?” chiediamo.

“Mi devo comprare gli antibiotici. Guardate qua.”

Si solleva la maglietta e ci mostra un enorme sgarro infetto. Non era una normale cicatrice: era proprio una voragine lunga qualcosa come 15 centimetri, sbrodolante pus color giallognolo e probabilmente dall’odore altrettanto ributtante. Gli diamo un euro a testa e quello se ne va (senza ringraziarci).

“L’hai riconosciuto?” mi fa a quel punto Wolf Anus.

“Eh?”

“Dico: hai visto chi era?”

“No, chi era? Lo conosciamo?”

E Wolf Anus mi ricorda di quando una decina d’anni fa a Roma era tutto un rave e ogni sabato si poteva scegliere tra almeno tre festini illegali. Si andava là, si faceva festa, e si tornava a casa la domenica a pranzo, in tempo per il gran premio di Formula 1. Vuole la vulgata che un’intera generazione senza distinzione di classe, provenienza, genere e orientamenti di vario tipo si formò tra le quinte scalcinate di qualche fabbrica abbandonata di periferia. Come tanti altri, anche io e Wolf Anus abbiamo partecipato alla festa. Erano gli anni calanti (il doppio senso è involontario) di una stagione cominciata più o meno a inizio Novanta. Eravamo troppo piccoli per aver vissuto il periodo d’oro dei rave a Roma, quando la città era diventata come per miracolo una delle capitali della techno europea, e quindi ci siamo beccati solo la coda del fenomeno. Che era comunque una cosa enorme, dalle dimensioni impressionanti, roba che a ripensarci quasi ti viene da non crederci. Un sacco di gente andava ai rave per sentire la musica e ballare, certo. C’era anche chi ipotizzava affiliazioni ed eredità di tipo sciamanico, come i miei amici di Torazine, una rivista che a quanto pare nessuno si ricorda più. Ma altrettanti ci andavano principalmente perché, per la miseria, i rave erano un vero e proprio mercato a cielo aperto. Inutile che vi stia a spiegare qual era la merce in vendita (droga), ma il punto è: che fine ha fatto quella gente? Come si è ridotta? Possibile che tutti quegli anni di eccessi non abbiano prodotto effetti collaterali, anche su larga scala?

Va bene, io, Wolf Anus e un sacco di altre persone ai rave eravamo di passaggio: erano un diversivo come un altro, e ogni tanto poteva pure capitare che al festino del sabato sera si preferisse—orrore!—un film a casa. Ma per un mucchio di gente le maratone chimiche erano, come dire, una religione. Una missione a cui immolarsi anima, corpo, narici e polpacci. Non sto parlando di quattro esaltati dalle pupille perennemente ingrossate, intendiamoci. Sto parlando di giovinastri di borgata che passavano l’intera settimana in attesa del devasto del sabato, di ragazze di buona famiglia in fuga dai salottini, di studenti aspiranti intellettuali irretiti dalle good vibration dell’MDMA, di gente normale, normalissima, di colpo rintronata dall’implacabile martello dei 180 bpm. Una di quelle persone era il tizio dallo sgarro infetto. Il fantasma di uno come tanti conosciuto all’epoca, che riappare a distanza di anni e più o meno è come te lo aspetti: più di là che di qua. E gli altri? Quanti ce ne sono, come lui?

Mi è capitato di riparlare di quella stagione non molto tempo fa, in un’intervista al Duka, uno degli animatori storici dell’underground romano. La domanda che a un certo punto gli posi è: “Ma perché lo facevamo?” Oggi non ho nemmeno idea se i rave esistono ancora, e probabilmente la maggior parte di chi sta leggendo nemmeno sa di cosa sto parlando. Ve lo riassumo per come lo ricordo io.

Prima di tutto, se parlo di rave per me significa una cosa sola: feste rigorosamente illegali, che si tenevano solitamente in vecchi capannoni abbandonati da occupare per una notte soltanto. I rave cosiddetti “commerciali”, quelli che si tenevano nelle discoteche, non mi interessano. Non ci sono nemmeno mai andato.

