Savinio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/savinio/ un blog di approfondimento culturale Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Savinio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/savinio/ 32 32 Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/#comments Sun, 15 Jun 2014 12:45:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20438 Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

L'articolo Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi proviene da Minima et Moralia.

]]>
Alta-3-680x451

Questo pezzo è uscito su Europa. (Immagine: Emmanuel Carrère, Parigi, 2004. ©Lise Sarfati/Magnum Photos/Contrasto)

Soprattutto, gli scrittori pensano e osservano. Riconoscerli è semplice perché di solito sono circondati da oggetti e ambienti che certificano il loro talento artistico. Gli scrittori sono i loro stessi gesti, i vezzi e i velluti che sigillano la loro diversità (penne, baffi, scrivanie, papillon, bretelle, scarpette e bicchieri di vino). È appena uscito Scrittori (libro edito da Contrasto) che presenta 250 fotografie di grandi scrittori immortalati da fotografi altrettanto celebri (Cartier-Bresson, Robert Capa, Elliott Erwitt, Ugo Mulas, Salgado, e altri). Ma questo splendido catalogo è anche involontariamente un manuale di retorica che illustra la mitologia che avvolge intellettuali, romanzieri e poeti. Per prima cosa, lo scrittore autentico è circondato da libri. Libri sfogliati, libri che caricano chi li sfiora del loro potere evocativo. Molti volumi infatti tra le mani di Adonis e Yeats, di Apollinaire e Cabrera Infante, mentre Márquez ha una copia di Cent’anni di solitudine aperta sulla testa, e spessissimo i libri rifulgono dallo sfondo: dagli scaffali di Margaret Atwood, George Bataille, Malaparte e Gadda. Pile torreggiano da terra e circondano Peter Handke, Musil è sommerso da quelli impilati sulla scrivania; abbondano le librerie ordinate di Vargas Llosa, di Vila Matas, della Némirovsky, e quelle disordinate à la Mishima.

Ma prima di dare vita ai capolavori, gli scrittori sono punti interrogativi e i fotografi non hanno desiderato altro se non cogliere sguardi che raccontassero tutto di loro, i tormenti, la vita e l’opera stessa. È infinita la galleria di occhiate inimitabili: “lo sguardo torvo” di Martin Amis, quello impenetrabile di Paul Auster, gli occhi inquieti di Ingebor Bachmann, quelli nostalgici di Bolaño, lo “sguardo assorto” di Henry James, quello perso nel nulla del nichilista Houellebecq, lo sguardo pazzo di Bret Easton Ellis, quello fulminato di James Ellroy e quello ipnotico di Zadie Smith.

foto_scrittori

Talmente celebri, alcune foto sono diventate icone. È il caso dello scatto a Beckett (di Cartier-Bresson), a Kafka, a Bruce Chatwin con gli scarponi al collo e lo zaino, immagine immortale del viaggio avventuroso. Spesso gli scrittori sono rappresentati da ammennicoli che diventano i loro correlativi oggettivi: le infradito del brasiliano Jorge Amado, gli occhialetti di Brecht, la lente d’ingrandimento di Joyce, la penna di Savinio, il cappello della Nothomb e i ricci della Oates (per non dire dei fucili di Burroughs, Jack London ed Hemingway). Altre volte gli scrittori sono i luoghi che hanno narrato: non c’è Neruda senza mare alle spalle, non c’è poesia di Walcott senza piante sullo sfondo. Non si danno Marguerite Duras, Simone De Beauvoir né Sartre senza dietro i tavolinetti e i lampioni parigini. Impensabili Ben Jelloun o Amos Oz o Yehoshua seduti alle scrivanie e infatti alle loro spalle sempre dolci deserti di sabbia sacra. Chi è Sebald se non i rami secchi delle sue passeggiate letterarie?

Dal libro Scrittori, curato da Goffredo Fofi, risalta un elemento decisivo: le mani tengono teste pensierose. Il volto di Heinrich Böll e la fronte di Gide sono sorrette da una mano. Ne servono due per tenere il viso di Yasunsari Kawabata e una è appoggiata alla tempia di Thomas Mann. Per Moravia serve un pugno che rinforzi il mento, Philip Roth tiene un indice contro la tempia. Di certo, più lo scrittore è impegnato più urge un sostegno per la testa: la mano di Tabucchi ne cancella quasi il volto, Saviano ha bisogno di un pugno sotto il mento e del gomito sul ginocchio che puntelli il braccio, e tutte e due le mani sono sulle tempie di Alice Walker (dovute forse alla “passione per l’impegno e la vita sociale”). D’altra parte già la Malinconia incisa da Dürer si teneva il viso con la mano.

