sbilanciamoci! Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sbilanciamoci/ un blog di approfondimento culturale Wed, 20 Aug 2014 09:42:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg sbilanciamoci! Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/sbilanciamoci/ 32 32 Noi orfani di Steve Jobs, ovvero Il meraviglioso mondo degli aspiranti startupper https://minimaetmoralia.it/reportage/noi-orfani-di-steve-jobs/ https://minimaetmoralia.it/reportage/noi-orfani-di-steve-jobs/#comments Wed, 20 Aug 2014 09:39:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22906 Questo reportage fa parte di un numero speciale che Sbilanciamoci ha curato per il Manifesto di agosto. di Costanza Galanti Sono le quattro di notte nell’ex base Nato al limitare della faggeta di Allumiere sui monti della Tolfa, e nella sala attrezzata per il proiettore siamo seduti su comode poltroncine con le Red Bull, una […]

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Questo reportage fa parte di un numero speciale che Sbilanciamoci ha curato per il Manifesto di agosto.

di Costanza Galanti

Sono le quattro di notte nell’ex base Nato al limitare della faggeta di Allumiere sui monti della Tolfa, e nella sala attrezzata per il proiettore siamo seduti su comode poltroncine con le Red Bull, una teiera e dei biscotti. Vicino a noi il nostro graphic designer al computer cura gli ultimi dettagli della presentazione che domani proietteremo davanti ad una giuria di esperti di startup e finanziatori. Le immagini accompagneranno il discorso del mio compagno di team che si cimenterà in quello che viene chiamato il «pitch»: un discorso di quattro o sette minuti che mira ad attirare l’attenzione degli investitori sul tuo prodotto. In particolare, nel caso delle startup, imprese nuove che introducono una soluzione di forte originalità e che quindi a fronte di un alto rischio di fallimento hanno le potenzialità di crescere vertiginosamente, l’attenzione degli investitori è concentrata sulla «scalabilità del modello di business» – appunto, la prospettiva di una crescita che permetta dopo una manciata d’anni di vendere le azioni con ampi margini di guadagno.
«Ma come, non hai mai visto il pitch di Steve Jobs per il primo iPhone?!». Le ore della notte si sfilacciano, e dentro le smagliature crescono le visualizzazioni dei video su YouTube. E siccome siamo ad un campo pensato per promuovere la cultura imprenditoriale tra i giovani, un campo dove Apple e Facebook vengono nominati più di quanto Dio venga invocato nei ritiri di un gruppo parrocchiale, i video di Steve Jobs sono il genere di video che si riguarda insieme – o, nel mio caso, si vede per la prima volta. «A widescreen iPod with touch controls, a revolutionary mobile phone, a breakthrough Internet communication device», dice Jobs presentando l’iPhone al mondo, e poi ripete questa descrizione tre volte, che si moltiplicano come un’eco nella nostra stanza dai soffitti alti con travi di legno, perché gli altri ragazzi lo sanno a memoria, e lo ripetono anche loro.
Prigionieri del successo Il pubblico di Jobs applaude e fischia per l’entusiasmo. «Non siete in imbarazzo per loro? Non vi sembra umiliante strillare davanti a qualcuno che vi vuole vendere un prodotto?», chiedo io. No, macché. Forse non ho capito la portata rivoluzionaria di quello che sta succedendo su quel palco, insistono.
Che io non capisca molte delle cose che ho intorno è ormai, dopo quattro giorni di campo, piuttosto chiaro anche a me: ho un Mac e un iPhone e non ho mai preso sul serio la leggenda del cui fascino subisco l’onda lunga; rabbrividisco al racconto dei loro genitori che strisciano il codice a barre di ogni singolo detersivo e vasetto di yogurt estratti dalla busta della spesa con lo smartphone, in un baratto di informazioni sulla propria dispensa in cambio di premi, ma lascio i miei dati leggera ad ogni connessione wifi gratis mi capiti di incontrare. In questo senso, sono forse la più sprovveduta dei venti fra ragazze e ragazzi, dai diciannove ai trentuno anni, selezionati per partecipare all’InnovAction Camp, la cui formula prevede un’alternanza di lezioni frontali su economia, innovazione e mercato delle startup ed intenso lavoro di gruppo. Il campo, della durata di cinque giorni, è organizzato da InnovAction Lab, associazione non profit che si propone di mettere in contatto gli studenti con il mondo degli investimenti privati, e si svolge in una struttura dell’università Roma Tre; tutto è finanziato, con tanto di vitto e alloggio, dai supporter JP Morgan Chase Foundation, Microsoft e Fondazione Cariplo insieme con il programma «Startup Revolutionary Road», e World Wide Rome. Dal campo e della sua versione lunga, il laboratorio di tre mesi, sono uscite, a partire dalla fondazione nel 2011, trentaquattro startup, che hanno ricevuto in totale circa quattro milioni di euro di investimenti privati.
Le istruzioni che abbiamo ricevuto per la formazione dei gruppi che lavoreranno ognuno su un’idea di startup recitano: almeno una ragazza, almeno un ingegnere informatico, non più di due economisti, per un totale di quattro membri. La sera del primo giorno, dopo un pomeriggio di esercizi preparatori al rugby propedeutici al team building , uno di noi ha collegato il proprio computer al proiettore e in un file Excel ha inserito le nostre competenze che a turno gli dettavamo. Sul muro comparivano man mano «web design», «programmazione», «quantitative analysis», «social media marketing», «marketing», «stock research analysis», «grafica», «management». Alcuni hanno aggiunto: «Ho una passione per il food», «Sono appassionato di wine».
Io ho ventun anni, studio antropologia culturale e quando arriva il mio turno fingo sicurezza e dico: «Skill 1: metti… “metodo etnografico», mentre per lo skill 2: metti “scrittura”». Fra i ragazzi c’è chi si deve ancora laureare, c’è chi era arrivato a guadagnare seimila euro al mese gestendo le puntate dei giocatori di poker online, prima che il portale Venice Poker fallisse, e c’è chi ha già la propria startup e conosce bene l’ecosistema italiano a queste collegato. Fra questi ultimi, due ragazzi che si sono appena conosciuti e insieme hanno già partorito un’idea che ci propongono: creare una piattaforma dove trovare graphic designer che migliorino la veste grafica e l’organizzazione delle tue slide.
A cena avevo parlato con una ragazza che stava sviluppando una piattaforma dove geolocalizzare dal proprio smartphone tutto ciò che avrebbe interessato chi ricercava un’alta qualità della vita – cibo a chilometro zero, spazi di coworking, affitto di biciclette, luoghi dove fare sport. Le avevo proposto di metterci nello stesso gruppo e sviluppare, per i giorni del Camp, squisitamente a scopo di esercitazione, una sorta di appendice al suo progetto: qualcosa che avesse a che fare con i quartieri e meno con il turismo – una sorta di guida a uso interno degli abitanti per i luoghi di interesse, simbolici, della microstoria della zona; oppure un sistema per collegare virtualmente le librerie indipendenti, in un catalogo disponibile su un’app, comprensivo di riviste letterarie straniere, troppo costose da ordinare singolarmente dall’Italia. Le avevo parlato di «Lìberos» – l’organizzazione che in Sardegna ha messo in rete case editrici, librerie indipendenti, biblioteche, scrittrici e scrittori – e di «Port Review», l’edicola online di riviste digitali. Riflettevo anche che rendere tecnologici gli scambi di un quartiere non li rende necessariamente migliori, che in molti casi, senza adeguate discussioni e momenti di autorganizzazione e riflessione, i servizi di messa in rete dei vicini finiscono per diventare casse di risonanza per le vecchissime recriminazioni: avevo letto per esempio di persone senza fissa dimora prese di mira tramite sofisticati algoritmi di vicinato 2.0. La ragazza era stata molto gentile, ed io piuttosto insistente, ma era ovvio che ciò che le proponevo non le interessava: «io non faccio questa cosa ideologicamente », si era affrettata a puntualizzare. Aveva anche avuto l’eleganza di non farmi notare che nei miei progetti velleitari non c’era sicuramente l’ombra di un business plan scalabile.
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Avevo pensato allora che confondere cose che sentivo vicine con modelli di business che sentivo lontani mi avrebbe creato confusione – che sarebbe stato più chiaro a questo punto lavorare sulla piattaforma per ritoccare le slide proposta dai due ragazzi, piuttosto che finire per progettare a tavolino una gentrificazione.
Sono tre giorni e mezzo quindi che io, Filippo, Francesco e Massimo lavoriamo sul progetto della startup delle slide, e prepariamo il pitch secondo lo «schema standard» che ci viene illustrato con una lezione apposita.
Filippo, che lavora con le stampanti 3D, ha studiato grafica al politecnico di Torino, e ci mette in contatto con altri grafici per capire le tariffe alle quali sarebbero disposti a lavorare. Massimo e Francesco cercano i potenziali competitori, per esempio siti che disegnano i loghi per le aziende, e li studiano per farsi un’idea del modello di business di ciascuno di loro. Poi considerano le opzioni per il nostro modello, discutono sull’entità dell’investimento iniziale di cui avremmo bisogno e buttano giù una tabella stimando i tempi di lavoro da qui a un anno. Cercano di coinvolgermi in tutto questo, ma hanno troppa esperienza perché io possa dare un contributo significativo.
Massimo, infatti, sta per lanciare un portale sui cui sarà possibile recarsi per comprare online oggetti per le ong; la sua startup, che ha progettato il portale, guadagnerebbe prendendo una percentuale sugli acquisti agli store online ai quali reindirizza. Ha frequentato un master presso HFarm, un acceleratore di startup a Roncade in provincia di Treviso, grazie al quale è entrato in contatto con persone importanti per lo sviluppo della sua idea come il cofondatore di Banca Etica. Francesco invece è di Catania, dove Telecom ha una delle sedi di «Working Capital», il programma di accelerazione di startup di Telecom Italia che mette a disposizione dei ragazzi una rete di esperti e degli spazi fisici accoglienti e tecnologici dove lavorare in gruppo alle proprie idee. È qui che Francesco ha conosciuto i ragazzi con cui ha fondato «Ganiza», l’app che gestisce il sistema di votazioni con cui i gruppi di amici numerosi scelgono l’attività con cui trascorrere la serata (la startup guadagna chiedendo una fee a ristoranti e locali ogniqualvolta questi vengano presi in considerazione durante la votazione). Quando è arrivato il primo finanziamento di venticinquemila euro aveva da poco deciso, contro il parere dei suoi genitori, di rinunciare al master in Business in Svizzera per il quale aveva passato le selezioni.