Ora, capite bene che, viste le location che facevano da sfondo ai suddetti festini, la scenografia non era esattamente idilliaca. Entrare in queste fabbriche in disuso che puzzavano di nafta (per via dei gruppi elettrogeni), buie, piene di calcinacci e di ferraglia sparsa, con le vetrate divelte e i tetti pericolanti, in mezzo al nulla della periferia romana… insomma, ma chi te lo faceva fare? Tutto parlava di abbandono, di degrado, di brutture e persino di pericolo. Almeno i primi rave inglesi li tenevano in campagna, a Stonehenge, e alla fine parevano null’altro che allegri ritrovi hippie fuori tempo massimo, con la techno al posto dei Grateful Dead. Niente, noi bisognava rimediare una macchina, uscire dal Raccordo Anulare, seguire le incerte indicazioni rimediate da quelli ben informati, e poi ritrovarsi in un buco di culo che solo ad appoggiarsi al muro ti beccavi il tetano. Oppure quella volta che la fabbrica era un ex stabilimento per fotocopiatrici, fax, o roba del genere… C’era ancora il toner che aleggiava nell’aria. La gente aveva tutte le mani e le facce tinte di blu. Sapete quant’è tossico respirare quella roba? Diomio, ma perché stavamo lì?

Già l’ambiente non era dei più accoglienti: ma parliamo della musica. In Inghilterra, a Stonehenge o quello che era, la gente ballava con ‘sta cosa chiamata trance che era sostanzialmente una forma di psichedelia fatta con le macchine, roba buona per viaggiare, insomma. Noi invece no, entravi e venivi molestato da questa scarica di ritmiche industriali al cardiopalma, cattivissime e oscure, stridenti, dissonanti, che parevano fatte di lamiere e barattoli… una roba da incubo. Però la gente si piazzava davanti le casse e via, a ballare. Ore e ore e ore. Voglio dire, la musica il più delle volte non era neanche male. Ma come facevi a dire che era divertente?

Veniamo ora al capitolo droghe. Erano chiaramente ovunque. Ed erano tante. Ogni tanto qualcuna andava più di moda delle altre, e la regina di un tempo—l’ecstasy—pareva già un po’ decaduta. Le pasticche, ci mancherebbe, non mancavano mai. Avevano tutti questi nomi ammiccanti, sapete: Mitsubishi, 007, cuoricini… Si distinguevano in base all’effetto: alcune erano “morfinose”, altre “anfetaminiche”, altre “estasiose”. C’era gente che le prendeva “a panino”, cioè due insieme. Poi passava ad altro, chessò, lo speed. Magari un acido. Per i più fricchettoni un funghetto. Oppure per rilassarsi una tirata d’oppio. O meglio ancora una bella botta di ketamina, il famigerato “anestetico per cavalli”. La ketamina potevi inalarla, ma poi venne fuori che l’iniezione intramuscolo era più potente, e quindi ogni tanto, mentre andavi a pisciare dietro a qualche immancabile furgone parcheggiato ai bordi della fabbrica, ti beccavi questi che stavano lì a farsi il buco sui polpacci, oppure sul culo.

Un’altra presenza fissa dietro ai furgoni era la gente che scopava. I più fortunati si accoppiavano in macchina, ma poteva pure essere che uno la macchina non ce l’aveva, oppure sì, ce l’aveva, ma era troppo fatto per ricordarsi dove l’avesse lasciata. Cocaina ne girava poca e ancora costava tanto. Eroina, era una faccenda più clandestina e la gente per lo più se la fumava, ma quando la ketamina sdoganò il buco, oltre che i polpacci tornarono di moda anche le vene. Intanto, in sottofondo: dum-dum-dum. Alzavi gli occhi e scoprivi che a lato del capannone, in mezzo al buio, c’era una voragine malamente segnalata, in cui ogni tanto qualcuno ci cadeva dentro (una ragazza ci è morta). Nel frattempo, arrivava l’alba. Ai primi raggi di sole, ti si apriva davanti una scena che manco Bosch.

Era l’inferno. In mezzo alla polvere beccavi un amico con la mascella in tiro che non vedevi dai tempi delle elementari, e tentavi un briciolo di conversazione. Incontravi la tipa sotto MDMA che ti lanciava sguardi languidi, e be’, ti si accendeva un briciolo di speranza e magari andavi a controllare che dietro al furgone ci fosse ancora posto. Eri sporco, lercio, con la polvere pure dentro le mutande, c’era sempre qualche poveraccio di cane che si era perso il padrone e che vagava senza meta sotto le casse, ti facevi un giro e magari inciampavi su un tizio che si era messo a “smorfinare” per terra, ragazze che pisciavano in mezzo al nulla, spacciatori magrebini venuti a vedere che aria tirava. Tutte le settimane così. Per… quanti anni?

