Scelta Civica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scelta-civica/ un blog di approfondimento culturale Mon, 07 Jul 2014 14:05:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Scelta Civica Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/scelta-civica/ 32 32 Sel, chi ha paura di capire? https://minimaetmoralia.it/interventi/sel-chi-ha-paura-di-capire/ https://minimaetmoralia.it/interventi/sel-chi-ha-paura-di-capire/#respond Mon, 07 Jul 2014 14:05:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21978 Riprendiamo un intervento di Enrico Sitta apparso sul sito di Sel.

di Enrico Sitta

È nota ormai al grande pubblico la situazione di Sel. Un manipolo di parlamentari lascia il partito verso altri lidi. I territori sono in fibrillazione, si grida al tradimento, si serrano le fila. Ma quale ė  la storia di questi mesi? Cosa è successo e cosa ci aspetta?

L’“impazzimento” dentro il nostro partito ha origine non dal congresso di Riccione quanto dal naufragio dell’esperienza di Italia Bene Comune. In quella fase in molti davano per scontato che si sarebbe andati al governo insieme, e che ad un certo punto i destini di Pd e Sel avrebbero anche potuto convergere. Lo scossone causato invece dalla beffa del “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto” seguito poi dal governo delle larghissime intese (ora più strette) e dalla presa del partito e del potere da parte di Renzi hanno sconquassato il fronte del vecchio centro sinistra. Forse, con le elezioni europee, definitivamente.

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Riprendiamo un intervento di Enrico Sitta apparso sul sito di Sel.

di Enrico Sitta

È nota ormai al grande pubblico la situazione di Sel. Un manipolo di parlamentari lascia il partito verso altri lidi. I territori sono in fibrillazione, si grida al tradimento, si serrano le fila. Ma quale ė  la storia di questi mesi? Cosa è successo e cosa ci aspetta?

L’“impazzimento” dentro il nostro partito ha origine non dal congresso di Riccione quanto dal naufragio dell’esperienza di Italia Bene Comune. In quella fase in molti davano per scontato che si sarebbe andati al governo insieme, e che ad un certo punto i destini di Pd e Sel avrebbero anche potuto convergere. Lo scossone causato invece dalla beffa del “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto” seguito poi dal governo delle larghissime intese (ora più strette) e dalla presa del partito e del potere da parte di Renzi hanno sconquassato il fronte del vecchio centro sinistra. Forse, con le elezioni europee, definitivamente.

Perché dico questo? Vi propongo un’analisi.

Da tempo ormai Sel adotta quella che potremmo definire la politica del semaforo. Pd buono = semaforo verde / Pd cattivo = semaforo rosso. Ma esiste davvero un Pd buono ed un Pd cattivo? E perché è quasi sempre buono quello dei livelli inferiori (municipi, comuni, regioni) e quasi sempre cattivo quello dei piami superiori (livello nazionale ed europeo)? Il punto sta nella praticabilità del concetto di centrosinistra. Nei livelli inferiori le leggi elettorali per sindaco e presidente di regione consentono a coalizioni sostanzialmente omogenee di presentarsi alle elezioni e poi di governare insieme. L’amalgama è abbastanza compatta e sui programmi le coalizioni di centro sinistra hanno buona capacità di aggregazione. I livelli inferiori non trattano (se non marginalmente) temi eticamente sensibili, questioni di macroeconomia, missioni militari, lavoro, tutti quei temi in cui da sempre la sinistra così detta radicale si distanzia da quella “riformista”. I premi di maggioranza di comuni e regioni danno modo di governare anche senza il pastone delle larghe intese.