Tornando alla piattaforma delle slide, dunque, io mi limito a dire che se fossi un cliente mi piacerebbe vedere bene chi è il designer a cui affido il lavoro, che mi piacerebbe vederne il nome e il sito internet, e magari anche i suoi social network. Ma questa opzione, mi fanno notare i compagni, farebbe sorgere numerose controindicazioni, tra cui l’aumento del rischio di «cheating», cioè che cliente e grafico si incontrino al di fuori della piattaforma, sottraendosi così dalla fee del 10% che tratteniamo sul pagamento del grafico. Si decide quindi di optare per il meccanismo del «contest»: il cliente carica le sue slide, i grafici che vogliono candidarsi per il lavoro ne modificheranno una, e da queste prove il cliente potrà scegliere a chi affidare e quindi retribuire il lavoro completo.
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Allora, siccome ho detto loro che scrivo, pensano che almeno io sia brava a scegliere il nome dell’impresa: mi applico un po’, ma mi escono solo giochi di parole un po’ indiretti e qualcun altro esce fuori con il nome definitivo: «ReSlide.it». Infine, stabiliamo che sarà Massimo a parlare durante il pitch.
Steve Jobs riusciva a non sembrare ridicolo durante i suoi pitch: aveva trasferito l’umiliazione di chi ha bisogno sul suo pubblico di consumatori desideranti. I nostri pitch però trattengono ancora l’umiliazione su noi che vendiamo – anzi, più propriamente, che ci vendiamo , presentandoci come un team su cui vale la pena investire. Infatti, nei pitch cosiddetti «di investimento», a differenza di quanto accade nei pitch di vendita in cui ci si concentra sul prodotto da acquistare, a guadagnarsi la fiducia deve essere prima di tutto il team. Come esempio ci vengono citati a lezione dei ragazzi che poco tempo fa hanno progettato un social network per camionisti. A nessuno importa di investire sui social network dei camionisti, ma i ragazzi sono stati contattati dalla Sony, interessata alla tecnologia che avevano sviluppato per usare i social network senza toccare il telefono mentre si sta guidando.
Durante il campo tutti e cinque i team ripetono il loro pitch due volte per ricevere i feedback degli altri ragazzi ma soprattutto degli organizzatori, e poi una terza volta, l’ultimo giorno, davanti ad esperti invitati da fuori, alcuni dei quali possibili investitori.
Ecco come si apre il nostro pitch: «ReSlide.it è la prima piattaforma di crowdsourcing che mette in contatto i designer con chi ha la necessità di rendere le proprie presentazione memorabili. Ogni giorno liberi professionisti e aziende usano presentazioni per vendere i propri prodotti e le proprie idee, o in momenti cruciali per l’organizzazione interna dei propri dipendenti. Ci riescono? Microsoft stima che il 90% delle presentazioni annoia la sua audience… Qua entriamo in gioco noi: Reslide.it è la piattaforma web che in 72 ore e 129 euro riorganizza testi e immagini delle tue slide – i tuoi contenuti, finalmente veicolati con l’incisività e l’efficacia che meritano». Ecco gli altri team: uno vuole «cancellare la paura di tutti i bambini» vendendo agli ospedali degli astucci che coprano con dei disegni le siringhe dei vaccini; un altro ha capito che «si può vendere il cielo» e ha progettato un portale per il turismo astronomico; «ti sarà capitato di essere un turista insoddisfatto!» intima un altro ancora, che vuole sviluppare un’app per farti vivere le mete delle tue vacanze «come uno del luogo»; «tutti possono essere social media reporter!» gioisce infine il team che offre a pagamento copertura sui social media a certi eventi.
Le prime domande che ci si rivolge per incominciare a dare i feedback dopo ciascun pitch sono: «Qualcuno non ha capito cosa stanno facendo?», «Chi ci investirebbe?». A volte si alzano le mani. Poi altre mani alzate per chi vuole chiedere la parola e dare suggerimenti al team, al quale invece è imposta la regola di non poter rispondere alle critiche, di dover solo ascoltare e prendere appunti.
Carla, fra noi ragazzi, è quella che muove le critiche più puntuali: sembra allo stesso tempo un’editor e una regista che parla con i suoi attori. A noi dice cose come: «nella presentazione avrei voluto vederti più freddo, distaccato», «come fai a inglobare i designer nella piattaforma? Questa è una cosa che avrei voluto sentirti dire» e «secondo me il tempo è un driver sufficiente, mentre la voce “qualità delle slide” non mi piace». Le faccio i complimenti, e lei mi risponde che le piacerebbe ricevere feedback con lo stesso rigore che mette lei a formularli. Rimango zitta.
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I feedback degli organizzatori vogliono essere spietati, comunicati con degli interventi in cui la volgarità viene percepita da tutti come franchezza. I ragazzi in realtà ne sono esaltati e finiscono per cercare feedback sempre più duri: vogliono veramente capire come fare, nutrono fiducia negli organizzatori e riconoscono loro più autorità di quanta io abbia mai visto riconoscere ad uno dei miei professori all’università.
Immaginiamo un continuum dei discorsi in pubblico: ad un estremo i pitch, totalmente rivolti verso l’ascoltatore – chiari, omogenei, semplificati, pensati per non farti pensare, ogni minuto che ha alle spalle un’ora di preparazione – e dall’altro le lezioni dei miei professori di Lettere e Filosofia – in ritardo senza fornire scuse, con lezioni spesso improvvisate e sbrodolate, con interi segmenti uguali, cristallizzati in automatismi da una lezione all’altra, ma a volte complesse, come un regalo bellissimo ma molto difficile da scartare. Quasi in mezzo, ma più dalla parte dei pitch, possiamo collocare i seminari che seguiamo qui al campo.
Le lezioni sono una dimostrazione di fiducia illimitata nei procedimenti induttivi: ci vengono presentati continuamente degli esempi, e «Noi non vi diamo soluzioni, vi diamo problemi da risolvere», è uno degli slogan più ripetuti. Poi, liste di sette elementi «perché è stato calcolato come il massimo di elementi che il nostro cervello riesce a ricordare in un elenco». Infine, apertura incredibile sulla propria esperienza: «Allora: io ho fatto startup di successo. I nostri investitori hanno fatto una caterva di soldi che voi ve li sognate», ma subito: «abbiamo anche fallito, bruciato soldi degli investitori».
Il designer del mio team rimane affascinato in particolare da due storie, che tirerà fuori spesso mentre lavoriamo o parliamo del più e del meno per spronarci ad essere ambiziosi e creativi. Una è una sorta di parabola dei talenti ambientata a Stanford: una professoressa dà a ciascun gruppo cinque dollari, chiedendo di farli fruttare il più possibile. C’è chi compra una pompa per le bici, offre controlli gratis e poi fa pagare un dollaro il servizio a chi si scopre avere le ruote sgonfie; così raccolgono velocemente cinquanta dollari, finché stabiliscono che la donazione sarà libera, e allora quadruplicano i ricavi e ne fanno duecento. Poi, c’è a chi viene in mente di vendere il quarto d’ora che spetterebbe al proprio gruppo per parlare davanti alla classe ad un’azienda: ne trova una disposta a pagare seicentocinquanta dollari per quindici minuti con degli studenti di Stanford.
La seconda storia è un mito di fondazione dell’ormai celebre «Airbnb», portale per l’affitto di case vacanza. I ragazzi della startup, ai primi passi, non riescono a trovare investitori disposti a conceder loro fiducia. Decidono allora di comprare pacchi di cereali, su cui stampano le facce di Obama e di McCain; siamo in campagna elettorale, e fuori dai comizi riescono a vendere queste scatole a cinquecento dollari, garantendo agli acquirenti che ne avrebbero devoluto la metà al candidato. «Non sappiamo con certezza come andrà la nostra startup, ma sappiamo vendere una scatola di cereali a cinquecento dollari», sembra abbiano detto poi ai loro investitori: non potevano dimostrare che il prodotto avrebbe funzionato, ma erano riusciti a dimostrare che loro erano le persone giuste.
I docenti sono sempre a disposizione, anche alle tre di notte. Rispondono gentilmente anche a me, che di solito esprimo perplessità. Ma se in risposta ai miei dubbi mi chiedono di sfilarmi gli occhiali, e avendo letto «Bulgari» mi raccontano l’edificante storia di Del Vecchio, da orfano a secondo uomo più ricco d’Italia, è solo perché ormai son capitata loro davanti al tavolo della cena; non sono poi particolarmente attaccati alla favola della meritocrazia, che come qualsiasi narrazione legata a dei valori non viene mai affrontata esplicitamente e sistematicamente in questi giorni.
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L’ultima notte, quella in cui abbiamo visto il video di Steve Jobs, andiamo a dormire alle cinque e ci diamo appuntamento alle nove. Il ragazzo che deve fare il discorso del nostro pitch si sveglia tardi, ci raggiunge e incomincia a provare nervosamente il discorso. Ha fame e gli porto un piatto di biscotti che tengo con la mano perché lui possa pescarne mentre ripete. Intanto gli altri due membri del team lo ascoltano e lo correggono, ma a lui continuano a sfuggire le parole. Lascio il piatto e vado a raccogliere dei denti di leone, che lego insieme con un filo di paglia. Infilo il mazzetto nel taschino della camicia Ralph Lauren del ragazzo che all’ultimo sostituirà quello designato per fare il pitch; lui però lo tira fuori subito perplesso, e io me lo riprendo.
Le mie parole per loro non sono efficaci, non suonano precise, solo ridondanti e pretenziose: «ok, ma ora non dobbiamo scrivere un libro», mi dicono quando propongo delle modifiche. E se non hanno effetto, non serve a niente che io le abbia scelte con cura, che a me suonino perfette. Vige un altro codice qui, il mio non vale, e d’un tratto mi prende una nostalgia fortissima, che non so se è nostalgia come quella che mi è presa in questi giorni di sentire musica dal vivo, o è solo nostalgia del potere che esercitavo su persone e cose quando le nominavo e queste mi rispondevano.