Tra le vittime che anche all’epoca mi mettevano più… ma sì, tristezza, c’erano le ragazze. Che al di là delle apparenze ritual-controculturali del classico rave illegale, non era raro venissero considerate—e quindi trattate—come nella peggiore discoteca per pariolini viziati. Immaginatevi il solito maschio arrapato che arriva, dà una botta di coca, si butta in mezzo alla mischia e adocchia una graziosa fanciulla che oltre a essere carina è anche fattissima, e che inebetita dal love love love dell’ecstasy gli sorride e magari gli si avvicina pure. Quanto tempo pensate che ci volesse perché il testosteronico macho la circuisse, magari sventolando un cartoccio di ketamina, e se la portasse dietro il famigerato furgone? Voglio dire, non c’era niente di male: la ragazza dopotutto era consenziente. Almeno tecnicamente. Poi però andava a finire che la mattina incontravi l’amica che non vedevi da quattro ore, le chiedevi che fine aveva fatto e lei boh, non ricordava niente. Qualche metro più in là, il satiro se la rideva con gli amici: “La vedi quella? Me la sono fatta!” Quando anche lei realizzava poteva essere un allegro “Va be’, cose che succedono,” ma potevano essere anche vergogna, incredulità, rabbia, addirittura pianti. Non era la regola, non fraintendetemi. Credo di poter dire che la gran parte dei raver fossero persone ragionevolmente a posto. Ma sopra ogni festino aleggiava sempre un respiro, come dire, predatorio.

Anni dopo, quando per motivi generazionali quella stagione si concluse, delle ragazze mi colpì in particolar modo l’evidenza della loro condizione di reduci, e come questa condizione si articolasse a seconda della relativa estrazione sociale. Non so perché, ma nella controparte maschile la faccenda mi è sempre parsa più sfumata, o forse semplicemente meno lampante. Come detto, ai rave c’era di tutto: ragazze di buona famiglia e borgatare incallite, figlie di papà e studentesse fuori sede che condividevano una stanza assieme ad altre sette conterranee, eccetera eccetera. Alcune di loro (esattamente come i maschi) ai tempi dei rave avevano evidentemente esagerato, ed era quando questa consapevolezza cominciava a manifestarsi che entrava in gioco il conto in banca di mamma e papà. Se il suddetto conto era poca roba, be’, poco da fare: alcune hanno continuato a sopravvivere come potevano andando a occupare case o lavorando come spogliarelliste; altre hanno proseguito facendo una tutto sommato banale vita da drogate; altre ancora si sono travate un posto al call center e ogni tanto, ma veramente una volta ogni tanto, ingollano una pasticca in ricordo dei bei tempi andati; qualcuna ha figliato.

Poi c’erano le ragazze ricche, e su quello andrebbe aperto un capitolo a parte.

C’erano le brave ragazze dei quartieri alti che, dopo anni di sfascio, decidevano che era ora di ripulirsi e di accettare quel posto nell’ufficio di qualche produttore cinematografico rimediato dallo zio. Adesso le incontro che paiono Sarah Jessica Parker e mi ricordo di quando rotolavano nel fango assieme al cane del loro fidanzato dell’epoca, quasi sempre un punkabbestia.

C’erano altre brave ragazze dei quartieri alti che lo zio produttore cinematografico, se ce l’avevano, non ne voleva sapere di viziatelle ex tossiche (e quindi, per definizione, piccole troie), e allora fatti tuoi, trovati una vita e non rompermi le palle. Ma poi mamma e papà, che con la figlia non ci parlavano da anni, avevano deciso che era pur sempre loro figlia, quindi si erano informati su una buona clinica per disturbi psichiatrici. Adesso le incontro molto raramente.

C’erano ancora altre brave ragazze dei quartieri alti che coi genitori invece non ci avevano parlato veramente mai, e alle quali il medico amico di famiglia prescriveva psicofarmaci perché “me l’ha detto tua madre.” Adesso le incontro che fanno discorsi incomprensibili, un giorno decidono che vogliono fare la cantante e il giorno dopo l’allevatrice di cavalli, le incroci al cesso del solito bar e ti mostrano la tetta, giri l’angolo e le trovi che piangono su un cassonetto, raccatti un amico e le accompagni a casa, ma loro litigano con l’amico, trovano un distorsore Boss sotto il sedile e glielo danno in testa, sei costretto a fermarti al pronto soccorso e quelle scappano, poi ti telefonano il giorno dopo per sapere “che c’è stasera al Verme.”

E poi, be’, tante storie.