Cosa succede invece ai livelli più alti? Tutti speravamo che Bersani ce l’avrebbe fatta, con un margine così ampio da governare anche senza Scelta Civica. Altrimenti alcuni dei nostri avrebbero lasciato da subito. Ma anche in questo eldorado, il migliore dei mondi possibili, cosa sarebbe successo? Il Pd ci avrebbe proposto davvero una riforma così diversa da quella di Poletti sul lavoro? Avremmo abolito la Fornero? Avremmo fatto il reddito minimo garantito? I matrimoni gay? Avremmo ritirato i nostri soldati dalle “missioni di pace” che non ci convincevano? Avremmo cancellato il pareggio di bilancio dalla Costituzione? Oppure ci saremmo spaccati al primo scoglio? O altrimenti lungamente logorati? Non possiamo dirlo con certezza ma certo è probabile che la divaricazione di visioni qualche problema lo avrebbe prodotto come accaduto in passato.

Ecco dunque che vista in questi termini esiste una certa incapacità strutturale per il così detto centro sinistra di poter proporre un’esperienza riformatrice autentica al livello nazionale. E, ad ogni modo, parliamo dell’era pre-Renzi e di una fotografia ormai scattata tempo fa.

Cosa cambia oggi con l’ex sindaco di Firenze? Dal mio punto di vista cambia molto. Il voto delle elezioni europee prefigura la possibilità di un unico grande partito al governo del paese. Ad una coalizione di centro sinistra, quella che come abbiamo visto manteneva comunque alcuni nodi irrisolti, oggi potrebbe non essere dato neanche di presentarsi. A seconda infatti di quale piega prenderà il dibattito sulla legge elettorale soglie di sbarramento alte ed un premio di maggioranza assegnato alla lista anziché alla coalizione potrebbero archiviare definitivamente la possibilità di riproporre al livello nazionale uno schema che oggi funziona bene in tante realtà locali. C’è chi parla dunque già da tempo di campo largo dei democratici e non più di centro sinistra, locuzione di cui forse dovremo dimenticarci almeno per il livello nazionale.

Diciamo quindi che di fronte a questo scenario la fuoriuscita di parlamentari ed iscritti da Sel verso il Pd fuori dalla retorica della serpe covata in seno raccontano una storia che a mio modo di vedere ha bisogno di essere indagata più nel profondo e che sfida ciascuno di noi su un terreno che dobbiamo saper praticare, anche nei linguaggi. E lo scrivo sapendo quanto male possa aver fatto a tanti compagni e compagne che tutti i giorni stanno in prima linea aver visto andarsene via da un giorno all’altro senza troppe cautele persone che questo partito avevano contribuito a fondarlo.

Ma non è urlando al tradimento che esorcizzeremo le sfide che abbiamo di fronte.

In buona sostanza per come la vedo io il tema è: al livello nazionale noi ci candidiamo a dare visibilità e rappresentanza politica ad una minoranza che è fisiologica ed in qualche modo strutturale nel nostro paese (quel famoso milione di voti) ma che da domani potrebbe essere irrilevante negli equilibri politici nazionali. Se questo come io temo fosse il punto, noi dovremmo attrezzarci. E hai voglia a parlare di campagna acquisti del Pd: non basta. C’è da fare i conti con un cambio di passo nel sistema politico nel nostro paese, e io voglio saper parlare quella lingua. Anche perché, come ho avuto modo di ripetere in più occasioni, il mio obiettivo non può essere ricostruire la sinistra se questa pratica non ha modo di incidere sulla quotidianità delle persone. Il mio obiettivo è e resta cambiare il Paese da sinistra, vincere sull’opzione moderata quando non conservatrice proposta da Renzi e dai suoi. Andando però a vedere le carte, giocando su un campo contendibile. Non rinchiudendosi in un Aventino di duri e puri che non ha modo di incidere sulle scelte.

