Sardegna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sardegna/ un blog di approfondimento culturale Thu, 28 Nov 2013 10:07:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Sardegna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sardegna/ 32 32 L’ideologia del protagonista https://minimaetmoralia.it/arte/lideologia-del-protagonista/ https://minimaetmoralia.it/arte/lideologia-del-protagonista/#comments Wed, 27 Nov 2013 21:35:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16694 Riprendiamo un testo dal blog Il primo amore.

di Tiziano Scarpa

Sono morte le ideologie, hanno trionfato le storie. Che sono ideologie mascherate. Ma se questo è vero, in che cosa consiste il nucleo ideologico delle storie? Perché una narrazione dovrebbe essere di per sé ideologica? Non sto parlando delle narrazioni palesemente false, manipolatorie, ma di tutte le storie. Perché una narrazione è ideologica, anche quando è accurata e in buona fede?

Ci pensavo in questi giorni; tutte le cose che mi succedevano intorno sembrava che mi parlassero, dicendomi la stessa cosa.

L’ideologia della narrazione prevede una gerarchia tra la figura e lo sfondo. Contano solo i personaggi. L’ambiente in cui si muovono è un pretesto per allestire le loro faccende.

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Riprendiamo un testo dal blog Il primo amore.

di Tiziano Scarpa

Sono morte le ideologie, hanno trionfato le storie. Che sono ideologie mascherate. Ma se questo è vero, in che cosa consiste il nucleo ideologico delle storie? Perché una narrazione dovrebbe essere di per sé ideologica? Non sto parlando delle narrazioni palesemente false, manipolatorie, ma di tutte le storie. Perché una narrazione è ideologica, anche quando è accurata e in buona fede?

Ci pensavo in questi giorni; tutte le cose che mi succedevano intorno sembrava che mi parlassero, dicendomi la stessa cosa.

L’ideologia della narrazione prevede una gerarchia tra la figura e lo sfondo. Contano solo i personaggi. L’ambiente in cui si muovono è un pretesto per allestire le loro faccende.

Elmore Leonard, scrittore di noir, nel suo decalogo per scrivere buona narrativa ha messo al primo posto il divieto di parlare del tempo che fa:

“1. Mai iniziare un libro parlando del tempo. Se è solo per creare atmosfera, e non una reazione del personaggio alle condizioni climatiche, non andrai molto lontano. Il lettore è pronto a saltare le pagine per cercare le persone.”

Il lettore è pronto a saltare le pagine per cercare le persone. L’ideologia della narrazione addestra i lettori a saltare lo sfondo per cercare le figure.

Dopo l’alluvione in Sardegna, mi sono chiesto: che cos’è stata la Sardegna, per me, in questi ultimi mesi? Che notizie mi interessavano, quando leggevo di cose sarde? Di recente avevo seguito la narrazione dell’avvicinamento alle elezioni regionali che si terranno nel 2014. Avevo seguito anche le vicende del Teatro Lirico di Cagliari, le contestazioni al sindaco Zedda. Saltavo lo sfondo, cercavo le persone, le figure. Dopo l’alluvione dei giorni scorsi, ho letto la denuncia di Ettore Crobu, Presidente della Federazione Regionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali della Sardegna:

Il problema del degrado e degli eventi alluvionali che spesso comportano perdita di vite umane, come è avvenuto in questi ultimi anni e giorni, è sostanzialmente dovuto all’uso irrazionale del suolo e all’inadeguato governo del territorio. Le recenti politiche comunitarie adottate nel campo agricolo stanno portando ad un impoverimento delle aziende agricole ed un progressivo abbandono delle campagne.

Nel saggio Applauso, contenuto in Forme contemporanee del totalitarismo, Davide Tarizzo sostiene che i grandi cataclismi (cita gli tsunami e l’uragano di New Orleans) mettono alla prova lo Spettacolo:

un cataclisma naturale non ha volto. È uno schianto col reale, che disgrega il nostro sguardo, che spegne il nostro applauso, che arresta ogni risata […] È in occasioni come queste che lo Spettacolo dispiega tutto il proprio potenziale, cercando di dare un senso al non-senso del reale, cercando cioè di trasformare il non-senso del reale in un assenso allo Spettacolo. Ma come farlo? […] Per esempio, costruendo e rilanciando scenari di finzione incentrati su azioni eroiche, che strappano l’applauso […] Si tratta di tessere una trama, una storia incentrata sulla persona dell’eroe, che alla fine storni lo sguardo dal non-senso del reale e ci riconduca all’assenso puro, all’applauso senza condizioni

Questi tipi di storie sono al servizio dell’ideologia del consenso (o dell’assenso, come lo chiama Tarizzo, con maggiore pertinenza), sono dispositivi che, nel prevedere obbligatoriamente trame, eroi, protagonisti, modellano lo sguardo, lo concentrano su una figura.