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Renzi: vedere le carte, grazie. https://minimaetmoralia.it/economia/renzi-vedere-le-carte-grazie/ https://minimaetmoralia.it/economia/renzi-vedere-le-carte-grazie/#respond Sat, 19 Oct 2013 06:45:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15908 Segnalamo dal sito di sbilanciamoci quest'analisi che parte dalla riforma del mercato del lavoro al contrasto all'evasione fiscale. Un confronto tra le proposte di politica economica di Matteo Renzi e quelle di Stefano Fassina

di Mario Centorrino, Pietro David

Nel dibattito interno al Pd sembra prevalere un'attenzione spasmodica intorno a tre temi:

a) le regole in base alle quali dovrà svolgersi il rinnovo degli organi di partito;

b) il rapporto che dovrà stabilirsi tra segretario del partito e candidato premier con ipotesi che oscillano tra l'unificazione e la sovrapposizione dei due ruoli;

c) i diversi posizionamenti, ora definiti, con termine sofisticato, "endorsement" da assumere a favore dei candidati da parte delle correnti, gruppi, leadership locali.

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Segnalamo dal sito di sbilanciamoci quest’analisi che parte dalla riforma del mercato del lavoro al contrasto all’evasione fiscale. Un confronto tra le proposte di politica economica di Matteo Renzi e quelle di Stefano Fassina

di Mario Centorrino, Pietro David

Nel dibattito interno al Pd sembra prevalere un’attenzione spasmodica intorno a tre temi:

a) le regole in base alle quali dovrà svolgersi il rinnovo degli organi di partito;

b) il rapporto che dovrà stabilirsi tra segretario del partito e candidato premier con ipotesi che oscillano tra l’unificazione e la sovrapposizione dei due ruoli;

c) i diversi posizionamenti, ora definiti, con termine sofisticato, “endorsement” da assumere a favore dei candidati da parte delle correnti, gruppi, leadership locali.

Dietro questo scenario permangono contraddizioni plateali, non tanto sui programmi dei potenziali candidati ai ruoli prima citati, quanto sulle loro ideologie di base. Proviamo ad esemplificare, in base ai materiali di conoscenza disponibili, scegliendo, per comodità di esposizione, due soggetti di riferimento che, pur appartenendo allo stesso partito, il Pd, sembrano rappresentarne, ed è questo che cercheremo di dimostrare, idee-guida diverse o attenzione non univoca a problemi che impongono immediata soluzione.

Una premessa metodologica: nel caso di Renzi ci troviamo di fronte ad una continua evoluzione delle sue proposte 1. Da quelle espresse in occasione della discesa in campo nel 2011 (il Renzi rottamatore), al programma delle primarie del 2012 (il Renzi liberal) ed infine alla Matteonomics del 2013 incarnata da un documento pubblicato dal “Foglio” a fine giugno 2013 2. Per comprendere l’evoluzione tra i testi citati basterà ricordare che sulle 100 proposte del primo Renzi (quelle lanciate nella Leopolda di Firenze) il termine “sinistra” era assente nel documento; nel programma delle primarie del 2012 ricorreva solo due volte; nell’ultima elaborazione del 2013 già dal titolo “il rilancio parte da sinistra” (un’espressione che ricorre ripetutamente in questa bozza, nell’introduzione addirittura quasi ossessivamente) si comprende che gli obiettivi ed il target sono cambiati rispetto alla prima.

Andiamo ora ad un confronto delle posizioni (Fassina vs Renzi) su questioni prioritarie in un progetto della sinistra. Ed iniziamo dall’approccio al lavoro. Fassina lo considera epicentro etico e politico del New Deal globale, da definire nella sua natura economica e sociale. Al quale ridare “dignità” e restituire specificità nel discorso pubblico recuperandolo da componente indifferenziata delle forze produttive e da una mera funzione di accumulazione e di potere di acquisto. Ad una solenne affermazione di principio non sono seguite finora però proposte di riforma del mercato del lavoro.

Nell’ultimo Renzi manca totalmente un accenno al lavoro, oltre che al mercato del lavoro. Se nel 2011 il modello di riferimento era il contratto unico di Boeri e Garibaldi, e nel programma del 2012 si proponeva la flexicurity di stampo scandinavo, nell’ elaborazione del suo pensiero non si individua alcun riferimento alla questione lavoro, con eccezione di una proposta francamente discutibile: creare nuovi posti di lavoro con risorse recuperate dai pensionati “ricchi”. Si legge nel documento: se per i 500 mila pensionati che percepiscono da 2.405 a 3.367 euro (da cinque a sette volte la pensione minima) si interrompe l’adeguamento all’inflazione per due anni si può recuperare un miliardo di euro. Per le pensioni superiori di sette volte il minimo andrebbero infine previsti tagli del 10 per cento e blocco dell’adeguamento all’inflazione per 3 anni: avremmo così un risparmio di tre miliardi il primo anno e di 3,8 miliardi dal terzo anno in poi. Anche per le pensioni che superano di tre o cinque volte il minimo, quelle che vanno da 1.443 fino a 2.405 euro al mese lordi, si potrebbe pensare di dimezzare l’adeguamento all’inflazione per un anno, con un risparmio di 0,7 miliardi l’anno. Questi risparmi potrebbero servire a finanziare 650 mila giovani in servizio civile o apprendistato a cinquecento euro al mese, come accade in Germania. Con una contraddizione, però, tutta da sciogliere: il rischio di perdita di consenso da parte di un’area consistente di voto (quella dei pensionati) a favore della creazione di easy job, destinata ad allargare il pernicioso problema del precariato. Oltre che l’ignoranza di pronunciamenti costituzionali che in passato hanno escluso interventi sulle pensioni fuori da un contesto generale di riforma del sistema fiscale.

Soffermiamoci su un secondo tema, l’evasione fiscale. Renzi suggerisce un’unica Agenzia (Agenzia delle entrate, Guardia di finanza ed Equitalia) per combattere l’evasione, con un recupero annuale del 25-30% da distribuire alle fasce meno abbienti con incitamenti al contrasto alla corruzione ed alla criminalità organizzata. Per contrastare l’evasione fiscale, l’ultimo documento di Renzi prevede appunto di centralizzare le informazioni sui redditi e sui patrimoni dei cittadini, limitare il pagamento in contante a 500€, obbligare i professionisti ad utilizzare strumenti di pagamento elettronici, introdurre la fattura elettronica per i pagamenti tra le aziende ed infine, ridurre le tasse per “incentivare” la fedeltà fiscale. L’idea sarebbe quella di una riduzione immediata dell’Irpef (50 euro) per i redditi netti inferiori a 2000€. Finanziando questo intervento, il primo anno, con i soliti tagli alla spesa pubblica (mantra di ogni discorso sul reperimento delle risorse) e soprattutto vendendo le case popolari agli inquilini, oltre che con l’aiuto della Cassa Depositi e Prestiti. Negli anni successivi si dovrebbe ricorrere (ulteriore mantra) al gettito atteso dall’azione di contrasto all’evasione.

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Spaghetti e surf: Van Parijs replica alla Fornero https://minimaetmoralia.it/interviste/spaghetti-e-surf-van-parijs-replica-alla-fornero/ https://minimaetmoralia.it/interviste/spaghetti-e-surf-van-parijs-replica-alla-fornero/#respond Fri, 23 Mar 2012 11:43:34 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7103 Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista di Giuliano Battiston a Philippe Van Parijs, del Basic Income Earth Network, che abbiamo trovato sul sito di sbilanciamoci.info e che è tratta dal volume «Per un’altra globalizzazione» (Edizioni dell'Asino).

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne «Il reddito minimo universale», soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio «Il basic income e i due dilemmi del Welfare State» riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

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Secondo la ministra del lavoro, in Italia “con un reddito base la gente si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Per risponderle, ecco un’intervista di Giuliano Battiston a Philippe Van Parijs, del Basic Income Earth Network, che abbiamo trovato sul sito di sbilanciamoci.info e che è tratta dal volume «Per un’altra globalizzazione» (Edizioni dell’Asino).

Prima di capire le ragioni per cui dovremmo fare nostra l’idea di “versare a tutti i cittadini, incondizionatamente, un reddito di base cumulabile con ogni altro reddito”, valutiamo le obiezioni più comuni, tra cui quella – già avanzata da Marshall in un diverso contesto – che i diritti di cittadinanza debbano accompagnarsi a delle contropartite, a dei doveri; che ci debba essere un legame tra reddito e lavoro; che la concessione del reddito vada condizionata a un contributo produttivo, o alla volontà di darlo. Come lei ricorda ne «Il reddito minimo universale», soprattutto nell’Europa continentale è forte il modello “bismarckiano” “conservator-corporativista” della protezione sociale, l’idea che la previdenza sociale sia legata al lavoro e allo statuto di salariato del cittadino. Mentre nel saggio «Il basic income e i due dilemmi del Welfare State» riconosce che la parziale “disconnessione tra il lavoro e il reddito richiederebbe un radicale ripensamento” culturale, anche in quei pochi partiti di sinistra che ancora oggi riconoscono nel lavoro un tema centrale della loro agenda politica. Come favorire questo ripensamento? E come risponde alle obiezioni menzionate?