La soluzione è passare al Pd e combattere lì dentro una battaglia, scalare il partito, o peggio salire sul carro del renzismo come forse pensano alcuni di quelli che stanno dando vita a LeD in queste ore? A loro vorrei chiedere: ma siete sicuri che quella minoranza di persone contro l’austerity, per i diritti sociali e civili, il popolo della pace, dei referendum, dei precari, potrebbe avere facile e giusta cittadinanza all’interno di quello che oggi appare come il partito della nazione, benvoluto da ex leghisti, grandi imprenditori e boiardi di stato? Che fine ha fatto in questi anni lì dentro la gente alla Pippo Civati, alla Vincenzo Vita, alla Walter Tocci? Ha qualche senso o può portare a qualche valore aggiunto fare la minoranza strutturale in un partito del 40% per vivere delle briciole che cadono dal grande tavolo e gridare sempre il proprio dissenso di fronte alle riforme che portano più precarietà, più austerità? Vi eravate stancati di Sel, ma da domani che farete esattamente? Siete pronti ad applaudire anche voi al giovane enfant prodige che promette discontinuità e poi va a Strasburgo a dire che i patti non si cambiano?

Oppure pensate davvero che attrezzati degli strumenti giusti si potrebbe nel prossimo futuro arrivare a contendere nell’ambito del popolo dei democratici la leadership moderata di Renzi e a costruire egemonia culturale e politica su contenuti più radicali, più di sinistra tanto per capirci? È per questo che nasce LeD? E se è per questo era davvero indispensabile?

Io queste cose non le ho capite, lo dico davvero. Voi non le avete spiegate e dentro Sel oggi non se ne parla perché il punto in molti casi è fare il catenaccio, dire che il Pd di Renzi fa schifo, che Tsipras è bravo e Iglesias è interessante senza avere idea di cosa faremo domani per poter anche solo sperare che il nostro punto di vista, la nostra cultura politica, le nostre idee abbiano un peso al livello nazionale, incidano nelle scelte, contribuiscano a strutturare opinioni, siano lievito per far crescere consenso. Perché è più facile dire: noi siamo quelli che hanno ragione. E farlo in solitudine. Ecco, a me tutto questo non interessa. Da una parte e dall’altra, lo dico chiaramente. Soprattutto perché a me non interessano le semplificazioni quando ciò che abbiamo di fronte è una grande complessità. E da questo punto io sono per raccogliere le sfide, da qualsiasi parte vengano. Come per anni abbiamo fatto con Tilt, la nostra associazione. Uno sguardo originale, una finestra aperta sul mondo della sinistra, tutta. Inutile chiederci oggi da che parte stare, quando un gran numero di ragazzi e ragazze la “radicalità” e il “riformismo” le sposavano insieme nel loro DNA già da tanto tempo. Per questo oggi non possono esserci chiesti divorzi.

Mi ritengo una persona curiosa, che vuole davvero interrogarsi sugli esiti del piccolo contributo che fornisce alla propria comunità politica. Voglio capire insieme a chi è rimasto ma se possibile a chi con noi non c’è mai stato se e in che misura è possibile oggi parlare ancora di sinistra in questo paese. E che cosa vuol dire questa parola, a chi parla, chi mobilita. Se negli ultimi anni l’hanno incrociata solo gli operai di Pomigliano o anche qualche cassiera precaria, qualche partita IVA. Voglio capire qual è la ricetta non per perpetuare formule del passato ma per dotarsi degli strumenti giusti per incidere davvero nel dibattito politico nazionale di questo paese in cui siamo ai margini da almeno 15 anni, figure spesso caricaturali. Pretendo dal confronto interno al mio partito la serietà e la chiarezza necessarie per uscire dalle ambivalenze, dalle approssimazioni, dalle negazioni e dalle metafore poco efficaci. Di prendere finalmente atto di ciò che sta davvero accadendo. Spero che il confronto che si aprirà nelle prossime settimane e poi dopo l’estate con la conferenza programmatica sia un confronto all’altezza delle sfide che abbiamo davanti. Basta banalizzazioni, non ne abbiamo davvero più bisogno. C’è da capire insieme da dove ripartire per avere una chance concreta di cambiare questo paese da sinistra. L’unica cosa che a molti di noi interessa veramente.