Che osservino, scrivano o riflettano, tutti emanano una vaga dannazione e quindi un po’ di fumo che li avvolge: sigarette tra le dita o tra le labbra di Bulgakov, Camus e Cocteau, Fuentes e Cortázar, Hammet e Cummings, Maugham e Mayakovsky, Prévert e Joseph Roth, Steinbeck, Karen Blixen e Salinger. Sigarette con bocchino per Paul Éluard, Ferenc Molnár e Virginia Woolf. Tanti i sigari: Houellebecq e Burgess, Dos Passos e José Lezama Lima perché più del sigaro poté solo la pipa: Dürrenmatt e Arthur Miller, Neruda e Sartre, Simenon e Amis, Hermann Broch e Apollinaire (qui fotografato da Pablo Picasso).

Si potrebbe analizzare il significato di scrivanie, barbe, occhiali, corpi spogliati, rossetti e cappelli, ma in questa carrellata di pose, miti e cliché, in cui gli scrittori sono speciali anche quando fanno cose comuni (Pasolini gioca sì a calcetto in borgata, ma in giacca e cravatta), spiccano le immagini semplici e quelle inattese, Emmanuel Carrère con mani in tasca, Stephen King in moto, Carlo Levi che dipinge, Henry Miller seduto su un gabinetto chiuso, Montale che fissa l’upupa impagliata (regalo di Parise), Nabokov a caccia di farfalle, Singer che dà da mangiare ai piccioni e Proust sul letto di morte. Con buona pace dei fotografi, è perfetta anche la foto di Thomas Pynchon che ne ritrae con fedeltà assoluta il suo carattere schivo: un’anonima fototessera di gioventù.

L'articolo Grandi scrittori immortalati da grandi fotografi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fotografia/grandi-scrittori-e-grandi-fotografi/feed/ 4
L’amarezza italiana https://minimaetmoralia.it/interventi/amarezza-italiana/ https://minimaetmoralia.it/interventi/amarezza-italiana/#comments Fri, 25 Apr 2014 15:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20250 Questo pezzo è uscito su Artribune.

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

L'articolo L’amarezza italiana proviene da Minima et Moralia.

]]>
large_16_20

Questo pezzo è uscito su Artribune. (Immagine: Claudia Cardinale e Nino Manfredi nel film Nell’anno del Signore di Luigi Magni)

Mia carissima Noretta, resta pure in questo momento

la mia profonda amarezza personale…

Aldo Moro (1978)

Moro e la sua vicenda sembrano generati

da una certa letteratura.

Leonardo Sciascia, L’affaireMoro (1978)

Col mare /

mi sono fatto /

una bara /

di freschezza

Giuseppe Ungaretti, Universo

(Da Il porto sepolto, 1916)

 

Manca l’amarezza.

L’amarezza italiana, il vero tratto distintivo della nostra identità culturale – che infatti abbiamo quasi completamente smarrito nell’ultimo trentennio. L’amarezza che viene dall’essere posizionati costantemente oltre (e dietro) il fallimento personale e collettivo. Dall’essere dopo la fine, e quindi realmente liberi.

L’amarezza di Borromini (non di Bernini, per esempio), di Mastroianni, di Manfredi; di De Chirico e di Savinio; di Ungaretti; di Carlo Levi e di Primo Levi; di Foscolo; di Svevo; di Slataper; di De Gasperi; di Rossellini; di Parise; di Volponi; di Petri; di Pietrangeli; di Tognazzi; di Sciascia. Di Burri e di Fontana. Di Bianciardi, Mastronardi, Parini.

Quell’amarezza che fa scrivere a Leo Longanesi, a Napoli il 1 novembre 1943: “Durante il giorno, il piccolo minuto sbriciolato povero popolo napoletano vive vendendo agli alleati vino allungato, croccanti marci, panzerotti puzzolenti, orologi di latta e penne stilografiche che non scrivono: sì, è triste tutto ciò, ma che altro può fare? Nessuno si occupa di lui, da anni, da secoli. Marcisce nei bassi, rassegnato ormai a condurre una vita clandestina e scucita, imputridito in stracci più antichi della sua miseria. Su un muro, in via del Pallonetto, è stato scritto col gesso: Il Regno di Dio non è venuto / E tutto è fenuto” (da Parliamo dell’elefante, 1947).