L’idea che il diritto a un reddito debba essere legato al lavoro o alla disponibilità a lavorare, che dunque ci sia un’associazione, che deriva da considerazioni di tipo etico, non economico, tra lavoro e reddito, non si limita ai Paesi dal modello “bismarckiano”, ma investe anche il mondo anglosassone, e direi anzi che sia presente in tutte le società del mondo. A questo proposito, è interessante notare una singolare analogia, perché quest’idea si avvicina molto alla relazione etica che per lungo tempo diverse società hanno istituito tra sesso, gratificazione sessuale e riproduzione. In tutte quelle società nelle quali, in ragione di una forte mortalità infantile, era essenziale ottenere un elevato livello procreativo, divenne infatti eticamente obbligatorio legare la gratificazione sessuale almeno al “rischio” della procreazione, così da contribuire eventualmente alla sopravvivenza della comunità. Per lungo tempo, e per ragioni analoghe, si è radicata l’idea che si potesse avere accesso alla gratificazione del consumo, dunque al reddito, solo a condizione di essere disposti a contribuire alla produzione (l’equivalente della riproduzione nel caso della gratificazione sessuale). La connessione tra i due aspetti è evidente. Oggi però ci troviamo a vivere in condizioni tecnologiche ed economiche molto diverse, grazie alle quali non è più necessario che tutte le attività sessuali siano legate alla possibilità della procreazione, e allo stesso modo non è necessario fare del contributo alla produttività, dunque del lavoro, una condizione di accesso al reddito. Intendo dire che è possibile dare vita a un’organizzazione della società che non sia basata su questo tipo di etica del lavoro. Mi rendo conto tuttavia che questo discorso dimostra solo la possibilità di una diversa organizzazione, ma non che sia giusto o preferibile introdurla. Per questo occorre ancora lavorare molto, superando i tanti ostacoli culturali, sia a destra che a sinistra. Mi sembra comunque curioso che in tutti questi anni l’obiezione etica abbia sempre prevalso rispetto all’obiezione tecnica, relativa alla plausibilità di finanziare un meccanismo del genere, e agli interrogativi sulla realizzabilità politica di quest’idea.

Per lei gli argomenti a favore del reddito minimo universale non possono limitarsi a considerazioni di ordine economico, perché “fanno immancabilmente appello a una concezione della società giusta”. Ma se contravvenissimo alle sue indicazioni, e ci limitassimo alla plausibilità e alla convenienza economica, in che termini l’introduzione del reddito universale sarebbe ispirata dalla “preoccupazione di sradicare non solo la povertà strettamente e staticamente definita, ma anche l’esclusione”, e in che senso “sarebbe non un’alternativa al diritto al lavoro, quanto, piuttosto, un contributo essenziale alla sua realizzazione nelle circostanze attuali”?

Chi sono i poveri? Adottando una definizione molto semplicistica della povertà in termini di differenze, qualcuno è povero quando il suo reddito è inferiore a una certa soglia, arbitraria, di povertà, definita come livello di reddito reale. E qual è il modo più efficace per eliminare questa povertà monetaria? Tassare un pochino i ricchi, senza renderli poveri, senza cioè che i ricchi finiscano al di sotto di quella soglia di povertà, usando i soldi così ricavati per darli alla gente povera, in modo che tutti siano in grado di oltrepassare la soglia. Nel vocabolario degli specialisti della politica sociale questo metodo si chiama target efficiency, e passa per un uso delle risorse volto ad abolire il poverty gap, la differenza che passa tra il reddito e la soglia della povertà. É un metodo che riflette un atteggiamento miope, però, perché la target efficiency massimale crea necessariamente una tassazione marginale sui ricchi, mentre incide al 100 per cento sui poveri. Infatti, quando una persona povera tenta di uscire da una situazione di povertà o di disoccupazione, guadagnando qualche soldo grazie a un lavoro dichiarato, viene punita per il suo sforzo con la soppressione di una percentuale proporzionale del sussidio. Questo significa che per i ricchi il tasso marginale è del 50 per cento al massimo, in certi Paesi del 40 per cento, mentre per i poveri è del 100 per cento, visto che perdono tutto quello che guadagnano. Il solo modo per evitare questo meccanismo perverso è quello di assicurare anche a quanti hanno un reddito primario che non equivale a zero il trasferimento di reddito, che alzerebbe il loro livello di reddito netto al di là della soglia di povertà. In questo modo, è vero, la target efficiency non sarà perfetta, ma la sua imperfezione, ovvero la focalizzazione sui poveri, è la condizione necessaria di una politica intelligente di lotta alla povertà che sia allo stesso tempo anche una strategia contro l’esclusione dal mercato del lavoro. La formula più semplice e sistematica per dare vita a una politica del genere, anche se non l’unica, passa per il sussidio universale, attraverso un trasferimento lordo di uguale entità a tutti, sia che si lavori sia che non si lavori, in modo tale che laddove chi è povero decidesse di lavorare otterrebbe comunque un reddito più alto rispetto ai periodi in cui decidesse di non farlo.

 

A proposito di lavoro: sono in molti a pensare che il reddito minimo universale sia deresponsabilizzante, o che possa incentivare comportamenti irresponsabili. Già nell’Ottocento il belga Joseph Charlier diceva che rischiasse di incoraggiare la pigrizia, e più recentemente John Rawls, di cui lei si dichiara teoricamente debitore, ha affermato che quelli che fanno surf tutto il giorno sulle spiagge di Malibu devono trovare un modo per provvedere ai propri bisogni, e non dovrebbero beneficiare dei fondi pubblici. Mentre per i “comunitaristi” il reddito universale rischia di allentare ulteriormente i legami sociali, riducendo il sentimento di responsabilità e di solidarietà verso gli altri. Lei invece insiste nel sostenere che il reddito minimo universale consentirebbe a ogni individuo di sviluppare capacità, eliminare dipendenze, accrescere il potere contrattuale come lavoratore, e via dicendo. Ci spiega le sue ragioni?

I sistemi attuali che differenziano il livello di sussidio in base alla composizione del nucleo familiare tendono a concedere più reddito e benefici a due individui che vivano separati piuttosto che insieme. L’individualizzazione legata alla mia interpretazione del sussidio universale, invece, si tradurrebbe nell’incoraggiamento all’unione, visto che laddove questi due individui dovessero mettersi insieme, o decidessero di unirsi ad altri individui, non ne verrebbero penalizzati. In questo senso il sussidio universale costituirebbe un incoraggiamento sistematico alla vita comunitaria e familiare, soprattutto se comparato con i sistemi alternativi. Inoltre, contrariamente a quanti obiettano che sia irragionevole concedere il sussidio senza alcuna contropartita, o senza la garanzia della disponibilità a lavorare, il sussidio potrebbe funzionare anche come sostegno sistematico alle attività non salariate. Capisco bene la preoccupazione “comunitarista” per una vita collettiva che sia attiva e partecipata, ma da questo punto di vista mi sembra che il sussidio universale comporti delle alternative migliori rispetto alle tradizionali politiche laburiste. C’è però un’altra obiezione comunitarista, legata all’idea che ci sia un legame insolvibile tra diritti e doveri, e che una comunità possa funzionare efficacemente soltanto laddove ai diritti si accompagnino i doveri. Anch’io credo che i cittadini debbano avere degli obblighi, e che in alcuni casi questi obblighi vadano tradotti in termini legali, ma allo stesso tempo credo che anche laddove non ci siano obblighi legalmente formalizzati esista il dovere per il cittadino di partecipare alla vita pubblica, e che con il sussidio universale sia più facile farlo. L’idea della relazione diritti-doveri del cittadino dunque è perfettamente coerente e compatibile con il sussidio minimo universale.

 

In «Salvare la Solidarietà» parla della necessità non solo di “resistere all’erosione degli elementi universalistici, non selettivi dello Stato sociale”, ma anche di rafforzarli. Riprendendo i termini che adotta nel saggio su I fondamenti morali del Welfare State (incluso nel volume «Restructuring the Welfare State»), sembrerebbe di poter dire che alla base del suo ragionamento ci sia l’idea che occorra ripensare radicalmente le componenti fondamentali dei nostri sistemi di welfare, trasformandoli da una rete che cattura, e dunque immobilizza gli individui, in un terreno sul quale possano poggiarsi per esercitare effettivamente la propria libertà. Ma come dare luogo a quello che ha definito come The Second Marriage of Justice and Efficiency, quel nuovo contratto sociale che sappia coniugare maggiore sicurezza e maggiore flessibilità?

La giustizia non è solo una questione di reddito, ma di potere, della possibilità di scegliere cosa fare della propria vita, che si tratti della scelta di dedicare meno ore al lavoro retribuito o della possibilità di avere un più facile accesso al lavoro. In altri termini, si tratta di quello che definisco come libertà reale di fare, nel lavoro e al di fuori del lavoro. Anche se parliamo di un reddito, dunque di una risorsa monetizzabile, i benefici non si limitano a considerazioni sul benessere materiale degli individui, ma investono anche l’uso che possiamo fare del nostro tempo. Il reddito minimo universale ci consente di accedere al lavoro, di svolgere attività fuori dal lavoro, ci dà maggior potere di consumo, essendo universale contribuisce a combattere l’esclusione dal lavoro, in quanto incondizionato ci permette di scegliere tra lavori diversi e tra differenti attività non lavorative. É grazie a tutti questi elementi che può celebrare un matrimonio con la giustizia. Per capire la sua relazione con l’efficienza, dovremmo invece riconoscere da una parte che oggi in molti Paesi la questione centrale è quella della gestione e della creazione intelligente del capitale umano, e dall’altra che il sussidio è lo strumento con cui rendere più facile la circolazione e la mobilità tra le sfere del lavoro, della formazione e della famiglia. Quando si ha a disposizione un sussidio generale, individuale, incondizionato, diventa più facile a un certo punto della propria vita decidere di rallentare, o interrompere per un dato periodo il proprio percorso lavorativo, consacrandosi meglio ai propri figli, dunque alla creazione del capitale umano delle generazioni future. Oppure decidere di approfondire la propria formazione, adattandosi più facilmente alle strutture sempre mutevoli del mercato del lavoro. In questo modo si potrebbe lavorare più a lungo, e, avendo ricevuto una formazione complementare più avanzata nel lavoro, potremmo cambiare più facilmente professione. Si tratta ovviamente di una misura che va completata e integrata con altre riforme del sistema educativo, ma credo che l’introduzione del reddito minimo universale possa costituirne la base, lo zoccolo duro, facilitando una circolazione tra le tre sfere citate in modo da affrontare molto meglio la struttura economica in cui viviamo e la crisi congiunturale che stiamo attraversando.

 

A proposito di crisi: l’attuale crisi economica testimonia le contraddizioni e la debolezza di un modello economico-culturale, quello neoliberista, della cui egemonia per alcuni segnerebbe in qualche modo la fine. Ne «Il reddito minimo universale afferma che una riflessione seria e rigorosa sul reddito minimo universale ci permetterebbe di ripensare in profondità le funzioni dello Stato sociale di fronte alla “crisi multiforme” che affronta, e consentirebbe inoltre di raccogliere le sfide della mondializzazione a chi nutra l’ambizione di offrire un’alternativa radicale e innovatrice al neoliberismo. In che termini il reddito minimo universale costituisce un’alternativa al neoliberismo?