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La responsabilità dei cittadini e il sacrificio dei partiti https://minimaetmoralia.it/politica/responsabilita-cittadini-sacrificio-partiti/ https://minimaetmoralia.it/politica/responsabilita-cittadini-sacrificio-partiti/#comments Wed, 21 Aug 2013 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15090 Ho sentito spesso confondere la responsabilità con il sacrificio. La responsabilità che ognuno ha nei confronti di se stesso consiste nella capacità di attuare il proprio desiderio, la più intima volontà personale. Significa riuscire a mettere in pratica parte di ciò che si è nel profondo, riportare alla luce pezzi di verità indistrutte. Riuscirci vorrebbe dire essere arrivati a conoscere se stessi, come voleva Socrate. Conoscere se stessi è un imperativo morale vertiginoso e a tratti catastrofico. Ma se non ci si riconosce, se non si riesce a dissodarsi, rimuovendo gli ammassi di pietre che ostacolano il passaggio, nel tentativo (perché può trattarsi solo di un tentativo, così come lo soffriva Nievo: Voglio che la mia vita sia un tentativo, ma un forte, ostinato tentativo) di attingere alle radici di noi stessi, allora non sarà nemmeno possibile sapere ciò che si vuole, cosa ci identifica. Potrebbe essere infine questa la responsabilità dell'esistenza, la responsabilità tout court: incarnare il nostro desiderio e dare a esso concretezza, realizzarlo.

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Ho sentito spesso confondere la responsabilità con il sacrificio. La responsabilità che ognuno ha nei confronti di se stesso consiste nella capacità di attuare il proprio desiderio, la più intima volontà personale. Significa riuscire a mettere in pratica parte di ciò che si è nel profondo, riportare alla luce pezzi di verità indistrutte. Riuscirci vorrebbe dire essere arrivati a conoscere se stessi, come voleva Socrate. Conoscere se stessi è un imperativo morale vertiginoso e a tratti catastrofico. Ma se non ci si riconosce, se non si riesce a dissodarsi, rimuovendo gli ammassi di pietre che ostacolano il passaggio, nel tentativo (perché può trattarsi solo di un tentativo, così come lo soffriva Nievo: Voglio che la mia vita sia un tentativo, ma un forte, ostinato tentativo) di attingere alle radici di noi stessi, allora non sarà nemmeno possibile sapere ciò che si vuole, cosa ci identifica. Potrebbe essere infine questa la responsabilità dell’esistenza, la responsabilità tout court: incarnare il nostro desiderio e dare a esso concretezza, realizzarlo.

Il sacrificio, invece, credo abbia soprattutto a che fare con una perdita. Una rinuncia. Come se una forza morale dettasse la via, imponesse le regole del comportamento: il trionfo del dovere essere su ciò che si è. Capita a volte di annichilirsi o immolarsi per altruismo o per devozione. Nel migliore dei casi si cede al compromesso per rispetto oppure si abdica a qualcosa in cui si crede per ottenere una mediazione in grado di permettere la convivenza. Nelle situazioni peggiori, invece, si dà fuoco alle proprie idee o, in extremis, alla propria persona perché la realtà contingente ha reso impossibile la pura sopravvivenza. Insomma, comunque vada, bisogna affrontare un lutto.

Metto in mostra questi flebili ed esigui cenni perché di recente, nella cronaca politica, la parola responsabilità ha allagato le bocche di ogni rappresentante del popolo. E non importa se il termine è stato usato da posizioni opposte e con strumentalizzazioni differenti e positive o negative. Quello che mi interessa, nella presente analisi, è che ho avuto l’impressione vi fosse un fraintendimento semantico e, secondo il mio modo di vedere, una grave distorsione politica.