Qualche giorno fa Maria Gianola e io abbiamo fatto un incontro alla biblioteca Querini, a Venezia, di fronte a tanti bambini (sto mettendo insieme fatti enormi e fatti minuscoli, lo so, ma, come dicevo, ci sono momenti in cui la vita sembra dirti la stessa cosa in forme diverse, da diversi fronti). La lettura scenica della nostra favola è durata una mezz’ora, poi ci siamo trasferiti in una stanza a colorare, ritagliare e incollare. Maria (che ha fatto Laguna l’invidiosa insieme a me, illustrando il libro) ha avuto l’idea di far costruire ai bambini un teatrino, molto semplice da realizzare. Ha distribuito un foglio bianco con i personaggi da ritagliare: sole, luna, casa, pompiere del ghiaccio. Ma la protagonista, la laguna, era disegnata su un altro foglio, di celeste intenso. Era la carta con cui costruire il teatro. La protagonista coincideva con la scenografia.

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Nel tempo di mezzo https://minimaetmoralia.it/libri/nel-tempo-di-mezzo/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-tempo-di-mezzo/#comments Tue, 03 Apr 2012 09:17:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7318 La recensione di Giorgio Vasta all'ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

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La recensione di Giorgio Vasta all’ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

Nel tempo di mezzo – che segue di tre anni Stirpe, il romanzo in cui il destino ramificato della famiglia Chironi conosce la sua prima messinscena – racconta l’apprendistato alla vita di Vincenzo a partire dal 1943, dunque al centro della seconda guerra mondiale, tenendo però conto del fatto che in Sardegna la guerra è un rumore attutito (“come ascoltare dei vicini che litigano, che rompono i piatti”), perché quell’isola – quel miocardio piantato nel Mediterraneo – è sistole e diastole, trattiene e allontana la percezione del mondo. È un altrove che resta irraggiungibile non soltanto per chi arriva da fuori ma persino per i sardi stessi.
Vincenzo – uno che della solitudine sa tutto –, guidato da un cieco che si fa a sua volta guidare da un capro, raggiunge Nuoro (anzi, e non è semplicemente una questione di accenti ma di concezione del mondo, Nùoro). Lì incontrerà due sconosciuti indispensabili: suo nonno Michele Angelo, il fabbro che ha cercato di torcere il mondo con le mani, e Marianna, la zia che parla con i vivi e con i morti. E mentre la guerra finisce, dal cielo spariscono i Messerschmitt tedeschi, si sceglie tra monarchia e repubblica e sulle strade compare una Guzzi 500 Falcone, Vincenzo, sempre estraneo, se ne va a combattere contro gli insetti bruciando legioni di cavallette, disinfestando nubi di zanzare: per tenere lo spazio pulito, conficcare lo sguardo nella materia del tempo e scorgere, sulla linea dell’orizzonte dove se ne sta accampato il futuro, la forma della sua origine.
Il matrimonio con Cecilia sarà infatti per Vincenzo una condivisione tanto inaspettata quanto arcaica, una conoscenza delle cose che potrebbe essere il bene, che sta per essere il bene, ma che – come spesso accade – si trasforma nel suo opposto.
Il 24 dicembre 1959 si compone il diagramma della fine di un amore – l’inerzia, lo stillicidio, il gelo cupo, tutto il patrimonio di parole che si risolve in insulti, in rabbia, in strappi; la coscienza imprecisa e insostenibile che quanto è stato acqua adesso è sete. A risaltare, ora, è una consapevolezza: che la direzione verso la quale Vincenzo ostinatamente si è mosso, e che solo Cecilia comprende e gli concede, consiste di cinque lettere in stampatello maiuscolo: la parola (o meglio l’azione) padre.
E dunque, tra genitori introvabili e figli impossibili, le generazioni continuano a materializzarsi, la stirpe si allunga ferrosa e la scrittura – che in Fois, nel dare luogo a un racconto, interroga se stessa, la propria morfologia, il proprio senso – si modifica facendo suo un impulso polifonico e poi un’improvvisa intensissima prima persona che conduce fino al 1978.