Qualche anno fa, un quasi-amico/conoscente che si faceva chiamare Phil Sick scrisse un romanzo autobiografico la cui trama vale più di tanti ricordi: nel romanzo, lui è un tossico all’ultimo stadio e ricoverato al CIM, che viene ingaggiato da un ricco signore della Roma Bene in qualità di investigatore privato. Quello che Phil Sick deve fare è ritrovare la figlia del tipo, scomparsa da tempo e intravista l’ultima volta giusto a un rave. Il ricco signore ingaggia Phil Sick perché non vuole scandali: sa che la figlia è finita a farsi di ketamina a margine di qualche fabbricone abbandonato, e sa che giusto un tizio come lui conosce dinamiche e geografie di quel mondo lì. Il romanzo Phil Sick lo scrisse, se non sbaglio, una decina d’anni fa. Era divertente, e scritto veramente bene. So che alla fine è riuscito a farselo pubblicare da un minuscolo editore campano. Che fine abbia fatto Phil Sick, non lo so. Di un sacco di quella gente ho perso i contatti. So che qualcuno sta bene, qualcuno sta male, qualcuno è vivo, qualcuno è morto, qualcuno si è suicidato, e alla fine è arrivato questo tizio a chiedermi i soldi mentre parlavo con Wolf Anus di fisica teorica. Non so se è un bilancio, ma altro non mi sovviene.

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Inno del corpo sfatto. Nuove coordinate della Lussuria: da Lena Dunham alla MILF https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/inno-del-corpo-sfatto-da-lena-dunham-alla-milf/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/inno-del-corpo-sfatto-da-lena-dunham-alla-milf/#comments Wed, 23 Oct 2013 09:40:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15999 Pubblichiamo un pezzo di Fabio Cleto uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui). (Immagine: una scena di Girls.)

di Fabio Cleto

Teaser, I. Lust for Life

È il 3 ottobre 1951, nel Prologo di Underworld. È lo spareggio fra Giants e Dodgers, e piovono sugli spalti del Polo Grounds le pagine della rivista Life, strappate da qualcuno che ne fa istantanee del desiderio, coriandoli di un nuovo lusso ubiquo, proteiforme, imperativo: “Alimenti per neonati e caffè solubile, enciclopedie e tostapane, shampoo e whiskey di malto”. Nell’indifferenza onnivora dello spettacolo diventano tutt’uno beni e pubblicità, capolavori dell’arte e tecnologia, “Rubens e Tiziano, Playtex e Motorola” [1]. L’immagine aderisce alla vita e la replica, diventandone strumento definitivo di cognizione: Frank Sinatra apprende “di essere su Life di questa settimana” quando la pagina che lo ritrae gli sfiora la spalla. Fra stelle del cinema e celebrità dello sport, la presenza di J. Edgar Hoover – il Federale numero uno, la Grande Spia – coniuga fama e segretezza, “due estremi della stessa fascinazione”, evoca “il crepitio elettrostatico di una certa libidine nel mondo” [2].

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Pubblichiamo un pezzo di Fabio Cleto uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui). (Immagine: una scena di Girls.)

di Fabio Cleto

Teaser, I. Lust for Life

È il 3 ottobre 1951, nel Prologo di Underworld. È lo spareggio fra Giants e Dodgers, e piovono sugli spalti del Polo Grounds le pagine della rivista Life, strappate da qualcuno che ne fa istantanee del desiderio, coriandoli di un nuovo lusso ubiquo, proteiforme, imperativo: “Alimenti per neonati e caffè solubile, enciclopedie e tostapane, shampoo e whiskey di malto”. Nell’indifferenza onnivora dello spettacolo diventano tutt’uno beni e pubblicità, capolavori dell’arte e tecnologia, “Rubens e Tiziano, Playtex e Motorola” [1]. L’immagine aderisce alla vita e la replica, diventandone strumento definitivo di cognizione: Frank Sinatra apprende “di essere su Life di questa settimana” quando la pagina che lo ritrae gli sfiora la spalla. Fra stelle del cinema e celebrità dello sport, la presenza di J. Edgar Hoover – il Federale numero uno, la Grande Spia – coniuga fama e segretezza, “due estremi della stessa fascinazione”, evoca “il crepitio elettrostatico di una certa libidine nel mondo” [2].