Come la crisi degli anni Trenta del Novecento, anche quella attuale è il prodotto di una falla istituzionale. Tuttavia proprio le riforme introdotte in seguito a quella crisi hanno impedito che se ne concretizzassero altre simili, mentre oggi abbiamo a disposizione gli Stati sociali e gli ammortizzatori, senza i quali le conseguenze, socialmente ed economicamente, sarebbero molto più drammatiche. Le ragioni della crisi vanno ricercate in quelle istituzioni che non hanno funzionato bene, perché non erano state concepite opportunamente, o perché investite dalla dottrina ultra-liberista, che chiedeva minori regolamentazioni. É evidente che ci sia bisogno di un maggior controllo del sistema bancario, di quello immobiliare e delle assicurazioni, legati a doppio filo con quello bancario. E che in termini più generali siano necessarie delle regolamentazioni globali nei settori centrali per il funzionamento dell’economia. In questo senso possiamo parlare di una vera e propria crisi del neoliberismo. Ritengo che il sussidio universale sia un elemento centrale per promuovere un’alternativa al neoliberismo, ma non credo affatto che la sua introduzione avrebbe evitato la crisi. Sarebbe assurdo sostenerlo. Però, se è vero che in alcuni Paesi la crisi risulta meno grave grazie a certe forme di protezione sociale, è altrettanto vero che se avessimo introdotto un sistema di sussidi universali avremmo potuto ulteriormente mitigarne gli effetti. Le condizioni per ripartire sarebbero state migliori rispetto a quelle attuali, in particolare nell’ambito dell’occupazione. Vorrei però aggiungere un altro elemento che considero importante, legato alle ragioni per cui agli inizi degli anni Ottanta ho cominciato a interessarmi al reddito universale: in quegli anni mi interrogavo sugli strumenti con cui risolvere il problema della disoccupazione, che in Europa era molto sentito, in particolare in seguito alla recessione degli anni Settanta. Tutti gli economisti continuavano a sostenere che fosse necessaria una crescita maggiore, ma per me e per molti altri che come me facevano parte del movimento ecologista era assurdo ricorrere ancora una volta alla politica dell’aumento della crescita, anche perché realisticamente per risolvere quei problemi avremmo avuto bisogno di una crescita del 7/8 per cento annuo. L’idea di un sussidio universale, invece, mi sembrava soddisfacesse quella parte del movimento ecologista di sinistra che voleva preservare e “curare” l’ambiente ma risolvere anche i problemi sociali, e che allo stesso tempo rispondesse a quanti reclamavano un nuovo progetto per la sinistra europea di fine Novecento, a chi sentiva la necessità di avere un orizzonte per il futuro, che non fosse riducibile a un mercato sempre più forte come vogliono i neoliberisti, e che non andasse in direzione di un controllo sempre maggiore dello Stato, di un’appropriazione collettiva o statale dei mezzi di produzione, come suggerisce qualche marxista. Si trattava di dare più potere non allo Stato o al mercato, ma a ogni individuo, garantendo a tutti la sopravvivenza, e di favorire la crescita e lo sviluppo di sfere di attività irriducibili tanto al mercato che allo Stato.

 

In «Salvare la solidarietà» scrive che un pensiero rawlsiano di sinistra è cruciale per preservare gli spazi di distribuzione esistenti e opporsi con forza alla parcellizzazione della solidarietà, ma aggiunge che bisogna anche impegnarsi per la creazione di meccanismi per un’ampia redistribuzione a livello europeo. Ma come sciogliere il dilemma tra la capacità economica e quella politica, tra l’insostenibilità economica di un generoso welfare state nazionale e l’insostenibilità politica di un generoso welfare state transnazionale? In altri termini, come ovviare al fatto che, come lei stesso nota, quanto più si amplia la cornice geografico-politica tanto più le maggiori possibilità economiche si pagano in minori possibilità politiche?

Da una parte ci sono gli Stati nazionali, politicamente in grado di operare una giusta distribuzione, ma economicamente sempre più impossibilitati a causa della competizione fiscale e sociale del mondo globalizzato, e dall’altra ci sono entità politicamente più ampie, come l’Unione europea, che avrebbero la capacità economica di operare questa distribuzione, ma mancano della capacità politica. Di fronte a questo dilemma, cosa fare? Non credo esista alcuna speranza di restaurare la capacità economica degli Stati-nazione; esiste però la speranza di promuovere e creare le capacità politiche su un livello più elevato. Il fatto è che i meccanismi di redistribuzione macroregionali non cadranno dal cielo, dalla mente illuminata di un filosofo, né, tanto meno, dai computer dei burocrati di Bruxelles. Saranno piuttosto il risultato di una mobilitazione sufficientemente forte e radicata da parte delle associazioni, delle organizzazioni e degli enti che rappresentano e difendono gli interessi dei più vulnerabili, di coloro per i quali questa distribuzione è essenziale. Il guaio è che manca un movimento paneuropeo, transnazionale, davvero coeso e forte, e se la lotta dei sindacati è spesso frammentaria, le confederazioni di partiti politici di sinistra sono deboli. Come rimediare? Agendo sul livello delle “pre-condizioni”, favorendo la capacità di mobilitazione e coordinamento delle lobby che rappresentano le associazioni dei più deboli. In questo senso dovremmo reclamare per esempio l’istituzione di un’unica capitale politica europea, visto che la doppia sede di Strasburgo e Bruxelles facilita le lobby più potenti, in grado di seguire ovunque i parlamentari europei e di influenzarne le decisioni, mentre ostacola quelle minori. La cosa più importante comunque è superare il problema della diversità linguistica: ancora una volta, gli attori politico-economici più “solidi” possono permettersi interpeti e traduttori di qualità, coordinarsi e mobilitarsi sufficientemente, mentre non possono farlo coloro che rappresentano i bisogni più diffusi della popolazione. Affinché costoro possano coordinarsi in modo efficiente e senza costi proibitivi, si deve operare per una democratizzazione radicale e accelerata della lingua franca, l’inglese, uno strumento di potere importantissimo, che costituisce una precondizione per la fattibilità politica di molte iniziative. Inoltre, occorre aumentare la trasparenza delle decisioni prese dalle autorità politiche pubbliche e dalle imprese private rendendole accessibili a tutti tramite internet. E allo stesso tempo c’è il dovere civico e l’obbligo sociale di alimentare il grande serbatoio di internet con informazioni affidabili, lavorandoci con integrità e competenza. La tecnologia internet rappresenta infatti uno strumento eccezionale con cui chi ha meno può ottenere più potere.

 

Come abbiamo visto, per reddito minimo universale lei intende un “reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza controllo delle risorse né esigenza di contropartite”. Ci sono però alcuni problemi: stabilire da una parte i limiti geografici della comunità politica, dall’altra quali ne siano le condizioni di appartenenza, e, in termini più generali, individuare una teoria della giustizia che sia adeguata. Lei reclama la necessità di pensare una forma di giustizia globale, e di “puntare all’avvento lento, caotico ma urgente delle prime forme di democrazia planetaria”. Visto il carattere “parzialmente utopico” di tale democrazia planetaria, in Salvare la solidarietà sostiene però che dovremmo promuovere una forma di “patriottismo solidarista”; nel saggio International Distributive Justice, invece, contestando le tesi di quanti credono che non ci possa essere giustizia globale senza un ordine socio-economico globale, senza istituzioni democratiche o strutture di base globali, suggerisce di adottare una “concezione minimalista dei requisiti necessari e sufficienti della giustizia sociale globale”. Ci spiega meglio il legame tra patriottismo solidarista e giustizia sociale globale?

Sostengo questa forma minimalista di giustizia per dare senso al concetto di giustizia globale, ma non dico che per realizzarlo non sia necessaria qualche forma di funzionamento democratico globale. Si tratta di un’obiezione nei confronti di quegli studiosi, come Thomas Nagel o Ronald Dworkin, per i quali il concetto di giustizia egalitaria ha senso soltanto laddove ci sia una comunità democratica. Certo, con un quadro democratico del genere c’è una significativa probabilità di muoversi concretamente verso la realizzazione di questa concezione, ma l’assenza di una democrazia globale non ci impedisce né di pensare, né di essere in qualche modo costretti a pensare la giustizia in termini globali. Per quanto riguarda il futuro immediato e più lontano, credo che le istituzioni più adatte all’ottenimento di democrazia e giustizia siano del tipo “cappuccino”: al livello più centrale possibile va messa la base di caffè forte, che dia “solidità” alla struttura istituzionale nel suo complesso, visto che senza caffè non ci sarebbe cappuccino; ma siccome non ci sarebbe neanche senza il latte cremoso e il cacao, questi ingredienti vanno distribuiti in modo decentralizzato, al livello delle nazioni nel caso di una struttura del tipo europeo, oppure al livello delle regioni, dei municipi, di particolari associazioni, e via dicendo. Il fatto che oggi, per la stabilità dell’architettura istituzionale e per evitare concorrenze sul piano fiscale e sociale, anche nei Paesi federali si attribuisca una forte centralità al livello nazionale e si concedano possibilità diverse ai livelli più decentralizzati, non deve impedirci di immaginare forme più ambiziose, più originali, sperimentali, modellate sulle circostanze particolari, per esempio nel campo della sanità, che potrebbe operare in modo molto più decentralizzato. In ogni caso, la stabilità d’insieme sarà rafforzata se quelli che contribuiscono in netto alla redistribuzione si sentono coinvolti e impegnati in una comunità che porta avanti un progetto originale. E se, accanto alla base forte e ampia di redistribuzione per tutti, ci sono strumenti supplementari e più circoscritti di solidarietà, che promuovano un patriottismo solidarista, appunto. In altri termini, penso che si possa essere convinti dell’importanza di avere istituzioni di redistribuzione a livello europeo, o al limite mondiale, che rappresentino una base per tutti, e allo stesso tempo aderire a progetti di coesione sociale più ambiziosi, su un livello più circoscritto. Tutto ciò sarà possibile quando, al posto di un atteggiamento opportunistico, matureremo l’adesione orgogliosa a una comunità politica in cui la vita sia migliore grazie a una comune partecipazione a un progetto sociale.