Come il protagonista di Durante l’estate di Olmi, l’appassionato di araldica che regala passato alla gente incontrata per strada inventando genealogie immaginarie, Fois si fa carico di qualcosa che oggi, nella vita fratta, ha le proporzioni della sfida: dare forma a un epos, prendere l’umano e cantarlo, conferire esistenza agli individui e alla loro storia attraverso le parole. Non per gioco o per caso ma per fare, delle proprie percezioni, qualcosa di buono. Perché, scrive Fois: “La maledizione è percepire. Peggio che sapere. Peggio che ignorare.”
Per percorrere il tempo di mezzo in cui ognuno di noi è immerso e riuscire a collegare finalmente il nome al cognome, dunque per evadere dal nulla e penetrare nel mondo, continua a servirci quel ponte di corda che chiamiamo letteratura. Il ponte costruito da Fois con questo romanzo è una struttura salda e oscillante, integra e vibratile. Ha in sé una selvatichezza animale e una misura vitruviana: la qualità sostanziale che appartiene a chi sa pensare il mondo in forma di frasi, a chi si prende cura del vuoto e lo trasforma in trama.

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Il non-italiano https://minimaetmoralia.it/politica/il-non-italiano/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-non-italiano/#respond Mon, 21 Sep 2009 08:59:35 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=754 Nel 2007 La Stampa commissiona a Gianluigi Ricuperati un articolo su Renato Soru, all’epoca Presidente della Regione Sardegna, con cui Ricuperati collabora insieme a Stefano Boeri per l’organizzazione di Festarch, un festival internazionale di architettura che si tiene ogni anno a Cagliari. L’articolo non verrà mai pubblicato. Ma oggi che sappiamo come sono andate a […]

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Nel 2007 La Stampa commissiona a Gianluigi Ricuperati un articolo su Renato Soru, all’epoca Presidente della Regione Sardegna, con cui Ricuperati collabora insieme a Stefano Boeri per l’organizzazione di Festarch, un festival internazionale di architettura che si tiene ogni anno a Cagliari. L’articolo non verrà mai pubblicato. Ma oggi che sappiamo come sono andate a finire le cose  il suo contenuto sembra  ancora più attuale, mostrando sotto traccia le ragioni della sconfitta di uno sconfitto potenziale. Soru è anche in modo silenzioso il grande assente alle primarie del Partito Democratico in corso di svolgimento.

Cosa si può pensare di un uomo che quando si presenta la prima volta ti saluta con la voce ferma e sommessa, tendendo il braccio come un militare; e quando ti conosce abbastanza l’unica differenza ha a che fare proprio con quel braccio, un po’ più rilassato, più vicino alle costole, finalmente molle e mobile? Ora sto cenando con lui e altri: è seduto davanti a me: qualcuno sta finendo di raccontare una storia, lui sembra sempre disattento e parla pochissimo. Il potere, questa astrazione invadente, ha di solito entrambe le caratteristiche: silenzioso, continuamente distratto. Lui, però, pare anche spesso a disagio: è un amministratore ma non si accontenta di amministrare, non ha lampi di seduzione. Chiede vuoi l’acqua? Chiede che cosa ne pensate. Chiede mi passi le posate. Ma è chiaro che se davvero potesse farebbe come i religiosi shaker americani: si alzerebbe, appenderebbe tavoli e sedie al muro e libererebbe lo spazio conviviale per fare qualcosa di nuovo, un’idea ambiziosa, un progetto folle, un’ossessione da far calare nella realtà. Quando se ne trova di fronte uno che gli interessa risponde quanti soldi servono? Ma la simpatia, l’accordo temporaneo delle voci, l’armonia del vino e del cibo – è evidente – sono dei passatempi sbagliati.
RENATO_SORUPer ragioni di lavoro culturale, nel corso di un anno ho passato un po’ di tempo  da osservatore privilegiato con Renato Soru: ovvero, nell’ordine: il presidente della Regione Sardegna. Il fondatore di Tiscali. L’uomo che con un paio di balzelli e provvedimenti ha attirato le ire di Briatore e i plausi degli ecologisti. Quello che  guida la sua propria automobile: che gira senza scorta: che rispondendo al telefono a chissà chi, un giorno, ho sentito dire non credo che sia il mio cellulare a non prendere, credo sia il suo. Lo stesso che i pescatori sardi salutano con una certa riverenza, come se fosse un altro pescatore, appena più grosso. Lo stesso che passa accanto a un rimorchiatore del porto di Cagliari e tutti quelli che gli stanno intorno capiscono all’istante quanto si identifichi, volerlo o no, con il rimorchiatore. I rimorchiatori sono circondati da una consistente coltre di gomma da pneumatico, per attutire ogni eventuale contatto con lo scafo che sta faticosamente, miracolosamente, fastidiosamente conducendo a destinazione – a un qualche genere di destinazione. E lo si voglia o no Soru sta rimorchiando la sua regione in un altrove rilevante. Con tutte le asperità del carattere, con tutta la differenza di passo che lo separa dalla macchina amministrativa, con tutto il decisionismo che lo separa dai riti dolci, circolari, del fare politico, del lasciar fare politico; persino con l’antipatica abitudine a non mostrare mai un cedimento, un dubbio, la possibilità di non essere davanti agli altri e di non aver ragione.