Durante l’elezione del Presidente della Repubblica, ma anche mentre si svolgevano le consultazioni e ancora prima nei modi in cui le singole forze in campo si sono preparate alla formazione del governo, è stato messo in scena di continuo, in modo quasi ossessivo, uno psicodramma, nel quale l’epilogo era sempre lo stesso: l’invocazione della responsabilità. La responsabilità declinata però in forme improprie. Veniva imbracciata contro il mitologico salto nel buio, per esempio. Parlo, ça va sans dire, della posizione di alcuni (forse 101) del Partito Democratico e di tutto il Popolo della Libertà e di Scelta Civica che si sono schierati, con una paura manifesta, contro la possibilità di un’alleanza governativa tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, essendo considerato questo una forza ignota, incontrollabile, perfino caotica. Ma il Movimento 5 Stelle, di contro, brandiva la responsabilità in difesa ostinata del Paese, contro quelli che erano considerati morti viventi ovvero la vecchia classe politica che per vent’anni non aveva mai realizzato nessuna grande riforma; quindi diveniva responsabile chi non avrebbe mai più permesso la permanenza alla guida dei responsabili della paralisi. Il risultato di tanta responsabilità è stato, per quel che riguarda il Movimento 5 Stelle, l’asserragliarsi nella purezza aventiniana, per gli altri, invece, il ritorno alla stabilità contro il precipizio, l‘horror vacui.

Tutto questo sembra corrispondere perfettamente al disagio della Civiltà ipermoderna di cui parla con insistenza in molti suoi libri Massimo Recalcati. È come se nello scenario politico si fossero scontrate da un lato forze nevrotiche che pur di non perdere il controllo, terrorizzate dalla paura che potessero verificarsi i desideri della maggioranza delle persone che, tra astensione, schede bianche e nulle e voto al Movimento 5 Stelle, hanno chiesto un cambiamento radicale, se non un azzeramento estremo di quanto si era visto da vent’anni a questa parte; forze nevrotiche che Eco chiamerebbe, in altro contesto, Integrati e che Recalcati definisce come coloro che, per conformismo, si pietrificano in una Identificazione solida con la realtà. E dall’altro lato, in opposizione a tutto, il Movimento che sceglie strategicamente la verginità autistica, l’autosufficienza di Narciso, l’omicidio di coloro che rappresentano i Padri; Eco, in questo caso, parlerebbe di Apocalittici.

Oggi, essendo difficile negare il mantenimento della status quo ante, riconoscendo la riproposizione sorda di schemi antichi ai vertici della macchina statale, è necessario denunciare il tradimento della responsabilità. Secondo quanto ho scritto sopra, la responsabilità, avrebbe dovuto trascinare in alto le volontà di ogni singola molecola partitica, nel tentativo eroico di trasformare in leggi i desideri dei cittadini. Ogni individuo politico avrebbe dovuto condividere i progetti migliori, i disegni rivoluzionari, anziché sacrificare le proprie ambizioni in un gioco di posizionamento tattico distruttivo.

Essere responsabili non significa incenerire se stessi per accordarsi e disinnescare le rispettive energie. La responsabilità avrebbe dovuto intercettare i bisogni e farli fecondare, dando un senso al volere dei cittadini, dando forma al dolore di una Nazione, correndo i rischi dovuti, sporgendosi nell’abisso di chissà quali potenzialità. Essere responsabili, maledizione, non è un sacrificio. Il sacrificio è la combustione di parti di sé sull’altare di pragmatismi ormai insostenibili, il sacrificio è la mortificazione di quello che siamo, schiacciati da un realismo oggettivo, ma mai inesorabile. Il sacrificio è un ricatto, un’imposizione violenta, è morte. La responsabilità è una scelta che ci ancora alla verità di quello che abissalmente siamo: è una ricerca di vita.

Quindi vorrei che adesso i politici non parlassero più di responsabilità, ma di morte. È questo il luogo in cui hanno scelto di vivere, in cui viviamo.

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La vittoria di Bologna. E ora? https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/#comments Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14509 di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l'alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. [...] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

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di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

Nessuno si aspettava una tale risonanza del referendum Bolognese. La disparità di forze, ben rappresentata dalla metafora di Davide contro Golia, si è tradotta, infatti, in una disparità nella capacità di auto-rappresentazione delle ragioni di A e B, e in una disparità di presenza nel discorso pubblico, basti pensare alle modalità con cui il Resto del Carlino per settimane ha lavorato attivamente alla campagna del B sino ad utilizzare l’immagine dei bambini come testimonial. Questo dialogo asimmetrico ha visto protagoniste tutte le principali testate e i media locali e nazionali, obbligando la A a misurarsi continuamente con i tentativi di distorsione informativa della B.