Non i fasti democratici del supermercato, per Hoover; non le sirene della cosmesi, le promesse di un corpo mondato dal troppo umano del metabolismo (“lassativi e digestivi, pannolini, cerotti callifughi e ritrovati antiforfora”) [3]. Per “Edgar senza-germi”, l’uomo che persegue feroce la pulizia del corpo sociale, c’è la “riproduzione a colori di un quadro popolato da figure medievali morte o moribonde”. Con sgomento, su Life non lo attende la vita: il quadro da cui “non riesce a staccare gli occhi” è Il trionfo della morte di Pieter Brueghel[4]. È la nemesi, il fascino compulsivo di “ulcere, lesioni e corpi macilenti a patto che il suo contatto con la fonte sia puramente figurativo”. A dominare il quadro, il Vizio (“Giocatori di carte, amanti libidinosi, […] il re in manto di ermellino con le sue ricchezze ammassate dentro barilotti”), un teatro di “ingordigia, lussuria e cupidigia” in cui il sé si perde nel marchio dell’infrazione. Il lusso e la lussuria, la spia e l’osceno: questo desiderio apre un’opera-mondo e abbraccia il secolo americano dal 1951 al 1997, quando Don DeLillo ce lo mostra nudo e imbarazzato, protagonista suo malgrado di un’economia della rivelazione e dello sguardo furtivo. Un’economia in cui l’imperfezione va negata, rimossa, mascherata. Per goderne appieno il crepitio elettrostatico, la carica libidinale.

Teaser, II. I’ll never do it again

Sempre nel 1997, la tragica intelligenza di David Forster Wallace licenzia la versione definitiva di Una cosa divertente che non farò mai più. È il reportage di una crociera nei Mari del Sud che due anni prima lo aveva insinuato nel lusso sfrenato della Zenith, una città splendente che solca mari cristallini, lambisce spiagge di zucchero e si staglia apollinea su cieli di lapislazzuli e tramonti disegnati al computer. Il suo sguardo è attonito, e non solo per la surreale perfezione del trattamento riservato ai turisti, trasfigurati in un regime da brochure che sospende il tempo nei riti dell’intrattenimento. È attonito per quel che ha visto, e per la propria colpevole partecipazione. Nel sole dei Caraibi “ho osservato e catalogato, con ribrezzo, ogni tipo di eritemi, cheratinosi, lesioni pre-melanoma, macchie da mal di fegato, eczemi, verruche, cisti papulari, pancioni, celluliti femorali, vene varicose, trattamenti al collagene e al silicone, tinture orribili, trapianti di capelli malriusciti – insomma, ho visto un sacco di gente seminuda che avrei preferito non vedere seminuda” [5]. Ecco, di nuovo, un inventario del Corpo in Sfacelo, una galleria di patologie, materie stomachevoli, fallimenti cosmetici, avvolti nel “profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente” [6].

Corpi che “avrei preferito non vedere”, e però osservati, catalogati, riportati. Corpi la cui oscenità risiede nell’essere in disgrazia, eppure esibiti senza pudore, trasformati in un quadro di lussuria contemporanea. A poco serve invocare il registro documentale del narratore-reporter, che ammette del resto un imbarazzo, l’altro polo del ribrezzo e della censura: “Mi sono sentito depresso come non mi sentivo dalla pubertà e ho riempito quasi tre taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro” [7]. Siamo di fronte, anche qui, a una variante dell’osceno novecentesco, che ne annuncia la metamorfosi. Non basta la clinica del cinismo, così come non bastava inscrivere J. Edgar Hoover nei confini dell’arte. Grandi ordini discorsivi, arte e scienza, che hanno tradizionalmente esentato dall’oscenità le proprie raffigurazioni, e che però non bastano, perché entrambi gli sguardi sono coinvolti – turbati, disgustati, eccitati – da quel che vedono. DeLillo ne smaschera l’oscenità; Wallace la confessa. I corpi disgraziati, sfacciato emblema della Vacanza Assoluta nella crociera extra-lusso che – segnata dal verbo to pamper, ‘viziare’, inscindibile da un prodotto di consumo per la prima infanzia – si fonda sulla sistematica, professionale infantilizzazione della clientela, non fanno arrossire chi li arroventa arancioni al sole (Problema Loro?), ma chi li osserva (Problema Mio?). Che rimane smarrito e vergognoso nello stordimento puberale, nella vertigine dell’erezione, nella depressione postcoitale. Non lo farò mai più.

Action!