Ma a dispetto di tutto questo, la Sardegna, specie per le èlites intellettuali di mezzo mondo – architetti, artisti, manager culturali, visionari della tecnologia – sta diventando un polo d’eccellenza assoluto. Un posto in cui scommettere al di là del sole e delle coste, guarda un po’, ben oltre i profili erosi e imperturbati dei siti archeologici. Il curatore Hans Ulrich Obrist, una delle persone più interessanti nel mondo dell’arte, ha definito la Sardegna di Soru in modo impagabile, con l’accento svizzero-cosmopolita: “La Sardegna è già la caffeina dell’Europa’. E comunque fa paura, e mette i brividi alla nostra attitudine democratica e complessa, pensare quanto lo spirito del tempo, e lo spirito di un luogo, possano dipendere così intimamente da un solo spirito concentrato in un solo corpo. Soru, nome che in continente pronunciamo con un certo grado di dolcezza di vocali e consonanti, mentre in Sardegna viene stretto nella bocca di chi lo sta usando, di chi lo sta nominando.

I nomi dei politici sono monete dal suono immediato, facile, smerciabile, perchésoru02g devono resistere all’uso e all’abuso, e questo forse è uno dei motivi per cui molti uomini politici importanti, prima o poi, mostrano segni di stanchezza infinita, i loro corpi assottigliati, i loro sguardi spenti nell’eco di tutte le volte che sono stati guardati, le orecchie che fischiano per le troppe volte che il nome è stato messo in circolo nell’aria. I nomi dei politici sono l’eco ripetuta n volte di una specie di santità negativa. Ora dovete immaginarlo su una spiaggia vuota, ventosa, in una domenica mattina di marzo. Una spiaggia sarda, non c’è bisogno di dirlo. Le mani in tasca. Il passo delle persone rapide, che quando vogliono diventano anche lente. Lo sguardo attento, assorto, su ogni dettaglio, su ogni centimetro di terra: ma soprattutto su tutto ciò che di artificiale svetta sul magnifico paesaggio naturale: un cartello con scritto Area protetta: colonia di ‘fenicotteri’: proprio così , fenicotteri con le virgolette, come se non fossero proprio lì, davanti a noi, disposti in un rombo rosa. Glielo faccio notare, un piccola macchia ortografica che ha qualcosa di patetico e perdonabile: e sorride, con i livelli di irritazione mandati a quel paese, per una volta. Perché qualche ora prima, davanti al porto di Cagliari, percorrendo una sequenza di panchine di legno appena messe dall’amministrazione per suo esplicito volere, stava per togliere le lattine abbandonate con le sue mani: non capisco perché le tengono così, ma perchè non buttate le cose nel cestino. Soru, in altre parole, non lascia la punte velenose sul campo di battaglia dell’agone politico – le porta dietro senza sosta, minuto per minuto.

Il peggio è altrove. Non sull’acqua, ma sulla terraferma. Ma come è possibile, come è possibile, esclama puntando le braccia contro un campo da golf sospeso sul mare. Mi fanno arrabbiare più questi che gli edifici abusivi. Ma come si fa a costruire un campo da golf qua? Poi, tornando in auto, salendo di un centinaio di metri, è chiaro come il sole che intorno al campo da golf c’è una corona di palazzacci. Ecco che la voce di Soru entra nella modalità più stanca e cupa: la cosa terribile è la sensazione che dopo di me torneranno a fare tutto quello che vogliono. A volte temo che sia solo questione di tempo. Soru, in Sardegna, a qualunque livello, è un nome che genera un triangolo di sensazioni, compreso fra l’amarezza, il rispetto e una segreta incomprensione. Ma Soru non ama la Sardegna per dieci giorni all’anno. Non è neppure detto che la ami e basta. E’ un’adorazione muta e compressa, dura, secca, la sua. Si può detestare o ammirare, restarne delusi o restarne rapiti, ma una cosa è certa: Renato Soru è un non-italiano perfetto.

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