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Breve storia della crisi https://minimaetmoralia.it/estratti/breve-storia-della-crisi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/breve-storia-della-crisi/#comments Fri, 03 Feb 2012 10:09:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6333 Questa testo è contenuto in appendice al saggio «Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi» (pubblicato da Sbilanciamoci! e da minimum fax, 2012), un libro importante perché smentisce alcune false certezze sulla crisi economica che stiamo attraversano e fornisce delle misure alternative per fronteggiarla. Questa breve storia della crisi curata da Andrea Baranes ne è un assaggio.

di Andrea Baranes

Troppo debito?
Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese.

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Questo testo è contenuto in appendice al saggio «Manifesto degli economisti sgomenti. Capire e superare la crisi» (pubblicato da Sbilanciamoci! e da minimum fax, 2012), un libro importante perché smentisce alcune false certezze sulla crisi economica che stiamo attraversano e fornisce delle misure alternative per fronteggiarla. Questa breve storia della crisi curata da Andrea Baranes ne è un assaggio. 

di Andrea Baranes

Troppo debito?
Nella prima metà degli anni Novanta il governo Berlusconi annunciava un nuovo miracolo italiano fondato sulla crescita e lo sviluppo, prometteva tagli delle tasse per cittadini e imprese, investimenti pubblici per trasformare il paese. A novembre 2011 il governo si dimette sotto il peso degli interessi da pagare, tra conti pubblici che non quadrano e nubi sempre più minacciose di possibili default. La pressione fiscale aumenta, a partire dall’Iva, assistiamo a tagli generalizzati di tutte le spese pubbliche mentre i soldi per gli investimenti e lo «sviluppo» sono un miraggio sempre più distante. Il nostro paese è uno dei principali problemi dell’Unione Europea.
Cos’è successo allora in questi diciotto anni? Perché nel 1994 l’Italia era sì un paese con un forte debito e diversi problemi, ma, così ci veniva raccontato, con ottime prospettive, mentre ci ritroviamo nel 2011 con l’acqua alla gola e in balia delle tempeste finanziarie? L’argomento che ci viene ripetuto è che l’Italia del 2011 è schiacciata da un rapporto tra debito e prodotto interno lordo che sfiora il 120% e sta strangolando la nostra economia. Bene. Qual era allora la situazione nella prima metà degli anni Novanta? Tra il 1993 e il 1995 il rapporto tra debito e Pil in Italia superava il 120%.
Occorre quindi analizzare meglio le cause politiche, sociali, industriali ed economiche che contribuiscono all’attuale rapido declino del nostro paese.

Le motivazioni reali
Ancora all’inizio del 2011 il nostro governo si vantava del fatto che la crisi del 2007-2008 avesse risparmiato l’Italia e della solidità dei conti pubblici, delle banche e del sistema produttivo.
La crisi al contrario c’era, ed era in primo luogo legata al dogma economico della continua crescita dei consumi e del Pil. Se diminuiscono produzioni e consumi, oltre alle ripercussioni sul mondo del lavoro e su quello imprenditoriale, diminuisce il Pil. Al diminuire del denominatore aumenta il rapporto debito/Pil, e quindi i conti pubblici peggiorano.
Non solo. Riprendiamo in esame questo rapporto che riveste oggi un ruolo così fondamentale. Al numeratore troviamo il debito pubblico, che, con qualche approssimazione, è costituito dalla massa di titoli di stato (Bot, Cct, Btp e altri) in circolazione in Italia, a cui si sommano i debiti delle amministrazioni locali e altre voci. Su questo debito l’Italia paga un interesse. Se il governo emette un Bot al 2%, su 100 euro di titolo ne dovrà pagare 2 di interessi. È allora chiaro che tanto più alti sono gli interessi da pagare tanto più le risorse del pubblico dovranno andare a rimborsare gli interessi sul debito, e non potranno essere utilizzate per altri scopi, dall’istruzione alla ricerca al welfare.
Semplificando il discorso, le risorse a disposizione dello stato sono principalmente le tasse pagate da cittadini e imprese. Se lo stato ogni anno ha delle entrate che crescono più rapidamente degli interessi sul debito, quest’ultimo è in qualche modo sostenibile. Una parte delle risorse aggiuntive saranno destinate a ripagare il debito e i suoi interessi, il resto potrà andare a politiche pubbliche. Al contrario, se il Pil non cresce e non vengono messe nuove tasse, non aumenta nemmeno il gettito fiscale. In queste condizioni gli interessi sul debito crescono e continua ad aumentare il debito, peggiorando ulteriormente il problema. Questo anche senza considerare che, essendo una parte rilevante del debito italiano in mani straniere (principalmente banche e fondi di investimento), la mole crescente di interessi comporta un progressivo impoverimento dell’Italia nel suo insieme.
All’inizio degli anni Novanta l’economia italiana, il Pil, cresceva, mentre gli interessi da pagare sul debito pubblico erano relativamente bassi. Nel 2011 ci troviamo nella situazione opposta.
Questa spiegazione contabile non è però che una delle motivazioni. A questo problema se ne lega un altro, ancora più pesante e che discende direttamente dalla crisi finanziaria: gli interessi aumentano a un ritmo incontrollabile. L’Italia deve oggi emettere titoli di stato con rendimenti sempre maggiori, il che peggiora ulteriormente i conti pubblici. Sono due le motivazioni che spiegano questo veloce aumento degli interessi sul debito: da una parte il costo dei piani di salvataggio della finanza messi in campo dai governi dopo la bolla dei mutui subprime esplosa nel 2007, dall’altra la dimensione di una finanza speculativa in grado di scommettere contro interi paesi.

La crisi del 2011
L’attuale crisi discende direttamente da quella che nel 2007-2008 ha travolto la finanza internazionale dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti. Solo i giganteschi piani di salvataggio realizzati dai governi e dalle istituzioni pubbliche hanno permesso di salvare il sistema finanziario dalla crisi di cui esso stesso era in massima parte responsabile. Stime prudenziali parlano di almeno 14.000 miliardi di dollari versati dal pubblico al settore finanziario privato. Da una prospettiva speculare, negli ultimi anni un debito enorme è stato quindi trasferito dalla finanza privata al pubblico.

Il travaso di ricchezza dal lavoro alla finanza
Come è nato questo gigantesco debito? Per capirlo bisogna risalire alle radici dell’attuale crisi finanziaria. Da oltre un trentennio il sistema produttivo occidentale è entrato in una fase di sovrapproduzione. Questa, assieme alla possibilità delle imprese di delocalizzare la produzione verso i paesi dove sono minori i costi del lavoro, ha portato a una compressione dei salari.
Questo processo ha comportato un gigantesco spostamento della ricchezza dai salari e dal lavoro verso le rendite e i profitti finanziari. In Italia, nell’ultimo ventennio dello scorso secolo 120 miliardi di euro sono passati dai lavoratori ai profitti. In altre parole, i lavoratori e i cittadini si sono trovati progressivamente più poveri, mentre le imprese immettevano sul mercato sempre più prodotti.
Come risolvere questo paradosso? Come vendere sempre più automobili, più telefonini e più prodotti a persone sempre più povere? La soluzione è in apparenza molto semplice: favorendo l’indebitamento delle famiglie, delle imprese e degli stati per mantenere artificialmente alti i consumi, per drogare la crescita economica. È questa la spiegazione ultima della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti. Il settore immobiliare rappresenta una parte sostanziale della ricchezza e del Pil statunitense. Occorre allora costruire e vendere sempre più case per fare aumentare il Pil, che in accordo con il dogma economico fondato sulla crescita deve aumentare continuamente. Le leggi che hanno aperto la porta ai mutui subprime davano la possibilità alle banche di erogare dei mutui anche ai clienti senza reddito, senza lavoro e senza garanzie economiche. Strumenti finanziari sempre più rischiosi e incomprensibili permettevano alle stesse banche di scaricare questi debiti sui mercati finanziari, tramite un processo noto come cartolarizzazione dei mutui (e di qualunque altro prestito).
In pratica una montagna di debiti è servita a drogare i consumi per mostrare una ricchezza economica e una crescita inesistenti, perché nella realtà le persone erano sempre più impoverite dal progressivo trasferimento delle ricchezze verso il mondo finanziario.
Per riassumere, la finanza è stata il mezzo per mantenere alta la domanda di consumi, e nello stesso momento è stata un fine, garantendo tassi di profitti sempre più elevati ai grandi capitali. Le due cose sono strettamente legate: di fatto il 5% più ricco della popolazione diventa sempre più ricco e utilizza il surplus di reddito che non viene consumato per erogare prestiti al 95% della popolazione.
Detta in maniera ancora più semplice, la finanza prestava ai cittadini, con i dovuti interessi, i soldi che le aveva sottratto.
E quando i soldi sottratti sono diventati troppi, quando i redditi si sono polarizzati eccessivamente verso i più ricchi, il giocattolo si è rotto e la montagna di debiti è franata. Negli Stati Uniti, negli anni Settanta, l’1% più ricco della popolazione deteneva il 9% dei redditi, mentre nel 2007 la quota era salita al 23,5%, esattamente la stessa percentuale del 1928, alla vigilia della Grande Depressione. La ricchezza del 5% più ricco della popolazione è passata dal 22% del 1983 al 34% del 2007 così come è passata dal 24% del 1920 al 34% del 1928. Sembra proprio che oltre una certa soglia di disuguaglianza la società vada incontro a una crisi sistemica e a una vera e propria disgregazione per eccessiva concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi.