Le ragioni di A e B erano, di fatto, antitetiche. Ciò che il B definiva come libertà di scelta della scuola preferita da parte dei genitori per la A coincideva con la negazione del diritto d’accesso alla scuola, cosa che a Bologna riguardava 102 bambini nel 2012. Ciò che il B definiva come scuola laica, in realtà sottendeva un progetto formativo confessionale, non a caso il Manifesto per il B indicava lo “sviluppo umano integrale” come finalità universale dell’istruzione, tacendo che lo “sviluppo umano integrale” è il tema dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ciò che il B definiva “senza oneri per lo stato”, reinterpretando l’articolo 33 della Costituzione, era in realtà “con oneri per lo stato”, in un ripensamento del dettato costituzionale che Rodotà ha giustamente definito “un po’ vergognoso”. Ciò che per la B era scuola pubblica, per la A era scuola paritaria privata, non a caso nel dopo-voto Bagnasco ha accusato: “mi sembra che non sia stata espressa ufficialmente la convinzione, la consapevolezza che, come dice la legge del 2000, nel nostro sistema di istruzione pubblica, non ci sono solo le scuole dirette dallo Stato ma anche quelle dirette da altri soggetti che pero’ sono riconosciuti parte integrante del sistema pubblico”, quasi a trasformare l’equipollenza del servizio offerto dalle scuole paritarie con l’equivalenza tra pubblico e privato. La differente capacità di rappresentazione, pertanto, si è tradotta in un dibattito pubblico sbilanciato, confuso, a tratti mistificante, volto ad oscurare le ragioni della A sino al giorno del voto.

Eccoci dunque al 26 maggio. Già la stampa ne ha parlato. Un numero di seggi dimezzato rispetto alle amministrative, seggi distanti talvolta diversi chilometri dalla residenza dei singoli elettori, lettere di convocazione non pervenute e code di votanti che ignoravano dove si trovasse il loro seggio, questo è lo scenario con il quale si sono confrontati i volontari della A lungo tutta la giornata del 26, mentre improvvisavano modalità di informazione e servizio navetta volte a facilitare le operazioni di voto. Questi nodi andavano di pari passo con una straordinaria affluenza mattutina, una affluenza che vedeva protagonsiti anzitutto gli elettori delle chiese e dalle parrocchie, quasi il B avesse dovuto ricorrere anzitutto a credenti e anziani, madri e sorelle per votare “B come Bologna, B come bambini”.

A tutt’oggi continuano le segnalazioni di incorrettezze ai seggi: dalle indicazioni di voto ricevute in pieno silenzio elettorale via sms direttamente dal Partito Democratico, a episodi di volantinaggio pro B fuori dai seggi, le testimonianze parlano di tutto fuorché di una campagna serena. Come scrive un elettore: “ieri ho chiamato la mia nonna, 89 anni, che è andata a votare per noi, e mi ha detto di avere votato B come bambini perché le avevano consigliato così e le avevano dato i volantini mentre andava al seggio. Ecco io non ho avuto cuore di dirle la verità, perché ci sarebbe stata male con la fatica che ha fatto ad andare al seggio col carriolino… come lei chissà quante altre persone anziane”.

Insomma, l’oscuramento delle ragioni della A è andato di pari passo con difficoltà di voto e una campagna proB che ha trovato reclute anzitutto tra la popolazione >70, la curia e i ceti più ricchi, come ha osservato Liuzzi sul Fatto Quotidiano. Quando parliamo delle percentuali di voto, dunque, dobbiamo partire da qui, da una campagna incalzante nonostante la quale molti elettori tradizionalmente piddini hanno votato contro il partito, e molti altri per evitare di votare contro il partito hanno preferito non votare per nulla. Evitando di scendere nelle acrobazie interpretative dei proB, dunque, non possiamo ignorare il contesto né d’altro canto possiamo dire che tutto è andato bene. Più che le cifre dell’affluenza, però, che per un referendum consultivo di un solo giorno sono, di fatto, elevate, come ha dichiarato Corbetta, forse il B dovrebbe chiedersi perchè tutti i suoi sforzi sono andati a vuoto, come forse la A dovrebbe chiedersi perché tra i votanti proA è mancata la fascia d’età < 35, sebbene notoriamente Bologna sia una città in buona parte popolata di studenti non residenti.