Il Novecento si chiude con una promessa di perfezione. Corpi e immagini si affrancano dalla materia e diventano manipolabili in semplicità tecnologica. Fin dagli anni Ottanta la plasticità del fitness, la chirurgia estetica, la cosmesi generalizzata, e poi – epocale – il morphing, che sovrappone la dissolvenza incrociata alla deformazione del warping nella metamorfosi fluida e impercettibile fra volti, oggetti e scenari. Irrompe quest’ultimo nel lessico e nello sguardo nel 1991, con un video di John Landis – Black or White – che esibisce l’estetica fluida di cui si fa strumento, e l’artista pop, Michael Jackson, la cui performance di transito estetico-chirurgico ne è emblema. Nello stesso anno, il Terminator 2 di James Cameron lo usa per inscenare la spettacolare transizione fra uomo e macchina, solido e liquido. E subito, con l’immediatezza che ne caratterizza la natura trasformazionale, il morphing si fa metafora della società “liquida” e realizza un’utopia millenaria: il corpo che si fa abito, segno di un’identità seamless, indifferente, senza fratture e tensioni, forma di transizione che disperde il perturbante nella meraviglia.

Nel nuovo ordine del possibile indefinito, del fantastico quotidiano, l’anti-estetico sembra dover essere sospeso se non abolito: sguardi e schermi si sono infatti popolati di corpi levigati, tonici, snelli e glabri, imperativamente desiderabili (e gli schermi stessi si sono adeguati all’ultraslim, ultrawhite, ultracool). Corpi fantanatomici. Possibile che dagli anni Settanta la specie abbia fatto un salto evolutivo (Apple design, iVolution)? Ma le utopie, si sa, vivono di negazione nel pragma. E così la promessa di una pandemia di minimalismo californiano si è incarnata nel suo opposto, in uno scenario che ha rinegoziato i confini del possibile, del plausibile, del desiderabile. Perché forse mai come negli ultimi anni la mediasfera ha ospitato il Corpo in Disgrazia. Si dirà: il corpo antiestetico non è novità di questi anni; vero, ma il dominio della bellezza tecnicamente riproducibile ha moltiplicato le ricorrenze del difetto, facendolo sconfinare in territori scabrosi.

Ovvio che un ideale catalogo dell’antiestetico comprende tipologie e funzioni della bruttezza che per lo più ne confermano la tradizionale oscenità. È di questo tipo il difetto quale motore di narrazione factual o medical-finzionale (i reality sulla chirurgia estetica, programmi come Coleen’s Real Women, una serie tv come Nip/Tuck): il difetto come memoria di un transito da corpo reale a Corpo Estetico. L’imperfezione e il segno del tempo (smagliatura, ruga, gravità) sono sempre presenti: celebrano la perfezione del bisturi, del maquillage, del tempo sospeso. Altrettanto inerme il difetto del Comico e Grottesco: fa sorridere evocando la mediocrità del reale (Ugly Betty, il pubblico in studio di un qualsiasi programma televisivo). Ed è pure di quest’ordine il Difetto Spettacolare, che rinvia alla tradizione dei freak show. Intriga perché spaventa, è minaccioso perché affascinante: dargli ospitalità nel circo è stato, ed è ancora, un modo per manifestarne e depotenziarne la portata eversiva. Infine, variante del Difetto Spettacolare che comprende un processo di erotizzazione, il corpo sgraziato come dispositivo di aberrazione/perversione. Qui gli esempi si moltiplicano: ieri le donne di Almodóvar; l’altroieri Divine, musa di John Waters; oggi Amanda Lepore, a sua volta musa di David LaChapelle, regina fra le bambole costruite su un grado patente di mostruosità misteriosamente investito di una carica ipererotica, come nella pornografia delle Barbie Fuck Face di Jake & Dinos Chapman.

E qui si declina la forma più contemporanea del corpo sgraziato: emblema di uno scenario che non solo riserba accoglienza all’anti-estetico, ma che addirittura lo rende oggetto d’appetito sensuale. Ecco insomma l’incantamento del difetto fra i perni della lussuria mediatica. Perché è indubbio che da qualche tempo le arti visive, il cinema e, ancora di più, la televisione, lavorano esattamente su questo: la costruzione erotica della bruttezza, della normalità intesa non soltanto come impietosa, manifesta inferiorità estetica al modello dell’ultraperfezione (è il Corpo Reale), ma anche come luogo di volgarità: il Corpo Burino. È l’epoca questa della lussuria, e del lusso, che irradiano inscindibili (fin etimologicamente) da corpi non belli, che proprio per questo finiscono per catalizzare colossali investimenti di libido.