L’amarezza che genera il riso, che è il presupposto della nostra comicità tragica, e che non prevede di dissociare il dolore e il disagio e la critica dall’ironia feroce: “Io sto qui, deriso, sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l’intera vita in una stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare. E tuttavia m’avvezzo a ridere, e ci riesco. E nessuno trionferà di me, finché non potrà spargermi per la campagna e divertirsi a far volare la mia cenere in aria” (Giacomo Leopardi, lettera a Pietro Brighenti, 22 giugno 1821).

***

L’amarezza è quella piega indefinibile della bocca che hanno – che avevano – tanti nostri politici scrittori artisti registi attori. Aldo Moro ce l’aveva non solo nella famigerata foto dal sequestro con colletto della camicia sbottonato, ma in tutte le sue foto degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Aldo Moro è una delle incarnazioni più potenti dell’amarezza italiana, talmente radiante da ossessionarci ancora ben oltre i confini della sua scomparsa materiale: “È come se, dentro al Palazzo, tre anni dopo la pubblicazione sul “Corriere della Sera” di questo articolo di Pasolini, soltanto Aldo Moro continuasse ad aggirarsi: in quelle stanze vuote, in quelle stanze già sgomberate. Già sgomberate per occuparne altre ritenute più sicure: in un nuovo e più vasto palazzo. E più sicure, s’intende, per i peggiori. «Il meno implicato di tutti», dunque. In ritardo e solo: e aveva creduto di essere una guida. In ritardo e solo appunto perché «Il meno implicato di tutti». E appunto perché «il meno implicato di tutti» destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni” (Leonardo Sciascia, L’affaire Moro, 1978).

Quella piega amara e consapevole, indefinibile – la stessa piega che aveva mio nonno, che ha mio padre, che ha mio zio.

***

L’amarezza italiana è quella che fa intravedere anche nei momenti migliori la prospettiva più che probabile del disastro, dello sfacelo, della caduta. E proprio con questa certezza intima i successi, le grandi imprese, i risultati imponenti. Perché è sempre attenta a iniettare in queste opere il senso e il succo del dissolvimento, e non si lascia mai sorprendere se le cose vanno bene – perché sa che stanno inevitabilmente per andare male.

L’amarezza italiana è un sentimento profondamente umanistico: “Limiti e proporzioni: ecco, per noi. E non ci sono narcotici, stimolanti, paradisi artificiali che possano liberarcene. Un uomo può gettare un ponte, semplificare i mezzi di comunicazione, non abolire le distanze, tanto meno una distanza umanamente inconoscibile come quella tra l’effimero e l’eterno. La nostra civiltà è fatta in questo modo. E perciò, da noi, tanto è difficile la via dell’arte, e la grandezza, quando è raggiunta, tanto contiene malinconica serenità” (Giuseppe Ungaretti, Ragioni d’una poesia).

L'articolo L’amarezza italiana proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/amarezza-italiana/feed/ 2
Le narrazioni di Milano https://minimaetmoralia.it/libri/le-narrazioni-di-milano/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-narrazioni-di-milano/#comments Sat, 15 Mar 2014 06:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19338 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

L'articolo Le narrazioni di Milano proviene da Minima et Moralia.

]]>
carlo_orsi

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Carlo Orsi)

Ogni spazio è neutro, ogni origine è irrilevante. Poi arriva la scrittura che conferendo allo spazio una forma linguistica altera la neutralità, contrasta l’irrilevanza. A quel punto, quando lo spazio diventa oggetto di una narrazione, ciò che era neutro diventa emblematico (se non sintomatico), ciò che era irrilevante si fa significativo.

Dunque non c’è nulla di dato: a decidere la forza di un’origine, la sua capacità di descrivere il mondo, è l’intensità della lingua e dell’immaginazione narrativa. Ogni scrittore decide che di volta in volta Parigi, Londra, Dublino, Praga, oppure Roma, Torino, Napoli e ancora Malo, Newark e Yoknapatawpha possono essere – sono – luoghi critici attraverso i quali provare a comprendere le cose, gli epicentri di un discorso che muove dalla dimensione locale e contingente per trascenderla dando forma a un discorso che abbia come proprio oggetto non più lo spazio (o il tempo) bensì l’umano tout court.