Cos’è la finanza oggi?
Questo trasferimento di risorse dall’economia reale alla finanza è necessario anche per garantire i profitti in doppia cifra inseguiti dagli speculatori. Se il Pil del mondo cresce del 2% l’anno e la finanza deve garantire profitti cinque o dieci volte superiori, abbiamo però un problema. Nel lungo periodo, o il sistema finanziario vampirizza l’economia reale, continuando a prosciugare risorse, o la finanza crea ricchezza fittizia, gonfiando bolle che prima o poi scoppiano provocando crisi e miseria.
In altre parole, un Moloch finanziario intrinsecamente instabile ha continuamente necessità di nuovi mercati e nuovi capitali per riuscire a sostenersi. Questa continua ricerca di nuovi mercati è un motore fondamentale nel continuo attacco ai beni comuni e ai diritti, nella privatizzazione e successiva finanziarizzazione dei servizi essenziali. Tutti devono bere e mangiare, tutti hanno diritto all’istruzione e tutti prima o poi devono curarsi. Trasformare l’acqua, il cibo, l’istruzione e la sanità in merci significa garantire profitti enormi e duraturi alle imprese e aprire nuovi spazi di conquista alla finanza, ovviamente al prezzo di escludere da questi «mercati» chi non può permettersi la scuola o la sanità private.
Un discorso analogo, oltre che per i nuovi mercati, si può fare per i continui apporti di capitali necessari alla finanza per mantenersi. E il serbatoio siamo noi e i nostri risparmi. Come in una gigantesca catena di Sant’Antonio i nostri conti correnti, fondi di investimento e fondi pensione alimentano il trasferimento di risorse dal lavoro alla finanza. La gran parte dei capitali che girano sui mercati finanziari proviene in ultima istanza da lavoratori e piccoli risparmiatori. Come dire che, oltre che vittime di questa crisi finanziaria, ne siamo anche complici.
In questo quadro si inserisce perfettamente la nascita dei fondi pensione privati. Da una parte si trasforma un diritto assicurato dallo stato, quello alla previdenza, in una merce, chiamando ogni lavoratore a provvedere da sé, se può, alla propria pensione. Dall’altra i risparmi dei lavoratori vengono stornati ai mercati finanziari, e sono i soldi che alimentano il processo di finanziarizzazione dell’economia.

Dopo la crisi del 2007-2008
Riassumendo. La finanza negli ultimi trent’anni ha sottratto risorse all’economia reale, al sistema produttivo, alle famiglie e ai lavoratori. Questi ultimi sono stati spinti a indebitarsi sempre di più, mentre le grandi imprese imboccavano la strada di una sempre più spinta finanziarizzazione per supplire alla diminuzione dei tassi di profitto delle loro attività economiche. Un processo che ha ulteriormente aggravato e accelerato il travaso di risorse e di potere dall’economia reale alla finanza.
Il risultato è stato un enorme aumento dei debiti, a tutto vantaggio del mondo finanziario che vedeva crescere volume d’affari e profitti. Quando questo debito è diventato eccessivo il giocattolo si è rotto.
A questo punto, siamo nel 2008, gli stati sono intervenuti con somme gigantesche per salvare il sistema finanziario che aveva prima sottratto risorse ai cittadini e poi provocato la crisi.
Considerando che i soldi pubblici provengono dalle tasse e dal lavoro dei cittadini, la situazione è perlomeno paradossale, e non unicamente dal punto di vista della giustizia sociale. Questo sistema finanziario si è sviluppato sulla spinta neoliberista, che postula un sempre minore intervento dello stato nell’economia e la capacità dei mercati di autoregolarsi. In altri termini, nessuna regola e nessun vincolo. Salvo poi ricorrere al paracadute pubblico quando le cose vanno male. Privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite. Una vera e propria truffa ideologica, perpetrata per decenni. Se socialmente appare inaccettabile, la ricetta poteva almeno avere una giustificazione, secondo la logica economica e finanziaria dominante, se fosse servita a fare ripartire l’economia.
Al contrario, le enormi risorse versate dal pubblico al sistema finanziario non sono nemmeno servite a rimettere in moto l’economia, perché sono andate in massima parte a tappare le falle del sistema bancario ombra, o shadow banking system, il gigantesco mondo parallelo fatto di società registrate nei paradisi fiscali, di cartolarizzazioni, di titoli tanto rischiosi quanto incomprensibili, che le banche hanno messo in piedi negli ultimi decenni per eludere le normative e i controlli.
Prima dello scoppio della crisi il sistema ombra aveva raggiunto i 20.000 miliardi di dollari di attività di intermediazione, quasi il doppio degli 11.000 miliardi del sistema ufficiale. A metà 2010 le cifre sono rispettivamente di 16.000 e 13.000 miliardi. Se c’è stato quindi un sensibile spostamento delle attività, ancora oggi il sistema bancario ombra è di fatto il cuore dell’intera circolazione dei capitali nella finanza mondiale.
Questo significa che gli stati hanno firmato un assegno in bianco alla finanza senza chiedere nulla in cambio e senza fare ripartire l’economia reale. Da tre anni si discute di proposte di regolamentazione della finanza, ma poco o nulla è stato fatto nel concreto. A fine 2011 il G20, che si è autonominato nuovo regolatore dell’economia globale, non è nemmeno riuscito a trovare un accordo per tassare le transazioni finanziarie. La finanza speculativa tira una boccata d’ossigeno e riparte come e peggio di prima. Oggi si specula sul cibo e sulle materie prime, giocando sulla fame dei più poveri come si gioca al casinò. Il mercato dei derivati non è mai stato così florido, i top manager della City e di Wall Street si gratificano con bonus miliardari, i grandi capitali rimangono al sicuro nei paradisi fiscali. Tutto questo ringraziando il Fondo monetario internazionale, il G20 e le altre istituzioni internazionali che hanno funzionato perfettamente nel 2008 per salvare le banche e non hanno fatto nulla da allora per fermare la finanza-casinò e salvare le persone.

Le conseguenze sui paesi
L’effetto più vistoso di questi piani di salvataggio è stato l’aumento del debito e quindi il peggioramento dei conti pubblici di molti paesi, che hanno dovuto allora ricorrere all’emissione di titoli di stato per finanziarsi. Un aumento di offerta di titoli di stato sul mercato, proprio in un momento di crisi, quindi con meno capitali disponibili da investire. Questo ci rimanda al primo dei motivi direttamente legati alla crisi che permettono di spiegare l’attuale situazione in Italia. In pratica oggi il governo, se vuole rifinanziare il debito emettendo Bot e Cct, deve fronteggiare la concorrenza della mole di titoli di stato di altre nazioni che si sono indebitate negli ultimissimi anni. A parità di interesse offerto, nessuno comprerebbe però dei titoli italiani quando sul mercato sono a disposizione quelli della Germania o di altri paesi considerati più sicuri. Per attirare i capitali e rifinanziare il proprio debito, l’Italia è allora costretta ad aumentare i tassi di interesse. È il famigerato spread con i bund tedeschi, ovvero la differenza di tasso di interesse tra i titoli di stato dei due paesi che negli ultimi mesi è diventato il nuovo parametro centrale per valutare lo stato di salute dell’Italia.

CDS e speculazione
E questo non è ancora nulla. Gli speculatori cavalcano le oscillazioni dei mercati. È difficile speculare sui titoli di stato tedeschi, perché il loro rendimento è pressoché invariabile. Molto più «divertente» scommettere su titoli molto volatili, quali quelli di nazioni in difficoltà come la Grecia, l’Irlanda o oggi l’Italia. Gigantesche scommesse che esasperano le oscillazioni dei prezzi e la stessa instabilità, attraendo nuovi squali del mondo finanziario.
Tutto questo può realizzarsi grazie a prodotti derivati chiamati credit default swaps, o CDS. Si tratta di contratti che permettono di assicurarsi contro il fallimento di un soggetto terzo. Se possiedo delle obbligazioni e temo che l’impresa emittente possa fallire, posso coprirmi contro tale rischio acquistando un CDS che mi assicura contro tale evento. In caso di default la controparte che me lo ha venduto è tenuta a rimborsarmi.
Rispetto a un’assicurazione esiste una differenza sostanziale. Nell’economia reale non posso acquistare una polizza che mi rimborsa nel caso che la casa del mio vicino vada a fuoco e più in generale assicurare beni che non sono nella mia disponibilità. Il motivo è evidente: se qualcuno appiccasse un incendio, io avrei solo da guadagnarci. Anche se non ci fosse la malafede, nel migliore dei casi questa sarebbe una scommessa da gioco d’azzardo, non una polizza assicurativa.
Nella finanza tale limite non esiste. I CDS permettono di trasferire a terzi il rischio di credito relativo a una transazione tra due parti e soprattutto di speculare su eventi futuri. Così, posso acquistare dei CDS che mi assicurano contro il fallimento della Grecia. Se la situazione del paese ellenico peggiora, aumenta il rischio di fallimento, e di conseguenza il prezzo per assicurarsi contro questo fallimento. I CDS che avevo comprato a un prezzo più basso valgono adesso di più, permettendomi di guadagnare dalle difficoltà altrui. Il gioco è ancora più interessante considerando che, tramite opportune manovre finanziarie sui titoli, consigli dati ai miei clienti e qualche articolo ben piazzato qui e là su autorevoli giornali finanziari, posso contribuire io stesso ad aumentare la percezione di rischio di un dato paese.
I CDS erano praticamente sconosciuti solo una quindicina di anni fa, e hanno raggiunto subito prima della crisi una dimensione pari al Pil dell’intero pianeta, misurabile in diverse decine di miliardi di euro. Fornire una cifra esatta è quasi impossibile, visto che oggi metà dei CDS vengono negoziati al telefono e che non esiste nessuna trasparenza in materia. Queste gigantesche masse di capitali speculativi stanno oggi contribuendo in maniera sostanziale alla grave situazione che affligge l’economia europea e quella italiana in particolare.