Paradosso solo apparente, questo, annunciato nel glamour di Sex and the City (1998-2004) e della protagonista Sarah Jessica Parker, un naso imperiale in Manolo Blahnik tacco 12; ma ancor più forse, annunciato, in un film come Secretary di Steven Shainberg (2002), in cui la lei Maggie Gyllenhaal, malfatta, coi brufoli, i cerotti e i gambaletti e pure ottusa, si trasforma in una meravigliosa schiava sessuale. Al netto delle stravaganze, lei deve necessariamente apparire così, perché se chiunque può sellare (letteralmente, in una scena del film) una cavallona, non chiunque può erotizzare un corpo di quel genere. “Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia”, scriveva Proust nel terzo volume della Recherche: nel suo gusto sublimemente elitario si riconosce oggi non proprio chiunque, certo, ma parecchi spettatori sicuramente sì.

Money Shot

Ne abbiamo ogni evidenza. Lo scenario mediale contemporaneo, ha un carattere fondamentalmente pornografico: non nasconde nulla, non risparmia nulla, non scarta nulla, l’economia culturale dell’osceno. Suo protagonista, ovviamente, il corpo delle donne – con la partecipazione amichevole del maschile. I suoi confini, mobili: costantemente ridisegnati nell’appetito onnivoro del capitale erotico. Ecco dunque una risposta all’interrogativo: perché, a fronte di una straordinaria disponibilità di bellezza, l’imperfezione si fa desiderabile? Perché Lady Gaga – segno pop artefatto quant’altri mai – non si è rifatta il naso? E per giunta posta su Twitter le sue foto private, senza trucco, in tutta la propria miserevole banalità di ragazzotta senza volto e, in ultima analisi, senza forma? Perché Jean Paul Gaultier prima (dal 2010) e Donatella Versace poi (nel 2012) scelgono di far sfilare la cantante dei Gossip, Beth Ditto, un metro e cinquanta punk per novanta chili in abiti di tulle, glitter e calze a rete? Forse per occupare un segmento di mercato, o promuovere l’identificazione fra consumatrici e star rimodulando la dinamica aspirazionale?

Sicuramente sì, se si pensa alla Campaign for Real Beauty della Dove del 2004, in cui una galleria di donne normali promuoveva l’autenticità della cosmesi chiedendo al pubblico di esprimersi su una serie di alternative (fat or fab, fit or fat, wrinkled or wonderful, 44 and hot or 44 and not) che trasformavano il difetto da un meno in un più (di realtà, di sincerità, di autenticità, di mercato). Forse sì, ma in chiave più complessa, se si pensa a Lady Gaga, mostro autoproclamato che necessita di costanti protesi, compresi i dispositivi più recenti di assimilazione da parte del pubblico. Forse lo è invece meno, una logica di realtà, nel caso di Beth Ditto. Nella tradizione del freak, il corpo sgraziato scatena orgoglioso l’attenzione, agisce sui meccanismi dell’eccitazione sensoriale – così come l’audio pubblicitario richiede un incremento di volume, l’esibizione della corporeità deve introdurre discontinuità, deve evitare a ogni costo la disattenzione, l’indifferenza, o se si vuole, in metafora, il disinteresse erotico.

Perché la pornografia è piena metafora della rappresentazione mediale, nella società dell’osceno. E non a caso ha trovato forme surrettizie di legittimazione nei codici del mainstream, contribuendo in modo decisivo a ridisegnare i confini dell’osceno, lo spartiacque fra ciò che deve e ciò che non può andare in scena. Non solo per l’assottigliarsi della distanza fra performance erotica ed esibizione del corpo femminile, in un processo radicalizzato negli ultimi vent’anni. La prostituzione può infatti diventare centrale a una serie tv popolare come Secret Diary of a Call Girl (2007-11), serie in cui – sia chiaro – la chiave è però la perfezione estetica più che il degrado, il privilegio più che la mancanza: la protagonista “Belle” (Billie Piper), reincarnazione della femminilità disincantata di Sex and the City, emana glamour e ironia in ogni gesto sguardo o parola, combina Brit wits con corpo da schianto e fornisce viso d’angelo malizioso al rapporto che lega il lusso alla lussuria. Pornografia d’autore, insomma.