E qui torniamo alla domanda iniziale. E ora? A che serve un referendum nella post-democrazia? E’ questa la domanda più importante. A fronte di un regime informativo sempre più liofilizzato, spolpato cioè dei temi che stanno al cuore della vita, l’istruzione, la sanità e i diritti; in un contesto in cui le istituzioni democratiche sono poco più che contenitori formali, in cui la competizione elettorale è avanspettacolo e il processo elettorale stesso, si pensi alle ultime elezioni, è meramente rituale, sarebbe ingenuo pensare a un referendum consultivo come a una pratica  risolutiva. Chi, da sinistra, in questi giorni ha ripetuto che un’affluenza al 30% compromette l’efficacia delle proposte referendarie, di fatto sottovaluta l’opposizione che questo referendum ha ricevuto, e tradisce la speranza che, qualora l’affluenza fosse stata più alta, la volontà referendaria sarebbe stata rispettata. Non è così, e forse è meglio esserne cinicamente persuasi. Bologna non garantisce nessun risultato.

Dice un’altra cosa: dice che le ragioni dei referendari sono legittime, e lo sono non solo perché lo dice la Costituzione, ma perché lo credono i bolognesi. Bologna dice che le ragioni della A hanno prodotto un concetto di vero e falso, giusto e sbagliato che supera la capacità di veridizione del mercato, della fede e della politica. Nonostante il martellante spettacolo che a reti unificate ha sostenuto le ragioni di PD PDL e Curia, e il continuo tentativo di oscurare le alternative e le altre possibilità, Bologna dice che queste alternative esistono, e non solo: sono legittime, contro-egemoniche e maggioritarie. In questo contesto sarebbe errato pensare al risultato bolognese come a una fine. Bologna è un inizio, è un inizio denso di responsabilità e carico di significati.

Come spenderlo, dunque? Di questo immagino che i referendari discuteranno nei prossimi giorni. Di certo, a giudicare dal contesto le partite sul tavolo sono tante. Bologna riguarda tutti quei Comuni che desiderano ripetere l’esperienza del referendum in altre parti d’Italia, per affermare che l’accesso alla scuola e ai saperi è un diritto inalienabile, universale e di tutti. Il referendum vive anche nella lotta delle insegnanti contro l’ASP, il progetto del Comune di cedere la gestione di tutti i servizi educativi e socio-sanitari a una sola Azienda di Servizi alla Persona, in un processo di esternalizzazione della governance tipico dell’epoca post-democratica e contro il quale da settimane si mobilitano le mamme le maestre e le insegnanti di Bologna. E poi Bologna riguarda l’Italia.

Infatti il referendum non nasce solo nelle scuole dell’infanzia: nasce nei comitati dell’acqua, che nel 2011 hanno riempito lo strumento referendario di nuove pratiche politiche; vive tra gli studenti dell’Onda e dei movimenti anti-Gelmini, che da anni lottano contro la privatizzazione dell’istruzione e dei saperi. Vive nella Costituente dei beni comuni autoconvocatasi al Teatro Valle, che da tempo afferma un nuovo diritto e nuove pratiche di cittadinanza. Ovunque si scelga di andare, dunque, da qui bisognerà ripartire, dalla produzione di finalità e pratiche condivise con chi immagina altre forme di vita, nella post-democrazia. All’epoca del referendum sull’acqua Erri de Luca scriveva: “chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. A Bologna ci hanno riprovato, ma anche questa volta abbiamo vinto noi.

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