Negli scorsi mesi tre scrittori si sono cimentati con il racconto di un luogo, Milano, che descritto attraverso tre differenti angoli visuali si propone (o meglio si impone) come una città rivelatrice, come quell’inferno in terra dove l’umano (per lo meno quello italiano) si va progressivamente riconfigurando.

Infernale, alla lettera, è la Milano di Estate crudele di Alessandro Bertante (Rizzoli). Durante il luglio del 2003 – quando «l’aria sembra fatta di cotone» e il caldo è istigatore – nelle strade che intersecano via Padova si aggira Alessio Slaviero. «Solo, sconfitto, imprigionato e ingannato», Alessio è una voce monologante nel buio, un corpo esasperato che incede ostinato attraverso una periferia in cui «il presente è orizzontale, prosaico e irrimediabilmente sudicio». Questo Bardamu è, come il personaggio di Céline, cupo e misantropo, allucinato e apodittico, teneramente nichilista. L’unico barlume buono è la percezione, sempre alla stessa ora del giorno, di una donna che compare sul balcone di fronte per bagnare le piante. Per il resto – come se Alessandro Bertante avesse intercettato non tanto la violenza palese del presente quanto quella immateriale eppure sempre più strutturale alle cose, ai legami e alle esperienze – tutto è sempre più ignobile e avulso e insopportabile.

La Milano raccontata da Igino Domanin in La legge di questa atmosfera (il Saggiatore) è una città al limite della molecolarizzazione, concepita e praticata – desiderata – come meravigliosa parvenza, un fantasma scintillante. Per Sandro Arrigoni – l’archistar che sta rivoluzionando l’idea di spazio – la metropoli deve ambire alla rovina. Il senso di Agahrta – il suo progetto innovativo – è quello di generare, nel cuore di Milano, una zona ultrarcaica. Come se King Kong nascesse direttamente dall’Empire State Building, la forza ctonia dalla tecnologia più raffinata: il passato ancestrale dal contemporaneo. Il tutto tramite un trauma esplosivo utile a raggiungere quello che per i greci andava sotto il nome di kénosis, lo svuotamento: sottrarre il mondano per recuperare l’umano. Perché il bisogno sempre più urgente è quello di venire fuori dal groviglio della comunicazione: «Qui non si può più inviare, né ricevere, qui sei libero, qui sei irraggiungibile, qui sei finalmente Uomo…»

Nella prospettiva di Fine impero di Giuseppe Genna (minimum fax), l’apocalisse milanese si declina attraverso una catastrofe diffusa e attenuata. Integrata. Non un incidente, qualcosa di acuto, ma la cronicizzazione del male; non un crollo, dunque, ma un galleggiare semi-inerte nel crollato. In questo piccolo mondo notturno, un narratore cosciente di esistere nell’erosione dell’immaginario (nella fine delle forme e della lingua) si lascia guidare da un uomo – Zio Bubba – che come un cieco visionario è in grado di descrivere l’esistenza fossile che la città rende ancora disponibile. Ciò che del romanzo di Genna costringe a un pensiero ultimo è la lingua. La scrittura di Fine impero sembra un tempo linguistico che precede il pianto. Forse è una questione di climax. Un progressivo alzare la voce determinato dalla consapevolezza che il tempo per la parola è sempre meno, il rischio di non riuscire a dare forma al proprio discorso è incombente. Alzare la voce, innalzarla oltre il brusio della chiacchiera, è allora questione di vita o di morte. Se il discorso viene a mancare, la scrittura si dissolve in lacrime.

In ognuno di questi romanzi sembra di poter riconoscere in filigrana l’iconoclastia disincantata di La vita agra e la dolcezza ironica di Ascolto il tuo cuore, città. Ciò che segnala i decenni trascorsi dai libri di Bianciardi e di Savinio è una specie di perturbamento divenuto costitutivo. La Milano che da qui a due anni ospiterà l’expo è un’origine con cui non si può che lottare. La febbre oscura, l’impulso verso le rovine e verso il pianto, sono gli strumenti di questa lotta.

L'articolo Le narrazioni di Milano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/le-narrazioni-di-milano/feed/ 4