Emblematico invece dell’economia pornodisgrafica è un altro esemplare della progenie di Sex and the City, ossia Girls, la serie tv diretta e interpretata a partire dal 2012 da Lena Dunham per HBO. Una serie che si staglia nella tv contemporanea non solo per la felicità di scrittura, dialoghi, personaggi e situazioni, ma perché raccoglie il testimone e prende le distanze dal modello, di cui pure mutua un approccio disinibito, fin ilare, alla sessualità della vita metropolitana. Il difetto non è qui confinato a un naso di straordinaria personalità: è il corpo tutto della protagonista a essere contemporaneamente sgraziato, esibito ed erotizzato. Corpo della normalità propria ai nuovi diseredati, a coloro che si muovono sì in un ambiente privilegiato in termini sociali e culturali, ma che lo fanno una volta esclusi dalle sue sicurezze, dalle sue noie, dalla sua banalità. Un corpo generazionale, insomma. Ecco il corpo paradigmatico della pornodisgrafia che si esplicita tematicamente: il penultimo episodio della seconda stagione, On All Fours, in onda nel marzo 2013, inscena un rapporto sessuale violento che si conclude, come vuole il codice pornografico, con un money shot, l’eiaculazione sul seno femminile. Un episodio e un corpo letteralmente seminali, per un’economia dell’osceno, imperniata sul corpo-merce, sulla sessualità ricreativa, sulla dispersione del seme, sull’eccesso “lussuoso” della lussuria.

Esiste forse solo una creatura più emblematica nel Bestiario della pornodisgrafia contemporanea: la Milf. Un corpo maturo, una Mother I’d Like to Fuck, che non nega il tempo e i suoi segni, ma che li smercia come strumento di seduzione. Che trasforma la sottrazione del difetto in un surplus erotico. Caso peraltro peculiare questo in cui un’espressione (nello specifico, un acronimo) transita dal mainstream (è coniata nel film American Pie, del 1999) al porno, dove diventa un fiorente settore di consumo, per poi rientrare in grande stile nella cultura mainstream, carica di gemiti e sospiri. La Milf mette in scena da protagonista l’escluso della sessualità ricreativa, della sessualità emancipata dall’imperativo riproduttivo. Ricolloca nella sfera sessuale il corpo che ha generato, e lo mette poi in competizione con il corpo che – per definizione – si nega alla riproduzione. La Milf infrange un tabù millenario, sovrapponendo il corpo desessualizzato della Madre al corpo puramente sessuale, ludico, dispendioso, ricreativo della prostituta.

La Milf indica una possibile risposta al perché la disponibilità radicale di perfezione abbia finito per produrre un ritorno erotico del difetto. È la facilità stessa con cui il Corpo Estetico si rende disponibile sul mercato dell’immaginario ad avergli sottratto sex appeal. Perché manca di realtà: è in fondo, diciamolo, un corpo noioso. Oltre la pornografia professionale, quello con corpi scultorei in pose e ritmi da superstar dell’atletica, troviamo l’amatoriale, interpretato male, ripreso peggio, con corpi e mise en scène dozzinali. Oltre il 35 millimetri troviamo la soggettiva di una videocamera o i pixel della webcam, che dona effetto di realtà, rende l’imperfetto più eccitante del levigato. Come nella pubblicità della Dove. Ed ecco l’orizzonte, e la ragion d’essere, dell’immaginario pornodisgrafico: l’autenticità di cui è segno il corpo sgraziato è da pensarsi come frontiera della sofisticazione.

Come stadio estremo della lussuria, nel lusso della semplicità. Perché la temporalità della Milf è una temporalità sospesa, truccata, negata nel momento stesso in cui sembra essere riconosciuta in un corpo “maturo”. È la temporalità di un’opzione che supera il presente assoluto della barely legal o della superstar di perfezione chirurgica. Effetto Instagram: un filtro che produce il difetto dell’immagine d’antan, paradigma di artificio che simula l’autenticità della rappresentazione e il lavorio del tempo, richiamando la nostalgia della polaroid – un’istantanea in cui sono sedimentati decenni. Una mimica del tempo a basso prezzo, poiché azzera la necessità – il costo – del processo che conferisce patina e glamour: l’eccesso del lusso.

(Nel percorso della lussuria, oltre la ragazzina c’è la Milf.

E di nuovo, il crepitio elettrostatico.

Lo rifarò, eccome.)

 


[1] D. DeLillo, Underworld (1997), Einaudi, Torino 1999, p. 36.

[2] Ivi, pp. 11-12.

[3] Ivi, p. 41.

[4] Ivi, pp. 38-39.

[5] D. F. Wallace, A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again (1997), Una cosa divertente che non farò mai più, minimum fax, Roma 2001, p. 8.

[6] Ivi, p. 5.

[7] Ivi, p. 8.

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