Quali soluzioni? Pareggio di bilancio e democrazia
In una nota favola risalente all’antica Grecia uno scorpione chiede di salire sulla schiena di una rana per attraversare un fiume. Di fronte ai timori della rana di essere punta e uccisa, lo scorpione spiega che in quel modo morirebbe annegato anche lui. La rana si fa convincere. A metà del fiume lo scorpione punge la rana. Entrambi stanno per morire, e la rana chiede allo scorpione il perché di questo folle gesto. È la mia natura, risponde lui.
Oggi la finanza-casinò approfitta del fatto che gli stati sono in difficoltà perché hanno salvato questo stesso sistema finanziario per guadagnare mediante attacchi speculativi, scommettendo sul fallimento di interi paesi, e rischiando di trascinare nel baratro i cittadini, gli stati, il sistema economico e quello finanziario.
È su queste basi che oggi ci vengono chiesti sacrifici e piani di austerità. È emblematica in tale senso la lettera riservata, poi divenuta di pubblico dominio, che lo scorso 5 agosto la Banca centrale europea ha inviato al governo italiano. La Bce chiede «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali […] attraverso privatizzazioni su larga scala». Chiede di «ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende». Negli ultimi paragrafi la Bce arriva a scrivere che «vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari […] sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale».
Non è chiaro se questa lettera sia più spaventosa nel merito o nel metodo. Nel merito, meno di due mesi dopo lo storico referendum in cui ventisette milioni di italiani hanno preso posizione sul problema dei servizi pubblici la Bce chiede privatizzazioni su larga scala. Chiede ai lavoratori già colpiti da una crisi dovuta al comportamento irresponsabile della finanza nuovi sacrifici per ristabilire la fiducia dei mercati. Ristabilire la fiducia. Come se non fosse il gigantesco casinò che ha preso il posto della finanza a dovere radicalmente cambiare rotta per tentare di riconquistare la fiducia dei cittadini. Come se non fosse la finanza ad avere totalmente smarrito il proprio ruolo sociale di strumento al servizio dell’economia per trasformarsi in un fine in sé stesso per fare soldi dai soldi. Ancora peggio, come se queste richieste non andassero esattamente nella direzione di esasperare l’ingiustizia sociale e la vergognosa distribuzione del reddito che sono in ultima analisi le cause che ci hanno condotto all’eccesso di debito e alla crisi. Lanciati come treni verso il baratro, la Bce ci chiede di accelerare.
Per quanto gravi siano queste richieste, il metodo è probabilmente ancora più terrificante del merito della lettera. Un’istituzione che nessun cittadino europeo vota o elegge democraticamente, che non risponde a nessuna autorità, invia una lettera segreta al nostro governo per definire le politiche che questo dovrà approvare. La Bce arriva a chiedere di modificare la nostra Costituzione, il contratto sociale fondamentale degli italiani, per rassicurare i mercati finanziari.
Oggi sembra quindi che la strada per uscire da questa situazione sia obbligata: stringere la cinghia e accettare piani di austerità per rimettere in sesto i conti pubblici. Come dire che l’eccesso di debito passato dalla finanza agli stati deve ora passare dagli stati ai cittadini. Ci viene detto che le banche non possono fallire, gli stati non possono fallire, quindi piuttosto devono fallire i cittadini. È il senso dei tagli alle spese pubbliche, al welfare, ai servizi essenziali e ai diritti.
Tutto questo con un’altra conseguenza molto interessante per mantenere in piedi il sistema attuale: la mancanza di risorse pubbliche diventa un alibi per un’ulteriore svendita ai privati dei servizi essenziali. Non ci sono i soldi per l’istruzione, la sanità, la ricerca, le pensioni e via discorrendo, perché c’è la crisi. Lo stato si fa da parte per mancanza di soldi, entrano i privati e la finanza. Ancora una volta ci viene spacciata come unica soluzione possibile l’esasperazione di alcune delle principali cause della crisi.

Diverse scelte di politica economica
Non è vero che le alternative non ci sono. Ammesso e non concesso che il debito vada pagato, l’unica strada possibile è il taglio delle spese, in accordo con la dottrina neoliberista imposta dalla Bce e dalle altre istituzioni internazionali? E ammesso e non concesso che si debbano tagliare le spese, davvero bisogna tagliare welfare e spese sociali? La manovra finanziaria riguarda l’uso delle nostre tasse, dei nostri soldi, per decidere il nostro futuro. Non è pensabile, in un sistema che si vuole democratico, che alcuni burocrati di Francoforte ci impongano misure pensate unicamente per compiacere la speculazione internazionale. Rimanendo alle poche scelte del nostro governo, non è pensabile che i cittadini non possano dire la loro rispetto alla decisione di spendere quindici miliardi di euro per acquistare dei cacciabombardieri, una cifra forse superiore per bucare la Val Susa contro il volere di un’intera comunità, mentre assistiamo a tagli all’istruzione, alla sanità, alla ricerca, alla cultura.
Risalendo: e se per migliorare i conti pubblici invece di tagliare le spese aumentassimo le entrate? L’evasione fiscale in Italia supera i 150 miliardi di euro l’anno. È però difficile parlare di lotta all’evasione mentre il governo annuncia condoni fiscali. Al di là dell’evasione, perché l’Italia non segue i paesi e le istituzioni europee che chiedono l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie per contrastare la speculazione e generare un gettito? Perché ancora oggi è così difficile parlare dell’introduzione di una tassa patrimoniale, mentre si decide di aumentare l’Iva? Sommando all’evasione fiscale il lavoro nero, i soldi della corruzione, quelli delle mafie, si scopre che oltre 500 miliardi di euro ogni anno sfuggono al fisco. In linea teorica, se queste somme fossero tassate come si tassa il lavoro, nel giro di poco più di un decennio l’Italia non avrebbe più nessun debito pubblico.

Il debito va comunque pagato?
Andando ancora a monte di un discorso su entrate e uscite: il debito va pagato ad ogni costo? Prima di fare fallire gli esseri umani forse dovrebbero fallire le persone giuridiche e in particolare le banche il cui capitale è costituito di azioni, ovvero capitale di rischio. Se le banche non possono fallire questo rischio viene meno, falsando i meccanismi di base della stessa finanza: le banche possono assumersi rischi sempre maggiori, nella certezza che se le cose vanno bene aumentano i profitti privati, quando si mettono male interviene il pubblico per socializzare le perdite. È possibile pensare una via d’uscita dalla peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni continuando a premiare e garantire il sistema finanziario che ne è responsabile?
E in seconda battuta devono potere fare default gli stati. Nella situazione in cui si trova l’Italia, con gli interessi sul debito che crescono più velocemente della ricchezza reale e prosciugano qualsiasi manovra finanziaria, un default guidato potrebbe essere una via d’uscita obbligata. È in ogni caso urgente avviare un dibattito senza preconcetti, prima che la situazione economica peggiori ulteriormente. Come primo passo è necessario un «audit» del debito, ovvero un esame della provenienza del debito pubblico italiano e di chi ne è oggi in possesso, per valutare quale parte va pagata, quale ristrutturata, quale eventualmente dichiarare in insolvenza.
I casi di Islanda, Argentina ed Ecuador dimostrano che un default pilotato può essere una soluzione efficace per uscire da una situazione di grave crisi. Le conseguenze sarebbero pesanti, in particolare per le banche che detengono una parte rilevante del debito, e bisognerebbe probabilmente procedere a una nazionalizzazione di una parte del sistema bancario italiano, anche per garantire l’accesso al credito ai cittadini e alle imprese. In ogni caso un default guidato dal debitore, come nel caso dell’Islanda, è sicuramente da preferire a un default guidato dai creditori, come nel caso della Grecia.

Default e fallimento: decolonizzare l’immaginario
In ultimo, una considerazione più generale, che rimanda anche alla necessità di ripensare il linguaggio della finanza. Uno stato è in fallimento nel momento in cui, per tutelare i propri cittadini e il loro futuro, smette di pagare interessi agli speculatori internazionali? O al contrario uno stato che taglia le spese per la scuola pubblica e la ricerca, uno stato che chiude ospedali e teatri, uno stato che non riesce a dare lavoro ai giovani e mantiene privilegi inaccettabili è già uno stato in fallimento? E se uno stato è già in fallimento, che senso ha continuare a pagare il debito?
Un discorso analogo potrebbe ripetersi per un altro termine che ci sentiamo ripetere continuamente, ovvero il rischio di default di interi paesi. Se questo rischio è effettivamente reale e avrebbe conseguenze molto pesanti per i cittadini, cosa succederebbe in caso di default dell’intero pianeta, e non in ambito meramente finanziario? In qualche modo questa situazione è reale. L’intero pianeta è in default dal 27 settembre del 2011. Il 27 settembre è stato l’overshoot day, ovvero il giorno in cui l’umanità ha consumato tutte le risorse che la natura mette a disposizione in un intero anno in maniera sostenibile. In meno di nove mesi abbiamo mangiato tutti i pesci, abbattuto tutti gli alberi, inquinato e prodotto rifiuti per quanto la pur enorme capacità di vita e di rigenerazione della Terra è in grado di sopportare in un intero anno. Rimanendo con una metafora in ambito finanziario, abbiamo consumato in nove mesi tutti gli interessi che la Terra produce, gli ultimi tre mesi li viviamo intaccando il capitale. E mentre noi consumiamo sempre di più, il capitale di specie viventi e di biodiversità continua a ridursi. Mentre la politica e i media continuano a preoccuparsi di compiacere e salvare i mercati finanziari, quanta attenzione e quante risorse sono dedicate a salvaguardare l’unico pianeta che abbiamo?
I cittadini italiani sono chiamati a fare sentire la propria voce per cambiare questo stato di cose, per uscire dalla visione miope secondo cui «non c’è alternativa». Le alternative ci sono, e non ci sono difficoltà tecniche quanto una mancanza di coraggio e di volontà politica a realizzarle. È allora dal basso che dobbiamo iniziare a riappropriarci di ciò che è nostro. Come accennato, la gran parte dei soldi che alimenta la speculazione finanziaria proviene dai nostri risparmi, dai nostri fondi di investimento e fondi pensione.
È necessario ma non più sufficiente orientare i nostri consumi su prodotti meno inquinanti o prodotti secondo criteri di responsabilità sociale. Un analogo cambiamento di rotta deve avvenire nel settore finanziario e creditizio, e dobbiamo essere noi tutti a farlo, dal basso, cambiando i nostri comportamenti.
È necessario riportare la finanza alla sua funzione originaria. Non un fine in se stesso per produrre denaro dal denaro nel più breve tempo possibile ma un mezzo al servizio della società, che ponga il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente al centro del proprio operato, attenta alle conseguenze non economiche delle proprie azioni e in cui la trasparenza sia un valore fondamentale. Se non vogliamo più essere complici della crisi della quale siamo vittime mentre gli squali della speculazione vogliono continuare a giocare alla finanza-casinò, se non vogliamo più che i nostri risparmi siano utilizzati per prestiti e finanziamenti che danneggiano l’ambiente e violano i diritti umani, abbiamo un’alternativa semplice quanto efficace: non con i miei soldi.

L'articolo Breve storia della crisi proviene da Minima et Moralia.

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